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Poesie di questo tema

Società e mondo

Michele Sovente

Michele Sovente

Per specula aenigmatis

VI
Ad meas ripas e longinquo advena
Venit. Navis fuit avis. Alas sonabat.
Alas perdebat. Alas rumpebam.
Alas in vitro spargebam. Me sine
lingua in lingua Lycurgi me exstinguebam
nascentem. Cervi(fe)calia fastigia
advena effundens. O rutilanstygia
sine navis navarco sine magnetico
meos indice fluctus perfide frangens!
Novam in tabulis scientiam Lycurgus
fundabat. Advenam me solum, me dirimentem
linguam de lingua. Noctis de ventre
me sine loco n/avis clam resurgentem
in alas pelagias me sine me inferebat.

Da lontano ai miei lidi lo straniero
approdò. Come un uccello il vascello volò.
Le sue ali il vento suonava. Le sue ali
il vento sbranava. Le sue ali a una a una
nel puro cristallo scioglievo. Senza lingua
nascevo. Licurgo: mio demiurgo. Fastigi
preziosi e ulcerosi lo straniero seminava.
Rutilante la nave che senza bussola e senza
nocchiero - perfida - solca i miei flutti.
Su vergini legni Licurgo una nuova scienza
fondava. Io lo straniero/sperduto che muto
in plaghe di mille favelle affondava. Del mio
smembrato fasciame dai gorghi della notte chissà
in quale luogo schizzato, di me fatalmente
rinato l’uccello/vascello grondava.

XVI
Membra de muco, ungues de manu,
bulbos seminales de atra cervice
dividit securis et ulmos de crocis,
de silvis filices, salsa fragmenta
de undis separavit turbo rugiens,
unus vagabam et nullus membratim
peribam, Naturam fingebam naturae
me iungere, Heraclitum in fluxu
mortalis aquae novissime me anxium
agebat animam orbis aientem me di
videbat, contexte immo vero in
flatum/afflatum naturae membratim
ruentis muculentam salivam et sperma
mentisque mei micas totius tremebundas
contexte traicio: ego scriba membratim
scintillantes latinos reperiens lapillos
se acerrime fingens linguae novissimae
locum contexte construere.

In un folle imbuto cartilagini e muco,
unghie e falangi, bulbi germinali e scuro
cervello, l’ascia d’osso e di rame a
scagliarsi precisa, a staccare l’olmo dal
croco, l’acqua dal fuoco, il sale dall’
onda, sbrandellato andavo sull’ombra e
tutt’intero nell’ombra morivo, amavo
ingannarmi che la Natura in sé mi prendesse,
in sé mi perdesse, sapere che Eraclito aveva af
fermato nel flusso mortale dei fiumi il perno del
Tutto mi strappava ai miei astri, mi sputava nel
vuoto, e ogni pulviscolo di saliva e di sangue e
di sperma si confonde e si fonde nel folle
imbuto dei noviluni, dei giorni, dei venti,
degli aromi emollienti: e sono io
il bricoleur — leggi: scriba — che raccatta
scarti latini e a uno a uno li saggia nell’
attrito infinito di un’altra lingua che mai
vedrà nascere.
Tante lame, migliaia, soavi
crudeli, - quante lame? -, corolle si
gonfiano cancri, altre primavere, altre
sere, sussurrano, per astri: per antri,
“...non ego ma l’Orco, non l’alfa...”, e
gelido 1l sogno scandaglia e fulgido abbaglia,
frammenti roventi, mia forma, e precipita,
il daino la ruota sussulta il girasole per
archi graffiti, tant’erbe la bora rovina,
tante ali, migliaia, e nei vortici,
- quante ali, quant’erbe? - si espandono languono,
“_..non ego ma l’ Alfa, non l’orco...”,
splendida splendidanotte, mia forca, e promana,
il grillo dal Nulla la luna promana e, più
della forma perenne, impazzisce e
impazzisce - mia forma ruotata -:
TANTE LAME: QUANTE LAME?

