Poesie di questo tema
Vita ed esistenza
Pier Paolo Pasolini
Roberto roversi pomeriggio
Vola a un tratto la palla
oltre la siepe e il campo,
oltre il cancello della villa accanto;
nell’orto è caduta
rosso di pesche morbide e odorose.
Gioietta con un grido corre svelta
e la veste si gonfia come vela
fresca nel vento. Delle ragazze intanto
quale è stesa nel fieno, quale sbuffa
arrossata dal giuoco; a una il volto
riga il sudore e sul labbro scendono
avide stille e lente;
un’altra con lo sguardo affaticato
a un tronco si appoggia, tende
al rezzo il collo e ne è tutta imbevuta.
Ecco Gioietta, torna con la palla
e ha pesche e pere e mele nella gonna
che porge come coppa.
Ognuna afferra un frutto ed essa pure
addenta con gli artigli
candidi un frutto che si spacca,
trepido, al morso e ne discende il succo
per il mento, fiume di fiamma.
Intanto il cielo annera;
ma le fanciulle stanche
non scorgono le nubi
precipitose dai lontani colli,
mentre il vento si arruffa e i capelli
già scomposti solleva;
esili i fiori si scuotono nei campi.
Cade la pioggia rapida
e le ragazze immote,
alcune assorte altre sorridenti,
gettati i frutti osservano stupite
i rami che si spiegano, le foglie
a un tratto cupe. Un contadino corre,
un porco nero e goffo è inseguito
nel campo da un ragazzo scalzo;
tra gli scrosci s’odono
tonfi di finestre rinserrate ...
A un richiamo improvviso
esse, con liete strida,
sotto la pioggia corrono e scompaiono.
oltre la siepe e il campo,
oltre il cancello della villa accanto;
nell’orto è caduta
rosso di pesche morbide e odorose.
Gioietta con un grido corre svelta
e la veste si gonfia come vela
fresca nel vento. Delle ragazze intanto
quale è stesa nel fieno, quale sbuffa
arrossata dal giuoco; a una il volto
riga il sudore e sul labbro scendono
avide stille e lente;
un’altra con lo sguardo affaticato
a un tronco si appoggia, tende
al rezzo il collo e ne è tutta imbevuta.
Ecco Gioietta, torna con la palla
e ha pesche e pere e mele nella gonna
che porge come coppa.
Ognuna afferra un frutto ed essa pure
addenta con gli artigli
candidi un frutto che si spacca,
trepido, al morso e ne discende il succo
per il mento, fiume di fiamma.
Intanto il cielo annera;
ma le fanciulle stanche
non scorgono le nubi
precipitose dai lontani colli,
mentre il vento si arruffa e i capelli
già scomposti solleva;
esili i fiori si scuotono nei campi.
Cade la pioggia rapida
e le ragazze immote,
alcune assorte altre sorridenti,
gettati i frutti osservano stupite
i rami che si spiegano, le foglie
a un tratto cupe. Un contadino corre,
un porco nero e goffo è inseguito
nel campo da un ragazzo scalzo;
tra gli scrosci s’odono
tonfi di finestre rinserrate ...
A un richiamo improvviso
esse, con liete strida,
sotto la pioggia corrono e scompaiono.
Piero Bigongiari
È semplice
È tutto così semplice quando anche,
o Signore, pregarti è non volere
se stessi, e le parole è così facile
che colte così presto si corrompano.
° Ma perché si lamenta chi era incerto,
colui che non si stacca dalla dolce
sua nascita, colui che non cammina,
chi non ama o non può continuare
ad amare? Perché, Signore, limiti
1° con l’infinito chi non può volere?
Se io non so pregarti ormai, Signore,
che quando non mi vedo e non mi penso,
ti credo quando pecco,
quando so che mi segui
’
per non lasciarmi troppo solo. È semplice,
come dal letto balzando nel baratro
della vita, perché tutto matura
lontano dalla nostra cecità
ma a portata di mano.
°° Più di così è impossibile tradirti
e con questa letizia che non ha
confine col dolore, ma che esso
lasciò per ricordarsi nel tuo regno.
Sempre oltrepasso il segno
?” per essere sicuro alle mie spalle. 3 dicembre ‘451.
o Signore, pregarti è non volere
se stessi, e le parole è così facile
che colte così presto si corrompano.
° Ma perché si lamenta chi era incerto,
colui che non si stacca dalla dolce
sua nascita, colui che non cammina,
chi non ama o non può continuare
ad amare? Perché, Signore, limiti
1° con l’infinito chi non può volere?
