Poesie di questo tema
Vita ed esistenza
Dante Alighieri
Iio
di tutto il lume della sfera nostra,
ciò clio dico di me di sè intende:
sorella fu, e così le fu tolta
di capo l’ombra delle sacre bende.
Ma poi che pur al mondo fu rivolta,
contra suo grato e contra buona usanza,
non fu dal vel del cuor giammai disciolta.
Quest’è la luce della gran Costanza,
che del secondo vento di Soave
generò il terzo, e l’ultima possanza.”
Così parlommi, e poi cominciò: Ave
Maria, cantando; e cantando vanìo,
come per acqua cupa cosa grave.
ciò clio dico di me di sè intende:
sorella fu, e così le fu tolta
di capo l’ombra delle sacre bende.
Ma poi che pur al mondo fu rivolta,
contra suo grato e contra buona usanza,
non fu dal vel del cuor giammai disciolta.
Quest’è la luce della gran Costanza,
che del secondo vento di Soave
generò il terzo, e l’ultima possanza.”
Così parlommi, e poi cominciò: Ave
Maria, cantando; e cantando vanìo,
come per acqua cupa cosa grave.
Dante Alighieri
L’empireo. san bernardo e beatrice
In forma dunque di candida rosa
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa;
ma l’altra, che volando vede e canta
la gloria di Colui che la innamora,
e la bontà che la fece cotanta,
sì come schiera d’api che s’infiora
una fiata ed una si ritorna
là dove suo lavoro s’insapora,
nel gran fior discendeva che s’adorna
di tante foglie, e quindi risaliva
là dove il suo Amor sempre soggiorna.
Le facce tutte avean di fiamma viva,
e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine arriva.
Quando scendean nel fior, di banco in banco,
porgevan della pace e dell’ardore,
ch’egli acquistavan ventilando il fianco.
Nè lo interporsi tra il disopra e il fiore
di tanta plenitudine volante
impediva la vista e lo splendore;
chè la luce divina è penetrante
per l’universo secondo ch’è degno
sì che nulla le puote essere ostante.
Questo sicuro e gaudioso regno,
frequente in gente antica ed in novella,
viso ed amore avea tutto ad un segno.
O Trina Luce, che, in Unica Stella
scintillando a lor vista sì gli appaga,
guarda quaggiuso alla nostra procella!
Se i barbari, venendo da tal plaga,
che ciascun giorno d’Elice si cuopra
rotante col suo figlio ond’ella è vaga,
vedendo Roma e l’ardua sua opra,
stupefaciensi quando Laterano
alle cose mortali andò di sopra;
io, che al divino dall’umano,
all’eterno dal tempo era venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e sano,
di che stupor dovea esser compiuto!
Certo tra esso e il gaudio mi facea
libito non udire e starmi muto.
E quasi peregrin che si ricrea
nel tempio del suo voto riguardando,
e spera già ridir convello stea;
sì per la viva luce passeggiando,
menava io gli occhi per li gradi,
mo su, mo giù, e mo ricirculando.
Vedea di carità visi suadi,
d’altrui lume fregiati e del suo riso,
ed atti ornati di tutte onestadi.
La forma general di Paradiso
già tutta mio sguardo avea compresa,
e in nulla parte ancor fermato il viso;
e volgeami con voglia riaccesa
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era sospesa.
Uno intendea, ed altro mi rispose;
credea veder Beatrice, e vidi un sene
vestito con le genti gloriose.
Diffuso era per gli occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio,
quale a tenero padre si conviene.
Ed, “ Ella ov’è? ” di subito diss’io;
ond’egli: “A terminar lo tuo disiro
mosse Beatrice me del loco mio;
e se riguardi su nel terzo giro
del sommo grado, tu la rivedrai
nel trono che i suoi merti le sortiro.”
Senza risponder gli occhi su levai,
e vidi lei che si facea corona,
riflettendo da sè gli eterni rai.
Da quella region che più su tuona,
occhio mortale alcun tanto non dista,
qualunque in mare più giù s’abbandona,
quanto Îì da Beatrice la mia vista;
ma nulla mi facea che sua effige
non discendeva a me per mezzo mista.
“O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in Inferno lasciar le tue vestige,
di tante cose quante io ho vedute,
dal tuo potere e dalla tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
Tu ny’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutti i modi
che di ciò fare avei la potestate.
La tua magnificenza in me custodi
sì, che l’anima mia, che fatta hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi.”
Così orai; ed ella, sì lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò all’Eterna Fontana.
E il santo sene: “ Acciò che tu assommi
perfettamente,” disse, “ il tuo cammino,
a che prego ed amor santo mandommi,
vola con gli occhi per questo giardino;
chè veder lui t’acconcerà lo sguardo
più al montar per lo raggio divino.
E la Regina del cielo, ond’io ardo
tutto d’amor, ne farà ogni grazia;
però chio sono il suo fedel, Bernardo.”
Qual’è colui che forse di Croazia
viene a veder la Veronica nostra,
che per l’antica fama non si sazia,
ma dice nel pensier, finchè si mostra:
“ Signor mio Gesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?”
Tale era io mirando la vivace
carità di colui, che in questo mondo,
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa;
ma l’altra, che volando vede e canta
la gloria di Colui che la innamora,
e la bontà che la fece cotanta,
sì come schiera d’api che s’infiora
una fiata ed una si ritorna
là dove suo lavoro s’insapora,
nel gran fior discendeva che s’adorna
di tante foglie, e quindi risaliva
là dove il suo Amor sempre soggiorna.
Le facce tutte avean di fiamma viva,
e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine arriva.
Quando scendean nel fior, di banco in banco,
porgevan della pace e dell’ardore,
ch’egli acquistavan ventilando il fianco.
Nè lo interporsi tra il disopra e il fiore
di tanta plenitudine volante
impediva la vista e lo splendore;
chè la luce divina è penetrante
per l’universo secondo ch’è degno
sì che nulla le puote essere ostante.
Questo sicuro e gaudioso regno,
frequente in gente antica ed in novella,
viso ed amore avea tutto ad un segno.
O Trina Luce, che, in Unica Stella
scintillando a lor vista sì gli appaga,
guarda quaggiuso alla nostra procella!
Se i barbari, venendo da tal plaga,
che ciascun giorno d’Elice si cuopra
rotante col suo figlio ond’ella è vaga,
vedendo Roma e l’ardua sua opra,
stupefaciensi quando Laterano
alle cose mortali andò di sopra;
io, che al divino dall’umano,
all’eterno dal tempo era venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e sano,
di che stupor dovea esser compiuto!
Certo tra esso e il gaudio mi facea
libito non udire e starmi muto.
E quasi peregrin che si ricrea
nel tempio del suo voto riguardando,
e spera già ridir convello stea;
sì per la viva luce passeggiando,
menava io gli occhi per li gradi,
mo su, mo giù, e mo ricirculando.
Vedea di carità visi suadi,
d’altrui lume fregiati e del suo riso,
ed atti ornati di tutte onestadi.
La forma general di Paradiso
già tutta mio sguardo avea compresa,
e in nulla parte ancor fermato il viso;
e volgeami con voglia riaccesa
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era sospesa.
Uno intendea, ed altro mi rispose;
credea veder Beatrice, e vidi un sene
vestito con le genti gloriose.
Diffuso era per gli occhi e per le gene
di benigna letizia, in atto pio,
quale a tenero padre si conviene.
Ed, “ Ella ov’è? ” di subito diss’io;
ond’egli: “A terminar lo tuo disiro
mosse Beatrice me del loco mio;
e se riguardi su nel terzo giro
del sommo grado, tu la rivedrai
nel trono che i suoi merti le sortiro.”
Senza risponder gli occhi su levai,
e vidi lei che si facea corona,
riflettendo da sè gli eterni rai.
Da quella region che più su tuona,
occhio mortale alcun tanto non dista,
qualunque in mare più giù s’abbandona,
quanto Îì da Beatrice la mia vista;
ma nulla mi facea che sua effige
non discendeva a me per mezzo mista.
“O donna in cui la mia speranza vige,
e che soffristi per la mia salute
in Inferno lasciar le tue vestige,
di tante cose quante io ho vedute,
dal tuo potere e dalla tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
Tu ny’hai di servo tratto a libertate
per tutte quelle vie, per tutti i modi
che di ciò fare avei la potestate.
La tua magnificenza in me custodi
sì, che l’anima mia, che fatta hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi.”
Così orai; ed ella, sì lontana
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò all’Eterna Fontana.
E il santo sene: “ Acciò che tu assommi
perfettamente,” disse, “ il tuo cammino,
a che prego ed amor santo mandommi,
vola con gli occhi per questo giardino;
chè veder lui t’acconcerà lo sguardo
più al montar per lo raggio divino.
E la Regina del cielo, ond’io ardo
tutto d’amor, ne farà ogni grazia;
però chio sono il suo fedel, Bernardo.”
