Poesie di questo tema
Sogni e immaginazione
Aldo Palazzeschi
: riflessi
Rasentano piano gli specchi invisibili
avvolti di nebbia,
non lasciano traccia nell’ombra,
gli specchi non hanno riflessi,
non cade su loro dell’ombra una macchia,
neppure la macchia dell’oro.
Un raggio vien fuori dal centro
di luce giallastra.
Sul raggio rimangono lievi, impalpabili,
impronte sfumate di luci, di nebbie: riflessi.
Appaiono spaiono lenti,
si fanno ora vivi ora smorti,
appaiono spaiono lenti.
Dei volti talora vi appaiono,
dei volti bianchissimi,
appena il pallore la luce ne scopre.
Talaltra vi passan dei manti fioriti,
vi passano lenti, cangianti, splendenti.
S’arrestano i volti,
s’arrestan, più chiari si fanno,
vi splende d’un tratto uno sguardo,
due occhi che corron cercando pungenti,
o in fondo confusi v’appaion languenti, morenti.
Vi passa pian piano la nebbia e ricopre,
confonde gli sguardi con luci di gemme.
In basso,
si segue la ridda
dei piccoli punti
di dadi danzanti.
Due dadi grandissimi, in fondo,
rimangono fermi,
ne splendono i punti nerissimi intenti.
Vi passano lievi davanti
le impronte sfumate di luci, di nebbie: riflessi.
Appaiono spaiono lenti,
si fanno ora vivi ora smorti,
appaiono spaiono lenti.
avvolti di nebbia,
non lasciano traccia nell’ombra,
gli specchi non hanno riflessi,
non cade su loro dell’ombra una macchia,
neppure la macchia dell’oro.
Un raggio vien fuori dal centro
di luce giallastra.
Sul raggio rimangono lievi, impalpabili,
impronte sfumate di luci, di nebbie: riflessi.
Appaiono spaiono lenti,
si fanno ora vivi ora smorti,
appaiono spaiono lenti.
Dei volti talora vi appaiono,
dei volti bianchissimi,
appena il pallore la luce ne scopre.
Talaltra vi passan dei manti fioriti,
vi passano lenti, cangianti, splendenti.
S’arrestano i volti,
s’arrestan, più chiari si fanno,
vi splende d’un tratto uno sguardo,
due occhi che corron cercando pungenti,
o in fondo confusi v’appaion languenti, morenti.
Vi passa pian piano la nebbia e ricopre,
confonde gli sguardi con luci di gemme.
In basso,
si segue la ridda
dei piccoli punti
di dadi danzanti.
Due dadi grandissimi, in fondo,
rimangono fermi,
ne splendono i punti nerissimi intenti.
Vi passano lievi davanti
le impronte sfumate di luci, di nebbie: riflessi.
Appaiono spaiono lenti,
si fanno ora vivi ora smorti,
appaiono spaiono lenti.
Aldo Palazzeschi
La vecchia del sonno
Centanni ha la vecchia.
Nessuno la vide aggirarsi nel giorno.
Sovente la gente la trova a dormire
vicino alle fonti:
nessuno la desta.
Al dolce romore dell’acqua
la vecchia s’addorme,
e resta dormendo nel dolce romore
dei giorni dei giorni dei giorni...
Nessuno la vide aggirarsi nel giorno.
Sovente la gente la trova a dormire
vicino alle fonti:
nessuno la desta.
Al dolce romore dell’acqua
la vecchia s’addorme,
e resta dormendo nel dolce romore
dei giorni dei giorni dei giorni...
Alfonso Gatto
Notte
Tremo d’esile vena per lontane
arie di suono, mi lusingò in volto.
Come alleviate toccano le vane
solitudini il cielo vuoto, ascolto.
* Lungo sereno dileguano piane
voci apparenti nel mondo sepolto:
m’adeguano nel sonno di montane
bare odorose, ed il cuore n’è folto.
arie di suono, mi lusingò in volto.
Come alleviate toccano le vane
solitudini il cielo vuoto, ascolto.
* Lungo sereno dileguano piane
voci apparenti nel mondo sepolto:
m’adeguano nel sonno di montane
bare odorose, ed il cuore n’è folto.
Amelia Rosselli
Roberto, chiama la mamma, trastullantesi nel canapè
Roberto, chiama la mamma, trastullantesi nel canapè
bianco. Io no so
quale vuole Iddio da me, serii
intenti strappanti eternità, o il franco riso
del pupazzo appeso alla
ringhiera, ringhiera sì, ringhiera no, oh
posponi la tua convinta orazione per
un babelare commosso; car? le foglie secche e gialle rapiscono
il vento che le batte. Nera visione albero che tendi
a quel supremo potere (podere) ch’infatti io
ritengo sbianchi invece la terra sotto ai piedi, tu sei
la mia amante se il cielo s’oscura, e il brivido
è tuo, nell’eterna foresta. Città vuota, città piena, città
che blandisci i dolori per
lo più fantastici dei sensi, ti siedi
accaldata dopo il tuo pasto di me, trastullo al vento spianato
dalle coste non oso più
affrontare, temo la rossa onda
del vero vivere, e le piante che ti dicono addio. Rompi-
collo accavalco i tuoi ponti, e che essi siano
la mia
natura.
Non so più
chi va e chi viene, lascia
il delirio trasformarti in incosciente
tavolo da gioco, e le ginestre (finestre) affacciarsi
spalmando il tuo sole per le riverberate vetra.
bianco. Io no so
quale vuole Iddio da me, serii
intenti strappanti eternità, o il franco riso
del pupazzo appeso alla
ringhiera, ringhiera sì, ringhiera no, oh
posponi la tua convinta orazione per
un babelare commosso; car? le foglie secche e gialle rapiscono
il vento che le batte. Nera visione albero che tendi
a quel supremo potere (podere) ch’infatti io
ritengo sbianchi invece la terra sotto ai piedi, tu sei
la mia amante se il cielo s’oscura, e il brivido
è tuo, nell’eterna foresta. Città vuota, città piena, città
che blandisci i dolori per
lo più fantastici dei sensi, ti siedi
accaldata dopo il tuo pasto di me, trastullo al vento spianato
dalle coste non oso più
affrontare, temo la rossa onda
del vero vivere, e le piante che ti dicono addio. Rompi-
collo accavalco i tuoi ponti, e che essi siano
la mia
natura.
Non so più
chi va e chi viene, lascia
il delirio trasformarti in incosciente
tavolo da gioco, e le ginestre (finestre) affacciarsi
spalmando il tuo sole per le riverberate vetra.
