Poesie di questo tema
Nostalgia
Eugenio Montale
Bassa marea
Sere di gridi, quando l’altalena
oscilla nella pergola d’allora
e un oscuro vapore vela appena
la fissità del mare.
Non più quel tempo. Varcano ora il muro
rapidi voli obliqui, la discesa
di tutto non s’arresta e si confonde
sulla proda scoscesa anche lo scoglio
che ti portò primo sull’onde.
Viene col soffio della primavera
un lugubre risucchio
d’assorbite esistenze; e nella sera,
negro vilucchio, solo il tuo ricordo
s’attorce e si difende.
S’alza sulle spallette, sul tunnel più lunge
dove il treno lentissimo s’imbuca.
Una mandria lunare sopraggiunge
poi sui colli, invisibile, e li bruca.
oscilla nella pergola d’allora
e un oscuro vapore vela appena
la fissità del mare.
Non più quel tempo. Varcano ora il muro
rapidi voli obliqui, la discesa
di tutto non s’arresta e si confonde
sulla proda scoscesa anche lo scoglio
che ti portò primo sull’onde.
Viene col soffio della primavera
un lugubre risucchio
d’assorbite esistenze; e nella sera,
negro vilucchio, solo il tuo ricordo
s’attorce e si difende.
S’alza sulle spallette, sul tunnel più lunge
dove il treno lentissimo s’imbuca.
Una mandria lunare sopraggiunge
poi sui colli, invisibile, e li bruca.
Eugenio Montale
Cigola la carrucola del pozzo
Cigola la carrucola del pozzo,
l’acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un’immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro...
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all’atro fondo,
visione, una distanza ci divide.
l’acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un’immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro...
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all’atro fondo,
visione, una distanza ci divide.
Eugenio Montale
Dora Markus
1
Fu dove il ponte di legno
mette a Porto Corsini sul mare alto
e rari uomini, quasi immoti, affondano
o salpano le reti. Con un segno
della mano additavi all’altra sponda
invisibile la tua patria vera.
Poi seguimmo il canale fino alla darsena
della città, lucida di fuliggine,
nella bassura dove s’affondava
una primavera inerte, senza memoria.
E qui dove un’antica vita
si screzia in una dolce
ansietà d’Oriente,
le tue parole iridavano come le scaglie
della triglia moribonda.
La tua irrequietudine mi fa pensare
agli uccelli di passo che urtano ai fari
nelle sere tempestose:
è una tempesta anche la tua dolcezza,
turbina e non appare,
e i suoi riposi sono anche più rari.
Non so come stremata tu resisti
in questo lago
d’indifferenza ch’è il tuo cuore; forse
ti salva un amuleto che tu tieni
vicino alla matita delle labbra,
al piumino, alla lima: un topo bianco,
d’avorio; e così esisti!
2
Ormai nella tua Carinzia
di mirti fioriti e di stagni,
china sul bordo sorvegli
la carpa che timida abbocca
o segui sui tigli, tra gl’irti
pinnacoli le accensioni
del vespro e nell’acque un avvampo
di tende da scali e pensioni.
La sera che si protende
sull’umida conca non porta
col palpito dei motori
che gemiti d’oche e un interno
di nivee maioliche dice
allo specchio annerito che ti vide
diversa una storia di errori
imperturbati e la incide
dove la spugna non giunge.
La tua leggenda, Dora!
Ma è scritta già in quegli sguardi
di uomini che hanno fedine
altere e deboli in grandi
ritratti d’oro e ritorna
ad ogni accordo che esprime
l’armonica guasta nell’ora
che abbuia, sempre più tardi.
E scritta là. Il sempreverde
alloro per la cucina
resiste, la voce non muta,
Ravenna è lontana, distilla
veleno una fede feroce.
Che vuole da te? Non si cede
voce, leggenda o destino...
Ma è tardi, sempre più tardi.
Fu dove il ponte di legno
mette a Porto Corsini sul mare alto
e rari uomini, quasi immoti, affondano
o salpano le reti. Con un segno
della mano additavi all’altra sponda
invisibile la tua patria vera.
Poi seguimmo il canale fino alla darsena
della città, lucida di fuliggine,
nella bassura dove s’affondava
una primavera inerte, senza memoria.
E qui dove un’antica vita
si screzia in una dolce
ansietà d’Oriente,
le tue parole iridavano come le scaglie
della triglia moribonda.
La tua irrequietudine mi fa pensare
agli uccelli di passo che urtano ai fari
nelle sere tempestose:
è una tempesta anche la tua dolcezza,
turbina e non appare,
e i suoi riposi sono anche più rari.
Non so come stremata tu resisti
in questo lago
d’indifferenza ch’è il tuo cuore; forse
ti salva un amuleto che tu tieni
vicino alla matita delle labbra,
al piumino, alla lima: un topo bianco,
d’avorio; e così esisti!
2
Ormai nella tua Carinzia
di mirti fioriti e di stagni,
china sul bordo sorvegli
la carpa che timida abbocca
o segui sui tigli, tra gl’irti
pinnacoli le accensioni
del vespro e nell’acque un avvampo
di tende da scali e pensioni.
La sera che si protende
sull’umida conca non porta
col palpito dei motori
che gemiti d’oche e un interno
di nivee maioliche dice
allo specchio annerito che ti vide
diversa una storia di errori
imperturbati e la incide
dove la spugna non giunge.
La tua leggenda, Dora!
Ma è scritta già in quegli sguardi
di uomini che hanno fedine
altere e deboli in grandi
ritratti d’oro e ritorna
ad ogni accordo che esprime
l’armonica guasta nell’ora
che abbuia, sempre più tardi.
E scritta là. Il sempreverde
alloro per la cucina
resiste, la voce non muta,
Ravenna è lontana, distilla
veleno una fede feroce.
Che vuole da te? Non si cede
voce, leggenda o destino...
Ma è tardi, sempre più tardi.
