A Chilosà trovi
A Chilosà trovi un vecchio sapiente
che spaccia consigli per niente.
Beve vino di buone annate,
e borbotta tra sé: puttanate.
Me la intendo col vecchio sapiente,
solo lui dei chilosani
sa e non dice i sogni strani.
Che gente uggiosa e sfuggente!
Avanzando la solita scusa
non si mostrano mai curiosi,
dei misteri non s’impicciano.
Lasciano che ogni cosa rimanga, così,
sulle sue, sciattamente misteriosa.
A Chilosà una mattina
A Chilosà una mattina
una ragazzina si svegliò
senza sapere chi fosse.
Chi sono, chi sono
domandava piangendo
e la mamma la rassicurò:
è la malattia del paese,
prima o poi viene a tutti,
è la nostra scarlattina.
Presto ti passerà,
e appena guarita
non farai più domande.
Canzoncina della regina
Per gli gnomi e per il re
la regina prepara il tè
lo prepara con le sue mani
ma la torta l’ha fatta il cuoco
La regina dice al re:
a fare il dolce ci vuol poco
basto 10 basti tu
purché siamo io e te
Prova tu a fare bene il tè
Il re lecca la torta
e si mangia i baffi
Gli gnomi saltano nella tazza
Prova tu a far bene il tè
ripetono per gioco al re
E alla regina dice il re:
sono pazzissimo di te
Canzonetta
Cara cipollina dei miei occhi
acqua in gola bocca di rimorso
hai paura di alitare nel vuoto
spenzoli i tuoi veli bruciati
soffri le tue radici contorte
scemolina che sei hai voglia di morire
guarda che io brucio e piango
quando piovono sole e acqua
sulla pietra rotta dove siedo
Lascio il dio povero arricchire
gli amici mi amicolano
i nemici mi annemicano
i venti mi avventano
gli albergucci mi albercucciano
i vicoli mi svicolano
i cespugli mi cespugliano
i turchini m’inturchinano
i ruscelli mi ruscellano
le fascine mi affascinano
le vacche mi svaccano
le serpi mi serpeggiano
le talpe mi talpeggiano
i topi mi topolano
gli orizzonti mi orizzontano
le nuvole mi annuvolano
Il cielo sta sulle sue palafitte
il pozzo non cala e non cresce
Lascio il dio povero arricchire
Chi l’avrebbe detto
Chi l’avrebbe detto, invitato a pranzo scherzavo,
impedimento accecante, mordevo il cappello, non dicevo
niente: ho il naso finto, si spengono le luci, finché
scoprono che distruggevo rispettosamente un mondo;
ragazzi! invece era davvero lo spolpamento del sangue.
È detto, la chiamo col suo nome ma la costrizione
resta, allungo le gambe ma son corte, mi riassetto,
mi trasferisco da una natica sull’altra, ma la fitta
è qui, nel mezzo; ragazzi! che cosa avrebbe dato quest’uomo
al suo paese se non fosse stato costretto a morire?
Enumero a precipizio, fingo di dormire, emergo dal lago
solo per ridere, metto in guardia l’uccello mortale,
mi riconcilio, volo all’appuntamento, ho bisogno;
mentre decado le brillano gli occhi rive spopolate dove
vado in punta di piedi, spettri che non sono altro.
Un’ora dopo, grandi sciarpe" dai tetti e per le strade,
da vero cristiano che deplora l’Italia, la Cina, il mercato,
toccando la borsa,’ non avevo nemici, mi tuffo tra i brividi
interni, ’ approvo il tipo freneticamente medio, sono fuori
pericolo, sul piano “Povero cor, che pensi?” cerco l’aria."
Corro con te
Corro con te verso i tuoi vent’anni
e tra noi si spalanca quella distesa di trenta
che per l’uomo, si dice, procede all’indietro.
Se tale ha da essere la giusta direzione
correrò ancora con te indietreggiando.
Agguanterò il desiderio trascinandomi
sugli occhi e sul naso.
Di colpo una pigra mattina
Di colpo una pigra mattina ha chiuso la persiana controvento
il giorno ammonito s’è spento nell’eco del tuono.
