Poesie di questo tema
Società e mondo
Ugo Foscolo
Le Grazie, inno secondo (Galileo)
Qui e voi che Marte non rapì alle madri
correte, e voi che muti impallidite
nel penetrale della Dea pensosa,
giovinetti d’Esperia. Era più lieta
Urania un dì, quando le Grazie a lei
il gran peplo fregiavano. Con esse
qui Galileo sedeva a spïar l’astro
della lor regina; e il disvïava
col notturno rumor l’acqua remota,
che sotto a’ pioppi delle rive d’Arno
furtiva e argentea gli volava al guardo.
Qui a lui l’alba, la luna e il sol mostrava,
gareggiando di tinte, or le severe
nubi su la cerulea alpe sedenti,
or il piano che fugge alle tirrene
Nereidi, immensa di città e di selve
scena e di templi e d’arator beati,
or cento colli, onde Appennin corona
d’ulivi e d’antri e di marmoree ville
l’elegante città, dove con Flora
le Grazie han serti e amabile idïoma.
correte, e voi che muti impallidite
nel penetrale della Dea pensosa,
giovinetti d’Esperia. Era più lieta
Urania un dì, quando le Grazie a lei
il gran peplo fregiavano. Con esse
qui Galileo sedeva a spïar l’astro
della lor regina; e il disvïava
col notturno rumor l’acqua remota,
che sotto a’ pioppi delle rive d’Arno
furtiva e argentea gli volava al guardo.
Qui a lui l’alba, la luna e il sol mostrava,
gareggiando di tinte, or le severe
nubi su la cerulea alpe sedenti,
or il piano che fugge alle tirrene
Nereidi, immensa di città e di selve
scena e di templi e d’arator beati,
or cento colli, onde Appennin corona
d’ulivi e d’antri e di marmoree ville
l’elegante città, dove con Flora
le Grazie han serti e amabile idïoma.
Umberto Saba
Caffè Tergeste
Caffè Tergeste, ai tuoi tavoli bianchi
ripete l’ubbriaco il suo delirio;
ed io ci scrivo i miei più allegri canti.
Caffè di ladri, di baldracche covo,
io soffersi ai tuoi tavoli il martirio,
lo soffersi a formarmi un cuore nuovo.
Pensavo: Quando bene avrò goduto
la morte, il nulla che in lei mi predico,
che mi ripagherà d’esser vissuto?
Di vantarmi magnanimo non oso;
ma, se il nascere è un fallo, io al mio nemico
sarei, per maggior colpa, più pietoso.
Caffè di plebe, dove un dì celavo
la mia faccia, con gioia oggi ti guardo.
E tu concili l’italo e lo slavo,
a tarda notte, lungo il tuo bigliardo.
ripete l’ubbriaco il suo delirio;
ed io ci scrivo i miei più allegri canti.
Caffè di ladri, di baldracche covo,
io soffersi ai tuoi tavoli il martirio,
lo soffersi a formarmi un cuore nuovo.
Pensavo: Quando bene avrò goduto
la morte, il nulla che in lei mi predico,
che mi ripagherà d’esser vissuto?
Di vantarmi magnanimo non oso;
ma, se il nascere è un fallo, io al mio nemico
sarei, per maggior colpa, più pietoso.
Caffè di plebe, dove un dì celavo
la mia faccia, con gioia oggi ti guardo.
E tu concili l’italo e lo slavo,
a tarda notte, lungo il tuo bigliardo.
Umberto Saba
Città vecchia
Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.
Umberto Saba
Città vecchia
Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.
Umberto Saba
Durante una marcia
Poi che il soldato che non va alla guerra
invecchia come donna senz’amore,
questo vorremmo: la certezza in cuore
di vincere, ed andar di terra in terra.
Guardo il compagno: mezza lingua fuori
gli pende, come a macellato bue.
O canta, Carmen, le bellezze tue,
le lodi in coro della tua persona.
Il cielo, senza mai piovere, tuona.
invecchia come donna senz’amore,
questo vorremmo: la certezza in cuore
di vincere, ed andar di terra in terra.
Guardo il compagno: mezza lingua fuori
gli pende, come a macellato bue.
O canta, Carmen, le bellezze tue,
le lodi in coro della tua persona.
Il cielo, senza mai piovere, tuona.
Umberto Saba
Finestra
Il vuoto
A
del cielo sul color di purgatorio
delle tegole. Dietro, la materna
linea dei colli; in basso l’erta dove
dai cornicioni del teatro calano
i colombi; verdeggia
un albero che poca terra nutre;
statue portano alati sulla lira;
fanciulli con estrose grida vagano
in corsa.
A
del cielo sul color di purgatorio
delle tegole. Dietro, la materna
linea dei colli; in basso l’erta dove
dai cornicioni del teatro calano
i colombi; verdeggia
un albero che poca terra nutre;
statue portano alati sulla lira;
fanciulli con estrose grida vagano
in corsa.
Umberto Saba
Il Borgo
Fu nelle vie di questo
Borgo che nuova cosa
m’avvenne.
Fu come un vano
sospiro
il desiderio improvviso d’uscire
di me stesso, di vivere la vita
di tutti,
d’essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.
Non ebbi io mai sì grande
gioia, né averla dalla vita spero.
Vent’anni avevo quella volta, ed ero
malato. Per le nuove
strade del Borgo il desiderio vano
come un sospiro
mi fece suo.
Dove nel dolce tempo
d’infanzia
poche vedevo sperse
arrampicare casette sul nudo
della collina,
sorgeva un Borgo fervente d’umano
lavoro. In lui la prima
volta soffersi il desiderio dolce
e vano
d’immettere la mia dentro la calda
vita di tutti,
d’essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.
La fede avere
di tutti, dire
parole, fare
cose che poi ciascuno intende, e sono,
come il vino ed il pane,
come i bimbi e le donne,
valori
di tutti. Ma un cantuccio,
ahimè, lasciavo al desiderio, azzurro
spiraglio,
per contemplarmi da quello, godere
l’alta gioia ottenuta
di non esser più io,
d’essere questo soltanto: fra gli uomini
un uomo.
