Poesie di questo tema
Altri
Giovanni Raboni
Stanze per la musica di Adriano Guarnieri
Quare tristis — perché
sempre, nella veglia e nel sonno,
nell’omissione e nell’adempimento,
l’anima ci fa così male?
Noi che la custodiamo
senza amarla, senza conoscerla
nella gabbietta delle nostrè ossa
come il vetro di una lanterna
custodisce la fiamma
sappiamo soltanto che è lei,
lei che non ha né tendini né sangue,
la compagnia più sanguinosa.
Tu come lei invisibile
proteggici dal suo silenzio
fa’ che sentiamo in tempo la sua voce.
sempre, nella veglia e nel sonno,
nell’omissione e nell’adempimento,
l’anima ci fa così male?
Noi che la custodiamo
senza amarla, senza conoscerla
nella gabbietta delle nostrè ossa
come il vetro di una lanterna
custodisce la fiamma
sappiamo soltanto che è lei,
lei che non ha né tendini né sangue,
la compagnia più sanguinosa.
Tu come lei invisibile
proteggici dal suo silenzio
fa’ che sentiamo in tempo la sua voce.
Giulia Niccolai
Il soggetto è il linguaggio
Un’idea di rivalsa: la rappresaglia
o la vendetta della parola pensata
(compiere il gesto di inventarsi una lingua
compiere l’atto con cui ci si appropria del linguaggio).
Anche se contigui o sovrapposti vicendevolmente
individuo e parola sussistono come soggetti separati:
non un reciproco accordo di parole e di cose
ma il gusto della manomissione.
Le cose esistono per essere dette
e la lingua racconta. Oltraggia a sua volta
in un linguaggio già violato da altri
avere il linguaggio è un modo di essere.
Il soggetto è dunque il linguaggio
con cui perpetrare una personale violazione.
From GREENWICH
o la vendetta della parola pensata
(compiere il gesto di inventarsi una lingua
compiere l’atto con cui ci si appropria del linguaggio).
Anche se contigui o sovrapposti vicendevolmente
individuo e parola sussistono come soggetti separati:
non un reciproco accordo di parole e di cose
ma il gusto della manomissione.
Le cose esistono per essere dette
e la lingua racconta. Oltraggia a sua volta
in un linguaggio già violato da altri
avere il linguaggio è un modo di essere.
Il soggetto è dunque il linguaggio
con cui perpetrare una personale violazione.
From GREENWICH
Giulia Niccolai
Sostituzione
Sostituisci alla perdita del centro
la distruzione del centro
alla perdita di un senso
la negazione di un senso.
Puoi individuarlo nella misura
in cui è imprendibile:
misurane tutta la distanza
dovunque (e in nessun luogo).
Così
la reversibilità del segno
l’evanescenza del senso
l’opposto dell’insensato
una moltiplicazione d’insensatezza
una farsa inventata con arte.
la distruzione del centro
alla perdita di un senso
la negazione di un senso.
Puoi individuarlo nella misura
in cui è imprendibile:
misurane tutta la distanza
dovunque (e in nessun luogo).
Così
la reversibilità del segno
l’evanescenza del senso
l’opposto dell’insensato
una moltiplicazione d’insensatezza
una farsa inventata con arte.
Giuliano Gramigna
14 (le sentenze di Sibilla)
le parole impossibili dico da pronunciare
perché troppo grandi troppo scottanti veloci, troppo
in che bocca in che lingua?
Stavano dolci come stelle
che non sa maneggiare. Tutto l’anno
tutto il secolo a rilavorarle, col piede gonfio
il dito nel costato l’acqua non più dolce
che esce dal naso via portando
il seme mentale.
Sull’orlo prenatale sussiste
qualcosa che si formi in viscere si faccia aria
si faccia quel fruscio raso terra
della porta dell’office che s’apre
a fine estate sul giardino
e disperde le sentenze di Sibilla.
perché troppo grandi troppo scottanti veloci, troppo
in che bocca in che lingua?
