Poesie di questo tema
Emozioni e sentimenti
Francesco Petrarca
Zefiro torna, e ’Î bel tempo rimena
Zefiro torna, e ’Î bel tempo rimena,
e i fiori e l’erbe sua dolce famiglia,
e garir Progne e pianger Filomena,
e primavera candida e vermiglia.
Ridono i prati e il ciel si rasserena;
Giove s’allegra di mirar sua figlia,
l’aria, e l’acqua e la terra è dl’amor piena;
ogni animal d’amar si riconsiglia.
Ma per me, lasso!, tornano i più gravi
sospiri, che del cor profondo tragge
IO
quella ch’al ciel se ne portò le chiavi;
e cantar augelletti e fiorit piagge
e in belle donne oneste atti soavi
sono un deserto e fere aspre e selvagge.
e i fiori e l’erbe sua dolce famiglia,
e garir Progne e pianger Filomena,
e primavera candida e vermiglia.
Ridono i prati e il ciel si rasserena;
Giove s’allegra di mirar sua figlia,
l’aria, e l’acqua e la terra è dl’amor piena;
ogni animal d’amar si riconsiglia.
Ma per me, lasso!, tornano i più gravi
sospiri, che del cor profondo tragge
IO
quella ch’al ciel se ne portò le chiavi;
e cantar augelletti e fiorit piagge
e in belle donne oneste atti soavi
sono un deserto e fere aspre e selvagge.
Franco Cavallo
Càntala ancora
càntala ancora
questa calma canzone
placa il dolore
che avvolge la pena
li vedi andar via
gli affanni e la sera
in sogno trasporta
una cenere morta
l’ignoto nasconde
più di mille sentieri
la vita è la fretta
di alleviare le pene
Da NUVOLE E ANGOSCIA
questa calma canzone
placa il dolore
che avvolge la pena
li vedi andar via
gli affanni e la sera
in sogno trasporta
una cenere morta
l’ignoto nasconde
più di mille sentieri
la vita è la fretta
di alleviare le pene
Da NUVOLE E ANGOSCIA
Franco Cavallo
Discorso lasciato a metà
discorso lasciato a metà
senza inizio o una fine.
poi c’è un’angoscia che alfine
si riavvolge nei suoi veli...
e nel frattempo c’è un Sele
che attraversa i castagni
& che annuncia agli stagni
un ritorno dei cieli...
guarda dunque le froge
dei cavalli di Enea!
osserva le criniere fumanti!
non c’è più che l’istante.
si ode l’orgoglio nitrire!
si vedono i lembi garrire.
è tutto un aspro tossire.
è solo un lento morire.
senza inizio o una fine.
poi c’è un’angoscia che alfine
si riavvolge nei suoi veli...
e nel frattempo c’è un Sele
che attraversa i castagni
& che annuncia agli stagni
un ritorno dei cieli...
guarda dunque le froge
dei cavalli di Enea!
osserva le criniere fumanti!
non c’è più che l’istante.
si ode l’orgoglio nitrire!
si vedono i lembi garrire.
è tutto un aspro tossire.
è solo un lento morire.
Franco Cavallo
È il mare che bussa
è il mare che bussa
alla porta dell’assente — e c’è una
tristezza frammista
a olio & catrame.
il sole esce di pista.
e la nottilùca chiama:
voce chiara e distinta
nella sera che s’oscura.
non c’è dunque un futuro.
non è rimasto più niente.
solo un brusio che si spegne.
solo qualcuno che si pente.
alla porta dell’assente — e c’è una
tristezza frammista
a olio & catrame.
il sole esce di pista.
e la nottilùca chiama:
voce chiara e distinta
nella sera che s’oscura.
non c’è dunque un futuro.
non è rimasto più niente.
solo un brusio che si spegne.
solo qualcuno che si pente.
Franco Cavallo
Il rimbombo è cupo
Il rimbombo è cupo.
Il mattino è nudo.
Il cielo perde colore.
C’è il suono dell’oboe che muore.
Non aspettano il vento.
Non si vedono stelle.
C’è un castello che stride.
Un ruscello che irride.
Non si copre d’asfalto.
Non si tinge di smalto.
Piange il ciliegio che ride.
Gonfia di lattice il fico.
Il mattino è nudo.
Il cielo perde colore.
C’è il suono dell’oboe che muore.
Non aspettano il vento.
Non si vedono stelle.
C’è un castello che stride.
Un ruscello che irride.
Non si copre d’asfalto.
Non si tinge di smalto.
Piange il ciliegio che ride.
Gonfia di lattice il fico.
Franco Fortini
Agli amici
Si fa tardi. Vi vedo, veramente
eguali a me nel vizio di passione,
con i cappotti, le carte, le luci
delle salive, i capelli già fragili,
con le parole e gli ammicchi, eccitati
e depressi, sciupati e infanti, rauchi
per la conversazione ininterrotta,
come scendete questa valle grigia,
come la tramortita erba premete
dove la via si perde ormai e la luce.
Le voci odo lontane come i fili
del tramontano tra le pietre e i cavi...
Ogni parola che mi giunge è addio.