Se io non so pregarti ormai, Signore,
che quando non mi vedo e non mi penso,
ti credo quando pecco,
quando so che mi segui
’
per non lasciarmi troppo solo. È semplice,
come dal letto balzando nel baratro
della vita, perché tutto matura
lontano dalla nostra cecità
ma a portata di mano.
°° Più di così è impossibile tradirti
e con questa letizia che non ha
confine col dolore, ma che esso
lasciò per ricordarsi nel tuo regno.
Sempre oltrepasso il segno
?” per essere sicuro alle mie spalle. 3 dicembre ‘451.
Piero Jahier
Mare
Hanno preso il suo figliolo ànno preso
quello che l’era appena rilevato
e per andà non può essere andato
che nel posto più brutto indifeso.
E per restà non può esser restato
che dove tronca la vita le granate
e quando ànno finito di troncare
scendono le valanghe a sotterrare.
E se non scrive è che vuol ritornare
1° e queste notti è camminato camminato
per chiedere una muta alla sua mare.
La muta era ben pronta al davanzale
e alla finestra mare l’à aspettato.
L’à aspettato infino alla mattina
° quando squilla la tromba repentina
e alla sua casa non può più rivare.
Hanno preso il suo figliolo alla mare
*
Hanno preso il suo tosàt ànno preso
quel ch’era così tanto delicato
e si ritrova lontano trasportato
nel bastimento sopra l’acqua acceso.
Di giorno il bastimento gli cammina
ma nella notte è sempre arrestato
e tutte l’acque bussan per entrare
dove il suo tosatè] sta addormentato.
Hanno preso il suo tosàt alla mare
*
Hanno preso il suo omo ànno preso
quello che la doveva accompagnare
che avea giurato davanti all’altare
°”
di non lasciarla sola a questo peso.
Lui coi suoi bòcia è contento di andare
non si è quasi voltato a salutare
Ma ànno preso il suo omo alla mare.
*
E la mattina si è levata a solo
e à messo tutte le sue filigrane;
à beverato le sue armente chiare;
à steso tutti i suoi panni a asciugare;
à agganciato il più grande suo paiolo;
DN
à apparecchiato il più bel fuoco acceso
fi
e dopo si è seduta al focolare.
Anche se tornano non si può più alzare.
Hanno preso ànno preso anche la mare.
Parrocchia di Sargnano.
quello che l’era appena rilevato
e per andà non può essere andato
che nel posto più brutto indifeso.
E per restà non può esser restato
che dove tronca la vita le granate
e quando ànno finito di troncare
scendono le valanghe a sotterrare.
E se non scrive è che vuol ritornare
1° e queste notti è camminato camminato
per chiedere una muta alla sua mare.
La muta era ben pronta al davanzale
e alla finestra mare l’à aspettato.
L’à aspettato infino alla mattina
° quando squilla la tromba repentina
e alla sua casa non può più rivare.
Hanno preso il suo figliolo alla mare
*
Hanno preso il suo tosàt ànno preso
quel ch’era così tanto delicato
e si ritrova lontano trasportato
nel bastimento sopra l’acqua acceso.
Di giorno il bastimento gli cammina
ma nella notte è sempre arrestato
e tutte l’acque bussan per entrare
dove il suo tosatè] sta addormentato.
Hanno preso il suo tosàt alla mare
*
Hanno preso il suo omo ànno preso
quello che la doveva accompagnare
che avea giurato davanti all’altare
°”
di non lasciarla sola a questo peso.
Lui coi suoi bòcia è contento di andare
non si è quasi voltato a salutare
Ma ànno preso il suo omo alla mare.
*
E la mattina si è levata a solo
e à messo tutte le sue filigrane;
à beverato le sue armente chiare;
à steso tutti i suoi panni a asciugare;
à agganciato il più grande suo paiolo;
DN
à apparecchiato il più bel fuoco acceso
fi
e dopo si è seduta al focolare.
Anche se tornano non si può più alzare.
Hanno preso ànno preso anche la mare.
Parrocchia di Sargnano.
Pietro Aretino
Dammi la lingua
[U.] «Dammi la lingua e apponta i piedi al muro,
stringe le coscie e tiemmi stretto stretto,
lasciatev’ir a riverso sul letto,
che d’altro che di fotter non mi curo.»
[D.] «Ahi, traditor, tu hai che cazzo duro!
Oh come su la potta ci confetto!
Un dì tormelo in culo ti prometto,
e di farlo uscir netto t’assicuro.»
[U.] «Io vi ringrazio, cara Lorenzina.