Nato d’oscure
vicende,
poco fu il desiderio, appena un breve
sospiro. Lo ritrovo
– eco perduta
di giovanezza – per le vie del Borgo
mutate
più che mutato non sia io. Sui muri
dell’alte case,
sugli uomini e i lavori, su ogni cosa,
è sceso il velo che avvolge le cose
finite.
La chiesa è ancora
gialla, se il prato
che la circonda è meno verde. Il mare,
che scorgo al basso, ha un solo bastimento,
enorme,
che, fermo, piega da una parte. Forme,
colori,
vita onde nacque il mio sospiro dolce
e vile, un mondo
finito. Forme,
colori,
altri ho creati, rimanendo io stesso,
solo con il mio duro
patire. E morte
m’aspetta.
Ritorneranno,
o a questo
Borgo, o sia a un altro come questo, i giorni
del fiore. Un altro
rivivrà la mia vita,
che in un travaglio estremo
di giovanezza, avrà pur egli chiesto,
sperato,
d’immettere la sua dentro la vita
di tutti,
d’essere come tutti
gli appariranno gli uomini di un giorno
d’allora.
Borgo che nuova cosa
m’avvenne.
Fu come un vano
sospiro
il desiderio improvviso d’uscire
di me stesso, di vivere la vita
di tutti,
d’essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.
Non ebbi io mai sì grande
gioia, né averla dalla vita spero.
Vent’anni avevo quella volta, ed ero
malato. Per le nuove
strade del Borgo il desiderio vano
come un sospiro
mi fece suo.
Dove nel dolce tempo
d’infanzia
poche vedevo sperse
arrampicare casette sul nudo
della collina,
sorgeva un Borgo fervente d’umano
lavoro. In lui la prima
volta soffersi il desiderio dolce
e vano
d’immettere la mia dentro la calda
vita di tutti,
d’essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.
La fede avere
di tutti, dire
parole, fare
cose che poi ciascuno intende, e sono,
come il vino ed il pane,
come i bimbi e le donne,
valori
di tutti. Ma un cantuccio,
ahimè, lasciavo al desiderio, azzurro
spiraglio,
per contemplarmi da quello, godere
l’alta gioia ottenuta
di non esser più io,
d’essere questo soltanto: fra gli uomini
un uomo.
Nato d’oscure
vicende,
poco fu il desiderio, appena un breve
sospiro. Lo ritrovo
– eco perduta
di giovanezza – per le vie del Borgo
mutate
più che mutato non sia io. Sui muri
dell’alte case,
sugli uomini e i lavori, su ogni cosa,
è sceso il velo che avvolge le cose
finite.
La chiesa è ancora
gialla, se il prato
che la circonda è meno verde. Il mare,
che scorgo al basso, ha un solo bastimento,
enorme,
che, fermo, piega da una parte. Forme,
colori,
vita onde nacque il mio sospiro dolce
e vile, un mondo
finito. Forme,
colori,
altri ho creati, rimanendo io stesso,
solo con il mio duro
patire. E morte
m’aspetta.
Ritorneranno,
o a questo
Borgo, o sia a un altro come questo, i giorni
del fiore. Un altro
rivivrà la mia vita,
che in un travaglio estremo
di giovanezza, avrà pur egli chiesto,
sperato,
d’immettere la sua dentro la vita
di tutti,
d’essere come tutti
gli appariranno gli uomini di un giorno
d’allora.
Umberto Saba
L’ora nostra
Sai un’ora del giorno che più bella
sia della sera? tanto
più bella e meno amata? È quella
che di poco i suoi sacri ozi precede;
l’ora che intensa è l’opera, e si vede
la gente mareggiare nelle strade;
sulle moli quadrate delle case
una luna sfumata, una che appena
discerni nell’aria serena.
È l’ora che lasciavi la campagna
per goderti la tua cara città,
dal golfo luminoso alla montagna
varia d’aspetti in sua bella unità;
l’ora che la mia vita in piena va
come un fiume al suo mare;
e il mio pensiero, il lesto camminare
della folla, l’artiere in cima all’alta
scala, il fanciullo che correndo salta
sul carro fragoroso, tutto appare
fermo nell’atto, tutto questo andare
ha una parvenza d’immobilità.
È l’ora grande, l’ora che accompagna
meglio la nostra vendemmiante età.
sia della sera? tanto
più bella e meno amata? È quella
che di poco i suoi sacri ozi precede;
l’ora che intensa è l’opera, e si vede
la gente mareggiare nelle strade;
sulle moli quadrate delle case
una luna sfumata, una che appena
discerni nell’aria serena.
È l’ora che lasciavi la campagna
per goderti la tua cara città,
dal golfo luminoso alla montagna
varia d’aspetti in sua bella unità;
l’ora che la mia vita in piena va
come un fiume al suo mare;
e il mio pensiero, il lesto camminare
della folla, l’artiere in cima all’alta
scala, il fanciullo che correndo salta
sul carro fragoroso, tutto appare
fermo nell’atto, tutto questo andare
ha una parvenza d’immobilità.
È l’ora grande, l’ora che accompagna
meglio la nostra vendemmiante età.
Umberto Saba
Teatro degli Artigianelli
Falce martello e la stella d’Italia
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!
Entra, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.
Dice, timido ancora, dell’idea
che gli animi affratella; chiude: «E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro».
Tra un atto e l’altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l’amico
dell’uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.
Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il cannone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.
ornano nuovi la sala. Ma quanto
dolore per quel segno su quel muro!
Entra, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
perché le donne ridano e i fanciulli
che affollano la povera platea.
Dice, timido ancora, dell’idea
che gli animi affratella; chiude: «E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro».
Tra un atto e l’altro, alla Cantina, in giro
rosseggia parco ai bicchieri l’amico
dell’uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.
Questo è il Teatro degli Artigianelli,
quale lo vide il poeta nel mille
novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
rombava ancora il cannone, e Firenze
taceva, assorta nelle sue rovine.
