Poesie di questo tema
Relazioni e famiglia
Monte Andrea
Poi che ’l ferro la calamita saggia
Poi che ’l ferro la calamita saggia
ver’ la stella dirizza mantenente,
e se la stella, per scurtate ch’aggia,
si cela, già non parte di neiente.
Così, donna, mostrandovi salvaggia,
celando me vostra fazzon piagente,
non v’ascondete sì, ched io non aggia
agli occhi vostra figura presente;
e non vi val, ché già non mi scoraggia
di voi amar, ma più son ubidente.
E pur venisse che mi foste ascosa,
non vi potesse cogli occhi cernire,
sacciate che lo cor non vi dà posa:
giamai non parto voi sempre seguire,
fintanto che sarete sì pietosa,
che non vi piaccia chio deggia morire.
ver’ la stella dirizza mantenente,
e se la stella, per scurtate ch’aggia,
si cela, già non parte di neiente.
Così, donna, mostrandovi salvaggia,
celando me vostra fazzon piagente,
non v’ascondete sì, ched io non aggia
agli occhi vostra figura presente;
e non vi val, ché già non mi scoraggia
di voi amar, ma più son ubidente.
E pur venisse che mi foste ascosa,
non vi potesse cogli occhi cernire,
sacciate che lo cor non vi dà posa:
giamai non parto voi sempre seguire,
fintanto che sarete sì pietosa,
che non vi piaccia chio deggia morire.
Nelo Risi
Destino
Un giorno a Vienna
ho visitato la sua casa
per poi scoprire che di alloggi
solo a Vienna ne ebbe più di trenta
Gli bastava un nonnulla
non riconosciuto o credersi insultato
e traslocava in nuove confusioni
l’alloggio a volte era una tana
A Bonn si può vedere dove nacque
in quel museo sono raccolte le sue glorie
le sue miserie—troppo ordinate
Beethoven non è Goethe?
Un Guarneri due Amati sotto vetro
non chiariscono gli ultimi quartetti;
un cornetto acustico in bacheca
rovina del superstite udito
Fogli e fogli ingialliti alle pareti
una foresta di freghi di segni
dalle dita tradotti in suoni
a ricreare la pura essenza dell’idea
I suoi contratti! sempre in lotta
con gli editori (primo musicista
non più a servizio) in una Vienna
ancora incipriata
E il ritratto dell’oziosamato Karl
cinque anni di processi atti legali
per la tutela del nipote sempre nuove angosce
la gioia che talvolta trionfa sulla pena
Componendo a porte chiuse urla
e ritma la fuga del suo Credo
«Non scrivo per la folla!» chiede indietro
lo spartito dopo il fiasco del Fidelio
Avanti negli anni neanche tanto
scrive pei tempi che verranno
ora che è murato dentro
teso all’ascolto dell’io solitario
Più degli uomini ama la natura
l’usignolo la quaglia il tema del ruscello
girovagare nei boschi assorto
chiedere energia alla terra
Bonaparte? un ideale che ha tradito
con Goethe non si è inteso
degli italiani salva Cherubini
Handel? e Shakespeare sopra tutti
sola felicità nell’arte ormai ...
A letto idropico col fegato a pezzi
ròso dalle cimici ha un sorriso per i pochi:
«la commedia è terminata» le sue dita
massicce stringono il quaderno —tempo di neve
un lampo un tuono scuote tutta Vienna
Ma la sua maschera
di quando ancora era in vita!
appesa là, camusa
ha già le palpebre abbassate
sulla forza intatta del suo genio illimitato
From LE RISONANZE
ho visitato la sua casa
per poi scoprire che di alloggi
solo a Vienna ne ebbe più di trenta
Gli bastava un nonnulla
non riconosciuto o credersi insultato
e traslocava in nuove confusioni
l’alloggio a volte era una tana
A Bonn si può vedere dove nacque
in quel museo sono raccolte le sue glorie
le sue miserie—troppo ordinate
Beethoven non è Goethe?
Un Guarneri due Amati sotto vetro
non chiariscono gli ultimi quartetti;
un cornetto acustico in bacheca
rovina del superstite udito
Fogli e fogli ingialliti alle pareti
una foresta di freghi di segni
dalle dita tradotti in suoni
a ricreare la pura essenza dell’idea
I suoi contratti! sempre in lotta
con gli editori (primo musicista
non più a servizio) in una Vienna
ancora incipriata
E il ritratto dell’oziosamato Karl
cinque anni di processi atti legali
per la tutela del nipote sempre nuove angosce
la gioia che talvolta trionfa sulla pena
Componendo a porte chiuse urla
e ritma la fuga del suo Credo
«Non scrivo per la folla!» chiede indietro
lo spartito dopo il fiasco del Fidelio
Avanti negli anni neanche tanto
scrive pei tempi che verranno
ora che è murato dentro
teso all’ascolto dell’io solitario
Più degli uomini ama la natura
l’usignolo la quaglia il tema del ruscello
girovagare nei boschi assorto
chiedere energia alla terra
Bonaparte? un ideale che ha tradito
con Goethe non si è inteso
degli italiani salva Cherubini
Handel? e Shakespeare sopra tutti
sola felicità nell’arte ormai ...
A letto idropico col fegato a pezzi
ròso dalle cimici ha un sorriso per i pochi:
«la commedia è terminata» le sue dita
massicce stringono il quaderno —tempo di neve
un lampo un tuono scuote tutta Vienna
Ma la sua maschera
di quando ancora era in vita!
appesa là, camusa
ha già le palpebre abbassate
sulla forza intatta del suo genio illimitato
From LE RISONANZE
Nelo Risi
Il teatro privato
Che bellezza scaricare tutto sull’inconscio!
purché l’inconscio lo si lavi in famiglia
si può uccidere il padre fottere la madre
La psicoanalisi è una indagine borghese
un processo simbolico tanto rispettabile
(conta il denaro la cura è interminabile)
Fughe e censure sono piaceri da narciso?
un murarsi dentro la scena familiare
che l’uomo di fabbrica l’uomo della terra
neanche sospettano—per i subalterni
vale ancora la vecchia coscienza
purché l’inconscio lo si lavi in famiglia
si può uccidere il padre fottere la madre
La psicoanalisi è una indagine borghese
un processo simbolico tanto rispettabile
(conta il denaro la cura è interminabile)
Fughe e censure sono piaceri da narciso?
un murarsi dentro la scena familiare
che l’uomo di fabbrica l’uomo della terra
neanche sospettano—per i subalterni
vale ancora la vecchia coscienza
Nelo Risi
Saprò annodarmi la cravatta a farfalla?