Mi sforzerò servirvi, ma spingete,
spingete come fa la Ciabattina.»
[D.] «Io farò adesso, e voi quando farete?»
[U.] «Adesso, dammi tutta la lenguina,
ch’io moro.» [D.] «E io…»[U.] «E voi cagion ne sete.
Adunque compirete?»
[D.] «Adesso, adesso faccio, signor mio…
adesso ho fatto.»
[U.] «E io… ahimè, o Dio!»
stringe le coscie e tiemmi stretto stretto,
lasciatev’ir a riverso sul letto,
che d’altro che di fotter non mi curo.»
[D.] «Ahi, traditor, tu hai che cazzo duro!
Oh come su la potta ci confetto!
Un dì tormelo in culo ti prometto,
e di farlo uscir netto t’assicuro.»
[U.] «Io vi ringrazio, cara Lorenzina.
Mi sforzerò servirvi, ma spingete,
spingete come fa la Ciabattina.»
[D.] «Io farò adesso, e voi quando farete?»
[U.] «Adesso, dammi tutta la lenguina,
ch’io moro.» [D.] «E io…»[U.] «E voi cagion ne sete.
Adunque compirete?»
[D.] «Adesso, adesso faccio, signor mio…
adesso ho fatto.»
[U.] «E io… ahimè, o Dio!»
Roberto Roversi
È in atto la scancellazione (29)
È in atto la scancellazione del presente.
O del passato prossimo.
È in atto la scancellazione del passato tutto intero.
Quindi vecchio. Absolument. E in atto
la scancellazione generale si cerca di sovrapporre l’
armatura di un linguaggio comune
mimetizzato da giovane grido
un linguaggio disincantato.
Piacente primavera.
Pixies sortivano leggere.
O del passato prossimo.
È in atto la scancellazione del passato tutto intero.
Quindi vecchio. Absolument. E in atto
la scancellazione generale si cerca di sovrapporre l’
armatura di un linguaggio comune
mimetizzato da giovane grido
un linguaggio disincantato.
Piacente primavera.
Pixies sortivano leggere.
Roberto Roversi
Leggi un poco dovunque (120) .
Leggi un poco dovunque
non stancarti di chiedere e parlare
-- nei film gialli di gangsters americani
la vittima inseguita imbocca un vicolo stretto
e laggiù in fondo c’è un muro
un muro alto un muro insormontabile un muro
con cocci di bottiglia
-- la tensione è ricomposta da quell’ostacolo invalicabile
che si avvicina
mentre nella fanghiglia brulica un fanale
vedere
non stancarti di chiedere e parlare
-- nei film gialli di gangsters americani
la vittima inseguita imbocca un vicolo stretto
e laggiù in fondo c’è un muro
un muro alto un muro insormontabile un muro
con cocci di bottiglia
-- la tensione è ricomposta da quell’ostacolo invalicabile
che si avvicina
mentre nella fanghiglia brulica un fanale
vedere
Roberto Roversi
Ma in questo stupendo intrico (4)
Ma in questo stupendo intrico del vivere
c’è troppa tempesta poco tempo nessuna soddisfazione
mentre aggiungono che la bellezza è andata perduta
e 10 — io confesso che sono stato felice in qualche momento.
Le macchine volanti piegano gli alberi segnati da un vecchio
fuoco
escono fra le foglie gli uomini del futuro
e un ragazzo albino siede davanti alle
pietre
accecato dalla luce
c’è troppa tempesta poco tempo nessuna soddisfazione
mentre aggiungono che la bellezza è andata perduta
e 10 — io confesso che sono stato felice in qualche momento.
Le macchine volanti piegano gli alberi segnati da un vecchio
fuoco
escono fra le foglie gli uomini del futuro
e un ragazzo albino siede davanti alle
pietre
accecato dalla luce
Roberto Roversi
Non ho saputo leggerti (115)
Non ho saputo leggerti mano avara.
Circondata dai cunicoli dai labirinti della vita
e da petali che così osannano
io sono un campo d’autunno
soldati e mendicanti tra i ruderi
- figura esclusa
dal gioco. Lei sola può. Lei è vestita
dalle carte, dal gioco dentro quel raso aperto
con gli occhi da greca.
Al limite di una foresta
nel silenzio sacrifica a un dio.
Nella polvere delle frane
cambiano corso uomini e donne in fuga
- tutto è rimandato
brucia
Circondata dai cunicoli dai labirinti della vita
e da petali che così osannano
io sono un campo d’autunno
soldati e mendicanti tra i ruderi
- figura esclusa
dal gioco. Lei sola può. Lei è vestita
dalle carte, dal gioco dentro quel raso aperto
con gli occhi da greca.
