Poesie di questo tema
Società e mondo
Michele Sovente
Per specula aenigmatis
VI
Ad meas ripas e longinquo advena
Venit. Navis fuit avis. Alas sonabat.
Alas perdebat. Alas rumpebam.
Alas in vitro spargebam. Me sine
lingua in lingua Lycurgi me exstinguebam
nascentem. Cervi(fe)calia fastigia
advena effundens. O rutilanstygia
sine navis navarco sine magnetico
meos indice fluctus perfide frangens!
Novam in tabulis scientiam Lycurgus
fundabat. Advenam me solum, me dirimentem
linguam de lingua. Noctis de ventre
me sine loco n/avis clam resurgentem
in alas pelagias me sine me inferebat.
Da lontano ai miei lidi lo straniero
approdò. Come un uccello il vascello volò.
Le sue ali il vento suonava. Le sue ali
il vento sbranava. Le sue ali a una a una
nel puro cristallo scioglievo. Senza lingua
nascevo. Licurgo: mio demiurgo. Fastigi
preziosi e ulcerosi lo straniero seminava.
Rutilante la nave che senza bussola e senza
nocchiero - perfida - solca i miei flutti.
Su vergini legni Licurgo una nuova scienza
fondava. Io lo straniero/sperduto che muto
in plaghe di mille favelle affondava. Del mio
smembrato fasciame dai gorghi della notte chissà
in quale luogo schizzato, di me fatalmente
rinato l’uccello/vascello grondava.
XVI
Membra de muco, ungues de manu,
bulbos seminales de atra cervice
dividit securis et ulmos de crocis,
de silvis filices, salsa fragmenta
de undis separavit turbo rugiens,
unus vagabam et nullus membratim
peribam, Naturam fingebam naturae
me iungere, Heraclitum in fluxu
mortalis aquae novissime me anxium
agebat animam orbis aientem me di
videbat, contexte immo vero in
flatum/afflatum naturae membratim
ruentis muculentam salivam et sperma
mentisque mei micas totius tremebundas
contexte traicio: ego scriba membratim
scintillantes latinos reperiens lapillos
se acerrime fingens linguae novissimae
locum contexte construere.
In un folle imbuto cartilagini e muco,
unghie e falangi, bulbi germinali e scuro
cervello, l’ascia d’osso e di rame a
scagliarsi precisa, a staccare l’olmo dal
croco, l’acqua dal fuoco, il sale dall’
onda, sbrandellato andavo sull’ombra e
tutt’intero nell’ombra morivo, amavo
ingannarmi che la Natura in sé mi prendesse,
in sé mi perdesse, sapere che Eraclito aveva af
fermato nel flusso mortale dei fiumi il perno del
Tutto mi strappava ai miei astri, mi sputava nel
vuoto, e ogni pulviscolo di saliva e di sangue e
di sperma si confonde e si fonde nel folle
imbuto dei noviluni, dei giorni, dei venti,
degli aromi emollienti: e sono io
il bricoleur — leggi: scriba — che raccatta
scarti latini e a uno a uno li saggia nell’
attrito infinito di un’altra lingua che mai
vedrà nascere.
Tante lame, migliaia, soavi
crudeli, - quante lame? -, corolle si
gonfiano cancri, altre primavere, altre
sere, sussurrano, per astri: per antri,
“...non ego ma l’Orco, non l’alfa...”, e
gelido 1l sogno scandaglia e fulgido abbaglia,
frammenti roventi, mia forma, e precipita,
il daino la ruota sussulta il girasole per
archi graffiti, tant’erbe la bora rovina,
tante ali, migliaia, e nei vortici,
- quante ali, quant’erbe? - si espandono languono,
“_..non ego ma l’ Alfa, non l’orco...”,
splendida splendidanotte, mia forca, e promana,
il grillo dal Nulla la luna promana e, più
della forma perenne, impazzisce e
impazzisce - mia forma ruotata -:
TANTE LAME: QUANTE LAME?
Di notte io vidi aquiloni e aquiloni tagliare
cimase - non siate increduli - e vidi davvero
lamelle/animelle farsi ombrine farsi oro
gonfiarsi e sfere e sferette di nebbia e di fuoco
annullarsi: code rose licheni deflagravano
sulla luna. Io le mie unghie vidi essere lupo
e le mie mani essere ontani essere crochi
essere steli di neve. Pensavo e dicevo che
il sonno che il sangue oscuro dell’anima
produce/seduce il globo ogni globo: e - non
deridetemi - dico che vidi me stesso incandescente
carambolare nella clessidra glaciale del
nullo tempo e alla luna - solissimo - come
fiato tenue di pioggia che sfiora il deserto
e come sonnambulo mormoravo senza parole
“FERVIDA LUNA, INONDAMI D’ORO”.
’
L’alga: smeraldo del mare. La retrattile
Alga porporina. Nel buio contemplava
la sua fredda luce, succhiava la sua linfa
nella sfera obliqua del mistero. Da immemori
lune, in gara con la squamosa voce porosa
dei pesci che corteggiavano le onde e le notti,
l’alga scioglieva la sua voce stregata
“Le Naiaidi mi fecero dono di bocca, di seni,
di un ombelico di seta e di ghiandole e di orecchie
e narici e mi fecero dono di pupille di latte...
se la Luna sarà brava ruffiana, vi sposerò”.
L’alga sognava l’irriducibile febbre dei pesci.
I pesci filavano lunghi sogni infelici “Come
in tanto faremo ad amare un’alga soltanto?
Potrà mai un’alga sola amare così numerosi e
gelosi spasimanti?”. E - orgiastica - l’alga sognava
e sognava i pesci che il male, il sale bruciava.
Nello specchio l’effigie, per arcani
passaggi luminosi, rifratta dall’ampiezza
del cerchio, dell’ovale, tremava: mezzaluna
vagante, magnolia sognante, topazio, sporgenza
dorata. Il Nome - di giorno - tremava.
Il pioppo Îì e ora il faggio, apparendo e
sparendo, minima bella lamella, stridula
asma - ectoplasma nel muco costretto, dal muco
distrutto —, l’immagine astrale a poco a
poco nello specchio di smagliava. A poco a
poco, per luminosi/arcani paesaggi, si vanificava.
Il Nome - di notte - tremava.
Ad meas ripas e longinquo advena
Venit. Navis fuit avis. Alas sonabat.
Alas perdebat. Alas rumpebam.
Alas in vitro spargebam. Me sine
lingua in lingua Lycurgi me exstinguebam
nascentem. Cervi(fe)calia fastigia
advena effundens. O rutilanstygia
sine navis navarco sine magnetico
meos indice fluctus perfide frangens!
Novam in tabulis scientiam Lycurgus
fundabat. Advenam me solum, me dirimentem
linguam de lingua. Noctis de ventre
me sine loco n/avis clam resurgentem
in alas pelagias me sine me inferebat.
Da lontano ai miei lidi lo straniero
approdò. Come un uccello il vascello volò.
Le sue ali il vento suonava. Le sue ali
il vento sbranava. Le sue ali a una a una
nel puro cristallo scioglievo. Senza lingua
nascevo. Licurgo: mio demiurgo. Fastigi
preziosi e ulcerosi lo straniero seminava.
Rutilante la nave che senza bussola e senza
nocchiero - perfida - solca i miei flutti.
Su vergini legni Licurgo una nuova scienza
fondava. Io lo straniero/sperduto che muto
in plaghe di mille favelle affondava. Del mio
smembrato fasciame dai gorghi della notte chissà
in quale luogo schizzato, di me fatalmente
rinato l’uccello/vascello grondava.
XVI
Membra de muco, ungues de manu,
bulbos seminales de atra cervice
dividit securis et ulmos de crocis,
de silvis filices, salsa fragmenta
de undis separavit turbo rugiens,
unus vagabam et nullus membratim
peribam, Naturam fingebam naturae
me iungere, Heraclitum in fluxu
mortalis aquae novissime me anxium
agebat animam orbis aientem me di
videbat, contexte immo vero in
flatum/afflatum naturae membratim
ruentis muculentam salivam et sperma
mentisque mei micas totius tremebundas
contexte traicio: ego scriba membratim
scintillantes latinos reperiens lapillos
se acerrime fingens linguae novissimae
locum contexte construere.
In un folle imbuto cartilagini e muco,
unghie e falangi, bulbi germinali e scuro
cervello, l’ascia d’osso e di rame a
scagliarsi precisa, a staccare l’olmo dal
croco, l’acqua dal fuoco, il sale dall’
onda, sbrandellato andavo sull’ombra e
tutt’intero nell’ombra morivo, amavo
ingannarmi che la Natura in sé mi prendesse,
in sé mi perdesse, sapere che Eraclito aveva af
fermato nel flusso mortale dei fiumi il perno del
Tutto mi strappava ai miei astri, mi sputava nel
vuoto, e ogni pulviscolo di saliva e di sangue e
di sperma si confonde e si fonde nel folle
imbuto dei noviluni, dei giorni, dei venti,
degli aromi emollienti: e sono io
il bricoleur — leggi: scriba — che raccatta
scarti latini e a uno a uno li saggia nell’
attrito infinito di un’altra lingua che mai
vedrà nascere.
