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Poesie di questo tema

Emozioni e sentimenti

Giorgio Baffo

Giorgio Baffo

Tutto ’l male nasce dalla mona

Senza starve a cantar d’arme, e d’amor,
senza dirve de guerre, e de fracassi,
per soddisfar el genio, e un certo umor
voggio cantarve della Mona i spassi;
no voi però che ve metté in rumor,
siben che sti me versi è troppo grassi,
perché ve voi provar con rason bona,
che tutti i mali nasce dalla Mona.

Tiolemo esempio prima in Salamon,
che per la Mona hà dà in te le pazzìe,
e privo de giudizio, e de rason
hà fatto tante e tante idolatrìe;
Orlando, che coll’arme giera bon
far tremar un Golia da capo a pie,
zeloso per la Mona l’è stà visto
andar matto per strada per sto acquisto.

Sanson per un tantin de quel servizio
a Dalida infedel si fà soggetto,
tanto se gà oscurà tutto ’l giudizio,
che ’l trovava in la Mona ogni diletto;
l’è andà per una Mona in precipizio,
orbo, senza cavei, a so despetto,
l’hà copà i Filistei colla colonna
per la Mona fatal della so Donna.

Neron, che se puol dir Rè de tiranni,
del popolo roman strage, e rovina,
dopo aver fatto tanti gran malanni,
hà fatto avrir so Mare una mattina,
fà Seneca svenar, che per tanti anni
xe stà ’l maestro, che gà dà dottrina,
e pò alfin el l’hà fatta alla so Dea
per la semplice Mona de Popea.

Per gelosìa Ermolao della consorte
Brusò Troja una notte all’improviso,
ma nel so primo amor costante, e forte
nol podeva aver ben per quel bel viso,
anzi l’hà stabilìo piuttosto a morte
riddurse, che lassarla ad un Narciso,
e per quanto che lù gabbia studià,
la sorte ria gà tutto rovinà.

Ruggier xe andà più volte in man d’Alcina,
credendo che la fusse Bradamante,
el gustava la Mona ogni mattina
per farse publicar un vero amante.
Priamo per una Mona è andà in rovina
dopo aver bù dolori, e pene tante,
e Giove senza onor, senza decoro
hà lassà d’esser Dio per farse un toro.

Paris Omo da ben per ogni conto
per la Mona de Vienna è andà in deliri,
Alfonso per Biancafior xe stà a dir pronto
che ’l viveva de lagreme, e sospiri,
Marte, che al mio parlar no resta sconto,
lù hà fatto colla lanza dei bei tiri,
Marte, ch’è stà costante a ogni cimento,
hà fatto el Dio Vulcan becco contento.

Anca Ercole hà invidià molti bravazzi,
che perdea per la Mona le so glorie;
col cuor intento sempre a più solazzi
trova là in un canton palme, e vittorie;
Scipion, Cesare, e tant’altri Omenazzi,
ch’ai so eredi hà lassà grande memorie,
s’hà lassà dominar da più proriti,
che fà tirar el Cazzo anca ai Romiti.

Lassa Alcide el so sdegno, e la so ira
a debellar i mostri avezzo, ed uso,
e perché della Mona gà la mira
abbandona le guerre, e tiol el fuso.
Orfeo col son della so dolce lira
frenetico d’amor, mesto, e confuso
per placar colla Mona el duol interno
và Euridice a cavar fuor dell’Inferno.

Monarchi, Potentati, e Imperatori
gà fatto de capello a sta gran Mona;
filosofi, sapienti, e gran Dottori
l’hà fatta del so cuor sola parona;
Rè, Duchi, Gardenali, e gran Signori
s’hà cavà riverenti la corona,
e xe stà messi i regni a ferro, e fuogo
per trovar in la Mona un pò de liogo.

Donca bisogna dir che sta Pottazza
sia ’l giubilo, e ’l contento dei mortali,
giubila tanti, e tanti se ne ammazza,
per la Mona sbasisce i Dei immortali.
La Mona infame d’una scarabazza
fà nascer tante risse, e tanti mali;
donca ve provarò con bona frase
che la Mona è un boccon, ch’a tutti piase.

Mona, manna del Ciel, e dolce vita,
refrigerio dei Cazzi, ch’è languenti;
Mona, che dell’Osel xe calamita,
Mona, consolatrice nei tormenti,
Mona, cara, soave, e assae gradita,
che morsega l’Osello, e no gà denti,
Mona del miel più dolce, e delicata,
o dolcissima Mona, o Mona amata.