Al limite di una foresta
nel silenzio sacrifica a un dio.
Nella polvere delle frane
cambiano corso uomini e donne in fuga
- tutto è rimandato
brucia
Roberto Roversi
Passo dagli alberi (23)
Passo dagli alberi ai sassi all’uomo
basta un suono o un piccolo stravolgimento per passare
dalle lucciole indifese agli uomini e navigare
o (dico) per passare dagli uomini a lui.
Ascolto con tanta attenzione che beccheggio.
Vulcano non c’entra. Però
bruciarsi le navi alle spalle non è male.
Si può scampare alla vita nella terra dei morti?
Il futuro non è già passato?
basta un suono o un piccolo stravolgimento per passare
dalle lucciole indifese agli uomini e navigare
o (dico) per passare dagli uomini a lui.
Ascolto con tanta attenzione che beccheggio.
Vulcano non c’entra. Però
bruciarsi le navi alle spalle non è male.
Si può scampare alla vita nella terra dei morti?
Il futuro non è già passato?
Roberto Roversi
Sul cofano della Mini Morris (30)
Sul cofano della Mini Morris in corsa
il micidiale gelo del nord portato sul carro di vincitori impetuosi
è approdato in questa pianura con i fiori di vetro.
Il cuore è un guerriero con la lancia in mano
appassita dal vento di una tomba etrusca.
il micidiale gelo del nord portato sul carro di vincitori impetuosi
è approdato in questa pianura con i fiori di vetro.
Il cuore è un guerriero con la lancia in mano
appassita dal vento di una tomba etrusca.
Rocco Scotellaro
È un ritratto tutto piedi
Nella grotta in fondo al vico x
stanno seduti attorno la vecchia morta,
le hanno legate le punte
delle scarpe di suola incerata.
Si vede la faccia lontana sul cuscino
il ventre gonfio di camomilla.
E un ritratto tutto piedi
da questo vano dove si balla.
stanno seduti attorno la vecchia morta,
le hanno legate le punte
delle scarpe di suola incerata.
Si vede la faccia lontana sul cuscino
il ventre gonfio di camomilla.
E un ritratto tutto piedi
da questo vano dove si balla.
Ruggieri Apuliese
Umile sono ed orgoglioso
Umile sono ed orgoglioso,
prode e vile e coragioso,
franco e sicuro e pauroso,
e son folle e sagio
e dolente e allegro e gioioso,
largo e scarso e dubitoso,
cortese e villano e noioso;
facciomi pro e danagio,
e diragiovi, buona gente, como
male e bene agio più di null’omo.
Povero e ricco e disasciato
sono e fermo e malato,
giovane e vecchio ed agravato
e sano spessamente;
metrcede faccio e peccato,
chio favello e non sono nato;
sono disciolto e legat’ò
lo core e la mente.
Or intendete di ciò la ragione:
giorno e notte istò ’n pensagione,
‘ Umile son, quando la veo,
e orgoglioso, ché goleo
quella per cui eo mi deleo
s’io la potesse avire;
e sono pro’ per lei, ch’è deo,
tant’è chiaro il suo splendeo;
6. largo e scarso: di mezzi, ma indica, piuttosto che uno
to, una pratica; dubitoso: timoroso, incerto.
8. danagio: danno.
disasciato: disagiato.
12. fermo: in ottima salute. 13. agrav
in pessima salute.
15. mercede: il contrario di “peccato,” atto
toso o meritorio. 22. goleo: bramo, mi fa gola.
23. deleo: stru
lo mio coragio a dire;
franco e sicuro sono ch’io vi ’ntendo,
e pauroso ché non agio amendo.
Savio sono petch’io non dico
d’orgoglio, né accatto nemico;
e sono folle ch’io mi ’mbrico
in così alto amore;
e villano, ch’io mi disdico
di tutte l’altre essere amico;
e son cortese, chio gastigo
di villania I mio core;
agione pro’, ch’io ne sono insegnato,
e danno c’amo e non sono amato.
Largo sono del fino amare
e scarso molto d’ubriare
quella che mi fa pur pensare
la notte e la dia;
di sbaldire mi fa allegrare;
quando la veo non so parlare
e dolente mi fa pur stare,
di sé fa carestia;
agione pro’ per lei ch’è la mia dia,
e male n’ò, che madonna il mi dia.