La notte 1 gelsomini hanno un odore dolce di zampa.
Momentanea stagione con filari di barche sul lago,
voga da boschi, amori di quattro righe, piogge sparse,
immeritati pascoli. “Arrivederci, l’anno prossimo”
Gloria militare
Il mio unico titolo di gloria militare
è la renitenza alla leva repubblichina,
sette mesi di antinaja clandestina
sotto l’occupazione tedesca. Ma di ciò non è traccia
nel mio foglio matricolare. Sono un miles ignoto
della resistenza privata.
Grovigli e gocce
Grovigli e gocce.
Dolori mi lasciano
per una pena più nera.
Anche l’uomo se ne va
lasciando il peggio.
Una volta avevo tempo
perché ero svelto.
Ora che sono lento
non ho più tempo.
Quel chiarore perso,
lanterna che oscilla
sul palo impiccato,
è l’amore che dorme
nell’occhio rovesciato.
La rondine vola per fame,
l’usignolo canta
per mettere in guardia i rivali,
e tu giri, giri, rapace debolezza,
per trovare i tesori
della crudeltà amorosa.
Il badante di Eraclito
Rimestola una sentenza di maestro
oscuro lampo
fisso
nella mente
dei suoi frammenti scomparsi
immortali mortali, mortali immortali: viventi
la morte di quelli, di questi morenti la vita
simmetria in abisso fuoco di specchi velati
insoluto accorgimento
pareva di aver scorto
flottante evanescenza di un centro
non c’è
scortica significanza
sotto l’opinabile
assolto il dio incognito
la piaga
Prova a sciogliere il nodo di capo e coda
Immortali viventi la morte dei mortali
E come?
magnificenti? pietosi? incuranti?
curiosi? custodi di apparenze? tripudianti?
Saranno mica immortali gli archetipi?
Umani la sperano un torto speciale risarcito
con l’eternità L’eternità? Uhm chi dice bah
“chi muore vedrà”
alletta l’offerta dulcamara
(attestano misteri miraggi piramidi profeti cattedrali)
a meraviglia persuade
Di fatto eterna lotta strage sì di pace eterna
sentimento ‘èoni specie generazioni noi
la chiamano Evoluzione scienza di tutte le eccezioni
insuperata se non da sè evoluta fino a forzare
non ha forse in mano
natura all’innaturale (ma via
la mappa dell’artificio originale?) ebbra di conoscenza
si slancia verso un novissimo Ade
Mortali morenti la vita d’immortali?
s’inverano di miti
E come? si grattano da cani
di scemenza
bamboli stupori furori di potenza
inghignatori
servi copie di vittime partecipi
sgomenta idea li assale dell’energia cosmica
vampante estro criminale
alla pratica ragione
si adeguano confusamente sognano un tempo di natura
verdura altri animali
robusto-lieve acque
intorno uccidendo lucrando piegando la schiena
incontro all’eterno ritorno
migravano
Oggi fuggono alieni nella massa dei sestessi delirando
noia sondano lo spazio dei fantamercati siderali
tra loro i tanti tracotanti imbrogliano delinquono
spradroneggiando sulle cape vuote i sudditi sonnambuli
ossequiano devoti astute dentiere ridono fetide parole
onorano le proprie e le universe infamie
adorano
bandiere
preghiere ai muri
canzoni di lenimento
e scosse frugano pasciuti in pattumiere d’immagini
basta così
stufano il mondo
Venuti per sparire
da sempre iniziati all’errore
li accomuno
è davvero il pensiero “cosa arcana e stupenda”
di immortali e mortali non resteranno tracce
per nessuno
Di che ciancia o ride sapienza
lo sconforto tace
l’altrove in dissolvenza
Babbuccio mio - è ora di dormire
Ma vedi il mio cane è inquieto
abbaia al fiuto ombre di gatto
è il suo gioco
c’è uno spicchio di luna
mi vuole con sé in giardino
nell’ultimo giro pisciante della sera
poi la cuccia
Rintanato
nell’emisfero sinistro del cervellotico elisio
m’insonnio
e a buon conto mi canticchio
fancul fancul
saluti a tutti