Tante lame, migliaia, soavi
crudeli, - quante lame? -, corolle si
gonfiano cancri, altre primavere, altre
sere, sussurrano, per astri: per antri,
“...non ego ma l’Orco, non l’alfa...”, e
gelido 1l sogno scandaglia e fulgido abbaglia,
frammenti roventi, mia forma, e precipita,
il daino la ruota sussulta il girasole per
archi graffiti, tant’erbe la bora rovina,
tante ali, migliaia, e nei vortici,
- quante ali, quant’erbe? - si espandono languono,
“_..non ego ma l’ Alfa, non l’orco...”,
splendida splendidanotte, mia forca, e promana,
il grillo dal Nulla la luna promana e, più
della forma perenne, impazzisce e
impazzisce - mia forma ruotata -:
TANTE LAME: QUANTE LAME?
Di notte io vidi aquiloni e aquiloni tagliare
cimase - non siate increduli - e vidi davvero
lamelle/animelle farsi ombrine farsi oro
gonfiarsi e sfere e sferette di nebbia e di fuoco
annullarsi: code rose licheni deflagravano
sulla luna. Io le mie unghie vidi essere lupo
e le mie mani essere ontani essere crochi
essere steli di neve. Pensavo e dicevo che
il sonno che il sangue oscuro dell’anima
produce/seduce il globo ogni globo: e - non
deridetemi - dico che vidi me stesso incandescente
carambolare nella clessidra glaciale del
nullo tempo e alla luna - solissimo - come
fiato tenue di pioggia che sfiora il deserto
e come sonnambulo mormoravo senza parole
“FERVIDA LUNA, INONDAMI D’ORO”.
’
L’alga: smeraldo del mare. La retrattile
Alga porporina. Nel buio contemplava
la sua fredda luce, succhiava la sua linfa
nella sfera obliqua del mistero. Da immemori
lune, in gara con la squamosa voce porosa
dei pesci che corteggiavano le onde e le notti,
l’alga scioglieva la sua voce stregata
“Le Naiaidi mi fecero dono di bocca, di seni,
di un ombelico di seta e di ghiandole e di orecchie
e narici e mi fecero dono di pupille di latte...
se la Luna sarà brava ruffiana, vi sposerò”.
L’alga sognava l’irriducibile febbre dei pesci.
I pesci filavano lunghi sogni infelici “Come
in tanto faremo ad amare un’alga soltanto?
Potrà mai un’alga sola amare così numerosi e
gelosi spasimanti?”. E - orgiastica - l’alga sognava
e sognava i pesci che il male, il sale bruciava.
Nello specchio l’effigie, per arcani
passaggi luminosi, rifratta dall’ampiezza
del cerchio, dell’ovale, tremava: mezzaluna
vagante, magnolia sognante, topazio, sporgenza
dorata. Il Nome - di giorno - tremava.
Il pioppo Îì e ora il faggio, apparendo e
sparendo, minima bella lamella, stridula
asma - ectoplasma nel muco costretto, dal muco
distrutto —, l’immagine astrale a poco a
poco nello specchio di smagliava. A poco a
poco, per luminosi/arcani paesaggi, si vanificava.
Il Nome - di notte - tremava.
Nanni Balestrini
Apologo dell’evaso
La massima della mia azione difforme,
infausto al popolo il fiume
che al cinema videro spopolare
il delta, i fertilissimi campi
e i più nocivi insetti (chiara
minaccia ai vizi dei governanti!).
Fra i pampini ovunque liberi
galleggiavano, gonfi—e sì fa vano
l’ufficio dello storico. Ma saremo
a lungo preservati dal morso
del tafano azzurro, da iniezioni
di calciobromo, dall’unghie della zarina?
Lucenti strani corpi
violano il cielo; sbanda
il filo di formiche diagonale
nel cortile riemerso; ancora
il sole sorge dietro
la Punta Campanella incustodita
dai finanzieri corrotti e un argine
ultimo crolla. Lode
a un’estate di foco. S’io fossi
la piccola borghesia colata
nelle piazze fiorite e nei dì
di festa che salvi c’ignora
dalla droga e dalla noia per un po’
d’uva lavata in mare
presso la marcia catapulta; rifugiati
al primo tuono nelle gelaterie—chi fuggirei?
Passato il temporalaccio d’agosto
i graspi giungono a riva
fra i remi ai contrabbandieri salpati
nel novilunio e anzitutto conviene
(usciti dal vico cieco chiamammo
e orme erano ovunque
dell’abominevole uomo delle nevi)
fare l’amore intanto
che sui ponti la Via Lattea dilata.
Il Po nasce dal Monviso;
nuvole ... ma di ciò, altra volta.
infausto al popolo il fiume
che al cinema videro spopolare
il delta, i fertilissimi campi
e i più nocivi insetti (chiara
minaccia ai vizi dei governanti!).
Fra i pampini ovunque liberi
galleggiavano, gonfi—e sì fa vano
l’ufficio dello storico. Ma saremo
a lungo preservati dal morso
del tafano azzurro, da iniezioni
di calciobromo, dall’unghie della zarina?
Lucenti strani corpi
violano il cielo; sbanda
il filo di formiche diagonale
nel cortile riemerso; ancora
il sole sorge dietro
la Punta Campanella incustodita
dai finanzieri corrotti e un argine
ultimo crolla. Lode
a un’estate di foco. S’io fossi
la piccola borghesia colata
nelle piazze fiorite e nei dì
di festa che salvi c’ignora
dalla droga e dalla noia per un po’
d’uva lavata in mare
presso la marcia catapulta; rifugiati
al primo tuono nelle gelaterie—chi fuggirei?
Passato il temporalaccio d’agosto
i graspi giungono a riva
fra i remi ai contrabbandieri salpati
nel novilunio e anzitutto conviene
(usciti dal vico cieco chiamammo
e orme erano ovunque
dell’abominevole uomo delle nevi)
fare l’amore intanto
che sui ponti la Via Lattea dilata.
Il Po nasce dal Monviso;
nuvole ... ma di ciò, altra volta.
Nanni Balestrini
Senza lacrime per le rose
Infine, la grande industria e la sua scienza
non sono il premio per chi vince la lotta di classe.
Sono il terreno stesso di questa lotta. E finché il
terreno è occupato dal nemico bisogna spararci
sopra, senza lacrime per le rose.
Mario Tronti, Operai e capitale
a
metà strada
nel buio ne
i
fitti alb
l’albero prefe
risce la cal
ma ma il vento non si pla
ca la lotta di
il
compito è di
eliminare il
di classe è un fa
tto oggettivo è in
dipendente dal
la volontà dell’uom
rovesciato
il
potere i
deologico della borghes
la situazione è tranquil
la a torino dopo le sedici or
e di guerriglia di
ieri
oggi tutto deve e
ssere subordinato a
gli alberi fanno troppo rumore
lla definizione d
i una strateg
la fiat? non creò un al
tro uomo dicen
do tu sei i
1 mio schiav
la grande
il
rovesciamento delle i
dee dominant
non sono il premio per chi vince la lotta di classe.
Sono il terreno stesso di questa lotta. E finché il
terreno è occupato dal nemico bisogna spararci
sopra, senza lacrime per le rose.
