Poesie di questo tema
Morte e lutto
Guido Gozzano
“Appena un lieve sussurro all’apice . . . qui . . . la clavi-
“Appena un lieve sussurro all’apice . . . qui . . . la clavi-
cola. . . ”
E con la matita ridicola disegnano un circolo azzurro.
“Nutrirsi . . . non fare più versi . . . nessuna notte più in-
sonne . ..
non più sigarette . . . non donne . . . tentare bei cieli più
tetsi:
pui
(Dall’uomo: chè l’acqua la pietra l’erba l’insetto l’aedo
le danno un nome, che, credo, esprima una cosa non tetra.)
cola. . . ”
E con la matita ridicola disegnano un circolo azzurro.
“Nutrirsi . . . non fare più versi . . . nessuna notte più in-
sonne . ..
non più sigarette . . . non donne . . . tentare bei cieli più
tetsi:
pui
(Dall’uomo: chè l’acqua la pietra l’erba l’insetto l’aedo
le danno un nome, che, credo, esprima una cosa non tetra.)
Iginio Ugo Tarchetti
Memento!
Quando bacio il tuo labbro profumato,
cara fanciulla, non posso obbliare
che un bianco teschio v’è sotto celato.
Quando a me stringo il tuo corpo vezzoso,
obbliar non poss’io, cara fanciulla,
che vi è sotto uno scheletro nascoso.
E nell’orrenda visione assorto,
dovunque o tocchi o baci, o la man posi…
sento sporger le fredde ossa di morto!
cara fanciulla, non posso obbliare
che un bianco teschio v’è sotto celato.
Quando a me stringo il tuo corpo vezzoso,
obbliar non poss’io, cara fanciulla,
che vi è sotto uno scheletro nascoso.
E nell’orrenda visione assorto,
dovunque o tocchi o baci, o la man posi…
sento sporger le fredde ossa di morto!
Leonardo Sinisgalli
Epigrafe
Quando partisti, come è nostra usanza,
inzepparono la cassa dei tuoi piccoli oggetti cari.
Ti misero l’ombrellino da sole
perchè andavi in un torrido regno
e ti vestirono di bianco.
Eri ancora una bambina,
una bambina difficile a crescere.
Pure fosti accolta con rassegnata dolcezza,
custodita e portata alla luce
come matura la spiga in un campo esausto.
lo ricordo, sorella, il tuo pigolìo
quando ti chiudevi a piangere sulla loggia
perchè volevi andare sul tetto a stare.
Eri felice soltanto se potevi sollevarti un poco da terra.
Ti misero nella cassa gli oggetti più cari,
perfino una monetina d’oro nella mano
da dare al barcaiolo che ti avrebbe accompagnata
all’altra riva. Noi restammo di qua
nella grande casa che tu sapevi rivoltare come un sacco.
Per un po’ di giorni nessuno ebbe voglia di riassettarla.
Ci raccogliemmo intorno al camino
pensando al tuo grande viaggio,
alla tristezza di mandarti sola in un paese sconosciuto.
La nonna stava ad aspettarci da anni.
Da anni nessuno di noi era stato chiamato.
Nell’immensa plaga, in quella lunga quarantena
come avete fatto a riconoscervi?
Ti avevamo messo dentro la cassa gli oggetti più cari,
il tuo ombrellino, il tuo pettine, un piccolo mazzo di fiori.
Mia madre ti seguiva ad ogni tappa, dalla casa
alla chiesa, dalla chiesa al cimitero.
Dava ricetto nella sua stanza ad ogni farfalla,
e tenne per lungo la casa aperta
nella speranza che tu potessi tornare.
Un giorno una donna venne a bussare alla porta,
a dirci che ti aveva sognata.
La donna aveva una bimba malata, una tua compagna,
e tu l’avevi visitata.
Parlasti in sogno a quella donna, chiedesti qualcosa
che ella non sapeva: perchè non sentiva in sogno
e tu parlavi e pareva che chiedessi una cosa
che nella confusione del distacco era stata dimenticata.
Mia madre rovistò tra le tue carte,
stette a lungo a cercare i tuoi quaderni a uno a uno.
Guardammo per l’ultima volta
la tua scrittura tenera, il tuo esile nome
scritto dalla tua piccola mano.
Furono legati con un nastro bianco i tuoi quaderni
che avevamo dimenticati. La bambina te li avrebbe portati.
Aggiustammo i tuoi quaderni nella cassa
della compagna che tu avevi prediletta.
Anch’essa venne vestita di bianco
nel torrido regno da cui nessuno è mai tornato.
inzepparono la cassa dei tuoi piccoli oggetti cari.
Ti misero l’ombrellino da sole
perchè andavi in un torrido regno
e ti vestirono di bianco.
Eri ancora una bambina,
una bambina difficile a crescere.
Pure fosti accolta con rassegnata dolcezza,
custodita e portata alla luce
come matura la spiga in un campo esausto.
lo ricordo, sorella, il tuo pigolìo
quando ti chiudevi a piangere sulla loggia
perchè volevi andare sul tetto a stare.
Eri felice soltanto se potevi sollevarti un poco da terra.
Ti misero nella cassa gli oggetti più cari,
perfino una monetina d’oro nella mano
da dare al barcaiolo che ti avrebbe accompagnata
all’altra riva. Noi restammo di qua
nella grande casa che tu sapevi rivoltare come un sacco.
Per un po’ di giorni nessuno ebbe voglia di riassettarla.
Ci raccogliemmo intorno al camino
pensando al tuo grande viaggio,
alla tristezza di mandarti sola in un paese sconosciuto.
La nonna stava ad aspettarci da anni.
Da anni nessuno di noi era stato chiamato.
Nell’immensa plaga, in quella lunga quarantena
come avete fatto a riconoscervi?
Ti avevamo messo dentro la cassa gli oggetti più cari,
il tuo ombrellino, il tuo pettine, un piccolo mazzo di fiori.
Mia madre ti seguiva ad ogni tappa, dalla casa
alla chiesa, dalla chiesa al cimitero.
Dava ricetto nella sua stanza ad ogni farfalla,
e tenne per lungo la casa aperta
nella speranza che tu potessi tornare.
Un giorno una donna venne a bussare alla porta,
a dirci che ti aveva sognata.
La donna aveva una bimba malata, una tua compagna,
e tu l’avevi visitata.
Parlasti in sogno a quella donna, chiedesti qualcosa
che ella non sapeva: perchè non sentiva in sogno
e tu parlavi e pareva che chiedessi una cosa
che nella confusione del distacco era stata dimenticata.
Mia madre rovistò tra le tue carte,
stette a lungo a cercare i tuoi quaderni a uno a uno.
Guardammo per l’ultima volta
la tua scrittura tenera, il tuo esile nome
scritto dalla tua piccola mano.
Furono legati con un nastro bianco i tuoi quaderni
che avevamo dimenticati. La bambina te li avrebbe portati.
Aggiustammo i tuoi quaderni nella cassa
della compagna che tu avevi prediletta.
Anch’essa venne vestita di bianco
nel torrido regno da cui nessuno è mai tornato.
Luciano Erba
Il tranviere metafisico
il tranviere metafisico
Ritorna a volte il sogno in cui mi avviene
di manovrare un tram senza rotaie
tra campi di patate e fichi verdi
nel coltivato le ruote non sprofondano
schivo spaventapasseri e capanni
vado incontro a settembre, verso ottobre
i passeggeri sono i miei defunti.
Al risveglio rispunta il dubbio antico
se questa vita non sia evento del caso
e il nostro solo un povero monologo
di domande e risposte fatte in casa.
Credo, non credo, quando credo vorrei
portarmi all’al di là un po’ di qua
anche la cicatrice che mi segna
una gamba e mi fa compagnia.
Già, ma allora? sembra dica in excelsis
un’altra voce.
Altra?
Ritorna a volte il sogno in cui mi avviene
di manovrare un tram senza rotaie
tra campi di patate e fichi verdi
nel coltivato le ruote non sprofondano
schivo spaventapasseri e capanni
vado incontro a settembre, verso ottobre
i passeggeri sono i miei defunti.
Al risveglio rispunta il dubbio antico
se questa vita non sia evento del caso
e il nostro solo un povero monologo
di domande e risposte fatte in casa.
Credo, non credo, quando credo vorrei
portarmi all’al di là un po’ di qua
anche la cicatrice che mi segna
una gamba e mi fa compagnia.
Già, ma allora? sembra dica in excelsis
un’altra voce.
Altra?
Ludovico Ariosto
e dirgli: “Orlando, fa’ che ti raccordi
e dirgli: “Orlando, fa’ che ti raccordi
di me nell’orazion tue grate a Dio;
nè men ti raccomando la mia Fiordi ... ?
’
Ma dir non potè ligi; e qui finìo.
E voci e suoni d’Angeli concordi
tosto in aria s’udir che l’alma uscìo;
la qual, disciolta dal corporeo velo,
fra dolce melodia salì nel cielo.
di me nell’orazion tue grate a Dio;
nè men ti raccomando la mia Fiordi ... ?
’
Ma dir non potè ligi; e qui finìo.
E voci e suoni d’Angeli concordi
tosto in aria s’udir che l’alma uscìo;
la qual, disciolta dal corporeo velo,
fra dolce melodia salì nel cielo.
Ludovico Ariosto
OrrAanpo l’elmo gli levò dal viso
l’elmo gli levò dal viso,
e ritrovò che il capo sino al naso
fra l’uno e l’altro ciglio era diviso.