Umberto Saba
Trieste
Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.
Valentino Zeichen
Due fronti e due marini
I
Con l’attacco a Pearl Harbour
gli insensibili giapponesi
fecero piangere le ragazze d’ America
mentre provavano l’abito
del loro debutto in società.
In segno di lutto
cessarono i ballabili
e le radio gracchiarono.
I ponti delle portaerei furono
le nuove piste da ballo
mosse dai ritmi delle onde.
All’inizio delle ostilità
nessun faccia a faccia
col nemico asiatico, ma
solo contatti a distanza;
tramite il radar,
a portata di tiro,
e scambi reciproci
di bombe e siluri
ricoperti da scritte oscene...
Gli americani intravidero appena
nelle giungle del Pacifico
gli invisibili giapponesi
mimetizzati intimamente e fuori
dalla vegetazione tropicale,
soldati senza un “io”
come molti occidentali
vorrebbero diventare oggi
dopo lunghi e costosi esercizi
di meditazione orientale.
II,
Nell’inatteso D. Day
ondate oceaniche miste
a quelle dei marines
investirono le coste
desolate della Normandia,
spazzando via i nazisti
rintanati nei loro bunker;
isterici, con i nervi a pezzi
per un fato avverso
che li aveva illusi
a battersi su due fronti
malgrado i moniti della Storia.
Intanto gli statunitensi
vincevano due guerre
beffandosi della profezia
che valeva sulla terraferma
ma non per mari.
Con l’attacco a Pearl Harbour
gli insensibili giapponesi
fecero piangere le ragazze d’ America
mentre provavano l’abito
del loro debutto in società.
In segno di lutto
cessarono i ballabili
e le radio gracchiarono.
I ponti delle portaerei furono
le nuove piste da ballo
mosse dai ritmi delle onde.
All’inizio delle ostilità
nessun faccia a faccia
col nemico asiatico, ma
solo contatti a distanza;
tramite il radar,
a portata di tiro,
e scambi reciproci
di bombe e siluri
ricoperti da scritte oscene...
Gli americani intravidero appena
nelle giungle del Pacifico
gli invisibili giapponesi
mimetizzati intimamente e fuori
dalla vegetazione tropicale,
soldati senza un “io”
come molti occidentali
vorrebbero diventare oggi
dopo lunghi e costosi esercizi
di meditazione orientale.
II,
Nell’inatteso D. Day
ondate oceaniche miste
a quelle dei marines
investirono le coste
desolate della Normandia,
spazzando via i nazisti
rintanati nei loro bunker;
isterici, con i nervi a pezzi
per un fato avverso
che li aveva illusi
a battersi su due fronti
malgrado i moniti della Storia.
Intanto gli statunitensi
vincevano due guerre
beffandosi della profezia
che valeva sulla terraferma
ma non per mari.
Valentino Zeichen
Duello filosofico
Nella Seconda Guerra Mondiale
non si affrontarono solo le sole armi,
prima arrivarono ai ferri corti
le idee avverse dei belligeranti.
I neoidealismi dell’ Asse
dichiararono guerra totale
alle filosofie neopositiviste
che la vinsero sul campo.
L’oscuramento di ogni luce
si estese anche alle anime
e sui singoli mondi interiori
calarono fitte tenebre;
a queste si alternavano
le illuminazioni dei bengala.
A indicare un sentiero alla verità
restò appena una canzone:
“Vieni c’è una strada nel bosco...
il Suo nome conosco, vuoi conoscerlo... tu?”
non si affrontarono solo le sole armi,
prima arrivarono ai ferri corti
le idee avverse dei belligeranti.
I neoidealismi dell’ Asse
dichiararono guerra totale
alle filosofie neopositiviste
che la vinsero sul campo.
L’oscuramento di ogni luce
si estese anche alle anime
e sui singoli mondi interiori
calarono fitte tenebre;
a queste si alternavano
le illuminazioni dei bengala.
A indicare un sentiero alla verità
restò appena una canzone:
“Vieni c’è una strada nel bosco...
il Suo nome conosco, vuoi conoscerlo... tu?”
Valentino Zeichen
Una mentalità
A “monte” risiede il vizio
della mentalità mafiosa.
La mafia non sta solo
negli odiosi crimini,
mafia è anche sottinteso,
sotterfugio che si insinua
nelle abitudini linguistiche
di inconsapevoli onesti.
Mafia è interdizione
a comunicare, censura;
è incentivo affinché
sospetto e diffidenza
cancellino ogni verità.
Mafia è trascurare 1 muri
privandoli dell’intonaco,
lasciare che le cartacce volino
e che la loro ombra
imbratti la terra;
abbandonare i “vuoti a perdere”
e le deformi plastiche
quale ritratto del degrado.
Uomo dai doppi fini,
ricerca lo scambio
di pensieri “franchi”
in zona “franca” del pensiero;
purtroppo, questo è 1] solo
debole, antidoto al male.
Raccogli le cartacce
e ogni altra varietà di rifiuti;
di tua iniziativa
spazza la strada pubblica,
intonaca,
e non sarà del tutto vano.
Da OGNI COSA A OGNI COSA HA DETTO ADDIO
della mentalità mafiosa.
La mafia non sta solo
negli odiosi crimini,
mafia è anche sottinteso,
sotterfugio che si insinua
nelle abitudini linguistiche
di inconsapevoli onesti.
Mafia è interdizione
a comunicare, censura;
è incentivo affinché
sospetto e diffidenza
cancellino ogni verità.
Mafia è trascurare 1 muri
privandoli dell’intonaco,
lasciare che le cartacce volino
e che la loro ombra
imbratti la terra;
abbandonare i “vuoti a perdere”
e le deformi plastiche
quale ritratto del degrado.
Uomo dai doppi fini,
ricerca lo scambio
di pensieri “franchi”
in zona “franca” del pensiero;
purtroppo, questo è 1] solo
debole, antidoto al male.
