Poesie di questo tema
Vita ed esistenza
Mario Luzi
L’immensità dell’attimo
Quando tra estreme ombre profonda
in aperti paesi l’estate
rapisce il canto agli armenti
e la memoria dei pastori e ovunque tace
la segreta alacrità delle specie,
i nascituri avvallano
nella dolce volontà delle madri
e preme i rami dei colli e le pianure
aride il progressivo esser dei frutti.
Sulla terra accadono senza luogo,
senza perché le indelebili
verità, in quel soffio ove affondan
leggere il peso le fronde
le navi inclinano il fianco
e l’ansia de’ naviganti a strane coste,
il suono d’ogni voce
perde sé nel suo grembo, al mare al vento.
in aperti paesi l’estate
rapisce il canto agli armenti
e la memoria dei pastori e ovunque tace
la segreta alacrità delle specie,
i nascituri avvallano
nella dolce volontà delle madri
e preme i rami dei colli e le pianure
aride il progressivo esser dei frutti.
Sulla terra accadono senza luogo,
senza perché le indelebili
verità, in quel soffio ove affondan
leggere il peso le fronde
le navi inclinano il fianco
e l’ansia de’ naviganti a strane coste,
il suono d’ogni voce
perde sé nel suo grembo, al mare al vento.
Mario Luzi
L’ultima ora
Quando senti mancar la voce
pensò che doveva riposare
e per sempre, senza cantare,
sulla terra e colle braccia in croce.
Ma volle morire lungo un fosso,
dove c’era tutto il sapore
del suo paese, e averlo nel cuore
mentre cantava un pettirosso.
E itigli gli fecer compagnia
a finire insieme la sera
nel profumo della primavera
su un lembo di malinconia.
pensò che doveva riposare
e per sempre, senza cantare,
sulla terra e colle braccia in croce.
Ma volle morire lungo un fosso,
dove c’era tutto il sapore
del suo paese, e averlo nel cuore
mentre cantava un pettirosso.
E itigli gli fecer compagnia
a finire insieme la sera
nel profumo della primavera
su un lembo di malinconia.
Mario Luzi
Mattino, lucentezza ultramondana
Mattino, lucentezza ultramondana.
In noi uno risponde
presente! non si sa mai quale chiama
dal cielo, dalla terra, dall’abisso
che li tiene,
pure riluttanti, insieme.
Frasi,
lo siamo di una preghiera arcana.
Orante chi? Si forma
lei, chissà,
nel travaglio delle ere,
nella devastazione delle età.
L’essere effonde
a se stesso il suo sorriso,
oggi paradiso è qui.
In noi uno risponde
presente! non si sa mai quale chiama
dal cielo, dalla terra, dall’abisso
che li tiene,
pure riluttanti, insieme.
Frasi,
lo siamo di una preghiera arcana.
Orante chi? Si forma
lei, chissà,
nel travaglio delle ere,
nella devastazione delle età.
L’essere effonde
a se stesso il suo sorriso,
oggi paradiso è qui.
Mario Luzi
Nell’imminenza dei quarant’anni
Il pensiero m’insegue in questo borgo
cupo ove corre un vento d’altipiano
e il tuffo del rondone taglia il filo
sottile in lontananza dei monti.
Sono tra poco quarant’anni d’ansia,
d’uggia, d’ilarità improvvise, rapide
com’è rapida a marzo la ventata
che sparge luce e pioggia, son gli indugi,
lo strappo a mani tese dai miei cari,
dai miei luoghi, abitudini di anni
rotte a un tratto che devo ora comprendere.
L’albero di dolore scuote i rami...
Si sollevano gli anni alle mie spalle
a sciami. Non fu vano, è questa l’opera
che si compie ciascuno e tutti insieme
i vivi i morti, penetrare il mondo
opaco lungo vie chiare e cunicoli
fitti d’incontri effimeri e di perdite
o d’amore in amore o in uno solo
di padre in figlio fino a che sia limpido.
E detto questo posso incamminarmi
spedito tra l’eterna compresenza
del tutto nella vita nella morte,
sparire nella polvere o nel fuoco
se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.
cupo ove corre un vento d’altipiano
e il tuffo del rondone taglia il filo
sottile in lontananza dei monti.
