Poesie di questo tema
Sogni e immaginazione
Giorgio Barberi Squarotti
Se fosse vero
E se tutto, invece, fosse vero:
torri, vele, le case bianche, i promontori
con i colori delle lontananze
diverse, la ragazza seduta, nuda, a contemplare
il quieto viola delle acque:
quale disfatta, allora, irrimediabile;
tutto un errore senza senso, e peggio
che sepolto il talento nella sabbia,
anzi speso da folle per avere
non più che un lieve fruscio di fogli aridi
che come può udirsi, se ora, scossi
i capelli d’aria intorno al capo,
la ragazza si è sommessamente
messa a parlare.
torri, vele, le case bianche, i promontori
con i colori delle lontananze
diverse, la ragazza seduta, nuda, a contemplare
il quieto viola delle acque:
quale disfatta, allora, irrimediabile;
tutto un errore senza senso, e peggio
che sepolto il talento nella sabbia,
anzi speso da folle per avere
non più che un lieve fruscio di fogli aridi
che come può udirsi, se ora, scossi
i capelli d’aria intorno al capo,
la ragazza si è sommessamente
messa a parlare.
Giovanni Pascoli
Alexandros
Giungemmo: è il Fine. O sacro Araldo, squilla!
Non altra terra se non là, nell’aria,
quella che in mezzo del brocchier vi brilla,
o Pezetèri; errante e solitaria
terra inaccessa. Dall’ultima sponda
vedete là, mistofori di Caria,
l’ultimo fiume Oceano senz’onda.
O venuti dall’Haemo e dal Carmelo,
ecco, la terra sfuma e si profonda
dentro la notte fulgida del cielo. II
Fiumane che passai! voi la foresta
immota nella chiara acqua portate,
portate il cupo mormorio, che resta.
Montagne che varcai! dopo varcate,
sì grande spazio di su voi non pare,
che maggior prima non lo invidiate.
Azzurri, come il cielo, come il mare,
o monti! o fiumi! era miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare;
il sogno è l’infinita ombra del Vero.
MM
Oh! più felice, quanto più cammino
nvera d’innanzi; quanto più cimenti,
quanto più dubbi, quanto più destino!
Ad Isso! quando divampava ai venti
notturno il campo, con le mille schiere,
e i carri oscuri e gl’infiniti armenti.
A Pella! quando nelle lunghe sere
inseguivamo, o mio Capo di Toro,
il sole; il sole che tra selve nere
sempre più lungi, ardea come un tesoro.
Non altra terra se non là, nell’aria,
quella che in mezzo del brocchier vi brilla,
o Pezetèri; errante e solitaria
terra inaccessa. Dall’ultima sponda
vedete là, mistofori di Caria,
l’ultimo fiume Oceano senz’onda.
O venuti dall’Haemo e dal Carmelo,
ecco, la terra sfuma e si profonda
dentro la notte fulgida del cielo. II
Fiumane che passai! voi la foresta
immota nella chiara acqua portate,
portate il cupo mormorio, che resta.
Montagne che varcai! dopo varcate,
sì grande spazio di su voi non pare,
che maggior prima non lo invidiate.
Azzurri, come il cielo, come il mare,
o monti! o fiumi! era miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare;
il sogno è l’infinita ombra del Vero.
MM
Oh! più felice, quanto più cammino
nvera d’innanzi; quanto più cimenti,
quanto più dubbi, quanto più destino!
Ad Isso! quando divampava ai venti
notturno il campo, con le mille schiere,
e i carri oscuri e gl’infiniti armenti.
A Pella! quando nelle lunghe sere
inseguivamo, o mio Capo di Toro,
il sole; il sole che tra selve nere
sempre più lungi, ardea come un tesoro.
Giovanni Prati
Incantesimo
La maga entro la rena
girò, cantando, l’orma :
con frasca di vermena
m’ha tócco in sull’occipite
ed io mi veggio appena in questa forma.
Si picciolo mi fei
per arte della maga,
che in veritá potrei
nuotar sopra diáfane
ale di scarabei per l’aura vaga.
O fili d’erba, io provo
un’allegria superba
d’essere altrui si novo,
si strano a me. Deh! fatemi,
fatemi un po’ di covo, o fili d’erba.
Minuscola formica
o ruchetta d’argento
sará mia dolce amica
nell’odoroso e picciolo
nido che il sol nutrica e sfiora il vento.
E della curva luna
al freddo raggio, quando
nella selvetta bruna
le mille frasche armoniche
si vanno ad una ad una addormentando;
e dentro gli arboscelli
si smorza la confusa
canzon de’ filinguelli,
e sotto i muschi e l’eriche
l’anima dei ruscelli in sonno è chiusa;
noi, cinta in bianca vesta,
la piccioletta fata
vedrem dalla foresta
venir nei verdi ombracoli,
di bianchi fior la testa incoronata.
E dormirem congiunti
sotto l’erbetta molle;
mentre alla luna i punti
toglie l’attento astrologo,
e danzano i defunti in cima al colle.