Di notte io vidi aquiloni e aquiloni tagliare
cimase - non siate increduli - e vidi davvero
lamelle/animelle farsi ombrine farsi oro
gonfiarsi e sfere e sferette di nebbia e di fuoco
annullarsi: code rose licheni deflagravano
sulla luna. Io le mie unghie vidi essere lupo
e le mie mani essere ontani essere crochi
essere steli di neve. Pensavo e dicevo che
il sonno che il sangue oscuro dell’anima
produce/seduce il globo ogni globo: e - non
deridetemi - dico che vidi me stesso incandescente
carambolare nella clessidra glaciale del
nullo tempo e alla luna - solissimo - come
fiato tenue di pioggia che sfiora il deserto
e come sonnambulo mormoravo senza parole
“FERVIDA LUNA, INONDAMI D’ORO”.

’
L’alga: smeraldo del mare. La retrattile
Alga porporina. Nel buio contemplava
la sua fredda luce, succhiava la sua linfa
nella sfera obliqua del mistero. Da immemori
lune, in gara con la squamosa voce porosa
dei pesci che corteggiavano le onde e le notti,
l’alga scioglieva la sua voce stregata
“Le Naiaidi mi fecero dono di bocca, di seni,
di un ombelico di seta e di ghiandole e di orecchie
e narici e mi fecero dono di pupille di latte...
se la Luna sarà brava ruffiana, vi sposerò”.
L’alga sognava l’irriducibile febbre dei pesci.
I pesci filavano lunghi sogni infelici “Come
in tanto faremo ad amare un’alga soltanto?
Potrà mai un’alga sola amare così numerosi e
gelosi spasimanti?”. E - orgiastica - l’alga sognava
e sognava i pesci che il male, il sale bruciava.

Nello specchio l’effigie, per arcani
passaggi luminosi, rifratta dall’ampiezza
del cerchio, dell’ovale, tremava: mezzaluna
vagante, magnolia sognante, topazio, sporgenza
dorata. Il Nome - di giorno - tremava.
Il pioppo Îì e ora il faggio, apparendo e
sparendo, minima bella lamella, stridula
asma - ectoplasma nel muco costretto, dal muco
distrutto —, l’immagine astrale a poco a
poco nello specchio di smagliava. A poco a
poco, per luminosi/arcani paesaggi, si vanificava.
Il Nome - di notte - tremava.
Nanni Balestrini

Nanni Balestrini

X. Frammento dell’anarchia

amente dichiarò ch
il paziente si ritrae nel m
scopo di questo frammento è accertare la vost
ose e in minuscoli due pezzi a cui dettano ordini e contrordini
è estremamente vivace e può persino compiere alcuni mo
ioriva con inaudita letizia la città
è diffici

chiarò chiunque metta la ma
te si ritrae nel momento del raggiungimento d
questo frammento è accertate la vostra attuale velocità e grado
due pezzi a cui dettano ordini e contrordini mentre as
compiere alcuni movimenti con le bra
la città
riesca a comprende

iunque metta la mano su di me per governarmi
rae nel momento del raggiungimento del piacere quando si tratta
è accertare la vostra attuale velocità e grado di comp
trordini mentre aspettano con ansia
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tino e di mattone
comprenderli conviene quin

tta la mano su di me per governarmi è un usurpatore e un tirann
il raggiungimento del piacere quando si tratta di fare
tà e grado di comprensione per stabi
con ansia
uo cuore batte già
mattone sorbiva la luce com
erli conviene quindi lasciarli nel loro ambie

me per governarmi è un usurpatore e un tiranno io lo d
si tratta di fare un passo decisivo
per stabi
di essere chiamati
batte già da due settimane
sorbiva la luce come un’avida selva le fontan
iene quindi lasciarli nel loro ambiente senza cercare di volerl
un tiranno io lo dichiaro mio nemico
decisivo
ivello base su cui
chiamati al telefono instal
da due settimane ha un cervello e un sistema
a luce come un’avida selva le fontane papali si levavano in un
arli nel loro ambiente senza cercare di volerli cambia

io nemico
indiretto verso di
se su cui misurare i vostri
al telefono installato a un metro dall’acqua
ettimane ha un cervello e un sistema nervoso che mandano impuls
da selva le fontane papali si levavano in un cielo più
di volerli cambiare fosse anche nell
Nelo Risi

Nelo Risi

La mano sul ramo

La mano sul ramo
sulle tette sul coso
sull’oro e trac!
chi non tira al suo vantaggio?
ho colto la vita dall’albero
di ogni frutto ho fatto conserva...
quello che è stato è stato

Il curriculum è aperto: facile
dire che è tutto uno scialbo
museo maniacale comodo dire
che ho perso la faccia che ho
accomodato a mio modo la storia –
in giro se ne parla per parlare

Da uomo d’ordine
che dell’ordine del mondo
ha una sua fondata opinione
devo tener conto che dopo la grande
dopo la mondiale è nell’aria
una terza universale – tanta
energia compressa dovrà pure espandersi!