Raccogli le cartacce
e ogni altra varietà di rifiuti;
di tua iniziativa
spazza la strada pubblica,
intonaca,
e non sarà del tutto vano.
Da OGNI COSA A OGNI COSA HA DETTO ADDIO
Vincenzo Cardarelli
Incontro notturno
Ah, vagabondo, gli esseri come te!
Con le tue scarpe di tela bianche,
i vasti pantaloni di velluto,
e un sigaro spento che pende
fra le tue labbra
come un proposito dimenticato,
allocco delle città,
cane apata e curioso
che circoli tra la folla
sviato da tutti gli odori,
tu sei capace d’aver visitato
tutti gli scali del mondo.
Hai fatto non una, ma dieci
e dieci spedizioni di Colombo,
tu, per il Globo.
Lo conoscevi tu il mare
prima di percorrerlo?
Sapevi tu l’esistenza
di tante, di tante città?
Su quale atlante hai prescritto,
girando la terra col dito,
gl’itinerari de’ tuoi viaggi?
Eppure, di’, davanti ai continenti
la tua idiota fermezza
di grande esploratore!
Appena sbarcato prendevi
la ruga cieca del bisogno
che ha in qualunque luogo
un’aria di casa tua.
Neanche domandavi: – dove siamo?
Ti buttavan lì. Tu eri subito a posto.
E non ti chieggo i mestieri.
Probabilmente li hai
sofferti tutti e non ne hai nessuno.
Come i fratelli che hai
sopra ogni parallelo,
che ti accolsero senza saluto,
ti conobbero senza stupore,
ti videro partire senza rimpianto
(e tu facevi altrettanto)
o tu, che sei così solo!
La vostra vita era quale
fra gente legata
a una stessa catena.
Nelle fumose osterie
attingevate al piatto comune.
E poi, la sera, comitive in ronda
a godere la gioia delle strade.
Accozzati per pochi dì
su provvisori giacigli,
assieme, nudi, vi coricavate
sotto lo stesso lenzuolo,
vi scambiavate gli oggetti
più aderenti alla carne,
i vostri idiomi aprivate
forzando spalla con spalla,
ma un’intima parola non ve la dicevate.
Perocché la fatica vi crucciava
e l’un nell’altro odiava la sua pena
e ciascuno mordeva il suo silenzio,
e l’uomo era lungi da voi.
Rimanevate a contatto
come la merce che aspetta sui moli
e non sa il lido dove andrà a sboccare.
Di questi neutri soggiorni,
passaggi alieni della salamandra nel fuoco,
a poco a poco, desolatamente,
della tua vita tutto il tempo è pieno.
E adesso ambuli terrorizzato
come il fanciullo che non sa che ha fatto.
E biascichi male la tua cicca!
E vai sbirciando per consolazione
la meretrice che porta,
sul marciapiede opposto,
la sua solitudine parallela
con meno rancore di te.
Con le tue scarpe di tela bianche,
i vasti pantaloni di velluto,
e un sigaro spento che pende
fra le tue labbra
come un proposito dimenticato,
allocco delle città,
cane apata e curioso
che circoli tra la folla
sviato da tutti gli odori,
tu sei capace d’aver visitato
tutti gli scali del mondo.
Hai fatto non una, ma dieci
e dieci spedizioni di Colombo,
tu, per il Globo.
Lo conoscevi tu il mare
prima di percorrerlo?
Sapevi tu l’esistenza
di tante, di tante città?
Su quale atlante hai prescritto,
girando la terra col dito,
gl’itinerari de’ tuoi viaggi?
Eppure, di’, davanti ai continenti
la tua idiota fermezza
di grande esploratore!
Appena sbarcato prendevi
la ruga cieca del bisogno
che ha in qualunque luogo
un’aria di casa tua.
Neanche domandavi: – dove siamo?
Ti buttavan lì. Tu eri subito a posto.
E non ti chieggo i mestieri.
Probabilmente li hai
sofferti tutti e non ne hai nessuno.
Come i fratelli che hai
sopra ogni parallelo,
che ti accolsero senza saluto,
ti conobbero senza stupore,
ti videro partire senza rimpianto
(e tu facevi altrettanto)
o tu, che sei così solo!
La vostra vita era quale
fra gente legata
a una stessa catena.
Nelle fumose osterie
attingevate al piatto comune.
E poi, la sera, comitive in ronda
a godere la gioia delle strade.
Accozzati per pochi dì
su provvisori giacigli,
assieme, nudi, vi coricavate
sotto lo stesso lenzuolo,
vi scambiavate gli oggetti
più aderenti alla carne,
i vostri idiomi aprivate
forzando spalla con spalla,
ma un’intima parola non ve la dicevate.
Perocché la fatica vi crucciava
e l’un nell’altro odiava la sua pena
e ciascuno mordeva il suo silenzio,
e l’uomo era lungi da voi.
Rimanevate a contatto
come la merce che aspetta sui moli
e non sa il lido dove andrà a sboccare.
Di questi neutri soggiorni,
passaggi alieni della salamandra nel fuoco,
a poco a poco, desolatamente,
della tua vita tutto il tempo è pieno.
E adesso ambuli terrorizzato
come il fanciullo che non sa che ha fatto.
E biascichi male la tua cicca!
E vai sbirciando per consolazione
la meretrice che porta,
sul marciapiede opposto,
la sua solitudine parallela
con meno rancore di te.
Vincenzo Monti
Al signor di montgolfier
Giason dal Pelio
spinse nel mar gli abeti,
e primo corse a fendere
coi remi il seno a Teti;
su l’alta poppa intrepido
col fior del sangue acheo
vide la Grecia ascendere
il giovinetto Orfeo.
Stendea le dita eburnee
su la materna lira:
e al tracio suon chetavasi
de’ venti il fischio e l’ira.
Meravigliando accorsero
di Doride le figlie,
Nettuno ai verdi alipedi
lasciò cader le briglie.
Cantava il vate odrisio
d’Argo la gloria intanto;
e dolce errar sentivasi
su l’alme greche il canto.
