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Poesie di questo tema

Vita ed esistenza

Dante Alighieri

Dante Alighieri

L’empireo. san bernardo e beatrice

In forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa;
ma l’altra, che volando vede e canta
la gloria di Colui che la innamora,
e la bontà che la fece cotanta,
sì come schiera d’api che s’infiora
una fiata ed una si ritorna
là dove suo lavoro s’insapora,
nel gran fior discendeva che s’adorna
di tante foglie, e quindi risaliva
là dove il suo Amor sempre soggiorna.
Le facce tutte avean di fiamma viva,
e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine arriva.
Quando scendean nel fior, di banco in banco,
porgevan della pace e dell’ardore,
ch’egli acquistavan ventilando il fianco.
Nè lo interporsi tra il disopra e il fiore
di tanta plenitudine volante
impediva la vista e lo splendore;
chè la luce divina è penetrante
per l’universo secondo ch’è degno
sì che nulla le puote essere ostante.
Questo sicuro e gaudioso regno,
frequente in gente antica ed in novella,
viso ed amore avea tutto ad un segno.
O Trina Luce, che, in Unica Stella
scintillando a lor vista sì gli appaga,
guarda quaggiuso alla nostra procella!
Se i barbari, venendo da tal plaga,
che ciascun giorno d’Elice si cuopra
rotante col suo figlio ond’ella è vaga,
vedendo Roma e l’ardua sua opra,
stupefaciensi quando Laterano
alle cose mortali andò di sopra;
io, che al divino dall’umano,
all’eterno dal tempo era venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e sano,
di che stupor dovea esser compiuto!
Certo tra esso e il gaudio mi facea
libito non udire e starmi muto.
E quasi peregrin che si ricrea
nel tempio del suo voto riguardando,
e spera già ridir convello stea;
sì per la viva luce passeggiando,
menava io gli occhi per li gradi,
mo su, mo giù, e mo ricirculando.
Vedea di carità visi suadi,
d’altrui lume fregiati e del suo riso,
ed atti ornati di tutte onestadi.
La forma general di Paradiso
già tutta mio sguardo avea compresa,
e in nulla parte ancor fermato il viso;
e volgeami con voglia riaccesa
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era sospesa.
Uno intendea, ed altro mi rispose;
credea veder Beatrice, e vidi un sene
vestito con le genti gloriose.
Diffuso era per gli occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio,
quale a tenero padre si conviene.
Ed, “ Ella ov’è? ” di subito diss’io;
ond’egli: “A terminar lo tuo disiro
mosse Beatrice me del loco mio;
e se riguardi su nel terzo giro
del sommo grado, tu la rivedrai
nel trono che i suoi merti le sortiro.”
Senza risponder gli occhi su levai,
e vidi lei che si facea corona,
riflettendo da sè gli eterni rai.
Da quella region che più su tuona,
occhio mortale alcun tanto non dista,
qualunque in mare più giù s’abbandona,
quanto Îì da Beatrice la mia vista;
ma nulla mi facea che sua effige
non discendeva a me per mezzo mista.
“O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in Inferno lasciar le tue vestige,
di tante cose quante io ho vedute,
dal tuo potere e dalla tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
Tu ny’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutti i modi
che di ciò fare avei la potestate.
La tua magnificenza in me custodi
sì, che l’anima mia, che fatta hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi.”
Così orai; ed ella, sì lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò all’Eterna Fontana.
E il santo sene: “ Acciò che tu assommi
perfettamente,” disse, “ il tuo cammino,
a che prego ed amor santo mandommi,
vola con gli occhi per questo giardino;
chè veder lui t’acconcerà lo sguardo
più al montar per lo raggio divino.
E la Regina del cielo, ond’io ardo
tutto d’amor, ne farà ogni grazia;
però chio sono il suo fedel, Bernardo.”
Qual’è colui che forse di Croazia
viene a veder la Veronica nostra,
che per l’antica fama non si sazia,
ma dice nel pensier, finchè si mostra:
“ Signor mio Gesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?”
Tale era io mirando la vivace
carità di colui, che in questo mondo,
Dante Alighieri

