Poesie di questo tema
Morte e lutto
Salvatore Quasimodo
Amici
Erano tanti gli amici
e senza notizie ognuno partì:
altri andare vedrò nel fumo
della notte che viaggia come un treno
e fiato non avrò per salutare.
La morte non ha simpatie,
fa come la luce col frutto:
acerbo maturo distrutto.
Come il mondo quello non è
che guardi dalla soglia felice:
porta un volto la gente
e non più volto domani,
accade anche ai fiori nel vento.
Rondini morte sono gli amici
che danno piume alla mia luce,
e di me il tempo farà
una secca effigie e lontana.
e senza notizie ognuno partì:
altri andare vedrò nel fumo
della notte che viaggia come un treno
e fiato non avrò per salutare.
La morte non ha simpatie,
fa come la luce col frutto:
acerbo maturo distrutto.
Come il mondo quello non è
che guardi dalla soglia felice:
porta un volto la gente
e non più volto domani,
accade anche ai fiori nel vento.
Rondini morte sono gli amici
che danno piume alla mia luce,
e di me il tempo farà
una secca effigie e lontana.
Salvatore Quasimodo
Colore di pioggia e di ferro
Dicevi: morte, silenzio, solitudine;
come amore, vita. Parole
delle nostre provvisorie immagini.
E il vento s’è levato leggero ogni mattina
e il tempo colore di pioggia e di ferro
è passato sulle pietre,
sul nostro chiuso ronzio di maledetti.
Ancora la verità è lontana.
E dimmi, uomo spaccato sulla croce,
e tu dalle mani grosse di sangue,
come risponderò a quelli che domandano?
Ora, ora: prima che altro silenzio
entri negli occhi, prima che altro vento
salga e altra ruggine fiorisca.
come amore, vita. Parole
delle nostre provvisorie immagini.
E il vento s’è levato leggero ogni mattina
e il tempo colore di pioggia e di ferro
è passato sulle pietre,
sul nostro chiuso ronzio di maledetti.
Ancora la verità è lontana.
E dimmi, uomo spaccato sulla croce,
e tu dalle mani grosse di sangue,
come risponderò a quelli che domandano?
Ora, ora: prima che altro silenzio
entri negli occhi, prima che altro vento
salga e altra ruggine fiorisca.
Salvatore Quasimodo
Davanti al simulacro d’ilaria del carretto
Sotto tenera luna già i tuoi colli,
lungo il Serchio fanciulle in vesti rosse
e turchine si muovono leggere.
Così al tuo dolce tempo, cara; e Sirio
perde colore, e ogni ora s’allontana,
e il gabbiano s’infuria sulle spiagge
derelitte. Gli amanti vanno lieti
nell’aria di settembre, i loro gesti
accompagnano ombre di parole
che conosci. Non hanno pietà; e tu
tenuta dalla terra, che lamenti?
Sei qui rimasta sola. Il mio sussulto
forse è il tuo, uguale d’ira e di spavento.
Remoti i morti e più ancora i vivi,
i miei compagni vili e taciturni.
neve
Scende la sera: ancora ci lasciate,
o immagini care della terra, alberi,
animali, povera gente chiusa
dentro i mantelli dei soldati, madri
dal ventre inaridito dalle lacrime.
E la neve ci illumina dai prati
come luna. Oh, questi morti. Battete
sulla fronte, battete fino al cuore.
Che urli almeno qualcuno nel silenzio,
in questo cerchio bianco di sepolti.
a me pellegrino
Ecco, ritorno nella quieta piazza:
al tuo balcone solitaria oscilla
la bandiera di festa già trascorsa.
—Riappari—dico. Ma solo l’età
che brama i sortilegi, illuse l’eco
delle cave di pietra abbandonate.
Da quanto non risponde l’invisibile
se chiamo come un tempo nel silenzio!
Non sei più qui, non più il tuo saluto
giunge a me pellegrino. Mai due volte
la gioia si rivela. È batte estrema
luce sul pino che ricorda il mare.
E vana, anche l’immagine dell’acque.
La nostra terra è lontana, nel sud,
calda di lacrime e di lutti. Donne,
laggiù, nei neri scialli
parlano a mezza voce della morte,
sugli usci delle case.
lungo il Serchio fanciulle in vesti rosse
e turchine si muovono leggere.
Così al tuo dolce tempo, cara; e Sirio
perde colore, e ogni ora s’allontana,
e il gabbiano s’infuria sulle spiagge
derelitte. Gli amanti vanno lieti
nell’aria di settembre, i loro gesti
accompagnano ombre di parole
che conosci. Non hanno pietà; e tu
tenuta dalla terra, che lamenti?
Sei qui rimasta sola. Il mio sussulto
forse è il tuo, uguale d’ira e di spavento.
Remoti i morti e più ancora i vivi,
i miei compagni vili e taciturni.
neve
Scende la sera: ancora ci lasciate,
o immagini care della terra, alberi,
animali, povera gente chiusa
dentro i mantelli dei soldati, madri
dal ventre inaridito dalle lacrime.
E la neve ci illumina dai prati
come luna. Oh, questi morti. Battete
sulla fronte, battete fino al cuore.
Che urli almeno qualcuno nel silenzio,
in questo cerchio bianco di sepolti.
a me pellegrino
Ecco, ritorno nella quieta piazza:
al tuo balcone solitaria oscilla
la bandiera di festa già trascorsa.
—Riappari—dico. Ma solo l’età
che brama i sortilegi, illuse l’eco
delle cave di pietra abbandonate.
Da quanto non risponde l’invisibile
se chiamo come un tempo nel silenzio!
Non sei più qui, non più il tuo saluto
giunge a me pellegrino. Mai due volte
la gioia si rivela. È batte estrema
luce sul pino che ricorda il mare.
E vana, anche l’immagine dell’acque.
La nostra terra è lontana, nel sud,
calda di lacrime e di lutti. Donne,
laggiù, nei neri scialli
parlano a mezza voce della morte,
sugli usci delle case.
Salvatore Quasimodo
Dialogo
“At cantu commotae Erebi de sedibus imis
umbrae ibant tenues simulacraque luce carentum.”
Siamo sporchi di guerra e Orfeo brulica
d’insetti, è bucato dai pidocchi,
e tu sei morta. L’inverno, quel peso
di ghiaccio, l’acqua, l’aria di tempesta,
furono con te, e il tuono di eco in eco
nelle tue notti di terra. Ed ora so
che ti dovevo più forte consenso,
ma il nostro tempo è stato furia e sangue:
altri già affondavano nel fango,
avevano le mani, gli occhi disfatti,
urlavano misericordia e amore.
Ma come è sempre tardi per amare;
perdonami, dunque. Ora grido anch’io
il tuo nome in quest’ora meridiana
pigra d’ali, di corde di cicale
tese dentro le scorze dei cipressi.
Più non sappiamo dov’’è la tua sponda;
c’era un varco segnato dai poeti,
presso fonti che fumano da frane
sull’altipiano. Ma in quel luogo io vidi
da ragazzo arbusti di bacche viola,
cani da gregge e uccelli d’aria cupa
e cavalli, misteriosi animali
che vanno dietro l’uomo a testa alta.
I vivi hanno perduto per sempre
la strada dei morti e stanno in disparte.
Questo silenzio è ora più tremendo
di quello che divide la tua riva.
“Ombre venivano leggere.” E qui
l’Olona scorre tranquillo, non albero
si muove dal suo pozzo di radici.
O non eri Euridice? Non eri Euridice!
Euridice è viva. Euridice! Euridice!
E tu sporco ancora di guerra, Orfeo,
come il tuo cavallo, senza la sferza,
alza il capo, non trema più la terra:
urla d’amore, vinci, se vuoi, il mondo.
umbrae ibant tenues simulacraque luce carentum.”
Siamo sporchi di guerra e Orfeo brulica
d’insetti, è bucato dai pidocchi,
e tu sei morta. L’inverno, quel peso
di ghiaccio, l’acqua, l’aria di tempesta,
furono con te, e il tuono di eco in eco
nelle tue notti di terra. Ed ora so
che ti dovevo più forte consenso,
ma il nostro tempo è stato furia e sangue:
altri già affondavano nel fango,
avevano le mani, gli occhi disfatti,
urlavano misericordia e amore.
Ma come è sempre tardi per amare;
perdonami, dunque. Ora grido anch’io
il tuo nome in quest’ora meridiana
pigra d’ali, di corde di cicale
tese dentro le scorze dei cipressi.
Più non sappiamo dov’’è la tua sponda;
c’era un varco segnato dai poeti,
presso fonti che fumano da frane
sull’altipiano. Ma in quel luogo io vidi
da ragazzo arbusti di bacche viola,
cani da gregge e uccelli d’aria cupa
e cavalli, misteriosi animali
che vanno dietro l’uomo a testa alta.
I vivi hanno perduto per sempre
la strada dei morti e stanno in disparte.
Questo silenzio è ora più tremendo
di quello che divide la tua riva.
“Ombre venivano leggere.” E qui
l’Olona scorre tranquillo, non albero
si muove dal suo pozzo di radici.
O non eri Euridice? Non eri Euridice!
Euridice è viva. Euridice! Euridice!
E tu sporco ancora di guerra, Orfeo,
come il tuo cavallo, senza la sferza,
alza il capo, non trema più la terra:
urla d’amore, vinci, se vuoi, il mondo.
Salvatore Quasimodo
Elegia
Gelida messaggera della notte,
sei ritornata limpida ai balconi
delle case distrutte, a illuminare
le tombe ignote, i derelitti resti
della terra fumante. Qui riposa
il nostro sogno. E solitaria volgi
verso il nord, dove ogni cosa corre
senza luce alla morte, e tu resisti.
From LA VITA NON È SOGNO
sei ritornata limpida ai balconi
delle case distrutte, a illuminare
le tombe ignote, i derelitti resti
della terra fumante. Qui riposa
il nostro sogno. E solitaria volgi
verso il nord, dove ogni cosa corre
senza luce alla morte, e tu resisti.
From LA VITA NON È SOGNO
Salvatore Quasimodo
Latomie
Sillabe d’ombre e foglie,
sull’erbe abbandonati
si amano i morti.
Odo. Cara la notte ai morti,
a me specchio di sepolcri,
di latomie di cedri verdissime,
di cave di salgemma,
di fiumi cui il nome greco
è un verso a ridirlo, dolce.
sull’erbe abbandonati
si amano i morti.
