Temi
Poesie di questo tema

Sogni e immaginazione

Anônimo

Anônimo

Detto del gatto lupesco

Si com’ altr’ uomini vanno,
ki per prode e chi per danno,
per lo mondo tuttavia,
così m’andava l’altra dia
per un cammino trastullando
e d’un mio amor gia pensando
e andava a capo chino.
Allora uscio fuor del cammino
ed intrai in uno sentieri
ed incontrai duo cavalieri
de la corte de lo re Arti,
ke mi dissero: “Ki:sse’ tu?”
E io rispuosi in salutare:
“Quello Fio sono, ben mi si pare.
Îo sono uno gatto lupesco,
ke a catuno vo dando un esco,
ki non mi dice veritate.
Però saper voglio ove andate,
e voglio sapere onde sete
e di qual parte venite.”
Quelli mi dissero; “Or intendete,
e vi diremo ciò che volete,
ove gimo e donde siamo;
e vi ditemo onde vegnamo.
Cavalieri siamo di Bretagna,
ke vegnamo de la montagna
ke-ll’omo apella Mongibello.
Assai vi semo stati ad ostello
per apparare ed invenire
la veritade di nostro sire
lo re Arti, k’avemo perduto
e non sapemo ke-:ssia venuto.
Or ne torniamo in nostra terra,
ne lo reame d’Inghilterra.
A Dio siate voi, ser gatto,
voi con tutto ’l vostro fatto.”
E io rispuosi allora insuno:
“A Dio vi comando ciascheduno.”
Così da me si dipartiro
li cavalieri quando ne giro.
E io andai pur oltre addesso
per lo sentiero ond’ iera messo,
e tutto ’l giorno non finai
infin a la sera, k’io albergai
con un romito nel gran diserto,
lungi ben trenta miglia certo;
ed al mattino mi ne partio,
sì acomandai lo romito a Dio,
Ed anzi Kio mi ne partisse,
lo romito sì mi disse
verso qual parte io andasse:
veritade non li celasse.
E io li dissi: “Ben mi piace;
non te ne serò fallace
k’io non ti dica tutto *’l dritto.
lo me ne vo in terra d’Egitto,
e voi’ cercare Saracinia
E tutta terra pagania,
e Arabici e ’Braici e Tedeschi

e ’l soldano e ’l Saladino
e ’1 Veglio e tutto suo dimino
e terra Vinenzium e Belleem
‘e Montuliveto e Gersalem
e l’amiraglio e ’1 Massamuto,
e l’uomo per kui Cristo è atenduto
dall’ora in qua ke fue pigliato
e ne la croce inchiavellato
da li Giudei ke ‘l giano frustando,
com’ a ladrone battendo e dando.
Allor quell’uomo li puose mente
e sì li disse pietosamente:
‘Va’ tosto, ke non ti dean si spesso’;
e Cristo si rivolse adesso,
sì li disse: ‘Io anderòe,
e tu m’aspetta, K’io torneròe’;
e poi fue messo in su la croce
a grido di popolo ed a boce.
Allora tremò tutta la terra:
così:cci guardi Dio di guerra.”
A questa mi dipartio andando
e da lo romito acomiatando,
a cui dicea lo mio viaggio.
Ed uscfo fuor dello rumitaggio
per un sportello k’avea la porta,
pensando trovare la via scorta
ond’ io andasse sicuramente.
Allor guardai e puosi mente
e non vidi via neuna.
L’aria era molto scura,
e ’l tempo nero e tenebroso;
e io com’ uomo pàuroso
ritornai ver’ lo romito,
da cui m’iera già partito,
e d’una boce l’appellai,
sì li diss’ io: “Per Dio, se-ttu sai
lo cammino, or lo m’insegna,
Kio non soe dond’ io mi tegna.”
Quelli allora mi guardòe,
co la mano mi mostròe
una croce nel diserto,
lungi ben diece miglia certo,
e disse: “Colà è lo cammino
onde va catuno pelegrino
ke vada o vegna d’oltremare.”
A questa mi mossi ad andare
verso la croce bellamente,
e quasi non vedea neente
per lo tempo ch’iera oscuro,
e ’] diserto aspro e duro.
E a l’andare K’io facea
verso la croce tuttavia