Andrea Zanzotto
Subnarcosi
Uccelli
crudo infinito cinguettio
su un albero invernale
qualche cosa di crudo
forse non vero ma solo
scintillio di un possibile
infantilmente aumano
ma certo da noi che ascoltiamo
—-allarmati—lontano
—o anche placati—lontano
uccelli tutta una città
chiusa
pregna
glorie di glottidi
acumi e vischi di dottrine
un chiuso si-si-significare
nemmeno infantile ma
adulto occulto nella sua minimità
[disperse specie del mio sonno
che mai ritornerà].
crudo infinito cinguettio
su un albero invernale
qualche cosa di crudo
forse non vero ma solo
scintillio di un possibile
infantilmente aumano
ma certo da noi che ascoltiamo
—-allarmati—lontano
—o anche placati—lontano
uccelli tutta una città
chiusa
pregna
glorie di glottidi
acumi e vischi di dottrine
un chiuso si-si-significare
nemmeno infantile ma
adulto occulto nella sua minimità
[disperse specie del mio sonno
che mai ritornerà].
Anônimo
Detto del gatto lupesco
Si com’ altr’ uomini vanno,
ki per prode e chi per danno,
per lo mondo tuttavia,
così m’andava l’altra dia
per un cammino trastullando
e d’un mio amor gia pensando
e andava a capo chino.
Allora uscio fuor del cammino
ed intrai in uno sentieri
ed incontrai duo cavalieri
de la corte de lo re Arti,
ke mi dissero: “Ki:sse’ tu?”
E io rispuosi in salutare:
“Quello Fio sono, ben mi si pare.
Îo sono uno gatto lupesco,
ke a catuno vo dando un esco,
ki non mi dice veritate.
Però saper voglio ove andate,
e voglio sapere onde sete
e di qual parte venite.”
Quelli mi dissero; “Or intendete,
e vi diremo ciò che volete,
ove gimo e donde siamo;
e vi ditemo onde vegnamo.
Cavalieri siamo di Bretagna,
ke vegnamo de la montagna
ke-ll’omo apella Mongibello.
Assai vi semo stati ad ostello
per apparare ed invenire
la veritade di nostro sire
lo re Arti, k’avemo perduto
e non sapemo ke-:ssia venuto.
Or ne torniamo in nostra terra,
ne lo reame d’Inghilterra.
A Dio siate voi, ser gatto,
voi con tutto ’l vostro fatto.”
E io rispuosi allora insuno:
“A Dio vi comando ciascheduno.”
Così da me si dipartiro
li cavalieri quando ne giro.
E io andai pur oltre addesso
per lo sentiero ond’ iera messo,
e tutto ’l giorno non finai
infin a la sera, k’io albergai
con un romito nel gran diserto,
lungi ben trenta miglia certo;
ed al mattino mi ne partio,
sì acomandai lo romito a Dio,
Ed anzi Kio mi ne partisse,
lo romito sì mi disse
verso qual parte io andasse:
veritade non li celasse.
E io li dissi: “Ben mi piace;
non te ne serò fallace
k’io non ti dica tutto *’l dritto.
lo me ne vo in terra d’Egitto,
e voi’ cercare Saracinia
E tutta terra pagania,
e Arabici e ’Braici e Tedeschi
e ’l soldano e ’l Saladino
e ’1 Veglio e tutto suo dimino
e terra Vinenzium e Belleem
‘e Montuliveto e Gersalem
e l’amiraglio e ’1 Massamuto,
e l’uomo per kui Cristo è atenduto
dall’ora in qua ke fue pigliato
e ne la croce inchiavellato
da li Giudei ke ‘l giano frustando,
com’ a ladrone battendo e dando.
Allor quell’uomo li puose mente
e sì li disse pietosamente:
‘Va’ tosto, ke non ti dean si spesso’;
e Cristo si rivolse adesso,
sì li disse: ‘Io anderòe,
e tu m’aspetta, K’io torneròe’;
e poi fue messo in su la croce
a grido di popolo ed a boce.
Allora tremò tutta la terra:
così:cci guardi Dio di guerra.”
A questa mi dipartio andando
e da lo romito acomiatando,
a cui dicea lo mio viaggio.
Ed uscfo fuor dello rumitaggio
per un sportello k’avea la porta,
pensando trovare la via scorta
ond’ io andasse sicuramente.
Allor guardai e puosi mente
e non vidi via neuna.
L’aria era molto scura,
e ’l tempo nero e tenebroso;
e io com’ uomo pàuroso
ritornai ver’ lo romito,
da cui m’iera già partito,
e d’una boce l’appellai,
sì li diss’ io: “Per Dio, se-ttu sai
lo cammino, or lo m’insegna,
Kio non soe dond’ io mi tegna.”
Quelli allora mi guardòe,
co la mano mi mostròe
una croce nel diserto,
lungi ben diece miglia certo,
e disse: “Colà è lo cammino
onde va catuno pelegrino
ke vada o vegna d’oltremare.”
A questa mi mossi ad andare
verso la croce bellamente,
e quasi non vedea neente
per lo tempo ch’iera oscuro,
e ’] diserto aspro e duro.
E a l’andare K’io facea
verso la croce tuttavia
voce, per “fama.” 81. A questa: In questa (cioè dopo aver detto
86. scorta: chiaramen-
e parole riportate). 83. viaggio: itinerario.
sì vidi bestie ragunate,
ke tutte stavaro aparechiate
per pigliare ke divorassero,
se alcuna pastura trovassero,
Ed io ristetti per vedere,
per conoscere e per sapere
ke bestie fosser tutte queste
ke mi pareano molte alpestre;
si vi vidi un grande leofante
ed un vette molto grande
ed un orso molto superbio
ed un leone ed un gran cerbio;
e vidivi quattro leopardi
e due dragoni cun rei sguardi;
e sì vi vidi lo tigro e ’l tasso
e una lonza e un tinasso;
e sì vi vidi una bestia strana,
ch’uomo appella baldivana;
e sì vi vidi la pantera
e la giraffa e la paupera
e ’l gatto padule e la lea
e la gran bestia baradinera;
ed altre bestie vi vidi assai,
le quali ora non vi dirai,
ké nonn-è tempo né stagione.
Ma-:ssì vi dico, per san Simone,
ke mi partii per maestria
da le bestie ed andà’ via,
i
e cercaj tutti Ji paesi
ke voi da me avete intesi,
e tornai a lo mi’ ostello.
Però finisco ke-ffà bello.
44. Perciò finisco in bellezza (oppure: Perciò finisco perché conviene
inire).
Jacopone da Todi
ki per prode e chi per danno,
per lo mondo tuttavia,
così m’andava l’altra dia
per un cammino trastullando
e d’un mio amor gia pensando
e andava a capo chino.