Qual’è colui che forse di Croazia
viene a veder la Veronica nostra,
che per l’antica fama non si sazia,
ma dice nel pensier, finchè si mostra:
“ Signor mio Gesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?”
Tale era io mirando la vivace
carità di colui, che in questo mondo,
Dante Alighieri
Paradiso, canto XXXI
contemplando, gustò di quella pace.
«Figliuol di grazia, quest’esser giocondo»
cominciò elli «non ti sará noto,
tenendo li occhi pur qua giú al fondo;
ma guarda i cerchi infino al piú remoto,
tanto che veggi seder la regina
cui questo regno è suddito e devoto».
Io levai li occhi; e come da mattina
la parte oriental de l’orizzonte
soverchia quella dove ’l sol declina,
cosí, quasi di valle andando a monte
con li occhi, vidi parte ne lo stremo
vincer di lume tutta l’altra fronte.
E come quivi ove s’aspetta il temo
che mal guidò Fetonte, piú s’infiamma,
e quinci e quindi il lume si fa scemo,
cosí quella pacifica oriafiamma
nel mezzo s’avvivava, e d’ogni parte
per igual modo allentava la fiamma:
e a quel mezzo, con le penne sparte,
vid’io piú di mille angeli festanti,
ciascun distinto di fulgore e d’arte.
Vidi a’ lor giochi quivi ed a’ lor canti
ridere una bellezza, che letizia
era ne li occhi a tutti li altri santi;
e s’io avessi in dir tanta divizia
quanta ad imaginar, non ardirei
lo minimo tentar di sua delizia.
Bernardo, come vide li occhi miei
nel caldo suo calor fissi e attenti,
li suoi con tanto affetto volse a lei,
che i miei di rimirar fe’ piú ardenti.
«Figliuol di grazia, quest’esser giocondo»
cominciò elli «non ti sará noto,
tenendo li occhi pur qua giú al fondo;
ma guarda i cerchi infino al piú remoto,
tanto che veggi seder la regina
cui questo regno è suddito e devoto».
Io levai li occhi; e come da mattina
la parte oriental de l’orizzonte
soverchia quella dove ’l sol declina,
cosí, quasi di valle andando a monte
con li occhi, vidi parte ne lo stremo
vincer di lume tutta l’altra fronte.
E come quivi ove s’aspetta il temo
che mal guidò Fetonte, piú s’infiamma,
e quinci e quindi il lume si fa scemo,
cosí quella pacifica oriafiamma
nel mezzo s’avvivava, e d’ogni parte
per igual modo allentava la fiamma:
e a quel mezzo, con le penne sparte,
vid’io piú di mille angeli festanti,
ciascun distinto di fulgore e d’arte.
Vidi a’ lor giochi quivi ed a’ lor canti
ridere una bellezza, che letizia
era ne li occhi a tutti li altri santi;
e s’io avessi in dir tanta divizia
quanta ad imaginar, non ardirei
lo minimo tentar di sua delizia.
Bernardo, come vide li occhi miei
nel caldo suo calor fissi e attenti,
li suoi con tanto affetto volse a lei,
che i miei di rimirar fe’ piú ardenti.
Dante Alighieri
Piccarda
Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,
non sì profonde che i fondi sien persi,
tornan dei nostri visi le postille
debili sì, che perla in bianca fronte,
non vien men tosto alle nostre pupille;
tali vid’io più facce a parlar pronte:
per chio dentro all’error contrario corsi
a quel ch’accese amor tra l’uomo e il fonte.
Subito sì comvio di lor m’accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser gli occhi torsi;
e nulla vidi e ritorsili avanti
dritti nel lume della dolce guida,
che, sorridendo, ardea negli occhi santi.
“Non ti maravigliar perché’io sorrida,”
mi disse, “ appresso il tuo pueril coto,
poi sopra il ver ancor lo piè non fida,
ma ti rivolve, come suole, a voto;
vere sustanzie son ciò che tu vedi,
qui rilegate per manco di voto.
Però parla con esse, ed odi, e credi;
chè la Verace Luce che le appaga,
da sè non lascia lor torcere i piedi.”
Ed io all’ombra che parea più vaga
di ragionar, drizza’ mi, e cominciai,
quasi com’uom cui troppa voglia smaga:
“O ben creato spirito, che a’ rai
di vita eterna la dolcezza senti,
che, non gustata, non s’intende mai,
grazioso mi fia, se mi contenti
del nome tuo e della vostra sorte.”
Ond’ella pronta e con occhi ridenti:
“La nostra carità non serra porte
a giusta voglia, se non come Quella
che vuol simile a Sè tutta sua cotte.
To fui nel mondo vergine sorella;
e se la mente tua ben si riguarda,
non mi ti celerà l’esser più bella;
ma riconoscerai ch’io son Piccarda,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera più tarda.
Li nostri affetti, che solo infiammati
son nel piacer dello Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati.
E questa sorte che par giù cotanto
però n’è data, perchè fur negletti
li nostri voti, e voti in alcun canto.”
Ond’io a lei: “Nei mirabili aspetti
vostri risplende non so che divino,
che vi tramuta dai primi concetti.
Però non fui a rimembrar festino;
ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m’è più latino.
Ma dimmi: Voi, che siete qui felici,
desiderate voi più alto loco
per più vedere, o per più farvi amici? ”
Con quell’alt’ombre pria sorrise un poco;
da indi mi rispose tanto lieta,
ch’arder parea d’amor nel primo foco:
“Frate, la nostra volontà quieta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.
Se disiassimo esser più superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di Colui che qui ne cerne;
che vedrai non capere in questi giri,
s’essere in caritade è qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri;
anzi è formale ad esto beato esse
tenersi dentro alla divina voglia,
perché’una fansi nostre voglie stesse,
Sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace,
com’allo re che ’n suo voler ne invoglia.
In la sua voluntade è nostra pace:
ella è quel mare al qual tutto si muove
ciò cl’ella cria e che natura face.”
Chiaro mi fu allor com’ogni dove
in cielo è paradiso, e sì la grazia
del sommo ben d’un modo non vi piove.
Ma sì com’egli avvien che un cibo sazia,
e d’un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia;
così fec’io con atto e con parola,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse insino al cò la spola.
“ Perfetta vita ed alto metto inciela
donna più su,” mi disse, “alla cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela,
perchè infino al morir si vegli e dorma
con quello sposo ch’ogni voto accetta
che caritate a suo piacer conforma.
Dal mondo, per seguirla, giovinetta
fuggi’ mi, e nel suo abito mi chiusi,
e promisi la via della sua setta.
Uomini poi, a mal più ch’a ben usi,
fuor mi rapiron della dolce chiostra;
Dio lo si sa qual poi mia vita fusi.
E quest’altro splendor, che ti si mostra
dalla mia destra patte, e che s’accende
o ver per acque nitide e tranquille,
non sì profonde che i fondi sien persi,
tornan dei nostri visi le postille
debili sì, che perla in bianca fronte,
non vien men tosto alle nostre pupille;
tali vid’io più facce a parlar pronte:
per chio dentro all’error contrario corsi
a quel ch’accese amor tra l’uomo e il fonte.
Subito sì comvio di lor m’accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser gli occhi torsi;
e nulla vidi e ritorsili avanti
dritti nel lume della dolce guida,
che, sorridendo, ardea negli occhi santi.
“Non ti maravigliar perché’io sorrida,”
mi disse, “ appresso il tuo pueril coto,
poi sopra il ver ancor lo piè non fida,
ma ti rivolve, come suole, a voto;
vere sustanzie son ciò che tu vedi,
qui rilegate per manco di voto.
Però parla con esse, ed odi, e credi;
chè la Verace Luce che le appaga,
da sè non lascia lor torcere i piedi.”
Ed io all’ombra che parea più vaga
di ragionar, drizza’ mi, e cominciai,
quasi com’uom cui troppa voglia smaga:
“O ben creato spirito, che a’ rai
di vita eterna la dolcezza senti,
che, non gustata, non s’intende mai,
grazioso mi fia, se mi contenti
del nome tuo e della vostra sorte.”
Ond’ella pronta e con occhi ridenti:
“La nostra carità non serra porte
a giusta voglia, se non come Quella
che vuol simile a Sè tutta sua cotte.
To fui nel mondo vergine sorella;
e se la mente tua ben si riguarda,
non mi ti celerà l’esser più bella;
ma riconoscerai ch’io son Piccarda,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera più tarda.
Li nostri affetti, che solo infiammati
son nel piacer dello Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati.
E questa sorte che par giù cotanto
però n’è data, perchè fur negletti
li nostri voti, e voti in alcun canto.”
Ond’io a lei: “Nei mirabili aspetti
vostri risplende non so che divino,
che vi tramuta dai primi concetti.
Però non fui a rimembrar festino;
ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m’è più latino.
Ma dimmi: Voi, che siete qui felici,
desiderate voi più alto loco
per più vedere, o per più farvi amici? ”
Con quell’alt’ombre pria sorrise un poco;
da indi mi rispose tanto lieta,
ch’arder parea d’amor nel primo foco:
“Frate, la nostra volontà quieta
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.