Saprò annodarmi la cravatta a farfalla?
bilanciare d’un sol colpo le bretelle
dietro le spalle? questo non altro
diceva il me stesso turbato quando
il mattino saltavo piedi nudi sul loro letto
e assistevo al rito
accucciato nello stampo ancora caldo
ignorando la mamma cui stavo accanto
per il papà riflesso nello specchio
col rasoio a mano libera su una guancia insaponata –
stranamente quel gesto veloce
mi ridava la stessa fiducia
della volta che mi tenne ben saldo tra le gambe
che mi tolse in due colpi le tonsille
e un fiotto del mio sangue
si rovesciò sullo specchio frontale
per un attimo accecandolo.
bilanciare d’un sol colpo le bretelle
dietro le spalle? questo non altro
diceva il me stesso turbato quando
il mattino saltavo piedi nudi sul loro letto
e assistevo al rito
accucciato nello stampo ancora caldo
ignorando la mamma cui stavo accanto
per il papà riflesso nello specchio
col rasoio a mano libera su una guancia insaponata –
stranamente quel gesto veloce
mi ridava la stessa fiducia
della volta che mi tenne ben saldo tra le gambe
che mi tolse in due colpi le tonsille
e un fiotto del mio sangue
si rovesciò sullo specchio frontale
per un attimo accecandolo.
Niccolò Campani
Dal Lamento sopra il male incognito (92-94)
Tirimi Amor tutte le sue quadrella;
consentirei con lui far questo patto:
mai più guardar nissuna cosa bella,
e perder la dolcezza di quell’atto;
spandesse in me pur ogni sua facella,
ed alfin mi castrasse come un gatto,
poi mi vietasse il ragionarne ancora,
Saria men mal che questo che m’accora!
Sarebbe stolta ogni comparazione
de’guai d’Amor con le doglie franciose;
perch’io n’ho fatto espresso paragone:
queste son mille volte più noiose;
Amor dà pur qualche consolazione,
questo ti dà le spine, e non le rose.
Sì che, se’l mal d’amor peggio è che questo,
dammi il tuo, tolle il mio, e dammi el resto!
Quanto felici fu nostri antinati,
che per ogni postribul si sfamorno,
senza timor giammai d’esser vessati
da questo mal pieno di danni e di scorno!
E noi, col lume in man, ci siam gabbati,
come si vede ognor, giorno per giorno:
ché qualcun te ne mostra il segno in fronte,
d’esser di Francia paladino o conte.
consentirei con lui far questo patto:
mai più guardar nissuna cosa bella,
e perder la dolcezza di quell’atto;
spandesse in me pur ogni sua facella,
ed alfin mi castrasse come un gatto,
poi mi vietasse il ragionarne ancora,
Saria men mal che questo che m’accora!
Sarebbe stolta ogni comparazione
de’guai d’Amor con le doglie franciose;
perch’io n’ho fatto espresso paragone:
queste son mille volte più noiose;
Amor dà pur qualche consolazione,
questo ti dà le spine, e non le rose.
Sì che, se’l mal d’amor peggio è che questo,
dammi il tuo, tolle il mio, e dammi el resto!
Quanto felici fu nostri antinati,
che per ogni postribul si sfamorno,
senza timor giammai d’esser vessati
da questo mal pieno di danni e di scorno!
E noi, col lume in man, ci siam gabbati,
come si vede ognor, giorno per giorno:
ché qualcun te ne mostra il segno in fronte,
d’esser di Francia paladino o conte.
Niccolò Franco
Chi può negar
Chi può negar, che quel soave umore
che l’una lingua trae dall’altra, quando
si sta l’uomo e la femmina abbracciando,
non sia gioire all’uno e all’altro core?
E quello star per lunghe assai dimore
e bocca a bocca, e labbri a labbri urtando,
è altro ch’andar l’anime serrando,
che di dolcezza non se n’escan fuore?
E quel dolce mormorìo ad udire,
puossi egli chiamar altro ch’un volere
della dolcezza insieme conferire?
Or, se ’l suggere un cazzo sia piacere
maggiore, e vuommi alcuno contraddire
dica mo’ l’Aretino il suo parere.
che l’una lingua trae dall’altra, quando
si sta l’uomo e la femmina abbracciando,
non sia gioire all’uno e all’altro core?
E quello star per lunghe assai dimore
e bocca a bocca, e labbri a labbri urtando,
è altro ch’andar l’anime serrando,
che di dolcezza non se n’escan fuore?
E quel dolce mormorìo ad udire,
puossi egli chiamar altro ch’un volere
della dolcezza insieme conferire?
Or, se ’l suggere un cazzo sia piacere
maggiore, e vuommi alcuno contraddire
dica mo’ l’Aretino il suo parere.
Niccolò Franco
Priapo, io qui compaio
Priapo, io qui compaio ambasciatore
da parte d’una nostra poetessa,
con tutta quella riverenza espressa,
che converrebe ad uno Imperadore.
Ella ti dice, che t’ha sempre in core,
e la mattina quando vede messa,
Dio sa, se per te prega, ch’ella stessa
si maraviglia dond’è tanto amore.
E benché spenda l’intelletto e l’arte
in scriver rime, ed a te facci torto
co ’l farti tanta carestia di carte,
tutto questo riesce in tuo conforto,
e sei costretto a torlo in buona parte,
se piagne il cazzo del marito morto.
da parte d’una nostra poetessa,
con tutta quella riverenza espressa,
che converrebe ad uno Imperadore.
Ella ti dice, che t’ha sempre in core,
e la mattina quando vede messa,
Dio sa, se per te prega, ch’ella stessa
si maraviglia dond’è tanto amore.
E benché spenda l’intelletto e l’arte
in scriver rime, ed a te facci torto
co ’l farti tanta carestia di carte,
tutto questo riesce in tuo conforto,
e sei costretto a torlo in buona parte,
se piagne il cazzo del marito morto.
Niccolò Machiavelli
Da L’asino d’oro (cap. IV)
Allora la mia donna aprì le braccia,
et con un bel sembiante, tutta lieta,
mi baciò dieci volte e più la faccia;
poi disse festeggiando: «Alma discreta,
questo viaggio tuo, questo tuo stento,
cantato fia da istorico o poeta.
Ma perché via passar la notte sento,
vo’ che pigliam qualche consolazione,
e che mutiam questo ragionamento.
E prima troverem la colettione;
ché so bisogno n’hai forse non poco,
se di ferro non è tua conditione;
e goderemo insieme in questo loco».
E detto questo, una sua tovaglietta
apparecchiò su un certo desco al fuoco.
Poi trasse d’uno armario una cassetta,
dèntrovi pane, bicchieri et coltella,
un pollo, una insalata acconcia et netta;
et altre cose appartenenti a quella.
Poscia a me volta disse: «Questa cena
ogni sera m’arreca una donzella.
Ancor questa guastada porta piena
di vin, che ti parrà, se tu l’assaggi,
di quel che Val di Grieve e Poppi mena.
Godiamo, adunque; e come fanno i saggi
pensa che ben possa venire ancora;
et chi è dritto al fin convien che caggi.
E quando viene il mal, che viene ogn’ora,
mandalo giù come una medicina;
ché pazzo è chi la gusta o l’assapora.
Viviamo or lieti, infin che domattina
con la mia greggia sia tempo uscir fuori,
per ubidire a l’alta mia regina».
Così, lasciando gli affanni e i dolori,
lieti insieme cenammo, e ragionossi
di mille canzonette e mille amori.
Poi come avemmo cenato, spogliossi,
e dentro al letto mi fé seco entrare,
come suo amante o suo marito io fossi.
Qui bisogna a le Muse il peso dare
per dir la sua beltà; ché senza loro
sarebbe vano il nostro ragionare.