Allora uscio fuor del cammino
ed intrai in uno sentieri
ed incontrai duo cavalieri
de la corte de lo re Arti,
ke mi dissero: “Ki:sse’ tu?”
E io rispuosi in salutare:
“Quello Fio sono, ben mi si pare.
Îo sono uno gatto lupesco,
ke a catuno vo dando un esco,
ki non mi dice veritate.
Però saper voglio ove andate,
e voglio sapere onde sete
e di qual parte venite.”
Quelli mi dissero; “Or intendete,
e vi diremo ciò che volete,
ove gimo e donde siamo;
e vi ditemo onde vegnamo.
Cavalieri siamo di Bretagna,
ke vegnamo de la montagna
ke-ll’omo apella Mongibello.
Assai vi semo stati ad ostello
per apparare ed invenire
la veritade di nostro sire
lo re Arti, k’avemo perduto
e non sapemo ke-:ssia venuto.
Or ne torniamo in nostra terra,
ne lo reame d’Inghilterra.
A Dio siate voi, ser gatto,
voi con tutto ’l vostro fatto.”
E io rispuosi allora insuno:
“A Dio vi comando ciascheduno.”
Così da me si dipartiro
li cavalieri quando ne giro.
E io andai pur oltre addesso
per lo sentiero ond’ iera messo,
e tutto ’l giorno non finai
infin a la sera, k’io albergai
con un romito nel gran diserto,
lungi ben trenta miglia certo;
ed al mattino mi ne partio,
sì acomandai lo romito a Dio,
Ed anzi Kio mi ne partisse,
lo romito sì mi disse
verso qual parte io andasse:
veritade non li celasse.
E io li dissi: “Ben mi piace;
non te ne serò fallace
k’io non ti dica tutto *’l dritto.
lo me ne vo in terra d’Egitto,
e voi’ cercare Saracinia
E tutta terra pagania,
e Arabici e ’Braici e Tedeschi
e ’l soldano e ’l Saladino
e ’1 Veglio e tutto suo dimino
e terra Vinenzium e Belleem
‘e Montuliveto e Gersalem
e l’amiraglio e ’1 Massamuto,
e l’uomo per kui Cristo è atenduto
dall’ora in qua ke fue pigliato
e ne la croce inchiavellato
da li Giudei ke ‘l giano frustando,
com’ a ladrone battendo e dando.
Allor quell’uomo li puose mente
e sì li disse pietosamente:
‘Va’ tosto, ke non ti dean si spesso’;
e Cristo si rivolse adesso,
sì li disse: ‘Io anderòe,
e tu m’aspetta, K’io torneròe’;
e poi fue messo in su la croce
a grido di popolo ed a boce.
Allora tremò tutta la terra:
così:cci guardi Dio di guerra.”
A questa mi dipartio andando
e da lo romito acomiatando,
a cui dicea lo mio viaggio.
Ed uscfo fuor dello rumitaggio
per un sportello k’avea la porta,
pensando trovare la via scorta
ond’ io andasse sicuramente.
Allor guardai e puosi mente
e non vidi via neuna.
L’aria era molto scura,
e ’l tempo nero e tenebroso;
e io com’ uomo pàuroso
ritornai ver’ lo romito,
da cui m’iera già partito,
e d’una boce l’appellai,
sì li diss’ io: “Per Dio, se-ttu sai
lo cammino, or lo m’insegna,
Kio non soe dond’ io mi tegna.”
Quelli allora mi guardòe,
co la mano mi mostròe
una croce nel diserto,
lungi ben diece miglia certo,
e disse: “Colà è lo cammino
onde va catuno pelegrino
ke vada o vegna d’oltremare.”
A questa mi mossi ad andare
verso la croce bellamente,
e quasi non vedea neente
per lo tempo ch’iera oscuro,
e ’] diserto aspro e duro.
E a l’andare K’io facea
verso la croce tuttavia
voce, per “fama.” 81. A questa: In questa (cioè dopo aver detto
86. scorta: chiaramen-
e parole riportate). 83. viaggio: itinerario.
sì vidi bestie ragunate,
ke tutte stavaro aparechiate
per pigliare ke divorassero,
se alcuna pastura trovassero,
Ed io ristetti per vedere,
per conoscere e per sapere
ke bestie fosser tutte queste
ke mi pareano molte alpestre;
si vi vidi un grande leofante
ed un vette molto grande
ed un orso molto superbio
ed un leone ed un gran cerbio;
e vidivi quattro leopardi
e due dragoni cun rei sguardi;
e sì vi vidi lo tigro e ’l tasso
e una lonza e un tinasso;
e sì vi vidi una bestia strana,
ch’uomo appella baldivana;
e sì vi vidi la pantera
e la giraffa e la paupera
e ’l gatto padule e la lea
e la gran bestia baradinera;
ed altre bestie vi vidi assai,
le quali ora non vi dirai,
ké nonn-è tempo né stagione.
Ma-:ssì vi dico, per san Simone,
ke mi partii per maestria
da le bestie ed andà’ via,
i
e cercaj tutti Ji paesi
ke voi da me avete intesi,
e tornai a lo mi’ ostello.
Però finisco ke-ffà bello.
44. Perciò finisco in bellezza (oppure: Perciò finisco perché conviene
inire).
Jacopone da Todi
Antonia Pozzi
Treni ni
A notte
un lento giro d’ombre rosse
alle pareti avviava i treni: tonfi
cupi d’agganci
al sonno si frangevano.
E lavava
lieve la corsa della pioggia il fumo
denso ai cristalli: sogni
s’aprivano continui, balenanti
1° binari lungo un fiume.
a volte a mezzo il sonno quel tuonare
assurdo
e per le mute vie serali, ai lenti
* legni dei carri e dentro il sangue
chiama
lunghi fragori — e quell’antico ardente
spavento e sogno
di convogli.
Torino, 1° maggio 1937.
un lento giro d’ombre rosse
alle pareti avviava i treni: tonfi
cupi d’agganci
al sonno si frangevano.
E lavava
lieve la corsa della pioggia il fumo
denso ai cristalli: sogni
s’aprivano continui, balenanti
1° binari lungo un fiume.
a volte a mezzo il sonno quel tuonare
assurdo
e per le mute vie serali, ai lenti
* legni dei carri e dentro il sangue
chiama
lunghi fragori — e quell’antico ardente
spavento e sogno
di convogli.
Torino, 1° maggio 1937.