Odo. Cara la notte ai morti,
a me specchio di sepolcri,
di latomie di cedri verdissime,
di cave di salgemma,
di fiumi cui il nome greco
è un verso a ridirlo, dolce.
Salvatore Quasimodo
Milano, agosto 1943
Invano cerchi tra la polvere,
povera mano, la città è morta.
E morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.
povera mano, la città è morta.
E morta: s’è udito l’ultimo rombo
sul cuore del Naviglio. E l’usignolo
è caduto dall’antenna, alta sul convento,
dove cantava prima del tramonto.
Non scavate pozzi nei cortili:
i vivi non hanno più sete.
Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:
lasciateli nella terra delle loro case:
la città è morta, è morta.
Salvatore Quasimodo
Settembre tedesco
‘“]l ventidue settembre 1943,
alle otto del mattino .. .”’ (dal Verbale*)
Vorrei dirlo all’Himalaja
che sta vicino al cielo,
venga la quercia più antica
che potrebbe capire.
Dite ai giardini e alle piazze di farsi steppa,
ditelo al mare. Dite all’acqua dei fiumi
che l’uomo alleva serpi nelle vene.
Il cavallo perda l’unghia e la criniera
*Settembre tedesco fu scritta in memoria d’un ragazzo romano, ucciso da una
sentinella tedesca di guardia a Forte Pietralata in Roma, durante l’occupazione
nazista. L’autore ebbe notizia del tragico episodio dalla lettura del verbale,
che un agente di P. S. aveva rimesso alla pretura urbana qualche giorno dopo
l’accaduto: “Porto a conoscenza della S. V. che alle ore otto del 22 settembre
1943; una sentinella tedesca del Forte Pietralata ha scaricato il suo mitra
contro i piccoli fratelli Bin, che attendevano in quei pressi gli avanzi del
rancio e che s’erano messi a ridere all’ingiunzione minacciosa di andarsene,
fatta loro dalla suddetta sentinella. Claudio di anni undici è rimasto ucciso sul
colpo, mentre Vincenzo di anni nove, gravemente ferito, venne ricoverato
all’ospedale di Santo Spirito. Di padre ignoto essi vivevano con la madre
Maria Bin all’ isolato n. 9 di Pietralata.”
e le lingue tornino a Babele,
ma la smetta il salice di compatire.
Che vuole l’aurora? La sua rosa non ci serve.
Che vuole l’alba? Infangate il suo velo bianco.
E dite al sole che se ne stia alle Piramidi,
al cielo dite che strappi le sue bandiere.
lo alla Bellezza vorrei dire due parole.
O mia spiga, mia spiga di grano,
albero di betulla, fiore di pesco,
voi disposti a qualunque delizia,
e voi, gentili pensieri di ciliegio,
non vi adocchi il tedesco.
E tu, collina d’oro, collina odorata
dal vento, frena i tuoi slanci.
Pastore, conta i tuoi agnelli, pastore:
il lupo tedesco ha sbranato già il cane.
O mia spiga dolente come un addio,
sola creatura che possa inorridire
a quel mattino tedesco di settembre.
Forte Pietralata, tu non vuoi parlare.
Tu potresti giurare che un bimbo rideva,
che uscì dalla grotta quel mattino
e ora nasconde il suo occhio assassino.
A voi pare che sappia di menta il mattino
e che alla rondine fresca gorgheggi
e soffi alla nuca delle felci:
invece il mattino vi ha mentito.
Discolpati, se puoi, mattino di settembre,
che speravi perdono dai monti
e volevi un ruscello testimone:
oggi t’accusa il fiato delle case,
la preghiera di tanti mattini.
Avido sparviero, tu fingevi la colomba.
L’angelo ucciso non si vendica.
La verità è questo compianto
di parole gettate come polline sterile
sotto l’arco dei verdi a Forte Pietralata,
dove non si arriva per le solite strade,
dove si paga l’obolo all’ astuto Caronte.
Sentinella tedesca, armasti il tuo mattino,
affilasti come lama il tuo mattino,
caricasti il tuo mattino come mitra
contro l’erba crescente, contro un bimbo che ride:
un bimbo che ride è bandiera celeste
che non s’addice al mattino tedesco.
Questo accadde a Forte Pietralata,
quando il Tevere è meno vecchio d’una frasca,
all’ora degli orizzonti che giuocano
ai meridiani, l’ora degli incontri angelici,
appena il giorno fa capricci per le siepi.
Il mitra ha ucciso il silenzio,
Il mitra ha ucciso le fonti e gli alveari,
ma non si lamenta il mattino tedesco.
Voi non sapete che Claudio Bin fu ucciso,
Claudio odoroso di pelle nuova.
Sul fango un bimbo lascia screzi di vento,
si dice bimbo per parlare ai gelsomini,
e non sappia la morte che la gemma è lavorata.
Non ditelo a tutti, ditelo al mare
che ha orecchio gentile per ascoltare:
ditelo ai figli che a settembre lievitano,
ditelo ai morti, ditelo agli ubbriachi:
forse un poeta vi risponderà.
Ascoltami, madre, che hai speso tuo figlio
come fa il giorno con prodiga luce.
lo ti avvolgo nel tenero compianto
delle capinere che narrano tuo figlio:
“di undici anni, figlio di Maria,
Claudio Bin che rideva
fu ucciso col mitra perchè rideva”.
Non badare alla foglia che stride tra mille,
al gallo che canta il suo stornello iroso.
O tu, guarda la nuvola che scioglie il sole
nel suo fumo, il bosco che marcia
lungo la marina: l’eco comincia
di Claudio per le strette tiberine.
Faccia il mare gli scherzi che vuole
con l’onda, continui a stare il monte,
ogni grembo di terra consumi il suo polline:
alle otto d’ogni mattina il nome
di Claudio tuonerà a Forte Pietralata.
Ascolterà la stupida margherita,
la piuma smarrita risponderà,
sorda sarà la nube dei vulcani.
Interrogate l’ozioso guardiano,
interrogate il tempo che sfuggirà:
il nome di Claudio è un velo di brina
che ricama la luce per chi lo ricorda.
Vi dico io che la morte disse di no:
alle nubi ordinò di salpare
per dire al tedesco di non guastare la vigna,
di non strappare il grappolo acerbo.
Semplice fu come la scintilla
dell’uragano, come la foglia cadente,
così semplice è l’ultima parola.
Vi dico io che il vento cancella la farfalla,
che Claudio fu pettirosso sfregiato,
il bianco lamento dei crisantemi.
Chi dunque può negare che quel mattino,
nonostante Dio, sia stato assassino?
Tu lo sai, Claudio Bin. A te, madre,
vorrei non dirlo per essere usignolo
nella tua gabbia, luce del suo viso.
La spiga di grano non marcirà per questo,
daranno ancora spettacolo sole e luna,
le Ande continueranno la cordigliera,
vorranno inseguirsi le stagioni.
Chi impedirà alle strade di andare,
chi consiglierà il falco di non volare
perchè Hans ha ucciso Claudio che rideva?
Esci dal tuo sasso, Claudio, e sul colle
del mio ricordo fatti una casa:
prenditi tutto il miele, prenditi un fiore
per ogni tedesco, per chi non sa amare.
E stato un attimo di storia:
la sorgente che si perde,
la goccia che si gela nella sabbia,
la lucciola all’alba che l’uccide,
la sorte nemica d’ogni parola.
Sei una lagrima secca sul guanciale
e io ti canto la nenia e di quel settembre
tedesco mi scrivo ia data sulla mano.
alle otto del mattino .. .”’ (dal Verbale*)
Vorrei dirlo all’Himalaja
che sta vicino al cielo,
venga la quercia più antica
che potrebbe capire.
Dite ai giardini e alle piazze di farsi steppa,
ditelo al mare. Dite all’acqua dei fiumi
che l’uomo alleva serpi nelle vene.
Il cavallo perda l’unghia e la criniera
*Settembre tedesco fu scritta in memoria d’un ragazzo romano, ucciso da una
sentinella tedesca di guardia a Forte Pietralata in Roma, durante l’occupazione
nazista. L’autore ebbe notizia del tragico episodio dalla lettura del verbale,
che un agente di P. S. aveva rimesso alla pretura urbana qualche giorno dopo
l’accaduto: “Porto a conoscenza della S. V. che alle ore otto del 22 settembre
1943; una sentinella tedesca del Forte Pietralata ha scaricato il suo mitra
contro i piccoli fratelli Bin, che attendevano in quei pressi gli avanzi del
rancio e che s’erano messi a ridere all’ingiunzione minacciosa di andarsene,
fatta loro dalla suddetta sentinella. Claudio di anni undici è rimasto ucciso sul
colpo, mentre Vincenzo di anni nove, gravemente ferito, venne ricoverato
all’ospedale di Santo Spirito. Di padre ignoto essi vivevano con la madre
Maria Bin all’ isolato n. 9 di Pietralata.”
e le lingue tornino a Babele,
ma la smetta il salice di compatire.
Che vuole l’aurora? La sua rosa non ci serve.
Che vuole l’alba? Infangate il suo velo bianco.
E dite al sole che se ne stia alle Piramidi,
al cielo dite che strappi le sue bandiere.
lo alla Bellezza vorrei dire due parole.
O mia spiga, mia spiga di grano,
albero di betulla, fiore di pesco,
voi disposti a qualunque delizia,
e voi, gentili pensieri di ciliegio,
non vi adocchi il tedesco.
E tu, collina d’oro, collina odorata
dal vento, frena i tuoi slanci.
Pastore, conta i tuoi agnelli, pastore:
il lupo tedesco ha sbranato già il cane.
O mia spiga dolente come un addio,
sola creatura che possa inorridire
a quel mattino tedesco di settembre.
Forte Pietralata, tu non vuoi parlare.
Tu potresti giurare che un bimbo rideva,
che uscì dalla grotta quel mattino
e ora nasconde il suo occhio assassino.
A voi pare che sappia di menta il mattino
e che alla rondine fresca gorgheggi
e soffi alla nuca delle felci:
invece il mattino vi ha mentito.
Discolpati, se puoi, mattino di settembre,
che speravi perdono dai monti
e volevi un ruscello testimone:
oggi t’accusa il fiato delle case,
la preghiera di tanti mattini.
Avido sparviero, tu fingevi la colomba.
L’angelo ucciso non si vendica.
La verità è questo compianto
di parole gettate come polline sterile
sotto l’arco dei verdi a Forte Pietralata,
dove non si arriva per le solite strade,
dove si paga l’obolo all’ astuto Caronte.