Mario Tronti, Operai e capitale
a
metà strada
nel buio ne
i
fitti alb
l’albero prefe
risce la cal
ma ma il vento non si pla
ca la lotta di
il
compito è di
eliminare il
di classe è un fa
tto oggettivo è in
dipendente dal
la volontà dell’uom
rovesciato
il
potere i
deologico della borghes
la situazione è tranquil
la a torino dopo le sedici or
e di guerriglia di
ieri
oggi tutto deve e
ssere subordinato a
gli alberi fanno troppo rumore
lla definizione d
i una strateg
la fiat? non creò un al
tro uomo dicen
do tu sei i
1 mio schiav
la grande
il
rovesciamento delle i
dee dominant
Nanni Balestrini
X. Frammento dell’anarchia
amente dichiarò ch
il paziente si ritrae nel m
scopo di questo frammento è accertare la vost
ose e in minuscoli due pezzi a cui dettano ordini e contrordini
è estremamente vivace e può persino compiere alcuni mo
ioriva con inaudita letizia la città
è diffici
chiarò chiunque metta la ma
te si ritrae nel momento del raggiungimento d
questo frammento è accertate la vostra attuale velocità e grado
due pezzi a cui dettano ordini e contrordini mentre as
compiere alcuni movimenti con le bra
la città
riesca a comprende
iunque metta la mano su di me per governarmi
rae nel momento del raggiungimento del piacere quando si tratta
è accertare la vostra attuale velocità e grado di comp
trordini mentre aspettano con ansia
on le bra
tino e di mattone
comprenderli conviene quin
tta la mano su di me per governarmi è un usurpatore e un tirann
il raggiungimento del piacere quando si tratta di fare
tà e grado di comprensione per stabi
con ansia
uo cuore batte già
mattone sorbiva la luce com
erli conviene quindi lasciarli nel loro ambie
me per governarmi è un usurpatore e un tiranno io lo d
si tratta di fare un passo decisivo
per stabi
di essere chiamati
batte già da due settimane
sorbiva la luce come un’avida selva le fontan
iene quindi lasciarli nel loro ambiente senza cercare di volerl
un tiranno io lo dichiaro mio nemico
decisivo
ivello base su cui
chiamati al telefono instal
da due settimane ha un cervello e un sistema
a luce come un’avida selva le fontane papali si levavano in un
arli nel loro ambiente senza cercare di volerli cambia
io nemico
indiretto verso di
se su cui misurare i vostri
al telefono installato a un metro dall’acqua
ettimane ha un cervello e un sistema nervoso che mandano impuls
da selva le fontane papali si levavano in un cielo più
di volerli cambiare fosse anche nell
il paziente si ritrae nel m
scopo di questo frammento è accertare la vost
ose e in minuscoli due pezzi a cui dettano ordini e contrordini
è estremamente vivace e può persino compiere alcuni mo
ioriva con inaudita letizia la città
è diffici
chiarò chiunque metta la ma
te si ritrae nel momento del raggiungimento d
questo frammento è accertate la vostra attuale velocità e grado
due pezzi a cui dettano ordini e contrordini mentre as
compiere alcuni movimenti con le bra
la città
riesca a comprende
iunque metta la mano su di me per governarmi
rae nel momento del raggiungimento del piacere quando si tratta
è accertare la vostra attuale velocità e grado di comp
trordini mentre aspettano con ansia
on le bra
tino e di mattone
comprenderli conviene quin
tta la mano su di me per governarmi è un usurpatore e un tirann
il raggiungimento del piacere quando si tratta di fare
tà e grado di comprensione per stabi
con ansia
uo cuore batte già
mattone sorbiva la luce com
erli conviene quindi lasciarli nel loro ambie
me per governarmi è un usurpatore e un tiranno io lo d
si tratta di fare un passo decisivo
per stabi
di essere chiamati
batte già da due settimane
sorbiva la luce come un’avida selva le fontan
iene quindi lasciarli nel loro ambiente senza cercare di volerl
un tiranno io lo dichiaro mio nemico
decisivo
ivello base su cui
chiamati al telefono instal
da due settimane ha un cervello e un sistema
a luce come un’avida selva le fontane papali si levavano in un
arli nel loro ambiente senza cercare di volerli cambia
io nemico
indiretto verso di
se su cui misurare i vostri
al telefono installato a un metro dall’acqua
ettimane ha un cervello e un sistema nervoso che mandano impuls
da selva le fontane papali si levavano in un cielo più
di volerli cambiare fosse anche nell
Nelo Risi
Dalle regioni dell’aria
Visionando dall’alto la visione
visionando il visionabile in toto
come un involucro
che per meglio differenziare il prodotto
non fa che esprimere maggiormente il vuoto
il mutato non sembra poi mutato
Questo l’antico fogliame? le acque blu?
l’azzurro stemperato? le città
merlate di storia?
Questo l’idioma di quiete?
Questo il colore della Totalità?
Si buca
il mansueto chiarore si va
dentro la nuvolaglia
giù dove il sole scalda poco
dove il bianco candeggia
dove il verde è bruciato dove l’acqua è scolo
dove gli uccelli vanno altrove
dove il paese è mortificato
dove i rumori esaltano i nervi come a tante rane
dove i clacson scampanano a morto
dove i polmoni hanno acini di piombo
dove non c’è un’immagine col suo valore giusto
non una sillaba di cui fruire
dove non si può più convincere
dove occorre sovvertire
dove la gente muore per correre in massa al mare
dove un’auto in pochi metri si mangia la nostra
quotidiana razione d’ossigeno
fate un po’ voi il conto del carbonio che disseminano...
E perché l’occhio abbia la sua parte
una ninfetta nuda dentro una sfera di cristallo
in orbita nel suo perielio pubblicitario
prova lacche rossetti deodoranti e assorbenti
tra il disordine oh! studiato
di mini intimi indumenti
visionando il visionabile in toto
come un involucro
che per meglio differenziare il prodotto
non fa che esprimere maggiormente il vuoto
il mutato non sembra poi mutato
Questo l’antico fogliame? le acque blu?
l’azzurro stemperato? le città
merlate di storia?
Questo l’idioma di quiete?
Questo il colore della Totalità?
Si buca
il mansueto chiarore si va
dentro la nuvolaglia
giù dove il sole scalda poco
dove il bianco candeggia
dove il verde è bruciato dove l’acqua è scolo
dove gli uccelli vanno altrove
dove il paese è mortificato
dove i rumori esaltano i nervi come a tante rane
dove i clacson scampanano a morto
dove i polmoni hanno acini di piombo
dove non c’è un’immagine col suo valore giusto
non una sillaba di cui fruire
dove non si può più convincere
dove occorre sovvertire
dove la gente muore per correre in massa al mare
dove un’auto in pochi metri si mangia la nostra
quotidiana razione d’ossigeno
fate un po’ voi il conto del carbonio che disseminano...
E perché l’occhio abbia la sua parte
una ninfetta nuda dentro una sfera di cristallo
in orbita nel suo perielio pubblicitario
prova lacche rossetti deodoranti e assorbenti
tra il disordine oh! studiato
di mini intimi indumenti
Nelo Risi
L’arte della guerra
Il Faraone avanza sotto un cielo di ventagli
l’esercito va sempre a piedi su dodici file
dal deserto di sabbia alle pietre nere di Siria,
un leone senza laccio segue il carro reale.
Dove l’erba è fitta una città d’oriente
manda barbagli. Gli ambasciatori si consultano
fissano il luogo e il giorno dello scontro,
se una delle parti non è pronta la si attende.
l’esercito va sempre a piedi su dodici file
dal deserto di sabbia alle pietre nere di Siria,
un leone senza laccio segue il carro reale.
Dove l’erba è fitta una città d’oriente
manda barbagli. Gli ambasciatori si consultano
fissano il luogo e il giorno dello scontro,
se una delle parti non è pronta la si attende.
Nelo Risi
La mano sul ramo
La mano sul ramo
sulle tette sul coso
sull’oro e trac!
chi non tira al suo vantaggio?
ho colto la vita dall’albero
di ogni frutto ho fatto conserva...
quello che è stato è stato
Il curriculum è aperto: facile
dire che è tutto uno scialbo
museo maniacale comodo dire
che ho perso la faccia che ho
accomodato a mio modo la storia –
in giro se ne parla per parlare
Da uomo d’ordine
che dell’ordine del mondo
ha una sua fondata opinione
devo tener conto che dopo la grande
dopo la mondiale è nell’aria
una terza universale – tanta
energia compressa dovrà pure espandersi!
Voli di bandiere stragi araldiche
le pulsioni più coatte
scaricate sugli inermi in ogni dove
nel Laos nel caos
magari un’isoletta un quarto turca
il resto greca – un disegno autoritario
Biogeneticamente pare
non ho di che vantarmi
(e i traslati le metafore?
bello come un giglio
sant’Antonio lis de France...
il vergine il pudico scala
al bianco
Mi gestisco mi appartengo
ora tendo al bordello ora
dipendo dalla famiglia amo
la donna serva (oh! il turchinetto
da bucato un rifarsi in sogno
amabilmente candido
Ho un carattere dominante
e dovrei cambiare? so so
che la mutazione è legge
fondamentale per averla
studiata sui conigli le piante
(metti nero su bianca
verrà fuori un meticcio
Una buona dentiera cannibalesca
e la carriera è aperta
titoli & azioni / burro & cannoni
nel lavoro sempre prima il profitto
(il privato è diverso dal sociale
anche se crea disagio in fabbrica
Un domenicano lunedì mi ha detto
«A ben guardare badi bene mi dia retta
il marxismo non è che un’eresia cristiana»
io ho provato a sciacquarmi la bocca
ma è un detersivo che ti mangia il tartaro
e dalle gengive gronda rosso (tutto sommato
un’esperienza deviante volevo fare contenta mia figlia
Notti in bianco
in solitudine davanti un bicchiere
in un pallore di luna funesto
albeggiare di tracce mnestiche
tra ornamenti e maschere...
(ti viene da piangere
Se ho un rimpianto è per le colonie
il mercato delle schiave un paio di moretti a letto
l’incontro con Livingstone i ladri con le mani mozze
il Congo di Leopoldo la Libia di Graziani le missioni
il mondo a nostra immagine ah l’Africa!
non c’è più in giro un mercenario
molto è perduto anche il guadagno facile
(Ho notato che la gente di colore
non suda affatto Io me ne sto sdraiato
ciononostante traspiro sempre Che sia
una questione di pelle?
di una cosa vado fiero
della mia razza
Da quando viaggio meno e vivo ritirato
mi lustro l’onore mi lavo il cervello
depongo fiori d’arancio in devozione
ai piedi del mio busto d’alabastro
somigliantissimo (dentro l’albume
di quegli occhi smorti
vegeta un sesso cagliato
Finirò con la benda sotto il mento
avvolto in un sudario rigido oltre il dovuto
l’ostia rappresa tra la lingua e il palato
e le mie ossa biancheggeranno
come frammenti di marmo pario
mentre l’Europa invasa...