Antonio Porta
Aprire (1, 2, 3)
I
Dietro la porta nulla, dietro la tenda,
l’impronta impressa sulla parete, sotto,
l’auto, la finestra, si ferma, dietro la tenda,
un vento che la scuote, sul soffitto nero
una macchia più oscura, impronta della mano,
alzandosi si è appoggiato, nulla, premendo,
un fazzoletto di seta, il lampadario oscilla,
un nodo, la luce, macchia d’inchiostro,
sul pavimento, sopra la tenda, la paglietta che raschia,
sul pavimento gocce di sudore, alzandosi,
la macchia non scompare, dietro la tenda,
la seta nera del fazzoletto, luccica nella mano,
sulla poltrona un nodo di seta, luccica,
ferita, ora il sangue sulla parete,
la seta del fazzoletto agita una mano.
II
Le calze infila, nere, e sfila, con i denti,
la spaccata, il doppio salto, in un istante, la calzamaglia,
all’indietro, capriola, poi la spaccata, i seni
premono il pavimento, dietro i capelli, dietro la porta,
non c’è, c’è il salto all’indietro, le cuciture,
l’impronta della mano, all’indietro, sul soffitto,
la ruota, delle gambe e delle braccia, di fianco,
dei seni, gli occhi, bianchi, contro il soffitto,
dietro la porta, calze di seta appese, la capriola.
III
Perché la tenda scuote, si è alzato,
il vento, nello spiraglio la luce, il buio,
dietro la tenda c’è, la notte, il giorno,
nei canali le barche, in gruppo, i quieti canali,
navigano, cariche di sabbia, sotto i ponti,
è mattina, il ferro dei passi, remi e motori,
i passi sulla sabbia, il vento sulla sabbia,
le tende sollevano i lembi, perché è notte,
giorno di vento, di pioggia sul mare,
dietro la porta il mare, la tenda si riempie di sabbia,
di calze, di pioggia, appese, sporche di sangue.
From I RAPPORTI
Dietro la porta nulla, dietro la tenda,
l’impronta impressa sulla parete, sotto,
l’auto, la finestra, si ferma, dietro la tenda,
un vento che la scuote, sul soffitto nero
una macchia più oscura, impronta della mano,
alzandosi si è appoggiato, nulla, premendo,
un fazzoletto di seta, il lampadario oscilla,
un nodo, la luce, macchia d’inchiostro,
sul pavimento, sopra la tenda, la paglietta che raschia,
sul pavimento gocce di sudore, alzandosi,
la macchia non scompare, dietro la tenda,
la seta nera del fazzoletto, luccica nella mano,
sulla poltrona un nodo di seta, luccica,
ferita, ora il sangue sulla parete,
la seta del fazzoletto agita una mano.
II
Le calze infila, nere, e sfila, con i denti,
la spaccata, il doppio salto, in un istante, la calzamaglia,
all’indietro, capriola, poi la spaccata, i seni
premono il pavimento, dietro i capelli, dietro la porta,
non c’è, c’è il salto all’indietro, le cuciture,
l’impronta della mano, all’indietro, sul soffitto,
la ruota, delle gambe e delle braccia, di fianco,
dei seni, gli occhi, bianchi, contro il soffitto,
dietro la porta, calze di seta appese, la capriola.
III
Perché la tenda scuote, si è alzato,
il vento, nello spiraglio la luce, il buio,
dietro la tenda c’è, la notte, il giorno,
nei canali le barche, in gruppo, i quieti canali,
navigano, cariche di sabbia, sotto i ponti,
è mattina, il ferro dei passi, remi e motori,
i passi sulla sabbia, il vento sulla sabbia,
le tende sollevano i lembi, perché è notte,
giorno di vento, di pioggia sul mare,
dietro la porta il mare, la tenda si riempie di sabbia,
di calze, di pioggia, appese, sporche di sangue.
From I RAPPORTI
Antonio Porta
Dialogo con Herz
“Fui preso dal terrore divenendo lepre
e accettare, poi, entrò nelle abitudini.
“Fosse vero potrei uccidermi. “Quale è
il destino delle lepri?” “La morte semplice.
“Mi possedeva una paura rivoltante, squittivo,
di notte, e brucavo le foglie, di cavolo
e di tabacco. D’inverno consumai le riserve.
“Non voglio divenire lepre, ma uccello
e impigliarmi tra le spine. “La lepre muore
di freddo, di fame, di vecchiaia o fucilata.
Basta agli uccelli, spesso, un forte
vento notturno, tramontana? tra le anitre
congelate. “Herz, disse sulla terrazza,
‘verremo risucchiati da una grondaia in un giorno
di pioggia, emblema di violenze.
“Desideravo da tempo muovermi
tra gli alberi: divenire uccello e nel
fogliame estivo scoprire il cunicolo,
giungere al fondamento. “Toccare le radici
e leccare sostanze nutritive. “La vecchia
abbaia, hai detto, “e lo scemo ha urtato
il muro, con la ruota. Stizzito solleva
la maschera dalle pietre e ricade nell’incertezza
di un universo in furioso divenire.
“Scivolo nuotando tra alghe pericolose.
Affondo in fitte vegetazioni, ricoperto
di formiche e di foglie. Mastico piume,
è quasi la conoscenza: con la luce
del giorno tra le fessure e la polvere
che si alza in un formicolìo di protezione
e di salvezza.
Per i capelli ci afferra il vento, è vero,
dietro la nuvola si arresta un cielo specchiante:
nell’ombra maculata? lo raggiunge la voce di Herz.
La sera, in terrazza, continuarono, felici:
“Avrà mai fine l’arbitrio del giorno e della notte?”?
1960-1961
e accettare, poi, entrò nelle abitudini.
“Fosse vero potrei uccidermi. “Quale è
il destino delle lepri?” “La morte semplice.
“Mi possedeva una paura rivoltante, squittivo,
di notte, e brucavo le foglie, di cavolo
e di tabacco. D’inverno consumai le riserve.
“Non voglio divenire lepre, ma uccello
e impigliarmi tra le spine. “La lepre muore
di freddo, di fame, di vecchiaia o fucilata.
Basta agli uccelli, spesso, un forte
vento notturno, tramontana? tra le anitre
congelate. “Herz, disse sulla terrazza,
‘verremo risucchiati da una grondaia in un giorno
di pioggia, emblema di violenze.
“Desideravo da tempo muovermi
tra gli alberi: divenire uccello e nel
fogliame estivo scoprire il cunicolo,
giungere al fondamento. “Toccare le radici
e leccare sostanze nutritive. “La vecchia
abbaia, hai detto, “e lo scemo ha urtato
il muro, con la ruota. Stizzito solleva
la maschera dalle pietre e ricade nell’incertezza
di un universo in furioso divenire.
“Scivolo nuotando tra alghe pericolose.
Affondo in fitte vegetazioni, ricoperto
di formiche e di foglie. Mastico piume,
è quasi la conoscenza: con la luce
del giorno tra le fessure e la polvere
che si alza in un formicolìo di protezione
e di salvezza.