Eugenio Montale
Due nel crepuscolo
Fiuisce fra te e me sul belvedere.
un chiarore subacqueo che deforma
col profilo dei colli anche il tuo viso.
Sta in un fondo sfuggevole, reciso
da te ogni gesto tuo; entra senz’orma,
e sparisce, nel mezzo che ricolma
ogni solco e si chiude sul tuo passo:
con me tu qui, dentro quest’aria scesa
a sigillare
il torpore dei massi.
Ed io riverso
nel potere che grava attorno, cedo
al sortilegio di non riconoscere
di me più nulla fuor di me; s’io levo
appena il braccio, mi si fa diverso
l’atto, si spezza su un cristallo, ignota
e impallidita sua memoria, e il gesto
già più non m’appartiene;
se parlo, ascolto quella voce attonito,
scendere alla sua gamma più remota
o spenta all’aria che non la sostiene.
Tale nel punto che resiste all’ultima
consunzione del giorno
dura lo smarrimento; poi un soffio
risolleva le valli in un frenetico
moto e deriva dalle fronde un tinnulo
suono che si disperde
tra rapide fumate e i primi lumi
disegnano gli scali. ... le parole
tra noi leggere cadono. Ti guardo
in un molle riverbero. Non so
se ti conosco; so che mai diviso
fui da te come accade in questo tardo
ritorno. Pochi istanti hanno bruciato
tutto di noi; fuorchè due volti, due
maschere che s’incidono, sforzate,
di un sorriso.
un chiarore subacqueo che deforma
col profilo dei colli anche il tuo viso.
Sta in un fondo sfuggevole, reciso
da te ogni gesto tuo; entra senz’orma,
e sparisce, nel mezzo che ricolma
ogni solco e si chiude sul tuo passo:
con me tu qui, dentro quest’aria scesa
a sigillare
il torpore dei massi.
Ed io riverso
nel potere che grava attorno, cedo
al sortilegio di non riconoscere
di me più nulla fuor di me; s’io levo
appena il braccio, mi si fa diverso
l’atto, si spezza su un cristallo, ignota
e impallidita sua memoria, e il gesto
già più non m’appartiene;
se parlo, ascolto quella voce attonito,
scendere alla sua gamma più remota
o spenta all’aria che non la sostiene.
Tale nel punto che resiste all’ultima
consunzione del giorno
dura lo smarrimento; poi un soffio
risolleva le valli in un frenetico
moto e deriva dalle fronde un tinnulo
suono che si disperde
tra rapide fumate e i primi lumi
disegnano gli scali. ... le parole
tra noi leggere cadono. Ti guardo
in un molle riverbero. Non so
se ti conosco; so che mai diviso
fui da te come accade in questo tardo
ritorno. Pochi istanti hanno bruciato
tutto di noi; fuorchè due volti, due
maschere che s’incidono, sforzate,
di un sorriso.
Eugenio Montale
Gli orecchini
Non serba ombra di voli il nerofumo
della spera. (E del tuo non è più traccia).
È passata la spugna che i barlumi
indifesi dal cerchio d’oro scaccia.
Le tue pietre, i coralli, il forte imperio
che ti rapisce vi cercavo; fuggo
l’iddia che non s’incarna, i desiderî
porto fin che al tuo lampo non si struggono.
Ronzano èlitre? fuori, ronza il folle
mortorio e sa che due vite non contano.
Nella cornice tornano le molli
meduse della sera. La tua impronta
verrà di giù: dove ai tuoi lobi squallide
mani, travolte, fermano i coralli.
della spera. (E del tuo non è più traccia).
È passata la spugna che i barlumi
indifesi dal cerchio d’oro scaccia.
Le tue pietre, i coralli, il forte imperio
che ti rapisce vi cercavo; fuggo
l’iddia che non s’incarna, i desiderî
porto fin che al tuo lampo non si struggono.
Ronzano èlitre? fuori, ronza il folle
mortorio e sa che due vite non contano.
Nella cornice tornano le molli
meduse della sera. La tua impronta
verrà di giù: dove ai tuoi lobi squallide
mani, travolte, fermano i coralli.
Eugenio Montale
Godi se il vento ch’entra nel pomario
Godi se il vento ch’entra nel pomario
vi rimena l’ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquiario.
Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell’eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.
Un rovello è di qua dall’erto muro.
Se procedi t’imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.
Cerca una maglia rotta nella retè
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l’ho pregato—ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine ...
vi rimena l’ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquiario.
Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell’eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.
Un rovello è di qua dall’erto muro.
Se procedi t’imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.
Cerca una maglia rotta nella retè
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l’ho pregato—ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine ...
Eugenio Montale
I miraggi
Non sempre o quasi mai la nostra identità personale coincide
col tempo misurabile dagli strumenti che abbiamo.
La sala è grande, ha fregi e stucchi barocchi
e la vetrata di fondo rivela un biondo parco di Stiria,
con qualche nebbiolina che il sole dissolve.
L’interno è puro Vermeer più piccolo e più vero
del vero ma di uno smalto incorruttibile.
A sinistra una bimba vestita da paggio
tutta trine e ricami fino al ginocchio
sta giocando col suo adorato scimmiotto.
A destra la sorella di lei maggiore, Arabella,
consulta una cartomante color di fumo
che le svela il suo prossimo futuro.
Sta per giungere l’uomo di nobile prosapia,
l’invincibile eroe ch’ella attendeva.
È questione di poco, di minuti, di attimi,
presto si sentirà lo zoccolìo dei suoi cavalli
e poi qualcuno busserà alla porta...
ma
qui il mio occhio si stanca e si distoglie
dal buco della serratura. Ho visto già troppo
e il nastro temporale si ravvolge in se stesso.
Chi ha operato il miracolo è una spugna di birra,
o tale parve, e il suo sodale è l’ultimo
Cavaliere di grazia della Cristianità.