Se disiassimo esser più superne,
foran discordi li nostri disiri
dal voler di Colui che qui ne cerne;
che vedrai non capere in questi giri,
s’essere in caritade è qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri;
anzi è formale ad esto beato esse
tenersi dentro alla divina voglia,
perché’una fansi nostre voglie stesse,
Sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace,
com’allo re che ’n suo voler ne invoglia.
In la sua voluntade è nostra pace:
ella è quel mare al qual tutto si muove
ciò cl’ella cria e che natura face.”
Chiaro mi fu allor com’ogni dove
in cielo è paradiso, e sì la grazia
del sommo ben d’un modo non vi piove.
Ma sì com’egli avvien che un cibo sazia,
e d’un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia;
così fec’io con atto e con parola,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse insino al cò la spola.
“ Perfetta vita ed alto metto inciela
donna più su,” mi disse, “alla cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela,
perchè infino al morir si vegli e dorma
con quello sposo ch’ogni voto accetta
che caritate a suo piacer conforma.
Dal mondo, per seguirla, giovinetta
fuggi’ mi, e nel suo abito mi chiusi,
e promisi la via della sua setta.
Uomini poi, a mal più ch’a ben usi,
fuor mi rapiron della dolce chiostra;
Dio lo si sa qual poi mia vita fusi.
E quest’altro splendor, che ti si mostra
dalla mia destra patte, e che s’accende
Delio Tessa
da La mort della Gussona
III
Quist hin quij, come t’óo ditt,
che se rùsen... quij che suda.
Giust che semm con sta mettuda,
mo, vuij scoeudom on petitt;
tiri giò dal spazzacà
per francatt meij la reson
cont on alter paragon
el pu ransc di calancà,
la Gussona, per esempi!
Quella povera veggetta
ghe n’à miss a fà spazzetta,
l’à patii pur anca! on scempi
se n’è faa quella mattocca
storba-luna della veggia!
Per rivà a trà giò la seggia,
prima sorda, porca l’oca,
sorda pesg dell’avvocatt
Verga i dì che pieuv, e in fond,
orba, crincio, de sconfond
la Livietta cont el gatt!
Corno acustich, lavativ,
perucchina, caij, dentera,
cint erniari e ona filera
de quaresem maladiv!
Quanti? Mah! Quaicossolina
come sui noranta. «Hin tanti»,
la diseva, «e tiri avanti».
– se cammina, se cammina! –
Ingrugnada in qui so quatter
busegàtter de stanzett,
in tra ona poltrona e el lett,
la soa donna e quel teater
d’on Mostrin, la soa gattascia,
dì per dì, vardee, l’andava
là ancamò... la carocciava
d’ora in ora, poverascia!
fina tant che – te regordet? –
l’è staa el sett de magg del dòdes...
(nò, del vùndes o del dòdes?)
...de mattina – te regordet? –
...in sul primm sô... borla dent...
(che desgarbiada... esuss!)
...ponf!... la Margherita... (l’uss!)
«Gh’è vegnuu on colp d’accident
alla sciora Antonietta!!...»
«Eh?! coss’è?!...» me pader, foeu,
salta foeu del lett e poeu:
«vegni... vegni... la calzetta,
troeuvi minga la calzetta,
Clara!... vegni...» – On sara-sara...
«La m’a ditt la portinara
de cor subit...» «vegni... petta,
i mudand... Clara!!...» E mi cor,
cor dal pader Felissari,
brònchel lì in confessionari,
càscel sù, cor dal dottor...
...Orba, sorda, muta, morta,
poverascia, per metà,
la Gussona l’era là
sotta i dobbi a batt la porta...
On sciampin sora ai fodrett
la raspava... la palpava...
«Dove sont?» la farfojava,
«dove sont?...» «In del so lett,
a cà soa...» e quell sciampin
che raspava sui fodrett,
la mia mamma ghe le mett,
per quietalla, sul cossin...
lì, sui ciffer... lee j e tocca...
la sent sotta l’A e el G
e la rid – aah... l’à capii... –
e la rid, storgend la bocca...
Ghe voo lì derent: «E donca
come valla? ben?» ghe foo.
Nò: la secudiss el coo:
...la me guarda... la me bronca
ona man... «Robba de pocch...
uff... l’è nient... el passa... el passa...»
Nò... la dis de nò... la biassa,
la mastega, la fà mocch,
mocch de dio! per di su
on quaj coss, ma no la po’
pu parlà... l’è inutil, nò,
la fa segn che la pò pu,
la pò pu... l’è sassinada
chì in la lengua... pu parlà...
pu. La volta el coo in là
e la fa giò ona lucciada...
V
Greta Garbo, Colleen Moore,
Wilma Banky, Taylor.
Questa chí – bocca tirenta,
dal tignon lazz a la geppa –
questa chí l’è la Gussona
morta!!
Gloria Swanson, Bessie Love,
Billie Dove, Lilly Page,
aria, aria farfallett
della Metro, della Fox,
della Paramaunt... aria!
Paradis millanoeuvecent-
trenta,
se soffega in la Lupetta,
aria... aria!!
De quel matt che sont, on vol,
pensi, on vol de farfallett,
de cicitt, a coronetta,
intorna al lett
de la sciora Antonietta
morta!
Quist hin quij, come t’óo ditt,
che se rùsen... quij che suda.
Giust che semm con sta mettuda,
mo, vuij scoeudom on petitt;
tiri giò dal spazzacà
per francatt meij la reson
cont on alter paragon
el pu ransc di calancà,
la Gussona, per esempi!
Quella povera veggetta
ghe n’à miss a fà spazzetta,
l’à patii pur anca! on scempi
se n’è faa quella mattocca
storba-luna della veggia!
Per rivà a trà giò la seggia,
prima sorda, porca l’oca,
sorda pesg dell’avvocatt
Verga i dì che pieuv, e in fond,
orba, crincio, de sconfond
la Livietta cont el gatt!
Corno acustich, lavativ,
perucchina, caij, dentera,
cint erniari e ona filera
de quaresem maladiv!
Quanti? Mah! Quaicossolina
come sui noranta. «Hin tanti»,
la diseva, «e tiri avanti».
– se cammina, se cammina! –
Ingrugnada in qui so quatter
busegàtter de stanzett,
in tra ona poltrona e el lett,
la soa donna e quel teater
d’on Mostrin, la soa gattascia,
dì per dì, vardee, l’andava
là ancamò... la carocciava
d’ora in ora, poverascia!
fina tant che – te regordet? –
l’è staa el sett de magg del dòdes...
(nò, del vùndes o del dòdes?)
...de mattina – te regordet? –
...in sul primm sô... borla dent...
(che desgarbiada... esuss!)
...ponf!... la Margherita... (l’uss!)
«Gh’è vegnuu on colp d’accident
alla sciora Antonietta!!...»
«Eh?! coss’è?!...» me pader, foeu,
salta foeu del lett e poeu:
«vegni... vegni... la calzetta,
troeuvi minga la calzetta,
Clara!... vegni...» – On sara-sara...
«La m’a ditt la portinara
de cor subit...» «vegni... petta,
i mudand... Clara!!...» E mi cor,
cor dal pader Felissari,
brònchel lì in confessionari,
càscel sù, cor dal dottor...
...Orba, sorda, muta, morta,
poverascia, per metà,
la Gussona l’era là
sotta i dobbi a batt la porta...
On sciampin sora ai fodrett
la raspava... la palpava...
«Dove sont?» la farfojava,
«dove sont?...» «In del so lett,
a cà soa...» e quell sciampin
che raspava sui fodrett,
la mia mamma ghe le mett,
per quietalla, sul cossin...
lì, sui ciffer... lee j e tocca...
la sent sotta l’A e el G
e la rid – aah... l’à capii... –
e la rid, storgend la bocca...
Ghe voo lì derent: «E donca
come valla? ben?» ghe foo.
Nò: la secudiss el coo:
...la me guarda... la me bronca
ona man... «Robba de pocch...
uff... l’è nient... el passa... el passa...»
Nò... la dis de nò... la biassa,
la mastega, la fà mocch,
mocch de dio! per di su
on quaj coss, ma no la po’
pu parlà... l’è inutil, nò,
la fa segn che la pò pu,
la pò pu... l’è sassinada
chì in la lengua... pu parlà...
pu. La volta el coo in là
e la fa giò ona lucciada...
V
Greta Garbo, Colleen Moore,
Wilma Banky, Taylor.
Questa chí – bocca tirenta,
dal tignon lazz a la geppa –
questa chí l’è la Gussona
morta!!
Gloria Swanson, Bessie Love,
Billie Dove, Lilly Page,
aria, aria farfallett
della Metro, della Fox,
della Paramaunt... aria!
Paradis millanoeuvecent-
trenta,
se soffega in la Lupetta,
aria... aria!!