Per i capelli ci afferra il vento, è vero,
dietro la nuvola si arresta un cielo specchiante:
nell’ombra maculata? lo raggiunge la voce di Herz.
La sera, in terrazza, continuarono, felici:
“Avrà mai fine l’arbitrio del giorno e della notte?”?
1960-1961
Biagio Cepollaro
Flati-Fiati (come una fiaba)
l’infero come una qualità
o un microbo genera può
in ogni luogo
chi scende non scende vi
si trova:
accade accadendo in sua
maglia
così è lo spazio (i passi
figurati dall’altra stanza
e fuori l’ebetudine bianca
del mare)
Orfeo si lava mento di nero
punta si passa la lama
quando tre raggi fioccanti
fanno il centro disviano
gli occhi: non guarda guardare
lui che di gambe leggero
tremore non sa né ascia
non sa raggiri: appena fischia
Orfeo è ciò che bene-ri-dice
non può cade il fiocco e si spande
dislavera diffonde s’ignota
come l’intralcio dei parchi
le poche foglie tra i passi
e tra i moti
(se canta non Sesamo? smuove
non i congegni: solo smuove
smorendo parti dì vento
flati-fiati)
e all’abbraccio maschio e femmina
se incontra divisi la serpe" sparisce
per monti: per incontrare uomini
strade di tante abboscate affitte’
l’aria traligna soppùra’ occlude
chi-va-avanti è vuoto e corpo
chi torna è pieno e non accade
ma il vuoto presiede il meccanismo
(dal basso e dall’alto: accade)
la telecamera nascosta fa visibile
il senso ingoiato e rimosso
circola nel sangue e volge cancro
lui tocca il fegato e il cuore
tocca il suo sesso fasciato
di nomi
lui sa che il tempo è l’odore
non figura né carambola di sfera
odore tracciato che fuma
e porta l’opera in più
dei fatti: vento che spira nel ferro
e il mobile piega la canna
la serpe insiste ad ogni varco/minuto
interrompe strama terrìbila’ il piano
non c’è ci sono più modi per segnare
il tiro fin quando poco visibile
ma accaduto: parla radiando è aria
per questo è segreto: mima col canto
il segnale che acceso non s’accende
il rintocco caduto e non accade
(come l’intralcio dei parchi
le poche foglie tra i passi
e tra i moti)
o un microbo genera può
in ogni luogo
chi scende non scende vi
si trova:
accade accadendo in sua
maglia
così è lo spazio (i passi
figurati dall’altra stanza
e fuori l’ebetudine bianca
del mare)
Orfeo si lava mento di nero
punta si passa la lama
quando tre raggi fioccanti
fanno il centro disviano
gli occhi: non guarda guardare
lui che di gambe leggero
tremore non sa né ascia
non sa raggiri: appena fischia
Orfeo è ciò che bene-ri-dice
non può cade il fiocco e si spande
dislavera diffonde s’ignota
come l’intralcio dei parchi
le poche foglie tra i passi
e tra i moti
(se canta non Sesamo? smuove
non i congegni: solo smuove
smorendo parti dì vento
flati-fiati)
e all’abbraccio maschio e femmina
se incontra divisi la serpe" sparisce
per monti: per incontrare uomini
strade di tante abboscate affitte’
l’aria traligna soppùra’ occlude
chi-va-avanti è vuoto e corpo
chi torna è pieno e non accade
ma il vuoto presiede il meccanismo
(dal basso e dall’alto: accade)
la telecamera nascosta fa visibile
il senso ingoiato e rimosso
circola nel sangue e volge cancro
lui tocca il fegato e il cuore
tocca il suo sesso fasciato
di nomi
lui sa che il tempo è l’odore
non figura né carambola di sfera
odore tracciato che fuma
e porta l’opera in più
dei fatti: vento che spira nel ferro
e il mobile piega la canna
la serpe insiste ad ogni varco/minuto
interrompe strama terrìbila’ il piano
non c’è ci sono più modi per segnare
il tiro fin quando poco visibile
ma accaduto: parla radiando è aria
per questo è segreto: mima col canto
il segnale che acceso non s’accende
il rintocco caduto e non accade
(come l’intralcio dei parchi
le poche foglie tra i passi
e tra i moti)
Carlo Betocchi
Io un’alba guardai il cielo
Io un’alba guardai il cielo e vidi
uno spazioso aere sulla terra perduta;
negletta cosa stava tra i suoi lidi,
tra gli spenti smeraldi oscura e muta.
* Innumerevoli angioli neri vidi
volanti insieme ad una plaga sconosciuta
recando seco trasparenti e vivi
diamanti d’ombra eternamente muta.
Andava questo furioso stuolo
estenuandosi verso il fil d’occidente
e lo segufa un intenerito volo
di cerulee colombe alte e lente.
E apparvero, con le puntute ali
di bianco fuoco vivo drizzate e ardenti
gli angioli delle vallate orientali,
le estreme piume rosee e languenti.
In un immenso lago alto e candido
nascean singolari fronde meravigliose,
le rovesce vallate un lume madido
? di rugiade correa, fonde e muschiose.
E dentro i nostri cuori era come
dentro valli ripiene di nebbie e di sonno
un lento ascendere dello splendore
che poscia illuminò i monti del mondo.
uno spazioso aere sulla terra perduta;
negletta cosa stava tra i suoi lidi,
tra gli spenti smeraldi oscura e muta.
* Innumerevoli angioli neri vidi
volanti insieme ad una plaga sconosciuta
recando seco trasparenti e vivi
diamanti d’ombra eternamente muta.
Andava questo furioso stuolo
estenuandosi verso il fil d’occidente
e lo segufa un intenerito volo
di cerulee colombe alte e lente.
E apparvero, con le puntute ali
di bianco fuoco vivo drizzate e ardenti
gli angioli delle vallate orientali,
le estreme piume rosee e languenti.
In un immenso lago alto e candido
nascean singolari fronde meravigliose,
le rovesce vallate un lume madido
? di rugiade correa, fonde e muschiose.
E dentro i nostri cuori era come
dentro valli ripiene di nebbie e di sonno
un lento ascendere dello splendore
che poscia illuminò i monti del mondo.
Carlo Betocchi
Un dolce pomeriggio d’inverno
Un dolce pomeriggio d’inverno, dolce
perché la luce non era più che una cosa
immutabile, non alba né tramonto,
i miei pensieri svanirono come molte
farfalle, nei giardini pieni di rose
che vivono di là, fuori del mondo.
Come povere farfalle, come quelle
semplici di primavera che sugli orti
volano innumerevoli gialle e bianche,
ecco se ne andavan via leggiere e belle,
ecco inseguivano i miei occhi assorti,
sempre più in alto volavano mai stanche.