No se puol aver gusti, né dileti,
se no se gà ’na Mona al so comando;
Mona, che divertisce i Frati, e i Preti,
boccon curà, che tutti và cercando.
Scrivé in lettere d’oro, o vù Poeti,
che ’l gusto della Mona xe ’l più grando;
e acciò che no credè che ve cogiona,
metto zoso la penna, e vago in Mona.
Giorgio Caproni

Giorgio Caproni

All Alone: Epilogo

Era una piccola porta
(verde) da poco tinta.
Bussando sentivo una spinta
indicibile, e a aprirmi
veniva sempre (impura
e agra) una figura
di donna lunga e magra
nella sua veste discinta.

La notte con me entrava,
sùbito, nella cinta.
Salivo di lavagna
rosicata una scala,
né mai ho saputo se era,
a spengere la candela,
il nero umidore del mare
o il fiato della mia compagna.

Avevo infatti una cagna
(randagia) che mi seguiva.
L’intero giorno dormiva,
disfatta, fra i limoni,
ma nottetempo (carponi
e madida) mi seguiva
bagnandomi, con la saliva,
la punta delle dita.

Forse era la mia vita
intera, che mi lambiva.
Ma entrato oltre la porta
verde, mai con più remora
m’era accaduto che Genova
(da me lasciata), morta
io già piangessi, e sepolta,
nel tonfo di quella porta.

Eppure, io piansi Genova,
l’ultima volta, entrato.
Il giorno non era nato
ancora, e campane
a gloria (forse era festa
d’anima, e di resurrezione)
m’empivano la testa
col vento della costernazione.

Salita della Tosse
scandivano ragazze rosse.
Ragazze che in ciabatte
e senza calze (morse
al calcagno e alla nuca
dimagrita dal dente
di quell’ora impellente),
andavano, percorse
da un brivido, sulla salita
che anch’io facevo, solo,
già al canto d’un usignolo.

Genova di tutta la vita
nasceva in quella salita.
Seguivo i polpacci bianchi
e infreddoliti, e inviti
veementi, su dal porto
che si sgranchiva, netti
salivano dal carbone,
che già azzurro di brina
brillava, sulla banchina.

Entrai, non so dir come,
spinto da quel carbone.
Ma a un tratto mi sentii senza
più padre (senza più madre
e famiglia, e vittoria),
e, solo, nella tromba
delle scale, indietro
mi ritorsi, la tomba
riaprendo della porta
già scattatami dietro.

Che fresco odore di vita
mi punse sulla salita!
Ragazze ormai aperte e vere
in vivi abiti chiari
(ragazze come bandiere,
già estive, balneari),
sbracciate fino alle ascelle
scendevano, d’arselle
e di cipria un odore
muovendo a mescolare
l’aria, dal Righi al mare.

Avevano le braccia bianche
e le pupille nere.
Con me un carabiniere
come le stava a guardare!

Mi misi anch’io a scendere
seguendo lo sciamare
giovane, e se di tende,
bianche fino a accecare,
già sentivo schioccare
la tela, ahi in me sul mare
le lacrime – ahi le campane
verdi d’acqua stormente
nel mio orecchio, e in mente
ancora la piccola porta
(verde, e da poco morta),
cui più con tanta spinta
potevo nel ventilare
del giorno, ormai, bussare.
Giosuè Carducci

Giosuè Carducci

Davanti san Guido

I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardâr.

Mi riconobbero, e — Ben torni omai —
Bisbigliaron vèr’ me co ’l capo chino —
Perché non scendi? Perché non ristai?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.

Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale:
Ira non ti serbiam de le sassate
Tue d’una volta: oh, non facean già male!

Nidi portiamo ancor di rusignoli:
Deh perché fuggi rapido cosí?
Le passere la sera intreccian voli
A noi d’intorno ancora. Oh resta qui! —

— Bei cipressetti, cipressetti miei,
Fedeli amici d’un tempo migliore,
Oh di che cuor con voi mi resterei —
Guardando io rispondeva — oh di che cuore!

Ma, cipressetti miei, lasciatem’ ire:
Or non è piú quel tempo e quell’età.
Se voi sapeste!... via, non fo per dire,
Ma oggi sono una celebrità.

E so legger di greco e di latino,
E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú:
Non son piú, cipressetti, un birichino,
E sassi in specie non ne tiro piú.

E massime a le piante. — Un mormorio
Pe’ dubitanti vertici ondeggiò,
E il dí cadente con un ghigno pio
Tra i verdi cupi roseo brillò.