Quello che è stato è stato
sulle tette sul coso
sull’oro e trac!
chi non tira al suo vantaggio?
ho colto la vita dall’albero
di ogni frutto ho fatto conserva...
quello che è stato è stato
Il curriculum è aperto: facile
dire che è tutto uno scialbo
museo maniacale comodo dire
che ho perso la faccia che ho
accomodato a mio modo la storia –
in giro se ne parla per parlare
Da uomo d’ordine
che dell’ordine del mondo
ha una sua fondata opinione
devo tener conto che dopo la grande
dopo la mondiale è nell’aria
una terza universale – tanta
energia compressa dovrà pure espandersi!
Voli di bandiere stragi araldiche
le pulsioni più coatte
scaricate sugli inermi in ogni dove
nel Laos nel caos
magari un’isoletta un quarto turca
il resto greca – un disegno autoritario
Biogeneticamente pare
non ho di che vantarmi
(e i traslati le metafore?
bello come un giglio
sant’Antonio lis de France...
il vergine il pudico scala
al bianco
Mi gestisco mi appartengo
ora tendo al bordello ora
dipendo dalla famiglia amo
la donna serva (oh! il turchinetto
da bucato un rifarsi in sogno
amabilmente candido
Ho un carattere dominante
e dovrei cambiare? so so
che la mutazione è legge
fondamentale per averla
studiata sui conigli le piante
(metti nero su bianca
verrà fuori un meticcio
Una buona dentiera cannibalesca
e la carriera è aperta
titoli & azioni / burro & cannoni
nel lavoro sempre prima il profitto
(il privato è diverso dal sociale
anche se crea disagio in fabbrica
Un domenicano lunedì mi ha detto
«A ben guardare badi bene mi dia retta
il marxismo non è che un’eresia cristiana»
io ho provato a sciacquarmi la bocca
ma è un detersivo che ti mangia il tartaro
e dalle gengive gronda rosso (tutto sommato
un’esperienza deviante volevo fare contenta mia figlia
Notti in bianco
in solitudine davanti un bicchiere
in un pallore di luna funesto
albeggiare di tracce mnestiche
tra ornamenti e maschere...
(ti viene da piangere
Se ho un rimpianto è per le colonie
il mercato delle schiave un paio di moretti a letto
l’incontro con Livingstone i ladri con le mani mozze
il Congo di Leopoldo la Libia di Graziani le missioni
il mondo a nostra immagine ah l’Africa!
non c’è più in giro un mercenario
molto è perduto anche il guadagno facile
(Ho notato che la gente di colore
non suda affatto Io me ne sto sdraiato
ciononostante traspiro sempre Che sia
una questione di pelle?
di una cosa vado fiero
della mia razza
Da quando viaggio meno e vivo ritirato
mi lustro l’onore mi lavo il cervello
depongo fiori d’arancio in devozione
ai piedi del mio busto d’alabastro
somigliantissimo (dentro l’albume
di quegli occhi smorti
vegeta un sesso cagliato
Finirò con la benda sotto il mento
avvolto in un sudario rigido oltre il dovuto
l’ostia rappresa tra la lingua e il palato
e le mie ossa biancheggeranno
come frammenti di marmo pario
mentre l’Europa invasa...
Quello che è stato è stato
Nelo Risi
La Ville
Mecca, falotica meta di tutti segnata a dito
viola di sera viola del pensiero oh quanto violata –
non hai più niente d’inedito.
Ogni giorno l’ultimo venuto
armeno cafro o solo cisalpino
come me scava nel tenero
si taglia una parte di livido e di Senna
numera i ponti si fa un po’ alla lingua
va sull’antenna della più alta torre di ferro
spazia e decide: qui staremo ottimamente.
Pubblicamente io ti ringrazio.
viola di sera viola del pensiero oh quanto violata –
non hai più niente d’inedito.
Ogni giorno l’ultimo venuto
armeno cafro o solo cisalpino
come me scava nel tenero
si taglia una parte di livido e di Senna
numera i ponti si fa un po’ alla lingua
va sull’antenna della più alta torre di ferro
spazia e decide: qui staremo ottimamente.
Pubblicamente io ti ringrazio.
Nelo Risi
Per memoria
Avreste dovuto lottare
la storia ci rimprovera
venivano avanti
divorando compatti l’orizzonte;
e fu uno sbattere d’imposte
un barricarsi
sotto lenzuola e tende,
una paralisi
rotta dalle preghiere.
Ne vidi uno solo
tutto mandibole e rostri
una molla uno scatto
nel mimetismo della corazza
esatto come ogni macchina di guerra
con un guanciale sulla testa
uscii all’aperto in un sole d’ecclissi
e come Plinio il Vecchio
o uno storico del Ghetto
la passione del fenomeno
mi perdette.
la storia ci rimprovera
venivano avanti
divorando compatti l’orizzonte;
e fu uno sbattere d’imposte
un barricarsi
sotto lenzuola e tende,
una paralisi
rotta dalle preghiere.
Ne vidi uno solo
tutto mandibole e rostri
una molla uno scatto
nel mimetismo della corazza
esatto come ogni macchina di guerra
con un guanciale sulla testa
uscii all’aperto in un sole d’ecclissi
e come Plinio il Vecchio
o uno storico del Ghetto
la passione del fenomeno
mi perdette.
Nelo Risi
Variazioni sul bianco
Tra cent’anni forse meno
in mezzo a gente di piazza gialla e nera
che mal ti sopporta perché manchi di pigmento
quando qualcuno si volterà sorpreso
dicendo—Toh guarda un bianco!
e a quel richiamo d’inferiorità nel segno
del diverso (pregiudizio o vicolo cieco)
si stringeranno minacciosi intorno
ci sarà pure una voce più savia
che la spunterà ridendo—Via
non esageriamo! in fondo
ha qualcosa di umano ...
II
Il coltello di Bruto
affonda nella tunica lavata di fresco
Cesare in posa guarda con sdegno
appena addolorato
le sue ali di sparviero hanno un sussulto
La telecamera avanza in P.P.P.
per milioni di occhi fissi al video
poi panoramica sulla pozzetta
di sangue blu (gens Julia)
che tinge il travertino smacchiabile del Foro
III
Gesù nei secoli dopo Ravenna
dopo Bisanzio è un bel giovanotto
di tipo germanico
sicuramente
i pagani erano più scuri
IV
Il prigioniero
dalle percosse reso cieco
muto e offeso nell’udito
costretto a scavarsi la fossa
prima che gli passino sopra
una mano di calce trova ancora
la forza di migrar in un qualcosa
che gli appartiene mentre assiste
fisicamente alla sua fine
V
L’operaio del reparto forni
che la colata liquidò in un fiat
probabilmente era distratto
forse esaurito certo incurante
del normale limite di sicurezza
Altrettanto normale che l’inchiesta
deplori l’infortunio (morte
siffatta non è una mosca bianca)
ma si può chiedere di aver riguardo
al capitale?
VI
Immaginaria gravida dietro una fiomba?
di corsia faticavano a tenerla
con bende e lacci sulla branda—Leda
a gambe larghe che delira per un cigno in càmice
Quando inondandola il liquido agì
da calmante cadde in un sonno
metamorfico e il suo ventre
si decontrasse dando alla luce
un uovo subito dischiuso all’urto
di due gemelli su cavalli bianchi
figli suoi! da allattare
con le mammelle turgide di disinfettante
VII
Chi ti richiede? a che punto è
la curva della domanda di mercato
per la tua opera di artista?
il talento non è un bene standard
oggi però quello che conta è il pronto
uso (sapersi rinnovare ogni stagione)
così a chi gode di un reddito elevato
è garanzia la firma sulla biacca!
sotto due fori un taglio tre vocali
e l’arte povera è quotata in Borsa?
in mezzo a gente di piazza gialla e nera
che mal ti sopporta perché manchi di pigmento
quando qualcuno si volterà sorpreso
dicendo—Toh guarda un bianco!
e a quel richiamo d’inferiorità nel segno
del diverso (pregiudizio o vicolo cieco)
si stringeranno minacciosi intorno
ci sarà pure una voce più savia
che la spunterà ridendo—Via
non esageriamo! in fondo
ha qualcosa di umano ...