Sono tra poco quarant’anni d’ansia,
d’uggia, d’ilarità improvvise, rapide
com’è rapida a marzo la ventata
che sparge luce e pioggia, son gli indugi,
lo strappo a mani tese dai miei cari,
dai miei luoghi, abitudini di anni
rotte a un tratto che devo ora comprendere.
L’albero di dolore scuote i rami...
Si sollevano gli anni alle mie spalle
a sciami. Non fu vano, è questa l’opera
che si compie ciascuno e tutti insieme
i vivi i morti, penetrare il mondo
opaco lungo vie chiare e cunicoli
fitti d’incontri effimeri e di perdite
o d’amore in amore o in uno solo
di padre in figlio fino a che sia limpido.
E detto questo posso incamminarmi
spedito tra l’eterna compresenza
del tutto nella vita nella morte,
sparire nella polvere o nel fuoco
se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.
Mario Luzi
Perché luce
Perché, luce, ti ritrai
da me nelle cose guardate
e più addentro ancora
nelle altre non vedute?
Chiusa la storia, cancellata la persona,
perso o vinto l’agone?
Oppure
è l’altro che matura
e splende, l’amore pieno,
il pieno annientamento
in cosa? in che unica sostanza,
in che totale inessenza —
impossibile saperlo,
non c’è testimone, non c’è canto?
Lei pensa o sogna che qualcuno pensi
nel risucchio di pace
del mulinello cruento...
da me nelle cose guardate
e più addentro ancora
nelle altre non vedute?
Chiusa la storia, cancellata la persona,
perso o vinto l’agone?
Oppure
è l’altro che matura
e splende, l’amore pieno,
il pieno annientamento
in cosa? in che unica sostanza,
in che totale inessenza —
impossibile saperlo,
non c’è testimone, non c’è canto?
Lei pensa o sogna che qualcuno pensi
nel risucchio di pace
del mulinello cruento...
Mario Luzi
Punto estremo. Nessuno
Punto estremo.
Nessun punto più alto,
né
di più aspra
e diamantina tempra.
Non può,
oltre, andare
né da esso
recedere la mente.
O così ti pare.
E intanto muta
tutto — e anche tu —
in se stesso: e mutuamente.
Nessun punto più alto,
né
di più aspra
e diamantina tempra.
Non può,
oltre, andare
né da esso
recedere la mente.
O così ti pare.
E intanto muta
tutto — e anche tu —
in se stesso: e mutuamente.
Mario Luzi
Senior
Ai vecchi
tutto è troppo.
Una lacrima nella fenditura
della roccia può vincere
la sete quando è così scarsa. Fine
e vigilia della fine chiedono
poco, parlano basso.
Ma noi, nel pieno dell’età,
nella fornace dei tempi, noi? Pensaci.
tutto è troppo.
Una lacrima nella fenditura
della roccia può vincere
la sete quando è così scarsa. Fine
e vigilia della fine chiedono
poco, parlano basso.
Ma noi, nel pieno dell’età,
nella fornace dei tempi, noi? Pensaci.
Massimo Bontempelli
Cori, 1.
FOGLIE:
Dai pensieri dell’albero
cadiamo.
Non eravamo stanche.
Nel cuore dell’albero
le foglie nuove son mille.
Quando noi saremo niente
l’albero sarà tutto verde.
GOCCIOLE:
Le figlie dell’albero
sono cadute e niente.
Noi noi
viviamo fulgide
di raggi
brividi.
RAGGI:
Scivolo. Corro. Mia
questa goccia. Questa, mia.
Qui stiamo in cento.
Quando l’animo è contento
tutto l’albero scintilla.
Brilla,
gocciastella.
L’albero zampilla
di pupille.
Dai pensieri dell’albero
cadiamo.
Non eravamo stanche.
Nel cuore dell’albero
le foglie nuove son mille.
Quando noi saremo niente
l’albero sarà tutto verde.
GOCCIOLE:
Le figlie dell’albero
sono cadute e niente.