Ma pur gli è tanto spirto anco rimaso
che de’ suoi falli al Re del Paradiso
può domandar perdono anzi l’occaso;
e confortare il Conte, che le gote
sparge di pianto, a pazienza puote,
e ritrovò che il capo sino al naso
fra l’uno e l’altro ciglio era diviso.
Ma pur gli è tanto spirto anco rimaso
che de’ suoi falli al Re del Paradiso
può domandar perdono anzi l’occaso;
e confortare il Conte, che le gote
sparge di pianto, a pazienza puote,
Luigi Pulci
La morte d’orlando
Orlando ficcò in terra Durlindana,
poi l’abbracciava e dicea: “ Fammi degno,
Signor, chio riconosca la via piana;
questo sia in luogo di quel santo legno;
dove patì la giusta carne umana,
sì che il cielo e la terra ne fe’ segno;
e non senza alto misterio gridasti:
‘Elì, El, tanto martir patisti.”
Così tutto serafico al ciel fisso,
una cosa parea trasfigurata,
e che parlasse col suo Crocifisso.
O dolce fine, o anima ben nata,
o santo vecchio, o ben nel mondo visso!
E finalmente la testa inclinata
prese la terra, come gli fu detto,
e l’anima spirò del casto petto.
Ma prima il corpo compose alla spada,
le braccia in croce, e il petto al pomo fitto,
ma poi si sentì un tuon, che par che cada
il ciel, che certo allor s’aperse al gitto;
e come nuvoletta che in su vada,
“In exitu Israel,” cantar, “ de Egypto,?
sentito fu dagli angeli solenne;
che si conobbe al tremolar le penne.
poi l’abbracciava e dicea: “ Fammi degno,
Signor, chio riconosca la via piana;
questo sia in luogo di quel santo legno;
dove patì la giusta carne umana,
sì che il cielo e la terra ne fe’ segno;
e non senza alto misterio gridasti:
‘Elì, El, tanto martir patisti.”
Così tutto serafico al ciel fisso,
una cosa parea trasfigurata,
e che parlasse col suo Crocifisso.
O dolce fine, o anima ben nata,
o santo vecchio, o ben nel mondo visso!
E finalmente la testa inclinata
prese la terra, come gli fu detto,
e l’anima spirò del casto petto.
Ma prima il corpo compose alla spada,
le braccia in croce, e il petto al pomo fitto,
ma poi si sentì un tuon, che par che cada
il ciel, che certo allor s’aperse al gitto;
e come nuvoletta che in su vada,
“In exitu Israel,” cantar, “ de Egypto,?
sentito fu dagli angeli solenne;
che si conobbe al tremolar le penne.
Maria Luisa Spaziani
I vinti, stelle morte
I vinti, stelle morte della Storia,
dal camposanto di Montmartre mi lanciano
con fuochi fatui, con parole oscure,
disperati messaggi.
Così un tempo, di veliero in veliero,
alfabeti di fiaccole, richiami.
Il camposanto è un immenso veliero
Che naufraga in eterno.
Da LA TRAVERSATA DELL’OASI
dal camposanto di Montmartre mi lanciano
con fuochi fatui, con parole oscure,
disperati messaggi.
Così un tempo, di veliero in veliero,
alfabeti di fiaccole, richiami.
Il camposanto è un immenso veliero
Che naufraga in eterno.
Da LA TRAVERSATA DELL’OASI
Mario Lunetta
3 fantasmi
questo che qui si vede, questo corpo ignoto
insanguinato e nudo, steso su questo tavolo,
bruciacchiato, di gesso, di pietra calcinata, crivellato
da sette proiettili di mitraglietta Skorpion,
questo corpo di ignoto steso su questo tavolo
sotto una luce dura alla fine di un giorno, questo
che qui si vede senza che lui ci veda, è qualcuno
o qualcosa che qualcun altro forse avrebbe anche
potuto rinvenire come un pacco di stracci mal legato
nel bagagliaio di una Renault rossa abbandonata
al centro di Roma, in un’alba di maggio 1978 —
secondo certi esperti di non grande esperienza
questo corpo di ignoto — la faccia tumefatta, le
falangi spezzate, strappati 1 denti, lividure
ed ecchimosi per tutta l’estensione dell’epidermide, e
altro non risulta — secondo costoro dico, questo
corpo scorporato da tutto, perfino da se stesso, potrebbe
risultare, volendo, quello del Comandante Ernesto
“che” Guevara, ucciso in Bolivia nel 1967: nessuna
somiglianza con l’uomo del bagagliaio; anzi, in tutti
i possibili sensi, una lontananza quasi abissale — il primo
forse fumava sigarette, lui rimase fedele al suo avana
fino alla morte.
comunque, questo che qui si vede, corpo indecifrabile
scempiato dagli spari, magro, aria famelica, un ardore
di carne raggelata, tensione elettrica, furore, esibisce
legato alla caviglia sottile come un ramo d’olivo, un
cartellino: Francesco de Pedro B. (?), oppure Francescho
di Pietro B., Centro Italia. è quest’incertezza, suppongo,
che dà a quanto resta del suo volto quest’aria ironica,
quest’ombra sagace di sorriso sotto la luce marmorata, alla
fine di un giorno che non tornerà più, un istante prima
di alzarsi lentamente, in tutta la sua inerte nudità,
negli occhi una luce fondamentale, e andarsene sussurrando
le prime note
I
dell’ Internazionale.
insanguinato e nudo, steso su questo tavolo,
bruciacchiato, di gesso, di pietra calcinata, crivellato
da sette proiettili di mitraglietta Skorpion,
questo corpo di ignoto steso su questo tavolo
sotto una luce dura alla fine di un giorno, questo
che qui si vede senza che lui ci veda, è qualcuno
o qualcosa che qualcun altro forse avrebbe anche
potuto rinvenire come un pacco di stracci mal legato
nel bagagliaio di una Renault rossa abbandonata
al centro di Roma, in un’alba di maggio 1978 —
secondo certi esperti di non grande esperienza
questo corpo di ignoto — la faccia tumefatta, le
falangi spezzate, strappati 1 denti, lividure
ed ecchimosi per tutta l’estensione dell’epidermide, e
altro non risulta — secondo costoro dico, questo
corpo scorporato da tutto, perfino da se stesso, potrebbe
risultare, volendo, quello del Comandante Ernesto
“che” Guevara, ucciso in Bolivia nel 1967: nessuna
somiglianza con l’uomo del bagagliaio; anzi, in tutti
i possibili sensi, una lontananza quasi abissale — il primo
forse fumava sigarette, lui rimase fedele al suo avana
fino alla morte.
comunque, questo che qui si vede, corpo indecifrabile
scempiato dagli spari, magro, aria famelica, un ardore
di carne raggelata, tensione elettrica, furore, esibisce
legato alla caviglia sottile come un ramo d’olivo, un
cartellino: Francesco de Pedro B. (?), oppure Francescho
di Pietro B., Centro Italia. è quest’incertezza, suppongo,
che dà a quanto resta del suo volto quest’aria ironica,
quest’ombra sagace di sorriso sotto la luce marmorata, alla
fine di un giorno che non tornerà più, un istante prima
di alzarsi lentamente, in tutta la sua inerte nudità,
negli occhi una luce fondamentale, e andarsene sussurrando
le prime note
I
dell’ Internazionale.
Mario Luzi
Copia da Ronsard
Come quando di maggio sopra il ramo la rosa
nella sua bella età, nel suo primo splendore
ingelosisce i cieli del suo vivo colore
se l’alba nei suoi pianti con l’oriente la sposa,
nei suoi petali grazia ed Amor si riposa
cospargendo i giardini e gli alberi d’odore;
ma affranta dalla pioggia o da eccessivo ardore
languendo si ripiega, foglia a foglia corrosa.
Così nella tua prima giovanile freschezza,
terra e cielo esultando di quella tua bellezza,
la Parca ti recise, cenere ti depose.
Fa’ che queste mie lacrime, questo pianto ti onori,
questo vaso di latte, questa cesta di fiori;
e il tuo corpo non sia, vivo o morto, che rose.
nella sua bella età, nel suo primo splendore
ingelosisce i cieli del suo vivo colore
se l’alba nei suoi pianti con l’oriente la sposa,
nei suoi petali grazia ed Amor si riposa
cospargendo i giardini e gli alberi d’odore;
ma affranta dalla pioggia o da eccessivo ardore
languendo si ripiega, foglia a foglia corrosa.
Così nella tua prima giovanile freschezza,
terra e cielo esultando di quella tua bellezza,
la Parca ti recise, cenere ti depose.
Fa’ che queste mie lacrime, questo pianto ti onori,
questo vaso di latte, questa cesta di fiori;
e il tuo corpo non sia, vivo o morto, che rose.
Mario Luzi
Il gorgo di salute e malattia
1
Lei scesa dieci anni fa nel gorgo
che all’aspetto poco mutato dei figli
non coglie il vuoto d’anima,
non sa della tempesta
d’aridità venuta più tardi
e ancora con sfocata dolcezza ci sorride
e sospira dai fiori della sua lapide
credendoci i medesimi – ignara
che proprio di questo mi tormento
sotto gli occhi di lei che in effigie ci commisera
d’un dolore vero ma in altro tempo...