voce, per “fama.” 81. A questa: In questa (cioè dopo aver detto
86. scorta: chiaramen-
e parole riportate). 83. viaggio: itinerario.
sì vidi bestie ragunate,
ke tutte stavaro aparechiate
per pigliare ke divorassero,
se alcuna pastura trovassero,
Ed io ristetti per vedere,
per conoscere e per sapere
ke bestie fosser tutte queste
ke mi pareano molte alpestre;
si vi vidi un grande leofante
ed un vette molto grande
ed un orso molto superbio
ed un leone ed un gran cerbio;
e vidivi quattro leopardi
e due dragoni cun rei sguardi;
e sì vi vidi lo tigro e ’l tasso
e una lonza e un tinasso;
e sì vi vidi una bestia strana,
ch’uomo appella baldivana;
e sì vi vidi la pantera
e la giraffa e la paupera
e ’l gatto padule e la lea
e la gran bestia baradinera;
ed altre bestie vi vidi assai,
le quali ora non vi dirai,
ké nonn-è tempo né stagione.
Ma-:ssì vi dico, per san Simone,
ke mi partii per maestria
da le bestie ed andà’ via,
i
e cercaj tutti Ji paesi
ke voi da me avete intesi,
e tornai a lo mi’ ostello.
Però finisco ke-ffà bello.

44. Perciò finisco in bellezza (oppure: Perciò finisco perché conviene
inire).
Jacopone da Todi
Antonio Porta

Antonio Porta

Aprire (1, 2, 3)

I

Dietro la porta nulla, dietro la tenda,
l’impronta impressa sulla parete, sotto,
l’auto, la finestra, si ferma, dietro la tenda,
un vento che la scuote, sul soffitto nero
una macchia più oscura, impronta della mano,
alzandosi si è appoggiato, nulla, premendo,
un fazzoletto di seta, il lampadario oscilla,
un nodo, la luce, macchia d’inchiostro,
sul pavimento, sopra la tenda, la paglietta che raschia,
sul pavimento gocce di sudore, alzandosi,
la macchia non scompare, dietro la tenda,
la seta nera del fazzoletto, luccica nella mano,
sulla poltrona un nodo di seta, luccica,
ferita, ora il sangue sulla parete,
la seta del fazzoletto agita una mano.

II

Le calze infila, nere, e sfila, con i denti,
la spaccata, il doppio salto, in un istante, la calzamaglia,
all’indietro, capriola, poi la spaccata, i seni
premono il pavimento, dietro i capelli, dietro la porta,
non c’è, c’è il salto all’indietro, le cuciture,
l’impronta della mano, all’indietro, sul soffitto,
la ruota, delle gambe e delle braccia, di fianco,
dei seni, gli occhi, bianchi, contro il soffitto,
dietro la porta, calze di seta appese, la capriola.

III

Perché la tenda scuote, si è alzato,
il vento, nello spiraglio la luce, il buio,
dietro la tenda c’è, la notte, il giorno,
nei canali le barche, in gruppo, i quieti canali,
navigano, cariche di sabbia, sotto i ponti,
è mattina, il ferro dei passi, remi e motori,
i passi sulla sabbia, il vento sulla sabbia,
le tende sollevano i lembi, perché è notte,
giorno di vento, di pioggia sul mare,
dietro la porta il mare, la tenda si riempie di sabbia,
di calze, di pioggia, appese, sporche di sangue.

From I RAPPORTI
Antonio Porta

Antonio Porta

Dialogo con Herz

“Fui preso dal terrore divenendo lepre
e accettare, poi, entrò nelle abitudini.
“Fosse vero potrei uccidermi. “Quale è
il destino delle lepri?” “La morte semplice.
“Mi possedeva una paura rivoltante, squittivo,
di notte, e brucavo le foglie, di cavolo
e di tabacco. D’inverno consumai le riserve.

“Non voglio divenire lepre, ma uccello
e impigliarmi tra le spine. “La lepre muore
di freddo, di fame, di vecchiaia o fucilata.
Basta agli uccelli, spesso, un forte
vento notturno, tramontana? tra le anitre
congelate. “Herz, disse sulla terrazza,
‘verremo risucchiati da una grondaia in un giorno
di pioggia, emblema di violenze.

“Desideravo da tempo muovermi
tra gli alberi: divenire uccello e nel
fogliame estivo scoprire il cunicolo,
giungere al fondamento. “Toccare le radici
e leccare sostanze nutritive. “La vecchia
abbaia, hai detto, “e lo scemo ha urtato
il muro, con la ruota. Stizzito solleva
la maschera dalle pietre e ricade nell’incertezza
di un universo in furioso divenire.

“Scivolo nuotando tra alghe pericolose.
Affondo in fitte vegetazioni, ricoperto
di formiche e di foglie. Mastico piume,
è quasi la conoscenza: con la luce
del giorno tra le fessure e la polvere
che si alza in un formicolìo di protezione
e di salvezza.

Per i capelli ci afferra il vento, è vero,
dietro la nuvola si arresta un cielo specchiante:
nell’ombra maculata? lo raggiunge la voce di Herz.
La sera, in terrazza, continuarono, felici:
“Avrà mai fine l’arbitrio del giorno e della notte?”?