Erano i suoi capei biondi com’oro,
ricciuti e crespi; talché d’una stella
pareano i raggi, o del superno coro.
Ciascuno occhio pareva una fiammella,
tanto lucente, sì chiara et sì viva,
ch’ogni acuto veder si spegne in quella.
Avea la testa una grazia attrattiva,
tal ch’io non so a chi me la somigli;
perché l’occhio al guardarla si smarriva.
Sottili, arcati e neri erano i cigli;
perch’a plasmargli fur tutti gli Dei,
tutti i celesti e superni consigli.
Di quel che da quei pende dir vorrei
cosa ch’al vero alquanto rispondesse;
ma tacciol, perché dir non lo saprei.
Io non so già chi quella bocca fesse:
se Giove con sua man non la fece egli,
non credo ch’altra man far la potesse.
I denti più che d’avorio eran begli,
et una lingua vibrar si vedeva,
come una serpe, infra le labbra et quegli:
d’onde uscì un parlare, il qual poteva
fermare i venti et far andar le piante;
sì soave concento e dolce aveva.
Il collo e ’l mento ancor vedeasi, e tante
altre bellezze, che farian felice
ogni meschino et infelice amante.
Io non so s’a narrarlo si disdice
quel che seguì dapoi; però che ’l vero
suole spesso far guerra a chi lo dice.
Pur lo dirò, lasciandone il pensiero
a chi vuol biasimar; perché tacendo
un gran piacer non è piacer intero.
Io venni ben con l’occhio discorrendo
tutte le parti sue infino al petto,
a lo splendor del quale ancor m’accendo;
ma più volte veder mi fu disdetto
da una ricca et candida coperta,
con la qual coperto era il picciol letto.
Era la mente mia stupida e incerta,
frigida, mesta, timida et dubbiosa,
non sapendo la via quanto era aperta.
E come giace stanca e vergognosa,
e involta nel lenzuol, la prima sera,
presso al marito la novella sposa;
così d’intorno pauroso m’era
la coperta del letto inviluppata,
come quel che ’n virtù sua non ispera.
Ma poi che fu la donna un pezzo stata
a riguardarmi, soghignando disse:
«Sare’ io d’ortica o pruni armata?
Tu può’ aver quel che sospirando misse
alcun già per averlo più d’un grido,
et fé mille quistioni et mille risse.
Bene entreresti in qualche loco infido,
per ritrovarti meco, o noteresti
come Leandro infra Sesto et Abido;
poi che virtute hai sì poca, che questi
panni che son fra noi ti fanno guerra,
e da me sì discosto ti ponesti».
E come quando nel carcer si serra
dubbioso de la vita un peccatore,
che sta con gli occhi guardando la terra;
poi, s’egli avvien che grazia dal signore
impetri, e’ lascia ogni pensiero strano,
et prende assai d’ardire et di valore;
tal er’io e tal divenni per l’umano
suo ragionare; et a lei m’accostai,
stendendo fra’ lenzuol la fredda mano.
E come poi le sue membra toccai,
un dolce sì suave al cor mi venne,
qual io non credo più gustar giammai.
Non in un loco la man si ritenne;
ma discorrendo per le membra sue
la smarrita virtù tosto rinvenne.
E non essendo già timido piue,
dopo un dolce sospir, parlando dissi:
«Sian benedette le bellezze tue.
Sia benedetta l’ora, quando io missi
il piè nella foresta, e se mai cose,
che ti fossero a cor, feci né scrissi».
E pien di gesti et parole amorose,
rivolto in quelle angeliche bellezze,
che scordar mi facean l’umane cose;
intorno al cor sentii tante allegrezze
con tanto dolce, ch’io mi venni meno,
gustando il fin di tutte le dolcezze,
tutto prostrato sopra il dolce seno.
et con un bel sembiante, tutta lieta,
mi baciò dieci volte e più la faccia;
poi disse festeggiando: «Alma discreta,
questo viaggio tuo, questo tuo stento,
cantato fia da istorico o poeta.
Ma perché via passar la notte sento,
vo’ che pigliam qualche consolazione,
e che mutiam questo ragionamento.
E prima troverem la colettione;
ché so bisogno n’hai forse non poco,
se di ferro non è tua conditione;
e goderemo insieme in questo loco».
E detto questo, una sua tovaglietta
apparecchiò su un certo desco al fuoco.
Poi trasse d’uno armario una cassetta,
dèntrovi pane, bicchieri et coltella,
un pollo, una insalata acconcia et netta;
et altre cose appartenenti a quella.
Poscia a me volta disse: «Questa cena
ogni sera m’arreca una donzella.
Ancor questa guastada porta piena
di vin, che ti parrà, se tu l’assaggi,
di quel che Val di Grieve e Poppi mena.
Godiamo, adunque; e come fanno i saggi
pensa che ben possa venire ancora;
et chi è dritto al fin convien che caggi.
E quando viene il mal, che viene ogn’ora,
mandalo giù come una medicina;
ché pazzo è chi la gusta o l’assapora.
Viviamo or lieti, infin che domattina
con la mia greggia sia tempo uscir fuori,
per ubidire a l’alta mia regina».
Così, lasciando gli affanni e i dolori,
lieti insieme cenammo, e ragionossi
di mille canzonette e mille amori.
Poi come avemmo cenato, spogliossi,
e dentro al letto mi fé seco entrare,
come suo amante o suo marito io fossi.
Qui bisogna a le Muse il peso dare
per dir la sua beltà; ché senza loro
sarebbe vano il nostro ragionare.
Erano i suoi capei biondi com’oro,
ricciuti e crespi; talché d’una stella
pareano i raggi, o del superno coro.
Ciascuno occhio pareva una fiammella,
tanto lucente, sì chiara et sì viva,
ch’ogni acuto veder si spegne in quella.
Avea la testa una grazia attrattiva,
tal ch’io non so a chi me la somigli;
perché l’occhio al guardarla si smarriva.
Sottili, arcati e neri erano i cigli;
perch’a plasmargli fur tutti gli Dei,
tutti i celesti e superni consigli.
Di quel che da quei pende dir vorrei
cosa ch’al vero alquanto rispondesse;
ma tacciol, perché dir non lo saprei.
Io non so già chi quella bocca fesse:
se Giove con sua man non la fece egli,
non credo ch’altra man far la potesse.
I denti più che d’avorio eran begli,
et una lingua vibrar si vedeva,
come una serpe, infra le labbra et quegli:
d’onde uscì un parlare, il qual poteva
fermare i venti et far andar le piante;
sì soave concento e dolce aveva.
Il collo e ’l mento ancor vedeasi, e tante
altre bellezze, che farian felice
ogni meschino et infelice amante.
Io non so s’a narrarlo si disdice
quel che seguì dapoi; però che ’l vero
suole spesso far guerra a chi lo dice.
Pur lo dirò, lasciandone il pensiero
a chi vuol biasimar; perché tacendo
un gran piacer non è piacer intero.
Io venni ben con l’occhio discorrendo
tutte le parti sue infino al petto,
a lo splendor del quale ancor m’accendo;
ma più volte veder mi fu disdetto
da una ricca et candida coperta,
con la qual coperto era il picciol letto.