«Mondo ugualmente duro
della fissità e del mutamento
che non posseduto non ci possiedi
e neppure ci escludi dal tuo tormento – mondo infermo
nella nostra mente irritata che non riceve
se non le tue particole, i tuoi frammenti,
prima del grano di maturità che tarda a scoppiare,
prima che la luminescenza contrastata diventi un’alba
non chiuderti nella tua scorza proliferante e sterile,
non t’eclissare alla sofferenza degli uomini»
mi dico non trovando comunione coi morti
che in questa preghiera intonata per noi vivi
mentre un fiotto oscuro, una corsa ondosa d’animale
mi traversa il pensiero dei secoli istantaneo e interminabile.
2
All’altro capo del filo tacque a lungo l’angoscia.
Giungeva chiaro il suo mutismo, giungeva forte
nel rombo della città da quel ricevitore alzato.
Che fare – si chiedeva
sorpreso nella sua vuota prescienza
l’ancora adolescente vecchio boss
nel suo ufficio del sessantesimo piano, il più alto della piramide.
Troppo tardi per abbassare.
Inutile rifare il numero –
si affliggeva, l’orecchio incollato a quell’imbuto di silenzio,
a quella caverna scoperchiata del dolore del mondo.
E taceva a sua volta quando io entrai.
«C’è un futuro per l’uomo?» non mancano
di domandargli i reporters. E incalzano
più esperti galoppini del problema, sociologi, ideologi,
preti faccendieri insofferenti del verbo.
Pronto, indefinitamente futuribile lui sempre
pennella una qualche esauriente non risposta
non per loro, certo, per il microfono – solo
incolpevole, che io sappia, tra quei peccatori contro l’essenza.
Del resto rispondono in sua vece la sua giubba pretenziosa,
la sua moglie ciarliera,
la sua piccola gloria
messa assieme lesinando sopra tutto sull’anima.
Via, poi, volatilizzati d’un tratto –
e dietro essi il risucchio
dell’età sterile e inesplosa
che si torce su se medesima
e affretta il tempo della paralisi e del coma.
Vanno poco lontano, sono certo, ma vanno
nell’acqua sfatta, nebbiosa,
nel freddo d’una primavera nera
aperta su pochi ventagli smeraldini di là dal terminal.
Non segnali o avvisaglie di pericolo
dopo tutto familiari alla mente,
nemmeno dietro l’immagine solare
l’immancabile complemento dell’ombra,
ma il paesaggio a sorpresa dopo la curva
con gli argini mangiati da molte viottole,
le canne, le erbe, le barene,
la ressa di macchine ai ponti.
Qualcosa come un vento oscuro le sbrana
le vele di garza dei suoi pensieri
e avverte ammutolita di colpo,
invisibile, ma presente nell’aria
l’altra parte della città, bassa, sotto l’orizzonte.
Non mi guarda, non mi sorride.
Stringe i tempi, in attesa del turno
mentalmente raduna briciole cristiane
o altro per il guardiano del transito –
e io che la indovino, non trovo – ma c’è? – una frase che la storni.
Tutto questo vissuto un istante
e messo a fuoco per sempre.
3
Il ritorno di lei molto tuareg
nell’ora che la città non sua
le rimanda profondità glaciali –
a questo penso, e dietro a lei la sua scorta
che allunga col suo silenzio il viaggio
sul filo acceso tra cielo ed asfalto.
Proprio a questo, all’effimero,
al non registrato dallo scriba
in nessun libro del mondo,
nemmeno il suo, della regina di Beverly.
Eppure stato, stato indelebilmente.
La donna del ricordo sorride con semplicità e con grazia
nondimeno oppone uno schermo
di tempo e d’ironia.
Mi sorprendo fisso a pensarla
e non trovo un punto certo che le appartenga,
né il passato mi dà risposta,
solo trasmutazione che abbacina,
abbacina e polarizza la mente.
Lei l’avverte e affonda lo sguardo
tra i prodigi d’ikebana della sua casa di adesso.
Chi canta questo canto? Chi suona questo strumento?
Niente che non abbia già udito
ascoltato detto fino a arrossirne –
sorrido mentre vibra
in me, fuori di me, in ogni risonanza del possibile
questa nenia, ancora, di tapino
assai canzone d’acqua provata sulla vīna in qualche loggia mogul,
più ancora stordimento di guerriero
con la giungla carbonizzata attorno in una pausa di bazooka.
È vero. Solo ascoltala a fondo.
A fondo fino alla liberazione da essa.
La felicità al passato. Il dopo della congiunzione stellare –
Lei che avanza nel tempo e s’avvita nella sua solitudine
o forse in una rete, però tutta smagliata, d’incontri
legami nuovi, nuove dissolvenze
mentre durano intatti i segni della sua potenza – questo
ed altro di cui si balbetta: «è la vita» –
a questo penso, pensando a lei che fu regina del luogo
mentre osservo sotto il sole a perpendicolo
la cornice abbagliante e indecifrabile delle sue opere
e i colombi un poco sbattono con frenesia le ali
lungo tutte le muraglie dei palazzi, all’entrata dei ripari,
poi nessun altro moto tra pietra ed aria in quella scatola di fuoco.
4
Mutevole, durevole?
Sorride
lei per tutta risposta,
maestra in quello slalom,
oppure no, davvero
più in alto nella conoscenza.
Né io prolungo il dubbio e l’inchiesta,
le guardo gli occhi smaglianti e penso
di riflesso la sfera di cristallo
di non so che veggente mai visitata,
col segno che decifra tutti i segni all’interno,
e fuori, specchiata dalla superficie convessa,
non so che fermentante putredine –
anime nel travaglio del non raggiunto spirito
o la biscia di miseria soltanto
intorno alle muraglie rosso vivo o rosso stinto dell’Islam.
Le guardo gli occhi, non proprio essi veramente,
quelle maglie di luce tra senso e non più senso vibranti, liquide.
L’ultravivo, il così chiaro che abbacina
le inondano di sole la mente,
le bruciano la fodera di sonno
d’una lunga
e strana cattività. D’un tratto
la vedo nel suo fulgore di agata,
lei o un’immagine ab antiquo
di lei memorizzata dal senso,
che scrolla le sue ceneri, si scaglia verso l’oriente,
controsole le nuvole ammontate,
controsole il cielo cristiano e arabo,
le brulica una luce sanguinosa sotto le palpebre,
e certo non occorre mi domandi verso la morte o l’origine.
Mentre parla delle torri dei Parsi
e le passa sugli occhi senza oscurarli
qualcosa come un volo d’avvoltoi
avvampa quasi colta sul fatto
per quel suo fiero contraccolpo di estasi
e aspetta la risposta dell’ironia
da me che invece non oppongo parola
e seguo svuotato di pensieri
non lei, quel nutrimento d’animali
solo in parte decifrato dal senso.
5
Le nazioni non meno dei singoli
disimparano l’amore della sostanza, dimenticano
quel giro stretto di vita e volontà
che ne molò i lineamenti, ne definì l’essenza.
Non c’è medicina, ma non si muore di questo.
Più ancora del passato il presente
affonda in una mezza memoria
visitata talora da qualche lampo.
Nessun’altra conseguenza. Nient’altro.
Unico punto vivo nella notte di Benares
la vampa, il vortice di faville e fumo
dalla muta
ed affollata rosticceria di salme dopo tutto umane
sfruconate da monatti fino alla cenere
sui gradini che scendono al fiume di salute e di narcosi.
L’India sotto il volo dei corvi
non so se vive o muore. Lì, nel cerchio
della divina danza di tamburo e fiamma,
di origine e distruzione, l’India
come altri, come altri non vive e non muore.
Gli individui usati, i popoli senza mordente
filano meditazione e stordimento,
rigirano pensieri disinnescati dalla sostanza,
divisi dal presente; pensieri non di morte comunque,
se mai la faticosa liberazione dei cinque elementi
non più grave dell’esistenza
che li empie e li svuota come l’acqua le conche.
Dopo l’alba dal sentore di nècrosi
la pianta che versa dall’alto le sue radici
e con esse cerca ancora la terra, il banyan,
protegge i mandriani di zebù,
i tessitori di sari al lavoro sotto i rami,
rari punti fermi nel brulicame
percorso da moti di vita o d’agonia
lunghi quanto si trascina il gorgo di fatica e d’inazione.
L’India guarda dagli occhi dei suoi animali,
molto dice di sé, molto tace.
Nella ruota trionfale di rinascita e estinzione,
tra sapienza e oscurità, l’India
come altri, come altri vive e muore.
«La pace. Non chiedo tanto» sorride
lei per cui non c’è gratitudine
pari al dono di sé che ha fatto.
Le basta, ahimè, una morta parentesi
di calma e non dolore –
e non che in essa la mente si riposi,
solo gira più lenta intorno al suo problema, e forse respira.
Né le spiace, credo, il mio rammarico
avaro di parole o muto del tutto
quanto a me che invece «non arrenderti.
Non per meno della gioia» con pienezza
di cuore vorrei poterle rispondere
e non posso e di questo impossibile indovina
con pena ma non senza malizia quanto mi adombro.
«Non crucciarti, non contrastare quel che è» mi dice
dai riflessi di seta che si riaccendono
in quel suo sguardo vacante,
giocandosi, vedo, di me come di rondine di mare
condannata alla ruota del corvo,
spezzando e intessendo con ironia e dolcezza il filo d’oro della
[concordanza
in quella oscurità che è luce anch’essa, o almeno lo è anche.