Dante Alighieri

Piccarda

Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,
non sì profonde che i fondi sien persi,
tornan dei nostri visi le postille
debili sì, che perla in bianca fronte,
non vien men tosto alle nostre pupille;
tali vid’io più facce a parlar pronte:
per chio dentro all’error contrario corsi
a quel ch’accese amor tra l’uomo e il fonte.
Subito sì comvio di lor m’accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser gli occhi torsi;
e nulla vidi e ritorsili avanti
dritti nel lume della dolce guida,
che, sorridendo, ardea negli occhi santi.
“Non ti maravigliar perché’io sorrida,”
mi disse, “ appresso il tuo pueril coto,
poi sopra il ver ancor lo piè non fida,
ma ti rivolve, come suole, a voto;
vere sustanzie son ciò che tu vedi,
qui rilegate per manco di voto.
Però parla con esse, ed odi, e credi;
chè la Verace Luce che le appaga,
da sè non lascia lor torcere i piedi.”
Ed io all’ombra che parea più vaga
di ragionar, drizza’ mi, e cominciai,
quasi com’uom cui troppa voglia smaga:
“O ben creato spirito, che a’ rai
di vita eterna la dolcezza senti,
che, non gustata, non s’intende mai,
grazioso mi fia, se mi contenti
del nome tuo e della vostra sorte.”
Ond’ella pronta e con occhi ridenti:
“La nostra carità non serra porte
a giusta voglia, se non come Quella
che vuol simile a Sè tutta sua cotte.
To fui nel mondo vergine sorella;
e se la mente tua ben si riguarda,
non mi ti celerà l’esser più bella;
ma riconoscerai ch’io son Piccarda,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera più tarda.
Li nostri affetti, che solo infiammati
son nel piacer dello Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati.
E questa sorte che par giù cotanto
però n’è data, perchè fur negletti
li nostri voti, e voti in alcun canto.”
Ond’io a lei: “Nei mirabili aspetti
vostri risplende non so che divino,
che vi tramuta dai primi concetti.
Però non fui a rimembrar festino;
ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m’è più latino.
Ma dimmi: Voi, che siete qui felici,
desiderate voi più alto loco
per più vedere, o per più farvi amici? ”
Con quell’alt’ombre pria sorrise un poco;
da indi mi rispose tanto lieta,
ch’arder parea d’amor nel primo foco:
“Frate, la nostra volontà quieta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.
Se disiassimo esser più superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di Colui che qui ne cerne;
che vedrai non capere in questi giri,
s’essere in caritade è qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri;
anzi è formale ad esto beato esse
tenersi dentro alla divina voglia,
perché’una fansi nostre voglie stesse,
Sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace,
com’allo re che ’n suo voler ne invoglia.
In la sua voluntade è nostra pace:
ella è quel mare al qual tutto si muove
ciò cl’ella cria e che natura face.”
Chiaro mi fu allor com’ogni dove
in cielo è paradiso, e sì la grazia
del sommo ben d’un modo non vi piove.
Ma sì com’egli avvien che un cibo sazia,
e d’un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia;
così fec’io con atto e con parola,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse insino al cò la spola.
“ Perfetta vita ed alto metto inciela
donna più su,” mi disse, “alla cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela,
perchè infino al morir si vegli e dorma
con quello sposo ch’ogni voto accetta
che caritate a suo piacer conforma.
Dal mondo, per seguirla, giovinetta
fuggi’ mi, e nel suo abito mi chiusi,
e promisi la via della sua setta.
Uomini poi, a mal più ch’a ben usi,
fuor mi rapiron della dolce chiostra;
Dio lo si sa qual poi mia vita fusi.
E quest’altro splendor, che ti si mostra
dalla mia destra patte, e che s’accende
Delio Tessa

Delio Tessa

da La mort della Gussona

III
Quist hin quij, come t’óo ditt,
che se rùsen... quij che suda.
Giust che semm con sta mettuda,
mo, vuij scoeudom on petitt;

tiri giò dal spazzacà
per francatt meij la reson
cont on alter paragon
el pu ransc di calancà,

la Gussona, per esempi!
Quella povera veggetta
ghe n’à miss a fà spazzetta,
l’à patii pur anca! on scempi

se n’è faa quella mattocca
storba-luna della veggia!
Per rivà a trà giò la seggia,
prima sorda, porca l’oca,

sorda pesg dell’avvocatt
Verga i dì che pieuv, e in fond,
orba, crincio, de sconfond
la Livietta cont el gatt!