I magi d’Asia han detto
che, quanto il corpo è meno,
piú vasto è l’intelletto,
e il mondo degli spiriti
gli raggia piú perfetto e piú sereno.
Infatti, io sento Tonde
cantar di lá dal mare,
odo stormir le fronde
di lá dal bosco; e un transito
d’anime vagabonde il ciel mi pare
Da un calamo di veccia
qua un satirin germoglia,
da un pruno, a mo’ di freccia,
lá sbalza un’amadriade:
è in parto ogni corteccia ed ogni foglia.
Lampane graziose
giran la verde stanza;
e, strani amanti e spose,
i gnomi e le mandragore
coi gigli e con le rose escono in danza.
Del mondo ameno o tetro
coni’è che ai sensi tardi
mi piove il raggio e il metro?
e né cornetta acustica
mi soccorre né vetro orecchi e sguardi?
Com’è che le mie colpe
non anco alTolmo e al pino
latra la iniqua volpe?
né il truculento mártoro
mi succhiella le polpe a mattutino?
Sono un granel di pepe
non visto: ecco il mistero.
L’erba sul crin mi repe,
ed è minor che lucciola
nell’ombra d’una siepe il mio pensiero.
O fata bianca, come
un nevicato ramo,
dagli occhi e dalle chiome
piú bruni della tenebra,
e dal soave nome in ch’io ti chiamo;
o Azzarelina, in pegno
dell’amor mio, ricevi
questo morente ingegno,
tu che puoi far continovi
nel tuo magico regno i miei di brevi.
L’erbetta, ov’io m’ascondo,
so ch’è incantata anch’ella;
né vampa o furibondo
refolo o gel mortifica
lo smeraldo giocondo in ch’è si bella.
So che, d’amor rapita,
in un perpetuo ballo
mi puoi mutar la vita
o su fra gli astri, o in nitide
case di margherita e di corallo.
Sien acque, o stelle, o venti,
dove abitar degg’io,
per primo don m’assenti
il bacio tuo; per ultimo,
dei rissosi viventi il pieno oblio.
Ascolta, Azzarelina:
la scienza è dolore,
la speranza è ruina,
la gloria è roseo nugolo,
la bellezza è divina ombra d’un fiore.
Cosí la vita è un forte
licor ch’ebbri ci rende,
un sonno alto è la morte;
e il mondo un gran fantasima
che danza con la Sorte e il fine attende.
Vieni ed amiam. L’aurora
non spunta ancor; gli steli
ancor son curvi; ancora
il focherei di Venere
malinconico infiora i glauchi cieli.
Vieni ed amiam. Chi vive,
naturalmente guada
alle tenarie rive:
ma chi è prigion nel circolo,
che la tua man descrive, a ciò non bada.
girò, cantando, l’orma :
con frasca di vermena
m’ha tócco in sull’occipite
ed io mi veggio appena in questa forma.
Si picciolo mi fei
per arte della maga,
che in veritá potrei
nuotar sopra diáfane
ale di scarabei per l’aura vaga.
O fili d’erba, io provo
un’allegria superba
d’essere altrui si novo,
si strano a me. Deh! fatemi,
fatemi un po’ di covo, o fili d’erba.
Minuscola formica
o ruchetta d’argento
sará mia dolce amica
nell’odoroso e picciolo
nido che il sol nutrica e sfiora il vento.
E della curva luna
al freddo raggio, quando
nella selvetta bruna
le mille frasche armoniche
si vanno ad una ad una addormentando;
e dentro gli arboscelli
si smorza la confusa
canzon de’ filinguelli,
e sotto i muschi e l’eriche
l’anima dei ruscelli in sonno è chiusa;
noi, cinta in bianca vesta,
la piccioletta fata
vedrem dalla foresta
venir nei verdi ombracoli,
di bianchi fior la testa incoronata.
E dormirem congiunti
sotto l’erbetta molle;
mentre alla luna i punti
toglie l’attento astrologo,
e danzano i defunti in cima al colle.
I magi d’Asia han detto
che, quanto il corpo è meno,
piú vasto è l’intelletto,
e il mondo degli spiriti
gli raggia piú perfetto e piú sereno.
Infatti, io sento Tonde
cantar di lá dal mare,
odo stormir le fronde
di lá dal bosco; e un transito
d’anime vagabonde il ciel mi pare
Da un calamo di veccia
qua un satirin germoglia,
da un pruno, a mo’ di freccia,
lá sbalza un’amadriade:
è in parto ogni corteccia ed ogni foglia.
Lampane graziose
giran la verde stanza;
e, strani amanti e spose,
i gnomi e le mandragore
coi gigli e con le rose escono in danza.
Del mondo ameno o tetro
coni’è che ai sensi tardi
mi piove il raggio e il metro?
e né cornetta acustica
mi soccorre né vetro orecchi e sguardi?
Com’è che le mie colpe
non anco alTolmo e al pino
latra la iniqua volpe?
né il truculento mártoro
mi succhiella le polpe a mattutino?