O della Senna ascoltami
novello Tifi invitto:
vinse i portenti argolici
l’aereo tuo tragitto.
Tentar del mare i vortici
forse è si gran pensiero,
come occupar dei fulmini
l’inviolato impero?
Deh, perchè al nostro secolo
non diè propizio il fato
d’un altro Orfeo la cetera
se Montgolfier n’ha dato?
Maggior del prode Esonide
surse di Gallia il figlio.
Applaudi, Europa attonita,
al volator naviglio.
Umano artdir, pacifica
filosofia sicura,
qual forza mai, qual limite
il tuo poter misura?
Rapisti al ciel le folgori,
che debellate inante
con tronche ali ti caddero
e ti lambir le piante.
dal tuo pensiero ardito
degli astri il moto e l’orbite,
l’olimpo e l’infinito.
“Svelaro il volto incognito
le più remote stelle,
ed appressar le timide
lor vergini fiammelle.
Del sole i rai dividere,
pesar quest’aria osasti:
la terra, il fuoco, il pelago,
le fere e l’uom domasti.
Oggi a calcar le nuvole
giunse la tua virtute;
e di natura stettero
le leggi inerti e mute. . . .
spinse nel mar gli abeti,
e primo corse a fendere
coi remi il seno a Teti;
su l’alta poppa intrepido
col fior del sangue acheo
vide la Grecia ascendere
il giovinetto Orfeo.
Stendea le dita eburnee
su la materna lira:
e al tracio suon chetavasi
de’ venti il fischio e l’ira.
Meravigliando accorsero
di Doride le figlie,
Nettuno ai verdi alipedi
lasciò cader le briglie.
Cantava il vate odrisio
d’Argo la gloria intanto;
e dolce errar sentivasi
su l’alme greche il canto.
O della Senna ascoltami
novello Tifi invitto:
vinse i portenti argolici
l’aereo tuo tragitto.
Tentar del mare i vortici
forse è si gran pensiero,
come occupar dei fulmini
l’inviolato impero?
Deh, perchè al nostro secolo
non diè propizio il fato
d’un altro Orfeo la cetera
se Montgolfier n’ha dato?
Maggior del prode Esonide
surse di Gallia il figlio.
Applaudi, Europa attonita,
al volator naviglio.
Umano artdir, pacifica
filosofia sicura,
qual forza mai, qual limite
il tuo poter misura?
Rapisti al ciel le folgori,
che debellate inante
con tronche ali ti caddero
e ti lambir le piante.
dal tuo pensiero ardito
degli astri il moto e l’orbite,
l’olimpo e l’infinito.
“Svelaro il volto incognito
le più remote stelle,
ed appressar le timide
lor vergini fiammelle.
Del sole i rai dividere,
pesar quest’aria osasti:
la terra, il fuoco, il pelago,
le fere e l’uom domasti.
Oggi a calcar le nuvole
giunse la tua virtute;
e di natura stettero
le leggi inerti e mute. . . .
Vincenzo Monti
Per la liberazione d’Italia
Bella Italia, amate sponde,
Pur vi torno a riveder!
Trema in petto e si confonde
L’alma oppressa dal piacer.
Tua bellezza, che di pianti
Fonte amara ognor ti fu,
Di stranieri e crudi amanti
T’avea posta in servitú.
Ma bugiarda e mal sicura
La speranza fia de’ re:
Il giardino di natura,
No, pei barbari non è.
Bonaparte al tuo periglio
Dal mar libico volò;
Vide il pianto del tuo ciglio,
E il suo fulmine impugnò.
Tremâr l’Alpi, e stupefatte
Suoni umani replicâr!
E l’eterne nevi intatte
D’armi e armati fiammeggiâr.
Del baleno al par veloce
Scese il forte, e non s’udí:
Ché men ratto il vol la voce
Della Fama lo seguí.
D’ostil sangue i vasti campi
Di Marengo intiepidîr,
E de’ bronzi ai tuoni ai lampi
L’onde attonite fuggîr.
Di Marengo la pianura
Al nemico tomba diè.
Il giardino di natura,
No, pei barbari non è.
Bella Italia, amate sponde,
Pur vi torno a riveder!
Trema in petto e si confonde
L’alma oppressa dal piacer.
Volgi l’onda al mar spedita,
O de’ fiumi algoso re;
Dinne all’Adria che finita
La gran lite ancor non è;
Di’ che l’asta il franco Marte
Ancor fissa al suol non ha,
Di’ che dove è Bonaparte
Sta vittoria e libertà.
Libertà, principio e fonte
Del coraggio e dell’onor,
Che, il piè in terra, in ciel la fronte,
Sei del mondo il primo amor.
Questo lauro al crin circonda:
Virtú patria lo nutrí,
E Desaix la sacra fronda
Del suo sangue colorí.
Su quel lauro in chiome sparte
Pianse Francia e palpitò:
Non lo pianse Bonaparte,
Ma invidiollo e sospirò.
Ombra illustre, ti conforti
Quell’invidia e quel sospir:
Visse assai chi ’l duol de’ forti
Meritò nel suo morir.
Ve’ sull’Alpi doloroso
Della patria il santo amor,
Alle membra dar riposo
Che fur velo al tuo gran cor.
L’ali il tempo riverenti
Al tuo piede abbasserà:
Fremeran procelle e venti,
E la tomba tua starà.
Per la cozia orrenda valle,
Usa i nembi a calpestar.
Torva l’ombra d’Anniballe
Verrà teco a ragionar.
Chiederà di quell’ardito,
Che secondo l’Alpe aprí.
Tu gli mostra il varco a dito,
E rispondi al fier cosí:
Di prontezza e di coraggio
Te quel grande superò:
Afro, cedi, al suo paraggio;
Tu scendesti, ed ei volò.
Tu dell’itale contrade
Aborrito destruttor:
Ei le torna in libertade,
E ne porta seco il cor.
Di civili eterne risse
Tu a Cartago rea cagion:
Ei placolle e le sconfisse
Col sorriso e col perdon.