Stavano dolci come stelle
che non sa maneggiare. Tutto l’anno
tutto il secolo a rilavorarle, col piede gonfio
il dito nel costato l’acqua non più dolce
che esce dal naso via portando
il seme mentale.
Sull’orlo prenatale sussiste
qualcosa che si formi in viscere si faccia aria
si faccia quel fruscio raso terra
della porta dell’office che s’apre
a fine estate sul giardino
e disperde le sentenze di Sibilla.
Giuliano Gramigna
Il latrato
Ogni tanto latro nel buio
un latrato che nessuno sente.
L’inchiodo bene con i denti
dunque nessuno lo può sentire.
Eppure la signora del piano di sopra
“Per favore da dove viene
quest’orribile tremito
questo fiato di fandango?”
Posso dirle che è la mia caninità
conquistata a fatica in sett’antanni di vita
una preziosa discesa
nella scala dei viventi?
Non so se sia acuto o rauco.
Si gonfia dentro la chiostra
delle mascelle va giù non fuori
come un bolo gassoso
giù per la strozza per le ossa al fondo
del sacco viscerale.
Non provo fratellanza per i cani.
Sono di un altro branco.
Da QUELLO CHE RESTA
un latrato che nessuno sente.
L’inchiodo bene con i denti
dunque nessuno lo può sentire.
Eppure la signora del piano di sopra
“Per favore da dove viene
quest’orribile tremito
questo fiato di fandango?”
Posso dirle che è la mia caninità
conquistata a fatica in sett’antanni di vita
una preziosa discesa
nella scala dei viventi?
Non so se sia acuto o rauco.
Si gonfia dentro la chiostra
delle mascelle va giù non fuori
come un bolo gassoso
giù per la strozza per le ossa al fondo
del sacco viscerale.
Non provo fratellanza per i cani.
Sono di un altro branco.
Da QUELLO CHE RESTA
Giuseppe Ungaretti
Commiato
Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
° la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento
Quando trovo
e
/
1° in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso
Locvizza il 2 Ottobre 1916.
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
° la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento
Quando trovo
e
/
1° in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso
Locvizza il 2 Ottobre 1916.
Giuseppe Ungaretti
Il porto sepolto
Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde
Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto
Mariano il 29 giugno 1916.
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde
Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto
Mariano il 29 giugno 1916.
Giuseppe Ungaretti
Memoria d’ofelia d’alba
Da voi, pensosi innanzi tempo,
Troppo presto
Tutta la luce vana fu bevuta,
Begli occhi sazi nelle chiuse palpebre
Ormai prive di peso,
E in voi immortali
Le cose che tra dubbi prematuri
Seguiste ardendo del loro mutare,
Cercano pace,
1° E a fondo in breve del vostro silenzio
Si fermeranno,
Cose consumate:
Emblemi eterni, nomi,
Evocazioni pure...
Troppo presto
Tutta la luce vana fu bevuta,
Begli occhi sazi nelle chiuse palpebre
Ormai prive di peso,
E in voi immortali
Le cose che tra dubbi prematuri
Seguiste ardendo del loro mutare,
Cercano pace,
1° E a fondo in breve del vostro silenzio
Si fermeranno,
Cose consumate:
Emblemi eterni, nomi,
Evocazioni pure...
Jacopone da Todi
O amore muto
O amore muto, che non vole parlare,
che non si conosciuto!
O amor che te celi per onne stascione,
c’omo da for non senta la tua affezione,
che no la senta latrone per quel c’hai guadagnato,
che non te sia raputo!
Quanto l’om piú te cela, tanto piú ’n foco abunne:
omo, tene occultanno, sempre a lo foco iugne;
ed omo c’ha le pugne de volere parlare,
spesse volte è feruto.
Omo che se destenne de dir so entennemento,
avvegna che sia puro ’l primo comenzamento,
vènce da for lo vento e vali spalianno
quel c’ave receputo.