Era la mente mia stupida e incerta,
frigida, mesta, timida et dubbiosa,
non sapendo la via quanto era aperta.
E come giace stanca e vergognosa,
e involta nel lenzuol, la prima sera,
presso al marito la novella sposa;
così d’intorno pauroso m’era
la coperta del letto inviluppata,
come quel che ’n virtù sua non ispera.
Ma poi che fu la donna un pezzo stata
a riguardarmi, soghignando disse:
«Sare’ io d’ortica o pruni armata?
Tu può’ aver quel che sospirando misse
alcun già per averlo più d’un grido,
et fé mille quistioni et mille risse.
Bene entreresti in qualche loco infido,
per ritrovarti meco, o noteresti
come Leandro infra Sesto et Abido;
poi che virtute hai sì poca, che questi
panni che son fra noi ti fanno guerra,
e da me sì discosto ti ponesti».
E come quando nel carcer si serra
dubbioso de la vita un peccatore,
che sta con gli occhi guardando la terra;
poi, s’egli avvien che grazia dal signore
impetri, e’ lascia ogni pensiero strano,
et prende assai d’ardire et di valore;
tal er’io e tal divenni per l’umano
suo ragionare; et a lei m’accostai,
stendendo fra’ lenzuol la fredda mano.
E come poi le sue membra toccai,
un dolce sì suave al cor mi venne,
qual io non credo più gustar giammai.
Non in un loco la man si ritenne;
ma discorrendo per le membra sue
la smarrita virtù tosto rinvenne.
E non essendo già timido piue,
dopo un dolce sospir, parlando dissi:
«Sian benedette le bellezze tue.
Sia benedetta l’ora, quando io missi
il piè nella foresta, e se mai cose,
che ti fossero a cor, feci né scrissi».
E pien di gesti et parole amorose,
rivolto in quelle angeliche bellezze,
che scordar mi facean l’umane cose;
intorno al cor sentii tante allegrezze
con tanto dolce, ch’io mi venni meno,
gustando il fin di tutte le dolcezze,
tutto prostrato sopra il dolce seno.
Olindo Guerrini
Ad Emma
Perché della tua porta, Emma gentile,
la vergogna mi ferma al limitar?
Perché sei tanto bella e tanto vile?
Perché ti bacio e non ti posso amar?
Lieta tu pur m’accogli e ne’ giocondi
occhi di voluttà trema un balen;
piovon disciolti i tuoi capelli biondi
sulle giunonie spalle e il nudo sen.
Oh, le lunghe carezze e l’infocate
strane lascivie tue chi dir le può?
Chi l’ha baciate, di’, chi l’ha baciate
le tue labbra frementi e le scordò?
Oh, quante volte stanco io chiusi gli occhi
poiché la forza al mio desir fallì,
e il capo riposai sui tuoi ginocchi
desiderando di morir così!
Ma quando sull’aurora una lontana
squilla di bronzi entrambi ci destò,
pagai le tue carezze, o cortigiana,
e la vergogna in cor mi ritornò.
Torna, sordida cagna, al tuo covile,
sotto ai bruti irruenti a spasimar;
torna all’infamia tua; sei troppo vile,
sei troppo vile; non ti posso amar!
la vergogna mi ferma al limitar?
Perché sei tanto bella e tanto vile?
Perché ti bacio e non ti posso amar?
Lieta tu pur m’accogli e ne’ giocondi
occhi di voluttà trema un balen;
piovon disciolti i tuoi capelli biondi
sulle giunonie spalle e il nudo sen.
Oh, le lunghe carezze e l’infocate
strane lascivie tue chi dir le può?
Chi l’ha baciate, di’, chi l’ha baciate
le tue labbra frementi e le scordò?
Oh, quante volte stanco io chiusi gli occhi
poiché la forza al mio desir fallì,
e il capo riposai sui tuoi ginocchi
desiderando di morir così!
Ma quando sull’aurora una lontana
squilla di bronzi entrambi ci destò,
pagai le tue carezze, o cortigiana,
e la vergogna in cor mi ritornò.
Torna, sordida cagna, al tuo covile,
sotto ai bruti irruenti a spasimar;
torna all’infamia tua; sei troppo vile,
sei troppo vile; non ti posso amar!
Olindo Guerrini
Il guado
Fiume che scendi giù dal Bolognese,
fiume dall’acqua cristallina e cheta,
o caro fiumicel del mio paese,
tu sol m’hai fatto diventar poeta:
tra i floridi giuncheti e la cortese
delle tue fresche rive ombra segreta,
tra la verdura tua serrata e folta
ho conosciuto amor la prima volta.
Sovra la sabbia d’or della tua sponda
con un fruscio gentil l’acqua fuggiva,
e là dov’è più chiara e men profonda
noi dovevam passar sull’altra riva.
Ella cantava e la canzon gioconda
laggiù, laggiù tra i salici moriva:
ella era bionda, bella ed io l’amavo;
glielo volevo dire, e non l’osavo.
Stretti, serrati insiem come due sposi
delle prime carezze all’indomani,
soli camminavam per misteriosi
silenzi, all’ombra delle querce immani:
e dalle vesti sue, dagli odorosi
capegli uscìano quei profumi arcani,
quei profumi di carne e di salute
che vanno al cor per vie non conosciute.
Al margine del guado alfin venuti
un pensiero ci colse all’improvviso,
e così ci fermammo irresoluti,
così tra la vergogna e tra il sorriso.
Eravamo soletti e non veduti
ed arrossendo ci guardammo in viso:
con un fruscio gentil l’acqua fuggiva
e dovevam passar sull’altra riva.
Pur mi feci coraggio e dissi: «Vieni,
vieni, ti porterò tra le mie braccia».
Ella disse di sì, rise e i sereni
occhi mi fisse arditamente in faccia.
Io mi sentii fuggir su per le reni
la voluttà come una lama diaccia;
la lingua ribellossi alla parola
e il cor parea che mi saltasse in gola.
Chinato sovra l’erba io mi scalzai;
ella avea gli occhi bassi e pur guardava;
la presi in braccio e dentro all’acqua entrai…
Io me la presi in braccio, io che l’amava!
Così la prima volta mi serrai
forte contro al suo sen che palpitava
come una colombella spaurita
palpita nella man che l’ha ghermita.
O bei piedini così ben calzati,
per non guardarla in viso io vi guardava,
per non veder quegli occhi spaventati
dove il sorriso col timor lottava!
Sotto a’ miei diti stretti ed agitati
cedea la carne e il busto scricchiolava
e l’alito gentil del suo sorriso
caldo e procace mi saliva al viso;
e si serrava al petto mio, mettendo
ad ogni passo un riso di spavento,
ed una ciocca di capegli, uscendo
di mezzo all’altre, m’irritava il mento.
Le vidi in viso balenar fuggendo
il riflesso dell’acqua, e in quel momento
divenni forte e non v’ho più guardati,
o bèi piedini così ben calzati!
Ebbi il coraggio di guardarla in faccia,
di guardarla negli occhi e non tremai;
la sua carne fremea tra le mie braccia,
eravam sulla riva e mi fermai;
e la mal chiusa veste aprìa la traccia
di candidi misteri e li guardai,
finché mi vinse amor… Caddi a ginocchi,
la baciai sulla bocca e chiusi gli occhi.