Noi noi
viviamo fulgide
di raggi
brividi.
RAGGI:
Scivolo. Corro. Mia
questa goccia. Questa, mia.
Qui stiamo in cento.
Quando l’animo è contento
tutto l’albero scintilla.
Brilla,
gocciastella.
L’albero zampilla
di pupille.
Maurizio Cucchi
Al Cairo
*
Le case degli operai
avevano i cortili a sassi
che davano in altri cortili.
Penso al foppone della peste,
osservo il giallo della Polveriera
e ti aspetto qui fuori,
al Cairo, tra le bisce del portone.
*
E siano per sempre benedetti
i nostri cuori senza nome.
Guardo le ossa a croce della Schola
gratto le carte dell’Ornato fabbriche
fiutando un muso di padrone,
le sue pareti di polvere.
E c’era una nonnina bogianen,
le righe nere un ghigno e il cappellino,
forse venuta dalla Portascia delle uova
a un passo dai giardini dei pavoni.
Lei conosceva lo stradone di Loreto,
il pullulare e l’umido, le scale
e la stanzetta di mia madre
la mia finestra di bambino.
*
L’uomo della Bovisa non poteva immaginare
che il suo avvenire, così presto,
sarebbe diventato preistoria.
Torna e rimugina quei nomi: la Società Smeriglio,
l’Officina del Gas e scopre come un monumento
la torre di mattoni altissima,
dove dentro gli operai si arrampicavano.
In un oblio forse sognante, quei diroccamenti
e le navate al sole o nella palta,
gli immensi alberi strani contro il cielo, nelle refezioni,
gli insegnano la muta dignità delle rovine.
*
La casa dei lavandai
offre con calma il suo trapasso,
scivola e gronda alla Martesana,
vicino agli orti luridi,
alle strutture afone e a un bambino
che si incammina quieto nella melma.
Il viaggiatore torna curioso sui suoi passi,
tra i padiglioni che fluttuano ingabbiati,
obliqui, semisommersi dalle alghe.
Pensa a una tinozza di piume e di calore,
tira su il bavero e riflette
su queste transizioni.
Le case degli operai
avevano i cortili a sassi
che davano in altri cortili.
Penso al foppone della peste,
osservo il giallo della Polveriera
e ti aspetto qui fuori,
al Cairo, tra le bisce del portone.
*
E siano per sempre benedetti
i nostri cuori senza nome.
Guardo le ossa a croce della Schola
gratto le carte dell’Ornato fabbriche
fiutando un muso di padrone,
le sue pareti di polvere.
E c’era una nonnina bogianen,
le righe nere un ghigno e il cappellino,
forse venuta dalla Portascia delle uova
a un passo dai giardini dei pavoni.
Lei conosceva lo stradone di Loreto,
il pullulare e l’umido, le scale
e la stanzetta di mia madre
la mia finestra di bambino.
*
L’uomo della Bovisa non poteva immaginare
che il suo avvenire, così presto,
sarebbe diventato preistoria.
Torna e rimugina quei nomi: la Società Smeriglio,
l’Officina del Gas e scopre come un monumento
la torre di mattoni altissima,
dove dentro gli operai si arrampicavano.
In un oblio forse sognante, quei diroccamenti
e le navate al sole o nella palta,
gli immensi alberi strani contro il cielo, nelle refezioni,
gli insegnano la muta dignità delle rovine.
*
La casa dei lavandai
offre con calma il suo trapasso,
scivola e gronda alla Martesana,
vicino agli orti luridi,
alle strutture afone e a un bambino
che si incammina quieto nella melma.
Il viaggiatore torna curioso sui suoi passi,
tra i padiglioni che fluttuano ingabbiati,
obliqui, semisommersi dalle alghe.
Pensa a una tinozza di piume e di calore,
tira su il bavero e riflette
su queste transizioni.
Maurizio Cucchi
Da miserabile ebbe il momento
Da miserabile ebbe il momento di sublime gloria.
La portavano via su una carretta,
come un pacco di morte.
L’aspettava un palco di pietra, carico di legna,
nel mercato.