Sono un granel di pepe
non visto: ecco il mistero.
L’erba sul crin mi repe,
ed è minor che lucciola
nell’ombra d’una siepe il mio pensiero.
O fata bianca, come
un nevicato ramo,
dagli occhi e dalle chiome
piú bruni della tenebra,
e dal soave nome in ch’io ti chiamo;
o Azzarelina, in pegno
dell’amor mio, ricevi
questo morente ingegno,
tu che puoi far continovi
nel tuo magico regno i miei di brevi.
L’erbetta, ov’io m’ascondo,
so ch’è incantata anch’ella;
né vampa o furibondo
refolo o gel mortifica
lo smeraldo giocondo in ch’è si bella.
So che, d’amor rapita,
in un perpetuo ballo
mi puoi mutar la vita
o su fra gli astri, o in nitide
case di margherita e di corallo.
Sien acque, o stelle, o venti,
dove abitar degg’io,
per primo don m’assenti
il bacio tuo; per ultimo,
dei rissosi viventi il pieno oblio.
Ascolta, Azzarelina:
la scienza è dolore,
la speranza è ruina,
la gloria è roseo nugolo,
la bellezza è divina ombra d’un fiore.
Cosí la vita è un forte
licor ch’ebbri ci rende,
un sonno alto è la morte;
e il mondo un gran fantasima
che danza con la Sorte e il fine attende.
Vieni ed amiam. L’aurora
non spunta ancor; gli steli
ancor son curvi; ancora
il focherei di Venere
malinconico infiora i glauchi cieli.
Vieni ed amiam. Chi vive,
naturalmente guada
alle tenarie rive:
ma chi è prigion nel circolo,
che la tua man descrive, a ciò non bada.
Giovanni Raboni
Tanto difficile da immaginare
Tanto difficile da immaginare
davvero, il Paradiso? Ma se basta
chiudere gli occhi per vederlo, sta
lì dietro, dietro le palpebre, pare
che aspetti noi, noi e nessun altro, festa
mattutina, gloria crepuscolare
sulla città invulnerata, sul mare
di prima della diaspora — e si desta
allora, non la senti? una lontana
voce, lontana e più vicina come
se non l’orecchio che vibrasse ma
un altro labirinto, una membrana
segreta, tesa nel buio a metà
fra il niente e il cuore, fra 1] silenzio e il nome...
davvero, il Paradiso? Ma se basta
chiudere gli occhi per vederlo, sta
lì dietro, dietro le palpebre, pare
che aspetti noi, noi e nessun altro, festa
mattutina, gloria crepuscolare
sulla città invulnerata, sul mare
di prima della diaspora — e si desta
allora, non la senti? una lontana
voce, lontana e più vicina come
se non l’orecchio che vibrasse ma
un altro labirinto, una membrana
segreta, tesa nel buio a metà
fra il niente e il cuore, fra 1] silenzio e il nome...
Giulia Niccolai
Dai Novissimi, 1
Così desunto:
creature che non vogliono crescere
nei crateri lunari.
In un mondo di terra e di acqua, incesto
racchiuso nel corpo che nuota.
(L’impresa dell’unione
o della disunione: l’armonia siderale.)
La descrizione di un paesaggio
mentale, l’unità del desiderio
di esaltare gli opposti.
creature che non vogliono crescere
nei crateri lunari.
In un mondo di terra e di acqua, incesto
racchiuso nel corpo che nuota.
(L’impresa dell’unione
o della disunione: l’armonia siderale.)
La descrizione di un paesaggio
mentale, l’unità del desiderio
di esaltare gli opposti.
Giuliano Gramigna
Poesia provvisoria
Uno si domanda: Non l’ho scritta io
quella bella poesia che comincia
“La farfalla rade” o - l’ho soltanto sognato
di scriverla? Fra i fogli non trova
le parole così giuste tonde la frase legata
in una monda serenità.
Può accadere. Ma era così lucido
quel sogno di sognare scrittura
che ne resta una traccia
un vapore rappreso di jet o luna.
Questa cosa immatura o smarrita
come occupa la mente! e come 1] suo carco
ci ritarda... Ma chi ha spedito la parola
da tanto lontano quasi fosse una lettera
senza ironia in allegria dall’ Arco di Trionfo
per annunciare: massì è stata scritta
proprio da Un Te...
Da CORO
quella bella poesia che comincia
“La farfalla rade” o - l’ho soltanto sognato
di scriverla? Fra i fogli non trova
le parole così giuste tonde la frase legata
in una monda serenità.
Può accadere. Ma era così lucido
quel sogno di sognare scrittura
che ne resta una traccia
un vapore rappreso di jet o luna.
Questa cosa immatura o smarrita
come occupa la mente! e come 1] suo carco
ci ritarda... Ma chi ha spedito la parola
da tanto lontano quasi fosse una lettera
senza ironia in allegria dall’ Arco di Trionfo
per annunciare: massì è stata scritta
proprio da Un Te...