Che cosa avvenne poi? Vide ed intese
l’acqua del fiume cristallina e cheta,
e tu fiume lo sai del mio paese,
tu che m’hai fatto diventar poeta;
lo sanno i tuoi giuncheti e la cortese
delle tue fresche rive ombra segreta,
e la verdura tua serrata e folta
dove conobbi amor la prima volta.
fiume dall’acqua cristallina e cheta,
o caro fiumicel del mio paese,
tu sol m’hai fatto diventar poeta:
tra i floridi giuncheti e la cortese
delle tue fresche rive ombra segreta,
tra la verdura tua serrata e folta
ho conosciuto amor la prima volta.
Sovra la sabbia d’or della tua sponda
con un fruscio gentil l’acqua fuggiva,
e là dov’è più chiara e men profonda
noi dovevam passar sull’altra riva.
Ella cantava e la canzon gioconda
laggiù, laggiù tra i salici moriva:
ella era bionda, bella ed io l’amavo;
glielo volevo dire, e non l’osavo.
Stretti, serrati insiem come due sposi
delle prime carezze all’indomani,
soli camminavam per misteriosi
silenzi, all’ombra delle querce immani:
e dalle vesti sue, dagli odorosi
capegli uscìano quei profumi arcani,
quei profumi di carne e di salute
che vanno al cor per vie non conosciute.
Al margine del guado alfin venuti
un pensiero ci colse all’improvviso,
e così ci fermammo irresoluti,
così tra la vergogna e tra il sorriso.
Eravamo soletti e non veduti
ed arrossendo ci guardammo in viso:
con un fruscio gentil l’acqua fuggiva
e dovevam passar sull’altra riva.
Pur mi feci coraggio e dissi: «Vieni,
vieni, ti porterò tra le mie braccia».
Ella disse di sì, rise e i sereni
occhi mi fisse arditamente in faccia.
Io mi sentii fuggir su per le reni
la voluttà come una lama diaccia;
la lingua ribellossi alla parola
e il cor parea che mi saltasse in gola.
Chinato sovra l’erba io mi scalzai;
ella avea gli occhi bassi e pur guardava;
la presi in braccio e dentro all’acqua entrai…
Io me la presi in braccio, io che l’amava!
Così la prima volta mi serrai
forte contro al suo sen che palpitava
come una colombella spaurita
palpita nella man che l’ha ghermita.
O bei piedini così ben calzati,
per non guardarla in viso io vi guardava,
per non veder quegli occhi spaventati
dove il sorriso col timor lottava!
Sotto a’ miei diti stretti ed agitati
cedea la carne e il busto scricchiolava
e l’alito gentil del suo sorriso
caldo e procace mi saliva al viso;
e si serrava al petto mio, mettendo
ad ogni passo un riso di spavento,
ed una ciocca di capegli, uscendo
di mezzo all’altre, m’irritava il mento.
Le vidi in viso balenar fuggendo
il riflesso dell’acqua, e in quel momento
divenni forte e non v’ho più guardati,
o bèi piedini così ben calzati!
Ebbi il coraggio di guardarla in faccia,
di guardarla negli occhi e non tremai;
la sua carne fremea tra le mie braccia,
eravam sulla riva e mi fermai;
e la mal chiusa veste aprìa la traccia
di candidi misteri e li guardai,
finché mi vinse amor… Caddi a ginocchi,
la baciai sulla bocca e chiusi gli occhi.
Che cosa avvenne poi? Vide ed intese
l’acqua del fiume cristallina e cheta,
e tu fiume lo sai del mio paese,
tu che m’hai fatto diventar poeta;
lo sanno i tuoi giuncheti e la cortese
delle tue fresche rive ombra segreta,
e la verdura tua serrata e folta
dove conobbi amor la prima volta.
Olindo Guerrini
Le tue carezze
Le tue carezze le conosco io solo
e il tuo guancial per me non ha segreti;
viviam di notte come il rosignolo
e come lui cantiam sotto ai roseti.
Guai se potesse dir quel letticciolo,
se potessero dir quelle pareti
che baci ardenti come il vetriolo,
ch’ebbrezze, che follie tu non mi vieti!
Guai se sapesse alcun sino a che cosa
ti trascina la carne e che certami,
che strane voluttà tenti furiosa!
E pur tu che mi cerchi e che mi chiami
sol ch’io ti manchi un’ora, e sei gelosa
e soffri e piangi e bruci, e pur non m’ami!
e il tuo guancial per me non ha segreti;
viviam di notte come il rosignolo
e come lui cantiam sotto ai roseti.
Guai se potesse dir quel letticciolo,
se potessero dir quelle pareti
che baci ardenti come il vetriolo,
ch’ebbrezze, che follie tu non mi vieti!
Guai se sapesse alcun sino a che cosa
ti trascina la carne e che certami,
che strane voluttà tenti furiosa!
E pur tu che mi cerchi e che mi chiami
sol ch’io ti manchi un’ora, e sei gelosa
e soffri e piangi e bruci, e pur non m’ami!
Paolo Buzzi
Colta.
i
E sorrisi, accorgendomi che avevo voglia di accorrere, per dirle: sei bella!
che avevo voglia di baciarla per la prima volta.
E sorrisi, accorgendomi che avevo voglia di accorrere, per dirle: sei bella!
che avevo voglia di baciarla per la prima volta.
Paolo Buzzi
La voce lontana
L’ho udita stamane parlare al telefono, nell’ altra stanza;
io ero ancora impigliato negli ultimi deboli inganni
dell’ ultimo sonno, che davano echi di favola alla breve distanza.
Sollevatomi sul guanciale, ascoltai a lungo la sua voce,
e la riconobbi vicina, ma mi parve lontana negli anni:
amorosa senza lusinga, virginea senza timore, casta e veloce.
Era nuova per me, come se una delle prime volte la sentissi,
in quell’autunno fiorentino quand’ essa m’era ancora sorella,
e mi portava, bianchi con un’ anima d’oro, a lei somiglianti, i narcissi.
Così quest’ amore in ogni stagione rimette la fronda, appena
io ero ancora impigliato negli ultimi deboli inganni
dell’ ultimo sonno, che davano echi di favola alla breve distanza.
Sollevatomi sul guanciale, ascoltai a lungo la sua voce,
e la riconobbi vicina, ma mi parve lontana negli anni:
amorosa senza lusinga, virginea senza timore, casta e veloce.
Era nuova per me, come se una delle prime volte la sentissi,
in quell’autunno fiorentino quand’ essa m’era ancora sorella,
e mi portava, bianchi con un’ anima d’oro, a lei somiglianti, i narcissi.
Così quest’ amore in ogni stagione rimette la fronda, appena
Paolo Rolli
SonrrttarIo bosco ombroso
bosco ombroso,
a te viene, afflitto cor,
per trovar qualche riposo
fra i silenzi in quest’orror.
Ogni oggetto ch’altrui piace,
per me lieto più non è:
ho perduta la mia pace,
son io stesso in odio a me.
La mia Fille, il mio bel foco,
dite, o piante, è forse qui?
ro
Ahi! la cerco in ogni loco;
e pur so cl’ella partì.