I soldati avevano asce e mazze,
e un boia l’aspettava.
C’erano monaci viola
che biascicavano dei paternoster.
Ti ergevi ancora.
Tu mi ascolti, dall’alto delle tue fascine,
e la tua forma bianca, tra le fiamme,
riverbera nella mia mente.
Chiedevi una croce e un inglese
ne fece una con due pezzetti di legno
e te la diede.
La portavano via su una carretta,
come un pacco di morte.
L’aspettava un palco di pietra, carico di legna,
nel mercato.
I soldati avevano asce e mazze,
e un boia l’aspettava.
C’erano monaci viola
che biascicavano dei paternoster.
Ti ergevi ancora.
Tu mi ascolti, dall’alto delle tue fascine,
e la tua forma bianca, tra le fiamme,
riverbera nella mia mente.
Chiedevi una croce e un inglese
ne fece una con due pezzetti di legno
e te la diede.
Maurizio Cucchi
Hotel Riviera
Hotel Riviera
Calcando terra, davanti al lavandino,
c’era una roccia fluida,
una madre 0 una sposa,
un albero davanti al mare,
nubi vaganti...
Mi fermo in una stampa desolata
dove finisce il viaggio.
Sono all’ Hotel Riviera,
tra camion e le giostre,
osservo l’acqua piatta,
passa la scia dei canottieri.
Calcando terra, davanti al lavandino,
c’era una roccia fluida,
una madre 0 una sposa,
un albero davanti al mare,
nubi vaganti...
Mi fermo in una stampa desolata
dove finisce il viaggio.
Sono all’ Hotel Riviera,
tra camion e le giostre,
osservo l’acqua piatta,
passa la scia dei canottieri.
Maurizio Cucchi
Il corpo era lassù
Il corpo era lassù,
era come planasse sulla folla.
Osservava le cime degli alberi, i campanili, il cielo,
sentiva il poco vento nella primavera.
Gridava, poi, nel soffoco, nel fumo:
“erano vere, erano Dio,
le mie luci, le voci !”.
Quelle lingue leccavano
i suoi piedi, la camicia,
salivano ai capelli.
Attorcigliata, gli occhi rovesciati,
la fiamma mangiava spalle e mani, le gambe...
cercava di chiudere sul petto
le braccia in croce,
ma le cadevano.
Si inabissava
tutto il suo corpo formidabile...
era come planasse sulla folla.
Osservava le cime degli alberi, i campanili, il cielo,
sentiva il poco vento nella primavera.
Gridava, poi, nel soffoco, nel fumo:
“erano vere, erano Dio,
le mie luci, le voci !”.
Quelle lingue leccavano
i suoi piedi, la camicia,
salivano ai capelli.
Attorcigliata, gli occhi rovesciati,
la fiamma mangiava spalle e mani, le gambe...
cercava di chiudere sul petto
le braccia in croce,
ma le cadevano.
Si inabissava
tutto il suo corpo formidabile...
Maurizio Cucchi
L’ospite bilanciato
da Chagall e Velasquez
Prima persona o terza ben confuse
e le due teste sovrapposte ai vetri verdi:
le due figure sono forse una.
Disteso lunghissimo di legno
il capo nell’erba, il cappello caduto
nel verde spalmato, bagnato,
il pino, il cielo lilla e il tetto dell’infanzia,
le braccia al cuore a croce,
lo steccato:
ma forse è un pretesto di narciso.
Di casa eppure estraneo,
provvisorio e centrale aspirato
in un risucchio di luce
dietro la piccola folla delle damigelle,
i sovrani, il cane, i nani,
I
l’artefice, l’ospite bilanciato.
Eccomi, sono lui,
i piedi sui gradini
della porta a un passo
dalla luce bianca del mondo
che c’è fuori.
Prima persona o terza ben confuse
e le due teste sovrapposte ai vetri verdi:
le due figure sono forse una.
Disteso lunghissimo di legno
il capo nell’erba, il cappello caduto
nel verde spalmato, bagnato,
il pino, il cielo lilla e il tetto dell’infanzia,
le braccia al cuore a croce,
lo steccato:
ma forse è un pretesto di narciso.