Da CORO
Giuseppe Ungaretti
I giocatori
Giù nella grotta dei martiri
ch’era taverna
di veterani
i crocifissi brillano
su pozze di sangue;
e lì presso
si giuoca a carte stregate.
Su una carta piange Maria
il Figlio straziato,
su un’altra Venere i languidi
occhi schiude e si pettina
gli aurati capelli sul mare
che muta colore.
Sui sacramenti gli uni,
sugli elementi gli altri
puntano, Fuoco e Terra
gittano sul tavoliere;
poi mischiano i grandi tarocchi
e quando si fissano
nel giuoco difficile e scuro
li vedono trasparire
in boschi lontani
e mari appena nati.
Da mila anni son lì che giuocano
senza cibo nè sonno, sotto il fiume
dei secoli in alto scroscianti.
Sui loro capi la città
s’è fatta moderna e rintrona
fin là sotto ai convogli
che passano i ponti; e trema
l’incanto. Se uscissero
adesso per la scaletta nel traffico
della strada coi lumi
accesi di giorno
sotto questo cielo che sta per piovere,
guizzerebbero fatui
sopra i duomi e le nuvole
alle risse dell’uragano.
ch’era taverna
di veterani
i crocifissi brillano
su pozze di sangue;
e lì presso
si giuoca a carte stregate.
Su una carta piange Maria
il Figlio straziato,
su un’altra Venere i languidi
occhi schiude e si pettina
gli aurati capelli sul mare
che muta colore.
Sui sacramenti gli uni,
sugli elementi gli altri
puntano, Fuoco e Terra
gittano sul tavoliere;
poi mischiano i grandi tarocchi
e quando si fissano
nel giuoco difficile e scuro
li vedono trasparire
in boschi lontani
e mari appena nati.
Da mila anni son lì che giuocano
senza cibo nè sonno, sotto il fiume
dei secoli in alto scroscianti.
Sui loro capi la città
s’è fatta moderna e rintrona
fin là sotto ai convogli
che passano i ponti; e trema
l’incanto. Se uscissero
adesso per la scaletta nel traffico
della strada coi lumi
accesi di giorno
sotto questo cielo che sta per piovere,
guizzerebbero fatui
sopra i duomi e le nuvole
alle risse dell’uragano.
Giuseppe Ungaretti
L’isola
A una proda ove sera era perenne
Di anziane selve assorte, scese,
E s’inoltrò
E lo richiamò rumore di penne
Ch’erasi sciolto dallo stridulo
Batticuore dell’acqua torrida,
E una larva (languiva
E rifioriva) vide;
Ritornato a salire vide
Ch’era una ninfa e dormiva
Ritta abbracciata a un olmo.
In sé da simulacro a fiamma vera
Errando, giunse a un prato ove
L’ombra negli occhi s’addensava
Delle vergini come
Sera appiè degli ulivi;
Distillavano i rami
Una pioggia pigra di dardi,
Qua pecore s’erano appisolate
Sotto il liscio tepore,
Altre brucavano
La coltre luminosa;
Le mani del pastore erano un vetro
Levigato da fioca febbre.
Di anziane selve assorte, scese,
E s’inoltrò
E lo richiamò rumore di penne
Ch’erasi sciolto dallo stridulo
Batticuore dell’acqua torrida,
E una larva (languiva
E rifioriva) vide;
Ritornato a salire vide
Ch’era una ninfa e dormiva
Ritta abbracciata a un olmo.
In sé da simulacro a fiamma vera
Errando, giunse a un prato ove
L’ombra negli occhi s’addensava
Delle vergini come
Sera appiè degli ulivi;
Distillavano i rami
Una pioggia pigra di dardi,
Qua pecore s’erano appisolate
Sotto il liscio tepore,
Altre brucavano
La coltre luminosa;
Le mani del pastore erano un vetro
Levigato da fioca febbre.
Guido Gozzano
Ma bella più di tutte l’Isola Non-Trovata
Ma bella più di tutte l’Isola Non-Trovata:
quella che il Re di Spagna s’ebbe da suo cugino
il Re di Portogallo con firma suggellata
e bulla del Pontefice in gotico latino.
L’Infante fece vela pel regno favoloso,
vide le Fortunate: Iunonia, Gorgo, Hera
e il Mare di Sargasso e il Mare Tenebroso
quell’isola cercando. .
. Ma l’isola non c’era.
Invano le galee panciute a vele tonde,
le caravelle invano armarono la prora:
IO
con pace del Pontefice l’isola si nasconde,
La segnano le carte antiche dei corsari:
quella che il Re di Spagna s’ebbe da suo cugino
il Re di Portogallo con firma suggellata
e bulla del Pontefice in gotico latino.
L’Infante fece vela pel regno favoloso,
vide le Fortunate: Iunonia, Gorgo, Hera
e il Mare di Sargasso e il Mare Tenebroso
quell’isola cercando. .
. Ma l’isola non c’era.