De quel matt che sont, on vol,
pensi, on vol de farfallett,
de cicitt, a coronetta,
intorna al lett
de la sciora Antonietta
morta!
Diego Valeri
Davìd morente
Un nero vento di settentrione
con crude fitte di gelo
m’inchioda le ginocchia.
Eppure è estate ancora,
e l’aria sul mio volto è ferma.
Fate che la fanciulla bianca
mi copra col suo corpo,
mi sciolga i piedi col tepore
del petto che dolce respira.
Signore, questa è la mia fine. Ma
la mia vita, che era, che fu?
Vedo soltanto il nembo di fuoco
in cui scaglio il mio sasso di fionda,
e la nube è spaccata e n’esce un fiume
di sangue. Forse nel sangue è la mia gloria?...
Perché piange, ora, il mio Re?
Seduto al rivo che fuggendo canta,
il mio Re piange sul distrutto esercito.
L’arpa, ecco, gli risponde vibrando:
ne cadono tre note come lagrime.
Signore, questa è la mia fine.
Le armi, i cavalli, le trombe...
Non so più... So che un giorno ho danzato
davanti all’Arca santa,
e Micol mi guardava muta
con occhi duri come castagne secche.
Ma Betsabea, nella notte dolce,
splendeva nuda come la luna,
spandeva odore di rosa notturna.
Signore, questa è la mia fine.
La mia fine è in pensieri d’amore.
con crude fitte di gelo
m’inchioda le ginocchia.
Eppure è estate ancora,
e l’aria sul mio volto è ferma.
Fate che la fanciulla bianca
mi copra col suo corpo,
mi sciolga i piedi col tepore
del petto che dolce respira.
Signore, questa è la mia fine. Ma
la mia vita, che era, che fu?
Vedo soltanto il nembo di fuoco
in cui scaglio il mio sasso di fionda,
e la nube è spaccata e n’esce un fiume
di sangue. Forse nel sangue è la mia gloria?...
Perché piange, ora, il mio Re?
Seduto al rivo che fuggendo canta,
il mio Re piange sul distrutto esercito.
L’arpa, ecco, gli risponde vibrando:
ne cadono tre note come lagrime.
Signore, questa è la mia fine.
Le armi, i cavalli, le trombe...
Non so più... So che un giorno ho danzato
davanti all’Arca santa,
e Micol mi guardava muta
con occhi duri come castagne secche.
Ma Betsabea, nella notte dolce,
splendeva nuda come la luna,
spandeva odore di rosa notturna.
Signore, questa è la mia fine.
La mia fine è in pensieri d’amore.
Diego Valeri
Transitorietà
Foglia su foglia piove
L’albero della vita.
O colorato mondo,
Come sazi e affatichi
Il nostro cuore, come
Lo sazi e inebrii!
Ciò ch’oggi è fuoco vivo
Domani sarà spento.
Presto sopra il mio tumulo
Bruno stormirà il vento;
Sul suo piccolo figlio
Si curverà la Madre.
Ch’io riveda i suoi occhi,
Che sono la mia stella.
Ogni altra cosa passa,
Alla morte s’affretta;
Solo l’eterna Madre
Sta, da cui noi venimmo.
Il suo dito lievissimo
Scrive nell’aria labile
Il nostro nome.
L’albero della vita.
O colorato mondo,
Come sazi e affatichi
Il nostro cuore, come
Lo sazi e inebrii!
Ciò ch’oggi è fuoco vivo
Domani sarà spento.
Presto sopra il mio tumulo
Bruno stormirà il vento;
Sul suo piccolo figlio
Si curverà la Madre.
Ch’io riveda i suoi occhi,
Che sono la mia stella.
Ogni altra cosa passa,
Alla morte s’affretta;
Solo l’eterna Madre
Sta, da cui noi venimmo.
Il suo dito lievissimo
Scrive nell’aria labile
Il nostro nome.
Dino Campana
Il canto della tenebra
La luce del crepuscolo si attenua:
Inquieti spiriti sia dolce la tenebra
Al cuore che non ama più!
Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare,
Sorgenti, sorgenti che sanno
Sorgenti che sanno che spiriti stanno
Che spiriti stanno a ascoltare...
Ascolta: la luce del crepuscolo attenua
Ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:
Ascolta: ti ha vinto la Sorte:
Ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:
Non c’è di dolcezza che possa uguagliare la Morte
Più Più Più
Intendi chi ancora ti culla:
Intendi la dolce fanciulla
Che dice all’orecchio: Più Più
Ed ecco si leva e scompare
Il vento: ecco torna dal mare
Ed ecco sentiamo ansimare
Il cuore che ci amò di più!
Guardiamo: di già il paesaggio
Degli alberi e l’acque è notturno
Il fiume va via taciturno....
Pùm! mamma quell’omo lassù!
Inquieti spiriti sia dolce la tenebra
Al cuore che non ama più!
Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare,
Sorgenti, sorgenti che sanno
Sorgenti che sanno che spiriti stanno
Che spiriti stanno a ascoltare...
Ascolta: la luce del crepuscolo attenua
Ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:
Ascolta: ti ha vinto la Sorte:
Ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:
Non c’è di dolcezza che possa uguagliare la Morte
Più Più Più
Intendi chi ancora ti culla:
Intendi la dolce fanciulla
Che dice all’orecchio: Più Più
Ed ecco si leva e scompare
Il vento: ecco torna dal mare
Ed ecco sentiamo ansimare
Il cuore che ci amò di più!
Guardiamo: di già il paesaggio
Degli alberi e l’acque è notturno
Il fiume va via taciturno....
Pùm! mamma quell’omo lassù!
Dino Campana
Tre giovani fiorentine camminano
Ondulava sul passo verginale
Ondulava la chioma musicale
Nello splendore del tiepido sole
Eran tre vergini e una grazia sola
Ondulava sul passo verginale
Crespa e nera la chioma musicale
Eran tre vergini e una grazia sola
E sei piedini in marcia militare.
Ondulava la chioma musicale
Nello splendore del tiepido sole
Eran tre vergini e una grazia sola
Ondulava sul passo verginale
Crespa e nera la chioma musicale
Eran tre vergini e una grazia sola
E sei piedini in marcia militare.
Edmondo de Amicis
Da Fra cugini
Io portava il giubbino, Lena le vesti corte
Lena era bionda e bella, ed io così così;
io maltrattavo il greco e Lena il pianoforte
e scrivevamo ancora ciliegia con due g.
Come tra i canti e i giochi la fiamma prematura
nell’anima tranquilla nata ci sia non so;
ci urtammo un dì correndo in una stanza oscura,
ed io l’amai quel giorno e Lena m’adorò.
O bel giardino ombroso! Cari mattin d’aprile
passati ai suoi ginocchi, muto, coi libri al piè,
a numerar le vene della sua man sottile,
sommesso come un paggio, superbo come un re!
Cara vestina azzurra sparsa di bianche stelle,
le tue mille pieghine come ricordo ancor,
e il fresco odor di bimba de le sue braccia belle,
e il lungo riccio d’oro che le pendea sul cor!
E un dì, soffiando il vento, nell’ombra d’un sentiero
vidi la sua rotonda gambina biancheggiar,
arsi, tremai, m’ascosi, e su quel gran mistero
rimasi lungo tempo, immoto, a meditar.
Lena era bionda e bella, ed io così così;
io maltrattavo il greco e Lena il pianoforte
e scrivevamo ancora ciliegia con due g.
Come tra i canti e i giochi la fiamma prematura
nell’anima tranquilla nata ci sia non so;
ci urtammo un dì correndo in una stanza oscura,
ed io l’amai quel giorno e Lena m’adorò.
O bel giardino ombroso! Cari mattin d’aprile
passati ai suoi ginocchi, muto, coi libri al piè,
a numerar le vene della sua man sottile,
sommesso come un paggio, superbo come un re!
Cara vestina azzurra sparsa di bianche stelle,
le tue mille pieghine come ricordo ancor,
e il fresco odor di bimba de le sue braccia belle,
e il lungo riccio d’oro che le pendea sul cor!
E un dì, soffiando il vento, nell’ombra d’un sentiero
vidi la sua rotonda gambina biancheggiar,
arsi, tremai, m’ascosi, e su quel gran mistero
rimasi lungo tempo, immoto, a meditar.
Edmondo de Amicis
Ricordi d’infanzia
O memorie dei primi anni adorate!
Me, bimbo, amava una gentil vicina
coronata la fronte alabastrina
di grandi trecce morbide e dorate;
e spesso mi dicea: «Bimbo, studiate?»
E con la dolce sua voce argentina,
sulla Storia d’Italia intenta e china,
celando i fogli, mi chiedea le date;
e mi stringeva al cor maternamente,
ed io modesto, trepido e sommesso,
confondevo l’antico e il medio evo
facendo un viso d’angelo innocente;
ma nel tepor del profumato amplesso,
voluttuoso ipocrita, fremevo.