1960-1961
Biagio Cepollaro

Biagio Cepollaro

Flati-Fiati (come una fiaba)

l’infero come una qualità
o un microbo genera può
in ogni luogo
chi scende non scende vi
si trova:
accade accadendo in sua
maglia
così è lo spazio (i passi
figurati dall’altra stanza
e fuori l’ebetudine bianca
del mare)
Orfeo si lava mento di nero
punta si passa la lama
quando tre raggi fioccanti
fanno il centro disviano
gli occhi: non guarda guardare
lui che di gambe leggero
tremore non sa né ascia
non sa raggiri: appena fischia

Orfeo è ciò che bene-ri-dice
non può cade il fiocco e si spande
dislavera diffonde s’ignota
come l’intralcio dei parchi
le poche foglie tra i passi
e tra i moti

(se canta non Sesamo? smuove
non i congegni: solo smuove
smorendo parti dì vento
flati-fiati)
e all’abbraccio maschio e femmina
se incontra divisi la serpe" sparisce
per monti: per incontrare uomini
strade di tante abboscate affitte’
l’aria traligna soppùra’ occlude
chi-va-avanti è vuoto e corpo
chi torna è pieno e non accade
ma il vuoto presiede il meccanismo
(dal basso e dall’alto: accade)

la telecamera nascosta fa visibile
il senso ingoiato e rimosso
circola nel sangue e volge cancro
lui tocca il fegato e il cuore
tocca il suo sesso fasciato
di nomi

lui sa che il tempo è l’odore
non figura né carambola di sfera
odore tracciato che fuma
e porta l’opera in più
dei fatti: vento che spira nel ferro
e il mobile piega la canna

la serpe insiste ad ogni varco/minuto
interrompe strama terrìbila’ il piano
non c’è ci sono più modi per segnare
il tiro fin quando poco visibile
ma accaduto: parla radiando è aria

per questo è segreto: mima col canto
il segnale che acceso non s’accende
il rintocco caduto e non accade
(come l’intralcio dei parchi
le poche foglie tra i passi
e tra i moti)
Gabriele D'Annunzio

Gabriele D'Annunzio

Preludio

Va il bruno cammelliero pe’ vasti deserti d’Arabia:
stendonsi l’arene fulve ondulate innanzi.

Il sole gli saetta le fiamme maligne sul capo,
gli brucia a’ polsi ’l sangue, gli empie di giallo gli occhi.

Ghignano per la via orribili teschi insepolti
tra le candide tibie, tra le ricurve coste,

teschi di schiavi neri là morti in feroci agonie,
a la solitudine muta imprecanti invano.

Cercavan cercavan con l’occhio languente via lunge,
cercavan essi palme da le benigne chiome;

rivoli d’acque vive il labbro riarso anelava:
via lunge non altro che arene nude e sole! ...

O cammelliero bruno, —e’ pare che ghignin que’ teschi
—non val che t’affatichi: questo destin t’attende!—

Va il bruno cammelliero, va, va; uno stanco disìo
ne ’l cuore ei sente de le dolcezze antiche...

—Oh Namuna, Namuna, la fulgida figlia di Nagdo,
da li occhi di gazella, da ’l refluente crine ...

Oh i dolci colloquî tra gli alti palmeti di Gada
ne’ plenilunii bianchi, ne’ bei tramonti d’oro! ...

Va, va: il cammello spossato rallenta la corsa:
sole sopra il capo, arene arene innanzi.

—Oh, Allah è grande! ... —All’occhio riarso ecco ride
co’ lieti verdi una vicina oàsi,

ove slanciansi palme superbe di fronde e di frutti,
e mille fiori vividi s’intrecciano;

ove augelli mescono canzoni di gioia e d’amore
e scorron freschi rivi con mormorii suavi;

ove gazelle gentili si pascono a l’ombre
e insetti a torme brillano com’iridi.

L’occhio abbagliato su’ molli color si riposa
e placida frescura per l’arse vene scorre...

Va il bruno cammelliero ridesto; e men lungo il viaggio
a lui sembra, men dura la via, men igneo il sole.

Tale, Musa divina, se volgi benigni i grandi occhi,
di gioie un’iri brilla a me nova in cuore;

a me fantasimi lucidi ridono in festa
per cieli di cobalto, per incantati mari,

ove perdonsi lente con l’aura le nuvole d’oro,
ove le vele bianche perdonsi lente via...

E tu salve, o mia diva! ... Goda altri de ’l verso che russa
ne le canzoni grasse da la languente rima;

a me la strofa breve concedi, che balza, rilutta,
e freme domata sotto la forte mano.
Pagina 1 Successiva