Che piú chiedi? Tu ruina,
Ei salvezza al patrio suol.
Afro, cedi e il ciglio inchina:
Muore ogni astro in faccia al sol.
Pur vi torno a riveder!
Trema in petto e si confonde
L’alma oppressa dal piacer.
Tua bellezza, che di pianti
Fonte amara ognor ti fu,
Di stranieri e crudi amanti
T’avea posta in servitú.
Ma bugiarda e mal sicura
La speranza fia de’ re:
Il giardino di natura,
No, pei barbari non è.
Bonaparte al tuo periglio
Dal mar libico volò;
Vide il pianto del tuo ciglio,
E il suo fulmine impugnò.
Tremâr l’Alpi, e stupefatte
Suoni umani replicâr!
E l’eterne nevi intatte
D’armi e armati fiammeggiâr.
Del baleno al par veloce
Scese il forte, e non s’udí:
Ché men ratto il vol la voce
Della Fama lo seguí.
D’ostil sangue i vasti campi
Di Marengo intiepidîr,
E de’ bronzi ai tuoni ai lampi
L’onde attonite fuggîr.
Di Marengo la pianura
Al nemico tomba diè.
Il giardino di natura,
No, pei barbari non è.
Bella Italia, amate sponde,
Pur vi torno a riveder!
Trema in petto e si confonde
L’alma oppressa dal piacer.
Volgi l’onda al mar spedita,
O de’ fiumi algoso re;
Dinne all’Adria che finita
La gran lite ancor non è;
Di’ che l’asta il franco Marte
Ancor fissa al suol non ha,
Di’ che dove è Bonaparte
Sta vittoria e libertà.
Libertà, principio e fonte
Del coraggio e dell’onor,
Che, il piè in terra, in ciel la fronte,
Sei del mondo il primo amor.
Questo lauro al crin circonda:
Virtú patria lo nutrí,
E Desaix la sacra fronda
Del suo sangue colorí.
Su quel lauro in chiome sparte
Pianse Francia e palpitò:
Non lo pianse Bonaparte,
Ma invidiollo e sospirò.
Ombra illustre, ti conforti
Quell’invidia e quel sospir:
Visse assai chi ’l duol de’ forti
Meritò nel suo morir.
Ve’ sull’Alpi doloroso
Della patria il santo amor,
Alle membra dar riposo
Che fur velo al tuo gran cor.
L’ali il tempo riverenti
Al tuo piede abbasserà:
Fremeran procelle e venti,
E la tomba tua starà.
Per la cozia orrenda valle,
Usa i nembi a calpestar.
Torva l’ombra d’Anniballe
Verrà teco a ragionar.
Chiederà di quell’ardito,
Che secondo l’Alpe aprí.
Tu gli mostra il varco a dito,
E rispondi al fier cosí:
Di prontezza e di coraggio
Te quel grande superò:
Afro, cedi, al suo paraggio;
Tu scendesti, ed ei volò.
Tu dell’itale contrade
Aborrito destruttor:
Ei le torna in libertade,
E ne porta seco il cor.
Di civili eterne risse
Tu a Cartago rea cagion:
Ei placolle e le sconfisse
Col sorriso e col perdon.
Che piú chiedi? Tu ruina,
Ei salvezza al patrio suol.
Afro, cedi e il ciglio inchina:
Muore ogni astro in faccia al sol.
Virgilio Giotti
Con Bolàffio
Mi e Bolàffio, de fazza
un de l’altro, col bianco
de la tovàia in mezo,
su i goti e el fiasco in fianco,
parlemo insieme.
Bolàffio de ‘na piazza
de Gorìzia el me conta,
ch’el voria piturarla:
‘na granda piazza sconta,
che nissun passa.
Do tre casete atorno
rosa, un fiatin de muro,
un pissador de fero
vècio stravècio, e el scuro
de do alboroni.
Xe squasi mezogiorno.
E un omo, vignù fora
de là, se giusta pian
pian, e el se incanta sora
pensier. Bolàffio,
in ‘sta su piazza bela,
noi, poeti e pitori,
stemo ben. La xe fata
pròpio pai nostri cuori,
caro Bolàffio.
In quel bel sol, in quela
pase, se ga incontrado
i nostri veci cuori;
là i se ga saludado
stassera alegri.
un de l’altro, col bianco
de la tovàia in mezo,
su i goti e el fiasco in fianco,
parlemo insieme.
Bolàffio de ‘na piazza
de Gorìzia el me conta,
ch’el voria piturarla:
‘na granda piazza sconta,
che nissun passa.
Do tre casete atorno
rosa, un fiatin de muro,
un pissador de fero
vècio stravècio, e el scuro
de do alboroni.
Xe squasi mezogiorno.
E un omo, vignù fora
de là, se giusta pian
pian, e el se incanta sora
pensier. Bolàffio,
in ‘sta su piazza bela,
noi, poeti e pitori,
stemo ben. La xe fata
pròpio pai nostri cuori,
caro Bolàffio.
In quel bel sol, in quela
pase, se ga incontrado
i nostri veci cuori;
là i se ga saludado
stassera alegri.
Virgilio Giotti
Le bigolere
Nel mondo grando, ‘n una
zità sul grando mar,
che ga zità e zità
e là gente e dafar;
nel mile nove zento
quaranta dopo Cristo,
‘sto qua, ‘n un canton de
subùrbio, se ga visto:
Quatro fie (e xe sabo
dopopranzo bonora),
giornaliere del pasti-
fìcio, vignude fora
co’ la sirena; in ciapo
‘torno de un tavolin,
coi soldi de la paga,
ficai nel scarselin
del traverson; che le òrdina,
come d’i giovinoti,
un litruz de vin bianco
e spagnoleti. I goti
una impinissi, alzada
in pïe, morbinosa,
c’un naso par in su
e el sport tra i labri rosa.
E le se parla e conta,
quatro teste tacade,
e le ridi e le scherza
un poco imborezzade
par quel che le ga fato.