Omo, che ha alcun lume en candela appicciato,
si vol che arda en pace, mettelo a lo celato,
ed onne uscio ha enserrato, che no i venga lo vento,
che ’l lume sia stenguto.
Tale amore ha posto silenzio a li sospire,
èsse parato a l’uscio e no i larga escire;
dentro i fa parturire, che non se spanna la mente
da quello c’ha sentuto.
Si se n’esce el suspiro, esce po’ lui la mente,
va po’ lui vanianno, larga quel c’ha en presente;
puoi che se ne resente, non pote retrovare
quel c’avea receputo.
Tale amore ha sbannito da sé la ipocresia,
che esca del suo contato, che trovata non sia;
de gloria falsa e ria sí n’ha fatta la caccia,
de lei e de suo tributo.
che non si conosciuto!
O amor che te celi per onne stascione,
c’omo da for non senta la tua affezione,
che no la senta latrone per quel c’hai guadagnato,
che non te sia raputo!
Quanto l’om piú te cela, tanto piú ’n foco abunne:
omo, tene occultanno, sempre a lo foco iugne;
ed omo c’ha le pugne de volere parlare,
spesse volte è feruto.
Omo che se destenne de dir so entennemento,
avvegna che sia puro ’l primo comenzamento,
vènce da for lo vento e vali spalianno
quel c’ave receputo.
Omo, che ha alcun lume en candela appicciato,
si vol che arda en pace, mettelo a lo celato,
ed onne uscio ha enserrato, che no i venga lo vento,
che ’l lume sia stenguto.
Tale amore ha posto silenzio a li sospire,
èsse parato a l’uscio e no i larga escire;
dentro i fa parturire, che non se spanna la mente
da quello c’ha sentuto.
Si se n’esce el suspiro, esce po’ lui la mente,
va po’ lui vanianno, larga quel c’ha en presente;
puoi che se ne resente, non pote retrovare
quel c’avea receputo.
Tale amore ha sbannito da sé la ipocresia,
che esca del suo contato, che trovata non sia;
de gloria falsa e ria sí n’ha fatta la caccia,
de lei e de suo tributo.
Chandra Livia Candiani
La morte della poesia
dolci poesie
che ricamavano
bellissime emozioni
che mi portavano
lente e musicali
in atmosfere viola
nella magia
delle cose senza storia
il vostro tempo è finito—
sono morta
piano piano
insieme a voi—
immobile
e zitta
sono rimasta sospesa
in una morte non immobile
ma neanche apparente
ho viaggiato
in una bara
dentro al mio corpo
ho conosciuto
i fiumi mestruali
i contatti nervosi
dello stomaco
gli antri abbandonati
dell’intestino
e ho avuto
ancora
fame di parole emotive
magari meno dolci
ma più sanguigne
intestinali
uterine—
sul mio carro funebre?