….
ma ora
se mi rileggo penso che solo l’inidentità
regge il mondo, lo crea e lo distrugge
per poi rifarlo sempre più spettrale
e inconoscibile. Resta lo spiraglio
del quasi fotografico pittore ad ammonirci
che se qualcosa fu non c’è distanza
tra il millennio e l’istante, tra chi apparve
e non apparve, tra chi visse e chi
non giunse al fuoco del suo cannocchiale. È poco
e forse è tutto.
col tempo misurabile dagli strumenti che abbiamo.
La sala è grande, ha fregi e stucchi barocchi
e la vetrata di fondo rivela un biondo parco di Stiria,
con qualche nebbiolina che il sole dissolve.
L’interno è puro Vermeer più piccolo e più vero
del vero ma di uno smalto incorruttibile.
A sinistra una bimba vestita da paggio
tutta trine e ricami fino al ginocchio
sta giocando col suo adorato scimmiotto.
A destra la sorella di lei maggiore, Arabella,
consulta una cartomante color di fumo
che le svela il suo prossimo futuro.
Sta per giungere l’uomo di nobile prosapia,
l’invincibile eroe ch’ella attendeva.
È questione di poco, di minuti, di attimi,
presto si sentirà lo zoccolìo dei suoi cavalli
e poi qualcuno busserà alla porta...
ma
qui il mio occhio si stanca e si distoglie
dal buco della serratura. Ho visto già troppo
e il nastro temporale si ravvolge in se stesso.
Chi ha operato il miracolo è una spugna di birra,
o tale parve, e il suo sodale è l’ultimo
Cavaliere di grazia della Cristianità.
….
ma ora
se mi rileggo penso che solo l’inidentità
regge il mondo, lo crea e lo distrugge
per poi rifarlo sempre più spettrale
e inconoscibile. Resta lo spiraglio
del quasi fotografico pittore ad ammonirci
che se qualcosa fu non c’è distanza
tra il millennio e l’istante, tra chi apparve
e non apparve, tra chi visse e chi
non giunse al fuoco del suo cannocchiale. È poco
e forse è tutto.
Eugenio Montale
I nascondigli ii
Il canneto dove andavo a nascondermi
era lambito dal mare quando le onde erano lunghe
e solo la spuma entrava a spruzzi e a sprazzi
in quella prova di prima e dopo il diluvio.
* Larve girini insetti scatole scoperchiate
e persino la visita frequente (una stagione intera)
di una gallina con una sola zampa.
Le canne inastavano nella stagione giusta
i loro rossi pennacchi; oltre il muro dell’orto
si udiva qualche volta il canto flautato
del passero solitario come disse il poeta
ma era la variante color cenere
di un merlo che non ha mai (così pensavo)
il becco giallo ma in compenso esprime
1° un tema che più tardi riascoltai
dalle labbra gentili di una Manon in fuga.
Non era il flauto di una gallina zoppa
o di altro uccello ferito da un cacciatore ?
Neppure allora mi posi la domanda
anche se una rastrelliera di casa mia
esibiva un fucile cosiddetto a bacchetta,
un’arma ormai disusata che apparteneva
in altri tempi a uno zio demente.
Solo la voce di Manon, la voce
emergente da un coro di ruffiani,
a
dopo molti anni poté riportarmi
al canneto sul mare, alla gallina zoppa
e mi fece comprendere che il mondo era mutato
naturalmente in peggio anche se fosse assurdo
rimpiangere o anche solo ricordare
è
la zampa che mancava a chi nemmeno
se ne accorse e morì nel suo giuncheto
mentre il merlo acquaiolo ripeteva quel canto
che ora si ascolta forse nelle discoteche.
II
Una luna un po’ ingobbita
incendia le rocce di Corniglia.
Il solito uccellino color lavagna
ripete il suo omaggio a Massenet.
° Sono le otto, non è l’ora
di andare a letto, bambini?
era lambito dal mare quando le onde erano lunghe
e solo la spuma entrava a spruzzi e a sprazzi
in quella prova di prima e dopo il diluvio.
* Larve girini insetti scatole scoperchiate
e persino la visita frequente (una stagione intera)
di una gallina con una sola zampa.
Le canne inastavano nella stagione giusta
i loro rossi pennacchi; oltre il muro dell’orto
si udiva qualche volta il canto flautato
del passero solitario come disse il poeta
ma era la variante color cenere
di un merlo che non ha mai (così pensavo)
il becco giallo ma in compenso esprime
1° un tema che più tardi riascoltai
dalle labbra gentili di una Manon in fuga.
Non era il flauto di una gallina zoppa
o di altro uccello ferito da un cacciatore ?
Neppure allora mi posi la domanda
anche se una rastrelliera di casa mia
esibiva un fucile cosiddetto a bacchetta,
un’arma ormai disusata che apparteneva
in altri tempi a uno zio demente.
Solo la voce di Manon, la voce
emergente da un coro di ruffiani,
a
dopo molti anni poté riportarmi
al canneto sul mare, alla gallina zoppa
e mi fece comprendere che il mondo era mutato
naturalmente in peggio anche se fosse assurdo
rimpiangere o anche solo ricordare
è
la zampa che mancava a chi nemmeno
se ne accorse e morì nel suo giuncheto
mentre il merlo acquaiolo ripeteva quel canto
che ora si ascolta forse nelle discoteche.
II
Una luna un po’ ingobbita
incendia le rocce di Corniglia.
Il solito uccellino color lavagna
ripete il suo omaggio a Massenet.
° Sono le otto, non è l’ora
di andare a letto, bambini?