E allento il passo e voi seguo nel cuore,
uno qua, uno là, per la discesa.
eguali a me nel vizio di passione,
con i cappotti, le carte, le luci
delle salive, i capelli già fragili,
con le parole e gli ammicchi, eccitati
e depressi, sciupati e infanti, rauchi
per la conversazione ininterrotta,
come scendete questa valle grigia,
come la tramortita erba premete
dove la via si perde ormai e la luce.
Le voci odo lontane come i fili
del tramontano tra le pietre e i cavi...
Ogni parola che mi giunge è addio.
E allento il passo e voi seguo nel cuore,
uno qua, uno là, per la discesa.
Franco Fortini
Agli dèi della mattinata
Il vento scuote allori e pini. Ai vetri, giù acqua.
Tra fumi e luci la costa la vedi a tratti, poi nulla.
La mattinata si affina nella stanza tranquilla.
Un filo di musica rock, le matite, le carte.
Sono felice della pioggia. O dèi inesistenti,
proteggete l’idillio, vi prego. E che altro potete,
o dèi dell’autunno indulgenti dormenti,
meste di frasche le tempie? Come maestosi quei vostri
luminosi cumuli! Quante ansiose formiche nell’ombra!
Tra fumi e luci la costa la vedi a tratti, poi nulla.
La mattinata si affina nella stanza tranquilla.
Un filo di musica rock, le matite, le carte.
Sono felice della pioggia. O dèi inesistenti,
proteggete l’idillio, vi prego. E che altro potete,
o dèi dell’autunno indulgenti dormenti,
meste di frasche le tempie? Come maestosi quei vostri
luminosi cumuli! Quante ansiose formiche nell’ombra!
Franco Fortini
La gioia avvenire
Potrebbe essere un fiume grandissimo
Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore
Una rabbia strappata uno stelo sbranato
Un urlo altissimo
Ma anche una minuscola erba per i ritorni
Il crollo d’una pigna bruciata nella fiamma
Una mano che sfiora al passaggio
O l’indecisione fissando senza vedere
Qualcosa comunque che non possiamo perdere
Anche se ogni altra cosa è perduta
E che perpetuamente celebreremo
Perché ogni cosa nasce da quella soltanto
Ma prima di giungervi
Prima la miseria profonda come la lebbra
E le maledizioni imbrogliate e la vera morte
Tu che credi dimenticare vanitoso
O mascherato di rivoluzione
La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
Ma anche di eternità
E dalle bocche sparite dei santi
Come le siepi del marzo brillano le verità.
Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore
Una rabbia strappata uno stelo sbranato
Un urlo altissimo
Ma anche una minuscola erba per i ritorni
Il crollo d’una pigna bruciata nella fiamma
Una mano che sfiora al passaggio
O l’indecisione fissando senza vedere
Qualcosa comunque che non possiamo perdere
Anche se ogni altra cosa è perduta
E che perpetuamente celebreremo
Perché ogni cosa nasce da quella soltanto
Ma prima di giungervi
Prima la miseria profonda come la lebbra
E le maledizioni imbrogliate e la vera morte
Tu che credi dimenticare vanitoso
O mascherato di rivoluzione
La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
Ma anche di eternità
E dalle bocche sparite dei santi
Come le siepi del marzo brillano le verità.
Franco Fortini
Una sera di settembre
Una sera di settembre
quando le dure donne rauche?’ di capelli strinati
si addolcivano pronte nei borghi calcinati
e ai fonti la sabbia lavava le gavette tintinnanti
ho visto sotto la luna di rame
sulla strada viola di Lodi due operai, tre ragazze ballare
tra le bave d’inchiostro dei fosfori sull’asfalto
una sera di settembre
quando fu un urlo unico la paura e la gioia
quando ogni donna parlò ai militari
dispersi tra i filari delle vigne
e sulle città non c’era che il vino agro
dei canti e tutto era possibile
intorno al fuoco della radio pallido
e chi domani sarebbe morto sugli stradali
beveva alle ghise magre delle stazioni
o nella paglia abbracciato al fucile dormiva
quando l’estate inceneriva
da Ventimiglia a Salerno
e non c’era più nulla
ed eravamo liberi
di fuggire, di non sapere o piangere,
una sera di settembre.
From UNA VOLTA PER SEMPRE
quando le dure donne rauche?’ di capelli strinati
si addolcivano pronte nei borghi calcinati
e ai fonti la sabbia lavava le gavette tintinnanti
ho visto sotto la luna di rame
sulla strada viola di Lodi due operai, tre ragazze ballare
tra le bave d’inchiostro dei fosfori sull’asfalto
una sera di settembre
quando fu un urlo unico la paura e la gioia
quando ogni donna parlò ai militari
dispersi tra i filari delle vigne
e sulle città non c’era che il vino agro
dei canti e tutto era possibile
intorno al fuoco della radio pallido
e chi domani sarebbe morto sugli stradali
beveva alle ghise magre delle stazioni
o nella paglia abbracciato al fucile dormiva
quando l’estate inceneriva
da Ventimiglia a Salerno
e non c’era più nulla
ed eravamo liberi
di fuggire, di non sapere o piangere,
una sera di settembre.