Me, bimbo, amava una gentil vicina
coronata la fronte alabastrina
di grandi trecce morbide e dorate;
e spesso mi dicea: «Bimbo, studiate?»
E con la dolce sua voce argentina,
sulla Storia d’Italia intenta e china,
celando i fogli, mi chiedea le date;
e mi stringeva al cor maternamente,
ed io modesto, trepido e sommesso,
confondevo l’antico e il medio evo
facendo un viso d’angelo innocente;
ma nel tepor del profumato amplesso,
voluttuoso ipocrita, fremevo.
Edoardo Cacciatore
Futuro anteriore
Ritorna su sé l’Energia già pensi
Rimuovi per ordine ostacoli e vai
Con slanci ch’è nulla ogni spasmo dei sensi
Fra te e il dappertutto non c’è alcun mai
Ma forse è illusione quest’alta pienezza
No è esperienza somatica esplori
Realtà d’ogni giorno quel cuneo vi spezza
Il nero per farne di tutti i colori
È pleroforia il vivere adesso
È vivere gli altri sei multipla folla
Quell’io che ti turba a volte e fa ossesso
È iride tremula su transile bolla
Pensare è adorabile coito d’amore
Tu fosti e contrai futuro anteriore?
Rimuovi per ordine ostacoli e vai
Con slanci ch’è nulla ogni spasmo dei sensi
Fra te e il dappertutto non c’è alcun mai
Ma forse è illusione quest’alta pienezza
No è esperienza somatica esplori
Realtà d’ogni giorno quel cuneo vi spezza
Il nero per farne di tutti i colori
È pleroforia il vivere adesso
È vivere gli altri sei multipla folla
Quell’io che ti turba a volte e fa ossesso
È iride tremula su transile bolla
Pensare è adorabile coito d’amore
Tu fosti e contrai futuro anteriore?
Edoardo Sanguineti
attraverso Hebecrevon, Lessay, Portbail, St. Sauveur...
attraverso Hebecrevon, Lessay, Portbail, St. Sauveur (sotto la
[pioggia,
sempre); poi Edith disse che non ero gentile (perché non scrivevo,
[come Pierre
per lei, quelques poèmes); (e che non dovevamo partire);
Micheline
ci giudicò molto semplici; e Edith e Micheline, quando io dissi
[che non l’avevo
tradita (mia moglie), vollero crederlo;
(e qui cade opportuno ricordare quel:
“se ti buttassi le braccia al collo ecc.,” che venne poi);
poi si ballò tutti, anche
Micha, nel salottino; attraverso Cerisy, Canisy, Coutances,
[Regnéville; (ma il 12
luglio era chiuso il Louvre, martedì);
e scrisse (sopra un foglio a quadretti):
“pensavo che non posso guardarti in faccia”; e: “mi dispiace
[per te”;
e ancora scrisse (mia moglie): “sto male”;
e poi a Gap (H.A.),
(due giorni più tardi), storditi ancora, quasi inerti: e pensare
[(dissi);
che noi (quasi piangendo, dissi); (e volevo dire, ma quasi mi
[soffocava,
davvero, il pianto; volevo dire: con un amore come questo, noi):
un giorno (noi); (e nella piazza strepitava la banda; e la stanza era
in una strana penombra);
(noi) dobbiamo morire:
[pioggia,
sempre); poi Edith disse che non ero gentile (perché non scrivevo,
[come Pierre
per lei, quelques poèmes); (e che non dovevamo partire);
Micheline
ci giudicò molto semplici; e Edith e Micheline, quando io dissi
[che non l’avevo
tradita (mia moglie), vollero crederlo;
(e qui cade opportuno ricordare quel:
“se ti buttassi le braccia al collo ecc.,” che venne poi);
poi si ballò tutti, anche
Micha, nel salottino; attraverso Cerisy, Canisy, Coutances,
[Regnéville; (ma il 12
luglio era chiuso il Louvre, martedì);
e scrisse (sopra un foglio a quadretti):
“pensavo che non posso guardarti in faccia”; e: “mi dispiace
[per te”;
e ancora scrisse (mia moglie): “sto male”;
e poi a Gap (H.A.),
(due giorni più tardi), storditi ancora, quasi inerti: e pensare
[(dissi);
che noi (quasi piangendo, dissi); (e volevo dire, ma quasi mi
[soffocava,
davvero, il pianto; volevo dire: con un amore come questo, noi):
un giorno (noi); (e nella piazza strepitava la banda; e la stanza era
in una strana penombra);
(noi) dobbiamo morire:
Edoardo Sanguineti
beveva, e rideva, e beveva, la giornalista Gisela...
beveva, e rideva, e beveva, la giornalista Gisela: si è divertita
enormemente, alla dotta boutade del mio primogenito: (un “ist
[mir vergällt,”
malizioso):
(seguirono chiarimenti intorno all’etimologia della
[poesia, figlia
della memoria: perché scrive soltanto chi non sa ricordare, per
[non dimenticare):
si è entusiasmata di fronte alle mie lunghe dita, alla salute di
[mia moglie,
alla bellezza sensibile del mio terzogenito: (che ha fatto la sua
[minima epifania
nel pieno di una storia di couvades):
(e il secondogenito è rimasto in secondo piano,
un po’ in ombra, in un atteggiamento terremotato, e dolente):
ma nel rapido addio,
quando io, un Liebling der Schnaken, mi sono travestito come
[un Liebling der Götter,
è scoppiato il suo complimento di commiato: ma con delicatissime
[censure: (per
un ipotetico Liebling der Frauen, in sospensione prematrimoniale);
(e il momento
più felice della mia vita, ho risposto, sono stati tre momenti: e
[ho detto quali):
enormemente, alla dotta boutade del mio primogenito: (un “ist
[mir vergällt,”
malizioso):
(seguirono chiarimenti intorno all’etimologia della
[poesia, figlia
della memoria: perché scrive soltanto chi non sa ricordare, per
[non dimenticare):
si è entusiasmata di fronte alle mie lunghe dita, alla salute di
[mia moglie,
alla bellezza sensibile del mio terzogenito: (che ha fatto la sua
[minima epifania
nel pieno di una storia di couvades):
(e il secondogenito è rimasto in secondo piano,
un po’ in ombra, in un atteggiamento terremotato, e dolente):
ma nel rapido addio,
quando io, un Liebling der Schnaken, mi sono travestito come
[un Liebling der Götter,
è scoppiato il suo complimento di commiato: ma con delicatissime
[censure: (per
un ipotetico Liebling der Frauen, in sospensione prematrimoniale);
(e il momento
più felice della mia vita, ho risposto, sono stati tre momenti: e
[ho detto quali):
Edoardo Sanguineti
in te dormiva come un fibroma asciutto...
in te dormiva come un fibroma asciutto, come una magra tenia,
[un sogno;
ora pesta la ghiaia, ora scuote la propria ombra; ora stride,
deglutisce, orina, avendo atteso da sempre il gusto
della camomilla, la temperatura della lepre, il rumore della
[grandine,
la forma del tetto, il colore della paglia:
senza rimedio il tempo
si è rivolto verso i suoi giorni; la terra offre immagini confuse;
saprà riconoscere la capra, il contadino, il cannone?
non queste forbici veramente sperava, non questa pera,
quando tremava in quel tuo sacco di membrane opache.
[un sogno;
ora pesta la ghiaia, ora scuote la propria ombra; ora stride,
deglutisce, orina, avendo atteso da sempre il gusto
della camomilla, la temperatura della lepre, il rumore della
[grandine,
la forma del tetto, il colore della paglia:
senza rimedio il tempo
si è rivolto verso i suoi giorni; la terra offre immagini confuse;
saprà riconoscere la capra, il contadino, il cannone?
non queste forbici veramente sperava, non questa pera,
quando tremava in quel tuo sacco di membrane opache.