Eugenio Montale
Il ritorno
Ecco bruma e libeccio sulle dune
sabbiose che lingueggiano
e là celato dall’incerto lembo
o alzato dal va-e-vieni delle spume
il barcaiolo Duilio che traversa
in lotta sui suoi remi; ecco il pimento
dei pini che più terso
si dilata tra pioppi e saliceti,
e pompe a vento battere le pale
e il viottolo che segue l’onde dentro
la fiumana terrosa
funghire velenoso d’ovuli; ecco
ancora quelle scale
a chiocciola, slabbrate, che s’avvitano
fin oltre la veranda
in un gelo policromo d’ogive,
eccole che t’ascoltano, le nostre vecchie scale,
e vibrano al ronzìo
allora che dal cofano tu ridésti leggera
voce di sarabanda
o quando Erinni fredde ventano angui
d’inferno e sulle rive una bufera
di strida s’allontana; ed ecco il sole
che chiude la sua corsa, che s’offusca
ai margini del canto – ecco il tuo morso
oscuro di tarantola: son pronto.
sabbiose che lingueggiano
e là celato dall’incerto lembo
o alzato dal va-e-vieni delle spume
il barcaiolo Duilio che traversa
in lotta sui suoi remi; ecco il pimento
dei pini che più terso
si dilata tra pioppi e saliceti,
e pompe a vento battere le pale
e il viottolo che segue l’onde dentro
la fiumana terrosa
funghire velenoso d’ovuli; ecco
ancora quelle scale
a chiocciola, slabbrate, che s’avvitano
fin oltre la veranda
in un gelo policromo d’ogive,
eccole che t’ascoltano, le nostre vecchie scale,
e vibrano al ronzìo
allora che dal cofano tu ridésti leggera
voce di sarabanda
o quando Erinni fredde ventano angui
d’inferno e sulle rive una bufera
di strida s’allontana; ed ecco il sole
che chiude la sua corsa, che s’offusca
ai margini del canto – ecco il tuo morso
oscuro di tarantola: son pronto.
Eugenio Montale
L’Arno a Rovezzano
I grandi fiumi sono l’immagine del tempo,
crudele e impersonale. Osservati da un ponte
dichiarano la loro nullità inesorabile.
Solo l’ansa esitante di qualche paludoso
giuncheto, qualche specchio
che riluca tra folte sterpaglie e borraccina
può svelare che l’acqua come noi pensa se stessa
prima di farsi vortice e rapina.
Tanto tempo è passato, nulla è scorso
da quando ti cantavo al telefono «tu
che fai l’addormentata» col triplice cachinno.
La tua casa era un lampo visto dal treno. Curva
sull’Arno come l’albero di Giuda
che voleva proteggerla. Forse c’è ancora o
non è che una rovina. Tutta piena,
mi dicevi, di insetti, inabitabile.
Altro comfort fa per noi ora, altro
sconforto.
crudele e impersonale. Osservati da un ponte
dichiarano la loro nullità inesorabile.
Solo l’ansa esitante di qualche paludoso
giuncheto, qualche specchio
che riluca tra folte sterpaglie e borraccina
può svelare che l’acqua come noi pensa se stessa
prima di farsi vortice e rapina.
Tanto tempo è passato, nulla è scorso
da quando ti cantavo al telefono «tu
che fai l’addormentata» col triplice cachinno.
La tua casa era un lampo visto dal treno. Curva
sull’Arno come l’albero di Giuda
che voleva proteggerla. Forse c’è ancora o
non è che una rovina. Tutta piena,
mi dicevi, di insetti, inabitabile.
Altro comfort fa per noi ora, altro
sconforto.
Eugenio Montale
La casa dei doganieri
Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende...)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende...)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
Eugenio Montale
La gondola che scivola...
La gondola che scivola in un forte
bagliore di catrame e di papaveri,
la subdola canzone che s’alzava
da masse di cordame, l’alte porte
rinchiuse su di te e risa di maschere
che fuggivano a frotte –
una sera tra mille e la mia notte
è più profonda! S’agita laggiù
uno smorto groviglio che m’avviva
a stratti e mi fa eguale a quell’assorto
pescatore d’anguille dalla riva.
bagliore di catrame e di papaveri,
la subdola canzone che s’alzava
da masse di cordame, l’alte porte
rinchiuse su di te e risa di maschere
che fuggivano a frotte –
una sera tra mille e la mia notte
è più profonda! S’agita laggiù
uno smorto groviglio che m’avviva
a stratti e mi fa eguale a quell’assorto
pescatore d’anguille dalla riva.
Eugenio Montale
Sul lago d’orta
Le Muse stanno appollaiate
sulla balaustrata
appena un filo di brezza sull’acqua
c’è qualche albero illustre
la magnolia il cipresso l’ippocastano
la vecchia villa è scortecciata
da un vetro rotto vedo sofà ammuffiti
e un tavolo da ping-pong. Qui non viene nessuno
da molti anni. Un guardiano era previsto
19° ma si sa come vanno le previsioni.
E strana l’angoscia che si prova
in questa deserta proda sabbiosa erbosa
dove i salici piangono davvero
e ristagna indeciso tra vita e morte
un intermezzo senza pubblico. E
un’angoscia limbale sempre incerta
tra la catastrofe e l’apoteosi
di una rigogliosa decrepitudine.
Se il bandolo del puzzle più tormentoso
2° fosse più che un’ubbia
sarebbe strano trovarlo dove neppure un’anguilla
tenta di sopravvivere. Molti anni fa c’era qui
una famiglia inglese. Purtroppo manca il custode
ma forse quegli angeli (angli) non erano così pazzi
da essere custoditi.
sulla balaustrata
appena un filo di brezza sull’acqua
c’è qualche albero illustre
la magnolia il cipresso l’ippocastano
la vecchia villa è scortecciata
da un vetro rotto vedo sofà ammuffiti
e un tavolo da ping-pong. Qui non viene nessuno
da molti anni. Un guardiano era previsto
19° ma si sa come vanno le previsioni.
E strana l’angoscia che si prova
in questa deserta proda sabbiosa erbosa
dove i salici piangono davvero
e ristagna indeciso tra vita e morte
un intermezzo senza pubblico. E
un’angoscia limbale sempre incerta
tra la catastrofe e l’apoteosi
di una rigogliosa decrepitudine.
Se il bandolo del puzzle più tormentoso
2° fosse più che un’ubbia
sarebbe strano trovarlo dove neppure un’anguilla
tenta di sopravvivere. Molti anni fa c’era qui
una famiglia inglese. Purtroppo manca il custode
ma forse quegli angeli (angli) non erano così pazzi
da essere custoditi.