Quante volte, o fronde grate,
la vostr’ombra ne coprì:
corso d’ore sì beate
quanto rapido fuggì!
Dite almeno, amiche fronde,
se il mio ben più rivedrò:
ah! che l’eco mi risponde,
e mi par che dica no.
Sento un dolce mormorio;
un sospir forse sarà:
un sospir dell’idol mio,
che mi dice: “ Tornerà.”
Ah! ch’è il suon del rio che frange
tra quei sassi il fresco umor;
e non mormora, ma piange
per pietà del mio dolor.
Ma se torna, vano e tardo
il ritorno, oh Dei, sarà;
chè pietoso il dolce sguardo
sul mio cener piangerà.
a te viene, afflitto cor,
per trovar qualche riposo
fra i silenzi in quest’orror.
Ogni oggetto ch’altrui piace,
per me lieto più non è:
ho perduta la mia pace,
son io stesso in odio a me.
La mia Fille, il mio bel foco,
dite, o piante, è forse qui?
ro
Ahi! la cerco in ogni loco;
e pur so cl’ella partì.
Quante volte, o fronde grate,
la vostr’ombra ne coprì:
corso d’ore sì beate
quanto rapido fuggì!
Dite almeno, amiche fronde,
se il mio ben più rivedrò:
ah! che l’eco mi risponde,
e mi par che dica no.
Sento un dolce mormorio;
un sospir forse sarà:
un sospir dell’idol mio,
che mi dice: “ Tornerà.”
Ah! ch’è il suon del rio che frange
tra quei sassi il fresco umor;
e non mormora, ma piange
per pietà del mio dolor.
Ma se torna, vano e tardo
il ritorno, oh Dei, sarà;
chè pietoso il dolce sguardo
sul mio cener piangerà.
Paolo Ruffilli
A mezzo busto
(A mezzo busto,
in coppia:
lui col cappello
di feltro e una sciarpetta
doppia di seta bruna
stretta al collo,
lei un camicione
a strisce da pipistrello
fin sotto al mento.
Uniti, sì, per distrazione.
Guardano, ciascuno
in una direzione.
Si capisce
che tirava vento).
Lei non voleva,
ma mio nonno d’accordo
con la sua famiglia
preparò le carte
e la sposò,
la vigilia di Natale
del diciotto.
Faceva sempre, suo malgrado, quello
che le si chiedeva.
Fu, nella vita,
ciò che non voleva:
serva e moglie
tradita. Sopportò
che il marito
avesse due case
e che le mantenesse
con il suo lavoro.
Non ebbe nulla o
poco di quanto
più sognava.
E pure quel decoro
che aspettava
le restò impedito.
Sempre e ovunque
andando, col dito
sulle mappe,
a caccia del tesoro.
Nonostante la parte
che, comunque, manca
. al sogno di infinito.
in coppia:
lui col cappello
di feltro e una sciarpetta
doppia di seta bruna
stretta al collo,
lei un camicione
a strisce da pipistrello
fin sotto al mento.
Uniti, sì, per distrazione.
Guardano, ciascuno
in una direzione.
Si capisce
che tirava vento).
Lei non voleva,
ma mio nonno d’accordo
con la sua famiglia
preparò le carte
e la sposò,
la vigilia di Natale
del diciotto.
Faceva sempre, suo malgrado, quello
che le si chiedeva.
Fu, nella vita,
ciò che non voleva:
serva e moglie
tradita. Sopportò
che il marito
avesse due case
e che le mantenesse
con il suo lavoro.
Non ebbe nulla o
poco di quanto
più sognava.
E pure quel decoro
che aspettava
le restò impedito.
Sempre e ovunque
andando, col dito
sulle mappe,
a caccia del tesoro.
Nonostante la parte
che, comunque, manca
. al sogno di infinito.
Paolo Ruffilli
A mezzo busto
(A mezzo busto,
in coppia:
lui col cappello
di feltro e una sciarpetta
doppia di seta bruna
stretta al collo,
lei un camicione
a strisce da pipistrello
fin sotto al mento.
Uniti, sì, per distrazione.
Guardano, ciascuno
in una direzione.
Si capisce
che tirava vento).
Lei non voleva,
ma mio nonno d’accordo
con la sua famiglia
preparò le carte
e la sposò,
la vigilia di Natale
del diciotto.
Faceva sempre, suo malgrado, quello
che le si chiedeva.
Fu, nella vita,
ciò che non voleva:
serva e moglie
tradita. Sopportò
che il marito
avesse due case
e che le mantenesse
con il suo lavoro.
Non ebbe nulla o
poco di quanto
più sognava.
E pure quel decoro
che aspettava
le restò impedito.
Sempre e ovunque
andando, col dito
sulle mappe,
a caccia del tesoro.
Nonostante la parte
che, comunque, manca
. al sogno di infinito.
in coppia:
lui col cappello
di feltro e una sciarpetta
doppia di seta bruna
stretta al collo,
lei un camicione
a strisce da pipistrello
fin sotto al mento.
Uniti, sì, per distrazione.
Guardano, ciascuno
in una direzione.
Si capisce
che tirava vento).
Lei non voleva,
ma mio nonno d’accordo
con la sua famiglia
preparò le carte
e la sposò,
la vigilia di Natale
del diciotto.
Faceva sempre, suo malgrado, quello
che le si chiedeva.
Fu, nella vita,
ciò che non voleva:
serva e moglie
tradita. Sopportò
che il marito
avesse due case
e che le mantenesse
con il suo lavoro.
Non ebbe nulla o
poco di quanto
più sognava.
E pure quel decoro
che aspettava
le restò impedito.
Sempre e ovunque
andando, col dito
sulle mappe,
a caccia del tesoro.
Nonostante la parte
che, comunque, manca
. al sogno di infinito.
Paolo Ruffilli
Mia sorella
(Mia sorella
di pochi mesi,
avvolta in un grembiule
"che la preme.
La tengo, perplesso,
per un dito.
Quasi smarrito.
Le stesse orecchie,
uguali e occhi
e naso e bocca.
Ho cinque anni).
Poi, scocca l’ora
che uno neanche teme.
Essere stati assieme:
scoperte e giochi
negli stessi panni...
e arrivare
a perdersi di vista.
Trovarsi raramente
e non avere, adesso
niente più da dirsi.
Di qua e di là
da un muro,
magari in cima.
Ognuno assunto
un ruolo, la parte
di una vita che
prima era comune
e ora dista chissà
per quali eventi.
L’oscuro delle
rette divergenti
da un punto
sulle carte
all’infinito.
di pochi mesi,
avvolta in un grembiule
"che la preme.
La tengo, perplesso,
per un dito.
Quasi smarrito.
Le stesse orecchie,
uguali e occhi
e naso e bocca.
Ho cinque anni).
Poi, scocca l’ora
che uno neanche teme.
Essere stati assieme:
scoperte e giochi
negli stessi panni...
e arrivare
a perdersi di vista.
Trovarsi raramente
e non avere, adesso
niente più da dirsi.
Di qua e di là
da un muro,
magari in cima.
Ognuno assunto
un ruolo, la parte
di una vita che
prima era comune
e ora dista chissà
per quali eventi.