Edoardo Sanguineti
Nell’anno novecento e ottanta
sul principio del mese di novembre,
gabbati i santi, e gabbati anche i morti,
tra le ore diciassette e le diciotto,
questo settimo giorno, che è domenica,
io qui presente sottoscritto, in Como,
dentro i locali della Media Foscolo,
novanta e nove di via Borgo Vico,
pubblicamente dichiaro e certifico
che per sempre rinuncio all’universo:
testimoniate per me, per un’ora,
e per me, per un’ora, per me vigilate:
se oggi chiudo e sbaracco e mollo e stacco,
getto la spugna e faccio il punto e a capo,
sarà perché tengo ragioni buone,
che tutte non le vengo a raccontare:
considerate che siamo in autunno,
e il giorno va, mentre la notte viene:
a sentirmi, nessuno ci guadagna,
se non si cava, che c’è, la morale:
le orecchie vostre date a me, signori,
e soprattutto a me apriteci gli occhi:
se uno si pianta qui la vita e il mondo,
credere è giusto che poco ha da perdere:
poi, ricordate che arriva Martino,
viene l’estate che mi viene e tocca:
standoci in piedi, standomi qui in terra,
piccolo spazio mi sono occupato:
minore spazio, appena traslocato,
mi prenderò, coricato allungato:
uno sta sotto, e uno ci cammina,
anzi ci salta, sopra la cantina:
sono qui a farmi il testamento, apposta,
ma voi, per voi, non vi aspettate niente:
Se il mio privato me lo tratto in piazza,
se sopra i tetti grido le mie voglie,
se ancora vivono i cuori gentili,
è meglio assai, se mi lascino perdere:
fa bene, chi diffida, a diffidare:
e io sto qui per diffidarmi stesso.
gabbati i santi, e gabbati anche i morti,
tra le ore diciassette e le diciotto,
questo settimo giorno, che è domenica,
io qui presente sottoscritto, in Como,
dentro i locali della Media Foscolo,
novanta e nove di via Borgo Vico,
pubblicamente dichiaro e certifico
che per sempre rinuncio all’universo:
testimoniate per me, per un’ora,
e per me, per un’ora, per me vigilate:
se oggi chiudo e sbaracco e mollo e stacco,
getto la spugna e faccio il punto e a capo,
sarà perché tengo ragioni buone,
che tutte non le vengo a raccontare:
considerate che siamo in autunno,
e il giorno va, mentre la notte viene:
a sentirmi, nessuno ci guadagna,
se non si cava, che c’è, la morale:
le orecchie vostre date a me, signori,
e soprattutto a me apriteci gli occhi:
se uno si pianta qui la vita e il mondo,
credere è giusto che poco ha da perdere:
poi, ricordate che arriva Martino,
viene l’estate che mi viene e tocca:
standoci in piedi, standomi qui in terra,
piccolo spazio mi sono occupato:
minore spazio, appena traslocato,
mi prenderò, coricato allungato:
uno sta sotto, e uno ci cammina,
anzi ci salta, sopra la cantina:
sono qui a farmi il testamento, apposta,
ma voi, per voi, non vi aspettate niente:
Se il mio privato me lo tratto in piazza,
se sopra i tetti grido le mie voglie,
se ancora vivono i cuori gentili,
è meglio assai, se mi lascino perdere:
fa bene, chi diffida, a diffidare:
e io sto qui per diffidarmi stesso.
Elio Pagliarani
Ancora da Savonarola. Le cose spirituali
Le cose spirituali
Le cose spirituali non hanno bisogno del corpo
in quanto all’essere, come l’ Angelo e l’anima dell’uomo
non hanno bisogno del corpo in quanto all’essere;
ma gli animali hanno bisogno del corpo in quanto all’essere
perché è in loro morto il corpo morta l’anima;
l’anima dell’uomo ha bisogno del corpo in quanto
all’operare, benché non in quanto all’essere.
Iddio adunque a chi ha bisogno di corpo gli dà el corpo.
Adunque hanno bisogno di corpo gli operai.
Le cose spirituali non hanno bisogno del corpo
in quanto all’essere, come l’ Angelo e l’anima dell’uomo
non hanno bisogno del corpo in quanto all’essere;
ma gli animali hanno bisogno del corpo in quanto all’essere
perché è in loro morto il corpo morta l’anima;
l’anima dell’uomo ha bisogno del corpo in quanto
all’operare, benché non in quanto all’essere.
Iddio adunque a chi ha bisogno di corpo gli dà el corpo.
Adunque hanno bisogno di corpo gli operai.
Elio Pagliarani
I goliardi delle serali in questa nebbia
I goliardi delle serali in questa nebbia
hanno voglia di scherzare: non è ancora mezzanotte
e sono appena usciti da scuola
«Le cose nuove e belle
che ho appreso quest’anno» è l’ultimo tema da fare,
ma loro non si danno pensiero, vogliono sempre scherzare.
Perché il vigile non interviene, che cosa ci sta a fare?
È vero però che le voci son fioche e diverse, querule anche nel riso,
o gravi, o incerte, in formazione e in trasformazione,
disparate, discordi, in stridente contrasto accomunate
senza ragione senza necessità senza giustificazione,
ma come per il buio e il neon è la nebbia che abbraccia affratella
[assorbe inghiotte
e fa il minestrone,
e loro ci sguazzano dentro, sguaiati e contenti
– io attesto il miglior portamento dei due allievi sergenti,
il calvo in ispecie, che se capisce poco ha una forza di volontà
militare, e forse ha già preso il filobus.
Quanta pienezza di vita e ricchezza di esperienze!
di giorno il lavoro, la scuola di sera, di notte schiamazzi
(chi sa due lingue vive due vite)
di giorno il lavoro la scuola di sera, – non tutti la notte però
[fanno i compiti
e non imparano le poesie a memoria, di notte preferiscono fare
[schiamazzi,
nascondere il righello a una compagna
e non fanno i compiti
– ma non c’è nessuno che bigi la scuola
sono avari
tutti avari di già, e sanno che costa denari denari.
hanno voglia di scherzare: non è ancora mezzanotte
e sono appena usciti da scuola
«Le cose nuove e belle
che ho appreso quest’anno» è l’ultimo tema da fare,
ma loro non si danno pensiero, vogliono sempre scherzare.
Perché il vigile non interviene, che cosa ci sta a fare?
È vero però che le voci son fioche e diverse, querule anche nel riso,
o gravi, o incerte, in formazione e in trasformazione,
disparate, discordi, in stridente contrasto accomunate
senza ragione senza necessità senza giustificazione,
ma come per il buio e il neon è la nebbia che abbraccia affratella
[assorbe inghiotte
e fa il minestrone,
e loro ci sguazzano dentro, sguaiati e contenti
– io attesto il miglior portamento dei due allievi sergenti,
il calvo in ispecie, che se capisce poco ha una forza di volontà
militare, e forse ha già preso il filobus.
Quanta pienezza di vita e ricchezza di esperienze!
di giorno il lavoro, la scuola di sera, di notte schiamazzi
(chi sa due lingue vive due vite)
di giorno il lavoro la scuola di sera, – non tutti la notte però
[fanno i compiti
e non imparano le poesie a memoria, di notte preferiscono fare
[schiamazzi,
nascondere il righello a una compagna
e non fanno i compiti
– ma non c’è nessuno che bigi la scuola
sono avari
tutti avari di già, e sanno che costa denari denari.
Elio Pagliarani
IX Allora, se il divenire non possiede
Allora, se il divenire non possiede
stabilità alcuna, in che modo potrai mai
in qualche misura diventare affidabile e sicuro?
In nessun modo credo. Ma così non è possibile
atto mentale puro, scienza nessuna è possibile
del divenire; nulla che possiede in sé
le stimmate del vero.
stabilità alcuna, in che modo potrai mai
in qualche misura diventare affidabile e sicuro?
In nessun modo credo. Ma così non è possibile
atto mentale puro, scienza nessuna è possibile
del divenire; nulla che possiede in sé
le stimmate del vero.
Elio Pagliarani
La ragazza Carla (11,; fl 2; IL 5)
Chi c’è nato vicino a questi posti
non gli passa neppure per la mente
come è utile averci un’abitudine
Le abitudini si fanno con la pelle
così tutti ce l’hanno se hanno pelle
Ma c’è il momento che l’abitudine non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
o fa contatto
o prende la tangente
allora la burrasca
periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spacca e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto
Solo pudore non è che la fa andare
fuggitiva nei boschi di cemento
o il contagio spinoso della mano.
È dalla fine estate che va a scuola
Guida tecnica per l’uso razionale
della macchina
la serale!
di faccia alla Bocconi, ma già più
Metodo principe
per l’apprendimento
della dattilografia con tutte dieci
le dita
non capisce se è un gran bene, come pareva in casa,
spendere quelle duemila lire al mese
Vantaggi dell’autentico
utilità fisiologica, risultato
duraturo, corretta scrittura
velocità resistenza
PIANO DIDATTICO PARAGRAFO PRIMO
La scuola d’una volta, il suo grembiule
tutto di seta vera, una maestra molto bella
i problemi coi mattoni e le case, e già dicevano la guerra
Mussolini la Francia l’Inghilterra.
Qui’ di gente un campionario: sei uomini e diciotto
donne, più le due che fanno scuola
Nella parte centrale del carrello, solidale ad esso
ecco il rullo
C’è poca luce e il gesso va negli occhi
Nel battere a macchina le dita
devono percuotere decisamente
i tasti e lasciarli liberi, immediatamente
Come ridono queste ragazze e quell’uomo anziano che fa steno
e non sa, non sa tener la penna in mano
Ciascun esercizio deve continuarsi
sino ad ottenere almeno
tre ripetizioni consecutive
senza errore alcuno e perfettamente
incolonnate
O quella povera zoppina, la più svelta
a macchina
Quando il dispositivo per l’inversione
automatica del movimento del nastro, o per difetto
di lubrificazione o per mancanza
del gancio
non funziona
O Maria Pia Zurlini ch’era nata
ricca e ha già trent’anni e disperati
sorrisini
l’inversione
si può provocare in vari modi:
colle mani.