Voli di bandiere stragi araldiche
le pulsioni più coatte
scaricate sugli inermi in ogni dove
nel Laos nel caos
magari un’isoletta un quarto turca
il resto greca – un disegno autoritario

Biogeneticamente pare
non ho di che vantarmi
(e i traslati le metafore?
bello come un giglio
sant’Antonio lis de France...
il vergine il pudico scala
al bianco

Mi gestisco mi appartengo
ora tendo al bordello ora
dipendo dalla famiglia amo
la donna serva (oh! il turchinetto
da bucato un rifarsi in sogno
amabilmente candido

Ho un carattere dominante
e dovrei cambiare? so so
che la mutazione è legge
fondamentale per averla
studiata sui conigli le piante
(metti nero su bianca
verrà fuori un meticcio

Una buona dentiera cannibalesca
e la carriera è aperta
titoli & azioni / burro & cannoni
nel lavoro sempre prima il profitto
(il privato è diverso dal sociale
anche se crea disagio in fabbrica

Un domenicano lunedì mi ha detto
«A ben guardare badi bene mi dia retta
il marxismo non è che un’eresia cristiana»
io ho provato a sciacquarmi la bocca
ma è un detersivo che ti mangia il tartaro
e dalle gengive gronda rosso (tutto sommato
un’esperienza deviante volevo fare contenta mia figlia

Notti in bianco
in solitudine davanti un bicchiere
in un pallore di luna funesto
albeggiare di tracce mnestiche
tra ornamenti e maschere...
(ti viene da piangere

Se ho un rimpianto è per le colonie
il mercato delle schiave un paio di moretti a letto
l’incontro con Livingstone i ladri con le mani mozze
il Congo di Leopoldo la Libia di Graziani le missioni
il mondo a nostra immagine ah l’Africa!
non c’è più in giro un mercenario
molto è perduto anche il guadagno facile

(Ho notato che la gente di colore
non suda affatto Io me ne sto sdraiato
ciononostante traspiro sempre Che sia
una questione di pelle?
di una cosa vado fiero
della mia razza

Da quando viaggio meno e vivo ritirato
mi lustro l’onore mi lavo il cervello
depongo fiori d’arancio in devozione
ai piedi del mio busto d’alabastro
somigliantissimo (dentro l’albume
di quegli occhi smorti
vegeta un sesso cagliato

Finirò con la benda sotto il mento
avvolto in un sudario rigido oltre il dovuto
l’ostia rappresa tra la lingua e il palato
e le mie ossa biancheggeranno
come frammenti di marmo pario
mentre l’Europa invasa...

Quello che è stato è stato
Nelo Risi

Nelo Risi

Variazioni sul bianco

Tra cent’anni forse meno
in mezzo a gente di piazza gialla e nera
che mal ti sopporta perché manchi di pigmento
quando qualcuno si volterà sorpreso
dicendo—Toh guarda un bianco!
e a quel richiamo d’inferiorità nel segno
del diverso (pregiudizio o vicolo cieco)
si stringeranno minacciosi intorno
ci sarà pure una voce più savia
che la spunterà ridendo—Via
non esageriamo! in fondo
ha qualcosa di umano ...