Cheche le par alegre,
calade su ‘na gràia
co’ le ale bianche e negre.
E cussì le se godi
in fra de lore un fià
dei su’ disdoto ani,
che xe quel che le ga.
Oh sì, bele! crature
de la vita che ieri
xe stada, che xe ogi,
che sarà diman. Veri
cari èsseri del mondo,
che a vardarle le fa
piànzer. E un le varda,
un griso, là sentà:
un poeta. Anca lui
bel, sì, anca lui, sì,
cratura de la vita
che iera e sarà: mi.
Mi, che in ‘sto dopopranzo,
in ‘sta zità sul mar
grando nel grando mondo;
de ‘na tola de un bar
del subùrbio; vardado
quele quatro fie go,
le bigolere, alegro
no, tristo gnanca no.
zità sul grando mar,
che ga zità e zità
e là gente e dafar;
nel mile nove zento
quaranta dopo Cristo,
‘sto qua, ‘n un canton de
subùrbio, se ga visto:
Quatro fie (e xe sabo
dopopranzo bonora),
giornaliere del pasti-
fìcio, vignude fora
co’ la sirena; in ciapo
‘torno de un tavolin,
coi soldi de la paga,
ficai nel scarselin
del traverson; che le òrdina,
come d’i giovinoti,
un litruz de vin bianco
e spagnoleti. I goti
una impinissi, alzada
in pïe, morbinosa,
c’un naso par in su
e el sport tra i labri rosa.
E le se parla e conta,
quatro teste tacade,
e le ridi e le scherza
un poco imborezzade
par quel che le ga fato.
Cheche le par alegre,
calade su ‘na gràia
co’ le ale bianche e negre.
E cussì le se godi
in fra de lore un fià
dei su’ disdoto ani,
che xe quel che le ga.
Oh sì, bele! crature
de la vita che ieri
xe stada, che xe ogi,
che sarà diman. Veri
cari èsseri del mondo,
che a vardarle le fa
piànzer. E un le varda,
un griso, là sentà:
un poeta. Anca lui
bel, sì, anca lui, sì,
cratura de la vita
che iera e sarà: mi.
Mi, che in ‘sto dopopranzo,
in ‘sta zità sul mar
grando nel grando mondo;
de ‘na tola de un bar
del subùrbio; vardado
quele quatro fie go,
le bigolere, alegro
no, tristo gnanca no.
Vittorio Alfieri
A dante
O gran padre Alighier, se dal ciel miri
me tuo discepol non indegno starmi,
dal cor traendo profondi sospiri,
prostrato innanzi a’ tuoi funerei marmi;
piacciati, deh! Propizio ai be’ desiri
d’un raggio di tua luce illuminarmi.
Uom che a primiera eterna gloria aspiri,
contro invidia e viltà de’ stringer l’armi?
Figlio, i’ le strinsi, e assai men duol; ch’io diedi
nome in tal guisa a gente tanto bassa,
da non pur calpestarsi co’ miei piedi.
Se in me fidi, il tuo sguardo a che si abbassa?
Va, tuona, vinci: e, se fra pie’ ti vedi
costor, senza mirar sovr’essi passa.
me tuo discepol non indegno starmi,
dal cor traendo profondi sospiri,
prostrato innanzi a’ tuoi funerei marmi;
piacciati, deh! Propizio ai be’ desiri
d’un raggio di tua luce illuminarmi.
Uom che a primiera eterna gloria aspiri,
contro invidia e viltà de’ stringer l’armi?
Figlio, i’ le strinsi, e assai men duol; ch’io diedi
nome in tal guisa a gente tanto bassa,
da non pur calpestarsi co’ miei piedi.
Se in me fidi, il tuo sguardo a che si abbassa?
Va, tuona, vinci: e, se fra pie’ ti vedi
costor, senza mirar sovr’essi passa.
Vittorio Alfieri
Sonetto
verrà, tornerà il giorno, in cui
redivivi omai gl’Itali staranno
in campo audaci, e non col ferro altrui
in vil difesa, ma dei Galli a danno.
Al forte fianco sproni ardenti dui,
lor virtù prisca ed i miei carmi avranno:
onde in membrar ch’essi già fur, chio fui,
d’irresistibil fiamma avvamperanno.
E armati allor di quel furor celeste
spirato in me dall’opre dei lor avi,
faran mie rime a Gallia esser funeste.
Gli odo già dirmi: O Vate nostro, in pravi
secoli nato, eppur create hai queste
sublimi età che profetando andavi.”
redivivi omai gl’Itali staranno
in campo audaci, e non col ferro altrui
in vil difesa, ma dei Galli a danno.
Al forte fianco sproni ardenti dui,
lor virtù prisca ed i miei carmi avranno:
onde in membrar ch’essi già fur, chio fui,
d’irresistibil fiamma avvamperanno.
E armati allor di quel furor celeste
spirato in me dall’opre dei lor avi,
faran mie rime a Gallia esser funeste.
Gli odo già dirmi: O Vate nostro, in pravi
secoli nato, eppur create hai queste
sublimi età che profetando andavi.”
Vittorio Sereni
Dimitrios
Alla tenda s’accosta
il piccolo nemico
Dimitrios e mi sorprende,
d’uccello tenue strido
sul vetro del meriggio.
Non torce la bocca pura
la grazia che chiede pane,
non si vela di pianto
lo sguardo che fame e paura
stempera nel cielo d’infanzia.
È già lontano,
arguto mulinello
che s’annulla nell’afa,
Dimitrios – su lande avare
appena credibile, appena
vivo sussulto
di me, della mia vita
esitante sul mare.
il piccolo nemico
Dimitrios e mi sorprende,
d’uccello tenue strido
sul vetro del meriggio.
Non torce la bocca pura
la grazia che chiede pane,
non si vela di pianto
lo sguardo che fame e paura
stempera nel cielo d’infanzia.
È già lontano,
arguto mulinello
che s’annulla nell’afa,
Dimitrios – su lande avare
appena credibile, appena
vivo sussulto
di me, della mia vita
esitante sul mare.