From UNA VOLTA PER SEMPRE
Franco Loi
Aqua lessìva...
Aqua lessìva, aqua che nel tòrbed
ghe va de càndur el zìgn, ‘me se livràss,
te rìet dré i mè spall e, verdesina,
la pulver sfria di zéder, olt, squasi un sigà,
e l’àneda s’inbusca a la frascada
e mì, sò germanòtt, suspiri alà
tra ‘l sifulà, i smerg, quel spers di öcc
che la mia gura vurarìss ciamà...
Bej öcc virtûs, amur che la giuinessa
te pasma ai làver ‘me ‘n dulur de dàss,
«varda i cujùmber, varda ‘me lifrònen...»
e mì me vegn pavüra de vardàt,
me vegn medan quj ciasm che, ne l’inverna,
te fan murì pe ‘l troppo lüsùr che g’àn.
ghe va de càndur el zìgn, ‘me se livràss,
te rìet dré i mè spall e, verdesina,
la pulver sfria di zéder, olt, squasi un sigà,
e l’àneda s’inbusca a la frascada
e mì, sò germanòtt, suspiri alà
tra ‘l sifulà, i smerg, quel spers di öcc
che la mia gura vurarìss ciamà...
Bej öcc virtûs, amur che la giuinessa
te pasma ai làver ‘me ‘n dulur de dàss,
«varda i cujùmber, varda ‘me lifrònen...»
e mì me vegn pavüra de vardàt,
me vegn medan quj ciasm che, ne l’inverna,
te fan murì pe ‘l troppo lüsùr che g’àn.
Franco Loi
Diòspirus cachi sü büttér de nev
Diòspirus cachi sü büttér de nev,
‘me pomm d’aranz ch’un’aria de penser
vedra j a penzula al nevurasch di tecc,
e i pess durâ de Cina disen plàgass
nel tòrbed de la vasca presuné,
e ‘l Bobi, negher bòtul, can schifus
che lecca merda e va, cume quj orb
che passen ‘rent a tì cul frecc di mort,
e, de lifrun, la bissa scudelera
la cerca, nel raspà che fa la tèra,
i fiur del paradis, l’urtensia, i spûs,
che lìvren fâ d’argent al brüsch de l’üga
lungh a la müra inamurâ del sû,
e Meri, urizunt fâ de tristessa,
sciura di can, tusetta che del ciel
gelusa te sgarràvet la s’genada
di stell de sass süj cachi slünascent,
tì, Meri,
d’una serva sgravaggiada
passer de scund, vestina ch’aj cancell,
cuj öcc de sû, tra i glìcin la slisava,
e l’umbra del giardin pareva lé,
niascìn,
che dai ramas’g te s’inveggiava
trì méter fâ de nìul, culmègn penser,
la frunt che, nel sugnàss, la smentegava
i ciam, el rosc di fjö süj strâ de nev,
Meri di fiur,
maestra de bardassa,
arlìa d’amur, ch’al curr di desdòtt ann,
cuj tò silensi e la sapiensa ghiba,
d’un tumb, ansius murì, te ghé lassâ,
nüm fàtuv, nüm strigòzz, strafúj ‘me tì,
che sül catràm luntan d’una quaj strada
el ciel l’era un linsö de névur fint.
‘me pomm d’aranz ch’un’aria de penser
vedra j a penzula al nevurasch di tecc,
e i pess durâ de Cina disen plàgass
nel tòrbed de la vasca presuné,
e ‘l Bobi, negher bòtul, can schifus
che lecca merda e va, cume quj orb
che passen ‘rent a tì cul frecc di mort,
e, de lifrun, la bissa scudelera
la cerca, nel raspà che fa la tèra,
i fiur del paradis, l’urtensia, i spûs,
che lìvren fâ d’argent al brüsch de l’üga
lungh a la müra inamurâ del sû,
e Meri, urizunt fâ de tristessa,
sciura di can, tusetta che del ciel
gelusa te sgarràvet la s’genada
di stell de sass süj cachi slünascent,
tì, Meri,
d’una serva sgravaggiada
passer de scund, vestina ch’aj cancell,
cuj öcc de sû, tra i glìcin la slisava,
e l’umbra del giardin pareva lé,
niascìn,
che dai ramas’g te s’inveggiava
trì méter fâ de nìul, culmègn penser,
la frunt che, nel sugnàss, la smentegava
i ciam, el rosc di fjö süj strâ de nev,
Meri di fiur,
maestra de bardassa,
arlìa d’amur, ch’al curr di desdòtt ann,
cuj tò silensi e la sapiensa ghiba,
d’un tumb, ansius murì, te ghé lassâ,
nüm fàtuv, nüm strigòzz, strafúj ‘me tì,
che sül catràm luntan d’una quaj strada
el ciel l’era un linsö de névur fint.