Intesi allora che i cipressi e il sole
Una gentil pietade avean di me,
E presto il mormorio si fe’ parole:
— Ben lo sappiamo: un pover uom tu se’.

Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
Che rapisce de gli uomini i sospir,
Come dentro al tuo petto eterne risse
Ardon che tu né sai né puoi lenir.

A le querce ed a noi qui puoi contare
L’umana tua tristezza e il vostro duol.
Vedi come pacato e azzurro è il mare,
Come ridente a lui discende il sol!

E come questo occaso è pien di voli,
Com’è allegro de’ passeri il garrire!
A notte canteranno i rusignoli:
Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;

I rei fantasmi che da’ fondi neri
De i cuor vostri battuti dal pensier
Guizzan come da i vostri cimiteri
Putride fiamme innanzi al passegger.

Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
Che de le grandi querce a l’ombra stan
Ammusando i cavalli e intorno intorno
Tutto è silenzio ne l’ardente pian,

Ti canteremo noi cipressi i cori
Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
Te ventilando co ’l lor bianco velo;

E Pan l’eterno che su l’erme alture
A quell’ora e ne i pian solingo va
Il dissidio, o mortal, de le tue cure
Ne la diva armonia sommergerà. —

Ed io — Lontano, oltre Apennin, m’aspetta
La Tittí — rispondea — ; lasciatem’ ire.
È la Tittí come una passeretta,
Ma non ha penne per il suo vestire.

E mangia altro che bacche di cipresso;
Né io sono per anche un manzoniano
Che tiri quattro paghe per il lesso.
Addio cipressi! addio, dolce mio piano! —

— Che vuoi che diciam dunque al cimitero
Dove la nonna tua sepolta sta? —
E fuggíano, e pareano un corteo nero
Che brontolando in fretta in fretta va.

Di cima al poggio allor, dal cimitero,
Giú de’ cipressi per la verde via,
Alta, solenne, vestita di nero
Parvemi riveder nonna Lucia;

La signora Lucia, da la cui bocca,
Tra l’ondeggiar de i candidi capelli,
La favella toscana, ch’è sí sciocca
Nel manzonismo de gli stenterelli,

Canora discendea, co ’l mesto accento
De la Versilia che nel cuor mi sta,
Come da un sirventese del trecento,
Pieno di forza e di soavità.

O nonna, o nonna! deh com’era bella
Quand’ero bimbo! ditemela ancor,
Ditela a quest’uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor!

— Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:

Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare. —

Deh come bella, o nonna, e come vera
È la novella ancor! Proprio cosí.
E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,

Sotto questi cipressi, ove non spero
Ove non penso di posarmi piú:
Forse, nonna, è nel vostro cimitero
Tra quegli altri cipressi ermo là su.

Ansimando fuggía la vaporiera
Mentr’io cosí piangeva entro il mio cuore;
E di polledri una leggiadra schiera
Annitrendo correa lieta al rumore.

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo
Rosso e turchino, non si scomodò:
Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo
E a brucar serio e lento seguitò.
Giosuè Carducci

Giosuè Carducci

Pe ’l Chiarone da Civitavecchia leggendo il Marlowe

Calvi, aggrondati, ricurvi, sí come becchini a la fossa
stan radi alberi in cerchio de la sucida riva.

Stendonsi livide l’acque in linea lunga che trema
sotto squallido cielo per la lugubre macchia.

Bevon le nubi dal mare con pendule trombe, ed il sole
piove sprazzi di riso torbido sovra i poggi.

I poggi sembrano capi di tignosi ne l’ospitale,
l’un fastidisce l’altro da’ finitimi letti.

Scattan su da un cespuglio co ’l guizzo di frecce mancate
due neri uccelli: cala con pigre ruote un falco.

Corrono, mentr’ io leggo Marlowe, le smunte cavalle
de la vettura: il sole scema, la pioggia freme.

Ed ecco a poco a poco la selva infóscasi orrenda,
la selva, o Dante, d’alberi e di spiriti,

dove tra piante strane tu strane ascoltasti querele,
dove troncasti il pruno ch’era Pier de la Vigna.

Io leggo ancora Marlowe. Dal reo verso bieco simíle
a sogno d’uomo cui molta birra gravi,

d’odii et incèsti e morti balzando tra forme angosciose
esala un vapor acre d’orrida tristizïa,

che sale e fuma, e misto a l’aer maligno feconda
di mostri intorno le pendenti nuvole,

crocida in fondo a’ fossi, ferrugigno ghigna ne’ bronchi,
filtra con la pioggia per l’ossa stanche. Io tremo.