II

Il coltello di Bruto
affonda nella tunica lavata di fresco
Cesare in posa guarda con sdegno
appena addolorato
le sue ali di sparviero hanno un sussulto

La telecamera avanza in P.P.P.
per milioni di occhi fissi al video
poi panoramica sulla pozzetta
di sangue blu (gens Julia)
che tinge il travertino smacchiabile del Foro

III

Gesù nei secoli dopo Ravenna
dopo Bisanzio è un bel giovanotto
di tipo germanico
sicuramente
i pagani erano più scuri

IV

Il prigioniero
dalle percosse reso cieco
muto e offeso nell’udito
costretto a scavarsi la fossa
prima che gli passino sopra
una mano di calce trova ancora
la forza di migrar in un qualcosa
che gli appartiene mentre assiste
fisicamente alla sua fine

V

L’operaio del reparto forni
che la colata liquidò in un fiat
probabilmente era distratto
forse esaurito certo incurante
del normale limite di sicurezza

Altrettanto normale che l’inchiesta
deplori l’infortunio (morte
siffatta non è una mosca bianca)
ma si può chiedere di aver riguardo
al capitale?
VI

Immaginaria gravida dietro una fiomba?
di corsia faticavano a tenerla
con bende e lacci sulla branda—Leda
a gambe larghe che delira per un cigno in càmice

Quando inondandola il liquido agì
da calmante cadde in un sonno
metamorfico e il suo ventre
si decontrasse dando alla luce

un uovo subito dischiuso all’urto
di due gemelli su cavalli bianchi
figli suoi! da allattare
con le mammelle turgide di disinfettante

VII

Chi ti richiede? a che punto è
la curva della domanda di mercato
per la tua opera di artista?
il talento non è un bene standard
oggi però quello che conta è il pronto
uso (sapersi rinnovare ogni stagione)
così a chi gode di un reddito elevato
è garanzia la firma sulla biacca!
sotto due fori un taglio tre vocali
e l’arte povera è quotata in Borsa?
Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

A un Papa

Pochi giorni prima che tu morissi, la morte
aveva messo gli occhi su un tuo coetaneo:
a vent’anni, tu eri studente, lui manovale,
tu nobile, ricco, lui un ragazzaccio plebeo:
ma gli stessi giorni hanno dorato su voi
la vecchia Roma che stava tornando così nuova.
Ho veduto le sue spoglie, povero Zucchetto.
Girava di notte ubriaco intorno ai Mercati,
e un tram che veniva da San Paolo, l’ha travolto
e trascinato un pezzo pei binari tra i platani:
per qualche ora restò lì, sotto le ruote:
un po’ di gente si radunò intorno a guardarlo,
in silenzio: era tardi, c’erano pochi passanti.
Uno degli uomini che esistono perché esisti tu,
un vecchio poliziotto sbracato come un guappo,
a chi s’accostava troppo gridava; «Fuori dai coglioni!»
Poi venne l’automobile d’un ospedale a caricarlo:
la gente se ne andò, restò qualche brandello qua e là,
e la padrona di un bar notturno, più avanti,
che lo conosceva, disse a un nuovo venuto
che Zucchetto era andato sotto un tram, era finito.
Pochi giorni dopo finivi tu; Zucchetto era uno
della tua grande greggia romana ed umana,
un povero ubriacone, senza famiglia e senza letto,
che girava di notte, vivendo chissà come.
Tu non ne sapevi niente: come non sapevi niente
di altri mille e mille cristi come lui.
Forse io sono feroce a chiedermi per che ragione
la gente come Zucchetto fosse indegna del tuo amore.
Ci sono posti infami, dove madri e bambini
vivono in una polvere antica, in un fango d’altre epoche.
Proprio non lontano da dove tu sei vissuto,
in vista della bella cupola di San Pietro,
c’è uno di questi posti, il Gelsomino ...
Un monte tagliato a metà da una cava, e sotto,
tra una marana e una fila di nuovi palazzi,
un mucchio di misere costruzioni, non case ma porcili.
Bastava soltanto un tuo gesto, una tua parola,
perché quei tuoi figli avessero una casa:
tu non hai fatto un gesto, non hai detto una parola.
Non ti si chiedeva di perdonare Marx! Un’onda
immensa che si rifrange da millenni di vita
ti separava da lui, dalla sua religione:
ma nella tua religione non si parla di pietà?
Migliaia di uomini sotto il tuo pontificato,
davanti ai tuoi occhi, son vissuti in stabbi e porcili.
Lo sapevi, peccare non significa fare il male:
non fare il bene, questo significa peccare.
Quanto bene tu potevi fare! È non l’hai fatto:
non c’è stato un peccatore più grande di te.