II
Il coltello di Bruto
affonda nella tunica lavata di fresco
Cesare in posa guarda con sdegno
appena addolorato
le sue ali di sparviero hanno un sussulto
La telecamera avanza in P.P.P.
per milioni di occhi fissi al video
poi panoramica sulla pozzetta
di sangue blu (gens Julia)
che tinge il travertino smacchiabile del Foro
III
Gesù nei secoli dopo Ravenna
dopo Bisanzio è un bel giovanotto
di tipo germanico
sicuramente
i pagani erano più scuri
IV
Il prigioniero
dalle percosse reso cieco
muto e offeso nell’udito
costretto a scavarsi la fossa
prima che gli passino sopra
una mano di calce trova ancora
la forza di migrar in un qualcosa
che gli appartiene mentre assiste
fisicamente alla sua fine
V
L’operaio del reparto forni
che la colata liquidò in un fiat
probabilmente era distratto
forse esaurito certo incurante
del normale limite di sicurezza
Altrettanto normale che l’inchiesta
deplori l’infortunio (morte
siffatta non è una mosca bianca)
ma si può chiedere di aver riguardo
al capitale?
VI
Immaginaria gravida dietro una fiomba?
di corsia faticavano a tenerla
con bende e lacci sulla branda—Leda
a gambe larghe che delira per un cigno in càmice
Quando inondandola il liquido agì
da calmante cadde in un sonno
metamorfico e il suo ventre
si decontrasse dando alla luce
un uovo subito dischiuso all’urto
di due gemelli su cavalli bianchi
figli suoi! da allattare
con le mammelle turgide di disinfettante
VII
Chi ti richiede? a che punto è
la curva della domanda di mercato
per la tua opera di artista?
il talento non è un bene standard
oggi però quello che conta è il pronto
uso (sapersi rinnovare ogni stagione)
così a chi gode di un reddito elevato
è garanzia la firma sulla biacca!
sotto due fori un taglio tre vocali
e l’arte povera è quotata in Borsa?
Pannuccio dal Bagno Pisano
Lasso di far più verso
Lasso di far più verso -
son, poi veggi’ ogn’om manco
d’amore far tuttor del dritto inverso:
ché, qual ten om più franco
di lealtate, perso
tosto fa, se veder se pò, del bianco;
Ché donna né converso
non so ’l cor aggia stanco
di ciò pensare e fare, und’è ben perso:
sicché “Vert non branco”
pò dire, “ansi l’avverso,”
leal om, si l’ha preso per lo fianco
islealtat’ e inganno, ch’ognor monta
e lo mondo governa
15. sì, c’a quella lanterna
vol gire ogn’omo e in ciò far si ponta;
tanto c’obbriat’ hano la superna
membransa dove l’onta
e ’l ben d’ogn’om si conta,
e di ciascuno han merto in sempiterna.
Neri de’ Visdomini
son, poi veggi’ ogn’om manco
d’amore far tuttor del dritto inverso:
ché, qual ten om più franco
di lealtate, perso
tosto fa, se veder se pò, del bianco;
Ché donna né converso
non so ’l cor aggia stanco
di ciò pensare e fare, und’è ben perso:
sicché “Vert non branco”
pò dire, “ansi l’avverso,”
leal om, si l’ha preso per lo fianco
islealtat’ e inganno, ch’ognor monta
e lo mondo governa
15. sì, c’a quella lanterna
vol gire ogn’omo e in ciò far si ponta;
tanto c’obbriat’ hano la superna
membransa dove l’onta
e ’l ben d’ogn’om si conta,
e di ciascuno han merto in sempiterna.
Neri de’ Visdomini
Paolo Buzzi
Cammino astrale
Si andava a cento chilometri l’ora.
La sera avanzava a miliardi di miglia il minuto.
Tutte le globaglie del piombo fuso erano in cielo.
I monti rizzavano falesie d’antracite.
° Il lago era un bacino prolisso d’inchiostro di seppia.
Le prime vite dei lumi lucciolavano per le costiere.
Si andava, si andava come entro un’acqua forte
velati dai tratteggi fittissimi della penombra
le nari ebbre d’un effluvio di ragia pluviosa.
1° Il paesaggio sonava nell’ansito folle della macchina.
Cantava il mio cuore un’ode al motore, inenarrabile.
Dietro, le signore felici chioccolavano come le fonti.
Il profumo de’ lor veli fuggiva coi morsi del turbine.
Spazzammo, cometa mostruosa caudata di petto,
la via, gli abissi di pietra e d’acqua e d’aria,
col prisma satanico dei riflettori.
La pioggia crosciò tempestando diamanti.
L’eretta coperta parve un ciel buio sotto il cielo buio.
Gli occhi delle signore sprizzaron scintille sul fondo.
Ed ebbimo, nell’orbita libera luminosa,
la grande vertigine a vortici
dell’anime strane ch’esistono
in fuoco ai sistemi cosmici sospesi.
2° Più tardi, l’ossa imbevute
del metafisico liquido asteroidale,
divino - nell’intima pace d’un ciborio d’anime -
scaldar e tibie e sogni
alla meteora d’un grande focolare acceso!
La sera avanzava a miliardi di miglia il minuto.
Tutte le globaglie del piombo fuso erano in cielo.
I monti rizzavano falesie d’antracite.
° Il lago era un bacino prolisso d’inchiostro di seppia.
Le prime vite dei lumi lucciolavano per le costiere.
Si andava, si andava come entro un’acqua forte
velati dai tratteggi fittissimi della penombra
le nari ebbre d’un effluvio di ragia pluviosa.
1° Il paesaggio sonava nell’ansito folle della macchina.
Cantava il mio cuore un’ode al motore, inenarrabile.
Dietro, le signore felici chioccolavano come le fonti.
Il profumo de’ lor veli fuggiva coi morsi del turbine.
Spazzammo, cometa mostruosa caudata di petto,
la via, gli abissi di pietra e d’acqua e d’aria,
col prisma satanico dei riflettori.
La pioggia crosciò tempestando diamanti.
L’eretta coperta parve un ciel buio sotto il cielo buio.
Gli occhi delle signore sprizzaron scintille sul fondo.
Ed ebbimo, nell’orbita libera luminosa,
la grande vertigine a vortici
dell’anime strane ch’esistono
in fuoco ai sistemi cosmici sospesi.
2° Più tardi, l’ossa imbevute
del metafisico liquido asteroidale,
divino - nell’intima pace d’un ciborio d’anime -
scaldar e tibie e sogni
alla meteora d’un grande focolare acceso!
Paolo Buzzi
Dalle caserme
Se tutta la vita andasse a suono di tromba
noi crediamo che anche i sordi si strapperebbero i
Vogliono farci migliori e riusciranno timpani.
perché siamo quasi tutti buoni e amiamo il nostro Paese.
° Ma se si dovesse andar tutti i giorni in piazza,
tra le folle che urlano,
si finirebbe con l’odiare di più i borghesi.
Noi siamo forti e vogliamo provare la forza.
Poi, troppi han fame. Fra due anni avremo fame anche noi.
1° Bisogna fare dei buchi dentro la folla ora che siamo in tempo.
A meno di non marciare contro i Tedeschi...
Ma se perdiamo? Torna l’Italia al Papa...
noi crediamo che anche i sordi si strapperebbero i
Vogliono farci migliori e riusciranno timpani.
perché siamo quasi tutti buoni e amiamo il nostro Paese.
° Ma se si dovesse andar tutti i giorni in piazza,
tra le folle che urlano,
si finirebbe con l’odiare di più i borghesi.
Noi siamo forti e vogliamo provare la forza.
Poi, troppi han fame. Fra due anni avremo fame anche noi.
1° Bisogna fare dei buchi dentro la folla ora che siamo in tempo.
A meno di non marciare contro i Tedeschi...
Ma se perdiamo? Torna l’Italia al Papa...
Paolo Buzzi
Kipling
Genio delle città di statue pietrificate
e dei Templi scolpiti nella roccia viva;
delirio interno delle Pagode
di rubini e topazi e perle e zaffiri;
jungle d’ebano e di sapan e d’attar e di bambù:
effluvio di the, di rosa e d’oppio:
anima ventilata dal pulviscolo elettrico dei cotoni,
canoro Dio dei traffici d’indaco sui mari blu:
Imperatore cinico e cinematografico
a cavallo dei mondi di colore:
Europa, India, Persia, Cina, Malesia: demoniaco
delle forze erotiche ed eroiche:
cantano gli animali
l’ebbrezza servile: l’uomo comico e padrone
stupra la locomotiva
e singhiozza un suo lirico rutto a guizzi di violino:
cosmopolita laburista militare
inforchi, o Poeta,
l’elefantiaco Mostro ultramoderno
e ti scaraventi in potenza a descrivere
con inchiostri di sangue e d’acqua di carbone
le Apocalissi meccaniche nuovissime
dove i serpenti dell’Eden s’aggroppano
al gangliame d’acciaio frenetico delle officine.
e dei Templi scolpiti nella roccia viva;
delirio interno delle Pagode
di rubini e topazi e perle e zaffiri;
jungle d’ebano e di sapan e d’attar e di bambù:
effluvio di the, di rosa e d’oppio:
anima ventilata dal pulviscolo elettrico dei cotoni,
canoro Dio dei traffici d’indaco sui mari blu:
Imperatore cinico e cinematografico
a cavallo dei mondi di colore:
Europa, India, Persia, Cina, Malesia: demoniaco
delle forze erotiche ed eroiche:
cantano gli animali
l’ebbrezza servile: l’uomo comico e padrone
stupra la locomotiva
e singhiozza un suo lirico rutto a guizzi di violino:
cosmopolita laburista militare
inforchi, o Poeta,
l’elefantiaco Mostro ultramoderno
e ti scaraventi in potenza a descrivere
con inchiostri di sangue e d’acqua di carbone
le Apocalissi meccaniche nuovissime
dove i serpenti dell’Eden s’aggroppano
al gangliame d’acciaio frenetico delle officine.