Di casa eppure estraneo,
provvisorio e centrale aspirato
in un risucchio di luce
dietro la piccola folla delle damigelle,
i sovrani, il cane, i nani,
I
l’artefice, l’ospite bilanciato.
Eccomi, sono lui,
i piedi sui gradini
della porta a un passo
dalla luce bianca del mondo
che c’è fuori.
Maurizio Cucchi
Lettera e preghiera
Caro perduto Luigi
sei oggi più tenero, inerme fratello
nel mio mutato pensiero.
È bianca la tua pelle, come carta,
e io ci scrivo.
È questo il saluto e sarà più leggero
il sacrificio dell’anima.
Sul lieto silenzio di un prato
si posa l’ombra dell’ultima parola.
Abbi comunque pace
e l’abbia chi ha taciuto. Siamo noi
il corpo dell’economia.
sei oggi più tenero, inerme fratello
nel mio mutato pensiero.
È bianca la tua pelle, come carta,
e io ci scrivo.
È questo il saluto e sarà più leggero
il sacrificio dell’anima.
Sul lieto silenzio di un prato
si posa l’ombra dell’ultima parola.
Abbi comunque pace
e l’abbia chi ha taciuto. Siamo noi
il corpo dell’economia.
Maurizio Cucchi
Lui se ne andò
Lui se ne andò gettandoci
nell’improvviso smarrimento.
In un sacchetto della polizia,
ecco gli assegni, il pettine,
la benda per il polso...
Ciao, dico, adesso senza più tremare.
Io ti ho salvato, ascoltami.
Ti lascio il meglio del mio cuore
e con il bacio della gratitudine,
questa serenità commossa.
nell’improvviso smarrimento.
In un sacchetto della polizia,
ecco gli assegni, il pettine,
la benda per il polso...
Ciao, dico, adesso senza più tremare.
Io ti ho salvato, ascoltami.
Ti lascio il meglio del mio cuore
e con il bacio della gratitudine,
questa serenità commossa.
Maurizio Cucchi
Poesia della fonte
*
Sul tetto di roccia strapiombano
le rovine dell’ospite.
Io mi incammino tra i passeggeri e i vigili
in nulla differente di visibile.
Però cerco una fonte che sia sola mia.
*
Forse la fonte è una frase.
Una domanda spaccata, una figura
che copre un’altra figura
e un’altra ancora.
Ma non all’infinito.
Sul tetto di roccia strapiombano
le rovine dell’ospite.
Io mi incammino tra i passeggeri e i vigili
in nulla differente di visibile.
Però cerco una fonte che sia sola mia.
*
Forse la fonte è una frase.
Una domanda spaccata, una figura
che copre un’altra figura
e un’altra ancora.
Ma non all’infinito.
Maurizio Cucchi
Ricerca; relazione
Rinvenuto tra gli effetti personali abbandonati
un diario intimo ricco di annotazioni. Decifrate
eccole trasmesse in elenco privo di nessi.
«Era un gran bel ragazzo mongoloide.»
(Ci faremo amici?)
Potrei misurare il tempo
secondo il metro dei bambini.
Che cos’altro se non accucciare
il piede in fondo al letto o mettere la mano
sotto il cuscino soffice, al sicuro?
Ecco, star lì coi gomiti sul tavolo le mani sulla faccia
a porgere l’orecchio, a farmi raccontare
certi dettagli minimi della famiglia.
ea aa
Via Pantano 13 antica casa signorile.
Andati in cerca dell’orafo Guelfi per le vere?
La bottega non c’è più. La portinaia è molto anziana
sì chiama Filomena è secca e minuta. La casa mi piace.
Vecchia,
scale larghe, vetrate colorate. Ci devo tornare.
Un altro itinerario un’altra pista
è suggerita da un povero diavolo: basco
sciarpa, giacchetta, bici
e la cartella in canna. Diversamente la mamma
galoppa sull’altra via: «Non sai nemmeno
che cosa prendo» dice
«Certe volte il 90 e dopo il 23.»
