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Poesie di questo tema

Vita ed esistenza

Piero Jahier

Piero Jahier

Mare

Hanno preso il suo figliolo ànno preso

quello che l’era appena rilevato
e per andà non può essere andato
che nel posto più brutto indifeso.

E per restà non può esser restato
che dove tronca la vita le granate
e quando ànno finito di troncare
scendono le valanghe a sotterrare.

E se non scrive è che vuol ritornare
1° e queste notti è camminato camminato

per chiedere una muta alla sua mare.
La muta era ben pronta al davanzale
e alla finestra mare l’à aspettato.
L’à aspettato infino alla mattina
° quando squilla la tromba repentina

e alla sua casa non può più rivare.

Hanno preso il suo figliolo alla mare
*
Hanno preso il suo tosàt ànno preso
quel ch’era così tanto delicato
e si ritrova lontano trasportato
nel bastimento sopra l’acqua acceso.

Di giorno il bastimento gli cammina
ma nella notte è sempre arrestato
e tutte l’acque bussan per entrare
dove il suo tosatè] sta addormentato.

Hanno preso il suo tosàt alla mare
*
Hanno preso il suo omo ànno preso
quello che la doveva accompagnare
che avea giurato davanti all’altare
°”

di non lasciarla sola a questo peso.

Lui coi suoi bòcia è contento di andare
non si è quasi voltato a salutare

Ma ànno preso il suo omo alla mare.
*
E la mattina si è levata a solo
e à messo tutte le sue filigrane;
à beverato le sue armente chiare;
à steso tutti i suoi panni a asciugare;

à agganciato il più grande suo paiolo;
DN

à apparecchiato il più bel fuoco acceso
fi

e dopo si è seduta al focolare.

Anche se tornano non si può più alzare.
Hanno preso ànno preso anche la mare.

Parrocchia di Sargnano.
Ruggieri Apuliese

Ruggieri Apuliese

Umile sono ed orgoglioso

Umile sono ed orgoglioso,
prode e vile e coragioso,
franco e sicuro e pauroso,
e son folle e sagio
e dolente e allegro e gioioso,
largo e scarso e dubitoso,
cortese e villano e noioso;
facciomi pro e danagio,
e diragiovi, buona gente, como
male e bene agio più di null’omo.

Povero e ricco e disasciato
sono e fermo e malato,
giovane e vecchio ed agravato
e sano spessamente;
metrcede faccio e peccato,
chio favello e non sono nato;
sono disciolto e legat’ò
lo core e la mente.
Or intendete di ciò la ragione:
giorno e notte istò ’n pensagione,

‘ Umile son, quando la veo,
e orgoglioso, ché goleo
quella per cui eo mi deleo
s’io la potesse avire;
e sono pro’ per lei, ch’è deo,
tant’è chiaro il suo splendeo;

6. largo e scarso: di mezzi, ma indica, piuttosto che uno
to, una pratica; dubitoso: timoroso, incerto.
8. danagio: danno.
disasciato: disagiato.
12. fermo: in ottima salute. 13. agrav
in pessima salute.
15. mercede: il contrario di “peccato,” atto
toso o meritorio. 22. goleo: bramo, mi fa gola.
23. deleo: stru
lo mio coragio a dire;
franco e sicuro sono ch’io vi ’ntendo,
e pauroso ché non agio amendo.

Savio sono petch’io non dico
d’orgoglio, né accatto nemico;
e sono folle ch’io mi ’mbrico
in così alto amore;
e villano, ch’io mi disdico
di tutte l’altre essere amico;
e son cortese, chio gastigo
di villania I mio core;
agione pro’, ch’io ne sono insegnato,
e danno c’amo e non sono amato.

Largo sono del fino amare
e scarso molto d’ubriare
quella che mi fa pur pensare
la notte e la dia;
di sbaldire mi fa allegrare;
quando la veo non so parlare
e dolente mi fa pur stare,
di sé fa carestia;
agione pro’ per lei ch’è la mia dia,
e male n’ò, che madonna il mi dia.

Ricco sono de la speranza
e povero de disperanza,
e sanami la fina amanza
quando la pos’ vedere;
mò grande male che mi lanza
e fermami la grand’esmanza;
e favello a gran baldanza
tuttor la credo avere.
Ma non son nato a quel chio penzo fare
se madonna non mi degnasse amare.

Legato, non posso fugire
in nulla parte al meo disire;
sono disciolto per servire
tuttotr se mi valesse;
vecchio sono per ubidire
a quella che mi fa morire;
giovane, al buono ver dire,
se madonna volesse;
e fo peccato per lei, ché m’ascondo,
e mercé, ché di mal fare m’ascondo.

Rugeri Apugliesi conti
a Dio com vive a.forti ponti.
Cavalieri e marchesi e conti
dicono in ogne parte
che mali e beni a lui son gionti.
Questo mondo è valli e monti.
Madonna li sembianti à conti,
lo cor m’auna e patte.
E la ventura sempre scende e sale;
tosto aviene a l’omo bene e male,
Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo

Davanti al simulacro d’ilaria del carretto

Sotto tenera luna già i tuoi colli,
lungo il Serchio fanciulle in vesti rosse
e turchine si muovono leggere.
Così al tuo dolce tempo, cara; e Sirio
perde colore, e ogni ora s’allontana,
e il gabbiano s’infuria sulle spiagge
derelitte. Gli amanti vanno lieti
nell’aria di settembre, i loro gesti
accompagnano ombre di parole
che conosci. Non hanno pietà; e tu
tenuta dalla terra, che lamenti?
Sei qui rimasta sola. Il mio sussulto
forse è il tuo, uguale d’ira e di spavento.
Remoti i morti e più ancora i vivi,
i miei compagni vili e taciturni.

neve

Scende la sera: ancora ci lasciate,
o immagini care della terra, alberi,
animali, povera gente chiusa
dentro i mantelli dei soldati, madri

dal ventre inaridito dalle lacrime.
E la neve ci illumina dai prati
come luna. Oh, questi morti. Battete
sulla fronte, battete fino al cuore.
Che urli almeno qualcuno nel silenzio,
in questo cerchio bianco di sepolti.

a me pellegrino

Ecco, ritorno nella quieta piazza:
al tuo balcone solitaria oscilla
la bandiera di festa già trascorsa.
—Riappari—dico. Ma solo l’età
che brama i sortilegi, illuse l’eco
delle cave di pietra abbandonate.
Da quanto non risponde l’invisibile
se chiamo come un tempo nel silenzio!
Non sei più qui, non più il tuo saluto
giunge a me pellegrino. Mai due volte
la gioia si rivela. È batte estrema
luce sul pino che ricorda il mare.
E vana, anche l’immagine dell’acque.

La nostra terra è lontana, nel sud,
calda di lacrime e di lutti. Donne,
laggiù, nei neri scialli
parlano a mezza voce della morte,
sugli usci delle case.