Sentinella tedesca, armasti il tuo mattino,
affilasti come lama il tuo mattino,
caricasti il tuo mattino come mitra
contro l’erba crescente, contro un bimbo che ride:
un bimbo che ride è bandiera celeste
che non s’addice al mattino tedesco.
Questo accadde a Forte Pietralata,
quando il Tevere è meno vecchio d’una frasca,
all’ora degli orizzonti che giuocano
ai meridiani, l’ora degli incontri angelici,
appena il giorno fa capricci per le siepi.
Il mitra ha ucciso il silenzio,
Il mitra ha ucciso le fonti e gli alveari,
ma non si lamenta il mattino tedesco.
Voi non sapete che Claudio Bin fu ucciso,
Claudio odoroso di pelle nuova.
Sul fango un bimbo lascia screzi di vento,
si dice bimbo per parlare ai gelsomini,
e non sappia la morte che la gemma è lavorata.
Non ditelo a tutti, ditelo al mare
che ha orecchio gentile per ascoltare:
ditelo ai figli che a settembre lievitano,
ditelo ai morti, ditelo agli ubbriachi:
forse un poeta vi risponderà.
Ascoltami, madre, che hai speso tuo figlio
come fa il giorno con prodiga luce.
lo ti avvolgo nel tenero compianto
delle capinere che narrano tuo figlio:
“di undici anni, figlio di Maria,
Claudio Bin che rideva
fu ucciso col mitra perchè rideva”.
Non badare alla foglia che stride tra mille,
al gallo che canta il suo stornello iroso.
O tu, guarda la nuvola che scioglie il sole
nel suo fumo, il bosco che marcia
lungo la marina: l’eco comincia
di Claudio per le strette tiberine.
Faccia il mare gli scherzi che vuole
con l’onda, continui a stare il monte,
ogni grembo di terra consumi il suo polline:
alle otto d’ogni mattina il nome
di Claudio tuonerà a Forte Pietralata.
Ascolterà la stupida margherita,
la piuma smarrita risponderà,
sorda sarà la nube dei vulcani.
Interrogate l’ozioso guardiano,
interrogate il tempo che sfuggirà:
il nome di Claudio è un velo di brina
che ricama la luce per chi lo ricorda.
Vi dico io che la morte disse di no:
alle nubi ordinò di salpare
per dire al tedesco di non guastare la vigna,
di non strappare il grappolo acerbo.
Semplice fu come la scintilla
dell’uragano, come la foglia cadente,
così semplice è l’ultima parola.
Vi dico io che il vento cancella la farfalla,
che Claudio fu pettirosso sfregiato,
il bianco lamento dei crisantemi.
Chi dunque può negare che quel mattino,
nonostante Dio, sia stato assassino?
Tu lo sai, Claudio Bin. A te, madre,
vorrei non dirlo per essere usignolo
nella tua gabbia, luce del suo viso.
La spiga di grano non marcirà per questo,
daranno ancora spettacolo sole e luna,
le Ande continueranno la cordigliera,
vorranno inseguirsi le stagioni.
Chi impedirà alle strade di andare,
chi consiglierà il falco di non volare
perchè Hans ha ucciso Claudio che rideva?
Esci dal tuo sasso, Claudio, e sul colle
del mio ricordo fatti una casa:
prenditi tutto il miele, prenditi un fiore
per ogni tedesco, per chi non sa amare.
E stato un attimo di storia:
la sorgente che si perde,
la goccia che si gela nella sabbia,
la lucciola all’alba che l’uccide,
la sorte nemica d’ogni parola.
Sei una lagrima secca sul guanciale
e io ti canto la nenia e di quel settembre
tedesco mi scrivo ia data sulla mano.
Salvatore Quasimodo
Valle etrusca
Lontana dai campi vivi
e per due mari, l’uno lento
di grano e l’altro predone di rive,
la valle si gonfia di grotte
antiche e sono pallide stanze,
ove i morti stanno a convito
sui letti di pietra: la messe
del sonno scorre dolente.
Alle immemori fronti è regno estremo
la mano che all’eco fiato ridona,
alla forte amicizia del tempo.
Della morte è soave il vino
bevuto a sorsi d’anni,
e il grano rimatura sempre
per un cielo ignoto e fioco.
Quale uccello sinistro
il sole non è nominato
nella patria eterna dei morti.
e per due mari, l’uno lento
di grano e l’altro predone di rive,
la valle si gonfia di grotte
antiche e sono pallide stanze,
ove i morti stanno a convito
sui letti di pietra: la messe
del sonno scorre dolente.
Alle immemori fronti è regno estremo
la mano che all’eco fiato ridona,
alla forte amicizia del tempo.
Della morte è soave il vino
bevuto a sorsi d’anni,
e il grano rimatura sempre
per un cielo ignoto e fioco.
Quale uccello sinistro
il sole non è nominato
nella patria eterna dei morti.
Salvatore Quasimodo
Vicino a una torre saracena, per il fratello morto
To stavo ad una chiara
conchiglia del mio mare
e nel suono lontano udivo cuori
crescere con me, battere
° uguale età. Di dèi o di bestie, timidi
o diavoli: favole avverse della
mente. Forse le attente
morse delle tagliole
cupe per volpi lupi
iene, sotto la luna a vela lacera
scattarono per noi,
cuori di viole delicate, cuori
di fiori itti. non dovevano crescere
e scendere dal suono: il tuono tetro
‘5 su dall’arcobaleno d’aria e pietra
all’orecchio del mare rombava una
infanzia errata, eredità di sogni
a rovescio, alla terra di misure
astratte, dove ogni cosa
20 è più forte dell’uomo.
conchiglia del mio mare
e nel suono lontano udivo cuori
crescere con me, battere
° uguale età. Di dèi o di bestie, timidi
o diavoli: favole avverse della
mente. Forse le attente
morse delle tagliole
cupe per volpi lupi
iene, sotto la luna a vela lacera
scattarono per noi,
cuori di viole delicate, cuori
di fiori itti. non dovevano crescere
e scendere dal suono: il tuono tetro
‘5 su dall’arcobaleno d’aria e pietra
all’orecchio del mare rombava una
infanzia errata, eredità di sogni
a rovescio, alla terra di misure
astratte, dove ogni cosa
20 è più forte dell’uomo.
Sandro Penna
La battaglia
«Tua madre è morta,» mi diceva un coro
sommesso immemorabile sereno.
«Morta,» mi ripetevo e un lieve riso
di tempi immemorabili sereno
tingeva l’acre angoscia nella luce. «E quello
che fu nei tempi oscuri il grande amico
è forse morto?» «Oh, quello,»
dicevano più cauti, «in due tagliato
da un solo colpo, mai non lo vedemmo
altrimenti piegato.» Ed io baciavo
piangendo i resti di quel panno amico
che ricoperto aveva sotto il sole
una cosa nel mondo mai toccata.
sommesso immemorabile sereno.
«Morta,» mi ripetevo e un lieve riso
di tempi immemorabili sereno
tingeva l’acre angoscia nella luce. «E quello
che fu nei tempi oscuri il grande amico
è forse morto?» «Oh, quello,»
dicevano più cauti, «in due tagliato
da un solo colpo, mai non lo vedemmo
altrimenti piegato.» Ed io baciavo
piangendo i resti di quel panno amico
che ricoperto aveva sotto il sole
una cosa nel mondo mai toccata.
Sergio Corazzini
Il mio cuore
Il mio cuore è una rossa
macchia di sangue dove
io bagno senza possa
la penna, a dolci prove
eternamente mossa.
E la penna si muove
e la carta s’arrossa
sempre a passioni nove.
Giorno verrà: lo so
che questo sangue ardente
a un tratto mancherà,
che la mia penna avrà
uno schianto stridente...
. e allora morirò.
macchia di sangue dove
io bagno senza possa
la penna, a dolci prove
eternamente mossa.
E la penna si muove
e la carta s’arrossa
sempre a passioni nove.
Giorno verrà: lo so
che questo sangue ardente
a un tratto mancherà,
che la mia penna avrà
uno schianto stridente...
. e allora morirò.
Ugo Foscolo
Dei sepolcri
de’ cipressi e dentro l’urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove più il sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d’erbe famiglia e d’animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future,
nè da te, dolce amico, udrò più il verso
e la mesta armonia che lo governa,
nè più nel cor mi parlerà lo spirto
po)
delle vergini Muse e dell’Amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso
che distingua le mie dall’infinite
ossa che in terra e in mar semina Morte?
Vero è ben, Pindemonte, anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve
tutte cose l’oblio nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il Tempo.
Ma perchè pria del Tempo a sè il mortale
invidierà l’illusion che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente dei suoi? Celeste è questa
corrispondenza d’amotrosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall’insultar de’ nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.
Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna, e se pur mira
fra ’l compianto de’ templi Acherontei,
o ricovratsi sotto le grandi ale
del perdono d’Iddio; ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove nè donna innamorata preghi,
nè passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ motti
contende. È senza tomba giace il tuo
sacerdote, o Talia, che a te cantando
nel suo povero tetto educò un lauro
con lungo amore, e t’appendea corone:
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo,
cui solo è dolce il muggito de’ buoi
che dagli antri abdiiani e dal Ticino
lo fan d’ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov’io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch’or con dimesse frondi va fremendo
perchè non copre, o Dea, l’urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d’ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorme il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra Îe sue mura la città, lasciva
d’evirati cantori allettatrice;
non pietra, non parola; e forse l’ossa
col mozzo capo gl’insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse, e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggìa la Luna,
l’àpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerea campagna,
e l’immonda accusar col luttiioso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obliate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! sugli estinti
non sorge fiore, ove non sia d’umane
lodi onorato e d’amoroso pianto.
Dal dì che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d’altrui, toglieano i vivi
all’etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
ed are a’ figli; e uscian quindi i responsi
de’ domestici Lari, e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento:
religion che con diversi riti
le virtù patrie e la pietà congiunta
tradussero per lungo ordine d’anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a’ templi
fean pavimento; nè agl’incensi avvolto
de’ cadaveri il lezzo i supplicanti
contaminò; nè le città fur meste
d’effigiati scheletri: le madri
balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l’amato capo
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario. Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean sull’urne
per memoria perenne, e preziosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapian gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perchè gli occhi dell’uom cercan morendo
il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali,
amaranti educavano e viole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte e a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentia qual d’aura de’ beati Elisi.