Poi ho cambiato vestito, ho fatto la valigia
e son fuggito in motorino.
alternativa:
Poi sono andato in camera, seduto al tavolo,
ho compilato un curriculum, risposto a un’inserzione.
e
Briccone d’un mongoloide (ah! ragazzaccio ...)
La moglie: «ultimamente camminava a zig-zag
o con i piedi in dentro. O anche, milanese,
prendeva accenti strani. Che so, veneto, romagnolo,
toscano».
La madre: «cambiava gusto dall’oggi col domani,
perdeva la memoria. Aveva sempre gli occhi rossi».
Dichiarazioni telefoniche rilasciate agli amici
interrotte di colpo:
«in condizioni
di sonno o veglia fermi a letto
un etto di cicoria,
un ravanello o due ti può bastare.»
«È stato così che ho fatto, quel mattino,
l’ultimo bagno nel tepore del liquido amniotico.» (so-spirando)
Il medico aveva già parlato sibillino.
«Regressione. Identità. Qualificarsi.»
E, d’altro canto, fu facile osservarlo
rannicchiato sopra il suo pagliericcio
in posizione di feto. Nell’incubo faceva:
«Io parlo da solo fin da piccolo.
certo che ho riflettuto, ma non mi trovo più ...»
Adesso non sappiamo dove diavolo sia.
un diario intimo ricco di annotazioni. Decifrate
eccole trasmesse in elenco privo di nessi.
«Era un gran bel ragazzo mongoloide.»
(Ci faremo amici?)
Potrei misurare il tempo
secondo il metro dei bambini.
Che cos’altro se non accucciare
il piede in fondo al letto o mettere la mano
sotto il cuscino soffice, al sicuro?
Ecco, star lì coi gomiti sul tavolo le mani sulla faccia
a porgere l’orecchio, a farmi raccontare
certi dettagli minimi della famiglia.
ea aa
Via Pantano 13 antica casa signorile.
Andati in cerca dell’orafo Guelfi per le vere?
La bottega non c’è più. La portinaia è molto anziana
sì chiama Filomena è secca e minuta. La casa mi piace.
Vecchia,
scale larghe, vetrate colorate. Ci devo tornare.
Un altro itinerario un’altra pista
è suggerita da un povero diavolo: basco
sciarpa, giacchetta, bici
e la cartella in canna. Diversamente la mamma
galoppa sull’altra via: «Non sai nemmeno
che cosa prendo» dice
«Certe volte il 90 e dopo il 23.»
Poi ho cambiato vestito, ho fatto la valigia
e son fuggito in motorino.
alternativa:
Poi sono andato in camera, seduto al tavolo,
ho compilato un curriculum, risposto a un’inserzione.
e
Briccone d’un mongoloide (ah! ragazzaccio ...)
La moglie: «ultimamente camminava a zig-zag
o con i piedi in dentro. O anche, milanese,
prendeva accenti strani. Che so, veneto, romagnolo,
toscano».
La madre: «cambiava gusto dall’oggi col domani,
perdeva la memoria. Aveva sempre gli occhi rossi».
Dichiarazioni telefoniche rilasciate agli amici
interrotte di colpo:
«in condizioni
di sonno o veglia fermi a letto
un etto di cicoria,
un ravanello o due ti può bastare.»
«È stato così che ho fatto, quel mattino,
l’ultimo bagno nel tepore del liquido amniotico.» (so-spirando)
Il medico aveva già parlato sibillino.
«Regressione. Identità. Qualificarsi.»
E, d’altro canto, fu facile osservarlo
rannicchiato sopra il suo pagliericcio
in posizione di feto. Nell’incubo faceva:
«Io parlo da solo fin da piccolo.
certo che ho riflettuto, ma non mi trovo più ...»
Adesso non sappiamo dove diavolo sia.
Meo de' Tolomei
Si fortemente l’altrier fu’ malato
Sì fortemente l’altrier fu? malato,
ca tutt’avfa perduto ’] favellare;
e mie madre, per farmi imegliorare,
arrecomm’un velen si temperato,
ch’averfa, non che me, m’attossicato
el mar, e disse: — Béi, non dubitare! —
Ed i’ feci per cenni: — A me non pare —;
di non bere nel me’ cor fui fermato,
Ed ella disse: — Odi, che pur berrai,
10 e questa prova perder ti faraggio! —
Allor de la paura terminai,
e cominciai a dir: — Nessun mal aggio —.
