La prima immagine è
La prima immagine è il Lago di Garda,
scavata in bianco e nero fino all’Ortles.
Sarò solo un bambino,
ma mio padre vive in eterno.
Dopo la Jugoslavia, nel luglio del ’41,
con firma fiorita
salutava la Magda.
Lettera e preghiera
Caro perduto Luigi
sei oggi più tenero, inerme fratello
nel mio mutato pensiero.
È bianca la tua pelle, come carta,
e io ci scrivo.
È questo il saluto e sarà più leggero
il sacrificio dell’anima.
Sul lieto silenzio di un prato
si posa l’ombra dell’ultima parola.
Abbi comunque pace
e l’abbia chi ha taciuto. Siamo noi
il corpo dell’economia.
Lui se ne andò
Lui se ne andò gettandoci
nell’improvviso smarrimento.
In un sacchetto della polizia,
ecco gli assegni, il pettine,
la benda per il polso...
Ciao, dico, adesso senza più tremare.
Io ti ho salvato, ascoltami.
Ti lascio il meglio del mio cuore
e con il bacio della gratitudine,
questa serenità commossa.
Ma c’è chi osserva atterrito
Ma c’è chi osserva atterrito la sua tenebra ogni notte,
e madido
annichilisce col capo sul cuscino
e per calmarsi si accarezza il viso,
sfiora incerto il corpo più vicino
e resta lì, capisce
il suo graduale trascolorare lento
fino a un biancore senza nome.
“All’incubo non c’è mai risveglio,
ma 10 lo guardo dritto.
Forse c’è un senso
di più docile armonia, che ti disfa sereno”,
pensa.
E trova casa in un altrove vagante,
sì tramuta e si sparge nell’aria.
Poesia della fonte
Ho fatto il percorso
Ho fatto il percorso della salute
e ho contemplato l’isola militare.
Poi mi sono acquattato
tra queste piante basse e la terra.
Potevo chiedere aiuto e il droghiere
mi avrebbe fatto un sorriso di miele.
Sono già speculare al fondo
immobile di silenzio e radici
fino a spezzarlo, a rasparlo,
a baciarlo, il midollo.
Io ti raggiungo
e tutta questa gente nuda
sorpassa la casa
e il campo dei suicidi
La casa al mare
Non sono più nella mia casa,
ma in questa sede ariosa che mi concede tutto.
La sua tranquilla geometria
dà ingresso al chiaro dei corpi
umidi e leggeri sul terrazzo.
Ascolto da qui le voci della piazza,
osservo come un lago il mare che si apre
nel bosco e se c’è vento
una domestica campagna di cicale
che a mezzogiorno protegge 1 nostri passi.
Dipinta di azzurro e di bianco
la Brise Marine raccoglie gente che non ha
questi giardini riflessi negli occhi,
né le tracce feriali di una pigra incuria.
Mi affaccio distante per vedere
quei musi di pesce e la vernice
azzurra e viola che cola sulla pelle
di chi non sosta quando il tempo
non ha più direzione:
nella pianura totale, deserta,
e nel confine a taglio che si annebbia.
Poesia della fonte
*
Sul tetto di roccia strapiombano
le rovine dell’ospite.
Io mi incammino tra i passeggeri e i vigili
in nulla differente di visibile.
Però cerco una fonte che sia sola mia.
*
Forse la fonte è una frase.
Una domanda spaccata, una figura
che copre un’altra figura
e un’altra ancora.
Ma non all’infinito.
Ricerca; relazione
Rinvenuto tra gli effetti personali abbandonati
un diario intimo ricco di annotazioni. Decifrate
eccole trasmesse in elenco privo di nessi.
«Era un gran bel ragazzo mongoloide.»
(Ci faremo amici?)
Potrei misurare il tempo
secondo il metro dei bambini.
Che cos’altro se non accucciare
il piede in fondo al letto o mettere la mano
sotto il cuscino soffice, al sicuro?
Ecco, star lì coi gomiti sul tavolo le mani sulla faccia
a porgere l’orecchio, a farmi raccontare
certi dettagli minimi della famiglia.
ea aa
Via Pantano 13 antica casa signorile.
Andati in cerca dell’orafo Guelfi per le vere?
La bottega non c’è più. La portinaia è molto anziana
sì chiama Filomena è secca e minuta. La casa mi piace.
Vecchia,
scale larghe, vetrate colorate. Ci devo tornare.
Un altro itinerario un’altra pista
è suggerita da un povero diavolo: basco
sciarpa, giacchetta, bici
e la cartella in canna. Diversamente la mamma
galoppa sull’altra via: «Non sai nemmeno
che cosa prendo» dice
«Certe volte il 90 e dopo il 23.»
Poi ho cambiato vestito, ho fatto la valigia
e son fuggito in motorino.
alternativa:
Poi sono andato in camera, seduto al tavolo,
ho compilato un curriculum, risposto a un’inserzione.
e
Briccone d’un mongoloide (ah! ragazzaccio ...)
La moglie: «ultimamente camminava a zig-zag
o con i piedi in dentro. O anche, milanese,
prendeva accenti strani. Che so, veneto, romagnolo,
toscano».
La madre: «cambiava gusto dall’oggi col domani,
perdeva la memoria. Aveva sempre gli occhi rossi».
Dichiarazioni telefoniche rilasciate agli amici
interrotte di colpo:
«in condizioni
di sonno o veglia fermi a letto
un etto di cicoria,
un ravanello o due ti può bastare.»
«È stato così che ho fatto, quel mattino,
l’ultimo bagno nel tepore del liquido amniotico.» (so-spirando)
Il medico aveva già parlato sibillino.
«Regressione. Identità. Qualificarsi.»
E, d’altro canto, fu facile osservarlo
rannicchiato sopra il suo pagliericcio
in posizione di feto. Nell’incubo faceva:
«Io parlo da solo fin da piccolo.
certo che ho riflettuto, ma non mi trovo più ...»
Adesso non sappiamo dove diavolo sia.
Rutebeuf
*
Così mi verso nel niente
scorro via nelle strade e nei mercati
come piscia di cane.
*
Il pensiero come lampo d’istante
che comunica con l’infinito
e degenera nella parola.
La prosa è infida: nasconde
confini traboccanti d’insignificanza.
se
Perché portiamo addosso
questa materia cotta
o questa roba da macelleria?
*
All’alba sono ancora al primo sonno
e ho fatto il sogno
di questa povera pietanza.
*
Il sole era già alto
e lei nella discesa oltre il cancello
così vecchina e piccola
infagottata nel suo cappotto blu.
Non potrò più dimenticare questi pomeriggi
seduto al tavolino col tuo vermut
a vederti mangiare
*
Vedevo nella stanza buia
tutte le luci del firmamento.
Il tuono mi faceva galleggiare
in squarci di vertigine e terrore
davanti all’orizzonte del mio vuoto.
sie
Ho rotto il mio bicchiere,
tutti i bei giorni sono già passati.
Da L’ultimo viaggio di Glenn