Pietosa insania, che fa cari gli orti
de’ suburbani avelli alle britanne
vergini dove le conduce amore
della perduta madre; ove clementi
pregaro i Genj del ritorno al Prode
che tronca fe’ la trionfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d’inclite geste
e sien ministri al vivere civile
l’opulenza e il tremore, inutil pompa,
e inaugurate immagini dell’Orco
sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate reggie ha sepoltura
già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
morte apparecchi riposato albergo,
ove una volta la fortuna cessi
dalle vendette, e l’amistà raccolga
non di tesori eredità, ma caldi
sensi, e di liberal carme l’esempio.
A egregie cose il forte animo accendono
l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel Grande
che, temprando lo scettro ai regnatoti,
gli allor ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l’arca di colui che nuovo Olimpo
alzò in Roma a’ celesti; e di chi vide
sotto l’etereo padiglion rotarsi
più mondi, e il sole irradiarli immoto,
onde all’Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento;
te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita e pe’ lavactri
che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell’aer tuo veste la Luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti; e le convalli
popolate di case e d’oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi.
E tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò lira al Ghibellin fuggiasco;
e tu i cari parenti e l’idioma
desti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore, in Grecia nudo e nudo in Roma,
d’un velo candidissimo adornando,
Ma più beata, chè in un tempio accolte
serbi l’itale glorie, uniche forse,
da che le mal vietate Alpi e l’alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t’invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.
Chè ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all’Italia,
quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a’ patri Numi, errava muto
ove Arno è più deserto, i campi e il cielo
desioso mirando; e poi che nullo
vivente aspetto gli molcea la cura,
qui posava l’austero, e avea sul volto
il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno, e l’ossa
fremono amor di patria. Ah sì, da quella
religiosa pace un Nume parla;
e nutria contro a’ Persi in Maratona,
ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,
la virtù greca e l’ira. Il navigante,
che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,
vedea per l’ampia oscurità scintille
balenar d’elmi e di cozzanti brandi,
fumart le pire igneo vapor, corrusche
d’armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all’orror de’ notturni
silenzi si spandea lungo ne’ campi
di falangi un tumulto, e un suon di tube,
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parchè il canto.
Felice te che il regno ampio de’ venti,
Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l’antenna
oltre l’isole egèe, d’antichi fatti
certo udisti suonar dell’Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retee l’armi d’Achille
sovra l’ossa d’Aiace. A’ generosi
giusta di glorie dispensiera è morte:
nè senno astuto, nè favor di regi
all’Itaco le spoglie ardue serbava,
chè a la poppa raminga le ritolse
l’onda incitata dagl’inferni Dei.
E me che i tempi ed il desio d’onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de’ sepolcri, e quando
il Tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l’armonia
vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Tròade inseminata
eterno splende a’ peregrini un loco;
eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dardano figlio,
onde fur Troia e Assaraco e i cinquanta
talami e il regno della Giulia gente.
Però che quando Elettra udì la Parca
che lei dalle vitali aure del giorno
chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove
mandò il voto supremo, e: “ Se,” diceva,
“a te fur care le mie chiome e il viso
e le dolci vigilie, e non mi assente
onde d’Elettra tua resti la fama.”
Così orando moriva. E ne gemea
l’Olimpio; e l’immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
e fe’ sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
cenere d’Ilo; ivi l’iliache donne
sciogliean le chiome, indarno, ahi! deprecando
da’ lor mariti l’imminente fato;
ivi Cassandra allor che il Nume in petto
le fea parlar di Troia il dì mortale,
venne, e all’ombre cantò carme amoroso,
e guidava i nepoti, e l’amoroso
apprendeva lamento ai giovinetti;
e dicea sospirando: “ O se mai d’Argo,
ove al Tidide e di Làerte al figlio
pascerete i cavalli, a voi permetta
ritorno il cielo, invan la patria vostra
cercherete! Le mura, opra di Febo,
sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
in queste tombe; chè de’ Numi è dono
servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi, che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete, ahi presto!
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri; e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi,
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l’altare.
Proteggete i miei padri. Un dì vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente sulle mute vie
per far più bello l’ultimo trofeo
ai fatati Pelidi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finchè il sole
risplenderà su le sciagure umane.”
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove più il sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d’erbe famiglia e d’animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future,
nè da te, dolce amico, udrò più il verso
e la mesta armonia che lo governa,
nè più nel cor mi parlerà lo spirto
po)
delle vergini Muse e dell’Amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso
che distingua le mie dall’infinite
ossa che in terra e in mar semina Morte?
Vero è ben, Pindemonte, anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve
tutte cose l’oblio nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il Tempo.
Ma perchè pria del Tempo a sè il mortale
invidierà l’illusion che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente dei suoi? Celeste è questa
corrispondenza d’amotrosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall’insultar de’ nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.
Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna, e se pur mira
fra ’l compianto de’ templi Acherontei,
o ricovratsi sotto le grandi ale
del perdono d’Iddio; ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove nè donna innamorata preghi,
nè passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ motti
contende. È senza tomba giace il tuo
sacerdote, o Talia, che a te cantando
nel suo povero tetto educò un lauro
con lungo amore, e t’appendea corone:
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo,
cui solo è dolce il muggito de’ buoi
che dagli antri abdiiani e dal Ticino
lo fan d’ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov’io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch’or con dimesse frondi va fremendo
perchè non copre, o Dea, l’urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d’ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorme il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra Îe sue mura la città, lasciva
d’evirati cantori allettatrice;
non pietra, non parola; e forse l’ossa
col mozzo capo gl’insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse, e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggìa la Luna,
l’àpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerea campagna,
e l’immonda accusar col luttiioso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obliate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! sugli estinti
non sorge fiore, ove non sia d’umane
lodi onorato e d’amoroso pianto.
Dal dì che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d’altrui, toglieano i vivi
all’etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
ed are a’ figli; e uscian quindi i responsi
de’ domestici Lari, e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento:
religion che con diversi riti
le virtù patrie e la pietà congiunta
tradussero per lungo ordine d’anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a’ templi
fean pavimento; nè agl’incensi avvolto
de’ cadaveri il lezzo i supplicanti
contaminò; nè le città fur meste
d’effigiati scheletri: le madri
balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l’amato capo
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario. Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean sull’urne
per memoria perenne, e preziosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapian gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perchè gli occhi dell’uom cercan morendo
il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali,
amaranti educavano e viole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte e a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentia qual d’aura de’ beati Elisi.
Pietosa insania, che fa cari gli orti
de’ suburbani avelli alle britanne
vergini dove le conduce amore
della perduta madre; ove clementi
pregaro i Genj del ritorno al Prode
che tronca fe’ la trionfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d’inclite geste
e sien ministri al vivere civile
l’opulenza e il tremore, inutil pompa,
e inaugurate immagini dell’Orco
sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate reggie ha sepoltura
già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
morte apparecchi riposato albergo,
ove una volta la fortuna cessi
dalle vendette, e l’amistà raccolga
non di tesori eredità, ma caldi
sensi, e di liberal carme l’esempio.
A egregie cose il forte animo accendono
l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel Grande
che, temprando lo scettro ai regnatoti,
gli allor ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l’arca di colui che nuovo Olimpo
alzò in Roma a’ celesti; e di chi vide
sotto l’etereo padiglion rotarsi
più mondi, e il sole irradiarli immoto,
onde all’Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento;
te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita e pe’ lavactri
che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell’aer tuo veste la Luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti; e le convalli
popolate di case e d’oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi.
E tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò lira al Ghibellin fuggiasco;
e tu i cari parenti e l’idioma
desti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore, in Grecia nudo e nudo in Roma,
d’un velo candidissimo adornando,
Ma più beata, chè in un tempio accolte
serbi l’itale glorie, uniche forse,
da che le mal vietate Alpi e l’alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t’invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.
Chè ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all’Italia,
quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a’ patri Numi, errava muto
ove Arno è più deserto, i campi e il cielo
desioso mirando; e poi che nullo
vivente aspetto gli molcea la cura,
qui posava l’austero, e avea sul volto
il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno, e l’ossa
fremono amor di patria. Ah sì, da quella
religiosa pace un Nume parla;
e nutria contro a’ Persi in Maratona,
ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,
la virtù greca e l’ira. Il navigante,
che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,
vedea per l’ampia oscurità scintille
balenar d’elmi e di cozzanti brandi,
fumart le pire igneo vapor, corrusche
d’armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all’orror de’ notturni
silenzi si spandea lungo ne’ campi
di falangi un tumulto, e un suon di tube,
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parchè il canto.
Felice te che il regno ampio de’ venti,
Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l’antenna
oltre l’isole egèe, d’antichi fatti
certo udisti suonar dell’Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retee l’armi d’Achille
sovra l’ossa d’Aiace. A’ generosi
giusta di glorie dispensiera è morte:
nè senno astuto, nè favor di regi
all’Itaco le spoglie ardue serbava,
chè a la poppa raminga le ritolse
l’onda incitata dagl’inferni Dei.
E me che i tempi ed il desio d’onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de’ sepolcri, e quando
il Tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l’armonia
vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Tròade inseminata
eterno splende a’ peregrini un loco;
eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dardano figlio,
onde fur Troia e Assaraco e i cinquanta
talami e il regno della Giulia gente.
Però che quando Elettra udì la Parca
che lei dalle vitali aure del giorno
chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove
mandò il voto supremo, e: “ Se,” diceva,
“a te fur care le mie chiome e il viso
e le dolci vigilie, e non mi assente
onde d’Elettra tua resti la fama.”
Così orando moriva. E ne gemea
l’Olimpio; e l’immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
e fe’ sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
cenere d’Ilo; ivi l’iliache donne
sciogliean le chiome, indarno, ahi! deprecando
da’ lor mariti l’imminente fato;
ivi Cassandra allor che il Nume in petto
le fea parlar di Troia il dì mortale,
venne, e all’ombre cantò carme amoroso,
e guidava i nepoti, e l’amoroso
apprendeva lamento ai giovinetti;
e dicea sospirando: “ O se mai d’Argo,
ove al Tidide e di Làerte al figlio
pascerete i cavalli, a voi permetta
ritorno il cielo, invan la patria vostra
cercherete! Le mura, opra di Febo,
sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
in queste tombe; chè de’ Numi è dono
servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi, che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete, ahi presto!
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri; e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi,
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l’altare.
Proteggete i miei padri. Un dì vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente sulle mute vie
per far più bello l’ultimo trofeo
ai fatati Pelidi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finchè il sole
risplenderà su le sciagure umane.”