Corno acustich, lavativ,
perucchina, caij, dentera,
cint erniari e ona filera
de quaresem maladiv!

Quanti? Mah! Quaicossolina
come sui noranta. «Hin tanti»,
la diseva, «e tiri avanti».
– se cammina, se cammina! –

Ingrugnada in qui so quatter
busegàtter de stanzett,
in tra ona poltrona e el lett,
la soa donna e quel teater

d’on Mostrin, la soa gattascia,
dì per dì, vardee, l’andava
là ancamò... la carocciava
d’ora in ora, poverascia!

fina tant che – te regordet? –
l’è staa el sett de magg del dòdes...
(nò, del vùndes o del dòdes?)
...de mattina – te regordet? –

...in sul primm sô... borla dent...
(che desgarbiada... esuss!)
...ponf!... la Margherita... (l’uss!)
«Gh’è vegnuu on colp d’accident

alla sciora Antonietta!!...»
«Eh?! coss’è?!...» me pader, foeu,
salta foeu del lett e poeu:
«vegni... vegni... la calzetta,

troeuvi minga la calzetta,
Clara!... vegni...» – On sara-sara...
«La m’a ditt la portinara
de cor subit...» «vegni... petta,

i mudand... Clara!!...» E mi cor,
cor dal pader Felissari,
brònchel lì in confessionari,
càscel sù, cor dal dottor...

...Orba, sorda, muta, morta,
poverascia, per metà,
la Gussona l’era là
sotta i dobbi a batt la porta...

On sciampin sora ai fodrett
la raspava... la palpava...
«Dove sont?» la farfojava,
«dove sont?...» «In del so lett,

a cà soa...» e quell sciampin
che raspava sui fodrett,
la mia mamma ghe le mett,
per quietalla, sul cossin...

lì, sui ciffer... lee j e tocca...
la sent sotta l’A e el G
e la rid – aah... l’à capii... –
e la rid, storgend la bocca...

Ghe voo lì derent: «E donca
come valla? ben?» ghe foo.
Nò: la secudiss el coo:
...la me guarda... la me bronca

ona man... «Robba de pocch...
uff... l’è nient... el passa... el passa...»
Nò... la dis de nò... la biassa,
la mastega, la fà mocch,

mocch de dio! per di su
on quaj coss, ma no la po’
pu parlà... l’è inutil, nò,
la fa segn che la pò pu,

la pò pu... l’è sassinada
chì in la lengua... pu parlà...
pu. La volta el coo in là
e la fa giò ona lucciada...

V
Greta Garbo, Colleen Moore,
Wilma Banky, Taylor.
Questa chí – bocca tirenta,
dal tignon lazz a la geppa –
questa chí l’è la Gussona
morta!!

Gloria Swanson, Bessie Love,
Billie Dove, Lilly Page,
aria, aria farfallett
della Metro, della Fox,
della Paramaunt... aria!
Paradis millanoeuvecent-
trenta,

se soffega in la Lupetta,
aria... aria!!

De quel matt che sont, on vol,
pensi, on vol de farfallett,
de cicitt, a coronetta,
intorna al lett
de la sciora Antonietta
morta!
Elio Pagliarani

Elio Pagliarani

La ragazza Carla (11,; fl 2; IL 5)

Chi c’è nato vicino a questi posti
non gli passa neppure per la mente
come è utile averci un’abitudine

Le abitudini si fanno con la pelle
così tutti ce l’hanno se hanno pelle

Ma c’è il momento che l’abitudine non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
o fa contatto
o prende la tangente
allora la burrasca
periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spacca e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto

Solo pudore non è che la fa andare
fuggitiva nei boschi di cemento
o il contagio spinoso della mano.