Ricco sono de la speranza
e povero de disperanza,
e sanami la fina amanza
quando la pos’ vedere;
mò grande male che mi lanza
e fermami la grand’esmanza;
e favello a gran baldanza
tuttor la credo avere.
Ma non son nato a quel chio penzo fare
se madonna non mi degnasse amare.
Legato, non posso fugire
in nulla parte al meo disire;
sono disciolto per servire
tuttotr se mi valesse;
vecchio sono per ubidire
a quella che mi fa morire;
giovane, al buono ver dire,
se madonna volesse;
e fo peccato per lei, ché m’ascondo,
e mercé, ché di mal fare m’ascondo.
Rugeri Apugliesi conti
a Dio com vive a.forti ponti.
Cavalieri e marchesi e conti
dicono in ogne parte
che mali e beni a lui son gionti.
Questo mondo è valli e monti.
Madonna li sembianti à conti,
lo cor m’auna e patte.
E la ventura sempre scende e sale;
tosto aviene a l’omo bene e male,
prode e vile e coragioso,
franco e sicuro e pauroso,
e son folle e sagio
e dolente e allegro e gioioso,
largo e scarso e dubitoso,
cortese e villano e noioso;
facciomi pro e danagio,
e diragiovi, buona gente, como
male e bene agio più di null’omo.
Povero e ricco e disasciato
sono e fermo e malato,
giovane e vecchio ed agravato
e sano spessamente;
metrcede faccio e peccato,
chio favello e non sono nato;
sono disciolto e legat’ò
lo core e la mente.
Or intendete di ciò la ragione:
giorno e notte istò ’n pensagione,
‘ Umile son, quando la veo,
e orgoglioso, ché goleo
quella per cui eo mi deleo
s’io la potesse avire;
e sono pro’ per lei, ch’è deo,
tant’è chiaro il suo splendeo;
6. largo e scarso: di mezzi, ma indica, piuttosto che uno
to, una pratica; dubitoso: timoroso, incerto.
8. danagio: danno.
disasciato: disagiato.
12. fermo: in ottima salute. 13. agrav
in pessima salute.
15. mercede: il contrario di “peccato,” atto
toso o meritorio. 22. goleo: bramo, mi fa gola.
23. deleo: stru
lo mio coragio a dire;
franco e sicuro sono ch’io vi ’ntendo,
e pauroso ché non agio amendo.
Savio sono petch’io non dico
d’orgoglio, né accatto nemico;
e sono folle ch’io mi ’mbrico
in così alto amore;
e villano, ch’io mi disdico
di tutte l’altre essere amico;
e son cortese, chio gastigo
di villania I mio core;
agione pro’, ch’io ne sono insegnato,
e danno c’amo e non sono amato.
Largo sono del fino amare
e scarso molto d’ubriare
quella che mi fa pur pensare
la notte e la dia;
di sbaldire mi fa allegrare;
quando la veo non so parlare
e dolente mi fa pur stare,
di sé fa carestia;
agione pro’ per lei ch’è la mia dia,
e male n’ò, che madonna il mi dia.
Ricco sono de la speranza
e povero de disperanza,
e sanami la fina amanza
quando la pos’ vedere;
mò grande male che mi lanza
e fermami la grand’esmanza;
e favello a gran baldanza
tuttor la credo avere.
Ma non son nato a quel chio penzo fare
se madonna non mi degnasse amare.
Legato, non posso fugire
in nulla parte al meo disire;
sono disciolto per servire
tuttotr se mi valesse;
vecchio sono per ubidire
a quella che mi fa morire;
giovane, al buono ver dire,
se madonna volesse;
e fo peccato per lei, ché m’ascondo,
e mercé, ché di mal fare m’ascondo.
Rugeri Apugliesi conti
a Dio com vive a.forti ponti.
Cavalieri e marchesi e conti
dicono in ogne parte
che mali e beni a lui son gionti.
Questo mondo è valli e monti.
Madonna li sembianti à conti,
lo cor m’auna e patte.
E la ventura sempre scende e sale;
tosto aviene a l’omo bene e male,
Rustico Filippi
Quando ser Pepo
Quando ser Pepo vede alcuna potta
egli anitrisce sì come distriere
e no sta queto: inanzi salta e trotta
e canzisce che par pur un somiere;
e com’ baiardo ad ella si ragrotta
e ponvi il ceffo molto volontiere,
ed ancor de la lingua già non dotta
e spesse volte mordele il cimiere.