Franco Loi
E via Teodosio ne la nott stresìga
E via Teodosio ne la nott stresìga,
e i mè regòrd, i frèm penser, i segn,
‘me quel bügà de la citâ scarìnzia
i va e vegn e al ciel luntan se perd,
e da via Ponzio, ‘me ‘na lüm marina,
i turna a mì tra ‘na brüs’gera d’òmm,
de lünn, de vus, e bagasc e schelter
che l’è ‘n sugnàss suvenz de malamund.
E la ciav griang, la saradüra sgarza.
Tì, via Teodosio, Wildt,
temp che respira,
che anfa de penser, che s’giüt de vita!
Ghè ‘n sguandarìn de ciel e ‘n diauléri
de gent che par sbutì da i rüsch del mund,
e un vèss in emmaüss de sulitari
tra mì, la porta e quel trèm de mì.
Ura brünénga, ura mia brüsàda,
oh tì, menüd che rimma den’ de mì,
pareva che la nott mai se feniva
e l’è stâ forsi un sogn svelt a murì...
Murì?
Ma se vör dì? Un squintinà?
un spateràss de vèssegh e guacciàss,
e insèmm cunùss de vèss e d’éregh pü?
o l’è cume ‘na favula de bàila
ch’i reggiur dìsen e se regorda pü?
Forsi murì l’è ingual d’un òmm malìngher
che ogne dì l’è grassia al dì che vegn,
e forsi quel stremìss che passa e düra,
par che sparìss ma l’è l’umbrìa de nünch...
Inscì quel ciel, inscì la via Teodosio,
e mì, la ciav, e quel cunvègn d’impiàster,
de màrtur, de pajòcch, de vagabund,
de sguagn e de sirìn, e un rantegà
ch’al ciar di lünn mì m’impiccava al mund.
e i mè regòrd, i frèm penser, i segn,
‘me quel bügà de la citâ scarìnzia
i va e vegn e al ciel luntan se perd,
e da via Ponzio, ‘me ‘na lüm marina,
i turna a mì tra ‘na brüs’gera d’òmm,
de lünn, de vus, e bagasc e schelter
che l’è ‘n sugnàss suvenz de malamund.
E la ciav griang, la saradüra sgarza.
Tì, via Teodosio, Wildt,
temp che respira,
che anfa de penser, che s’giüt de vita!
Ghè ‘n sguandarìn de ciel e ‘n diauléri
de gent che par sbutì da i rüsch del mund,
e un vèss in emmaüss de sulitari
tra mì, la porta e quel trèm de mì.
Ura brünénga, ura mia brüsàda,
oh tì, menüd che rimma den’ de mì,
pareva che la nott mai se feniva
e l’è stâ forsi un sogn svelt a murì...
Murì?
Ma se vör dì? Un squintinà?
un spateràss de vèssegh e guacciàss,
e insèmm cunùss de vèss e d’éregh pü?
o l’è cume ‘na favula de bàila
ch’i reggiur dìsen e se regorda pü?
Forsi murì l’è ingual d’un òmm malìngher
che ogne dì l’è grassia al dì che vegn,
e forsi quel stremìss che passa e düra,
par che sparìss ma l’è l’umbrìa de nünch...
Inscì quel ciel, inscì la via Teodosio,
e mì, la ciav, e quel cunvègn d’impiàster,
de màrtur, de pajòcch, de vagabund,
de sguagn e de sirìn, e un rantegà
ch’al ciar di lünn mì m’impiccava al mund.
Franco Loi
L’arlìa
A l’arba sùlfer, ai pàsser che fan festa,
l’è un rusià de névur malascént
che fòsfer, clori, arsenegh e remèsta
de Breda, de Nerviàn un firmament
t’infèscia sü Milan de malattia,
che sura i cupp schilìga me la gent
che per cità van umber d’un’arlìa.
Üslìtt, anema dulsa, anema spèrsa,
franfròtt ch’aj grund sajòcca e vula via,
m’avì strepâ dal cör na vus invèrsa
e chì, nel lècc, lassâ sta panarìsa,
sta büsa morta d’ustaria malversa...
Oh Làmber, Ròttul, mia stagiun sgalìsa,
cul Giüli galavrà e aj müt sgabèj
lappà di dì che vègn e par che bisa,
e un sû che fiapp ghe sbigna dai grappèj,
papà segùnd d’una foto antiga
e terz i ögg che pòden pü vedèj.
Arént al taul, cume vèssegh minga,
bev i bellèss de vün sto magatèj.
Oh cör, fiur de speransa, cör che giga,
a spàrt despettenent i mè cavèj
brev del bersò, el ramenghìn che pia,
bèl ciel che mai fenìss di mè fradèj.
Sangrütta i cupp dal piuvasch che spia,
la pèlgura a stravent la möv la frasca
e mì, la vida in ödi che me cria,
nel lècc me smangia pes’g d’una pücciàsca,
e sgagni i mè regòrd, güsti na ciappa
di baravàj ch’un dì me diran: asca!
l’è un rusià de névur malascént
che fòsfer, clori, arsenegh e remèsta
de Breda, de Nerviàn un firmament
t’infèscia sü Milan de malattia,
che sura i cupp schilìga me la gent
che per cità van umber d’un’arlìa.