Eugenio Montale
Valmorbia, discorrevano il tuo fondo
Valmorbia, discorrevano il tuo fondo
fioriti nuvoli di piante agli àsoli.
Nasceva in noi, volti dal cieco caso,
oblio del mondo.
Tacevano gli spari, nel grembo solitario
non dava suono che il Leno roco.
Sbocciava un razzo su lo stelo, fioco
lacrimava nell’aria.
Le notti chiare erano tutte un’alba
e portavano volpi alla mia grotta.
Valmorbia, un nome – e ora nella scialba
memoria, terra dove non annotta.
fioriti nuvoli di piante agli àsoli.
Nasceva in noi, volti dal cieco caso,
oblio del mondo.
Tacevano gli spari, nel grembo solitario
non dava suono che il Leno roco.
Sbocciava un razzo su lo stelo, fioco
lacrimava nell’aria.
Le notti chiare erano tutte un’alba
e portavano volpi alla mia grotta.
Valmorbia, un nome – e ora nella scialba
memoria, terra dove non annotta.
Fausto Maria Martini
Elegia del «caffè-concerto »
Fausto, povero Fausto, solo solo!
stai rannicchiato come un usignuolo,
ma si vede che il tuo nido è di spine!
Che guardi? guardi agli ori, alle stelline
di quella ch’ora canta in palcoscenico ?
o guardi, forse, al tremolar dei seni,
dei seni tondi come doppia pesca ?
O speri ancora che sul fondo cresca
la luna gialla (che malinconia!)
la luna che da due ore s’avvia
pel cielo e ancora dietro il monte sta,
rassegnata nell’immobilità...
Sta il Vesuvio, dipinto, sopra il mare,
stanno le vele senza navigare,
Posillipo odoroso non odora,
e tutto è falso, e indarno, ecco, si sfiora
il ritornello d’una canzonetta,
poiché nessuna bella amante aspetta
quel canto, né dal sonno si ridesta:
«A Marechiaro ce sta ‘na fenesta!...»
Che pensi? il palcoscenico dipinto
è triste e gaio. Triste d’oro stinto,
gaio di fiori: e fiori e oro, come
son dentro la tua chiesa, dal bel nome,
Santa Prudenzia; e quella ch’ha la gonna
gemmata e canta è come la Madonna,
piena di stelle, piena di gioielli
col diadema sopra i suoi capelli...
Tu pensi, Fausto, che la cantatrice,
a chi sia dato udir quello che dice
quando non finge, e starle sempre accanto
per ritrovare in lei la via del pianto,
pensi che anch’ella, nel cuore, se cade
il velo, mostra le sue sette spade!
E come la Madonna! E tu verresti
vestire delle più succinte vesti
lei, ch’ora è quasi ignuda: un fior di carne
socchiuso e senza desiderio, farne
la rassegnata amante provinciale,
perché t’amasse, senza farti male!
E s’ella un giorno si risovvenisse
del breve palcoscenico, ove visse,
la condurresti (oh un poco di maretta!)
a navigare sopra una barchetta,
pel mare vero, a piè d’un monte vero,
sorgendo, ora, la luna per davvero...
E certo, a dissipar la nostalgia
di questa dolce tua malinconia,
che forse allora si trasmuterebbe
in un rimpianto, ella t’accennerebbe
triste e lieta, piegando un po’ la testa:
«A Marechiaro ce sta ‘na fenesta! »
stai rannicchiato come un usignuolo,
ma si vede che il tuo nido è di spine!
Che guardi? guardi agli ori, alle stelline
di quella ch’ora canta in palcoscenico ?
o guardi, forse, al tremolar dei seni,
dei seni tondi come doppia pesca ?
O speri ancora che sul fondo cresca
la luna gialla (che malinconia!)
la luna che da due ore s’avvia
pel cielo e ancora dietro il monte sta,
rassegnata nell’immobilità...
Sta il Vesuvio, dipinto, sopra il mare,
stanno le vele senza navigare,
Posillipo odoroso non odora,
e tutto è falso, e indarno, ecco, si sfiora
il ritornello d’una canzonetta,
poiché nessuna bella amante aspetta
quel canto, né dal sonno si ridesta:
«A Marechiaro ce sta ‘na fenesta!...»
Che pensi? il palcoscenico dipinto
è triste e gaio. Triste d’oro stinto,
gaio di fiori: e fiori e oro, come
son dentro la tua chiesa, dal bel nome,
Santa Prudenzia; e quella ch’ha la gonna
gemmata e canta è come la Madonna,
piena di stelle, piena di gioielli
col diadema sopra i suoi capelli...
Tu pensi, Fausto, che la cantatrice,
a chi sia dato udir quello che dice
quando non finge, e starle sempre accanto
per ritrovare in lei la via del pianto,
pensi che anch’ella, nel cuore, se cade
il velo, mostra le sue sette spade!
E come la Madonna! E tu verresti
vestire delle più succinte vesti
lei, ch’ora è quasi ignuda: un fior di carne
socchiuso e senza desiderio, farne
la rassegnata amante provinciale,
perché t’amasse, senza farti male!
E s’ella un giorno si risovvenisse
del breve palcoscenico, ove visse,
la condurresti (oh un poco di maretta!)
a navigare sopra una barchetta,
pel mare vero, a piè d’un monte vero,
sorgendo, ora, la luna per davvero...
E certo, a dissipar la nostalgia
di questa dolce tua malinconia,
che forse allora si trasmuterebbe
in un rimpianto, ella t’accennerebbe
triste e lieta, piegando un po’ la testa:
«A Marechiaro ce sta ‘na fenesta! »
Felice Piemontese
Bagatelles
*
In quel tempo, dissi, non si era ancora visto
il cielo oscurarsi e il bel tempo
sparire. Gli alberi
ancora non erano morti
soffocati, e le stelle
non erano state spente
***
perché la vita, dissi, non è questanoia
distillata in cui da sette eternità
si fa macerare la nostra anima.