Paolo Buzzi
Primi lampioni
Esco alla notte
contro gli amici lampioni.
Son gli occhi dei nuovi mostri terreni. Sfavillano
la luce ignota a’ miei avi. Mi fan l’aria moderna
onde questo respiro d’uomo semplice
diventa verso libero di poeta complesso.
Amo le ombre lunghe a sbarra dei lampioni
e vi cammino con piedi sicuri e sogni di vertigine
come l’equilibrista sul filo teso al precipizio.
E più amo i fogliami d’alberi del viale
che la luce elettrica dipinge ad acquerello
sul cartone prolisso dei lastricati.
E più amo la mia ombra che pare
lo svelto impaccio della mia stessa anima fra’ miei piedi.
contro gli amici lampioni.
Son gli occhi dei nuovi mostri terreni. Sfavillano
la luce ignota a’ miei avi. Mi fan l’aria moderna
onde questo respiro d’uomo semplice
diventa verso libero di poeta complesso.
Amo le ombre lunghe a sbarra dei lampioni
e vi cammino con piedi sicuri e sogni di vertigine
come l’equilibrista sul filo teso al precipizio.
E più amo i fogliami d’alberi del viale
che la luce elettrica dipinge ad acquerello
sul cartone prolisso dei lastricati.
E più amo la mia ombra che pare
lo svelto impaccio della mia stessa anima fra’ miei piedi.
Pier Paolo Pasolini
A un Papa
Pochi giorni prima che tu morissi, la morte
aveva messo gli occhi su un tuo coetaneo:
a vent’anni, tu eri studente, lui manovale,
tu nobile, ricco, lui un ragazzaccio plebeo:
ma gli stessi giorni hanno dorato su voi
la vecchia Roma che stava tornando così nuova.
Ho veduto le sue spoglie, povero Zucchetto.
Girava di notte ubriaco intorno ai Mercati,
e un tram che veniva da San Paolo, l’ha travolto
e trascinato un pezzo pei binari tra i platani:
per qualche ora restò lì, sotto le ruote:
un po’ di gente si radunò intorno a guardarlo,
in silenzio: era tardi, c’erano pochi passanti.
Uno degli uomini che esistono perché esisti tu,
un vecchio poliziotto sbracato come un guappo,
a chi s’accostava troppo gridava; «Fuori dai coglioni!»
Poi venne l’automobile d’un ospedale a caricarlo:
la gente se ne andò, restò qualche brandello qua e là,
e la padrona di un bar notturno, più avanti,
che lo conosceva, disse a un nuovo venuto
che Zucchetto era andato sotto un tram, era finito.
Pochi giorni dopo finivi tu; Zucchetto era uno
della tua grande greggia romana ed umana,
un povero ubriacone, senza famiglia e senza letto,
che girava di notte, vivendo chissà come.
Tu non ne sapevi niente: come non sapevi niente
di altri mille e mille cristi come lui.
Forse io sono feroce a chiedermi per che ragione
la gente come Zucchetto fosse indegna del tuo amore.
Ci sono posti infami, dove madri e bambini
vivono in una polvere antica, in un fango d’altre epoche.
Proprio non lontano da dove tu sei vissuto,
in vista della bella cupola di San Pietro,
c’è uno di questi posti, il Gelsomino ...
Un monte tagliato a metà da una cava, e sotto,
tra una marana e una fila di nuovi palazzi,
un mucchio di misere costruzioni, non case ma porcili.
Bastava soltanto un tuo gesto, una tua parola,
perché quei tuoi figli avessero una casa:
tu non hai fatto un gesto, non hai detto una parola.
Non ti si chiedeva di perdonare Marx! Un’onda
immensa che si rifrange da millenni di vita
ti separava da lui, dalla sua religione:
ma nella tua religione non si parla di pietà?
Migliaia di uomini sotto il tuo pontificato,
davanti ai tuoi occhi, son vissuti in stabbi e porcili.
Lo sapevi, peccare non significa fare il male:
non fare il bene, questo significa peccare.
Quanto bene tu potevi fare! È non l’hai fatto:
non c’è stato un peccatore più grande di te.
From POESIA IN FORMA DI ROSA
aveva messo gli occhi su un tuo coetaneo:
a vent’anni, tu eri studente, lui manovale,
tu nobile, ricco, lui un ragazzaccio plebeo:
ma gli stessi giorni hanno dorato su voi
la vecchia Roma che stava tornando così nuova.
Ho veduto le sue spoglie, povero Zucchetto.
Girava di notte ubriaco intorno ai Mercati,
e un tram che veniva da San Paolo, l’ha travolto
e trascinato un pezzo pei binari tra i platani:
per qualche ora restò lì, sotto le ruote:
un po’ di gente si radunò intorno a guardarlo,
in silenzio: era tardi, c’erano pochi passanti.
Uno degli uomini che esistono perché esisti tu,
un vecchio poliziotto sbracato come un guappo,
a chi s’accostava troppo gridava; «Fuori dai coglioni!»
Poi venne l’automobile d’un ospedale a caricarlo:
la gente se ne andò, restò qualche brandello qua e là,
e la padrona di un bar notturno, più avanti,
che lo conosceva, disse a un nuovo venuto
che Zucchetto era andato sotto un tram, era finito.
Pochi giorni dopo finivi tu; Zucchetto era uno
della tua grande greggia romana ed umana,
un povero ubriacone, senza famiglia e senza letto,
che girava di notte, vivendo chissà come.
Tu non ne sapevi niente: come non sapevi niente
di altri mille e mille cristi come lui.
Forse io sono feroce a chiedermi per che ragione
la gente come Zucchetto fosse indegna del tuo amore.
Ci sono posti infami, dove madri e bambini
vivono in una polvere antica, in un fango d’altre epoche.
Proprio non lontano da dove tu sei vissuto,
in vista della bella cupola di San Pietro,
c’è uno di questi posti, il Gelsomino ...
Un monte tagliato a metà da una cava, e sotto,
tra una marana e una fila di nuovi palazzi,
un mucchio di misere costruzioni, non case ma porcili.
Bastava soltanto un tuo gesto, una tua parola,
perché quei tuoi figli avessero una casa:
tu non hai fatto un gesto, non hai detto una parola.
Non ti si chiedeva di perdonare Marx! Un’onda
immensa che si rifrange da millenni di vita
ti separava da lui, dalla sua religione:
ma nella tua religione non si parla di pietà?
Migliaia di uomini sotto il tuo pontificato,
davanti ai tuoi occhi, son vissuti in stabbi e porcili.
Lo sapevi, peccare non significa fare il male:
non fare il bene, questo significa peccare.
Quanto bene tu potevi fare! È non l’hai fatto:
non c’è stato un peccatore più grande di te.
From POESIA IN FORMA DI ROSA
Pier Paolo Pasolini
Correvo nel crepuscolo fangoso
Correvo nel crepuscolo fangoso,
dietro a scali sconvolti, a mute
impalcature, tra rioni bagnati
nell’odore del ferro, degli stracci
riscaldati, che dentro una crosta
di polvere, tra casupole di latta
e scoli, inalzavano pareti
recenti e ormai scrostate, contro un fondo
di stinta metropoli.
Sull’asfalto
scalzato, tra i peli di un’erba acre
di escrementi e spianate
nere di fango – che la pioggia scavava
in infetti tepori – le dirotte
file di ciclisti, dei rantolanti
camion di legname, si sperdevano
di tanto in tanto, in centri di sobborghi
dove già qualche bar aveva cerchi
di bianchi lumi, e sotto la liscia
parete di una chiesa si stendevano,
viziosi, i giovani.
Intorno ai grattacieli
popolari, già vecchi, i marci orti
e le fabbriche irte di gru ferme
stagnavano in un febbrile silenzio;
ma un po’ fuori dal centro rischiarato,
al fianco di quel silenzio, una strada
blu d’asfalto pareva tutta immersa
in una vita immemore ed intensa
quanto antica. Benché radi, brillavano
i fanali d’una stridula luce,
e le finestre ancora aperte erano
bianche di panni stesi, palpitanti
di voci interne. Alle soglie sedute
stavano le vecchie donne, e limpidi
nelle tute o nei calzoncini quasi
di festa, scherzavano i ragazzi,
ma abbracciati fra loro, con compagne
di loro più precoci.