Chi vedesse ser Pepo incavallare
ed anitrir, quando sua donna vede,
che si morde le labbra e vuol razzare,
quelli, che dippo par non si ricrede:
quando v’ha ’l ceffo sì la fa sciacquare,
sì le stringe la groppa ch’ella pede.
egli anitrisce sì come distriere
e no sta queto: inanzi salta e trotta
e canzisce che par pur un somiere;
e com’ baiardo ad ella si ragrotta
e ponvi il ceffo molto volontiere,
ed ancor de la lingua già non dotta
e spesse volte mordele il cimiere.
Chi vedesse ser Pepo incavallare
ed anitrir, quando sua donna vede,
che si morde le labbra e vuol razzare,
quelli, che dippo par non si ricrede:
quando v’ha ’l ceffo sì la fa sciacquare,
sì le stringe la groppa ch’ella pede.
Salvatore Quasimodo
Amici
Erano tanti gli amici
e senza notizie ognuno partì:
altri andare vedrò nel fumo
della notte che viaggia come un treno
e fiato non avrò per salutare.
La morte non ha simpatie,
fa come la luce col frutto:
acerbo maturo distrutto.
Come il mondo quello non è
che guardi dalla soglia felice:
porta un volto la gente
e non più volto domani,
accade anche ai fiori nel vento.
Rondini morte sono gli amici
che danno piume alla mia luce,
e di me il tempo farà
una secca effigie e lontana.
e senza notizie ognuno partì:
altri andare vedrò nel fumo
della notte che viaggia come un treno
e fiato non avrò per salutare.
La morte non ha simpatie,
fa come la luce col frutto:
acerbo maturo distrutto.
Come il mondo quello non è
che guardi dalla soglia felice:
porta un volto la gente
e non più volto domani,
accade anche ai fiori nel vento.
Rondini morte sono gli amici
che danno piume alla mia luce,
e di me il tempo farà
una secca effigie e lontana.
Salvatore Quasimodo
Colore di pioggia e di ferro
Dicevi: morte, silenzio, solitudine;
come amore, vita. Parole
delle nostre provvisorie immagini.
E il vento s’è levato leggero ogni mattina
e il tempo colore di pioggia e di ferro
è passato sulle pietre,
sul nostro chiuso ronzio di maledetti.
Ancora la verità è lontana.
E dimmi, uomo spaccato sulla croce,
e tu dalle mani grosse di sangue,
come risponderò a quelli che domandano?
Ora, ora: prima che altro silenzio
entri negli occhi, prima che altro vento
salga e altra ruggine fiorisca.
come amore, vita. Parole
delle nostre provvisorie immagini.
E il vento s’è levato leggero ogni mattina
e il tempo colore di pioggia e di ferro
è passato sulle pietre,
sul nostro chiuso ronzio di maledetti.
Ancora la verità è lontana.
E dimmi, uomo spaccato sulla croce,
e tu dalle mani grosse di sangue,
come risponderò a quelli che domandano?
Ora, ora: prima che altro silenzio
entri negli occhi, prima che altro vento
salga e altra ruggine fiorisca.
Salvatore Quasimodo
Curva minore
Pèrdimi, Signore, ché non oda
gli anni sommersi taciti spogliarmi,
sì che cangi la pena in moto aperto:
curva minore
del vivere m’avanza.
E fammi vento che naviga felice,
o seme d’’orzo o lebbra
che sé esprima in pieno divenire.
E sia facile amarti
in erba che accima alla luce,
in piaga che buca la carne.
lo tentò una vita:
ognuno si scalza e vacilla
in ricerca.
Ancora mi lasci: son solo
nell’ombra che in sera si spande,
né valico s’apre al dolce
sfociare del sangue.
gli anni sommersi taciti spogliarmi,
sì che cangi la pena in moto aperto:
curva minore
del vivere m’avanza.
E fammi vento che naviga felice,
o seme d’’orzo o lebbra
che sé esprima in pieno divenire.
E sia facile amarti
in erba che accima alla luce,
in piaga che buca la carne.
lo tentò una vita:
ognuno si scalza e vacilla
in ricerca.
Ancora mi lasci: son solo
nell’ombra che in sera si spande,
né valico s’apre al dolce
sfociare del sangue.
Salvatore Quasimodo
Davanti al simulacro d’ilaria del carretto
Sotto tenera luna già i tuoi colli,
lungo il Serchio fanciulle in vesti rosse
e turchine si muovono leggere.
Così al tuo dolce tempo, cara; e Sirio
perde colore, e ogni ora s’allontana,
e il gabbiano s’infuria sulle spiagge
derelitte. Gli amanti vanno lieti
nell’aria di settembre, i loro gesti
accompagnano ombre di parole
che conosci. Non hanno pietà; e tu
tenuta dalla terra, che lamenti?