sono passata
dal mio cervello
l’ho visto gonfio
di idee stracciate
eppure lucidissime
e ho visto
lunghe file
di specchi
in cui lui si rifletteva
e discuteva
con le immagini di sé
che gli davano sempre ragione
e ho visto
i suoi occhi
diventati ciechi
ribaltarsi all’indietro
per vedere solo se stesso
e mostrare al resto
una bianca
stupida
apparenza ferma
razionale—
e sono stata per le strade
e ho visto
tanta gente
tutta con quello stesso
sguardo bianco
idiota
e perfetto
senza urti
lo sguardo cerebrale—
e ho sentito
le urla grige
che escono da ogni carcere
e ho visto gli occhi
di ogni carcerato
non più bianchi
ma rossi
stanchi
forti
vitali
occhi che hanno viaggiato
dentro e fuori
di loro—
e ho sentito
il cigolare
e poi il lento
ma sicuro spezzarsi
delle catene femminili
e sulle loro facce
nessuna immagine riflessa
e nella loro voce
i discorsi di un cervello
e la musica di un corpo—
e sono stata nelle piazze
nelle case
nelle scuole
nei prati
e nei boschi
e ho visto
in mezzo a
mucchi di cadaveri
e di moribondi
che barcollavano urlando
ho visto gente
e bella
camminare
con le mani legate
e la bocca imbavagliata
e a Ogni passo
Ja catena ai loro polsi
si macchiava di sangue
ma si consumava
e il bavaglio sulle loro bocche
era sporco di bile
ma scendeva—
lentamente
la mia bara si è aperta
la mia morte
ha smesso di viaggiare
io sono uscita
da una nuova placenta
più grossa e pesante
la placenta storica
e ho cominciato a gridare
col rosso della mia rabbia
che ricamavano
bellissime emozioni
che mi portavano
lente e musicali
in atmosfere viola
nella magia
delle cose senza storia
il vostro tempo è finito—
sono morta
piano piano
insieme a voi—
immobile
e zitta
sono rimasta sospesa
in una morte non immobile
ma neanche apparente
ho viaggiato
in una bara
dentro al mio corpo
ho conosciuto
i fiumi mestruali
i contatti nervosi
dello stomaco
gli antri abbandonati
dell’intestino
e ho avuto
ancora
fame di parole emotive
magari meno dolci
ma più sanguigne
intestinali
uterine—
sul mio carro funebre?
sono passata
dal mio cervello
l’ho visto gonfio
di idee stracciate
eppure lucidissime
e ho visto
lunghe file
di specchi
in cui lui si rifletteva
e discuteva
con le immagini di sé
che gli davano sempre ragione
e ho visto
i suoi occhi
diventati ciechi
ribaltarsi all’indietro
per vedere solo se stesso
e mostrare al resto
una bianca
stupida
apparenza ferma
razionale—
e sono stata per le strade
e ho visto
tanta gente
tutta con quello stesso
sguardo bianco
idiota
e perfetto
senza urti
lo sguardo cerebrale—
e ho sentito
le urla grige
che escono da ogni carcere
e ho visto gli occhi
di ogni carcerato
non più bianchi
ma rossi
stanchi
forti
vitali
occhi che hanno viaggiato
dentro e fuori
di loro—
e ho sentito
il cigolare
e poi il lento
ma sicuro spezzarsi
delle catene femminili
e sulle loro facce
nessuna immagine riflessa
e nella loro voce
i discorsi di un cervello
e la musica di un corpo—
e sono stata nelle piazze
nelle case
nelle scuole
nei prati
e nei boschi
e ho visto
in mezzo a
mucchi di cadaveri
e di moribondi
che barcollavano urlando
ho visto gente
e bella
camminare
con le mani legate
e la bocca imbavagliata
e a Ogni passo
Ja catena ai loro polsi
si macchiava di sangue
ma si consumava
e il bavaglio sulle loro bocche
era sporco di bile
ma scendeva—
lentamente
la mia bara si è aperta
la mia morte
ha smesso di viaggiare
io sono uscita
da una nuova placenta
più grossa e pesante
la placenta storica
e ho cominciato a gridare
col rosso della mia rabbia
Marcello Giovanetti
Bella corteggiana frustata
Era esposta ai flagelli Eurilla mia,
per lieve colpa condennata rea;
ma fra l’ombra del duol che l’avvolgea
il sol di sua bellezza anco apparia.
E mentre in lei, da man nocente e ria,
tempesta di percosse aspra piovea,
quanti gigli sugli omeri abbattea
quella tempesta, tante rose apria.
Chi sa che, mosso Amor da’ miei lamenti,
per punir di costei l’empio rigore,
la mia tormentatrice or non tormenti?
Ma qual gloria sperar potea maggiore?
Diranno ormai l’innamorate genti:
«Questa è la bella martire d’Amore».
per lieve colpa condennata rea;
ma fra l’ombra del duol che l’avvolgea
il sol di sua bellezza anco apparia.