Uguccione da Lodi
da Il libro
Pare del ciel altisemo, re de gloria posente,
gloriosa maiesta, verasi’ omnipotente,
lo siegolo formassi tut emprimeramente,
ciel e terra e mar,
qe tut era niente;
posta fais Adam, nostro primer parente;
de la costa de lui formàs Eva en presente.
Ela manzà del pomo dge li de’ un serpente,
al compagnon Adam alò ’n fe’ un presente,
tanto ’l capitolà fing’el se’ mis al dente.
Zo fo ’l primer engano, per lo meu esiente,
ke fo fat en ’sto siegolo, poi ge ne fo la zente.
Non è om en ’sto mondo, sire Deu, s’el T’onfende,
s’el de li soi peccati envers Ti se repente,
ge de la Toa gracia no sea ric e mainente,
qgé guerra né regoio no te fo a talente,
anci mandasti pase
enfra tuta la zente.
Mai pogi son de quili, per lo meu esiente,
ge de pas retegnir abia cor ni talente,
et è grand meraveia, C’ogn’om è cognosente
ge ’l tesor de ’sto mondo
tut tornarà niente,
Quel ge fosse segnore dal levant al ponente,
dig vair e de li grisi, de l’or e de l’arzente,
le vile e li casteli aves en tenimente,
le citad e li borghi al so comandamente,
e tuta la rigeza dond lo mond è mainente,
valer un gran de lente,
tuto zo no i porave
quando vien en quel’ora qe la sorte no mente,
ge la morte nol toia
tost et isnelamente:
negro lo fai vegnir, puzolent e pesente,
sì q’el no pò audir,
né no vé, né no sente.
S’el è sì como dise Agostin e Climente,
la anema se n’esse
grama, trista e dolente,
molto tost è portaa entro l’infern ardente,
en quel pessimo fogo, dq’è sì caud e bugente
ge quel d’una fornase ve patria resente.
Là entr’ è basalischi, scorpion e serpente
qe morde e percode de venen e de dente.
Quig ge là dentro alberga molt à reo covignente.
O gente crudelissema, como devé guarir,
ge le ovre de Deu no volé mantegnir?
Le vostre vanitade v’à condur a perir.
Denanti ’l Re de gloria como v’avré scondir,
sì q’El unca ve degne salvar ni benedir?
Za savi molto ben senza ’l meu somonit:
gi vol servir a Deu, no dé tropo dormir.
Molt è grand meraveia como pò avegnir
d’una causa, là o’ Deu no me voia tegnir:
s’el fosse asai de quili ge volesse audir
con’ la ovra de Deu
se voria tegnir!
mai molt se’n truova pogi de quig ge °l voi’ audir
e gi no planzerà com agudi sospir
no vorà custedir
e vera penetencia
e da li soi peccadi no s’avrà depattir.
no v’avi convertir,
È se verasiamentre
en presente ve digo que ve mn’à avegnir.
Le grand pene d’inferno ve stoverà sofrir,
q’è cento milia tanto maior, senza mentir,
escoltar ni audir,
ge nui’ om no porave
ni con la boca dir,
né en lo cor pensar,
zamai no ’nd’ à ensir,
Le aneme ge là entra,
qgé là no val engegni ni arte per fogir:
a crudel marescalco serà dade a bailir,
en lo grand fuog d’inferno a brusar e rostir.
Mai no crede la zente
dqe zo posa ’vegnir,
alegrar e sbaudir,
tant ie plas en ‘sto mondo
ben bever e manzar, ben calzar e vestir,
li omini e le femene molto giugar e rir
et altre cause far ge mi no cal de dir,
à mes a delinquir.
qe Deu nostro Signor
E se l’un om pò l’autro
enganar e trair,
za no revardarà
que li’n possa avegnir,
per leve ofensione manaza-s’a ferir,
de spade e de corteli afolar et alcir.
Quig q’è sani et alegri zamai no cre’ morir,
e si sa molto ben
qe zascun n’è sentir:
nigun è sì ardit ge se’n possa scremir.
Mai quel tiegn eu per fol qe no se ’n vol partir
fing el pò en ’sto mondo né andar ni vegnir,
ké, s’el s’atende tanto q’el viegna al fenir,
k’el no porà parlar ni veder ni audir,
quig ge ’l so dé gauder tosto l’à sepelir:
segond q’el avrà fato merit no li à falir.
Mai cotal penetencia no voio custedir,
anci prego Quelui
qge me dé mantegnir,
lo magno Re de gloria ge no degna mentir,
q’enl So servisio far me faza permagnir
e i Soi comandamenti
servar et obedir,
qgé tut l’autr’ è nient,
se no a Deu servir,
Avaricia en ’sto segolo abunda e desmesura,
tradiment et engano,
avoltèri e sozura:
zamai no fo la zente
sì falsa ni sperzura,
qe de l’ovra de Deu
unca no mete cura,
del magno Re de gloria
qe sta sopra l’altura,
Quel per cui se mantien
ognunca creatura.
Ben savf que ve dise la divina scritura:
tuti semo formadi a la Séa figura.
Mai quel tegn eu per fole ge tropo s’asegura,
zà no vol aver cura.
ni d’ensir dig pecadi
pogi è quig ge là dura;
Mo sì son percevt:
lo plusor de la zente vol autra caosa dura.
Qi pò aver dinari de livrar ad usura
e comprar de la terra, campi, vigna e closura,
Deu, como se percaza d’aver bona coltura,
i
e dis: “Aguan farai riga semenadura!”
Mai tal l’à semenar, no l’à veder madura.
Mo s’el se recordasse de la scarsa mesura
como ven con la cana a far la sepoltura!
Quando è reversaa la fera guardatura,
la soperbia e ’l regoio ch’avéa oltra mesura
molto tost è gitaa entro la terra dura:
lo torsel è malvasio et à réa voltura.
La muier e i parenti de grand vertd lo plura:
en la soa portadura,
tal ie mena gran dol
s’el lo pò abandonar, asai poco mà cura.
E l’anema dolentre à pres réa pastura
entro l’infern ardente, en quela grand calura:
]à no se trovarà bela cavalcadura,
destrier ni palafren cum soaf ambladura,
né norbia vestimenta, né rica flibadura,
ni negun’ armadura.
palasio ni tor,
Mai ben devria la zente aver molt grand paura
de la morte crudel, negra, pessima e scura,
ge re ni emperador
encontra lei no dura,
né principo ni dus
qge sia d’alta natura.
L’apostolic de Roma non à quela ventura,
zà no lo defendrà né sorte né agura,
né la cristianitad
ch’à tuta en soa rancura:
mai quig serà biadi ch’à vivre con mesura.
Mai ben devi savere senz’altro sagramento
c’unca encontra la morte
non è defendimento:
no ie val strolomia ni art d’encantamento;
palasio ni torre né nigun bastimento
né roca ni castel,
clave ni fermamento
no la pò destegnir dq’ela no saia dentro,
qg’ela va molto tosto,
plui ge no cér lo vento.
Quelui ge ela gionge molt à grand smarrimento,
gé lo cor li tramuda e ’l pensier e ’l talento;
ben par q’el sia tocado da tosseg de serpento.
Zamai no cred q’’el faza, ben né mal, testamento,
q’abassad è ’l regoio, l’alteza e l’ardimento:
l’aver ch’à guadagnado con dol e con tormento,
con bausî’ et engani
e con grand tradimento,
la pecunia g’el ave con grand rapinamento,
le rige vestimente e l’autr’adornamento,
destrieri e palafreni, vassieg d’or e d’arzento
e le rige masone e ’l grand asiamento,
a tal le lassarà, ben savf q’eu no mento,
un sol star de formento.
no darà per so’ anema
Zà me par qg’el avrà de novel guarnimento;
tost serà trato fora del rico casamento;
zà vorave ’l plusor dg’el fos èl monimento
delivrad a quelor qge’n farà giuggiamento
ke tut lo mangiarà e de fora e dentro.
De l’anema sai ben senza retenimento
ge segondo la ovra recevrà pagamento.
pp]
Giacomino da Verona
gloriosa maiesta, verasi’ omnipotente,
lo siegolo formassi tut emprimeramente,
ciel e terra e mar,
qe tut era niente;
posta fais Adam, nostro primer parente;
de la costa de lui formàs Eva en presente.
Ela manzà del pomo dge li de’ un serpente,
al compagnon Adam alò ’n fe’ un presente,
tanto ’l capitolà fing’el se’ mis al dente.
Zo fo ’l primer engano, per lo meu esiente,
ke fo fat en ’sto siegolo, poi ge ne fo la zente.
Non è om en ’sto mondo, sire Deu, s’el T’onfende,
s’el de li soi peccati envers Ti se repente,
ge de la Toa gracia no sea ric e mainente,
qgé guerra né regoio no te fo a talente,
anci mandasti pase
enfra tuta la zente.
Mai pogi son de quili, per lo meu esiente,
ge de pas retegnir abia cor ni talente,
et è grand meraveia, C’ogn’om è cognosente
ge ’l tesor de ’sto mondo
tut tornarà niente,
Quel ge fosse segnore dal levant al ponente,
dig vair e de li grisi, de l’or e de l’arzente,
le vile e li casteli aves en tenimente,
le citad e li borghi al so comandamente,
e tuta la rigeza dond lo mond è mainente,
valer un gran de lente,
tuto zo no i porave
quando vien en quel’ora qe la sorte no mente,
ge la morte nol toia
tost et isnelamente:
negro lo fai vegnir, puzolent e pesente,
sì q’el no pò audir,
né no vé, né no sente.
S’el è sì como dise Agostin e Climente,
la anema se n’esse
grama, trista e dolente,
molto tost è portaa entro l’infern ardente,
en quel pessimo fogo, dq’è sì caud e bugente
ge quel d’una fornase ve patria resente.
Là entr’ è basalischi, scorpion e serpente
qe morde e percode de venen e de dente.
Quig ge là dentro alberga molt à reo covignente.
O gente crudelissema, como devé guarir,
ge le ovre de Deu no volé mantegnir?
Le vostre vanitade v’à condur a perir.
Denanti ’l Re de gloria como v’avré scondir,
sì q’El unca ve degne salvar ni benedir?
Za savi molto ben senza ’l meu somonit:
gi vol servir a Deu, no dé tropo dormir.