Né bevvi da sua man né berrò mai,
né bevere’ se mi facesse saggio,
ca tutt’avfa perduto ’] favellare;
e mie madre, per farmi imegliorare,
arrecomm’un velen si temperato,
ch’averfa, non che me, m’attossicato
el mar, e disse: — Béi, non dubitare! —
Ed i’ feci per cenni: — A me non pare —;
di non bere nel me’ cor fui fermato,
Ed ella disse: — Odi, che pur berrai,
10 e questa prova perder ti faraggio! —
Allor de la paura terminai,
e cominciai a dir: — Nessun mal aggio —.
Né bevvi da sua man né berrò mai,
né bevere’ se mi facesse saggio,
Michelangelo
Carico d’anni e di peccati pieno
Carico d’anni e di peccati pieno
e col trist’uso radicato e forte,
vicin mi veggio a l’una e l’altra morte,
e parte ’l cor nutrisco di veleno.
Né propie forze ho, c’al bisogno sièno
per cangiar vita, amor, costume o sorte,
senza le tuo divine e chiare scorte,
d’ogni fallace corso guida e freno.
Signor mie car, non basta che m’invogli
c’aspiri al ciel sol perché l’alma sia,
non come prima, di nulla, creata.
Anzi che del mortal la privi e spogli,
prego m’ammezzi l’alta e erta via,
e fie più chiara e certa la tornata.
e col trist’uso radicato e forte,
vicin mi veggio a l’una e l’altra morte,
e parte ’l cor nutrisco di veleno.
Né propie forze ho, c’al bisogno sièno
per cangiar vita, amor, costume o sorte,
senza le tuo divine e chiare scorte,
d’ogni fallace corso guida e freno.
Signor mie car, non basta che m’invogli
c’aspiri al ciel sol perché l’alma sia,
non come prima, di nulla, creata.
Anzi che del mortal la privi e spogli,
prego m’ammezzi l’alta e erta via,
e fie più chiara e certa la tornata.
Michelangelo
Giunto è già ’l corso della vita mia
Giunto è già ’l corso della vita mia,
con tempestoso mar, per fragil barca,
al comun porto, ov’a render si varca
conto e ragion d’ogni opra trista e pia.
Onde l’affettüosa fantasia
che l’arte mi fece idol e monarca
conosco or ben com’era d’error carca
e quel c’a mal suo grado ogn’uom desia.
Gli amorosi pensier, già vani e lieti,
che fien or, s’a duo morte m’avvicino?
D’una so ’l certo, e l’altra mi minaccia.
Né pinger né scolpir fie più che quieti
l’anima, volta a quell’amor divino
c’aperse, a prender noi, ’n croce le braccia.
con tempestoso mar, per fragil barca,
al comun porto, ov’a render si varca
conto e ragion d’ogni opra trista e pia.
Onde l’affettüosa fantasia
che l’arte mi fece idol e monarca
conosco or ben com’era d’error carca
e quel c’a mal suo grado ogn’uom desia.
Gli amorosi pensier, già vani e lieti,
che fien or, s’a duo morte m’avvicino?
D’una so ’l certo, e l’altra mi minaccia.
Né pinger né scolpir fie più che quieti
l’anima, volta a quell’amor divino
c’aperse, a prender noi, ’n croce le braccia.
Michelangelo
Giunto è già ’l corso della vita mia
Giunto è già ’l corso della vita mia,
con tempestoso mar, per fragil barca,
al comun porto, ov’a render si varca
conto e ragion d’ogni opra trista e pia.
Onde l’affettüosa fantasia
che l’arte mi fece idol e monarca
conosco or ben com’era d’error carca
e quel c’a mal suo grado ogn’uom desia.
Gli amorosi pensier, già vani e lieti,
che fien or, s’a duo morte m’avvicino?