L’oscuro delle
rette divergenti
da un punto
sulle carte
all’infinito.
Paolo Ruffilli
Quasi calvo
(Quasi calvo,
un viso tondo
segnato da due baffi
folti e oscuri.
Nella giacca
di fustagno,
con la striscia
di velluto nero
sul risvolto.
Il padre di mio padre).
Quest’uomo che non ho
mai conosciuto
e dal quale dipende
la mia vita.
Mancato, a torto
- credevo - poco
o molto, all’appuntamento.
Di lui sapevo a stento
che, restato vedovo,
si era risposato
a dispetto di suo figlio
e che colpito da trombosi,
era rimasto a letto
anni e poi era morto.
Per me bambino
era diventato,
per non so
quale effetto,
l’immagine concreta
di un pensiero, in fondo
neppure tanto strano:
la colpa dell’immenso
disordine del mondo.
un viso tondo
segnato da due baffi
folti e oscuri.
Nella giacca
di fustagno,
con la striscia
di velluto nero
sul risvolto.
Il padre di mio padre).
Quest’uomo che non ho
mai conosciuto
e dal quale dipende
la mia vita.
Mancato, a torto
- credevo - poco
o molto, all’appuntamento.
Di lui sapevo a stento
che, restato vedovo,
si era risposato
a dispetto di suo figlio
e che colpito da trombosi,
era rimasto a letto
anni e poi era morto.
Per me bambino
era diventato,
per non so
quale effetto,
l’immagine concreta
di un pensiero, in fondo
neppure tanto strano:
la colpa dell’immenso
disordine del mondo.
Paolo Ruffilli
Sul lungomare
(Sul lungomare
in piena estate.
Lo chemisier
frizzante e
una borsetta bianca.
Si gira e parla.
La guardo che
mi guarda,
è beata).
Mia madre, amata
e, per amarla,
tenuta più lontano.
Taciuta e distaccata
in ogni piano,
sentita straripante
e spesa a rate.
Rivista a tappe
da una mia vita
autonoma distante.
Legata al morso
dell’attesa,
senza resa, tra
noi, di un discorso.
L’altro capo
del filo che mi tira,
la forza di un percorso
senza uscita.
in piena estate.
Lo chemisier
frizzante e
una borsetta bianca.
Si gira e parla.
La guardo che
mi guarda,
è beata).
Mia madre, amata
e, per amarla,
tenuta più lontano.
Taciuta e distaccata
in ogni piano,
sentita straripante
e spesa a rate.
Rivista a tappe
da una mia vita
autonoma distante.
Legata al morso
dell’attesa,
senza resa, tra
noi, di un discorso.
L’altro capo
del filo che mi tira,
la forza di un percorso
senza uscita.
Patrizia Valduga
Ma se ogni notte
[…]
Ma se ogni notte di passi e rintocchi
volevi la mia mano tra le cosce…
Come sono, mio Dio, gli uomini, sciocchi!
[…]
Ma se ogni notte di passi e rintocchi
volevi la mia mano tra le cosce…
Come sono, mio Dio, gli uomini, sciocchi!
[…]
Pier della Vigna
Amando con fin core e con speranza
Amando con fin core e con speranza,
di grande gio’ fidanza
donòmi Amor più ch’eo no meritai,
che m’inalzao coralmente d’amanza,
da la cui rimembranza
lo meo coraggio non diparto mai:
e non poria partire
per tutto ’l meo volire,
sì m’este sua figura al core impressa,
ancor mi sia pattente
da lei corporalmente
la Morte amara, crudele ed ingressa.
La Morte m’este amara, che l’amore
mutòmi in amatore;
crudele, che punfo senza penzare
la sublimata stella de l’albore
senza colpa a tuttore,
per cui servire mi credea salvare;
ingressa m’è la Morte
per afretosa sorte,
non astettando fine naturale
di quella in cui Natura
mise tutta misura
for che termin di morte corporale.
Per tal termino mi compiango e doglio,
perdo gioia e mi svoglio
quando sua contezza mi rimembra
di quella ch’io amare e servir soglio:
di ciò viver non voglio,
ma dipartire l’alma da le membra.
E faria ciò ch’eo dico,
se non ch’a lo nemico
che m’ha tolta madonna placeria,
cioè la Morte fera,
che non guarda cui fera:
per lei podire aucire eo motitia.
No la posso aucire, né vengiamento
prendere al meo talento,
più che darmi conforto e bona voglia,
ed ancor no mi sia a piacimento
nessun confortamento,
tanto conforto chio vivo in doglia.
Donqua vivendo eo
7” vengio del danno meo,
servendo Amor cui la Morte fa guerra;
e a lui serviraggio
mentre ch’eo viveraggio:
in suo domin’ rimembranza mi serra.
Rimembranza mi serra in suo domino,
unde ver’ lui mi ’nchino,
merzé chiamando a Amore che mi vaglia:
f
vagliami Amore per cui non tifino,
ma senza spene affino,
ch’a lui servendo, gio’ m’è la travaglia.
Donimi alcuna spene,
ma di cui mi sovene
non voi’ che men per morte mi sovegna,
di quella in cui fr mise
tutte conteze assise,
i
senza la quale Amore in me non regna.
Tomaso di Sasso di Messina
di grande gio’ fidanza
donòmi Amor più ch’eo no meritai,
che m’inalzao coralmente d’amanza,
da la cui rimembranza
lo meo coraggio non diparto mai:
e non poria partire
per tutto ’l meo volire,
sì m’este sua figura al core impressa,
ancor mi sia pattente
da lei corporalmente
la Morte amara, crudele ed ingressa.
La Morte m’este amara, che l’amore
mutòmi in amatore;
crudele, che punfo senza penzare
la sublimata stella de l’albore
senza colpa a tuttore,
per cui servire mi credea salvare;
ingressa m’è la Morte
per afretosa sorte,
non astettando fine naturale
di quella in cui Natura
mise tutta misura
for che termin di morte corporale.
Per tal termino mi compiango e doglio,
perdo gioia e mi svoglio
quando sua contezza mi rimembra
di quella ch’io amare e servir soglio:
di ciò viver non voglio,
ma dipartire l’alma da le membra.
E faria ciò ch’eo dico,
se non ch’a lo nemico
che m’ha tolta madonna placeria,
cioè la Morte fera,
che non guarda cui fera:
per lei podire aucire eo motitia.
No la posso aucire, né vengiamento
prendere al meo talento,
più che darmi conforto e bona voglia,
ed ancor no mi sia a piacimento
nessun confortamento,
tanto conforto chio vivo in doglia.
Donqua vivendo eo
7” vengio del danno meo,
servendo Amor cui la Morte fa guerra;
e a lui serviraggio
mentre ch’eo viveraggio:
in suo domin’ rimembranza mi serra.
Rimembranza mi serra in suo domino,
unde ver’ lui mi ’nchino,
merzé chiamando a Amore che mi vaglia:
f
vagliami Amore per cui non tifino,
ma senza spene affino,
ch’a lui servendo, gio’ m’è la travaglia.
Donimi alcuna spene,
ma di cui mi sovene
non voi’ che men per morte mi sovegna,
di quella in cui fr mise
tutte conteze assise,
i
senza la quale Amore in me non regna.