Sei qui rimasta sola. Il mio sussulto
forse è il tuo, uguale d’ira e di spavento.
Remoti i morti e più ancora i vivi,
i miei compagni vili e taciturni.
neve
Scende la sera: ancora ci lasciate,
o immagini care della terra, alberi,
animali, povera gente chiusa
dentro i mantelli dei soldati, madri
dal ventre inaridito dalle lacrime.
E la neve ci illumina dai prati
come luna. Oh, questi morti. Battete
sulla fronte, battete fino al cuore.
Che urli almeno qualcuno nel silenzio,
in questo cerchio bianco di sepolti.
a me pellegrino
Ecco, ritorno nella quieta piazza:
al tuo balcone solitaria oscilla
la bandiera di festa già trascorsa.
—Riappari—dico. Ma solo l’età
che brama i sortilegi, illuse l’eco
delle cave di pietra abbandonate.
Da quanto non risponde l’invisibile
se chiamo come un tempo nel silenzio!
Non sei più qui, non più il tuo saluto
giunge a me pellegrino. Mai due volte
la gioia si rivela. È batte estrema
luce sul pino che ricorda il mare.
E vana, anche l’immagine dell’acque.
La nostra terra è lontana, nel sud,
calda di lacrime e di lutti. Donne,
laggiù, nei neri scialli
parlano a mezza voce della morte,
sugli usci delle case.
lungo il Serchio fanciulle in vesti rosse
e turchine si muovono leggere.
Così al tuo dolce tempo, cara; e Sirio
perde colore, e ogni ora s’allontana,
e il gabbiano s’infuria sulle spiagge
derelitte. Gli amanti vanno lieti
nell’aria di settembre, i loro gesti
accompagnano ombre di parole
che conosci. Non hanno pietà; e tu
tenuta dalla terra, che lamenti?
Sei qui rimasta sola. Il mio sussulto
forse è il tuo, uguale d’ira e di spavento.
Remoti i morti e più ancora i vivi,
i miei compagni vili e taciturni.
neve
Scende la sera: ancora ci lasciate,
o immagini care della terra, alberi,
animali, povera gente chiusa
dentro i mantelli dei soldati, madri
dal ventre inaridito dalle lacrime.
E la neve ci illumina dai prati
come luna. Oh, questi morti. Battete
sulla fronte, battete fino al cuore.
Che urli almeno qualcuno nel silenzio,
in questo cerchio bianco di sepolti.
a me pellegrino
Ecco, ritorno nella quieta piazza:
al tuo balcone solitaria oscilla
la bandiera di festa già trascorsa.
—Riappari—dico. Ma solo l’età
che brama i sortilegi, illuse l’eco
delle cave di pietra abbandonate.
Da quanto non risponde l’invisibile
se chiamo come un tempo nel silenzio!
Non sei più qui, non più il tuo saluto
giunge a me pellegrino. Mai due volte
la gioia si rivela. È batte estrema
luce sul pino che ricorda il mare.
E vana, anche l’immagine dell’acque.
La nostra terra è lontana, nel sud,
calda di lacrime e di lutti. Donne,
laggiù, nei neri scialli
parlano a mezza voce della morte,
sugli usci delle case.
Salvatore Quasimodo
Del mio odore di uomo
Negli alberi uccisi
ululano gli inferni.
Dorme l’estate nel vergine miele,
il ramarro nell’infanzia di mostro.
Del mio odore di uomo
grazia all’aria degli angeli,
all’acqua mio cuore celeste
nel fertile buio di cellula.
ululano gli inferni.
Dorme l’estate nel vergine miele,
il ramarro nell’infanzia di mostro.
Del mio odore di uomo
grazia all’aria degli angeli,
all’acqua mio cuore celeste
nel fertile buio di cellula.
Salvatore Quasimodo
Dialogo
“At cantu commotae Erebi de sedibus imis
umbrae ibant tenues simulacraque luce carentum.”
Siamo sporchi di guerra e Orfeo brulica
d’insetti, è bucato dai pidocchi,
e tu sei morta. L’inverno, quel peso
di ghiaccio, l’acqua, l’aria di tempesta,
furono con te, e il tuono di eco in eco
nelle tue notti di terra. Ed ora so
che ti dovevo più forte consenso,
ma il nostro tempo è stato furia e sangue:
altri già affondavano nel fango,
avevano le mani, gli occhi disfatti,
urlavano misericordia e amore.