Non è questa morsa infernale
in cui ammuffiscono le coscienze.
***
Sono quelli che trascorrono gran parte della loro vita
in automobile, dissi, e si spostano tutti insieme
durante i cosiddetti week-end, e muoiono in serie
sulle strade, ad ogni nuova epidemia,
per un’ondata di caldo o perché fa freddo,
per un errore per chi falsifica
i loro alimenti
*
fui preso da una sempre più buia
malinconia, e tutti si chiedevano perché,
ed è forse, pensai, il tempo che vola via
troppo velocemente (la sensazione
dello scorrere del tempo
è stata sempre per me assai viva, e da essa
sono stato attratto come altri
sono attratti dal vuoto
o dall’acqua)
In quel tempo, dissi, non si era ancora visto
il cielo oscurarsi e il bel tempo
sparire. Gli alberi
ancora non erano morti
soffocati, e le stelle
non erano state spente
***
perché la vita, dissi, non è questanoia
distillata in cui da sette eternità
si fa macerare la nostra anima.
Non è questa morsa infernale
in cui ammuffiscono le coscienze.
***
Sono quelli che trascorrono gran parte della loro vita
in automobile, dissi, e si spostano tutti insieme
durante i cosiddetti week-end, e muoiono in serie
sulle strade, ad ogni nuova epidemia,
per un’ondata di caldo o perché fa freddo,
per un errore per chi falsifica
i loro alimenti
*
fui preso da una sempre più buia
malinconia, e tutti si chiedevano perché,
ed è forse, pensai, il tempo che vola via
troppo velocemente (la sensazione
dello scorrere del tempo
è stata sempre per me assai viva, e da essa
sono stato attratto come altri
sono attratti dal vuoto
o dall’acqua)
Felice Piemontese
Eravamo soli
Eravamo soli, in quel piccolo cinema tutto rivestito
di velluto rosso (si chiamava “L’Epée
de bois”). Sami Frey (si può dire?) era sublime
nel suo sforzo di dire l’indicibile,
incurante dell’inevitabile fallimento. “Dove si va
quando si è morti? Non si va da nessuna parte,
razza di rincoglioniti, quando si è morti.
Si resta semplicemente dove si era. Si è
nello stesso tempo a Ceylon e in Cina,
dappertutto insomma, si resta là”.
Su questo si discute a lungo, poi si arriva
fino a place Monge, per trovare finalmente
un caffè ancora aperto. Tristes enfants perdus
nous errons dans la nuit...e i fuochi
sono tutti spenti
di velluto rosso (si chiamava “L’Epée
de bois”). Sami Frey (si può dire?) era sublime
nel suo sforzo di dire l’indicibile,
incurante dell’inevitabile fallimento. “Dove si va
quando si è morti? Non si va da nessuna parte,
razza di rincoglioniti, quando si è morti.
Si resta semplicemente dove si era. Si è
nello stesso tempo a Ceylon e in Cina,
dappertutto insomma, si resta là”.
Su questo si discute a lungo, poi si arriva
fino a place Monge, per trovare finalmente
un caffè ancora aperto. Tristes enfants perdus
nous errons dans la nuit...e i fuochi
sono tutti spenti
Felice Piemontese
Qui, dissi, (in rue
Qui, dissi (in rue de l’Estrapade),
si svolgeva il supplizio della corda
(inventato da un italiano). Il condannato,
con le mani legate dietro la schiena, veniva
issato su una forca da cui lo si faceva cadere
brutalmente. L’operazione era ripetuta più volte,
fino allo smembramento del corpo
e alla morte del condannato.
Questi supplizi erano riservati
ai disertori e ai ladri (raramente
ai poeti, che amano fare da sé).
Poco lontano, a uno dei due bistrot
di place de la Contrescarpe, i camerieri
si ricordano ancora di un vecchio irlandese silenzioso
e dal sorriso gentile, che si sedeva
a un tavolino a guardare i barboni accampati
nella piazza, aspettando qualcuno, sembrava (...).
si svolgeva il supplizio della corda
(inventato da un italiano). Il condannato,
con le mani legate dietro la schiena, veniva
issato su una forca da cui lo si faceva cadere
brutalmente. L’operazione era ripetuta più volte,
fino allo smembramento del corpo
e alla morte del condannato.
Questi supplizi erano riservati
ai disertori e ai ladri (raramente
ai poeti, che amano fare da sé).
Poco lontano, a uno dei due bistrot
di place de la Contrescarpe, i camerieri
si ricordano ancora di un vecchio irlandese silenzioso
e dal sorriso gentile, che si sedeva
a un tavolino a guardare i barboni accampati
nella piazza, aspettando qualcuno, sembrava (...).
Francesco Petrarca
Xhi
Quel rosignuol che sì soave piagne
forse suoi figli o sua cara consorte,
di dolcezza empie il cielo e le campagne,
con tante note sì pietose e scorte;
e tutta notte par che m’accompagne,
e mi rammente la mia dura sorte:
Or conosco io che mia fera ventura
vuol che vivendo e lagrimando impari
come nulla qua giù diletta e dura.
forse suoi figli o sua cara consorte,
di dolcezza empie il cielo e le campagne,
con tante note sì pietose e scorte;
e tutta notte par che m’accompagne,
e mi rammente la mia dura sorte:
Or conosco io che mia fera ventura
vuol che vivendo e lagrimando impari
come nulla qua giù diletta e dura.
Franco Fortini
Una sera di settembre
Una sera di settembre
quando le dure donne rauche?’ di capelli strinati
si addolcivano pronte nei borghi calcinati
e ai fonti la sabbia lavava le gavette tintinnanti
ho visto sotto la luna di rame
sulla strada viola di Lodi due operai, tre ragazze ballare
tra le bave d’inchiostro dei fosfori sull’asfalto
una sera di settembre
quando fu un urlo unico la paura e la gioia
quando ogni donna parlò ai militari
dispersi tra i filari delle vigne
e sulle città non c’era che il vino agro
dei canti e tutto era possibile
intorno al fuoco della radio pallido
e chi domani sarebbe morto sugli stradali
beveva alle ghise magre delle stazioni
o nella paglia abbracciato al fucile dormiva
quando l’estate inceneriva
da Ventimiglia a Salerno
e non c’era più nulla
ed eravamo liberi
di fuggire, di non sapere o piangere,
una sera di settembre.