Tutte le forme diventavan farfalle
intanto, non c’era più una cosa ferma
intorno a me, una tremolante luce
d’un altro mondo invadeva quella valle
dove io fuggivo, e con la sua voce eterna
cantava l’angelo che a Te mi conduce.
perché la luce non era più che una cosa
immutabile, non alba né tramonto,
i miei pensieri svanirono come molte
farfalle, nei giardini pieni di rose
che vivono di là, fuori del mondo.
Come povere farfalle, come quelle
semplici di primavera che sugli orti
volano innumerevoli gialle e bianche,
ecco se ne andavan via leggiere e belle,
ecco inseguivano i miei occhi assorti,
sempre più in alto volavano mai stanche.
Tutte le forme diventavan farfalle
intanto, non c’era più una cosa ferma
intorno a me, una tremolante luce
d’un altro mondo invadeva quella valle
dove io fuggivo, e con la sua voce eterna
cantava l’angelo che a Te mi conduce.
Dante Alighieri
Dal Purgatorio (Canto XIX)
Nell’ora che non può ’1 calor diurno
intepidar più il freddo della luna,
vinto da terra, e talor da Saturno;
quando i geomanti lor Maggior Fortuna
veggiono in oriente, innanzi all’alba,
surger per via che poco le sta bruna;
mi venne in sogno una femmina balba,
nelli occhi guercia, e sovra i piè distorta,
con le man monche, e di colore scialba.
Io la mirava; e come ’l sol conforta
le fredde membra che la notte aggrava,
così lo sguardo mio le facea scorta
la lingua, e poscia tutta la drizzava
in poco d’ora, e lo smarrito volto,
com’amor vuol, così le colorava.
Poi ch’ell’avea il parlar così disciolto,
cominciava a cantar sì, che con pena
da lei avrei mio intento rivolto.
«Io son» cantava, «io son dolce serena,
che’ marinari in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena!
Io volsi Ulisse del suo cammin vago
al canto mio; e qual meco si ausa,
rado sen parte; sì tutto l’appago!»
Ancor non era sua bocca richiusa,
quand’una donna apparve santa e presta
lunghesso me per far colei confusa.
«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»
fieramente dicea; ed el venìa
con li occhi fitti pur in quella onesta.
L’altra prendea, e dinanzi l’aprìa
fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre:
quel mi svegliò col puzzo che n’uscìa.
intepidar più il freddo della luna,
vinto da terra, e talor da Saturno;
quando i geomanti lor Maggior Fortuna
veggiono in oriente, innanzi all’alba,
surger per via che poco le sta bruna;
mi venne in sogno una femmina balba,
nelli occhi guercia, e sovra i piè distorta,
con le man monche, e di colore scialba.
Io la mirava; e come ’l sol conforta
le fredde membra che la notte aggrava,
così lo sguardo mio le facea scorta
la lingua, e poscia tutta la drizzava
in poco d’ora, e lo smarrito volto,
com’amor vuol, così le colorava.
Poi ch’ell’avea il parlar così disciolto,
cominciava a cantar sì, che con pena
da lei avrei mio intento rivolto.
«Io son» cantava, «io son dolce serena,
che’ marinari in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena!
Io volsi Ulisse del suo cammin vago
al canto mio; e qual meco si ausa,
rado sen parte; sì tutto l’appago!»
Ancor non era sua bocca richiusa,
quand’una donna apparve santa e presta
lunghesso me per far colei confusa.
«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»
fieramente dicea; ed el venìa
con li occhi fitti pur in quella onesta.
L’altra prendea, e dinanzi l’aprìa
fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre:
quel mi svegliò col puzzo che n’uscìa.
Edoardo Sanguineti
ritorna mia luna...
ritorna mia luna in alternative di pienezza e di esiguità
mia luna al bivio e lingua di luna
cronometro sepolto e Sinus Roris e salmodia litania ombra
ferro di cavallo e margherita e mammella malata e nausea
(vedo i miei pesci morire sopra gli scogli delle tue ciglia)
e disavventura e ostacolo passo doppio epidemia chorus e mese
[di aprile
apposizione ventilaa risucchio di inibizione e coda e strumento
mostra di tutto o anche insetto o accostamento di giallo e di nero
dunque foglia in campo
tu pipistrello in pesce luna tu macchia in augmento lunae
(dunque in campo giallo e nero) pennello del sogno talvolta
[luogo comune
vor der Mondbrücke vor den Mondbrüchen
in un orizzonte isterico di paglia maiale impagliato con ali di
[farfalla
crittografia maschera polvere da sparo fegato indemoniato nulla
mia luna al bivio e lingua di luna
cronometro sepolto e Sinus Roris e salmodia litania ombra
ferro di cavallo e margherita e mammella malata e nausea
(vedo i miei pesci morire sopra gli scogli delle tue ciglia)
e disavventura e ostacolo passo doppio epidemia chorus e mese
[di aprile
apposizione ventilaa risucchio di inibizione e coda e strumento
mostra di tutto o anche insetto o accostamento di giallo e di nero
dunque foglia in campo
tu pipistrello in pesce luna tu macchia in augmento lunae
(dunque in campo giallo e nero) pennello del sogno talvolta
[luogo comune
vor der Mondbrücke vor den Mondbrüchen
in un orizzonte isterico di paglia maiale impagliato con ali di
[farfalla
crittografia maschera polvere da sparo fegato indemoniato nulla
Eugenio Montale
Nel sonno
Il canto delle strigi, quando un’iride
con intermessi palpiti si stinge,
i gemiti e i sospiri
di gioventù, l’errore che recinge
le tempie e il vago orror dei cedri smossi
dall’urto della notte – tutto questo
può ritornarmi, traboccar dai fossi,
rompere dai condotti, farmi desto
alla tua voce. Punge il suono d’una
giga crudele, l’avversario chiude
la celata sul viso. Entra la luna
d’amaranto nei chiusi occhi, è una nube
che gonfia: e quando il sonno la trasporta
più in fondo, è ancora sangue oltre la morte.
con intermessi palpiti si stinge,
i gemiti e i sospiri
di gioventù, l’errore che recinge
le tempie e il vago orror dei cedri smossi
dall’urto della notte – tutto questo
può ritornarmi, traboccar dai fossi,
rompere dai condotti, farmi desto
alla tua voce. Punge il suono d’una
giga crudele, l’avversario chiude
la celata sul viso. Entra la luna
d’amaranto nei chiusi occhi, è una nube
che gonfia: e quando il sonno la trasporta
più in fondo, è ancora sangue oltre la morte.
Fausto Maria Martini
Dorme
Annie dorme: un chiaror discreto
avvolge come in un segreto
la bruna testa, china già
sullo scrittoio d’acajt.