6
Oppure quando ti arrossa le palpebre
la specie bruta della storia ben diversa dalla sua immagine
– non già la sorda
commutazione di cose in lotta col possibile
e più con l’illusorio che pensi nella tua camera
dio sa come deducendo ma l’osceno parletico
di un tempo che slitta su se medesimo
con moti di rabbia, un’età
pazzamente schiodata dalla sua inerzia
che non morde la ganga ancora molliccia del suo presente
e brucia forza, diffonde una nube impura tempestata di lapilli
ciascuno dei quali ricade e ti trafigge ben sotto la pelle.
«Lo so, vorresti fuggirne»
ti spia un volto arguto
di sorella non carnale,
non momentaneo, perpetuo come la vita.
«Ma dove?» le ridono da sotto le bande dei capelli
le punte d’ossidiana di due pupille giovani
più adulte e meno di te, due fuochi
impercettibilmente strabici, due anime
del mondo in guerra tra loro, tra loro in armonia.
Dopo la pioggia, alla prima schiarita
gli alfieri, le dame, i figuranti,
la città sfavillante da tutte le sue squame
mentre lei senza memoria né canto
cancella il mio nome dai presenti,
dispone per il mio bagaglio
con cenni di ben conosciuta lontananza.
Né io la saluto più di tanto
o le cerco in viso il passato
di questo stesso momento, meno ancora
la folgore ab antiquo
del mutuo conoscimento, pago e parto.
Possono i professori d’ortodossia di Pilsen
e le comari-bene loro consorti
decidere qual era il giusto comportamento,
giudicare l’uomo, ucciderlo nel cuore degli altri,
placidi, senza timore di vendetta
o di altro nocumento, con i piedi
sulla maiolica della stufa del soggiorno
nei rigori del freddo venuto presto, venuto di agosto.
Possono tranquillamente farlo
mentre lui sbalzato di colpo
nel silenzio del dopo si tortura
e strofina la sua mente contro l’inciampo,
incredulo, ripassando le fila
del buon lavoro fatto
se per caso non è altro, la matassa di un equivoco...
incredulo, non sa bene se da sveglio
o sotto l’azione di un narcotico
tenuto in serbo dalla storia per ogni suo bisogno. Suo soltanto.
Non dico la certezza del principio,
umbratile, sì e no posseduta
ma durevole, durevole sempre –
non dico questo
ma quando una lunga età si smarrisce
nell’assenza di un fine visibile
e tu stesso – parte insicura
di lei – ti aggiri
stordito dalla sua frondosità superflua
frugando, rovistando,
decidendo il da farsi su strani oroscopi
e umiliato nella tua forza inespressa ancora ti logori.
«O non sei tu, invece,
che manchi di metterci amore
quasi uno, avverso,
te ne avesse ritirato la grazia?»
suona forte una voce non straniera
per quanto sciabordita dal mare grosso che le è dietro
e dentro – una voce alta di nocchiero,
diresti, entrata di soppiatto qui nella stanza.
E ti rimanda le turbe, come allora in Galilea, di Benares e di
[Sarnath,
oceano umano in via d’estinzione putrefatto dall’inedia o forse
[poltiglia
dove in giorni di caligine
si schiude il seme azzurro dell’anno.
7
«Inatteso,
ma solo in superficie inatteso
il nuovo giorno, il giorno di festa»
è questo che desidera dirmi
il passo martellato per primo
sull’incudine dell’alba –
più solare d’ogni altra, lascia credere,
più solare, assicura quella insistente squilla udita fluttuando
nell’acqua dal colore indeciso del mio risveglio ad Agra.
O a che altro mi chiama? –
sussulto trepidando
nel risucchio doloroso di quel lampo di letizia,
lo stesso inghiottito dall’oscuro e dall’oscuro riemergente, lo
[stesso sempre,
oppure un altro, mi chiedo,
mentre un po’ lo ravviso e un po’ lo perdo
da roccia a roccia d’un passato senza fine rimbalzando. E penso
l’uomo dall’incarnato di bambino
o il manichino terreo un po’ sventolato dai suoi cenci
che avviva il fuoco dell’incognita – fiammata
colore di spatolia,
direi nel dormiveglia – e che moltiplica
il già fin troppo brulicante della maia passando in fretta.
«Il dissimile, il diverso
in tutto da me – ne hai fatto esperienza»
piagnucola talvolta nel sonno
la parte bambina dell’anima, la parte cucciola
come offesa da un tradimento, e si oscura
sentendosi cercata
ancora «ma non per forza d’operante amore – si rammarica –
per custodirne insieme il ricordo, la fredda estasi».
– Non ti sono stato più infedele
dell’insetto liberato dalla crisalide –
vorrei poterle rispondere, e risponderle senza menzogna:
e sarebbe incantevole pensarla
che sbatte le palpebre
magari un po’ abbagliata dai miei lampi di lucciola
lì nel grembo d’oscurità che ci fascia.
«Non è così uniforme
il cammino della crescita»
le dico invece e lascio che lei fonda
in due bolle turchine luce e lacrime
«ben poco t’assomiglia la mola del mondo.»
Conoscenza imperfetta
anch’essa, non lo nego:
per specchio e in immagine,
dicevano un tempo
che invero non è tempo – segni
forse, spettri anche, pur sempre conoscenza.
Ancora combattimento? –
mi scrutavano in viso
sui passi di frontiera.
– Ancora combattimento, ancora combattimento.
Lei scesa dieci anni fa nel gorgo
che all’aspetto poco mutato dei figli
non coglie il vuoto d’anima,
non sa della tempesta
d’aridità venuta più tardi
e ancora con sfocata dolcezza ci sorride
e sospira dai fiori della sua lapide
credendoci i medesimi – ignara
che proprio di questo mi tormento
sotto gli occhi di lei che in effigie ci commisera
d’un dolore vero ma in altro tempo...
«Mondo ugualmente duro
della fissità e del mutamento
che non posseduto non ci possiedi
e neppure ci escludi dal tuo tormento – mondo infermo
nella nostra mente irritata che non riceve
se non le tue particole, i tuoi frammenti,
prima del grano di maturità che tarda a scoppiare,
prima che la luminescenza contrastata diventi un’alba
non chiuderti nella tua scorza proliferante e sterile,
non t’eclissare alla sofferenza degli uomini»
mi dico non trovando comunione coi morti
che in questa preghiera intonata per noi vivi
mentre un fiotto oscuro, una corsa ondosa d’animale
mi traversa il pensiero dei secoli istantaneo e interminabile.
2
All’altro capo del filo tacque a lungo l’angoscia.
Giungeva chiaro il suo mutismo, giungeva forte
nel rombo della città da quel ricevitore alzato.
Che fare – si chiedeva
sorpreso nella sua vuota prescienza
l’ancora adolescente vecchio boss
nel suo ufficio del sessantesimo piano, il più alto della piramide.
Troppo tardi per abbassare.
Inutile rifare il numero –
si affliggeva, l’orecchio incollato a quell’imbuto di silenzio,
a quella caverna scoperchiata del dolore del mondo.
E taceva a sua volta quando io entrai.
«C’è un futuro per l’uomo?» non mancano
di domandargli i reporters. E incalzano
più esperti galoppini del problema, sociologi, ideologi,
preti faccendieri insofferenti del verbo.
Pronto, indefinitamente futuribile lui sempre
pennella una qualche esauriente non risposta
non per loro, certo, per il microfono – solo
incolpevole, che io sappia, tra quei peccatori contro l’essenza.
Del resto rispondono in sua vece la sua giubba pretenziosa,
la sua moglie ciarliera,
la sua piccola gloria
messa assieme lesinando sopra tutto sull’anima.
Via, poi, volatilizzati d’un tratto –
e dietro essi il risucchio
dell’età sterile e inesplosa
che si torce su se medesima
e affretta il tempo della paralisi e del coma.
Vanno poco lontano, sono certo, ma vanno
nell’acqua sfatta, nebbiosa,
nel freddo d’una primavera nera
aperta su pochi ventagli smeraldini di là dal terminal.
Non segnali o avvisaglie di pericolo
dopo tutto familiari alla mente,
nemmeno dietro l’immagine solare
l’immancabile complemento dell’ombra,
ma il paesaggio a sorpresa dopo la curva
con gli argini mangiati da molte viottole,
le canne, le erbe, le barene,
la ressa di macchine ai ponti.
Qualcosa come un vento oscuro le sbrana
le vele di garza dei suoi pensieri
e avverte ammutolita di colpo,
invisibile, ma presente nell’aria
l’altra parte della città, bassa, sotto l’orizzonte.
Non mi guarda, non mi sorride.
Stringe i tempi, in attesa del turno
mentalmente raduna briciole cristiane
o altro per il guardiano del transito –
e io che la indovino, non trovo – ma c’è? – una frase che la storni.
Tutto questo vissuto un istante
e messo a fuoco per sempre.
3
Il ritorno di lei molto tuareg
nell’ora che la città non sua
le rimanda profondità glaciali –
a questo penso, e dietro a lei la sua scorta
che allunga col suo silenzio il viaggio
sul filo acceso tra cielo ed asfalto.
Proprio a questo, all’effimero,
al non registrato dallo scriba
in nessun libro del mondo,
nemmeno il suo, della regina di Beverly.
Eppure stato, stato indelebilmente.
La donna del ricordo sorride con semplicità e con grazia
nondimeno oppone uno schermo
di tempo e d’ironia.
Mi sorprendo fisso a pensarla
e non trovo un punto certo che le appartenga,
né il passato mi dà risposta,
solo trasmutazione che abbacina,
abbacina e polarizza la mente.