Molt è grand meraveia como pò avegnir
d’una causa, là o’ Deu no me voia tegnir:
s’el fosse asai de quili ge volesse audir
con’ la ovra de Deu
se voria tegnir!
mai molt se’n truova pogi de quig ge °l voi’ audir
e gi no planzerà com agudi sospir
no vorà custedir
e vera penetencia
e da li soi peccadi no s’avrà depattir.
no v’avi convertir,
È se verasiamentre
en presente ve digo que ve mn’à avegnir.
Le grand pene d’inferno ve stoverà sofrir,
q’è cento milia tanto maior, senza mentir,
escoltar ni audir,
ge nui’ om no porave
ni con la boca dir,
né en lo cor pensar,
zamai no ’nd’ à ensir,
Le aneme ge là entra,
qgé là no val engegni ni arte per fogir:
a crudel marescalco serà dade a bailir,
en lo grand fuog d’inferno a brusar e rostir.
Mai no crede la zente
dqe zo posa ’vegnir,
alegrar e sbaudir,
tant ie plas en ‘sto mondo
ben bever e manzar, ben calzar e vestir,
li omini e le femene molto giugar e rir
et altre cause far ge mi no cal de dir,
à mes a delinquir.
qe Deu nostro Signor
E se l’un om pò l’autro
enganar e trair,
za no revardarà
que li’n possa avegnir,
per leve ofensione manaza-s’a ferir,
de spade e de corteli afolar et alcir.
Quig q’è sani et alegri zamai no cre’ morir,
e si sa molto ben
qe zascun n’è sentir:
nigun è sì ardit ge se’n possa scremir.
Mai quel tiegn eu per fol qe no se ’n vol partir
fing el pò en ’sto mondo né andar ni vegnir,
ké, s’el s’atende tanto q’el viegna al fenir,
k’el no porà parlar ni veder ni audir,
quig ge ’l so dé gauder tosto l’à sepelir:
segond q’el avrà fato merit no li à falir.
Mai cotal penetencia no voio custedir,
anci prego Quelui
qge me dé mantegnir,
lo magno Re de gloria ge no degna mentir,
q’enl So servisio far me faza permagnir
e i Soi comandamenti
servar et obedir,
qgé tut l’autr’ è nient,
se no a Deu servir,
Avaricia en ’sto segolo abunda e desmesura,
tradiment et engano,
avoltèri e sozura:
zamai no fo la zente
sì falsa ni sperzura,
qe de l’ovra de Deu
unca no mete cura,
del magno Re de gloria
qe sta sopra l’altura,
Quel per cui se mantien
ognunca creatura.
Ben savf que ve dise la divina scritura:
tuti semo formadi a la Séa figura.
Mai quel tegn eu per fole ge tropo s’asegura,
zà no vol aver cura.
ni d’ensir dig pecadi
pogi è quig ge là dura;
Mo sì son percevt:
lo plusor de la zente vol autra caosa dura.
Qi pò aver dinari de livrar ad usura
e comprar de la terra, campi, vigna e closura,
Deu, como se percaza d’aver bona coltura,
i
e dis: “Aguan farai riga semenadura!”
Mai tal l’à semenar, no l’à veder madura.
Mo s’el se recordasse de la scarsa mesura
como ven con la cana a far la sepoltura!
Quando è reversaa la fera guardatura,
la soperbia e ’l regoio ch’avéa oltra mesura
molto tost è gitaa entro la terra dura:
lo torsel è malvasio et à réa voltura.
La muier e i parenti de grand vertd lo plura:
en la soa portadura,
tal ie mena gran dol
s’el lo pò abandonar, asai poco mà cura.
E l’anema dolentre à pres réa pastura
entro l’infern ardente, en quela grand calura:
]à no se trovarà bela cavalcadura,
destrier ni palafren cum soaf ambladura,
né norbia vestimenta, né rica flibadura,
ni negun’ armadura.
palasio ni tor,
Mai ben devria la zente aver molt grand paura
de la morte crudel, negra, pessima e scura,
ge re ni emperador
encontra lei no dura,
né principo ni dus
qge sia d’alta natura.
L’apostolic de Roma non à quela ventura,
zà no lo defendrà né sorte né agura,
né la cristianitad
ch’à tuta en soa rancura:
mai quig serà biadi ch’à vivre con mesura.
Mai ben devi savere senz’altro sagramento
c’unca encontra la morte
non è defendimento:
no ie val strolomia ni art d’encantamento;
palasio ni torre né nigun bastimento
né roca ni castel,
clave ni fermamento
no la pò destegnir dq’ela no saia dentro,
qg’ela va molto tosto,
plui ge no cér lo vento.
Quelui ge ela gionge molt à grand smarrimento,
gé lo cor li tramuda e ’l pensier e ’l talento;
ben par q’el sia tocado da tosseg de serpento.
Zamai no cred q’’el faza, ben né mal, testamento,
q’abassad è ’l regoio, l’alteza e l’ardimento:
l’aver ch’à guadagnado con dol e con tormento,
con bausî’ et engani
e con grand tradimento,
la pecunia g’el ave con grand rapinamento,
le rige vestimente e l’autr’adornamento,
destrieri e palafreni, vassieg d’or e d’arzento
e le rige masone e ’l grand asiamento,
a tal le lassarà, ben savf q’eu no mento,
un sol star de formento.
no darà per so’ anema
Zà me par qg’el avrà de novel guarnimento;
tost serà trato fora del rico casamento;
zà vorave ’l plusor dg’el fos èl monimento
delivrad a quelor qge’n farà giuggiamento
ke tut lo mangiarà e de fora e dentro.
De l’anema sai ben senza retenimento
ge segondo la ovra recevrà pagamento.
pp]
Giacomino da Verona
Vincenzo Cardarelli
Alla Morte
Morire sì,
non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi
che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell’ultimo istante essere allegri
come quando si contano i minuti
dell’orologio della stazione
e ognuno vale un secolo.
Poi che la morte è la sposa fedele
che subentra all’amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
né fuggire con lei.
Troppe volte partimmo
senza commiato!
Sul punto di varcare
in un attimo il tempo,
quando pur la memoria
di noi s’involerà,
lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
concedici ancora un indugio.
L’immane passo non sia
precipitoso.
Al pensier della morte repentina
il sangue mi si gela.
Morte, non mi ghermire,
ma da lontano annunciati
e da amica mi prendi
come l’estrema delle mie abitudini.
non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi
che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell’ultimo istante essere allegri
come quando si contano i minuti
dell’orologio della stazione
e ognuno vale un secolo.
Poi che la morte è la sposa fedele
che subentra all’amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
né fuggire con lei.
Troppe volte partimmo
senza commiato!
Sul punto di varcare
in un attimo il tempo,
quando pur la memoria
di noi s’involerà,
lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
concedici ancora un indugio.
L’immane passo non sia
precipitoso.
Al pensier della morte repentina
il sangue mi si gela.
Morte, non mi ghermire,
ma da lontano annunciati
e da amica mi prendi
come l’estrema delle mie abitudini.
Vincenzo Cardarelli
Angelo barile lamento per la figlia del pescatore
Nel fresco giorno ha calcato
si poca terra il tuo piede scalzo!
Hai fatto questi due passi
fra l’orlo del mare e la piana
soglia iridata di salso
della tua casa a terreno.
Eri sul lembo del suolo
che il grande azzurro frantuma.
Da questa ruga di spuma
vacillavi già in braccio al sereno
come su l’uscio del mondo.
Oh, su la nostra marina
il tuo soggiorno fu mite
e sottovoce, fanciulla
ammainata come una vela
nel bianco de’ tuoi pensieri.
Ora canti su l’altra tua riva.
Noi tristi che non ti vedremo
più cucire le biondi reti,
riempir di guizzo i panieri
i tuoi occhi di calmo celeste.
Ora tuo padre ha dipinto
le sue barche di un filo di lutto,
gli tremi viva nel flutto
battuto dal lagrimante remo.
si poca terra il tuo piede scalzo!
Hai fatto questi due passi
fra l’orlo del mare e la piana
soglia iridata di salso
della tua casa a terreno.
Eri sul lembo del suolo
che il grande azzurro frantuma.
Da questa ruga di spuma
vacillavi già in braccio al sereno
come su l’uscio del mondo.
Oh, su la nostra marina
il tuo soggiorno fu mite
e sottovoce, fanciulla
ammainata come una vela
nel bianco de’ tuoi pensieri.
Ora canti su l’altra tua riva.
Noi tristi che non ti vedremo
più cucire le biondi reti,
riempir di guizzo i panieri
i tuoi occhi di calmo celeste.
Ora tuo padre ha dipinto
le sue barche di un filo di lutto,
gli tremi viva nel flutto
battuto dal lagrimante remo.
Vincenzo Monti
Feroniade, canto III
Di sacra libagion. Forte di questo
Meravigliossi Teletusa; e, fiso
Di Feronia il sembiante esaminando
(Poiché al sesso minor diero gli dei
Curïose pupille e accorgimento
Quasi divin), sospetto alto la prese,
Che si tenesse in quelle forme occulta
Cosa piú che terrena. Onde, in disparte
Tratto il marito, il suo timor gli espose,
E creduta ne fu; ché facilmente
Cuor semplice ed onesto è persuaso.
Allor Lica narrò quel che poc’anzi
Assalito l’avea strano tumulto,
Quando a sorgere in piè le porse aita
E con la mano le soffolse il fianco.
Poi, seguendo, di Bauci e Filemone
Rammentâr l’avventura, e quel che udito
Da’ vecchi padri avean, siccome ascoso
Fra lor nelle capanne e nelle selve
Stette a lungo Saturno, e nol conobbe
Altri che Giano. In cotal dubbio errando
Si ritrassero entrambi, e lasciâr sola
La taciturna diva. Ella dal seggio
Si tolse allora; e due e tre volte scórse
Pensierosa la stanza, e poi di nuovo
Sospirando s’assise, e in questi accenti
Al suo fiero dolor le porte aperse:
Donde prima degg’io, Giove crudele,
Il mio lamento incominciar? Già tempo
Fu che, superba del tuo amor, chiamarmi
Potei felice ed onorata e diva.
Or eccomi deserta; e non mi resta
Che questo sol di non poter morire
Privilegio infelice. E fino a quando
Alla fierezza della tua consorte
Esporrai questa fronte? Il premio è questo
De’ concessi imenei? Questi gli onori
E le tante in Ausonia are promesse,
Onde speme mi desti che la prima
Mi sarei stata delle dee latine?