Üslìtt, anema dulsa, anema spèrsa,
franfròtt ch’aj grund sajòcca e vula via,
m’avì strepâ dal cör na vus invèrsa
e chì, nel lècc, lassâ sta panarìsa,
sta büsa morta d’ustaria malversa...
Oh Làmber, Ròttul, mia stagiun sgalìsa,
cul Giüli galavrà e aj müt sgabèj
lappà di dì che vègn e par che bisa,
e un sû che fiapp ghe sbigna dai grappèj,
papà segùnd d’una foto antiga
e terz i ögg che pòden pü vedèj.
Arént al taul, cume vèssegh minga,
bev i bellèss de vün sto magatèj.
Oh cör, fiur de speransa, cör che giga,
a spàrt despettenent i mè cavèj
brev del bersò, el ramenghìn che pia,
bèl ciel che mai fenìss di mè fradèj.
Sangrütta i cupp dal piuvasch che spia,
la pèlgura a stravent la möv la frasca
e mì, la vida in ödi che me cria,
nel lècc me smangia pes’g d’una pücciàsca,
e sgagni i mè regòrd, güsti na ciappa
di baravàj ch’un dì me diran: asca!
Franco Loi
Mì smurtìn
G’û ‘ist marrun el bigul fà la gussa,
dal papagal cascàgh e macarà,
una matina al sû che s’incamina
da la fenestra i föj cascià e crudà,
e lü, che sul sulient a la tendina,
vardava i gent che passa m’insugnàss
e, sentâ giò nel lett, la man sladina
cercava l’aria cum’ a cercàss la man,
secca sül linsö la sifulina
l’era lì morta cunt i pé de can,
e j öcc che piang de pell j ghe quereva:
pasma, papà, che frecc, che mund luntan!
e la giuinessa sua, mì me pareva,
che sü la via del Munt l’andess transcian
cun mì gingin che avanti ghe curreva,
cume che curr legriùs el bèl di ann.
Quanta resun, quanta malincunia,
me mader che la passa, m’ i püciànn,
un strasc de talch sü quij garun che ghia,
e mì, mì canarin, mì ubbligâ
vedè ‘l dulur e lassà che ‘l pia.
Cattétter, taremot, linsö de man,
de man che tremen e strüppiâ se vela,
ch’ al venter me se ranfen cum’ i ragn.
Resun anca de tì, gran Diu che gela,
de tì che lì nel specc, cume fa i matt,
el mè reggiùr par nel cercàss cercàtt,
istèss di òmm che là in strada, a sera,
se disen van ai stèll che passarà.
Oh, sû de madunassa, gran prevost,
cun la tenàja te me strèppet l’anema,
mì püres, mì smurtìn,
per semper sopp.
dal papagal cascàgh e macarà,
una matina al sû che s’incamina
da la fenestra i föj cascià e crudà,
e lü, che sul sulient a la tendina,
vardava i gent che passa m’insugnàss
e, sentâ giò nel lett, la man sladina
cercava l’aria cum’ a cercàss la man,
secca sül linsö la sifulina
l’era lì morta cunt i pé de can,
e j öcc che piang de pell j ghe quereva:
pasma, papà, che frecc, che mund luntan!
e la giuinessa sua, mì me pareva,
che sü la via del Munt l’andess transcian
cun mì gingin che avanti ghe curreva,
cume che curr legriùs el bèl di ann.
Quanta resun, quanta malincunia,
me mader che la passa, m’ i püciànn,
un strasc de talch sü quij garun che ghia,
e mì, mì canarin, mì ubbligâ
vedè ‘l dulur e lassà che ‘l pia.
Cattétter, taremot, linsö de man,
de man che tremen e strüppiâ se vela,
ch’ al venter me se ranfen cum’ i ragn.
Resun anca de tì, gran Diu che gela,
de tì che lì nel specc, cume fa i matt,
el mè reggiùr par nel cercàss cercàtt,
istèss di òmm che là in strada, a sera,
se disen van ai stèll che passarà.
Oh, sû de madunassa, gran prevost,
cun la tenàja te me strèppet l’anema,
mì püres, mì smurtìn,
per semper sopp.
Franco Loi
Se ‘n culumbr vula...
Se ‘n culumbr vula, ‘n olter dré, e ‘n olter
da la grunda slarga l’ala, e l’ültum
che cul becch el se galitta e volter
par che ‘l pensa, o che le ciama, cüntum,
sì, tì, diu de l’inferna, sé mai ghe pesa,
sé ghe liga l’ala, se trist ‘me ‘n flìrtum,
lì, che par s’inala, varda ‘na scesa
d’üsèj de pass due sgarr j se sluntana?
Oh quantu ciel! quant’aria! quanta lesa!
Savè vulà, savè cantà, e svana
ogne sapiensa, se nissün te ciama.
da la grunda slarga l’ala, e l’ültum
che cul becch el se galitta e volter
par che ‘l pensa, o che le ciama, cüntum,
sì, tì, diu de l’inferna, sé mai ghe pesa,
sé ghe liga l’ala, se trist ‘me ‘n flìrtum,
lì, che par s’inala, varda ‘na scesa
d’üsèj de pass due sgarr j se sluntana?