Lei l’avverte e affonda lo sguardo
tra i prodigi d’ikebana della sua casa di adesso.
Chi canta questo canto? Chi suona questo strumento?
Niente che non abbia già udito
ascoltato detto fino a arrossirne –
sorrido mentre vibra
in me, fuori di me, in ogni risonanza del possibile
questa nenia, ancora, di tapino
assai canzone d’acqua provata sulla vīna in qualche loggia mogul,
più ancora stordimento di guerriero
con la giungla carbonizzata attorno in una pausa di bazooka.
È vero. Solo ascoltala a fondo.
A fondo fino alla liberazione da essa.
La felicità al passato. Il dopo della congiunzione stellare –
Lei che avanza nel tempo e s’avvita nella sua solitudine
o forse in una rete, però tutta smagliata, d’incontri
legami nuovi, nuove dissolvenze
mentre durano intatti i segni della sua potenza – questo
ed altro di cui si balbetta: «è la vita» –
a questo penso, pensando a lei che fu regina del luogo
mentre osservo sotto il sole a perpendicolo
la cornice abbagliante e indecifrabile delle sue opere
e i colombi un poco sbattono con frenesia le ali
lungo tutte le muraglie dei palazzi, all’entrata dei ripari,
poi nessun altro moto tra pietra ed aria in quella scatola di fuoco.
4
Mutevole, durevole?
Sorride
lei per tutta risposta,
maestra in quello slalom,
oppure no, davvero
più in alto nella conoscenza.
Né io prolungo il dubbio e l’inchiesta,
le guardo gli occhi smaglianti e penso
di riflesso la sfera di cristallo
di non so che veggente mai visitata,
col segno che decifra tutti i segni all’interno,
e fuori, specchiata dalla superficie convessa,
non so che fermentante putredine –
anime nel travaglio del non raggiunto spirito
o la biscia di miseria soltanto
intorno alle muraglie rosso vivo o rosso stinto dell’Islam.
Le guardo gli occhi, non proprio essi veramente,
quelle maglie di luce tra senso e non più senso vibranti, liquide.
L’ultravivo, il così chiaro che abbacina
le inondano di sole la mente,
le bruciano la fodera di sonno
d’una lunga
e strana cattività. D’un tratto
la vedo nel suo fulgore di agata,
lei o un’immagine ab antiquo
di lei memorizzata dal senso,
che scrolla le sue ceneri, si scaglia verso l’oriente,
controsole le nuvole ammontate,
controsole il cielo cristiano e arabo,
le brulica una luce sanguinosa sotto le palpebre,
e certo non occorre mi domandi verso la morte o l’origine.
Mentre parla delle torri dei Parsi
e le passa sugli occhi senza oscurarli
qualcosa come un volo d’avvoltoi
avvampa quasi colta sul fatto
per quel suo fiero contraccolpo di estasi
e aspetta la risposta dell’ironia
da me che invece non oppongo parola
e seguo svuotato di pensieri
non lei, quel nutrimento d’animali
solo in parte decifrato dal senso.
5
Le nazioni non meno dei singoli
disimparano l’amore della sostanza, dimenticano
quel giro stretto di vita e volontà
che ne molò i lineamenti, ne definì l’essenza.
Non c’è medicina, ma non si muore di questo.
Più ancora del passato il presente
affonda in una mezza memoria
visitata talora da qualche lampo.
Nessun’altra conseguenza. Nient’altro.
Unico punto vivo nella notte di Benares
la vampa, il vortice di faville e fumo
dalla muta
ed affollata rosticceria di salme dopo tutto umane
sfruconate da monatti fino alla cenere
sui gradini che scendono al fiume di salute e di narcosi.
L’India sotto il volo dei corvi
non so se vive o muore. Lì, nel cerchio
della divina danza di tamburo e fiamma,
di origine e distruzione, l’India
come altri, come altri non vive e non muore.
Gli individui usati, i popoli senza mordente
filano meditazione e stordimento,
rigirano pensieri disinnescati dalla sostanza,
divisi dal presente; pensieri non di morte comunque,
se mai la faticosa liberazione dei cinque elementi
non più grave dell’esistenza
che li empie e li svuota come l’acqua le conche.
Dopo l’alba dal sentore di nècrosi
la pianta che versa dall’alto le sue radici
e con esse cerca ancora la terra, il banyan,
protegge i mandriani di zebù,
i tessitori di sari al lavoro sotto i rami,
rari punti fermi nel brulicame
percorso da moti di vita o d’agonia
lunghi quanto si trascina il gorgo di fatica e d’inazione.
L’India guarda dagli occhi dei suoi animali,
molto dice di sé, molto tace.
Nella ruota trionfale di rinascita e estinzione,
tra sapienza e oscurità, l’India
come altri, come altri vive e muore.
«La pace. Non chiedo tanto» sorride
lei per cui non c’è gratitudine
pari al dono di sé che ha fatto.
Le basta, ahimè, una morta parentesi
di calma e non dolore –
e non che in essa la mente si riposi,
solo gira più lenta intorno al suo problema, e forse respira.
Né le spiace, credo, il mio rammarico
avaro di parole o muto del tutto
quanto a me che invece «non arrenderti.
Non per meno della gioia» con pienezza
di cuore vorrei poterle rispondere
e non posso e di questo impossibile indovina
con pena ma non senza malizia quanto mi adombro.
«Non crucciarti, non contrastare quel che è» mi dice
dai riflessi di seta che si riaccendono
in quel suo sguardo vacante,
giocandosi, vedo, di me come di rondine di mare
condannata alla ruota del corvo,
spezzando e intessendo con ironia e dolcezza il filo d’oro della
[concordanza
in quella oscurità che è luce anch’essa, o almeno lo è anche.
6
Oppure quando ti arrossa le palpebre
la specie bruta della storia ben diversa dalla sua immagine
– non già la sorda
commutazione di cose in lotta col possibile
e più con l’illusorio che pensi nella tua camera
dio sa come deducendo ma l’osceno parletico
di un tempo che slitta su se medesimo
con moti di rabbia, un’età
pazzamente schiodata dalla sua inerzia
che non morde la ganga ancora molliccia del suo presente
e brucia forza, diffonde una nube impura tempestata di lapilli
ciascuno dei quali ricade e ti trafigge ben sotto la pelle.
«Lo so, vorresti fuggirne»
ti spia un volto arguto
di sorella non carnale,
non momentaneo, perpetuo come la vita.
«Ma dove?» le ridono da sotto le bande dei capelli
le punte d’ossidiana di due pupille giovani
più adulte e meno di te, due fuochi
impercettibilmente strabici, due anime
del mondo in guerra tra loro, tra loro in armonia.
Dopo la pioggia, alla prima schiarita
gli alfieri, le dame, i figuranti,
la città sfavillante da tutte le sue squame
mentre lei senza memoria né canto
cancella il mio nome dai presenti,
dispone per il mio bagaglio
con cenni di ben conosciuta lontananza.
Né io la saluto più di tanto
o le cerco in viso il passato
di questo stesso momento, meno ancora
la folgore ab antiquo
del mutuo conoscimento, pago e parto.
Possono i professori d’ortodossia di Pilsen
e le comari-bene loro consorti
decidere qual era il giusto comportamento,
giudicare l’uomo, ucciderlo nel cuore degli altri,
placidi, senza timore di vendetta
o di altro nocumento, con i piedi
sulla maiolica della stufa del soggiorno
nei rigori del freddo venuto presto, venuto di agosto.
Possono tranquillamente farlo
mentre lui sbalzato di colpo
nel silenzio del dopo si tortura
e strofina la sua mente contro l’inciampo,
incredulo, ripassando le fila
del buon lavoro fatto
se per caso non è altro, la matassa di un equivoco...
incredulo, non sa bene se da sveglio
o sotto l’azione di un narcotico
tenuto in serbo dalla storia per ogni suo bisogno. Suo soltanto.
Non dico la certezza del principio,
umbratile, sì e no posseduta
ma durevole, durevole sempre –
non dico questo
ma quando una lunga età si smarrisce
nell’assenza di un fine visibile
e tu stesso – parte insicura
di lei – ti aggiri
stordito dalla sua frondosità superflua
frugando, rovistando,
decidendo il da farsi su strani oroscopi
e umiliato nella tua forza inespressa ancora ti logori.
«O non sei tu, invece,
che manchi di metterci amore
quasi uno, avverso,
te ne avesse ritirato la grazia?»
suona forte una voce non straniera
per quanto sciabordita dal mare grosso che le è dietro
e dentro – una voce alta di nocchiero,
diresti, entrata di soppiatto qui nella stanza.
E ti rimanda le turbe, come allora in Galilea, di Benares e di
[Sarnath,
oceano umano in via d’estinzione putrefatto dall’inedia o forse
[poltiglia
dove in giorni di caligine
si schiude il seme azzurro dell’anno.
7
«Inatteso,
ma solo in superficie inatteso
il nuovo giorno, il giorno di festa»
è questo che desidera dirmi
il passo martellato per primo
sull’incudine dell’alba –
più solare d’ogni altra, lascia credere,
più solare, assicura quella insistente squilla udita fluttuando
nell’acqua dal colore indeciso del mio risveglio ad Agra.