E mentre in lei, da man nocente e ria,
tempesta di percosse aspra piovea,
quanti gigli sugli omeri abbattea
quella tempesta, tante rose apria.
Chi sa che, mosso Amor da’ miei lamenti,
per punir di costei l’empio rigore,
la mia tormentatrice or non tormenti?
Ma qual gloria sperar potea maggiore?
Diranno ormai l’innamorate genti:
«Questa è la bella martire d’Amore».
Maria Luisa Spaziani
Crisi
La parola che odio se il ferro non si piega,
se la fucina interna langue,
la parola che transita, cadavere
sopra l’acqua stagnante —
la parola, la figlia notarile
di cento dizionari, la farina
verginale d’acqua e lievito, lontana
da farsi pane —
se la fucina interna langue,
la parola che transita, cadavere
sopra l’acqua stagnante —
la parola, la figlia notarile
di cento dizionari, la farina
verginale d’acqua e lievito, lontana
da farsi pane —
Maria Luisa Spaziani
Il calore giusto
Fa’ lievitare il verso come il pane
nel forno al suo giusto calore. Senti
che anche il verso emette il misterioso
profumo della cosa riuscita.
Vocali e consonanti si alleano,
s’incatenano e fondono. Ne esce
lo spiritello d’ Aladino e danza
su e giù per la stanza.
nel forno al suo giusto calore. Senti
che anche il verso emette il misterioso
profumo della cosa riuscita.
Vocali e consonanti si alleano,
s’incatenano e fondono. Ne esce
lo spiritello d’ Aladino e danza
su e giù per la stanza.
Maria Luisa Spaziani
L’auriga
Auriga ritto sul suo carro, tiene
le redini la mano del poeta,
quella mano che scrive, che capta
le quattro direzioni dello spirito.
Lo spirito è un ossigeno, s’insinua
In ogni virgola, atomo o parola.
Non ha bei sentimenti, non consola.
Talvolta è pura polvere da sparo.
le redini la mano del poeta,
quella mano che scrive, che capta
le quattro direzioni dello spirito.
Lo spirito è un ossigeno, s’insinua
In ogni virgola, atomo o parola.
Non ha bei sentimenti, non consola.
Talvolta è pura polvere da sparo.
Maria Luisa Spaziani
Le vibrazioni più profonde
Le vibrazioni più profonde, eccole
affidate ad arpeggi di otto versi.
Tutto quanto è profondo ha la maschera.
Chi non gioca non prega.
Stiamo andando a una festa brillante,
il veglione dei grandi ricordi.
Ben quattro re, del resto, hanno accettato
Di rompere su carte da gioco.
affidate ad arpeggi di otto versi.
Tutto quanto è profondo ha la maschera.
Chi non gioca non prega.
Stiamo andando a una festa brillante,
il veglione dei grandi ricordi.
Ben quattro re, del resto, hanno accettato
Di rompere su carte da gioco.
Maria Luisa Spaziani
Se uso la parola
Se uso la parola è per pregarti
di ascoltare il mio fondo silenzio.
Non c’è ancora un linguaggio (o s’è dimenticato)
per tradurre ciò che a te ho da dire.
Un pagliaccio batteva su un tamburo.
Era musica d’angeli, secondo il suo cuore.
E non vedeva più nemmeno l’orso
che gli zompava accanto
di ascoltare il mio fondo silenzio.
Non c’è ancora un linguaggio (o s’è dimenticato)
per tradurre ciò che a te ho da dire.
Un pagliaccio batteva su un tamburo.
Era musica d’angeli, secondo il suo cuore.
E non vedeva più nemmeno l’orso
che gli zompava accanto
Marino Moretti
Flores sententiarum
Cogito, ergo sum. Penso, onde esisto.
Edo, ergo sum. Esisto, esisto, esisto!