Ma come è sempre tardi per amare;
perdonami, dunque. Ora grido anch’io
il tuo nome in quest’ora meridiana
pigra d’ali, di corde di cicale
tese dentro le scorze dei cipressi.
Più non sappiamo dov’’è la tua sponda;
c’era un varco segnato dai poeti,
presso fonti che fumano da frane
sull’altipiano. Ma in quel luogo io vidi
da ragazzo arbusti di bacche viola,
cani da gregge e uccelli d’aria cupa
e cavalli, misteriosi animali
che vanno dietro l’uomo a testa alta.
I vivi hanno perduto per sempre
la strada dei morti e stanno in disparte.
Questo silenzio è ora più tremendo
di quello che divide la tua riva.
“Ombre venivano leggere.” E qui
l’Olona scorre tranquillo, non albero
si muove dal suo pozzo di radici.
O non eri Euridice? Non eri Euridice!
Euridice è viva. Euridice! Euridice!
E tu sporco ancora di guerra, Orfeo,
come il tuo cavallo, senza la sferza,
alza il capo, non trema più la terra:
urla d’amore, vinci, se vuoi, il mondo.
umbrae ibant tenues simulacraque luce carentum.”
Siamo sporchi di guerra e Orfeo brulica
d’insetti, è bucato dai pidocchi,
e tu sei morta. L’inverno, quel peso
di ghiaccio, l’acqua, l’aria di tempesta,
furono con te, e il tuono di eco in eco
nelle tue notti di terra. Ed ora so
che ti dovevo più forte consenso,
ma il nostro tempo è stato furia e sangue:
altri già affondavano nel fango,
avevano le mani, gli occhi disfatti,
urlavano misericordia e amore.
Ma come è sempre tardi per amare;
perdonami, dunque. Ora grido anch’io
il tuo nome in quest’ora meridiana
pigra d’ali, di corde di cicale
tese dentro le scorze dei cipressi.
Più non sappiamo dov’’è la tua sponda;
c’era un varco segnato dai poeti,
presso fonti che fumano da frane
sull’altipiano. Ma in quel luogo io vidi
da ragazzo arbusti di bacche viola,
cani da gregge e uccelli d’aria cupa
e cavalli, misteriosi animali
che vanno dietro l’uomo a testa alta.
I vivi hanno perduto per sempre
la strada dei morti e stanno in disparte.
Questo silenzio è ora più tremendo
di quello che divide la tua riva.
“Ombre venivano leggere.” E qui
l’Olona scorre tranquillo, non albero
si muove dal suo pozzo di radici.
O non eri Euridice? Non eri Euridice!
Euridice è viva. Euridice! Euridice!
E tu sporco ancora di guerra, Orfeo,
come il tuo cavallo, senza la sferza,
alza il capo, non trema più la terra:
urla d’amore, vinci, se vuoi, il mondo.
Salvatore Quasimodo
Ed è subito sera
Ed è subito sera
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.
Salvatore Quasimodo
Elegia
Gelida messaggera della notte,
sei ritornata limpida ai balconi
delle case distrutte, a illuminare
le tombe ignote, i derelitti resti
della terra fumante. Qui riposa
il nostro sogno. E solitaria volgi
verso il nord, dove ogni cosa corre
senza luce alla morte, e tu resisti.
From LA VITA NON È SOGNO
sei ritornata limpida ai balconi
delle case distrutte, a illuminare
le tombe ignote, i derelitti resti
della terra fumante. Qui riposa
il nostro sogno. E solitaria volgi
verso il nord, dove ogni cosa corre
senza luce alla morte, e tu resisti.
From LA VITA NON È SOGNO
Salvatore Quasimodo
L’eucalyptus
Non una dolcezza mi matura,
e fu di pena deriva
ad ogni giorno
il tempo che rinnova
a fiato d’aspre resine.
In me un albero oscilla
da assonnata riva,
alata aria
amare fronde esala.
M’accori, dolente rinverdire,
odore dell’infanzia
che grama gioia accolse,
inferma già per un segreto amore
di narrarsi all’acque.
Isola mattutina:
riaffiora a mezza luce
la volpe d’oro
uccisa a una sorgiva.
e fu di pena deriva
ad ogni giorno
il tempo che rinnova
a fiato d’aspre resine.
In me un albero oscilla
da assonnata riva,
alata aria
amare fronde esala.
M’accori, dolente rinverdire,
odore dell’infanzia
che grama gioia accolse,
inferma già per un segreto amore
di narrarsi all’acque.
Isola mattutina:
riaffiora a mezza luce
la volpe d’oro
uccisa a una sorgiva.