O a che altro mi chiama? –
sussulto trepidando
nel risucchio doloroso di quel lampo di letizia,
lo stesso inghiottito dall’oscuro e dall’oscuro riemergente, lo
[stesso sempre,
oppure un altro, mi chiedo,
mentre un po’ lo ravviso e un po’ lo perdo
da roccia a roccia d’un passato senza fine rimbalzando. E penso
l’uomo dall’incarnato di bambino
o il manichino terreo un po’ sventolato dai suoi cenci
che avviva il fuoco dell’incognita – fiammata
colore di spatolia,
direi nel dormiveglia – e che moltiplica
il già fin troppo brulicante della maia passando in fretta.
«Il dissimile, il diverso
in tutto da me – ne hai fatto esperienza»
piagnucola talvolta nel sonno
la parte bambina dell’anima, la parte cucciola
come offesa da un tradimento, e si oscura
sentendosi cercata
ancora «ma non per forza d’operante amore – si rammarica –
per custodirne insieme il ricordo, la fredda estasi».
– Non ti sono stato più infedele
dell’insetto liberato dalla crisalide –
vorrei poterle rispondere, e risponderle senza menzogna:
e sarebbe incantevole pensarla
che sbatte le palpebre
magari un po’ abbagliata dai miei lampi di lucciola
lì nel grembo d’oscurità che ci fascia.
«Non è così uniforme
il cammino della crescita»
le dico invece e lascio che lei fonda
in due bolle turchine luce e lacrime
«ben poco t’assomiglia la mola del mondo.»
Conoscenza imperfetta
anch’essa, non lo nego:
per specchio e in immagine,
dicevano un tempo
che invero non è tempo – segni
forse, spettri anche, pur sempre conoscenza.
Ancora combattimento? –
mi scrutavano in viso
sui passi di frontiera.
– Ancora combattimento, ancora combattimento.
Mario Luzi
L’ultima ora
Quando senti mancar la voce
pensò che doveva riposare
e per sempre, senza cantare,
sulla terra e colle braccia in croce.
Ma volle morire lungo un fosso,
dove c’era tutto il sapore
del suo paese, e averlo nel cuore
mentre cantava un pettirosso.
E itigli gli fecer compagnia
a finire insieme la sera
nel profumo della primavera
su un lembo di malinconia.
pensò che doveva riposare
e per sempre, senza cantare,
sulla terra e colle braccia in croce.
Ma volle morire lungo un fosso,
dove c’era tutto il sapore
del suo paese, e averlo nel cuore
mentre cantava un pettirosso.
E itigli gli fecer compagnia
a finire insieme la sera
nel profumo della primavera
su un lembo di malinconia.
Maurizio Cucchi
Da miserabile ebbe il momento
Da miserabile ebbe il momento di sublime gloria.
La portavano via su una carretta,
come un pacco di morte.
L’aspettava un palco di pietra, carico di legna,
nel mercato.
I soldati avevano asce e mazze,
e un boia l’aspettava.
C’erano monaci viola
che biascicavano dei paternoster.
Ti ergevi ancora.
Tu mi ascolti, dall’alto delle tue fascine,
e la tua forma bianca, tra le fiamme,
riverbera nella mia mente.
Chiedevi una croce e un inglese
ne fece una con due pezzetti di legno
e te la diede.
La portavano via su una carretta,
come un pacco di morte.
L’aspettava un palco di pietra, carico di legna,
nel mercato.
I soldati avevano asce e mazze,
e un boia l’aspettava.
C’erano monaci viola
che biascicavano dei paternoster.
Ti ergevi ancora.
Tu mi ascolti, dall’alto delle tue fascine,
e la tua forma bianca, tra le fiamme,
riverbera nella mia mente.
Chiedevi una croce e un inglese
ne fece una con due pezzetti di legno
e te la diede.
Maurizio Cucchi
Il corpo era lassù
Il corpo era lassù,
era come planasse sulla folla.
Osservava le cime degli alberi, i campanili, il cielo,
sentiva il poco vento nella primavera.
Gridava, poi, nel soffoco, nel fumo:
“erano vere, erano Dio,
le mie luci, le voci !”.
Quelle lingue leccavano
i suoi piedi, la camicia,
salivano ai capelli.
Attorcigliata, gli occhi rovesciati,
la fiamma mangiava spalle e mani, le gambe...
cercava di chiudere sul petto
le braccia in croce,
ma le cadevano.
Si inabissava
tutto il suo corpo formidabile...
era come planasse sulla folla.
Osservava le cime degli alberi, i campanili, il cielo,
sentiva il poco vento nella primavera.
Gridava, poi, nel soffoco, nel fumo:
“erano vere, erano Dio,
le mie luci, le voci !”.
Quelle lingue leccavano
i suoi piedi, la camicia,
salivano ai capelli.
Attorcigliata, gli occhi rovesciati,
la fiamma mangiava spalle e mani, le gambe...
cercava di chiudere sul petto
le braccia in croce,
ma le cadevano.
Si inabissava
tutto il suo corpo formidabile...
Maurizio Cucchi
Lettera e preghiera
Caro perduto Luigi
sei oggi più tenero, inerme fratello
nel mio mutato pensiero.
È bianca la tua pelle, come carta,
e io ci scrivo.
È questo il saluto e sarà più leggero
il sacrificio dell’anima.
Sul lieto silenzio di un prato
si posa l’ombra dell’ultima parola.
Abbi comunque pace
e l’abbia chi ha taciuto. Siamo noi
il corpo dell’economia.
sei oggi più tenero, inerme fratello
nel mio mutato pensiero.
È bianca la tua pelle, come carta,
e io ci scrivo.
È questo il saluto e sarà più leggero
il sacrificio dell’anima.
Sul lieto silenzio di un prato
si posa l’ombra dell’ultima parola.
Abbi comunque pace
e l’abbia chi ha taciuto. Siamo noi
il corpo dell’economia.
Maurizio Cucchi
Lui se ne andò
Lui se ne andò gettandoci
nell’improvviso smarrimento.
In un sacchetto della polizia,
ecco gli assegni, il pettine,
la benda per il polso...
Ciao, dico, adesso senza più tremare.
Io ti ho salvato, ascoltami.
Ti lascio il meglio del mio cuore
e con il bacio della gratitudine,
questa serenità commossa.
nell’improvviso smarrimento.
In un sacchetto della polizia,
ecco gli assegni, il pettine,
la benda per il polso...
Ciao, dico, adesso senza più tremare.
Io ti ho salvato, ascoltami.
Ti lascio il meglio del mio cuore
e con il bacio della gratitudine,
questa serenità commossa.
Michelangelo
Giunto è già ’l corso della vita mia
Giunto è già ’l corso della vita mia,
con tempestoso mar, per fragil barca,
al comun porto, ov’a render si varca
conto e ragion d’ogni opra trista e pia.
Onde l’affettüosa fantasia
che l’arte mi fece idol e monarca
conosco or ben com’era d’error carca
e quel c’a mal suo grado ogn’uom desia.
Gli amorosi pensier, già vani e lieti,
che fien or, s’a duo morte m’avvicino?
D’una so ’l certo, e l’altra mi minaccia.
Né pinger né scolpir fie più che quieti
l’anima, volta a quell’amor divino
c’aperse, a prender noi, ’n croce le braccia.
con tempestoso mar, per fragil barca,
al comun porto, ov’a render si varca
conto e ragion d’ogni opra trista e pia.
Onde l’affettüosa fantasia
che l’arte mi fece idol e monarca
conosco or ben com’era d’error carca
e quel c’a mal suo grado ogn’uom desia.
Gli amorosi pensier, già vani e lieti,
che fien or, s’a duo morte m’avvicino?
D’una so ’l certo, e l’altra mi minaccia.
Né pinger né scolpir fie più che quieti
l’anima, volta a quell’amor divino
c’aperse, a prender noi, ’n croce le braccia.
Nelo Risi
Attesa là
C’era un patto tra noi
oh! non che fosse stretto da alcunché di scritto
era un’intesa
correva dai tuoi occhi ai miei
dal viso affilato sul letto quasi da campo
nido tra i ritratti di un padre
di una madre da citare a esempio ai figli
sottratti con troppa indulgenza al giudizio
manchevolezze dicevi – errori mai
tra ritagli di giornali affissi al muro (i nostri
successi) e cumuli di lettere fioriti di nastri
tra il Goethe annotato
e i quadri e le leggende di tre case...
l’intesa era
che tu avresti raggiunto anche se tardi
nostro padre
nel modo più civile
occupando il minor posto
nessun ingombro (certo!)
senza funebri pompe dentro un’urna di granito
che tu tornassi cenere nella tua Milano
E così fu
anche se gli atti che restano da compiere
i licet le pratiche i consensi
non sono mai semplici nella stretta del momento
e ci trovano sempre disarmati...
Fummo presenti mio fratello e io
in quel tempietto orribile nel gusto egizio
tra sfingi di gesso annerite dai roghi
ma senza i balsami le resine odorose
le bende i pepli il verde tramonto
con quel che di corporeo resta
dissolto nelle acque sacrificali...