Oh quantu ciel! quant’aria! quanta lesa!
Savè vulà, savè cantà, e svana
ogne sapiensa, se nissün te ciama.
Franco Loi
Sì, un dì, quajvün dumandarà: perchè?
Sì, un dì, quajvün dumandarà: perchè?
E mì: perchè, perchè a tì, dulur eterna?
E nient pudarù dì, che un gran spiasè
me farà stà ‘me l’aqujla nel verna
che per la famm la massa e, sü nel cel,
la vula e, a l’ala granda, la se sterna
e per amur la rostra i sò fradel,
ma aj croz la se cuvaccia e, sulitaria,
la piang, la se despera e, là, nel gel,
la sculta quel fis’cià de mort ne l’aria
e pensa che sa no respund perchè.
E mì: perchè, perchè a tì, dulur eterna?
E nient pudarù dì, che un gran spiasè
me farà stà ‘me l’aqujla nel verna
che per la famm la massa e, sü nel cel,
la vula e, a l’ala granda, la se sterna
e per amur la rostra i sò fradel,
ma aj croz la se cuvaccia e, sulitaria,
la piang, la se despera e, là, nel gel,
la sculta quel fis’cià de mort ne l’aria
e pensa che sa no respund perchè.
Franco Loi
Sì, un dì, quajvün dumandarà: perchè?
Sì, un dì, quajvün dumandarà: perchè?
E mì: perchè, perchè a tì, dulur eterna?
E nient pudarù dì, che un gran spiasè
me farà stà ‘me l’aqujla nel verna
che per la famm la massa e, sü nel cel,
la vula e, a l’ala granda, la se sterna
e per amur la rostra i sò fradel,
ma aj croz la se cuvaccia e, sulitaria,
la piang, la se despera e, là, nel gel,
la sculta quel fis’cià de mort ne l’aria
e pensa che sa no respund perchè.
E mì: perchè, perchè a tì, dulur eterna?
E nient pudarù dì, che un gran spiasè
me farà stà ‘me l’aqujla nel verna
che per la famm la massa e, sü nel cel,
la vula e, a l’ala granda, la se sterna
e per amur la rostra i sò fradel,
ma aj croz la se cuvaccia e, sulitaria,
la piang, la se despera e, là, nel gel,
la sculta quel fis’cià de mort ne l’aria
e pensa che sa no respund perchè.
Gabriele D'Annunzio
Ad lunae sororem
Forma che così dolce t’arrotondi
dove s’inserta l’arco de le reni
e, vincendo in tua copia tutti i seni,
ne la mia man, che ti ricerca, abondi;
e ti parti anche duplice in due mondi,
ove il Peccato i suoi più rari beni
volle chiuder per me, come in terreni
paradisi, e i misteri più profondi;
o tu, candida mole, che sul vivo
perno ondeggi, levata ad alti cieli,
ove la voluttà suoi nembi aduna,
risplendi or qui, come nel marmo argivo,
s’io t’invoco presente, fuor dei veli,
o carnale sorella de la luna.
dove s’inserta l’arco de le reni
e, vincendo in tua copia tutti i seni,
ne la mia man, che ti ricerca, abondi;
e ti parti anche duplice in due mondi,
ove il Peccato i suoi più rari beni
volle chiuder per me, come in terreni
paradisi, e i misteri più profondi;
o tu, candida mole, che sul vivo
perno ondeggi, levata ad alti cieli,
ove la voluttà suoi nembi aduna,
risplendi or qui, come nel marmo argivo,
s’io t’invoco presente, fuor dei veli,
o carnale sorella de la luna.
Gabriele D'Annunzio
Argentea
Quando prona, co ’l ventre ne l’arena,
offresi nuda al conquistare lento
de la marea, non è sotto la piena
luna una grande statua di argento?
Venere Callipige in una oscena
posa. Scolpiti nel tondeggiamento
de’ lombi stan due solchi; ampia la schiena
piegasi ad un profondo incavamento.
Cresce il flutto e la bagna. Ella si scote
rabbrividendo al gelido contatto
e di piacer le vibrano le terga.
Il flutto su la faccia la percote;
ma impavida rimane ella in quell’atto
fin che l’alta marea non la sommerga.
offresi nuda al conquistare lento
de la marea, non è sotto la piena
luna una grande statua di argento?
Venere Callipige in una oscena
posa. Scolpiti nel tondeggiamento
de’ lombi stan due solchi; ampia la schiena
piegasi ad un profondo incavamento.
Cresce il flutto e la bagna. Ella si scote
rabbrividendo al gelido contatto
e di piacer le vibrano le terga.
Il flutto su la faccia la percote;
ma impavida rimane ella in quell’atto
fin che l’alta marea non la sommerga.
Gabriele D'Annunzio
Canto dell’ospite
VII. O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!
Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio va.
Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme....
O falce calante, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!
Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio va.
Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme....
O falce calante, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!
Gabriele D'Annunzio
Da Il peccato di maggio
Tutto il bosco, un istante, parve a la mia vista
una maravigliosa foresta di ametista
che risplendeva; e Yella parve la maga. Eretta
fra l’erba, d’un’aerea tunica violetta
circonfusa, a quell’ultima luce crepuscolare
ella diede l’addio con un alto cantare.