Invano le galee panciute a vele tonde,
le caravelle invano armarono la prora:
IO
con pace del Pontefice l’isola si nasconde,
La segnano le carte antiche dei corsari:
Leonardo Sinisgalli
Faceva piena nei canali
Faceva piena nei canali
la sera fiorita di eriche
e cresceva fino a toccarti il piede.
Chiamavi l’ultima luce
” all’inganno della fonte e la rondine,
il petto molle dei primi
voli sugli orzi, ti garriva
nelle vesti.
la sera fiorita di eriche
e cresceva fino a toccarti il piede.
Chiamavi l’ultima luce
” all’inganno della fonte e la rondine,
il petto molle dei primi
voli sugli orzi, ti garriva
nelle vesti.
Luciano Erba
Dal dottor K.
Si sciolga si stenda si rilassi
e associ le immagini del sogno
il sottogola dei preti
la pancia dei tonni
le prugne
le prugne bianche di Boemia
associ! è difficile
ce blanc si tendre de plâtre
sous un ciel de vent d’ouest
sali par les cheminées d’hiver
associ! dopo il viadotto cominciammo a salire
tra due siepi di rovi
associ! salivo scale verniciate di fresco
di case ricominciate
strappavo grumi di minio alle ringhiere
associ, associ! ma ritorna il tonno!
associ si sciolga si rilassi
salivo scale amare sopra il mare
K. seduto come Napoleone
decide
salire scale è come (Adler) amare.
e associ le immagini del sogno
il sottogola dei preti
la pancia dei tonni
le prugne
le prugne bianche di Boemia
associ! è difficile
ce blanc si tendre de plâtre
sous un ciel de vent d’ouest
sali par les cheminées d’hiver
associ! dopo il viadotto cominciammo a salire
tra due siepi di rovi
associ! salivo scale verniciate di fresco
di case ricominciate
strappavo grumi di minio alle ringhiere
associ, associ! ma ritorna il tonno!
associ si sciolga si rilassi
salivo scale amare sopra il mare
K. seduto come Napoleone
decide
salire scale è come (Adler) amare.
Mario Luzi
Ménage
La rivedo ora non più sola, diversa,
nella stanza più interna della casa,
nella luce unita, senza colore né tempo, filtrata dalle tende,
con le gambe tirate sul divano, accoccolata
accanto al giradischi tenuto basso.
«Non in questa vita, in un’altra» folgora il suo sguardo gioioso
eppure più evasivo e come offeso
dalla presenza dell’uomo che la limita e la schiaccia.
«Non in questa vita, in un’altra» le leggo bene in fondo alle
[pupille.
È donna non solo da pensarlo, da esserne fieramente certa.
E non è questa l’ultima sua grazia
in un tempo come il nostro che pure non le è estraneo né avverso.
«Conosci mio marito, mi sembra» e lui sciorina un sorriso
[importunato,
pronto quanto fuggevole, quasi voglia scrollarsela di dosso
e ricacciarla indietro, di là da una parete di nebbia e d’anni;
e mentre mi s’accosta ha l’aria di chi viene
da solo a solo, tra uomini, al dunque.
«C’è qualcosa da cavare dai sogni?» mi chiede fissando su di me
[i suoi occhi vuoti
e bianchi, non so se di seviziatore, in qualche villa triste, o di guru.
«Qualcosa di che genere?» e guardo lei che raggia tenerezza
verso di me dal biondo del suo sguardo fluido e arguto
e un poco mi compiange, credo, d’essere sotto quelle grinfie.
«I sogni di un’anima matura ad accogliere il divino
sono sogni che fanno luce; ma a un livello più basso
sono indegni, espressione dell’animale e basta» aggiunge
e punta i suoi occhi impenetrabili che non so se guardano e dove.
Ancora non intendo se m’interroga
o continua per conto suo un discorso senza origine né fine
e neppure se parla con orgoglio
o qualcosa buio e inconsolabile gli piange dentro.
«Ma perché parlare di sogni» penso
e cerco per la mia mente un nido
in lei che è qui, presente in questo attimo del mondo.
«E lei non sta facendo un sogno?» riprende mentre sale dalla
[strada
un grido di bambini, vitreo, che agghiaccia il sangue.
«Forse, il confine tra il reale e il sogno...» mormoro
e ascolto la punta di zaffiro
negli ultimi solchi senza note e lo scatto.
«Non in questa vita, in un’altra» esulta più che mai
sgorgando una luce insostenibile
lo sguardo di lei fiera che ostenta altri pensieri
dall’uomo di cui porta, e forse li desidera, le carezze e il giogo.
nella stanza più interna della casa,
nella luce unita, senza colore né tempo, filtrata dalle tende,
con le gambe tirate sul divano, accoccolata
accanto al giradischi tenuto basso.
«Non in questa vita, in un’altra» folgora il suo sguardo gioioso
eppure più evasivo e come offeso
dalla presenza dell’uomo che la limita e la schiaccia.
«Non in questa vita, in un’altra» le leggo bene in fondo alle
[pupille.
È donna non solo da pensarlo, da esserne fieramente certa.
E non è questa l’ultima sua grazia
in un tempo come il nostro che pure non le è estraneo né avverso.