È dalla fine estate che va a scuola
Guida tecnica per l’uso razionale
della macchina
la serale!
di faccia alla Bocconi, ma già più
Metodo principe
per l’apprendimento
della dattilografia con tutte dieci
le dita
non capisce se è un gran bene, come pareva in casa,
spendere quelle duemila lire al mese
Vantaggi dell’autentico
utilità fisiologica, risultato
duraturo, corretta scrittura
velocità resistenza

PIANO DIDATTICO PARAGRAFO PRIMO

La scuola d’una volta, il suo grembiule
tutto di seta vera, una maestra molto bella
i problemi coi mattoni e le case, e già dicevano la guerra
Mussolini la Francia l’Inghilterra.
Qui’ di gente un campionario: sei uomini e diciotto
donne, più le due che fanno scuola
Nella parte centrale del carrello, solidale ad esso
ecco il rullo
C’è poca luce e il gesso va negli occhi
Nel battere a macchina le dita
devono percuotere decisamente
i tasti e lasciarli liberi, immediatamente
Come ridono queste ragazze e quell’uomo anziano che fa steno
e non sa, non sa tener la penna in mano
Ciascun esercizio deve continuarsi
sino ad ottenere almeno
tre ripetizioni consecutive
senza errore alcuno e perfettamente
incolonnate

O quella povera zoppina, la più svelta
a macchina
Quando il dispositivo per l’inversione
automatica del movimento del nastro, o per difetto
di lubrificazione o per mancanza
del gancio
non funziona
O Maria Pia Zurlini ch’era nata
ricca e ha già trent’anni e disperati
sorrisini
l’inversione
si può provocare in vari modi:
colle mani.
II

All’ombra del Duomo, di un fianco del Duomo
i segni colorati dei semafori le polveri idriz elettriche
mobili sulle facciate del vecchio casermone d’angolo
fra l’infelice corso Vittorio Emanuele e Camposanto,
Santa Radegonda, Odeon bar cinema e teatro
un casermone sinistrato e cadente che sarà la Rinascente?
cento targhe d’ottone come quella
TRANSOCEAN LIMITED IMPORT EXPORT COMPANY
le nove di mattina al 3 febbraio.

La civiltà si è trasferita al nord
come è nata nel sud, per via del clima,
quante energie distilla alla mattina
il tempo di febbraio, qui in città?

Carla spiuma i mobili
Aldo Lavagnino coi codici traduce telegrammi night letters
una signora bianca ha cominciato i calcoli
sulla calcolatrice svedese.

Sono momenti belli: c’è silenzio
e il ritmo d’un polmone, se guardi dai cristalli
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
che ha tanto fiato caldo nella bocca
quando dice buongiorno
è questa che decide
e son dei loro
non c’è altro da dire.

E questo cielo contemporaneo
in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto
questo cielo colore di lamiera

sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa
sopra tutti i tranvieri ai capolinea
non prolunga all’infinito
i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli?
coperti di lamiera?

È nostro questo cielo d’acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra.
proprio perché sulla terra non c’è
scampo da noi nella vita.

III

Quante parole nei comizi e folla
nel marzo quarantotto! Gente fissa
ogni ora del giorno e della notte in piazza Duomo.
Aldo, Angelo, persino la collega dell’ufficio accanto
vestita così bene
dicono che la gente che lavora
deve stare al suo posto
che si sa bene per chi bisogna votare.

A Carla per il voto le mancano degli anni
e a lei sembrano molti
Aldo s’arrabbia
e invece è lui che fa rabbia
disoccupato quand’è sera, sofferente
al rifugio che notte gli presenta
per molti o pochi soldi,
e se accarezza Carla
le accarezza le mani, e parla.

Ma il sangue, è vero che ha un ritmo
in certi mesi detti primavera

accelerato? e vale anche per noi, qui sotto il ritmo
della città?
e quest’interno rigoglio come viene
tradotto sopra i volti? ma dietro i vetri
che cosa bolle alla Montecatini?
dov’è la primavera della Banca
Commerciale?

Aldo s’è messo in testa che la Carla
vada con lui a mangiare, una sera

ma sarà una sera che Carla ha da fare
con tante cose in casa, col bambino
ch’è nato a sua sorella.