From UNA VOLTA PER SEMPRE
quando le dure donne rauche?’ di capelli strinati
si addolcivano pronte nei borghi calcinati
e ai fonti la sabbia lavava le gavette tintinnanti
ho visto sotto la luna di rame
sulla strada viola di Lodi due operai, tre ragazze ballare
tra le bave d’inchiostro dei fosfori sull’asfalto
una sera di settembre
quando fu un urlo unico la paura e la gioia
quando ogni donna parlò ai militari
dispersi tra i filari delle vigne
e sulle città non c’era che il vino agro
dei canti e tutto era possibile
intorno al fuoco della radio pallido
e chi domani sarebbe morto sugli stradali
beveva alle ghise magre delle stazioni
o nella paglia abbracciato al fucile dormiva
quando l’estate inceneriva
da Ventimiglia a Salerno
e non c’era più nulla
ed eravamo liberi
di fuggire, di non sapere o piangere,
una sera di settembre.
From UNA VOLTA PER SEMPRE
Franco Loi
Aqua lessìva...
Aqua lessìva, aqua che nel tòrbed
ghe va de càndur el zìgn, ‘me se livràss,
te rìet dré i mè spall e, verdesina,
la pulver sfria di zéder, olt, squasi un sigà,
e l’àneda s’inbusca a la frascada
e mì, sò germanòtt, suspiri alà
tra ‘l sifulà, i smerg, quel spers di öcc
che la mia gura vurarìss ciamà...
Bej öcc virtûs, amur che la giuinessa
te pasma ai làver ‘me ‘n dulur de dàss,
«varda i cujùmber, varda ‘me lifrònen...»
e mì me vegn pavüra de vardàt,
me vegn medan quj ciasm che, ne l’inverna,
te fan murì pe ‘l troppo lüsùr che g’àn.
ghe va de càndur el zìgn, ‘me se livràss,
te rìet dré i mè spall e, verdesina,
la pulver sfria di zéder, olt, squasi un sigà,
e l’àneda s’inbusca a la frascada
e mì, sò germanòtt, suspiri alà
tra ‘l sifulà, i smerg, quel spers di öcc
che la mia gura vurarìss ciamà...
Bej öcc virtûs, amur che la giuinessa
te pasma ai làver ‘me ‘n dulur de dàss,
«varda i cujùmber, varda ‘me lifrònen...»
e mì me vegn pavüra de vardàt,
me vegn medan quj ciasm che, ne l’inverna,
te fan murì pe ‘l troppo lüsùr che g’àn.
Franco Loi
Diòspirus cachi sü büttér de nev
Diòspirus cachi sü büttér de nev,
‘me pomm d’aranz ch’un’aria de penser
vedra j a penzula al nevurasch di tecc,
e i pess durâ de Cina disen plàgass
nel tòrbed de la vasca presuné,
e ‘l Bobi, negher bòtul, can schifus
che lecca merda e va, cume quj orb
che passen ‘rent a tì cul frecc di mort,
e, de lifrun, la bissa scudelera
la cerca, nel raspà che fa la tèra,
i fiur del paradis, l’urtensia, i spûs,
che lìvren fâ d’argent al brüsch de l’üga
lungh a la müra inamurâ del sû,
e Meri, urizunt fâ de tristessa,
sciura di can, tusetta che del ciel
gelusa te sgarràvet la s’genada
di stell de sass süj cachi slünascent,
tì, Meri,
d’una serva sgravaggiada
passer de scund, vestina ch’aj cancell,
cuj öcc de sû, tra i glìcin la slisava,
e l’umbra del giardin pareva lé,
niascìn,
che dai ramas’g te s’inveggiava
trì méter fâ de nìul, culmègn penser,
la frunt che, nel sugnàss, la smentegava
i ciam, el rosc di fjö süj strâ de nev,
Meri di fiur,
maestra de bardassa,
arlìa d’amur, ch’al curr di desdòtt ann,
cuj tò silensi e la sapiensa ghiba,
d’un tumb, ansius murì, te ghé lassâ,
nüm fàtuv, nüm strigòzz, strafúj ‘me tì,
che sül catràm luntan d’una quaj strada
el ciel l’era un linsö de névur fint.
‘me pomm d’aranz ch’un’aria de penser
vedra j a penzula al nevurasch di tecc,
e i pess durâ de Cina disen plàgass
nel tòrbed de la vasca presuné,
e ‘l Bobi, negher bòtul, can schifus
che lecca merda e va, cume quj orb
che passen ‘rent a tì cul frecc di mort,
e, de lifrun, la bissa scudelera
la cerca, nel raspà che fa la tèra,
i fiur del paradis, l’urtensia, i spûs,
che lìvren fâ d’argent al brüsch de l’üga
lungh a la müra inamurâ del sû,
e Meri, urizunt fâ de tristessa,
sciura di can, tusetta che del ciel
gelusa te sgarràvet la s’genada
di stell de sass süj cachi slünascent,
tì, Meri,
d’una serva sgravaggiada
passer de scund, vestina ch’aj cancell,
cuj öcc de sû, tra i glìcin la slisava,
e l’umbra del giardin pareva lé,
niascìn,
che dai ramas’g te s’inveggiava
trì méter fâ de nìul, culmègn penser,
la frunt che, nel sugnàss, la smentegava
i ciam, el rosc di fjö süj strâ de nev,
Meri di fiur,
maestra de bardassa,
arlìa d’amur, ch’al curr di desdòtt ann,
cuj tò silensi e la sapiensa ghiba,
d’un tumb, ansius murì, te ghé lassâ,
nüm fàtuv, nüm strigòzz, strafúj ‘me tì,
che sül catràm luntan d’una quaj strada
el ciel l’era un linsö de névur fint.