Ella cantava ancòra al mio fianco. Una ciocca
de’ suoi capelli, a tratti, mi sfiorava la bocca;
ed il profumo, l’anima di quella cosa viva,
m’irritava le nari avide, mi saliva
pe ’l capo. Io le guardai la gola palpitante
al ritmo de le note: come bianca!
curve al passaggio udivano?
Or vanivan d’intorno le nebbie di viola
ne l’aria; una penombra dolce velava l’aria,
e su da la foresta profonda e solitaria
sorgevano le voci de le cose, gli odori
de le cose. Pareva, non so, come dai fiori
da le foglie da l’erbe un sogno vegetale
salisse e si spandesse, grande e soave; quale,
non so, da le dormenti acque a l’alba un vapore.
Io respirava un sogno di foresta in amore.
Ella cantava; e il puro canto rendeva pure
tutte le cose.
[…]
ella disse, piegando verso di me. «Non vuoi
tu riposare?» Aveano le sue parole, i suoi
gesti una così nova dolcezza ch’io tremai
ne l’ime fibre come a una voce non mai
udita, indefinibile. E mi sentii su gli occhi
scendere un denso velo; e le caddi a’ ginocchi;
e con avide mani su pe ’l suo corpo ascesi,
e tremar come un’arpa viva il suo corpo intesi.
Atterrita a que’ sùbiti vibramenti d’ignote
fibre, ella con aneliti, gemiti, con immote
le pupille e convulsa la bocca, omai perduta,
omai perduta senza scampo, omai posseduta
da la dolce e terribile forza a cui la foresta
era schiava in quell’ora, pendea su me…
in dietro a l’improvviso abbandonò. Le chiome
effuse le composero un letto ov’ella, come
per morire, si stese. Un irrigidimento,
quasi un gelo di morte, l’occupò. Lo spavento
m’invase, per un attimo, innanzi a quel candore
mortale che parea cingerla d’un orrore
mistico e da l’impuro desìo che in me sì forte
fiammeggiava difenderla per sempre. Ma fu morte
breve. Tornò la vita ne l’onda del piacere.
Chino a lei su la bocca io tutto, come a bere
da un calice, fremendo di conquista, sentivo
le punte del suo petto insorgere, al lascivo
tentar de le mie dita, quali carnosi fiori…
O bei fiori vermigli – in cui eran sapori
de’ più teneri frutti che tarda su le soglie
de l’Estate ridendo l’ultimo riso coglie
la Primavera –, o fiori, o frutti dal più lene
sangue virgineo nati, nudriti da le vene
più cerule che scorrano in paradisi umani,
o fiori, o frutti, ancòra io mi sento su i vani
versi, al ricordo antico, impallidir la faccia!
Ed ancòra le reni, come allora, mi ghiaccia
un brivido!
una maravigliosa foresta di ametista
che risplendeva; e Yella parve la maga. Eretta
fra l’erba, d’un’aerea tunica violetta
circonfusa, a quell’ultima luce crepuscolare
ella diede l’addio con un alto cantare.
Ella cantava ancòra al mio fianco. Una ciocca
de’ suoi capelli, a tratti, mi sfiorava la bocca;
ed il profumo, l’anima di quella cosa viva,
m’irritava le nari avide, mi saliva
pe ’l capo. Io le guardai la gola palpitante
al ritmo de le note: come bianca!
curve al passaggio udivano?
Or vanivan d’intorno le nebbie di viola
ne l’aria; una penombra dolce velava l’aria,
e su da la foresta profonda e solitaria
sorgevano le voci de le cose, gli odori
de le cose. Pareva, non so, come dai fiori
da le foglie da l’erbe un sogno vegetale
salisse e si spandesse, grande e soave; quale,
non so, da le dormenti acque a l’alba un vapore.
Io respirava un sogno di foresta in amore.
Ella cantava; e il puro canto rendeva pure
tutte le cose.
[…]
ella disse, piegando verso di me. «Non vuoi
tu riposare?» Aveano le sue parole, i suoi
gesti una così nova dolcezza ch’io tremai
ne l’ime fibre come a una voce non mai
udita, indefinibile. E mi sentii su gli occhi
scendere un denso velo; e le caddi a’ ginocchi;
e con avide mani su pe ’l suo corpo ascesi,
e tremar come un’arpa viva il suo corpo intesi.
Atterrita a que’ sùbiti vibramenti d’ignote
fibre, ella con aneliti, gemiti, con immote
le pupille e convulsa la bocca, omai perduta,
omai perduta senza scampo, omai posseduta
da la dolce e terribile forza a cui la foresta
era schiava in quell’ora, pendea su me…
in dietro a l’improvviso abbandonò. Le chiome
effuse le composero un letto ov’ella, come
per morire, si stese. Un irrigidimento,
quasi un gelo di morte, l’occupò. Lo spavento
m’invase, per un attimo, innanzi a quel candore
mortale che parea cingerla d’un orrore
mistico e da l’impuro desìo che in me sì forte
fiammeggiava difenderla per sempre. Ma fu morte
breve. Tornò la vita ne l’onda del piacere.