II
All’ombra del Duomo, di un fianco del Duomo
i segni colorati dei semafori le polveri idriz elettriche
mobili sulle facciate del vecchio casermone d’angolo
fra l’infelice corso Vittorio Emanuele e Camposanto,
Santa Radegonda, Odeon bar cinema e teatro
un casermone sinistrato e cadente che sarà la Rinascente?
cento targhe d’ottone come quella
TRANSOCEAN LIMITED IMPORT EXPORT COMPANY
le nove di mattina al 3 febbraio.
La civiltà si è trasferita al nord
come è nata nel sud, per via del clima,
quante energie distilla alla mattina
il tempo di febbraio, qui in città?
Carla spiuma i mobili
Aldo Lavagnino coi codici traduce telegrammi night letters
una signora bianca ha cominciato i calcoli
sulla calcolatrice svedese.
Sono momenti belli: c’è silenzio
e il ritmo d’un polmone, se guardi dai cristalli
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
che ha tanto fiato caldo nella bocca
quando dice buongiorno
è questa che decide
e son dei loro
non c’è altro da dire.
E questo cielo contemporaneo
in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto
questo cielo colore di lamiera
sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa
sopra tutti i tranvieri ai capolinea
non prolunga all’infinito
i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli?
coperti di lamiera?
È nostro questo cielo d’acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra.
proprio perché sulla terra non c’è
scampo da noi nella vita.
III
Quante parole nei comizi e folla
nel marzo quarantotto! Gente fissa
ogni ora del giorno e della notte in piazza Duomo.
Aldo, Angelo, persino la collega dell’ufficio accanto
vestita così bene
dicono che la gente che lavora
deve stare al suo posto
che si sa bene per chi bisogna votare.
A Carla per il voto le mancano degli anni
e a lei sembrano molti
Aldo s’arrabbia
e invece è lui che fa rabbia
disoccupato quand’è sera, sofferente
al rifugio che notte gli presenta
per molti o pochi soldi,
e se accarezza Carla
le accarezza le mani, e parla.
Ma il sangue, è vero che ha un ritmo
in certi mesi detti primavera
accelerato? e vale anche per noi, qui sotto il ritmo
della città?
e quest’interno rigoglio come viene
tradotto sopra i volti? ma dietro i vetri
che cosa bolle alla Montecatini?
dov’è la primavera della Banca
Commerciale?
Aldo s’è messo in testa che la Carla
vada con lui a mangiare, una sera
ma sarà una sera che Carla ha da fare
con tante cose in casa, col bambino
ch’è nato a sua sorella.
Col bambino che è nato e si prende
altro spazio, è più esiguo
l’esiguo margine a fughe
a un totale parziale o sub-totale
non è che può mancare molto; sopravvive
difatti, solo chi impara a vivere.
Necessità necessità verbo dei muti
idillio accanto alla calcolatrice
corsa proficua degli storpi, amore
del badilante sullo sterro, gravità
sul capezzolo dei nati, erba del prigioniero,
lo stesso capriccio del vento nel tuo nome
fa portatore di polline natura.
non gli passa neppure per la mente
come è utile averci un’abitudine
Le abitudini si fanno con la pelle
così tutti ce l’hanno se hanno pelle
Ma c’è il momento che l’abitudine non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
o fa contatto
o prende la tangente
allora la burrasca
periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spacca e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto
Solo pudore non è che la fa andare
fuggitiva nei boschi di cemento
o il contagio spinoso della mano.
È dalla fine estate che va a scuola
Guida tecnica per l’uso razionale
della macchina
la serale!
di faccia alla Bocconi, ma già più
Metodo principe
per l’apprendimento
della dattilografia con tutte dieci
le dita
non capisce se è un gran bene, come pareva in casa,
spendere quelle duemila lire al mese
Vantaggi dell’autentico
utilità fisiologica, risultato
duraturo, corretta scrittura
velocità resistenza
PIANO DIDATTICO PARAGRAFO PRIMO
La scuola d’una volta, il suo grembiule
tutto di seta vera, una maestra molto bella
i problemi coi mattoni e le case, e già dicevano la guerra
Mussolini la Francia l’Inghilterra.
Qui’ di gente un campionario: sei uomini e diciotto
donne, più le due che fanno scuola
Nella parte centrale del carrello, solidale ad esso
ecco il rullo
C’è poca luce e il gesso va negli occhi
Nel battere a macchina le dita
devono percuotere decisamente
i tasti e lasciarli liberi, immediatamente
Come ridono queste ragazze e quell’uomo anziano che fa steno
e non sa, non sa tener la penna in mano
Ciascun esercizio deve continuarsi
sino ad ottenere almeno
tre ripetizioni consecutive
senza errore alcuno e perfettamente
incolonnate
O quella povera zoppina, la più svelta
a macchina
Quando il dispositivo per l’inversione
automatica del movimento del nastro, o per difetto
di lubrificazione o per mancanza
del gancio
non funziona
O Maria Pia Zurlini ch’era nata
ricca e ha già trent’anni e disperati
sorrisini
l’inversione
si può provocare in vari modi:
colle mani.
II
All’ombra del Duomo, di un fianco del Duomo
i segni colorati dei semafori le polveri idriz elettriche
mobili sulle facciate del vecchio casermone d’angolo
fra l’infelice corso Vittorio Emanuele e Camposanto,
Santa Radegonda, Odeon bar cinema e teatro
un casermone sinistrato e cadente che sarà la Rinascente?
cento targhe d’ottone come quella
TRANSOCEAN LIMITED IMPORT EXPORT COMPANY
le nove di mattina al 3 febbraio.
La civiltà si è trasferita al nord
come è nata nel sud, per via del clima,
quante energie distilla alla mattina
il tempo di febbraio, qui in città?
Carla spiuma i mobili
Aldo Lavagnino coi codici traduce telegrammi night letters
una signora bianca ha cominciato i calcoli
sulla calcolatrice svedese.
Sono momenti belli: c’è silenzio
e il ritmo d’un polmone, se guardi dai cristalli
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
che ha tanto fiato caldo nella bocca
quando dice buongiorno
è questa che decide
e son dei loro
non c’è altro da dire.
E questo cielo contemporaneo
in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto
questo cielo colore di lamiera
sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa
sopra tutti i tranvieri ai capolinea
non prolunga all’infinito
i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli?
coperti di lamiera?
È nostro questo cielo d’acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra.
proprio perché sulla terra non c’è
scampo da noi nella vita.
III
Quante parole nei comizi e folla
nel marzo quarantotto! Gente fissa
ogni ora del giorno e della notte in piazza Duomo.
Aldo, Angelo, persino la collega dell’ufficio accanto
vestita così bene
dicono che la gente che lavora
deve stare al suo posto
che si sa bene per chi bisogna votare.
A Carla per il voto le mancano degli anni
e a lei sembrano molti
Aldo s’arrabbia
e invece è lui che fa rabbia
disoccupato quand’è sera, sofferente
al rifugio che notte gli presenta
per molti o pochi soldi,
e se accarezza Carla
le accarezza le mani, e parla.
Ma il sangue, è vero che ha un ritmo
in certi mesi detti primavera
accelerato? e vale anche per noi, qui sotto il ritmo
della città?
e quest’interno rigoglio come viene
tradotto sopra i volti? ma dietro i vetri
che cosa bolle alla Montecatini?
dov’è la primavera della Banca
Commerciale?
Aldo s’è messo in testa che la Carla
vada con lui a mangiare, una sera
ma sarà una sera che Carla ha da fare
con tante cose in casa, col bambino
ch’è nato a sua sorella.
Col bambino che è nato e si prende
altro spazio, è più esiguo
l’esiguo margine a fughe
a un totale parziale o sub-totale
non è che può mancare molto; sopravvive
difatti, solo chi impara a vivere.
Necessità necessità verbo dei muti
idillio accanto alla calcolatrice
corsa proficua degli storpi, amore
del badilante sullo sterro, gravità
sul capezzolo dei nati, erba del prigioniero,
lo stesso capriccio del vento nel tuo nome
fa portatore di polline natura.
Elio Pagliarani
Ma li miracoli terminano
Ma li miracoli terminano a cosa finita
come è illuminare un cieco, che termina alla luce
O resuscitare un morto, che termina alla vita.
come è illuminare un cieco, che termina alla luce
O resuscitare un morto, che termina alla vita.
Elio Pagliarani
Paulo fu in pericolo
Paulo fu in pericolo perché guardava le sue rivelazioni grandi
ma dall’altra parte guardando la sua fragilità si umiliava.
Però el predicatore che ha grande officio alle mani è difficile cosa
che non cada in vana gloria in tante laude. Guarda li tempi nostri
quanti si sono potuti contenere alle laude. Egli vuole qua uno gran
[lume
e mettere la vita in abbandono.
ma dall’altra parte guardando la sua fragilità si umiliava.