«Conosci mio marito, mi sembra» e lui sciorina un sorriso
[importunato,
pronto quanto fuggevole, quasi voglia scrollarsela di dosso
e ricacciarla indietro, di là da una parete di nebbia e d’anni;
e mentre mi s’accosta ha l’aria di chi viene
da solo a solo, tra uomini, al dunque.
«C’è qualcosa da cavare dai sogni?» mi chiede fissando su di me
[i suoi occhi vuoti
e bianchi, non so se di seviziatore, in qualche villa triste, o di guru.
«Qualcosa di che genere?» e guardo lei che raggia tenerezza
verso di me dal biondo del suo sguardo fluido e arguto
e un poco mi compiange, credo, d’essere sotto quelle grinfie.
«I sogni di un’anima matura ad accogliere il divino
sono sogni che fanno luce; ma a un livello più basso
sono indegni, espressione dell’animale e basta» aggiunge
e punta i suoi occhi impenetrabili che non so se guardano e dove.
Ancora non intendo se m’interroga
o continua per conto suo un discorso senza origine né fine
e neppure se parla con orgoglio
o qualcosa buio e inconsolabile gli piange dentro.
«Ma perché parlare di sogni» penso
e cerco per la mia mente un nido
in lei che è qui, presente in questo attimo del mondo.
«E lei non sta facendo un sogno?» riprende mentre sale dalla
[strada
un grido di bambini, vitreo, che agghiaccia il sangue.
«Forse, il confine tra il reale e il sogno...» mormoro
e ascolto la punta di zaffiro
negli ultimi solchi senza note e lo scatto.
«Non in questa vita, in un’altra» esulta più che mai
sgorgando una luce insostenibile
lo sguardo di lei fiera che ostenta altri pensieri
dall’uomo di cui porta, e forse li desidera, le carezze e il giogo.
Massimo Bontempelli
Prigioni, 1.
Un lucernario nell’alto taglia un quadrato di cielo.
Stridi di rondini neri nei mattini passano
si sgombra la scenacanta l’azzurro –
passano aquile grandi grandi con le ali
tra le trombe dorate del sole alto –
angeli a stormi al tramonto appaiono fuggono
candidi profilati di bagliori rosei –
nel prato delle stelle che sventolano veli
scivolano sciami lunghi d’animescompaiono.
A notte fonda si spengono tutte le stelle
nulla si muove sulla scena nera –
tutti i pensieri profondi degli uomini s’addensano
nell’immenso quadrato del cielo
sfumava la cornice nel nero dell’infinità
cadono le pareti e la prigione è scomparsa –
tutti i canti gravi e acuti del mondo
accolgono l’anima libera signora.
Stridi di rondini neri nei mattini passano
si sgombra la scenacanta l’azzurro –
passano aquile grandi grandi con le ali
tra le trombe dorate del sole alto –
angeli a stormi al tramonto appaiono fuggono
candidi profilati di bagliori rosei –
nel prato delle stelle che sventolano veli
scivolano sciami lunghi d’animescompaiono.
A notte fonda si spengono tutte le stelle
nulla si muove sulla scena nera –
tutti i pensieri profondi degli uomini s’addensano
nell’immenso quadrato del cielo
sfumava la cornice nel nero dell’infinità
cadono le pareti e la prigione è scomparsa –
tutti i canti gravi e acuti del mondo
accolgono l’anima libera signora.
Piero Bigongiari
Visione
Colei che solo entro te stesso vedi
è la Visione che ti parla, lei
che dalla sua dimora invisibile
ti chiede di aiutarla in ciò che vedi,
" se la Visione non vede se stessa.
E attorno a lei la necessaria ressa
delle anime, e ognuna si confessa
all’altra. La Visione è la stessa,
identici ad essa gli avvistati
1° che alfine riconoscono il perché,
la ragione per cui sono nati. 5 febbraio 1995].
è la Visione che ti parla, lei
che dalla sua dimora invisibile
ti chiede di aiutarla in ciò che vedi,
" se la Visione non vede se stessa.
E attorno a lei la necessaria ressa
delle anime, e ognuna si confessa
all’altra. La Visione è la stessa,
identici ad essa gli avvistati
1° che alfine riconoscono il perché,
la ragione per cui sono nati. 5 febbraio 1995].
Pietro Metastasio
Il sogno
Pur nel sonno almen talora
vien colei, che m’innamora,
le mie pene a consolar.
Rendi amor, se giusto sei,
più veraci i sogni miei,
o non farmi risvegliar.
Di solitaria fonte
sul margo assiso al primo albore, o Fille,
sognai d’esser con te. Sognai, ma in guisa
che sognar non credei. Garrir gli augelli,
frangersi l’acque, e susurrar le foglie
pareami udir. De’ tuoi begli occhi al lume,
come suol per costume,
fra’ suoi palpiti usati era il cor mio.
Sol nel vederti, oh Dio!
Pietosa a me, qual non ti vidi mai,
di sognar qualche volta io dubitai.