Tu m’ingannasti: l’ultima son io
Degl’immortali, ahi lassa!; e non mi fêro
Illustre e chiara che le mie sventure.
Rendimi, ingrato, rendimi alla morte,
Alla qual mi togliesti. Entro quell’onde
Concedimi perir, che la tua Giuno
Sul mio regno sospinse, o ch’io ritrovi
Agli arsi boschi in mezzo e alle ruine
De’ miei templi abbattuti il mio sepolcro.
Cosí la Diva lamentossi, e tacque.
Era la notte, e d’ogni parte i venti
E l’onde e gli animanti avean riposo,
Fuorché l’insetto che ne’ rozzi alberghi
A canto al focolar molce con lungo
Sonnifero stridor l’ombra notturna;
E Filomena nella siepe ascosa
Va iterando le sue dolci querele.
Meravigliossi Teletusa; e, fiso
Di Feronia il sembiante esaminando
(Poiché al sesso minor diero gli dei
Curïose pupille e accorgimento
Quasi divin), sospetto alto la prese,
Che si tenesse in quelle forme occulta
Cosa piú che terrena. Onde, in disparte
Tratto il marito, il suo timor gli espose,
E creduta ne fu; ché facilmente
Cuor semplice ed onesto è persuaso.
Allor Lica narrò quel che poc’anzi
Assalito l’avea strano tumulto,
Quando a sorgere in piè le porse aita
E con la mano le soffolse il fianco.
Poi, seguendo, di Bauci e Filemone
Rammentâr l’avventura, e quel che udito
Da’ vecchi padri avean, siccome ascoso
Fra lor nelle capanne e nelle selve
Stette a lungo Saturno, e nol conobbe
Altri che Giano. In cotal dubbio errando
Si ritrassero entrambi, e lasciâr sola
La taciturna diva. Ella dal seggio
Si tolse allora; e due e tre volte scórse
Pensierosa la stanza, e poi di nuovo
Sospirando s’assise, e in questi accenti
Al suo fiero dolor le porte aperse:
Donde prima degg’io, Giove crudele,
Il mio lamento incominciar? Già tempo
Fu che, superba del tuo amor, chiamarmi
Potei felice ed onorata e diva.
Or eccomi deserta; e non mi resta
Che questo sol di non poter morire
Privilegio infelice. E fino a quando
Alla fierezza della tua consorte
Esporrai questa fronte? Il premio è questo
De’ concessi imenei? Questi gli onori
E le tante in Ausonia are promesse,
Onde speme mi desti che la prima
Mi sarei stata delle dee latine?
Tu m’ingannasti: l’ultima son io
Degl’immortali, ahi lassa!; e non mi fêro
Illustre e chiara che le mie sventure.
Rendimi, ingrato, rendimi alla morte,
Alla qual mi togliesti. Entro quell’onde
Concedimi perir, che la tua Giuno
Sul mio regno sospinse, o ch’io ritrovi
Agli arsi boschi in mezzo e alle ruine
De’ miei templi abbattuti il mio sepolcro.
Cosí la Diva lamentossi, e tacque.
Era la notte, e d’ogni parte i venti
E l’onde e gli animanti avean riposo,
Fuorché l’insetto che ne’ rozzi alberghi
A canto al focolar molce con lungo
Sonnifero stridor l’ombra notturna;
E Filomena nella siepe ascosa
Va iterando le sue dolci querele.
Vincenzo Monti
In morte di Ugo Bassville, canto II (La decapitazione di Luigi XVI)
Fu allora il tuo, che di morte vedesti
L’atro vessillo volteggiarsi al vento?
E il terribile palco erto scorgesti,
Ed alzata la scure, e al gran misfatto
Salir bramosi i manigoldi e presti;
E il tuo buon rege, il re piú grande, in atto
D’agno innocente fra digiuni lupi,
Sul letto de’ ladroni a morir tratto;
E fra i silenzi delle turbe cupi
Lui sereno avanzar la fronte e il passo
In vista che spetrar potea le rupi?
Spetrar le rupi e sciorre in pianto un sasso:
Non le galliche tigri. Ahi! dove spinto
L’avete, o crude? Ed ei v’amava! oh lasso!
Ma piangea il sole di gramaglia cinto,
E stava in forse di voltar le rote
Da questa Tebe che l’antica ha vinto.
Piangevan l’aure per terrore immote,
E l’anime del cielo cittadine
Scendean col pianto anch’esse in su le gote;
L’anime che costanti e pellegrine
Per la causa di Cristo e di Luigi
Lassú per sangue diventâr divine.
Il duol di Francia intanto e i gran litigi
Mirava Iddio dall’alto, e giusto e buono
Pesava il fato della rea Parigi.
Sedea sublime sul tremendo trono;
E sulla lance d’òr quinci ponea
L’alta sua pazienza e il suo perdono,
Dell’iniqua città quindi mettea
Le scelleranze tutte; e nullo ancora
Piegar de’ due gran carchi si vedea.
Quando il mortal giudizio e l’ultim’ora
Dell’augusto infelice alfin v’impose
L’Onnipotente. Cigolando allora
Traboccâr le bilancie ponderose:
Grave in terra cozzò la mortal sorte,
Balzò l’altra alle sfere, e si nascose.
In quel punto al feral palco di morte
Giunge Luigi. Ei v’alza il guardo, e viene
Fermo alla scala, imperturbato e forte.
Già vi monta, già il sommo egli ne tiene;
E va sí pien di maestà l’aspetto,
Ch’ai manigoldi fa tremar le vene.
E già battea furtiva ad ogni petto
La pietà rinascente, ed anco parve
Che del furor svïato avría l’effetto.
Ma fier portento in questo mezzo apparve:
Sul patibolo infame all’improvviso
Asceser quattro smisurate larve.
Stringe ognuna un pugnal di sangue intriso;
Alla strozza un capestro le molesta;
Torvo il cipiglio, dispietato il viso,
E scomposte le chiome in sulla testa,
Come campo di biada già matura
Nel cui mezzo passata è la tempesta.
E sulla fronte arroncigliata e scura
Scritto in sangue ciascuna il nome avea,
Nome terror de’ regi e di natura.
Damiens l’uno, Ankastrom l’altro dicea,
E l’altro Ravagliacco; ed il suo scritto
Il quarto colla man si nascondea.
Da queste Dire avvinto il derelitto
Sire Capeto dal maggior de’ troni
Alla mannaia già facea tragitto.
E a quel giusto simíl che fra’ ladroni
Perdonando spirava ed esclamando:
Padre, padre, perché tu m’abbandoni?,
Per chi a morte lo tragge anch’ei pregando,
Il popol mio, dicea, che sí delira,
E il mio spirto, Signor, ti raccomando.
In questo dir con impeto e con ira
Un degli spettri sospingendo il venne
Sotto il taglio fatal; l’altro ve ’l tira.
Per le sacrate auguste chiome il tenne
La terza furia, e la sottil rudente
Quella quarta recise alla bipenne.
Alla caduta dell’acciar tagliente
S’aprí tonando il cielo, e la vermiglia
Terra si scosse e il mare orribilmente.
Tremonne il mondo, e per la maraviglia
E pel terror dal freddo al caldo polo
Palpitando i potenti alzâr le ciglia.
Tremò levante ed occidente. Il solo
Barbaro celta, in suo furor piú saldo,
Del ciel derise e della terra il duolo;
E di sua libertà spietato e baldo
Tuffò le stolte insegne e le man ladre
Nel sangue del suo re fumante e caldo;
E si dolse che misto a quel del padre
Quello pur anco non scorreva, ahi rabbia!,
Del regal figlio e dell’augusta madre.
L’atro vessillo volteggiarsi al vento?
E il terribile palco erto scorgesti,
Ed alzata la scure, e al gran misfatto
Salir bramosi i manigoldi e presti;
E il tuo buon rege, il re piú grande, in atto
D’agno innocente fra digiuni lupi,
Sul letto de’ ladroni a morir tratto;
E fra i silenzi delle turbe cupi
Lui sereno avanzar la fronte e il passo
In vista che spetrar potea le rupi?
Spetrar le rupi e sciorre in pianto un sasso:
Non le galliche tigri. Ahi! dove spinto
L’avete, o crude? Ed ei v’amava! oh lasso!
Ma piangea il sole di gramaglia cinto,
E stava in forse di voltar le rote
Da questa Tebe che l’antica ha vinto.
Piangevan l’aure per terrore immote,
E l’anime del cielo cittadine
Scendean col pianto anch’esse in su le gote;
L’anime che costanti e pellegrine
Per la causa di Cristo e di Luigi
Lassú per sangue diventâr divine.
Il duol di Francia intanto e i gran litigi
Mirava Iddio dall’alto, e giusto e buono
Pesava il fato della rea Parigi.
Sedea sublime sul tremendo trono;
E sulla lance d’òr quinci ponea
L’alta sua pazienza e il suo perdono,
Dell’iniqua città quindi mettea
Le scelleranze tutte; e nullo ancora
Piegar de’ due gran carchi si vedea.
Quando il mortal giudizio e l’ultim’ora
Dell’augusto infelice alfin v’impose
L’Onnipotente. Cigolando allora
Traboccâr le bilancie ponderose:
Grave in terra cozzò la mortal sorte,
Balzò l’altra alle sfere, e si nascose.
In quel punto al feral palco di morte
Giunge Luigi. Ei v’alza il guardo, e viene
Fermo alla scala, imperturbato e forte.
Già vi monta, già il sommo egli ne tiene;
E va sí pien di maestà l’aspetto,
Ch’ai manigoldi fa tremar le vene.
E già battea furtiva ad ogni petto
La pietà rinascente, ed anco parve
Che del furor svïato avría l’effetto.
Ma fier portento in questo mezzo apparve:
Sul patibolo infame all’improvviso
Asceser quattro smisurate larve.
Stringe ognuna un pugnal di sangue intriso;
Alla strozza un capestro le molesta;
Torvo il cipiglio, dispietato il viso,
E scomposte le chiome in sulla testa,
Come campo di biada già matura
Nel cui mezzo passata è la tempesta.
E sulla fronte arroncigliata e scura
Scritto in sangue ciascuna il nome avea,
Nome terror de’ regi e di natura.
Damiens l’uno, Ankastrom l’altro dicea,
E l’altro Ravagliacco; ed il suo scritto
Il quarto colla man si nascondea.
Da queste Dire avvinto il derelitto
Sire Capeto dal maggior de’ troni
Alla mannaia già facea tragitto.