Questo mi piace (un tempo m’è spiaciuto):
Ama nesciri. Essere sconosciuto!
Nascondetevi pure come topi,
fratelli miei. Nulla fides inopi.
Facit indignatio versum. Via, non nasce
da un sentimento che rimane in fasce?
Per amica silentia lunae. È bello!
Ma nel silenzio luccica il coltello.
Una bestemmia, un grido, anche uno sputo.
Humani nil a me alienum puto.
Ex abundantia cordis. Cuore pieno,
bocca che parla, ma che parla meno.
Loqui ignorabit qui tacere nesciet.
E così resto muto come un pesce.
Edo, ergo sum. Esisto, esisto, esisto!
Questo mi piace (un tempo m’è spiaciuto):
Ama nesciri. Essere sconosciuto!
Nascondetevi pure come topi,
fratelli miei. Nulla fides inopi.
Facit indignatio versum. Via, non nasce
da un sentimento che rimane in fasce?
Per amica silentia lunae. È bello!
Ma nel silenzio luccica il coltello.
Una bestemmia, un grido, anche uno sputo.
Humani nil a me alienum puto.
Ex abundantia cordis. Cuore pieno,
bocca che parla, ma che parla meno.
Loqui ignorabit qui tacere nesciet.
E così resto muto come un pesce.
Mario Lunetta
Una rosa è una rosa
Sul mio tavolo da lavoro, molto brechtianamente, tengo
una rosa rossa d’acciaio smaltato che affiora da un grattacielo
di cemento e un piede nudo insanguinato di ceramica
firmato Fulgenzi, che ha un foro nel tallone.
Non ho ancora capito il possibile senso simbolico
dell’accostamento, che pure m’intriga e mi procura, specie
nelle giornate in cui mi sento lontanissimo dal mondo, e il mondo
è pazzo come il vento, un’ombra di malessere
più volatile del mercurio.
Rosa, Acciaio. Cemento. Piede. Ceramica. E quel filo di sangue
che cola dalla caviglia mozza, mimetico, più vero del vero, rosso
non meno della rosa che svetta sul suo gambo
di verde vivo: e a un tratto si svelle dal cemento
che la soffoca, e in un guizzo omicida
mi si infigge nella gola, mi uccide.
una rosa rossa d’acciaio smaltato che affiora da un grattacielo
di cemento e un piede nudo insanguinato di ceramica
firmato Fulgenzi, che ha un foro nel tallone.
Non ho ancora capito il possibile senso simbolico
dell’accostamento, che pure m’intriga e mi procura, specie
nelle giornate in cui mi sento lontanissimo dal mondo, e il mondo
è pazzo come il vento, un’ombra di malessere
più volatile del mercurio.
Rosa, Acciaio. Cemento. Piede. Ceramica. E quel filo di sangue
che cola dalla caviglia mozza, mimetico, più vero del vero, rosso
non meno della rosa che svetta sul suo gambo
di verde vivo: e a un tratto si svelle dal cemento
che la soffoca, e in un guizzo omicida
mi si infigge nella gola, mi uccide.
Mario Luzi
Adamo
Sotto le chiome lunghe
nascondo ametiste e porto
conchiglie di laghi in fronte.
L’occhio anche nell’ombra
riflette raggi di stelle polari,
solo, nel mondo, il Tempo m’eguaglia.
In me chiudo rimorsi
di cieli perduti
e la certezza d’Iddio
che m’ha vinto.
Con me ho soffocato l’amore.
Tu cuore d’Adamo
più non sei
che un museo di carne.
nascondo ametiste e porto
conchiglie di laghi in fronte.
L’occhio anche nell’ombra
riflette raggi di stelle polari,
solo, nel mondo, il Tempo m’eguaglia.
In me chiudo rimorsi
di cieli perduti
e la certezza d’Iddio
che m’ha vinto.
Con me ho soffocato l’amore.
Tu cuore d’Adamo
più non sei
che un museo di carne.