Quai voci udii! Che dolci nomi ottenni,
cara, da’ labbri tuoi! Quali in quei molli
tremuli rai teneri sensi io lessi!
Ah se mirar potessi,
quanto splendan più belle
fra i lampi di pietà le tue pupille,
mai più crudel non mi saresti, o Fille.
Qual io divenni allora,
quel che allora io pensai, ciò che allor dissi,
ridir non so. So che sul vivo latte
della tua mano io mille baci impressi;
tu d’un vago rossor tingesti il volto.
Quando improvviso ascolto
d’un cespuglio vicin scuoter le fronde:
mi volgo, e mezzo ascoso
scopro il rivai Fileno,
che d’invido veleno
livido in faccia i furti miei rimira.
Fra la sorpresa, e l’ira
avvampai, mi riscossi in un momento,
e fu breve anche in sogno il mio contento.
Partì con l’ombra, è ver,
l’inganno, ed il piacer;
ma la mia fiamma, oh Dio!
idolo del cor mio,
con l’ombra non partì.
Se mai per un momento
sognando io son felice,
poi cresce il mio tormento,
quando ritorna il dì.
vien colei, che m’innamora,
le mie pene a consolar.
Rendi amor, se giusto sei,
più veraci i sogni miei,
o non farmi risvegliar.
Di solitaria fonte
sul margo assiso al primo albore, o Fille,
sognai d’esser con te. Sognai, ma in guisa
che sognar non credei. Garrir gli augelli,
frangersi l’acque, e susurrar le foglie
pareami udir. De’ tuoi begli occhi al lume,
come suol per costume,
fra’ suoi palpiti usati era il cor mio.
Sol nel vederti, oh Dio!
Pietosa a me, qual non ti vidi mai,
di sognar qualche volta io dubitai.
Quai voci udii! Che dolci nomi ottenni,
cara, da’ labbri tuoi! Quali in quei molli
tremuli rai teneri sensi io lessi!
Ah se mirar potessi,
quanto splendan più belle
fra i lampi di pietà le tue pupille,
mai più crudel non mi saresti, o Fille.
Qual io divenni allora,
quel che allora io pensai, ciò che allor dissi,
ridir non so. So che sul vivo latte
della tua mano io mille baci impressi;
tu d’un vago rossor tingesti il volto.
Quando improvviso ascolto
d’un cespuglio vicin scuoter le fronde:
mi volgo, e mezzo ascoso
scopro il rivai Fileno,
che d’invido veleno
livido in faccia i furti miei rimira.
Fra la sorpresa, e l’ira
avvampai, mi riscossi in un momento,
e fu breve anche in sogno il mio contento.
Partì con l’ombra, è ver,
l’inganno, ed il piacer;
ma la mia fiamma, oh Dio!
idolo del cor mio,
con l’ombra non partì.
Se mai per un momento
sognando io son felice,
poi cresce il mio tormento,
quando ritorna il dì.
Sandro Penna
Io vivere vorrei addormentato
Io vivere vorrei addormentato
entro il dolce rumore della vita.
entro il dolce rumore della vita.
Sergio Solmi
L’ultimo angelo
Di notte,
sulla prim’alba, ad diluculum, al sole
di mezzogiorno, al crepuscolo, ad occhi
aperti, ad occhi socchiusi, in sogno
o in veglia, Angelo biondo, Angelo bianco,
ti parlo, ti straparlo, la faccia
nascondo fra le tue ginocchia, che avvinghio
perdutamente.
Di notte,
quando l’ultimo sole non è
più che un barlume, le stelle
una per una si accendono, tu scendi, e al riparo
delle tue grandi ali di tenebra, in avanti
ripiegate, sul tuo grembo reclino
il capo, o tu il più dolce, il più soave degli Angeli,
Angelo Nero.
sulla prim’alba, ad diluculum, al sole
di mezzogiorno, al crepuscolo, ad occhi
aperti, ad occhi socchiusi, in sogno
o in veglia, Angelo biondo, Angelo bianco,
ti parlo, ti straparlo, la faccia
nascondo fra le tue ginocchia, che avvinghio
perdutamente.
Di notte,
quando l’ultimo sole non è
più che un barlume, le stelle
una per una si accendono, tu scendi, e al riparo
delle tue grandi ali di tenebra, in avanti
ripiegate, sul tuo grembo reclino
il capo, o tu il più dolce, il più soave degli Angeli,
Angelo Nero.
Sergio Solmi
Levania
...Forse
a Levania approdai nella sepolta
esistenza anteriore, ed era il cono
dell’eclissi che l’algida schiudeva
nera via degli spiriti. Gli unguenti
di Fiolxhilda, la spugna infusa d’acqua
sotto le nari, l’affannoso, morbido
rotolare nel sogno, il cauto scendere
nelle segrete caverne l’orrendo
vindice raggio a sfuggire, ritrovo
oscuramente.