Tutto era umano,
in quella strada, e gli uomini vi stavano
aggrappati, dai vani al marciapiede,
coi loro stracci, le loro luci...
Sembrava che fino a dentro l’intima
e miserabile sua abitazione, l’uomo fosse
solo accampato, come un’altra razza,
e attaccato a questo suo rione
dentro il vespro unto e polveroso,
non fosse Stato il suo, ma confusa
sosta.
E chi attraversasse quella strada,
spoglio dell’innocente necessità,
perso dai secoli cristiani
che in quella gente si erano persi,
non fosse che un estraneo.
dietro a scali sconvolti, a mute
impalcature, tra rioni bagnati
nell’odore del ferro, degli stracci
riscaldati, che dentro una crosta
di polvere, tra casupole di latta
e scoli, inalzavano pareti
recenti e ormai scrostate, contro un fondo
di stinta metropoli.
Sull’asfalto
scalzato, tra i peli di un’erba acre
di escrementi e spianate
nere di fango – che la pioggia scavava
in infetti tepori – le dirotte
file di ciclisti, dei rantolanti
camion di legname, si sperdevano
di tanto in tanto, in centri di sobborghi
dove già qualche bar aveva cerchi
di bianchi lumi, e sotto la liscia
parete di una chiesa si stendevano,
viziosi, i giovani.
Intorno ai grattacieli
popolari, già vecchi, i marci orti
e le fabbriche irte di gru ferme
stagnavano in un febbrile silenzio;
ma un po’ fuori dal centro rischiarato,
al fianco di quel silenzio, una strada
blu d’asfalto pareva tutta immersa
in una vita immemore ed intensa
quanto antica. Benché radi, brillavano
i fanali d’una stridula luce,
e le finestre ancora aperte erano
bianche di panni stesi, palpitanti
di voci interne. Alle soglie sedute
stavano le vecchie donne, e limpidi
nelle tute o nei calzoncini quasi
di festa, scherzavano i ragazzi,
ma abbracciati fra loro, con compagne
di loro più precoci.
Tutto era umano,
in quella strada, e gli uomini vi stavano
aggrappati, dai vani al marciapiede,
coi loro stracci, le loro luci...
Sembrava che fino a dentro l’intima
e miserabile sua abitazione, l’uomo fosse
solo accampato, come un’altra razza,
e attaccato a questo suo rione
dentro il vespro unto e polveroso,
non fosse Stato il suo, ma confusa
sosta.
E chi attraversasse quella strada,
spoglio dell’innocente necessità,
perso dai secoli cristiani
che in quella gente si erano persi,
non fosse che un estraneo.
Pier Paolo Pasolini
Rifacimento di “Libro libero”
La vera libertà è poca cosa: ciò che si sa—
solo per chi sa molto, e male, la libertà è grande;
la fraternità lega al poco sapere
così se ne vanno gli uomini e i popoli,
dopo aver cercato, quasi sempre senza riuscirci,
quel po’ di libertà che potevano cercare.
Dunque, si deve fingere, pur sospettando altre, e avendone
[terrore,
che le cose stiano così,
ché? se altro si cerca, si tradisce la fraternità:
e il fratello povero non sa giudicare il fratello ricco;
comincia una serie di menzogne,
e chi vive lo stato fraterno e l’illusione
sa, eccome, anche essere privo di pietà—
Abbandonato, indietro, chi non è fratello corre dietro al branco
fingendo di condividerne sentimenti e brame
Si nasconde gli occhi davanti alla luce della verità
che lo perseguita come una maledizione per tutta la vita
(anche se della verità essa non è che un’ombra)
Gli altri vogliono capi, e cosa può fare egli se non ne vuole?
E le umili leggi?
E le istituzioni che ci permettono di capirci?
E il senso comune che ci dà una complicità priva di ogni colpa?
Accettare tutto, accettare tutto
Ma c’è qualcosa che non si può e non si potrà mai negare:
o nascondere, povero figlio lontano
e corrotto dalla tua pietà verso te stesso—
Nutriti, nutriti pure del bene che ti permette di non esser libero!
solo per chi sa molto, e male, la libertà è grande;
la fraternità lega al poco sapere
così se ne vanno gli uomini e i popoli,
dopo aver cercato, quasi sempre senza riuscirci,
quel po’ di libertà che potevano cercare.
Dunque, si deve fingere, pur sospettando altre, e avendone
[terrore,
che le cose stiano così,
ché? se altro si cerca, si tradisce la fraternità:
e il fratello povero non sa giudicare il fratello ricco;
comincia una serie di menzogne,
e chi vive lo stato fraterno e l’illusione
sa, eccome, anche essere privo di pietà—
Abbandonato, indietro, chi non è fratello corre dietro al branco
fingendo di condividerne sentimenti e brame
Si nasconde gli occhi davanti alla luce della verità
che lo perseguita come una maledizione per tutta la vita
(anche se della verità essa non è che un’ombra)
Gli altri vogliono capi, e cosa può fare egli se non ne vuole?
E le umili leggi?
E le istituzioni che ci permettono di capirci?
E il senso comune che ci dà una complicità priva di ogni colpa?
Accettare tutto, accettare tutto
Ma c’è qualcosa che non si può e non si potrà mai negare:
o nascondere, povero figlio lontano
e corrotto dalla tua pietà verso te stesso—
Nutriti, nutriti pure del bene che ti permette di non esser libero!
Piero Bigongiari
Canto dei disoccupati
Gli esili fumi che sbocciavano sulle‘ciminiere
erano i fiori nati dal nostro lavoro, dalla nostra carne.
Dalle terrazze ci guardavano le donne,
i volti rossi dalle fiamme dei forni,
° il lavoro ci cresceva tra le mani
come la messe dalla terra,
ci avvampava il cuore di giovinezza.
Nei declinanti autunni la pioggia rivelava
da una mano che ghiacciava l’aria
e sui monti stendeva la disperazione,
a piangere sui nostri capi scarruffati.
!° Tremava il poco denaro nelle tasche,
si pensava all’odore del pane, al riso dei figli:
sulla strada gelata nascevano
pei nostri occhi.
La nostra sapienza era il lavoro. settembre-ottobre 34].
erano i fiori nati dal nostro lavoro, dalla nostra carne.
Dalle terrazze ci guardavano le donne,
i volti rossi dalle fiamme dei forni,
° il lavoro ci cresceva tra le mani
come la messe dalla terra,
ci avvampava il cuore di giovinezza.
Nei declinanti autunni la pioggia rivelava
da una mano che ghiacciava l’aria
e sui monti stendeva la disperazione,
a piangere sui nostri capi scarruffati.
!° Tremava il poco denaro nelle tasche,
si pensava all’odore del pane, al riso dei figli:
sulla strada gelata nascevano
pei nostri occhi.
La nostra sapienza era il lavoro. settembre-ottobre 34].
Piero Bigongiari
Volo di uccelli che sentono la tempesta
D’uno in altro finito nelle azzurre
caverne l’infinito schiuma al vento
che involve nel suo fulgido tormento
di primavera dei sommessi alati:
mare che non ha requie sulle tombe
umane, dove i petti ansano invano,
imarciche spinge il suo sorriso a fiore
strano tra scogli e addii. Ad ali tese
precedono gli uccelli la tempesta,
celesti ne disegnano le corolle,
grigi barlumi insegnano alle zolle
e in alto al nido, fermo
ingorgo di mota, di sterpi, d’amore
ch’altro rapprese e sollevò tra i rami
e le grondaie. Altro percorre il fiume
fin oltre la sorgente, un altro lume
avvena le tue mani, ulcera gli occhi.
Chiamami dalla tua sorda caverna,
io sono in basso, tento il piede, salgo
alla tua verna altissima e non ti odo,
amore penetrato come un chiodo
sul legno delle croci che fioriscono.
[20 luglio ’56]
caverne l’infinito schiuma al vento
che involve nel suo fulgido tormento
di primavera dei sommessi alati:
mare che non ha requie sulle tombe
umane, dove i petti ansano invano,
imarciche spinge il suo sorriso a fiore
strano tra scogli e addii. Ad ali tese
precedono gli uccelli la tempesta,
celesti ne disegnano le corolle,
grigi barlumi insegnano alle zolle
e in alto al nido, fermo
ingorgo di mota, di sterpi, d’amore
ch’altro rapprese e sollevò tra i rami
e le grondaie. Altro percorre il fiume
fin oltre la sorgente, un altro lume
avvena le tue mani, ulcera gli occhi.
Chiamami dalla tua sorda caverna,
io sono in basso, tento il piede, salgo
alla tua verna altissima e non ti odo,
amore penetrato come un chiodo
sul legno delle croci che fioriscono.
