A Genova, in un giorno di vento
Ci fu vento? C’è chi dice di sì.
Forte? Forse, se pur piegava i rami
degli autobus, sempre che soffiasse
davvero, e non fosse soltanto il compimento
di qualche profezia così evidente
da non volere chiosatori e interpreti.
E c’era qualche inquieta minaccia
Di pioggia? Sì, se passavano nubi.
Ci fu anche chi vide per un attimo
un volto pallidissimo affacciarsi
per sempre in questo angolo di luce,
fu la contemplazione dell’inizio
che non prevede fine o è già fine,
e per questo è perfetta letizia.
I giochi
Oh i giochi delle forme nella lieve
nebbia del lago, sotto la pioggia luminosa,
e qualche lieto fulmine fra i boschi
del monte che chiude l’arco delle acque:
barche come sospese nella luce fragile,
nuotatori che accennano saluti,
nubi di fiori impalliditi, gorghi
d’ombra che si sciolgono in un soffio
di vento, e le parole accanto, un po” ridenti,
un poco inceppate dall’enorme
distanza che mi divide da quell’altra vita,
giovane per chi sa quanto tempo ancora,
da cui giungono, e questo è tutto quanto
ti deve bastare.
Il profeta in maschera
Un breve lago d’ombra, nel candore
del monte, d’improvviso: leggi in quel buio
le parole di fuoco che vi sono
dipinte in fretta, perché breve è il tempo
che concede la nuvola di Dio
che nell’ombra risplendano, e forse uno
almeno, attento, le leggerà, a stento,
perché di là dalle lughe onde del mare
e tanto rassegnatamente miope
di fronte a quanto non è vita o almeno
l’imitazione o l’apparenza. Scosse
il capo, oh oscuro verbo che pur da sempre
pronunciato e ancora impronunciabile,
né poteva sperare che passasse
per una spiaggia d’estate un profeta
pur prudentemente in maschera.
Il raggio
Ma quale sole, quale luce, quale
raggio capace di fondere l’avversa
volta nebulosa e atra? Giunge fino
al volto fuggitivo nella lieve
penombra di una stanza un poco
infantile, alla mano che ritenta
la pagina, increspa il segno antico,
ed è la ruga intorno agli occhi miopi
di chi ricerca i corpi della vita
e forse non sono che ombre immaginate,
ma per un attimo Dio le fa esistere
con la sua ironia infinita per quell’uomo.
In fondo al corridoio
In fondo al corridoio sembrò lenta-
mente addensarsi un volto lieve, un abito
celeste, un passo che tuttavia non si avvicinava
pur se non lungo era lo spazio, e l’aria
naturalmente luminosa, aperte
come erano le finestre, assolati
i vetri, il vento dolce: oh la visione
è immobile, e non varia, lo scenario
di quella minima scena del teatro mondano
di cui fummo attori per un attimo, e dopo
non ne resta che il segno del pittore
disperatamente inetto.
L’ammonimento
Non è il bambino che gioca col mare
o la ragazza nuda nella luce
del mattino il severo ammonimento
del Tempo, né l’allargarsi dell’ombra
verso il fiume di roccia che chiude
il promontorio estremo, che non superano
il cavalli del Sole, troppo stanchi
dopo la corsa in queste ultime prove
della gara dell’anno. Ti sta dentro,
come una gioia, e non ne è scalfito il dono
del viola del mare, della fiamma
dell’ibisco fiorito, della voce
che tutte le sere mi giunge di lontano
ed è vita vera, che nessuno
può cancellare.
L’ancella di Sorrento
Perché tanto l’ancella seminuda
nella luce dubbiosa delle nuvole
dell’alba ripulisce con acqua e segatura
il pavimento di piastrelle nere
e bianche del bar lungo il mare? Aveva
gli occhi rossi come per un lunghissimo pianto,
il corpo attraversato come da
colpi di frusta o bruciature: eppure
accanita sfregava nel crescente gelo
come se neppure tutto il giorno,
e altri dopo, ancora, fino al termine
della stagione tra autunno e morte
potesse bastare a rilavare
le ormai tenui tracce di chi sa
quale strage di lei o Dio nelle cene
della notte estrema.
L’enigma
Troppo è l’enigma dell’istante, quando
si compie il gesto irreparabile o il terrore
che così poco distingua la finestra
finta, alta sul fiume di Babele,
e il traffico dal pozzo senza fine, buio.
Chiamava la mamma o Dio la ragazza
riversa sull’asfalto, ma chi mai
poteva udire in tutto quel frastuono
confuso che è la vita, e non rimane
allora che piangere sulla resurrezione
il terzo giorno.
L’esame
Le tre ragazze stavano sedute
davanti all’aula, nude, nell’attesa
dell’esame, chi più pudica, in sé
raccolta, con le braccia strette intorno
alle ginocchia, appena il volto limpido
levato, o sorridente, a interrogare
il fondo buio, il corridoio vuoto,
che una finestra coi vetri polverosi
chiude, e un cielo cieco, tenda non aria,
chi esibendo tranquilla il pube bruno
come un trofeo o un preannuncio per il dio
che verrà, non a giudicare o a scegliere,
ma a rimpiangere infinitamente
l’attimo di una visione che non fu
e non sarà mai, ma dolorosamente
è così dolce credere che sia.
La bambina
La gioia della bimba che è uscita
la prima volta a prendere la palla
in un’allegoria di gara: il grido
più acuto del rombo che fa il vento
fra 1 pioppi e sui colori delle acque,
del passaggio continuo delle voci
delle generazioni vane d’ombre
davanti al cielo vuoto anche di nuvole.
Ma in verità la partita era già persa,
perfino in questa prima prova, tanto,
in apparenza, innocua.