E fu per questo, forse,
che mai la fida lucerna, o l’esangue
sposa d’Endimione in essa vidi,
né la solinga cacciatrice, quando
la miravo fanciullo tra le case
sgorgare in bianca vampa, alta fra i segni
ascendere del cielo. Ma la rupe
nell’inaccesso etere scagliata,
l’isola estrema, sentinella insonne
protesa ai flutti interminati. E l’ansia
mi sommuoveva il cuore di raggiungerla
– ippogrifo, proiettile, astronave –
d’attingere al silenzio del suo lume.
...Era il confine, il mondo
di lava e roccia, il minerale cieco,
il punto fermo apposto alla insensata
fantasia delle forme. Era lo zero
che ogni calcolo spiega, era il concreto,
bianco, forato, calcinato fondo
dell’essere.
E sovente dai supremi
bastioni di Levania il verdeggiante
pianeta ho contemplato, l’ombra vaga
di oceani e di foreste, della vita
impetuosa e fuggevole le polle
iridescenti – risalendo l’orlo
dei suoi convulsi crateri, vagando
lungo la sponda dei suoi mari morti.
a Levania approdai nella sepolta
esistenza anteriore, ed era il cono
dell’eclissi che l’algida schiudeva
nera via degli spiriti. Gli unguenti
di Fiolxhilda, la spugna infusa d’acqua
sotto le nari, l’affannoso, morbido
rotolare nel sogno, il cauto scendere
nelle segrete caverne l’orrendo
vindice raggio a sfuggire, ritrovo
oscuramente.
E fu per questo, forse,
che mai la fida lucerna, o l’esangue
sposa d’Endimione in essa vidi,
né la solinga cacciatrice, quando
la miravo fanciullo tra le case
sgorgare in bianca vampa, alta fra i segni
ascendere del cielo. Ma la rupe
nell’inaccesso etere scagliata,
l’isola estrema, sentinella insonne
protesa ai flutti interminati. E l’ansia
mi sommuoveva il cuore di raggiungerla
– ippogrifo, proiettile, astronave –
d’attingere al silenzio del suo lume.
...Era il confine, il mondo
di lava e roccia, il minerale cieco,
il punto fermo apposto alla insensata
fantasia delle forme. Era lo zero
che ogni calcolo spiega, era il concreto,
bianco, forato, calcinato fondo
dell’essere.
E sovente dai supremi
bastioni di Levania il verdeggiante
pianeta ho contemplato, l’ombra vaga
di oceani e di foreste, della vita
impetuosa e fuggevole le polle
iridescenti – risalendo l’orlo
dei suoi convulsi crateri, vagando
lungo la sponda dei suoi mari morti.
Tommaso Ottonieri
Sonno di Karl, ottobre
riposi riposate sognate, lorde riposi)
(amore espéèrto, tra le
linee— riposi
(amore,
amore gli uccellini, gli assassini
incubi uccellini—assalite
amorini, amorini
riposa
riposa——amore a prenderti
(tu così poco
prendibile)
a quella stanza
tu così poco prendibile) orio vieni amore, là onde
orio spàndesi, in olio, amore, vengo amore
(espérto tra le linee—
a quella stanza—
stanza spàndesi—dove inciampato di continuo
dove bevo tè e morivo)
(dove morivo in tutto, inciampato-—dove
(dove ti dò carezze
dove
(immàgino
dove) immagino
immaginate
(amore espéèrto, tra le
linee— riposi
(amore,
amore gli uccellini, gli assassini
incubi uccellini—assalite
amorini, amorini
riposa
riposa——amore a prenderti
(tu così poco
prendibile)
a quella stanza
tu così poco prendibile) orio vieni amore, là onde
orio spàndesi, in olio, amore, vengo amore
(espérto tra le linee—
a quella stanza—
stanza spàndesi—dove inciampato di continuo
dove bevo tè e morivo)
(dove morivo in tutto, inciampato-—dove
(dove ti dò carezze
dove
(immàgino
dove) immagino
immaginate
Valentino Zeichen
In margine alla teoria della relatività
Sembrano due i cani
che si rincorrono
per verdi praterie e
ridiventano uno solo
per poi sdoppiarsi di nuovo.
L’impressione esclude che
si tratti di una sola bestia.
L’osservatore casuale
che vola a quota turistica
li vede correre appaiati,
ma non distingue da quale parte
stia il cane e da quale
la sua ombra.
Solo due osservatori laterali
eviterebbero di scambiarli
l’uno per l’altro.
Ma a quale dei due cani
si adatta l’apparenza
e a quale la finzione?
Dato che una delle due
incarna il vero cane.
che si rincorrono
per verdi praterie e
ridiventano uno solo
per poi sdoppiarsi di nuovo.
L’impressione esclude che
si tratti di una sola bestia.
L’osservatore casuale
che vola a quota turistica
li vede correre appaiati,
ma non distingue da quale parte
stia il cane e da quale
la sua ombra.
Solo due osservatori laterali
eviterebbero di scambiarli
l’uno per l’altro.
Ma a quale dei due cani
si adatta l’apparenza
e a quale la finzione?
Dato che una delle due
incarna il vero cane.
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