L’ombelico del mondo qui è cattolico
la tua religione era qualcosa di diverso
una musica di sfere (l’intelletto
che riconosce sé nell’universo)
o di un genio preromantico tedesco
un che di animistico affidato al pianoforte
una patetica
da dieci dita per dieci lustri ripetuta
un limbo laico senza il suo Cocito
un incontro in laguna senza l’ombra di Caronte
perché il pedaggio tu lo pagasti in vita
Guardavo quelle mani le tue mani (non la mente)
sempre più deboli
mai giunte (pregare
non t’abbiamo mai visto
hai meritato bene la tua quiete) finemente
intrecciate dito a dito come un merletto
una blonda che serbavi nel fondo del baule
per le spose dei figli dei tuoi figli
mani
dalle unghie curate che sfumavano nel lilla
del lillà prediletto
Tu! avviluppata nel mantello bianco (dono
di una nuora) che finiva in sciarpa
con i piedi di giada finalmente pareggiati
con le palpebre violette
con le dita già nere alle lunule
con sulle labbra la fermezza di un’esistenza intatta
ancora tu nello slancio d’alabastro
diafano sarcofago di gentile donna lombarda
involucro spinto su rotaie a braccia
nel fuoco ahi! di nafta
ridotta a fumo acre
nuvoletta appena stemperata
a mezza altezza tra la fiamma e il nessun peso
del corpo che si disfa al nostro sguardo
(arca severa dopo millenni aperta
all’aria) e subito sbiadita in un ultimo saluto
di cime d’alberi
di geometrie di rondini
di tremiti di marzo
mentre con gesti da cercatore di pepite
qualcuno s’adopera a raccogliere le tue ceneri...
Andassero a quel fiume
al grande corso che fu la tua vita!
sfociasse là dove ti sai attesa
perché la recisione abbia il senso di un viaggio
oh! non di rottura non definitivo
a suggerirci un segno un cenno
due firme finalmente congiunte
dal luogo (che ci è ignoto)
che ha finestre con vista sull’infinito
come quando amanti così amati partivate
a cercare per i tre bagaìn una vacanza
negli anni venti della nostra prima infanzia
oh! non che fosse stretto da alcunché di scritto
era un’intesa
correva dai tuoi occhi ai miei
dal viso affilato sul letto quasi da campo
nido tra i ritratti di un padre
di una madre da citare a esempio ai figli
sottratti con troppa indulgenza al giudizio
manchevolezze dicevi – errori mai
tra ritagli di giornali affissi al muro (i nostri
successi) e cumuli di lettere fioriti di nastri
tra il Goethe annotato
e i quadri e le leggende di tre case...
l’intesa era
che tu avresti raggiunto anche se tardi
nostro padre
nel modo più civile
occupando il minor posto
nessun ingombro (certo!)
senza funebri pompe dentro un’urna di granito
che tu tornassi cenere nella tua Milano
E così fu
anche se gli atti che restano da compiere
i licet le pratiche i consensi
non sono mai semplici nella stretta del momento
e ci trovano sempre disarmati...
Fummo presenti mio fratello e io
in quel tempietto orribile nel gusto egizio
tra sfingi di gesso annerite dai roghi
ma senza i balsami le resine odorose
le bende i pepli il verde tramonto
con quel che di corporeo resta
dissolto nelle acque sacrificali...
L’ombelico del mondo qui è cattolico
la tua religione era qualcosa di diverso
una musica di sfere (l’intelletto
che riconosce sé nell’universo)
o di un genio preromantico tedesco
un che di animistico affidato al pianoforte
una patetica
da dieci dita per dieci lustri ripetuta
un limbo laico senza il suo Cocito
un incontro in laguna senza l’ombra di Caronte
perché il pedaggio tu lo pagasti in vita
Guardavo quelle mani le tue mani (non la mente)
sempre più deboli
mai giunte (pregare
non t’abbiamo mai visto
hai meritato bene la tua quiete) finemente
intrecciate dito a dito come un merletto
una blonda che serbavi nel fondo del baule
per le spose dei figli dei tuoi figli
mani
dalle unghie curate che sfumavano nel lilla
del lillà prediletto
Tu! avviluppata nel mantello bianco (dono
di una nuora) che finiva in sciarpa
con i piedi di giada finalmente pareggiati
con le palpebre violette
con le dita già nere alle lunule
con sulle labbra la fermezza di un’esistenza intatta
ancora tu nello slancio d’alabastro
diafano sarcofago di gentile donna lombarda
involucro spinto su rotaie a braccia
nel fuoco ahi! di nafta
ridotta a fumo acre
nuvoletta appena stemperata
a mezza altezza tra la fiamma e il nessun peso
del corpo che si disfa al nostro sguardo
(arca severa dopo millenni aperta
all’aria) e subito sbiadita in un ultimo saluto
di cime d’alberi
di geometrie di rondini
di tremiti di marzo
mentre con gesti da cercatore di pepite
qualcuno s’adopera a raccogliere le tue ceneri...
Andassero a quel fiume
al grande corso che fu la tua vita!
sfociasse là dove ti sai attesa
perché la recisione abbia il senso di un viaggio
oh! non di rottura non definitivo
a suggerirci un segno un cenno
due firme finalmente congiunte
dal luogo (che ci è ignoto)
che ha finestre con vista sull’infinito
come quando amanti così amati partivate
a cercare per i tre bagaìn una vacanza
negli anni venti della nostra prima infanzia
Niccolò Tommaseo
Caronte e le anime
Perché neri son eglino i monti e stanno squallidi?
o il vento li combatte o li batte la pioggia?
Né il vento li combatte né li batte la pioggia;
ma li passa Caronte co’ morti.
Trae i giovani innanzi, i vecchi dietro
e i teneri bambinelli in sulla sella in fila.
Pregano i vecchi, e i giovani supplicano:
« Caronte caro, posa in una terra, posa ad una fresca fonte,
che beano acqua i vecchi e i giovani facciano al disco
e i piccoli bambinelli colgano fiorellini ». —
« Né in paese poso io, né a fresca fonte;
vengon le mamme, per acqua, e conoscono i lor figliuoli,
e conoscono i consorti e non sì dividono più ».
o il vento li combatte o li batte la pioggia?
Né il vento li combatte né li batte la pioggia;
ma li passa Caronte co’ morti.
Trae i giovani innanzi, i vecchi dietro
e i teneri bambinelli in sulla sella in fila.
Pregano i vecchi, e i giovani supplicano:
« Caronte caro, posa in una terra, posa ad una fresca fonte,
che beano acqua i vecchi e i giovani facciano al disco
e i piccoli bambinelli colgano fiorellini ». —
« Né in paese poso io, né a fresca fonte;
vengon le mamme, per acqua, e conoscono i lor figliuoli,
e conoscono i consorti e non sì dividono più ».
Niccolò Tommaseo
La sepoltura
Il sole cadeva: e Dimo comanda:
« Ite, figliuoli miei, per acqua; e per un po’ di pane stasera :
E tu, Pasqualuccio, mio nepote, siedi qui presso a ine.
Ecco! l’armi mie vèstiti, e sii capitano.
E voi, figliuoli miei, prendete la mia povera spada:
verdi rami tagliate: stendetemeli ch’io ci posi.
E conducetemi un confessore ch’e’ mi confessi,
ch’i’ gli dica i peccati che ho fatti.
Trent’anni milite, e venti che son clefta :
e ora m’è venuta la morte: e ho a morire.
Fate la mia sepoltura, larga, alta che sia,
ch’î’ stia ritto per combattere, e caricare dal lato;
e dal lato destro lasciate una finestra,
che le rondini vengano, portino la primavera,
e i rusignuoli m’annuncino il dolce maggio ».
« Ite, figliuoli miei, per acqua; e per un po’ di pane stasera :
E tu, Pasqualuccio, mio nepote, siedi qui presso a ine.
Ecco! l’armi mie vèstiti, e sii capitano.
E voi, figliuoli miei, prendete la mia povera spada:
verdi rami tagliate: stendetemeli ch’io ci posi.
E conducetemi un confessore ch’e’ mi confessi,
ch’i’ gli dica i peccati che ho fatti.
Trent’anni milite, e venti che son clefta :
e ora m’è venuta la morte: e ho a morire.
Fate la mia sepoltura, larga, alta che sia,
ch’î’ stia ritto per combattere, e caricare dal lato;
e dal lato destro lasciate una finestra,
che le rondini vengano, portino la primavera,
e i rusignuoli m’annuncino il dolce maggio ».
Paolo Buzzi
Il mortorio di Bibia
Bibia, vecchia zitella zoppa ricca,
è morta l’altro ieri.
Voluto ha eredi
tutti, che la seguiranno al funerale,
e zoppi e storti poveri della città.
La nuova è corsa via
per le stamberghe di soffitta e di cantina,
pe’ fienili e le fogne e le panchette e i gradini
di chiesa e di convento e gli archi
di ponte pieni di danze moscerine sul canale.
È l’ora del mortorio.
Si muove. Avanza. Il prete, zoppo.
Il carro pare che zoppichi coi cavalli.
E, dietro, l’esercito delle grucce e dei saltelli.
Un lieto muovere umano
a ritmo lento.
Non mai vedesti andare, in vento di marzo,
i ramiciattoli d’ippocàstano sui viali?
Fosco è il colore della marmaglia sbilenca
sulla via civica dove la primavera si riversa.
E segue una sua sghemba
linea che, veramente, pare
sopra una diritta linea di secoli
l’eterno passo necroforo claudicante dell’Umanità.
Tetano o mazurka,
l’ossa loro, i loro nervi ballano
sotto l’archettata d’uno spasimo.
Fango v’è, per pioggia recente, sulla strada.
L’orme gialle hanno il disegno fuggevole
dei vecchi burri che friggono,
e le stampelle bucano
di piccoli botri acquitrinosi obliqui
la melma che sghignazza e, forse, gode
essere calpestata, finalmente,
da un’orda di miserabili felici.
Vi sono vecchi e giovani,
maschi e femmine.
