Marino Moretti

Marino Moretti

1885–1979 · visse 93 anni IT IT

n. 1885-07-18, Cesenatico · m. 1979-07-06, Cesenatico

A Cesena

Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
ospite della mia sorella sposa,
sposa da sei, da sette mesi appena.

Batte la pioggia il grigio borgo, lava
la faccia della casa senza posa,
schiuma a piè delle gronde come bava.

Tu mi sorridi. Io sono triste. E forse
triste è per te la pioggia cittadina,
il nuovo amore che non ti soccorse,

il sogno che non ti avvizzì, sorella
che guardi me con occhio che s’ostina
a dirmi bella la tua vita, bella,

bella! Oh bambina, o sorellina, o nuora,
o sposa, io vedo tuo marito, sento,
oggi, a chi dici mamma, a una signora;

so che quell’uomo è il suocero dabbene
che dopo il lauto pasto è sonnolento,
il babbo che ti vuole un po’ di bene.

«Mamma!» tu chiami, e le sorridi e vuoi
ch’io sia gentile, vuoi ch’io le sorrida,
che le parli dei miei vïaggi, poi...

poi quando siamo soli (oh come piove!)
mi dici rauca di non so che sfida
corsa tra voi; e dici, dici dove,

quando, come, perché; ripeti ancora
quando, come, perché; chiedi consiglio
con un sorriso non più tuo, di nuora.

Parli d’una cognata quasi avara
che viene spesso per casa col figlio
e non sai se temerla o averla cara;

parli del nonno ch’è quasi al tramonto,
il nonno ricco del tuo Dino, e dici:
«Vedrai, vedrai se lo terrò di conto»;

parli della città, delle signore
che già conosci, di giorni felici,
di libertà, d’amor proprio, d’amore.

Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
sono a Cesena e mia sorella è qui,
tutta d’un uomo ch’io conosco appena,

tra nuova gente, nuove cure, nuove
tristezze, e a me parla... così,
senza dolcezza, mentre piove o spiove:

«La mamma nostra t’avrà detto che...
E poi si vede, ora si vede, e come!
sì, sono incinta... Troppo presto, ahimè!

Sai che non voglio balia? che ho speranza
d’allattarlo da me? Cerchiamo un nome...
Ho fortuna, è una buona gravidanza...».

Ancora parli, ancora parli, e guardi
le cose intorno. Piove. S’avvicina
l’ombra grigiastra. Suona l’ora. È tardi.

E l’anno scorso eri così bambina!
Leggi la poesia completa

Poesie

12

A Cesena

Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
ospite della mia sorella sposa,
sposa da sei, da sette mesi appena.

Batte la pioggia il grigio borgo, lava
la faccia della casa senza posa,
schiuma a piè delle gronde come bava.

Tu mi sorridi. Io sono triste. E forse
triste è per te la pioggia cittadina,
il nuovo amore che non ti soccorse,

il sogno che non ti avvizzì, sorella
che guardi me con occhio che s’ostina
a dirmi bella la tua vita, bella,

bella! Oh bambina, o sorellina, o nuora,
o sposa, io vedo tuo marito, sento,
oggi, a chi dici mamma, a una signora;

so che quell’uomo è il suocero dabbene
che dopo il lauto pasto è sonnolento,
il babbo che ti vuole un po’ di bene.

«Mamma!» tu chiami, e le sorridi e vuoi
ch’io sia gentile, vuoi ch’io le sorrida,
che le parli dei miei vïaggi, poi...

poi quando siamo soli (oh come piove!)
mi dici rauca di non so che sfida
corsa tra voi; e dici, dici dove,

quando, come, perché; ripeti ancora
quando, come, perché; chiedi consiglio
con un sorriso non più tuo, di nuora.

Parli d’una cognata quasi avara
che viene spesso per casa col figlio
e non sai se temerla o averla cara;

parli del nonno ch’è quasi al tramonto,
il nonno ricco del tuo Dino, e dici:
«Vedrai, vedrai se lo terrò di conto»;

parli della città, delle signore
che già conosci, di giorni felici,
di libertà, d’amor proprio, d’amore.

Piove. È mercoledì. Sono a Cesena,
sono a Cesena e mia sorella è qui,
tutta d’un uomo ch’io conosco appena,

tra nuova gente, nuove cure, nuove
tristezze, e a me parla... così,
senza dolcezza, mentre piove o spiove:

«La mamma nostra t’avrà detto che...
E poi si vede, ora si vede, e come!
sì, sono incinta... Troppo presto, ahimè!