Vittorio Sereni
Non sa più nulla, è alto sulle ali
Non sa più nulla, è alto sulle ali
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.
Per questo qualcuno stanotte
mi toccava la spalla mormorando
di pregar per l’Europa
mentre la Nuova Armada
si presentava alla costa di Francia.
Ho risposto nel sonno: – È il vento,
il vento che fa musiche bizzarre.
Ma se tu fossi davvero
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna
prega tu se lo puoi, io sono morto
alla guerra e alla pace.
Questa è la musica ora:
delle tende che sbattono sui pali.
Non è musica d’angeli, è la mia
sola musica e mi basta. –
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.
Per questo qualcuno stanotte
mi toccava la spalla mormorando
di pregar per l’Europa
mentre la Nuova Armada
si presentava alla costa di Francia.
Ho risposto nel sonno: – È il vento,
il vento che fa musiche bizzarre.
Ma se tu fossi davvero
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna
prega tu se lo puoi, io sono morto
alla guerra e alla pace.
Questa è la musica ora:
delle tende che sbattono sui pali.
Non è musica d’angeli, è la mia
sola musica e mi basta. –
Vittorio Sereni
Una visita in fabbrica (Il, III, IV)
Il
La potenza di che inviti! si cerchia
che lusinghe: di piste di campi di gioco
di molli prati di stillanti aiuole
e persino fiorirvi, cuore estivo, può superba la rosa.
Sfiora torrette, ora, passerelle
la visita da poco cominciata: s’imbuca in un fragore
come di sottoterra, che pure ha regola e centro
e qualcuno t’illustra. Che cos’è
un ciclo di lavorazione? Un cottimo
cos’è? Quel fragore. E le macchine, le trafile e calandre,
questi nomi per me presto di solo suono nel buio della mente,
rumore che si somma a rumore e presto spavento per me
straniero al grande moto e da questo agganciato.
Eccoli al loro posto quelli che sciamavano là fuori
qualche momento fa: che sai di loro
che ne sappiamo tu e io, ignari dell’arte loro ...
Chiusi in un ordine, compassati e svelti,
relegati a un filo di benessere
senza perdere un colpo—e su tutto implacabile
e ipnotico il ballo dei pezzi dall’una all’altra sala.
III
Dove più dice i suoi anni la fabbrica,
di vite trascorse qui la brezza
è loquace per te?
Quello che precipitò
nel pozzo d’infortunio e di oblio:
quella che tra scali e depositi in sé accolse
e in sé crebbe il germe d’amore
e tra scali e depositi lo sperse:
l’altro che prematuro dileguò
nel fuoco dell’oppressore.
Lavorarono qui, qui penarono.
(E oggi il tuo pianto sulla fossa comune).
IV
«Non ce l’ho? —dice—coi padroni. Loro almeno
sanno quello che vogliono. Non è questo,
non è più questo il punto».
E raffrontando e
rammemorando:
«... la sacca era chiusa per sempre
e nessun moto di staffette, solo un coro
di rondini a distesa sulla scelta tra cattura
e morte ...».
Ma qui, non è peggio? Accerchiati da gran tempo
e ancora per anni e poi anni ben sapendo che non
più duramente (non occorre) si stringerà la morsa.
C’è vita, sembra, e animazione dentro
quest’altra sacca, uomini in grembiuli neri
che si passano plichi
uniformati al passo delle teleferiche
di trasporto giù in fabbrica.
Salta su
il più buono e il più inerme, cità:
E di me si spendea la miglior parte"
tra spasso e proteste degli altri—ma va [à*°— scatenati.
From STELLA VARIABILE
La potenza di che inviti! si cerchia
che lusinghe: di piste di campi di gioco
di molli prati di stillanti aiuole
e persino fiorirvi, cuore estivo, può superba la rosa.
Sfiora torrette, ora, passerelle
la visita da poco cominciata: s’imbuca in un fragore
come di sottoterra, che pure ha regola e centro
e qualcuno t’illustra. Che cos’è
un ciclo di lavorazione? Un cottimo
cos’è? Quel fragore. E le macchine, le trafile e calandre,
questi nomi per me presto di solo suono nel buio della mente,
rumore che si somma a rumore e presto spavento per me
straniero al grande moto e da questo agganciato.
Eccoli al loro posto quelli che sciamavano là fuori
qualche momento fa: che sai di loro
che ne sappiamo tu e io, ignari dell’arte loro ...
Chiusi in un ordine, compassati e svelti,
relegati a un filo di benessere
senza perdere un colpo—e su tutto implacabile
e ipnotico il ballo dei pezzi dall’una all’altra sala.
III
Dove più dice i suoi anni la fabbrica,
di vite trascorse qui la brezza
è loquace per te?
Quello che precipitò
nel pozzo d’infortunio e di oblio:
quella che tra scali e depositi in sé accolse
e in sé crebbe il germe d’amore
e tra scali e depositi lo sperse:
l’altro che prematuro dileguò
nel fuoco dell’oppressore.
Lavorarono qui, qui penarono.
(E oggi il tuo pianto sulla fossa comune).
IV
«Non ce l’ho? —dice—coi padroni. Loro almeno
sanno quello che vogliono. Non è questo,
non è più questo il punto».
E raffrontando e
rammemorando:
«... la sacca era chiusa per sempre
e nessun moto di staffette, solo un coro
di rondini a distesa sulla scelta tra cattura
e morte ...».
Ma qui, non è peggio? Accerchiati da gran tempo
e ancora per anni e poi anni ben sapendo che non
più duramente (non occorre) si stringerà la morsa.
C’è vita, sembra, e animazione dentro
quest’altra sacca, uomini in grembiuli neri
che si passano plichi
uniformati al passo delle teleferiche
di trasporto giù in fabbrica.
Salta su
il più buono e il più inerme, cità:
E di me si spendea la miglior parte"
tra spasso e proteste degli altri—ma va [à*°— scatenati.
From STELLA VARIABILE