Col bambino che è nato e si prende
altro spazio, è più esiguo
l’esiguo margine a fughe

a un totale parziale o sub-totale
non è che può mancare molto; sopravvive
difatti, solo chi impara a vivere.

Necessità necessità verbo dei muti
idillio accanto alla calcolatrice
corsa proficua degli storpi, amore
del badilante sullo sterro, gravità
sul capezzolo dei nati, erba del prigioniero,
lo stesso capriccio del vento nel tuo nome
fa portatore di polline natura.
Elio Pecora

Elio Pecora

Doppio movimento

Che ne è di Lei?
Finalmente vede.
È come ripartire da capo.
Non è mai partita.
Non sa dove andare.
È così per chi si mette in viaggio.
Teme di non farcela.
Basta non proporsi traguardi.
E lui?
Caduto, nella stessa trappola.
E quel che è stato?
Finito.
Mai più?
Finiti i sempre 1 mai più.
Fa notte all’improvviso.
Sta dietro 1 vetri,
alza la testa e s’accorge
che fuori è buio. Pensa,
come è possibile? d’accordo, il sole
va dall’altra parte. Eppure si meraviglia,
si spaventa.
Sta sprofondando e si dice: domani,
un altro giorno, un altro. Ora
si accenderanno le luci nelle strade,
la sera s’imbelletta (...).

Lo iniziò un compagno delle elementari.
Gli disse, guarda che decide
la tua parte. Gli mostrò il da farsi.
Il più lo provò nello specchio dell’armadio:
con quell’altro andò avanti nel gioco.

Prima il ruolo prefissato,
dopo 1] fantasma. Che poteva venirne?

Nessuno lo aveva avvertito. Di È a poco
quel gioco si sarebbe mutato in una guerra.
Meglio restarserne in quella stanza.
Dentro lo specchio. Invece ne uscì.

Ha preteso l’accordo; chiamava così
la condiscendenza. Mai pensando che Lei
aveva giocato in un altro specchio,
di un altro armadio,
e con quell’altra dello specchio
s’era inventata un proprio accordo.

Stanotte non gli riusciva di dormire.
Ha cercato nei cassetti di Lei,
ha infilato il suo reggiseno,
la sua sottana azzurra di seta,
le sue calze. Quindi ha spento la lampada.
Filtrava dalla serranda la luce stradale.
Nello specchio ha chiesto
a Lei, ferma, ansiosa,
il gesto che l’avvicinasse,
la mano che lo sciogliesse.
Ancora una volta era solo.
Ci sono patti che vanno rispettati (...).

- Una sera di molti anni fa,
con una coppia di amici,
decise di provare LSD.
Per l’erba aveva ridacchiato.
L’acido lo travolse. Fluttuò nell’aria,
corse nei colori,
poi sull’orlo di un baratro,
infine sul patibolo,
la mannaia affilata sulla testa,
tempo fermo, sospeso.

Da quel giorno, ogni tanto, all’improvviso,
torna quella paura:
un attimo, ma un attimo infinito.
E forse è solo questo essere vivi:
inermi, inebetiti,
tutto solo a distrarre dall’orrore (...).

Più cerca i perché più si perde.
Stare ai fatti.
Corri dietro l’orologio,
sudi, t’affanni, maledici, straparli,
ti tirano da ogni parte,
fra uno strattone e l’altro ti dimentichi.
“Buon giorno, buona sera, compagni
d’inquietudine, non sono d’accordo,
niente da eccepire”. Procede
con gli altri, macchine senza requie.
Il corpo si sfiacca, il dubbio affiora.
L’eroe al massimo della tensione
non cerca, non pensa, va,
punta dritta la lama.
Potersene stare assopiti
nel primo giardino, la mela
ancora al ramo. Invece
ovunque rumore. Cedimenti, rovine.
Morti a milioni, a milioni nascono.
Che è mai uno che soffre?
Se gli altri soffrissero
nella stessa misura? Diversi
e uguali. L’assalitore non cede
neanche nel sonno. In sogno
tornano voglie che credeva placate,
si sveglia stanco.