Nell’ombra, un suo braccio scoperto
°
ancora tocca un libro aperto:
intorno a quella nudità
rosea, trema l’oscurità...
Annie, per quale lontananza
1° la dolce anima tua s’avanza,
mentre riposi, china giù
sullo scrittoio d’acajti ?
avvolge come in un segreto
la bruna testa, china già
sullo scrittoio d’acajt.
Nell’ombra, un suo braccio scoperto
°
ancora tocca un libro aperto:
intorno a quella nudità
rosea, trema l’oscurità...
Annie, per quale lontananza
1° la dolce anima tua s’avanza,
mentre riposi, china giù
sullo scrittoio d’acajti ?
Franco Loi
Se ‘n culumbr vula...
Se ‘n culumbr vula, ‘n olter dré, e ‘n olter
da la grunda slarga l’ala, e l’ültum
che cul becch el se galitta e volter
par che ‘l pensa, o che le ciama, cüntum,
sì, tì, diu de l’inferna, sé mai ghe pesa,
sé ghe liga l’ala, se trist ‘me ‘n flìrtum,
lì, che par s’inala, varda ‘na scesa
d’üsèj de pass due sgarr j se sluntana?
Oh quantu ciel! quant’aria! quanta lesa!
Savè vulà, savè cantà, e svana
ogne sapiensa, se nissün te ciama.
da la grunda slarga l’ala, e l’ültum
che cul becch el se galitta e volter
par che ‘l pensa, o che le ciama, cüntum,
sì, tì, diu de l’inferna, sé mai ghe pesa,
sé ghe liga l’ala, se trist ‘me ‘n flìrtum,
lì, che par s’inala, varda ‘na scesa
d’üsèj de pass due sgarr j se sluntana?
Oh quantu ciel! quant’aria! quanta lesa!
Savè vulà, savè cantà, e svana
ogne sapiensa, se nissün te ciama.
Gabriele D'Annunzio
Canto dell’ospite
VII. O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!
Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio va.
Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme....
O falce calante, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!
Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio va.
Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme....
O falce calante, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!
Gabriele D'Annunzio
Morgana
Or tremule, su i mari e su le arene,
crescon ne la lunare alba le imagi:
materïati d’oro alti palagi
e torri ingenti assai più che Pirene.
Salgono scale in luminose ambagi
con inteste di fior lunghe catene.
Come navi in balìa de le sirene,
ondeggiano le pendule compagi;
poi che Morgana, in dolce atto giacente
ne ’l letto de la nube solitaria,
quasi ebra di quel suo divin lavoro,
ama, seguendo un carme ne la mente,
cullare de le man languide a l’aria
la città da le mille scale d’oro.
crescon ne la lunare alba le imagi:
materïati d’oro alti palagi
e torri ingenti assai più che Pirene.
Salgono scale in luminose ambagi
con inteste di fior lunghe catene.
Come navi in balìa de le sirene,
ondeggiano le pendule compagi;
poi che Morgana, in dolce atto giacente
ne ’l letto de la nube solitaria,
quasi ebra di quel suo divin lavoro,
ama, seguendo un carme ne la mente,
cullare de le man languide a l’aria
la città da le mille scale d’oro.
Gabriele D'Annunzio
Preludio
Va il bruno cammelliero pe’ vasti deserti d’Arabia:
stendonsi l’arene fulve ondulate innanzi.
Il sole gli saetta le fiamme maligne sul capo,
gli brucia a’ polsi ’l sangue, gli empie di giallo gli occhi.
Ghignano per la via orribili teschi insepolti
tra le candide tibie, tra le ricurve coste,
teschi di schiavi neri là morti in feroci agonie,
a la solitudine muta imprecanti invano.
Cercavan cercavan con l’occhio languente via lunge,
cercavan essi palme da le benigne chiome;
rivoli d’acque vive il labbro riarso anelava:
via lunge non altro che arene nude e sole! ...
O cammelliero bruno, —e’ pare che ghignin que’ teschi
—non val che t’affatichi: questo destin t’attende!—
Va il bruno cammelliero, va, va; uno stanco disìo
ne ’l cuore ei sente de le dolcezze antiche...
—Oh Namuna, Namuna, la fulgida figlia di Nagdo,
da li occhi di gazella, da ’l refluente crine ...
Oh i dolci colloquî tra gli alti palmeti di Gada
ne’ plenilunii bianchi, ne’ bei tramonti d’oro! ...
Va, va: il cammello spossato rallenta la corsa:
sole sopra il capo, arene arene innanzi.
—Oh, Allah è grande! ... —All’occhio riarso ecco ride
co’ lieti verdi una vicina oàsi,
ove slanciansi palme superbe di fronde e di frutti,
e mille fiori vividi s’intrecciano;
ove augelli mescono canzoni di gioia e d’amore
e scorron freschi rivi con mormorii suavi;
ove gazelle gentili si pascono a l’ombre
e insetti a torme brillano com’iridi.
L’occhio abbagliato su’ molli color si riposa
e placida frescura per l’arse vene scorre...
Va il bruno cammelliero ridesto; e men lungo il viaggio
a lui sembra, men dura la via, men igneo il sole.
Tale, Musa divina, se volgi benigni i grandi occhi,
di gioie un’iri brilla a me nova in cuore;
a me fantasimi lucidi ridono in festa
per cieli di cobalto, per incantati mari,
ove perdonsi lente con l’aura le nuvole d’oro,
ove le vele bianche perdonsi lente via...
E tu salve, o mia diva! ... Goda altri de ’l verso che russa
ne le canzoni grasse da la languente rima;
a me la strofa breve concedi, che balza, rilutta,
e freme domata sotto la forte mano.
stendonsi l’arene fulve ondulate innanzi.
Il sole gli saetta le fiamme maligne sul capo,
gli brucia a’ polsi ’l sangue, gli empie di giallo gli occhi.
Ghignano per la via orribili teschi insepolti
tra le candide tibie, tra le ricurve coste,
teschi di schiavi neri là morti in feroci agonie,
a la solitudine muta imprecanti invano.
Cercavan cercavan con l’occhio languente via lunge,
cercavan essi palme da le benigne chiome;
rivoli d’acque vive il labbro riarso anelava:
via lunge non altro che arene nude e sole! ...
O cammelliero bruno, —e’ pare che ghignin que’ teschi
—non val che t’affatichi: questo destin t’attende!—
Va il bruno cammelliero, va, va; uno stanco disìo
ne ’l cuore ei sente de le dolcezze antiche...
—Oh Namuna, Namuna, la fulgida figlia di Nagdo,
da li occhi di gazella, da ’l refluente crine ...