Però el predicatore che ha grande officio alle mani è difficile cosa
che non cada in vana gloria in tante laude. Guarda li tempi nostri
quanti si sono potuti contenere alle laude. Egli vuole qua uno gran
[lume
e mettere la vita in abbandono.
Elio Pecora
A un ragazzo malato
‘Ragazzo, non sapevi che la morte
è la belva acquattata
dietro la porta che spingi sicuro,
è il baratro improvviso
nella pianura ove vai correndo.
Occhi, piedi mai fermi,
hai traversato il mondo e le stagioni
a ripetere il dono
dell’irrequieto dio
che carezza ferendo.
Tu chiamasti col nome
arduo e lieve di amore
chi t’assalì nel buio,
l’insidia che mutò
in castigo il tuo gioco.
Ragazzo, non sapevi che la morte
sola contiene tutte le altre norme
e tutte le cancella,
ora tu sai il traguardo
già prossimo e tremendo.
Ora chiedi allo specchio
da quale punto del tenero corpo
verrà l’estremo avviso,
quando si spegnerà
il tuo sottile fuoco.
A volte, per un poco,
un’ebbrezza ti prende
e vai dentro il presente
come in un mare aperto
senza mappe né attese.
è la belva acquattata
dietro la porta che spingi sicuro,
è il baratro improvviso
nella pianura ove vai correndo.
Occhi, piedi mai fermi,
hai traversato il mondo e le stagioni
a ripetere il dono
dell’irrequieto dio
che carezza ferendo.
Tu chiamasti col nome
arduo e lieve di amore
chi t’assalì nel buio,
l’insidia che mutò
in castigo il tuo gioco.
Ragazzo, non sapevi che la morte
sola contiene tutte le altre norme
e tutte le cancella,
ora tu sai il traguardo
già prossimo e tremendo.
Ora chiedi allo specchio
da quale punto del tenero corpo
verrà l’estremo avviso,
quando si spegnerà
il tuo sottile fuoco.
A volte, per un poco,
un’ebbrezza ti prende
e vai dentro il presente
come in un mare aperto
senza mappe né attese.
Elio Pecora
Doppio movimento
Che ne è di Lei?
Finalmente vede.
È come ripartire da capo.
Non è mai partita.
Non sa dove andare.
È così per chi si mette in viaggio.
Teme di non farcela.
Basta non proporsi traguardi.
E lui?
Caduto, nella stessa trappola.
E quel che è stato?
Finito.
Mai più?
Finiti i sempre 1 mai più.
Fa notte all’improvviso.
Sta dietro 1 vetri,
alza la testa e s’accorge
che fuori è buio. Pensa,
come è possibile? d’accordo, il sole
va dall’altra parte. Eppure si meraviglia,
si spaventa.
Sta sprofondando e si dice: domani,
un altro giorno, un altro. Ora
si accenderanno le luci nelle strade,
la sera s’imbelletta (...).
Lo iniziò un compagno delle elementari.
Gli disse, guarda che decide
la tua parte. Gli mostrò il da farsi.
Il più lo provò nello specchio dell’armadio:
con quell’altro andò avanti nel gioco.
Prima il ruolo prefissato,
dopo 1] fantasma. Che poteva venirne?
Nessuno lo aveva avvertito. Di È a poco
quel gioco si sarebbe mutato in una guerra.
Meglio restarserne in quella stanza.
Dentro lo specchio. Invece ne uscì.
Ha preteso l’accordo; chiamava così
la condiscendenza. Mai pensando che Lei
aveva giocato in un altro specchio,
di un altro armadio,
e con quell’altra dello specchio
s’era inventata un proprio accordo.
Stanotte non gli riusciva di dormire.
Ha cercato nei cassetti di Lei,
ha infilato il suo reggiseno,
la sua sottana azzurra di seta,
le sue calze. Quindi ha spento la lampada.
Filtrava dalla serranda la luce stradale.
Nello specchio ha chiesto
a Lei, ferma, ansiosa,
il gesto che l’avvicinasse,
la mano che lo sciogliesse.
Ancora una volta era solo.
Ci sono patti che vanno rispettati (...).
- Una sera di molti anni fa,
con una coppia di amici,
decise di provare LSD.
Per l’erba aveva ridacchiato.
L’acido lo travolse. Fluttuò nell’aria,
corse nei colori,
poi sull’orlo di un baratro,
infine sul patibolo,
la mannaia affilata sulla testa,
tempo fermo, sospeso.
Da quel giorno, ogni tanto, all’improvviso,
torna quella paura:
un attimo, ma un attimo infinito.
E forse è solo questo essere vivi:
inermi, inebetiti,
tutto solo a distrarre dall’orrore (...).
Più cerca i perché più si perde.
Stare ai fatti.
Corri dietro l’orologio,
sudi, t’affanni, maledici, straparli,
ti tirano da ogni parte,
fra uno strattone e l’altro ti dimentichi.
“Buon giorno, buona sera, compagni
d’inquietudine, non sono d’accordo,
niente da eccepire”. Procede
con gli altri, macchine senza requie.
Il corpo si sfiacca, il dubbio affiora.
L’eroe al massimo della tensione
non cerca, non pensa, va,
punta dritta la lama.
Potersene stare assopiti
nel primo giardino, la mela
ancora al ramo. Invece
ovunque rumore. Cedimenti, rovine.
Morti a milioni, a milioni nascono.
Che è mai uno che soffre?
Se gli altri soffrissero
nella stessa misura? Diversi
e uguali. L’assalitore non cede
neanche nel sonno. In sogno
tornano voglie che credeva placate,
si sveglia stanco.
Finalmente vede.
È come ripartire da capo.
Non è mai partita.
Non sa dove andare.
È così per chi si mette in viaggio.
Teme di non farcela.
Basta non proporsi traguardi.
E lui?
Caduto, nella stessa trappola.
E quel che è stato?
Finito.
Mai più?
Finiti i sempre 1 mai più.
Fa notte all’improvviso.
Sta dietro 1 vetri,
alza la testa e s’accorge
che fuori è buio. Pensa,
come è possibile? d’accordo, il sole
va dall’altra parte. Eppure si meraviglia,
si spaventa.
Sta sprofondando e si dice: domani,
un altro giorno, un altro. Ora
si accenderanno le luci nelle strade,
la sera s’imbelletta (...).
Lo iniziò un compagno delle elementari.
Gli disse, guarda che decide
la tua parte. Gli mostrò il da farsi.
Il più lo provò nello specchio dell’armadio:
con quell’altro andò avanti nel gioco.
Prima il ruolo prefissato,
dopo 1] fantasma. Che poteva venirne?
Nessuno lo aveva avvertito. Di È a poco
quel gioco si sarebbe mutato in una guerra.
Meglio restarserne in quella stanza.
Dentro lo specchio. Invece ne uscì.
Ha preteso l’accordo; chiamava così
la condiscendenza. Mai pensando che Lei
aveva giocato in un altro specchio,
di un altro armadio,
e con quell’altra dello specchio
s’era inventata un proprio accordo.
Stanotte non gli riusciva di dormire.
Ha cercato nei cassetti di Lei,
ha infilato il suo reggiseno,
la sua sottana azzurra di seta,
le sue calze. Quindi ha spento la lampada.
Filtrava dalla serranda la luce stradale.
Nello specchio ha chiesto
a Lei, ferma, ansiosa,
il gesto che l’avvicinasse,
la mano che lo sciogliesse.
Ancora una volta era solo.
Ci sono patti che vanno rispettati (...).
- Una sera di molti anni fa,
con una coppia di amici,
decise di provare LSD.
Per l’erba aveva ridacchiato.
L’acido lo travolse. Fluttuò nell’aria,
corse nei colori,
poi sull’orlo di un baratro,
infine sul patibolo,
la mannaia affilata sulla testa,
tempo fermo, sospeso.
Da quel giorno, ogni tanto, all’improvviso,
torna quella paura:
un attimo, ma un attimo infinito.
E forse è solo questo essere vivi:
inermi, inebetiti,
tutto solo a distrarre dall’orrore (...).
Più cerca i perché più si perde.
Stare ai fatti.
Corri dietro l’orologio,
sudi, t’affanni, maledici, straparli,
ti tirano da ogni parte,
fra uno strattone e l’altro ti dimentichi.
“Buon giorno, buona sera, compagni
d’inquietudine, non sono d’accordo,
niente da eccepire”. Procede
con gli altri, macchine senza requie.
Il corpo si sfiacca, il dubbio affiora.
L’eroe al massimo della tensione
non cerca, non pensa, va,
punta dritta la lama.
Potersene stare assopiti
nel primo giardino, la mela
ancora al ramo. Invece
ovunque rumore. Cedimenti, rovine.
Morti a milioni, a milioni nascono.
Che è mai uno che soffre?
Se gli altri soffrissero
nella stessa misura? Diversi
e uguali. L’assalitore non cede
neanche nel sonno. In sogno
tornano voglie che credeva placate,
si sveglia stanco.