Prima le femmine
fanno il corteo più denso di cenci,
sbattocchiano la mota e se ne ingioiellano
d’agate spente le sottane
sdrucite dalla meccanica guasta
degli arti male invisibili.
Poi, gli uomini, d’ogni colore e forma,
ironici, con zampe di gallo profonde
agli occhi, fin sulle tempie e le guance
rigate di rughe perverse.
Qua e là un verde di tabe,
molti d’un rosso nasuto di vernaccia.
Adocchiano, quasi tutti, le belle
ferme curiose a ridere
nelle cornici di pietra delle finestre
o sui plinti prolissi del lastricato.
E, traballando avanti,
borbottano requiem osceni.
Dove marciano?
Fin là dove si reggano.
Marcerebbero fino alle stelle.
Ma non arriveranno fino al cimitero.
Ecco:
uno stramazza, vinto
dalla sua gamba di legno che si sfascia.
Ne cascano sovra altri sei.
La coda si squassa, scompiglia, rompe.
Il carro, lo fermano.
È tutto caduto il corteo.
Una barricata di corpi umani
irta di grucce e di stinchi
tiene ora la via dove rideva la gente.
Vi sono dei volti e delle nuche nel fango.
Contro la primavera
l’ammasso nerastro
ha dei riscossoni d’enorme talpa accoppata.
E molti, ora, s’odono gridare e piangere
nel mucchio sgraziato e all’intorno.
E due si son dati a morire.
Ecco, sotto il pasticcio di membra,
le due mani diverse, stecchite, ma avide pari
che prendono il vuoto
come la loro parte sudata d’eredità.
è morta l’altro ieri.
Voluto ha eredi
tutti, che la seguiranno al funerale,
e zoppi e storti poveri della città.
La nuova è corsa via
per le stamberghe di soffitta e di cantina,
pe’ fienili e le fogne e le panchette e i gradini
di chiesa e di convento e gli archi
di ponte pieni di danze moscerine sul canale.
È l’ora del mortorio.
Si muove. Avanza. Il prete, zoppo.
Il carro pare che zoppichi coi cavalli.
E, dietro, l’esercito delle grucce e dei saltelli.
Un lieto muovere umano
a ritmo lento.
Non mai vedesti andare, in vento di marzo,
i ramiciattoli d’ippocàstano sui viali?
Fosco è il colore della marmaglia sbilenca
sulla via civica dove la primavera si riversa.
E segue una sua sghemba
linea che, veramente, pare
sopra una diritta linea di secoli
l’eterno passo necroforo claudicante dell’Umanità.
Tetano o mazurka,
l’ossa loro, i loro nervi ballano
sotto l’archettata d’uno spasimo.
Fango v’è, per pioggia recente, sulla strada.
L’orme gialle hanno il disegno fuggevole
dei vecchi burri che friggono,
e le stampelle bucano
di piccoli botri acquitrinosi obliqui
la melma che sghignazza e, forse, gode
essere calpestata, finalmente,
da un’orda di miserabili felici.
Vi sono vecchi e giovani,
maschi e femmine.
Prima le femmine
fanno il corteo più denso di cenci,
sbattocchiano la mota e se ne ingioiellano
d’agate spente le sottane
sdrucite dalla meccanica guasta
degli arti male invisibili.
Poi, gli uomini, d’ogni colore e forma,
ironici, con zampe di gallo profonde
agli occhi, fin sulle tempie e le guance
rigate di rughe perverse.
Qua e là un verde di tabe,
molti d’un rosso nasuto di vernaccia.
Adocchiano, quasi tutti, le belle
ferme curiose a ridere
nelle cornici di pietra delle finestre
o sui plinti prolissi del lastricato.
E, traballando avanti,
borbottano requiem osceni.
Dove marciano?
Fin là dove si reggano.
Marcerebbero fino alle stelle.
Ma non arriveranno fino al cimitero.
Ecco:
uno stramazza, vinto
dalla sua gamba di legno che si sfascia.
Ne cascano sovra altri sei.
La coda si squassa, scompiglia, rompe.
Il carro, lo fermano.
È tutto caduto il corteo.
Una barricata di corpi umani
irta di grucce e di stinchi
tiene ora la via dove rideva la gente.
Vi sono dei volti e delle nuche nel fango.
Contro la primavera
l’ammasso nerastro
ha dei riscossoni d’enorme talpa accoppata.
E molti, ora, s’odono gridare e piangere
nel mucchio sgraziato e all’intorno.
E due si son dati a morire.
Ecco, sotto il pasticcio di membra,
le due mani diverse, stecchite, ma avide pari
che prendono il vuoto
come la loro parte sudata d’eredità.
Pier Paolo Pasolini
Il ventaglio
Smorza tra i meridiani
il troppo azzurro Oceano
coi suoi incanti indiani
il ventaglio feroce.
La sconfinata Eurasia
ondeggia nel suo moto
trascolorando il raso
dei Giura nel vuoto.
Nel suo pallido alito
il colera disegna
penombre tropicali,
navi in quarantena.
E un Cinese impiccato
accenna nel ventaglio
le linee dell’asiatica
sua carogna abbagliante.
O ventaglio di aromi
remoti come nevi
calpestate da uomini
morti in altri evi!
L’aria che sommuovi
è un veleno che soffoca
candido e immobile
come una stinta stoffa.
La morte! No, silenzio!
Chi ha parlato di morte?
O ventaglio, il tuo assenzio
alita mille volte!
il troppo azzurro Oceano
coi suoi incanti indiani
il ventaglio feroce.
La sconfinata Eurasia
ondeggia nel suo moto
trascolorando il raso
dei Giura nel vuoto.
Nel suo pallido alito
il colera disegna
penombre tropicali,
navi in quarantena.
E un Cinese impiccato
accenna nel ventaglio
le linee dell’asiatica
sua carogna abbagliante.
O ventaglio di aromi
remoti come nevi
calpestate da uomini
morti in altri evi!
L’aria che sommuovi
è un veleno che soffoca
candido e immobile
come una stinta stoffa.
La morte! No, silenzio!
Chi ha parlato di morte?
O ventaglio, il tuo assenzio
alita mille volte!
Piero Jahier
Mare
Hanno preso il suo figliolo ànno preso
quello che l’era appena rilevato
e per andà non può essere andato
che nel posto più brutto indifeso.
E per restà non può esser restato
che dove tronca la vita le granate
e quando ànno finito di troncare
scendono le valanghe a sotterrare.
E se non scrive è che vuol ritornare
1° e queste notti è camminato camminato
per chiedere una muta alla sua mare.
La muta era ben pronta al davanzale
e alla finestra mare l’à aspettato.
L’à aspettato infino alla mattina
° quando squilla la tromba repentina
e alla sua casa non può più rivare.
Hanno preso il suo figliolo alla mare
*
Hanno preso il suo tosàt ànno preso
quel ch’era così tanto delicato
e si ritrova lontano trasportato
nel bastimento sopra l’acqua acceso.
Di giorno il bastimento gli cammina
ma nella notte è sempre arrestato
e tutte l’acque bussan per entrare
dove il suo tosatè] sta addormentato.
Hanno preso il suo tosàt alla mare
*
Hanno preso il suo omo ànno preso
quello che la doveva accompagnare
che avea giurato davanti all’altare
°”
di non lasciarla sola a questo peso.
Lui coi suoi bòcia è contento di andare
non si è quasi voltato a salutare
Ma ànno preso il suo omo alla mare.
*
E la mattina si è levata a solo
e à messo tutte le sue filigrane;
à beverato le sue armente chiare;
à steso tutti i suoi panni a asciugare;
à agganciato il più grande suo paiolo;
DN
à apparecchiato il più bel fuoco acceso
fi
e dopo si è seduta al focolare.
Anche se tornano non si può più alzare.
Hanno preso ànno preso anche la mare.
Parrocchia di Sargnano.
quello che l’era appena rilevato
e per andà non può essere andato
che nel posto più brutto indifeso.
E per restà non può esser restato
che dove tronca la vita le granate
e quando ànno finito di troncare
scendono le valanghe a sotterrare.
E se non scrive è che vuol ritornare
1° e queste notti è camminato camminato
per chiedere una muta alla sua mare.
La muta era ben pronta al davanzale
e alla finestra mare l’à aspettato.
L’à aspettato infino alla mattina
° quando squilla la tromba repentina
e alla sua casa non può più rivare.
Hanno preso il suo figliolo alla mare
*
Hanno preso il suo tosàt ànno preso
quel ch’era così tanto delicato
e si ritrova lontano trasportato
nel bastimento sopra l’acqua acceso.
Di giorno il bastimento gli cammina
ma nella notte è sempre arrestato
e tutte l’acque bussan per entrare
dove il suo tosatè] sta addormentato.
Hanno preso il suo tosàt alla mare
*
Hanno preso il suo omo ànno preso
quello che la doveva accompagnare
che avea giurato davanti all’altare
°”
di non lasciarla sola a questo peso.
Lui coi suoi bòcia è contento di andare
non si è quasi voltato a salutare
Ma ànno preso il suo omo alla mare.
*
E la mattina si è levata a solo
e à messo tutte le sue filigrane;
à beverato le sue armente chiare;
à steso tutti i suoi panni a asciugare;
à agganciato il più grande suo paiolo;
DN
à apparecchiato il più bel fuoco acceso
fi
e dopo si è seduta al focolare.
Anche se tornano non si può più alzare.
Hanno preso ànno preso anche la mare.
Parrocchia di Sargnano.