E a quel giusto simíl che fra’ ladroni
Perdonando spirava ed esclamando:
Padre, padre, perché tu m’abbandoni?,
Per chi a morte lo tragge anch’ei pregando,
Il popol mio, dicea, che sí delira,
E il mio spirto, Signor, ti raccomando.
In questo dir con impeto e con ira
Un degli spettri sospingendo il venne
Sotto il taglio fatal; l’altro ve ’l tira.
Per le sacrate auguste chiome il tenne
La terza furia, e la sottil rudente
Quella quarta recise alla bipenne.
Alla caduta dell’acciar tagliente
S’aprí tonando il cielo, e la vermiglia
Terra si scosse e il mare orribilmente.
Tremonne il mondo, e per la maraviglia
E pel terror dal freddo al caldo polo
Palpitando i potenti alzâr le ciglia.
Tremò levante ed occidente. Il solo
Barbaro celta, in suo furor piú saldo,
Del ciel derise e della terra il duolo;
E di sua libertà spietato e baldo
Tuffò le stolte insegne e le man ladre
Nel sangue del suo re fumante e caldo;
E si dolse che misto a quel del padre
Quello pur anco non scorreva, ahi rabbia!,
Del regal figlio e dell’augusta madre.
Virgilio Giotti
La porta serada
Vado su par le scale,
come sempre un scalin
a la volta, pian; pian
più, più che son vizin.
El cuor me sta par bàter.
Chi sa ogi che cossa
che trovarò? El sòlito,
sì, forsi. O qualchecossa
che no’ so ancora. El sol
de le finestre, e, come
sempre, quieta ‘na vose
che me ciama par nome.
O, invezi, xe là el viso
pàlido de la morte
che me ‘speta. Ogi, forsi,
xe ‘sto qua che la sorte
me ga prontà. ‘Sto qua
xe quel che trovarò
drio quela porta scura
che adesso averzirò.
Vado ‘vanti, no’ pian
e no’ sguelto, una scala
drio l’altra, co’ la testa
un poco su ‘na spala,
in pase con mi stesso,
e coi altri, e co’ tuto.
come sempre un scalin
a la volta, pian; pian
più, più che son vizin.
El cuor me sta par bàter.
Chi sa ogi che cossa
che trovarò? El sòlito,
sì, forsi. O qualchecossa
che no’ so ancora. El sol
de le finestre, e, come
sempre, quieta ‘na vose
che me ciama par nome.
O, invezi, xe là el viso
pàlido de la morte
che me ‘speta. Ogi, forsi,
xe ‘sto qua che la sorte
me ga prontà. ‘Sto qua
xe quel che trovarò
drio quela porta scura
che adesso averzirò.
Vado ‘vanti, no’ pian
e no’ sguelto, una scala
drio l’altra, co’ la testa
un poco su ‘na spala,
in pase con mi stesso,
e coi altri, e co’ tuto.
Vittorio Sereni
3 dicembre
All’ultimo tumulto dei binari
hai la tua pace, dove la città
in un volo di ponti e di viali
si getta alla campagna
e chi passa non sa
di te come tu non sai
degli echi delle cacce che ti sfiorano.
Pace forse è davvero la tua
e gli occhi che noi richiudemmo
per sempre ora riaperti
stupiscono
che ancora per noi
tu muoia un poco ogni anno
in questo giorno.
hai la tua pace, dove la città
in un volo di ponti e di viali
si getta alla campagna
e chi passa non sa
di te come tu non sai
degli echi delle cacce che ti sfiorano.
Pace forse è davvero la tua
e gli occhi che noi richiudemmo
per sempre ora riaperti
stupiscono
che ancora per noi
tu muoia un poco ogni anno
in questo giorno.
Vittorio Sereni
Il muro
Sono
quasi in sogno a Luino
lungo il muro dei morti.
Qua i nostri volti ardevano nell’ombra
nella luce rosa che sulle nove di sera
piovevano gli alberi a giugno?
Certo chi muore... ma questi che vivono
invece: giocano in notturna, sei
contro sei, quelli di Porto
e delle Verbanesi nuova gioventù.
Io da loro distolto
sento l’animazione delle foglie
e in questa farsi strada la bufera.
Scagliano polvere e fronde scagliano ira
quelli di là dal muro –
e tra essi il più caro.
«Papà – faccio per difendermi
puerilmente – papà...»
Non c’è molto da opporgli, il tuffo
di carità il soprassalto in me quando leggo
di fioriture in pieno inverno sulle alture
che lo cerchiano là nel suo gelo al fondo,
se gli porto notizie delle sue cose
se le sento tarlarsi (la duplice
la subdola fedeltà delle cose:
capaci di resistere oltre una vita d’uomo
e poi si sfaldano trasognandoci anni o momenti dopo)
su qualche mensola
in via Scarlatti 27 a Milano.
Dice che è carità pelosa, di presagio
del mio prossimo ghiaccio, me lo dice come in gloria
rasserenandosi rasserenandomi
mentre riapro gli occhi e lui si ritira ridendo
– e ancora folleggiano quei ragazzi animosi contro bufera e notte –
lo dice con polvere e foglie da tutto il muro
che una sera d’estate è una sera d’estate
e adesso avrà più senso
il canto degli ubriachi dalla parte di Creva.
quasi in sogno a Luino
lungo il muro dei morti.
Qua i nostri volti ardevano nell’ombra
nella luce rosa che sulle nove di sera
piovevano gli alberi a giugno?
Certo chi muore... ma questi che vivono
invece: giocano in notturna, sei
contro sei, quelli di Porto
e delle Verbanesi nuova gioventù.
Io da loro distolto
sento l’animazione delle foglie
e in questa farsi strada la bufera.
Scagliano polvere e fronde scagliano ira
quelli di là dal muro –
e tra essi il più caro.
«Papà – faccio per difendermi
puerilmente – papà...»
Non c’è molto da opporgli, il tuffo
di carità il soprassalto in me quando leggo
di fioriture in pieno inverno sulle alture
che lo cerchiano là nel suo gelo al fondo,
se gli porto notizie delle sue cose
se le sento tarlarsi (la duplice
la subdola fedeltà delle cose:
capaci di resistere oltre una vita d’uomo
e poi si sfaldano trasognandoci anni o momenti dopo)
su qualche mensola
in via Scarlatti 27 a Milano.
Dice che è carità pelosa, di presagio
del mio prossimo ghiaccio, me lo dice come in gloria
rasserenandosi rasserenandomi
mentre riapro gli occhi e lui si ritira ridendo
– e ancora folleggiano quei ragazzi animosi contro bufera e notte –
lo dice con polvere e foglie da tutto il muro
che una sera d’estate è una sera d’estate
e adesso avrà più senso
il canto degli ubriachi dalla parte di Creva.
Vittorio Sereni
La spiaggia
Sono andati via tutti –
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: – Non torneranno più –
Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle toppe solari... Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.
I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe d’inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.
Non
dubitare, – m’investe della sua forza il mare –
parleranno.
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: – Non torneranno più –
Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle toppe solari... Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.
I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe d’inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.
Non
dubitare, – m’investe della sua forza il mare –
parleranno.
Vittorio Sereni
Le sei del mattino
Tutto, si sa, la morte dissigilla.
E infatti, tornavo,
malchiusa era la porta
appena accostato il battente.
E spento infatti ero da poco,
disfatto in poche ore.
Ma quello vidi che certo
non vedono i defunti:
la casa visitata dalla mia fresca morte,
solo un poco smarrita
calda ancora di me che più non ero,
spezzata la sbarra
inane il chiavistello
e grande un’aria e popolosa attorno
a me piccino nella morte,
i corsi l’uno dopo l’altro desti
di Milano dentro tutto quel vento.
E infatti, tornavo,
malchiusa era la porta
appena accostato il battente.
E spento infatti ero da poco,
disfatto in poche ore.
Ma quello vidi che certo
non vedono i defunti:
la casa visitata dalla mia fresca morte,
solo un poco smarrita
calda ancora di me che più non ero,
spezzata la sbarra
inane il chiavistello
e grande un’aria e popolosa attorno
a me piccino nella morte,
i corsi l’uno dopo l’altro desti
di Milano dentro tutto quel vento.
Vittorio Sereni
Niccolò
Quattro settembre, muore
oggi un mio caro e con lui cortesia
una volta di più e questa forse per sempre.
Ero con altri un’ultima volta in mare
stupefatto che su tanti spettri chiari non posasse
a pieno cielo una nuvola immensa,
definitiva, ma solo un vago di vapori
si ponesse tra noi, pulviscolo
lasciato indietro dall’estate
(dovunque, si sentiva, in terra e in mare era là
affaticato a raggiungerci, a rompere
lo sbiancante diaframma).
Non servirà cercarti sulle spiagge ulteriori
lungo tutta la costiera spingendoci a quella
detta dei Morti per sapere che non verrai.
Adesso
che di te si svuota il mondo e il “tu”
falsovero dei poeti si ricolma di te
adesso so chi mancava nell’alone amaranto
che cosa e chi disertava le acque
di un dieci giorni fa
già in sospetto di settembre. Sospesa ogni ricerca,
i nomi si ritirano dietro le cose
e dicono no dicono no gli oleandri
mossi dal venticello.
E poi rieccoci
alla sfera del celeste, ma non è
la solita endiadi di cielo e mare?
Resta dunque con me, qui ti piace,
e ascoltami, come sai.
oggi un mio caro e con lui cortesia
una volta di più e questa forse per sempre.
Ero con altri un’ultima volta in mare
stupefatto che su tanti spettri chiari non posasse
a pieno cielo una nuvola immensa,
definitiva, ma solo un vago di vapori
si ponesse tra noi, pulviscolo
lasciato indietro dall’estate
(dovunque, si sentiva, in terra e in mare era là
affaticato a raggiungerci, a rompere
lo sbiancante diaframma).
Non servirà cercarti sulle spiagge ulteriori
lungo tutta la costiera spingendoci a quella
detta dei Morti per sapere che non verrai.
Adesso
che di te si svuota il mondo e il “tu”
falsovero dei poeti si ricolma di te
adesso so chi mancava nell’alone amaranto
che cosa e chi disertava le acque
di un dieci giorni fa
già in sospetto di settembre. Sospesa ogni ricerca,
i nomi si ritirano dietro le cose
e dicono no dicono no gli oleandri
mossi dal venticello.
E poi rieccoci
alla sfera del celeste, ma non è
la solita endiadi di cielo e mare?
Resta dunque con me, qui ti piace,
e ascoltami, come sai.