Ah quei pini che il vento che il mare curvaron tanti anni
paiono traer guai contro di me: — Che importa

— dicon — tendere a l’alto? che vale combatter? che giova
amare? Il fato passa ed abbassa. — Ma tu,

tu sughero triste che a terra schiacciato rialzi
il capo, reo gobbo, bestemmïando Iddio,

perché mi tendi minaccioso le braccia tue torte?
che colpa ho io ne ’l fato che ti danna?

E voi, lunghe ne ’l mezzo del tetro recinto alberelle,
co’ rami spioventi, quasi canute chiome,

siete alberelle voi? siete le tre fiere sorelle
che aspettar Macbeth su la fatale via?

Odo pauroso carme che voi bisbigliate co’ venti,
di rospi, di serpi, di sanguinanti cuori.

Guglielmo, re de’ poeti da l’ardüa fronte serena,
perché mi mandi lugubri messaggi?

Io non uccisi il sonno, ben gli altri a me spensero il cuore:
non cerco un regno, io solo chieggo al mondo l’oblío.

Oblío? no, vendetta. Cadaveri antichi, pensieri
che tutti una ferita mostrate aperta e tutti

a tradimento, su! su da ’l cimitero del petto,
su date a’ venti i vostri veli funebri.

Qui raduniam consiglio, qui ne l’orribile spazzo,
a l’ombre ignave, su le mortifere acque.

Qui gonfia di serpi tra ’l fior bianco e giallo la terra,
pregna di veleni qui primavera ride.

Rida ubriaco il verso di gioia maligna; com’angue,
strisci, si attorca, snodisi tra i sibili.

Volate, volate, canzoni vampire, cercando
i cuor’ che amammo: sangue per sangue sia.

Ma che? Disvelasi lunge superbo a veder l’Argentaro
lento scendendo ne ’l Tirreno cerulo.

Il sole illustra le cime. Là in fondo sono i miei colli,
con la serena vista, con le memorie pie.

Ivi m’arrise fanciullo la diva sembianza d’Omero.
Via, tu, Marlowe, a l’acque! tu, selva infame, addio.
Giosuè Carducci

Giosuè Carducci

Ripresa

Avanti, avanti, o indomito destrier de gl’inni alato!
Obliar vo’ nel rapido corso l’inerte fato,
I gravi e oscuri dí.
Ricordi tu, bel sauro, quando al tuo primo salto
I falchi salutarono augurando ne l’alto
E il bufolo muggí?

Ricordi tu le vedove piagge del mar toscano,
Ove china su ’l nubilo inseminato piano
La torre feudal
Con lunga ombra di tedio da i colli arsicci e foschi
Veglia de le rasenie cittadi in mezzo a’ boschi
Il sonno sepolcral,

Mentre tormenta languido sirocco gli assetati
Caprifichi che ondeggiano su i gran massi quadrati
Verdi tra il cielo e il mar,
Su i gran massi cui vigile il mercator tirreno
Saliva, le fenicie rosse vele nel seno
Azzurro ad aspettar?

Ricordi Populonia, e Roselle, e la fiera
Torre di Donoratico a la cui porta nera
Conte Ugolin bussò
Con lo scudo e con l’aquile a la Meloria infrante,
Il grand’ elmo togliendosi da la fronte che Dante
Ne l’inferno ammirò?

Or (dolce a la memoria) una quercia su ’l ponte
Levatoio verdeggia e bisbiglia, e del conte
Novella il cacciator
Quando al purpureo vespero su la bertesca infida
I falchetti famelici empiono il ciel di strida
E il can guarda al clamor.

Là tu crescesti, o sacro destrier de gl’ inni, meco;
E la pietra pelasgica ed il tirreno speco
Fûro il mio solo altar;
E con me nel silenzio meridïan fulgente
I lucumoni e gli àuguri de la mia prima gente
Veníano a conversar.

E tu pascevi, o alivolo corridore, la biada
Che ne’ solchi de i secoli aperti con la spada
Dal console roman
Dante, etrusco pontefice redivivo, gettava;
Onde al cielo il tuo florido terzo maggio esultava,
Comune italïan,

Tra le germane faide e i salmi nazareni
Esultava nel libero lavoro e ne i sereni
Canti de’ mietitor.
Chi di quell’orzo pascesi, o nobile corsiero,
Ha forti nervi e muscoli, ha gentile ed intero