From POESIA IN FORMA DI ROSA
Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Correvo nel crepuscolo fangoso

Correvo nel crepuscolo fangoso,
dietro a scali sconvolti, a mute
impalcature, tra rioni bagnati
nell’odore del ferro, degli stracci
riscaldati, che dentro una crosta
di polvere, tra casupole di latta
e scoli, inalzavano pareti
recenti e ormai scrostate, contro un fondo
di stinta metropoli.
Sull’asfalto
scalzato, tra i peli di un’erba acre
di escrementi e spianate
nere di fango – che la pioggia scavava
in infetti tepori – le dirotte
file di ciclisti, dei rantolanti
camion di legname, si sperdevano
di tanto in tanto, in centri di sobborghi
dove già qualche bar aveva cerchi
di bianchi lumi, e sotto la liscia
parete di una chiesa si stendevano,
viziosi, i giovani.
Intorno ai grattacieli
popolari, già vecchi, i marci orti
e le fabbriche irte di gru ferme
stagnavano in un febbrile silenzio;
ma un po’ fuori dal centro rischiarato,
al fianco di quel silenzio, una strada
blu d’asfalto pareva tutta immersa
in una vita immemore ed intensa
quanto antica. Benché radi, brillavano
i fanali d’una stridula luce,
e le finestre ancora aperte erano
bianche di panni stesi, palpitanti
di voci interne. Alle soglie sedute
stavano le vecchie donne, e limpidi
nelle tute o nei calzoncini quasi
di festa, scherzavano i ragazzi,
ma abbracciati fra loro, con compagne
di loro più precoci.
Tutto era umano,
in quella strada, e gli uomini vi stavano
aggrappati, dai vani al marciapiede,
coi loro stracci, le loro luci...

Sembrava che fino a dentro l’intima
e miserabile sua abitazione, l’uomo fosse
solo accampato, come un’altra razza,
e attaccato a questo suo rione
dentro il vespro unto e polveroso,
non fosse Stato il suo, ma confusa
sosta.
E chi attraversasse quella strada,
spoglio dell’innocente necessità,
perso dai secoli cristiani
che in quella gente si erano persi,
non fosse che un estraneo.
Piero Jahier

Piero Jahier

Prima marcia alpina

Uno per uno bastone alla mano e alla salita cantiamo

Se chiedi le reni rotte alla mina
se chiedi il polso della gravina
se chiedi il ginocchio piegato a salire
se chiedi l’amore pronto a patire:
son io, l’alpino, rispondiamo e all’ adunata corriamo.

Ma la montagna, alpino, è franata
ma la tua tenda, alpino, è sparita,
alpino, tutta l’acqua è seccata,
alpino, il vetrato gela le dita
ma la tua penna è folgorata
ma la gran notte di nebbia è salita. ...

Uno per uno corda alla mano
dove non si passa, passiamo.

E la balma di roccia ci ricoprirà
e l’acqua di neve ci disseterà;
la penna il fulmine domesticherà
la nebbia il sole l’avvamperà quando l’alpino passerà.

Uno per uno zaino alla mano e nei riposi ci contiamo.

Alpino, tu sei passato
ma il compagno che manca è ferito

la mitraglia l’ha arrivato
dalla croda l’ha distaccato
nella gola l’ha tranghiottito.

Dove sei, compagno caro,
al paese dovevi tornare;
se qualcuno lo potrà rivedere
glie ne chiederà la tua mare.
Ma non sei stato abbandonato
ma ti veniamo a ritrovare.
Sei il nostro ferito ti riprendiamo al paese ti riportiamo.

Tutti per uno, mano alla mano
dove si muore, discendiamo.

Tutti per uno mano alla mano
dove si muore, discendiamo.

Ma il tuo compagno, alpino, è spirato
al paese non può più tornare,
ma il suo lamento è dileguato
non ti chiama più a ritrovare.
Sulla coltrice del nevato resterà solo a riposare.

Dove sei, compagno caro,
se al paese non puoi ritornare
ma non sei stato abbandonato
ma ti veniamo a ritrovare.

Il viso bianco gli rasciughiamo
il corpo stronco ricomponiamo.
E il nostro morto
ce lo riprendiamo
alla patria lo riportiamo.

Uno per uno
bomba alla mano
e lo vendichiamo.
Marzo, Soracroda
Ai miei soldati dell’Alpago e a ogni alpino.