D’una so ’l certo, e l’altra mi minaccia.
Né pinger né scolpir fie più che quieti
l’anima, volta a quell’amor divino
c’aperse, a prender noi, ’n croce le braccia.
con tempestoso mar, per fragil barca,
al comun porto, ov’a render si varca
conto e ragion d’ogni opra trista e pia.
Onde l’affettüosa fantasia
che l’arte mi fece idol e monarca
conosco or ben com’era d’error carca
e quel c’a mal suo grado ogn’uom desia.
Gli amorosi pensier, già vani e lieti,
che fien or, s’a duo morte m’avvicino?
D’una so ’l certo, e l’altra mi minaccia.
Né pinger né scolpir fie più che quieti
l’anima, volta a quell’amor divino
c’aperse, a prender noi, ’n croce le braccia.
Michelangelo
La forza d’un bel volto al ciel mi sprona
La forza d’un bel volto al ciel mi sprona
(ch’altro in terra non c’è che mi diletti)
e vivo ascendo tra gli spirti eletti,
grazia ch’ad uom mortal raro si dona.
Si ben col suo Fattor l’opra consuona,
ch’a lui mi levo divin concetti;
e quivi informo i pensier tutti e i detti
ardendo, amando per gentil persona.
Onde, se mai da due begli occhi il guardo
torcer non so, conosco in lor la luce
che mi mostra la via ch’a Dio mi guide.
E se nel lume loro acceso io ardo,
nel nobil foco mio dolce riluce
la gioia che nel cielo eterna ride.
(ch’altro in terra non c’è che mi diletti)
e vivo ascendo tra gli spirti eletti,
grazia ch’ad uom mortal raro si dona.
Si ben col suo Fattor l’opra consuona,
ch’a lui mi levo divin concetti;
e quivi informo i pensier tutti e i detti
ardendo, amando per gentil persona.
Onde, se mai da due begli occhi il guardo
torcer non so, conosco in lor la luce
che mi mostra la via ch’a Dio mi guide.
E se nel lume loro acceso io ardo,
nel nobil foco mio dolce riluce
la gioia che nel cielo eterna ride.
Michele Sovente
Dilà
Di là, stretta nella sua pelle, come la
pietra antica e la clessidra che si ostina
a misurare 1] trascorrere rovinoso
dei venti, dei pensieri, nel lattiginoso
silenzio, nell’immensa brina, di là
sta Cuma, la Sibilla che delira.
pietra antica e la clessidra che si ostina
a misurare 1] trascorrere rovinoso
dei venti, dei pensieri, nel lattiginoso
silenzio, nell’immensa brina, di là
sta Cuma, la Sibilla che delira.
Michele Sovente
Neapolis
Fittamente colloquiando sotto
l’arco rumoroso di Portalba
nel luccichio delle librerie, io
e un’amica di università - qualche
ruga ne sottolinea gli anni - ricordiamo
l’antico fuoco del sapere quando
l’illustre cattedratico nutriva
con succulente parole i centomila
fantasmi letterari, gli amari
sottintesi della storia. Ci pare, ora,
ridotto a cenere quel fuoco dacché
la vita ben altre verità ci impone
e la città, questa mai troppo
intossicata Neapolis, murata
nelle sublimi sue rovine, la nostra
voce spinge verso la buia feritoia
di un palazzo assai glorioso
che muffe e larve ingoia. Eppure
su noi due il sole dilaga.
l’arco rumoroso di Portalba
nel luccichio delle librerie, io
e un’amica di università - qualche
ruga ne sottolinea gli anni - ricordiamo
l’antico fuoco del sapere quando
l’illustre cattedratico nutriva
con succulente parole i centomila
fantasmi letterari, gli amari
sottintesi della storia. Ci pare, ora,
ridotto a cenere quel fuoco dacché
la vita ben altre verità ci impone
e la città, questa mai troppo
intossicata Neapolis, murata
nelle sublimi sue rovine, la nostra
voce spinge verso la buia feritoia
di un palazzo assai glorioso
che muffe e larve ingoia. Eppure
su noi due il sole dilaga.