Oh i dolci colloquî tra gli alti palmeti di Gada
ne’ plenilunii bianchi, ne’ bei tramonti d’oro! ...
Va, va: il cammello spossato rallenta la corsa:
sole sopra il capo, arene arene innanzi.
—Oh, Allah è grande! ... —All’occhio riarso ecco ride
co’ lieti verdi una vicina oàsi,
ove slanciansi palme superbe di fronde e di frutti,
e mille fiori vividi s’intrecciano;
ove augelli mescono canzoni di gioia e d’amore
e scorron freschi rivi con mormorii suavi;
ove gazelle gentili si pascono a l’ombre
e insetti a torme brillano com’iridi.
L’occhio abbagliato su’ molli color si riposa
e placida frescura per l’arse vene scorre...
Va il bruno cammelliero ridesto; e men lungo il viaggio
a lui sembra, men dura la via, men igneo il sole.
Tale, Musa divina, se volgi benigni i grandi occhi,
di gioie un’iri brilla a me nova in cuore;
a me fantasimi lucidi ridono in festa
per cieli di cobalto, per incantati mari,
ove perdonsi lente con l’aura le nuvole d’oro,
ove le vele bianche perdonsi lente via...
E tu salve, o mia diva! ... Goda altri de ’l verso che russa
ne le canzoni grasse da la languente rima;
a me la strofa breve concedi, che balza, rilutta,
e freme domata sotto la forte mano.
Giorgio Barberi Squarotti
Il profeta in maschera
Un breve lago d’ombra, nel candore
del monte, d’improvviso: leggi in quel buio
le parole di fuoco che vi sono
dipinte in fretta, perché breve è il tempo
che concede la nuvola di Dio
che nell’ombra risplendano, e forse uno
almeno, attento, le leggerà, a stento,
perché di là dalle lughe onde del mare
e tanto rassegnatamente miope
di fronte a quanto non è vita o almeno
l’imitazione o l’apparenza. Scosse
il capo, oh oscuro verbo che pur da sempre
pronunciato e ancora impronunciabile,
né poteva sperare che passasse
per una spiaggia d’estate un profeta
pur prudentemente in maschera.
del monte, d’improvviso: leggi in quel buio
le parole di fuoco che vi sono
dipinte in fretta, perché breve è il tempo
che concede la nuvola di Dio
che nell’ombra risplendano, e forse uno
almeno, attento, le leggerà, a stento,
perché di là dalle lughe onde del mare
e tanto rassegnatamente miope
di fronte a quanto non è vita o almeno
l’imitazione o l’apparenza. Scosse
il capo, oh oscuro verbo che pur da sempre
pronunciato e ancora impronunciabile,
né poteva sperare che passasse
per una spiaggia d’estate un profeta
pur prudentemente in maschera.
Giorgio Barberi Squarotti
In fondo al corridoio
In fondo al corridoio sembrò lenta-
mente addensarsi un volto lieve, un abito
celeste, un passo che tuttavia non si avvicinava
pur se non lungo era lo spazio, e l’aria
naturalmente luminosa, aperte
come erano le finestre, assolati
i vetri, il vento dolce: oh la visione
è immobile, e non varia, lo scenario
di quella minima scena del teatro mondano
di cui fummo attori per un attimo, e dopo
non ne resta che il segno del pittore
disperatamente inetto.
mente addensarsi un volto lieve, un abito
celeste, un passo che tuttavia non si avvicinava
pur se non lungo era lo spazio, e l’aria
naturalmente luminosa, aperte
come erano le finestre, assolati
i vetri, il vento dolce: oh la visione
è immobile, e non varia, lo scenario
di quella minima scena del teatro mondano
di cui fummo attori per un attimo, e dopo
non ne resta che il segno del pittore
disperatamente inetto.
Giorgio Barberi Squarotti
La beatitudine del nulla
Oh la beatitudine del nulla,
candido come un foglio senza margini
disteso davanti al vecchio che contempla
quieto, senza più molto futuro
e desiderio, ora che è sospeso
l’essere, e tutto è come se non fosse
mai esistito oppure già si fosse dopo,
nell’infinito ozio di Dio. Scrollò
il capo: è tutto ciò che posso dargli
alla fine di tutto, sospirò,
si rimise a sedere, e allora io
incominciai a segnare su quel vuoto
il profilo di un corpo che ne uscisse
fuori, nudo, con i capelli neri
mossi dal vento che subito era sorto,
imbarazzato, prima, poi ridente,
mentre da un angolo veniva fuori un sole
enorme, rosso, e la ragazza adagio
incominciava a pettinarsi, attenta
nello specchio che avevo disegnato
nella sua mano.
candido come un foglio senza margini
disteso davanti al vecchio che contempla
quieto, senza più molto futuro
e desiderio, ora che è sospeso
l’essere, e tutto è come se non fosse
mai esistito oppure già si fosse dopo,
nell’infinito ozio di Dio. Scrollò
il capo: è tutto ciò che posso dargli
alla fine di tutto, sospirò,
si rimise a sedere, e allora io
incominciai a segnare su quel vuoto
il profilo di un corpo che ne uscisse
fuori, nudo, con i capelli neri
mossi dal vento che subito era sorto,
imbarazzato, prima, poi ridente,
mentre da un angolo veniva fuori un sole
enorme, rosso, e la ragazza adagio
incominciava a pettinarsi, attenta
nello specchio che avevo disegnato
nella sua mano.
Giorgio Barberi Squarotti
Nel vento
Il palloncino viola fu preso
dal vento, che lo spinse dentro il filo
grigio della corrente d’auto e polvere:
urtò tre o quattro volte sui metalli,
rimbalzò fra le ruote, lo respinse
dalla sponda del fiume di Babele
una mano, lo risollevò
verso il cielo, beffarda, una folata
vorticosa, lo rigettò nel gorgo;
vuota, infine, trovò una via, e al fondo
c’era un’ombra d’alberi, ove il turbine
non era giunto, immobili nel fuoco
della luce crudele: lì disparve,
salvo, come giusto è che accada a quanto
è leggiero e ilare, come l’annunciò
di Dio e anche l’anima e ogni vento.
dal vento, che lo spinse dentro il filo
grigio della corrente d’auto e polvere:
urtò tre o quattro volte sui metalli,
rimbalzò fra le ruote, lo respinse
dalla sponda del fiume di Babele
una mano, lo risollevò
verso il cielo, beffarda, una folata
vorticosa, lo rigettò nel gorgo;
vuota, infine, trovò una via, e al fondo
c’era un’ombra d’alberi, ove il turbine
non era giunto, immobili nel fuoco
della luce crudele: lì disparve,
salvo, come giusto è che accada a quanto
è leggiero e ilare, come l’annunciò
di Dio e anche l’anima e ogni vento.
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