Sai che non voglio balia? che ho speranza
d’allattarlo da me? Cerchiamo un nome...
Ho fortuna, è una buona gravidanza...».

Ancora parli, ancora parli, e guardi
le cose intorno. Piove. S’avvicina
l’ombra grigiastra. Suona l’ora. È tardi.

E l’anno scorso eri così bambina!

Convitto del Sacro Cuore

I
«Come ti chiami?» «Elisabetta.» «È un nome
lungo, è meglio dividerlo. Ti piace
più ch’io ti chiami Elisa o Betta?» «Come
vuoi.» «Perché piangi?» La novizia tace.

Tace e le guance le si fan di fiamma
e rigate di lacrime. «Perché?»
«Piango perché ho lasciato la mia mamma,
perché son sola.» «Ci sono io con te.»

Soltanto le piccine nei cortili
e le più grandi fanno capannelli;
parlan di cose belle, di monili,
di stoffe, di maestre e di fuselli.

Passa una suora che sogguarda attenta
il circolo loquace e il giro a tondo
e la bambina solitaria intenta
a discoprire, oltre il cancello, il mondo.

Un’altra legge e le dà noia la strana
cantilena che viene di laggiù.
Cinque minuti e suona la campana.
«Elisa, Elisa mia, non pianger più.»

II

Cosa e parola

Felicità, cosa che sa d’amaro,
parola che si lascia dire e ride,
fior che fiorisce come un frutto raro,
gioia che il cuor sopisce e non uccide;
felicità, larva di donna, riso
di donna, occhio di donna, ombra di donna,
seppi io forse il tuo gran rombo improvviso,
rabbrividii nel tuo bacio che assonna?
E se la stringo al mio cuore soave
la chiave della mia casa solinga,
felicità, forse t’ho chiusa a chiave,
fior, gioia, donna, ombra, infelicità?

Flores sententiarum

Cogito, ergo sum. Penso, onde esisto.
Edo, ergo sum. Esisto, esisto, esisto!

Questo mi piace (un tempo m’è spiaciuto):
Ama nesciri. Essere sconosciuto!

Nascondetevi pure come topi,
fratelli miei. Nulla fides inopi.

Facit indignatio versum. Via, non nasce
da un sentimento che rimane in fasce?

Per amica silentia lunae. È bello!
Ma nel silenzio luccica il coltello.

Una bestemmia, un grido, anche uno sputo.
Humani nil a me alienum puto.

Ex abundantia cordis. Cuore pieno,
bocca che parla, ma che parla meno.

Loqui ignorabit qui tacere nesciet.
E così resto muto come un pesce.

Il giardino della stazione

Giardino della stazione di San Giovanni o San Siro
tutto fiorito all’ingiro di fiori della passione,

chiuso da siepe corrosa di brevi canne sottili
cui s’attorcigliano i fili di bei convolvoli rosa.

Brilla nel mezzo un tranquillo disco di limpida vasca,
oscilla un petalo e casca presso il minuto zampillo;

par che gli zefiri mossi lancin le blande farfalle
su le gaggie, su le palle-di-neve, sui cacti rossi;

che il sole, sceso da un regno d’oro, d’azzurro o d’opale,
entri siccome un mortale dal cancelletto di legno,

mentre la buona stazione che s’alza rosea d’accanto
dice il suo nome di santo quasi con circospezione.
E noi si va chi sa dove, poveri illusi, si va
in cerca di felicità, verso città sempre nuove;

verso l’ignoto e la sera, e invece lì nel giardino
veduta dal finestrino c’è tutta una primavera.

E c’è una gaia fanciulla che ride un riso sereno
e non si cura del treno, e non si cura di nulla.

Giardino della stazione di San Martino o San Celso
con quel cipresso o quel gelso che a lato fa da padrone,

giardino di devozione che ascolti attento e tranquillo
la voce dello zampillo, il rombo del calabrone!

Chi scenderà dal vagone per rimanere ed amare
le tue belle iridi chiare, figlia del capo-stazione?

Il ricordo più lontano

Forse io ricordo un dolce tempo ch’ero
tutto tuo, del tuo corpo e del tuo cuore,
quando non era in te vivo pensiero
che non fosse di mia vita un bagliore.