Mario Luzi
C’era, sì, c’era
C’era, sì, c’era — ma come ritrovarlo
quello spirito nella lingua
quel fuoco nella materia. -
Chi elimina la melma, chi cancella la contumelia?
Sepolto nelle rocce,
rocce dentro montagne
di buio e grevità —
così quasi si estingue,
così cova l’incendio
l’immemorabile evangelio...
quello spirito nella lingua
quel fuoco nella materia. -
Chi elimina la melma, chi cancella la contumelia?
Sepolto nelle rocce,
rocce dentro montagne
di buio e grevità —
così quasi si estingue,
così cova l’incendio
l’immemorabile evangelio...
Mario Luzi
Dove mi porti, mia arte?
Dove mi porti, mia arte?
In che remoto
deserto territorio
a un tratto mi balestri?
In che paradiso di salute,
di luce e libertà,
arte, per incantesimo mi scorti?
Mia? non è mia questa arte,
la praticò, la affino,
le apro le riserve
umane di dolore,
divine me ne appresta
lei di ardore
e di contemplazione
nei cieli in cui m’inoltrò...
Oh mia indecifrabile conditio,
mia insostenibile incarnazione!
In che remoto
deserto territorio
a un tratto mi balestri?
In che paradiso di salute,
di luce e libertà,
arte, per incantesimo mi scorti?
Mia? non è mia questa arte,
la praticò, la affino,
le apro le riserve
umane di dolore,
divine me ne appresta
lei di ardore
e di contemplazione
nei cieli in cui m’inoltrò...
Oh mia indecifrabile conditio,
mia insostenibile incarnazione!
Matteo Maria Boiardo
Sonetto
Gra vidi uscir de l’onde una matina
il sol, di ragi d’or tutto jubato,
e di tal luce in facia colorato,
che ne incendeva tutta la marina.
E vidi la rugiada matutina
la rosa aprir d’un color sì inflamato,
che ogni lontan aspetto avria stimato
che un foco ardesse ne la verde spina.
E vidi alla stagion prima e novella
uscir la molle erbetta come sòle
IO
aprir le foglie ne la prima etate.
E vidi una legiadra donna e bella
su l’erba coglier rose al primo sole
e vincer queste cose di beltate.
Come in la notte liquida e serena
vien la stella d’Amor avanti giorno,
di raggi d’oro e di splendor sì piena
che l’orizzonte è di sua luce adorno,
et ella a tergo mena
l’altre stelle minore
che a lei d’intorno intorno
cedon parte del ciel e fangli onore;
indi, rorando splendido liquore
da l’umida sua chioma, onde se bagna
la verde erbetta e il colorito fiore,
fa rugiadosa tutta la campagna:
così costei de l’altre il pregio acquista,
perchè Amor la accompagna,
e fa sparit ogni altra bella vista.
il sol, di ragi d’or tutto jubato,
e di tal luce in facia colorato,
che ne incendeva tutta la marina.
E vidi la rugiada matutina
la rosa aprir d’un color sì inflamato,
che ogni lontan aspetto avria stimato
che un foco ardesse ne la verde spina.
E vidi alla stagion prima e novella
uscir la molle erbetta come sòle
IO
aprir le foglie ne la prima etate.
E vidi una legiadra donna e bella
su l’erba coglier rose al primo sole
e vincer queste cose di beltate.
Come in la notte liquida e serena
vien la stella d’Amor avanti giorno,
di raggi d’oro e di splendor sì piena
che l’orizzonte è di sua luce adorno,
et ella a tergo mena
l’altre stelle minore
che a lei d’intorno intorno
cedon parte del ciel e fangli onore;
indi, rorando splendido liquore
da l’umida sua chioma, onde se bagna
la verde erbetta e il colorito fiore,
fa rugiadosa tutta la campagna:
così costei de l’altre il pregio acquista,
perchè Amor la accompagna,
e fa sparit ogni altra bella vista.