[20 luglio ’56]
Piero Jahier
Dichiarazione
Altri morirà per la Storia d’Italia volentieri
e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita
ma io è per far compagnia a questo popolo digiuno
— che non sa perché va a morire —
popolo che muore in guerra perché mi vuol bene
per me nei suoi 60 uomini comandati
siccome è il giorno che tocca morire
Altri morirà per le medaglie e per le ovazioni
ma io per questo popolo illetterato
che non prepara guerra perché di miseria ha campato
la miseria che non fa guerre, ma semmai rivoluzioni
Altri morirà per le aquile e per le bandiere
ma io per questo popolo rassegnato
popolo che viveva nel giusto e nel giusto muore senza sapere
anch’io con lui sulla strada della fatica
che non so bene, in fondo, perché tocchi già di morire
Altri morirà per la sua vita
ma io per questo popolo che fa i suoi figlioli
perché sotto coperte non si conosce miseria
popolo che accende il suo fuoco solo la mattina
popolo che di osteria fa scuola
popolo non guidato, sublime materia
Altri morirà solo
ma io sempre accompagnato:
eccomi, come davo alla ruota la mia spalla facchina
e ora, invece, la vita.
Sotto, ragazzi,
Se non si muore
si riposerà, allo spedale.
Ma se si dovesse morire
basterà un giorno di sole
e tutta Italia ricomincia a cantare.
e forse qualcuno per risolvere in qualche modo la vita
ma io è per far compagnia a questo popolo digiuno
— che non sa perché va a morire —
popolo che muore in guerra perché mi vuol bene
per me nei suoi 60 uomini comandati
siccome è il giorno che tocca morire
Altri morirà per le medaglie e per le ovazioni
ma io per questo popolo illetterato
che non prepara guerra perché di miseria ha campato
la miseria che non fa guerre, ma semmai rivoluzioni
Altri morirà per le aquile e per le bandiere
ma io per questo popolo rassegnato
popolo che viveva nel giusto e nel giusto muore senza sapere
anch’io con lui sulla strada della fatica
che non so bene, in fondo, perché tocchi già di morire
Altri morirà per la sua vita
ma io per questo popolo che fa i suoi figlioli
perché sotto coperte non si conosce miseria
popolo che accende il suo fuoco solo la mattina
popolo che di osteria fa scuola
popolo non guidato, sublime materia
Altri morirà solo
ma io sempre accompagnato:
eccomi, come davo alla ruota la mia spalla facchina
e ora, invece, la vita.
Sotto, ragazzi,
Se non si muore
si riposerà, allo spedale.
Ma se si dovesse morire
basterà un giorno di sole
e tutta Italia ricomincia a cantare.
Piero Jahier
Prima marcia alpina
Uno per uno bastone alla mano e alla salita cantiamo
Se chiedi le reni rotte alla mina
se chiedi il polso della gravina
se chiedi il ginocchio piegato a salire
se chiedi l’amore pronto a patire:
son io, l’alpino, rispondiamo e all’ adunata corriamo.
Ma la montagna, alpino, è franata
ma la tua tenda, alpino, è sparita,
alpino, tutta l’acqua è seccata,
alpino, il vetrato gela le dita
ma la tua penna è folgorata
ma la gran notte di nebbia è salita. ...
Uno per uno corda alla mano
dove non si passa, passiamo.
E la balma di roccia ci ricoprirà
e l’acqua di neve ci disseterà;
la penna il fulmine domesticherà
la nebbia il sole l’avvamperà quando l’alpino passerà.
Uno per uno zaino alla mano e nei riposi ci contiamo.
Alpino, tu sei passato
ma il compagno che manca è ferito
la mitraglia l’ha arrivato
dalla croda l’ha distaccato
nella gola l’ha tranghiottito.
Dove sei, compagno caro,
al paese dovevi tornare;
se qualcuno lo potrà rivedere
glie ne chiederà la tua mare.
Ma non sei stato abbandonato
ma ti veniamo a ritrovare.
Sei il nostro ferito ti riprendiamo al paese ti riportiamo.
Tutti per uno, mano alla mano
dove si muore, discendiamo.
Tutti per uno mano alla mano
dove si muore, discendiamo.
Ma il tuo compagno, alpino, è spirato
al paese non può più tornare,
ma il suo lamento è dileguato
non ti chiama più a ritrovare.
Sulla coltrice del nevato resterà solo a riposare.
Dove sei, compagno caro,
se al paese non puoi ritornare
ma non sei stato abbandonato
ma ti veniamo a ritrovare.
Il viso bianco gli rasciughiamo
il corpo stronco ricomponiamo.
E il nostro morto
ce lo riprendiamo
alla patria lo riportiamo.
Uno per uno
bomba alla mano
e lo vendichiamo.
Marzo, Soracroda
Ai miei soldati dell’Alpago e a ogni alpino.
Se chiedi le reni rotte alla mina
se chiedi il polso della gravina
se chiedi il ginocchio piegato a salire
se chiedi l’amore pronto a patire:
son io, l’alpino, rispondiamo e all’ adunata corriamo.
Ma la montagna, alpino, è franata
ma la tua tenda, alpino, è sparita,
alpino, tutta l’acqua è seccata,
alpino, il vetrato gela le dita
ma la tua penna è folgorata
ma la gran notte di nebbia è salita. ...
Uno per uno corda alla mano
dove non si passa, passiamo.
E la balma di roccia ci ricoprirà
e l’acqua di neve ci disseterà;
la penna il fulmine domesticherà
la nebbia il sole l’avvamperà quando l’alpino passerà.
Uno per uno zaino alla mano e nei riposi ci contiamo.
Alpino, tu sei passato
ma il compagno che manca è ferito
la mitraglia l’ha arrivato
dalla croda l’ha distaccato
nella gola l’ha tranghiottito.
Dove sei, compagno caro,
al paese dovevi tornare;
se qualcuno lo potrà rivedere
glie ne chiederà la tua mare.
Ma non sei stato abbandonato
ma ti veniamo a ritrovare.
Sei il nostro ferito ti riprendiamo al paese ti riportiamo.
Tutti per uno, mano alla mano
dove si muore, discendiamo.
Tutti per uno mano alla mano
dove si muore, discendiamo.
Ma il tuo compagno, alpino, è spirato
al paese non può più tornare,
ma il suo lamento è dileguato
non ti chiama più a ritrovare.
Sulla coltrice del nevato resterà solo a riposare.
Dove sei, compagno caro,
se al paese non puoi ritornare
ma non sei stato abbandonato
ma ti veniamo a ritrovare.
Il viso bianco gli rasciughiamo
il corpo stronco ricomponiamo.
E il nostro morto
ce lo riprendiamo
alla patria lo riportiamo.
Uno per uno
bomba alla mano
e lo vendichiamo.
Marzo, Soracroda
Ai miei soldati dell’Alpago e a ogni alpino.
Pietro dei Faitinelli
Ercol, Timbréo, Vesta e la Minerva
Ercol, Timbréo, Vesta e la Minerva
voglio adorare, e rinnegar la fede
di quel cortese Dio nel qual uom crede,
che non è dritto né ragion osserva.
Giudeo vo’ diventare: e, di conserva,
arianiste e di Fotino erede,
Neron tiranno, Erode e Diomede
e senza pietà Medea proterva.
A Mecca intendo di finir mia vita,
là o° Macometto giace e sta sospeso
in aere per virtt di calamita.
Ch’i’ veggio ’l reo montato e ’l buon disceso;
drittura, fé, leanza esser perita;
e da cui l’uomo serve essere offeso.
voglio adorare, e rinnegar la fede
di quel cortese Dio nel qual uom crede,
che non è dritto né ragion osserva.
Giudeo vo’ diventare: e, di conserva,
arianiste e di Fotino erede,
Neron tiranno, Erode e Diomede
e senza pietà Medea proterva.
A Mecca intendo di finir mia vita,
là o° Macometto giace e sta sospeso
in aere per virtt di calamita.
Ch’i’ veggio ’l reo montato e ’l buon disceso;
drittura, fé, leanza esser perita;
e da cui l’uomo serve essere offeso.
Pietro dei Faitinelli
Voi gite molto arditi a far la mostra
Voi gite molto arditi a faf la mostra
con elmi e con cimiere inargentate,
e par che lo leon prender vogliate,
per Firenze entro, quando fate giostra.
E per magnificar la terra vostra,
che non n’è oggi de le più onorate,
a guisa di conigli v’intanate:
e l viso ove si dee non si dimostra.
Lassate far la guerra a’ perugini,
e voi v’intramettete de la lana
e di goder e raunar fiorini.
Voi solevate soggiogar Toscana;
or non valete in arme tre fiorini,
se non a ben ferir per la quintana.
con elmi e con cimiere inargentate,
e par che lo leon prender vogliate,
per Firenze entro, quando fate giostra.
E per magnificar la terra vostra,
che non n’è oggi de le più onorate,
a guisa di conigli v’intanate:
e l viso ove si dee non si dimostra.
Lassate far la guerra a’ perugini,
e voi v’intramettete de la lana
e di goder e raunar fiorini.
Voi solevate soggiogar Toscana;
or non valete in arme tre fiorini,
se non a ben ferir per la quintana.