Forse io sentivo ciò che tu sentivi
tacito nel mio chiuso nascondiglio;
qualche barlume mi giungea dei vivi
sogni che tu sognavi per tuo figlio:

qualche sussulto ti scotea fors’anche
ch’era per la tua carne un brividìo,
lo smarrimento delle membra stanche
e un improvviso monito di Dio.

Pensandomi, sognandomi, tu davi
al mio viso la sua fisionomia,
ed io sentivo i tuoi segni soavi
che s’imprimevan nella carne mia.

Sentivo il cuore tuo: gli ero vicino
più che al mio cuore che ora inganno o cullo,
ed era così garrulo e piccino
che avrei potuto farmene un trastullo.

Io mi formavo senza il mio selvaggio
impeto, non sapendo esser l’ignoto
atteso che facea lento vïaggio
per giungere alla sua meta nel vuoto;

io mi formavo senza una parola
della mia stessa arcana volontà,
ero come la docile bestiola
che nulla teme e nulla cerca e sa.

Ero felice forse: la mia vita
era il riflesso della tua: ma quanto
era più dolce e quasi indefinita
per la soavità di quell’incanto.

Ma un giorno uscii dal tuo sangue: m’arresi.
Fui cuor che piange, carne che dolora.
Troppo ero vecchio, avevo troppi mesi
per viver quella calda vita ancora.

In cucina

Madre, se vuoi ch’io t’ami
come ti si conviene,
resta fra i tuoi tegami
smaltati bianchi e blu:
vuoi ch’io ti voglia più
bene, molto più bene?

Resta in cucina dove
la tua dolcezza ha un gaio
riso che mi commuove
quando passa bel bello
dall’acquaio al fornello,
dal fornello all’acquaio;

poi va’, corri in giardino
e coglilo un rametto
d’adusto ramerino
o di scherzoso alloro
o qualche pomodoro
ancora un poco aspretto;

poi trita con un muto
cenno le tue cipolle
giovani pel battuto
e accortamente schiuma
la pentola che bolle,
il bricchetto che fuma;

sì che, mentre la fiamma
si fa sempre più roca
nella cappa segreta,
tu pensa che la mamma
del giovane poeta
sa fare anche la cuoca.

Oh lascia ch’io ti prenda
queste mani che sanno
di carne cotta in forno
e far sempre sapranno
ogni buona faccenda
fino all’ultimo giorno;

oh lascia ch’io ti dica:
«Triste, mammina, triste
sapere troppe cose
e cercar fra l’ortica
o fra le vuote ariste
rose e foglie di rose;

dolce invece sostare
in questi vaghi odori
guardando il focolare
e i fumi di vapori
che con labile volo
escono dal paiuolo».

L’albergo della tazza d’oro

Presso un’arola o in mezzo d’una strada
nessuna brama arde e s’appunta in me;
triste son io perché
la tristezza è il mio pane e la mia piada.
Or chi m’ascolta più? Chi si sovviene
della mia povertà cogitabonda
se quando questa ambascia mi circonda
anche mia madre non mi vuol più bene?
Meglio ch’io vada in un paese, in uno
di quei paesi che hanno un lungo nome,
in cui si vive così soli come
se non ci fosse, insieme a noi, nessuno.
E passo il limitar d’una locanda
piena di gabbie d’uccellini in cova
e mi sorride a prova
la padroncina con far d’educanda.
Oh l’alberghetto dal nome sonoro
come mi piace subito! Quest’è
l’Albergo dei Tre Re?
del Pellegrino? della Tazza d’oro?
Sì, sì, la Tazza d’oro! E c’è la tazza
d’oro lucente nell’insegna nera
che copre la ringhiera
del balconcino che dà su la piazza.
O locandiera intenta al tuo lavoro
d’uncinetto, vi chiedo per piacere
di dare all’ultimo ospite da bere
la vostra albana nella tazza d’oro.
Dolce l’albana, fresca la cedrina
nel verde testo e le pile di piatti
e Aurelio Saffi e il Passatore e Fratti
alle pareti... e c’è la signorina.
La signorina che arrossisce un poco
pur sorridendo nei grandi occhi mesti:
oh, di’, tu non vorresti
fare all’amore oggi con me per gioco?
Amore, la parola che si ascolta
come un messaggio,
amor che passa, amore di passaggio
che dà il gambetto o fa la giravolta:
amore che ritorna, qualche volta.