Franco Loi
L’arlìa
A l’arba sùlfer, ai pàsser che fan festa,
l’è un rusià de névur malascént
che fòsfer, clori, arsenegh e remèsta
de Breda, de Nerviàn un firmament
t’infèscia sü Milan de malattia,
che sura i cupp schilìga me la gent
che per cità van umber d’un’arlìa.
Üslìtt, anema dulsa, anema spèrsa,
franfròtt ch’aj grund sajòcca e vula via,
m’avì strepâ dal cör na vus invèrsa
e chì, nel lècc, lassâ sta panarìsa,
sta büsa morta d’ustaria malversa...
Oh Làmber, Ròttul, mia stagiun sgalìsa,
cul Giüli galavrà e aj müt sgabèj
lappà di dì che vègn e par che bisa,
e un sû che fiapp ghe sbigna dai grappèj,
papà segùnd d’una foto antiga
e terz i ögg che pòden pü vedèj.
Arént al taul, cume vèssegh minga,
bev i bellèss de vün sto magatèj.
Oh cör, fiur de speransa, cör che giga,
a spàrt despettenent i mè cavèj
brev del bersò, el ramenghìn che pia,
bèl ciel che mai fenìss di mè fradèj.
Sangrütta i cupp dal piuvasch che spia,
la pèlgura a stravent la möv la frasca
e mì, la vida in ödi che me cria,
nel lècc me smangia pes’g d’una pücciàsca,
e sgagni i mè regòrd, güsti na ciappa
di baravàj ch’un dì me diran: asca!
l’è un rusià de névur malascént
che fòsfer, clori, arsenegh e remèsta
de Breda, de Nerviàn un firmament
t’infèscia sü Milan de malattia,
che sura i cupp schilìga me la gent
che per cità van umber d’un’arlìa.
Üslìtt, anema dulsa, anema spèrsa,
franfròtt ch’aj grund sajòcca e vula via,
m’avì strepâ dal cör na vus invèrsa
e chì, nel lècc, lassâ sta panarìsa,
sta büsa morta d’ustaria malversa...
Oh Làmber, Ròttul, mia stagiun sgalìsa,
cul Giüli galavrà e aj müt sgabèj
lappà di dì che vègn e par che bisa,
e un sû che fiapp ghe sbigna dai grappèj,
papà segùnd d’una foto antiga
e terz i ögg che pòden pü vedèj.
Arént al taul, cume vèssegh minga,
bev i bellèss de vün sto magatèj.
Oh cör, fiur de speransa, cör che giga,
a spàrt despettenent i mè cavèj
brev del bersò, el ramenghìn che pia,
bèl ciel che mai fenìss di mè fradèj.
Sangrütta i cupp dal piuvasch che spia,
la pèlgura a stravent la möv la frasca
e mì, la vida in ödi che me cria,
nel lècc me smangia pes’g d’una pücciàsca,
e sgagni i mè regòrd, güsti na ciappa
di baravàj ch’un dì me diran: asca!
Franco Loi
Mì smurtìn
G’û ‘ist marrun el bigul fà la gussa,
dal papagal cascàgh e macarà,
una matina al sû che s’incamina
da la fenestra i föj cascià e crudà,
e lü, che sul sulient a la tendina,
vardava i gent che passa m’insugnàss
e, sentâ giò nel lett, la man sladina
cercava l’aria cum’ a cercàss la man,
secca sül linsö la sifulina
l’era lì morta cunt i pé de can,
e j öcc che piang de pell j ghe quereva:
pasma, papà, che frecc, che mund luntan!
e la giuinessa sua, mì me pareva,
che sü la via del Munt l’andess transcian
cun mì gingin che avanti ghe curreva,
cume che curr legriùs el bèl di ann.
Quanta resun, quanta malincunia,
me mader che la passa, m’ i püciànn,
un strasc de talch sü quij garun che ghia,
e mì, mì canarin, mì ubbligâ
vedè ‘l dulur e lassà che ‘l pia.
Cattétter, taremot, linsö de man,
de man che tremen e strüppiâ se vela,
ch’ al venter me se ranfen cum’ i ragn.
Resun anca de tì, gran Diu che gela,
de tì che lì nel specc, cume fa i matt,
el mè reggiùr par nel cercàss cercàtt,
istèss di òmm che là in strada, a sera,
se disen van ai stèll che passarà.
Oh, sû de madunassa, gran prevost,
cun la tenàja te me strèppet l’anema,
mì püres, mì smurtìn,
per semper sopp.
dal papagal cascàgh e macarà,
una matina al sû che s’incamina
da la fenestra i föj cascià e crudà,
e lü, che sul sulient a la tendina,
vardava i gent che passa m’insugnàss
e, sentâ giò nel lett, la man sladina
cercava l’aria cum’ a cercàss la man,
secca sül linsö la sifulina
l’era lì morta cunt i pé de can,
e j öcc che piang de pell j ghe quereva:
pasma, papà, che frecc, che mund luntan!
e la giuinessa sua, mì me pareva,
che sü la via del Munt l’andess transcian
cun mì gingin che avanti ghe curreva,
cume che curr legriùs el bèl di ann.
Quanta resun, quanta malincunia,
me mader che la passa, m’ i püciànn,
un strasc de talch sü quij garun che ghia,
e mì, mì canarin, mì ubbligâ
vedè ‘l dulur e lassà che ‘l pia.
Cattétter, taremot, linsö de man,
de man che tremen e strüppiâ se vela,
ch’ al venter me se ranfen cum’ i ragn.
Resun anca de tì, gran Diu che gela,
de tì che lì nel specc, cume fa i matt,
el mè reggiùr par nel cercàss cercàtt,
istèss di òmm che là in strada, a sera,
se disen van ai stèll che passarà.
Oh, sû de madunassa, gran prevost,
cun la tenàja te me strèppet l’anema,
mì püres, mì smurtìn,
per semper sopp.