Chino a lei su la bocca io tutto, come a bere
da un calice, fremendo di conquista, sentivo
le punte del suo petto insorgere, al lascivo
tentar de le mie dita, quali carnosi fiori…
O bei fiori vermigli – in cui eran sapori
de’ più teneri frutti che tarda su le soglie
de l’Estate ridendo l’ultimo riso coglie
la Primavera –, o fiori, o frutti dal più lene
sangue virgineo nati, nudriti da le vene
più cerule che scorrano in paradisi umani,
o fiori, o frutti, ancòra io mi sento su i vani
versi, al ricordo antico, impallidir la faccia!
Ed ancòra le reni, come allora, mi ghiaccia
un brivido!
Gabriele D'Annunzio
Godoleva
«Ti punirò là dove più ribolle
la tua lussuria: nel tuo ventre osceno
che premettero i drudi, nel tuo seno
che palparono…» Disse. E così volle.
Prese una rossa face (urlava, folle
di paura, la donna su ’l terreno
ignuda) e di suo pugno, in vista pieno
d’atroce gioia, arse la carne molle.
Urlava e si torceva su l’ondosa
chioma ferina la combusta, mentre
spandeasi il lezzo da la piaga enorme.
Ma non restò colui sin che la rosa
impudica non parve sotto il ventre
convulso un antro fumigante e informe.
la tua lussuria: nel tuo ventre osceno
che premettero i drudi, nel tuo seno
che palparono…» Disse. E così volle.
Prese una rossa face (urlava, folle
di paura, la donna su ’l terreno
ignuda) e di suo pugno, in vista pieno
d’atroce gioia, arse la carne molle.
Urlava e si torceva su l’ondosa
chioma ferina la combusta, mentre
spandeasi il lezzo da la piaga enorme.
Ma non restò colui sin che la rosa
impudica non parve sotto il ventre
convulso un antro fumigante e informe.
Gabriele D'Annunzio
I pastori
Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare;
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che’ sapor d’acqua natìa
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda? la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.
E vanno pel tratturo antico" al piano,
quasi per un erbal fiume silente,"
su le vestigia’ degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!’
Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda” sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquìo, calpestìo, dolci romori.
Ah perché non son io co’ miei pastori?
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare;
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che’ sapor d’acqua natìa
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda? la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.
E vanno pel tratturo antico" al piano,
quasi per un erbal fiume silente,"
su le vestigia’ degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!’
Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda” sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquìo, calpestìo, dolci romori.
Ah perché non son io co’ miei pastori?
Gabriele D'Annunzio
Invocazione
Kαλòς τέϑνακε μελικταζ
Bocca amata, soave e pur dolente,
qual già finsero l’Arte e il Sogno mio;
ambigua forma, tolta a un semidio,
al bello Ermafrodito adolescente;
o bocca sinuosa umida ardente
che a me, dove più forte urge il desìo,
a me sommerso in un profondo oblìo
suggi la vita infaticabilmente;
o gran chioma diffusa in su’ ginocchi
miei nel dolce atto; o fredda man che spandi
il brivido e mi senti abbrividire;
o voi, tra i lunghi cigli languidi occhi,
che v’aprite al mio grido ultimo e grandi
lampeggiate guardandomi morire,
oh ch’io muoia, ch’io muoia al fin di vera
morte e quel grido il grido ultimo sia
veramente e di lacrime la mia
spoglia s’irrori ne la dolce sera
e tutti i mirti de la primavera
le sian letto e gli aromi di Sirìa
l’aspergano ed in grave teoria
la traggan per la pallida riviera
con lenti inni gli Efebi (a le seguaci
Vergini tremi sotto la ghirlanda
la gota lungo il flauto sonora)
e s’accendano gli astri come faci
e al termine degli inni in ciel si spanda
come una rosa la divina Aurora!
Bocca amata, soave e pur dolente,
qual già finsero l’Arte e il Sogno mio;
ambigua forma, tolta a un semidio,
al bello Ermafrodito adolescente;
o bocca sinuosa umida ardente
che a me, dove più forte urge il desìo,
a me sommerso in un profondo oblìo
suggi la vita infaticabilmente;
o gran chioma diffusa in su’ ginocchi
miei nel dolce atto; o fredda man che spandi
il brivido e mi senti abbrividire;
o voi, tra i lunghi cigli languidi occhi,
che v’aprite al mio grido ultimo e grandi
lampeggiate guardandomi morire,
oh ch’io muoia, ch’io muoia al fin di vera
morte e quel grido il grido ultimo sia
veramente e di lacrime la mia
spoglia s’irrori ne la dolce sera
e tutti i mirti de la primavera
le sian letto e gli aromi di Sirìa
l’aspergano ed in grave teoria
la traggan per la pallida riviera
con lenti inni gli Efebi (a le seguaci
Vergini tremi sotto la ghirlanda
la gota lungo il flauto sonora)
e s’accendano gli astri come faci
e al termine degli inni in ciel si spanda
come una rosa la divina Aurora!