La domenica di Bruggia

Chinar la testa che vale?
e che val nova fermezza?
Io sento in me la tristezza
del giorno domenicale;

del giorno crepuscolare
nel quale l’anima prova
il bisogno d’una nuova
solitudine e d’andare...

sì, di andare fino a Bruggia
fino al vecchio beghinaggio
per vedere un paesaggio
lagunare che si aduggia.

Qui nessun ti vuol più bene,
qui nessuno ti vuol più
e tu, dolce anima, tu
va’ pur dove ti conviene:

ti convien fare un vïaggio
per cacciare un poco l’uggia
ed andare fino a Bruggia,
fino al vecchio beghinaggio.
Oh dolcezza del mio cuore,
dei miei sensi un poco stanchi.
Vanno i cigni i cigni bianchi;
van sul pio Lago d’Amore;

van gli uccelli frettolosi
frettolosi sui canali,
vanno insieme uguali uguali
sotto cieli freddolosi;

nel mattino che par sera,
tra la nebbia fine fine
vanno insieme le beghine
le beghine alla preghiera,

vanno là presso l’altare
del dolcissimo convento
mentre io sento sento sento
un desìo folle d’andare...

sì, di andare fino a Bruggia,
fino al vecchio beghinaggio
per vedere un paesaggio
lagunare che si aduggia.
Oh dolcezza del mio cuore!
Tra la nebbia fine fine
vagan meste pellegrine
presso il pio Lago d’Amore;

e guardando il bel paese
che di nebbie ancor s’ammanta
pregano pregano Santa
Elisabetta ungherese.

Lenta lenta lenta va
nei canali l’acqua verde
e co’ suoi cigni si perde
nella grigia immensità,

nell’eterno mezzo lutto
mentre il giunco tristemente
s’è chinato a bere il flutto
della placida corrente.

Il tintinno d’una folla
di campane fa tremare
lievemente la corolla
d’uno smorto nenufare;

scioglie il salcio la sua chioma
e il suo pianto nel canale
e diffondesi un aroma
pio d’incenso e di messale...
Oh dolcezza del mio cuore,
dei miei sensi un poco stanchi!
Vanno i cigni i cigni bianchi
sullo specchio dell’Amore;

lenta lenta lenta va
nei canali l’acqua verde
e coi suoi cigni si perde
nella grigia immensità;

e sull’umile città
che dal tempo s’allontana
piange piange la campana
dall’alto del Beffroi;

e nell’aria che s’annera
al cader del vecchio giorno
piangon essi tutt’intorno
i carillons della sera...
È, sì, in questo crepuscolare
giorno che l’anima prova
il bisogno di una nuova
solitudine e d’andare...

sì, d’andare fino a Bruggia,
fino al vecchio beghinaggio
per vedere un paesaggio
lagunare che si aduggia,

sì, di far questo vïaggio
per cacciare un poco l’uggia,
fino a Bruggia, fino a Bruggia,
fino al vecchio beghinaggio.

La maestra di piano

Ha smesso il lutto. Una vestina chiara.
Beethoven, terza pagina. Un sorriso
nell’ombra. S’è levata d’improvviso
con quel sorriso nella bocca amara.

Ha sonato di nuovo. La sua testa
ferma fra le candele. «Non dovete
cedere.» Sguardo. «Pallide, inquïete
mani...» E la mano che più soffre è questa.
Un fruscìo di quaderni.
L’agilità di tocco
di un’allieva. Uno sciocco
esercizio di Czerny.

Egli è dunque arrivato
questa volta importuno.
Su la soglia qualcuno
trattiene il fidanzato.

Or la fronte che scotta
s’appoggia alla vetrata.
La campana malata
chiama al tempio di Isotta.

Giornata grigia. Piove:
giornata grigia e stolta.
Eh via, or che s’ascolta?
Eh via, Czerny è Beethoven?
Beethoven, terza pagina. La testa
fra le candele, due ceri sottili.
«No, non sonare. Andiamo. Quanti aprili
ci aspettano al di là della foresta.»

Non ode. Volta. Pallide, inquïete
mani. La testa fra le due candele.
«Anima, dammi un poco del tuo fiele,
un poco del tuo male, anima: ho sete.»

Libri

5

Commenti (0)

Condividi
Accedi per pubblicare un commento.

Ancora nessun commento. Sia il primo a commentare.