Tomaso di Sasso di Messina
Pier Paolo Pasolini
Carne e cielo
O amore materno,
straziante, per gli ori
di corpi pervasi
dal segreto dei grembi.
E cari atteggiamenti
inconsci del profumo
impudico che ride
nelle membra innocenti.
Pesanti fulgori
di capelli... crudeli
negligenze di sguardi...
attenzioni infedeli...
Snervato da pianti
ben soavi rincaso
con le carni brucianti
di splendidi sorrisi.
E impazzisco nel cuore
della notte feriale
dopo mille altre notti
di questo impuro ardore.
straziante, per gli ori
di corpi pervasi
dal segreto dei grembi.
E cari atteggiamenti
inconsci del profumo
impudico che ride
nelle membra innocenti.
Pesanti fulgori
di capelli... crudeli
negligenze di sguardi...
attenzioni infedeli...
Snervato da pianti
ben soavi rincaso
con le carni brucianti
di splendidi sorrisi.
E impazzisco nel cuore
della notte feriale
dopo mille altre notti
di questo impuro ardore.
Pier Paolo Pasolini
Dansa di Narcís
Jo i soj neri di amòur
nè frut nè rosignòul
dut antèir coma un flòur
i brami sensa sen.
Soj levàt ienfra li violis
intànt ch’a sclariva,
ciantànt un ciant dismintiàt
ta la not vualiva.
Mi soj dit: «Narcís!»
e un spirt cu ‘l me vis
al scuriva la erba
cu’l clar dai so ris.
nè frut nè rosignòul
dut antèir coma un flòur
i brami sensa sen.
Soj levàt ienfra li violis
intànt ch’a sclariva,
ciantànt un ciant dismintiàt
ta la not vualiva.
Mi soj dit: «Narcís!»
e un spirt cu ‘l me vis
al scuriva la erba
cu’l clar dai so ris.
Pier Paolo Pasolini
La rabbia
Vado sulla porta del giardino, un piccolo
infossato cunicolo di pietra al piano
terra, contro il suburbano
orto, rimasto lì dai giorni di Mameli,
coi suoi pini, le sue rose, i suoi radicchi.
Intorno, dietro questo paradiso di paesana
tranquillità, compaiono
le facciate gialle dei grattacieli
fascisti, degli ultimi cantieri:
e sotto, oltre spessi lastroni di vetro,
c’è una rimessa, sepolcrale. Sonnecchia
al bel sole, un po’ freddo, il grande orto
con la casetta, in mezzo, ottocentesca,
candida, dove Mameli è morto,
e un merlo cantando, trama la sua tresca.
Questo mio povero giardino, tutto
di pietra... Ma ho comprato un oleandro
– nuovo orgoglio di mia madre –
e vasi di ogni specie di fiori,
e anche un fraticello di legno, un putto
obbediente e roseo, un po’ malandro,
trovato a Porta Portese, andando
a cercare mobili per la nuova casa. Colori,
pochi, la stagione è così acerba: ori
leggeri di luce, e verdi, tutti i verdi...
Solo un po’ di rosso, torvo e splendido,
seminascosto, amaro, senza gioia:
una rosa. Pende umile
sul ramo adolescente, come a una feritoia,
timido avanzo d’un paradiso in frantumi...
Da vicino, è ancora più dimessa, pare
una povera cosa indifesa e nuda,
una pura attitudine
della natura, che si trova all’aria, al sole,
viva, ma di una vita che la illude,
e la umilia, che la fa quasi vergognare
d’essere così rude
nella sua estrema tenerezza di fiore.
Mi avvicino più ancora, ne sento l’odore...
Ah, gridare è poco, ed è poco tacere:
niente può esprimere una esistenza intera!
Rinuncio a ogni atto... So soltanto
che in questa rosa resto a respirare,
in un solo misero istante,
l’odore della mia vita: l’odore di mia madre...
Perché non reagisco, perché non tremo
di gioia, o godo di qualche pura angoscia?
Perché non so riconoscere
questo antico nodo della mia esistenza?
Lo so: perché in me è ormai chiuso il demone
della rabbia. Un piccolo, sordo, fosco
sentimento che m’intossica:
esaurimento, dicono, febbrile impazienza
dei nervi: ma non ne è libera più la coscienza.
Il dolore che da me a poco a poco mi aliena,
se io mi abbandono appena,
si stacca da me, vortica per conto suo,
mi pulsa disordinato alle tempie,
mi riempie il cuore di pus,
non sono più padrone del mio tempo...
Niente avrebbe potuto, una volta, vincermi.
Ero chiuso nella mia vita come nel ventre
materno, in quest’ardente
odore di umile rosa bagnata.
Ma lottavo per uscirne, là nella provincia
campestre, ventenne poeta, sempre, sempre
a soffrire disperatamente,
disperatamente a gioire... La lotta è terminata
con la vittoria. La mia esistenza privata
non è più racchiusa tra i petali d’una rosa,
– una casa, una madre, una passione affannosa.
È pubblica. Ma anche il mondo che m’era ignoto
mi si è accostato, familiare,
si è fatto conoscere, e, a poco a poco,
mi si è imposto, necessario, brutale.
Non posso ora fingere di non saperlo:
o di non sapere come esso mi vuole.
Che specie di amore
conti in questo rapporto, che intese infami.
Non brucia una fiamma in questo inferno
di aridità, e questo arido furore
che impedisce al mio cuore
di reagire a un profumo, è un rottame
della passione... A quasi quarant’anni,
io mi trovo alla rabbia, come un giovane
che di sé non sa altro che è nuovo,
e si accanisce contro il vecchio mondo.
E, come un giovane, senza pietà
o pudore, io non nascondo
questo mio stato: non avrò pace, mai.
infossato cunicolo di pietra al piano
terra, contro il suburbano
orto, rimasto lì dai giorni di Mameli,
coi suoi pini, le sue rose, i suoi radicchi.
Intorno, dietro questo paradiso di paesana
tranquillità, compaiono
le facciate gialle dei grattacieli
fascisti, degli ultimi cantieri:
e sotto, oltre spessi lastroni di vetro,
c’è una rimessa, sepolcrale. Sonnecchia
al bel sole, un po’ freddo, il grande orto
con la casetta, in mezzo, ottocentesca,
candida, dove Mameli è morto,
e un merlo cantando, trama la sua tresca.
Questo mio povero giardino, tutto
di pietra... Ma ho comprato un oleandro
– nuovo orgoglio di mia madre –
e vasi di ogni specie di fiori,
e anche un fraticello di legno, un putto
obbediente e roseo, un po’ malandro,
trovato a Porta Portese, andando
a cercare mobili per la nuova casa. Colori,
pochi, la stagione è così acerba: ori
leggeri di luce, e verdi, tutti i verdi...
Solo un po’ di rosso, torvo e splendido,
seminascosto, amaro, senza gioia:
una rosa. Pende umile
sul ramo adolescente, come a una feritoia,
timido avanzo d’un paradiso in frantumi...
Da vicino, è ancora più dimessa, pare
una povera cosa indifesa e nuda,
una pura attitudine
della natura, che si trova all’aria, al sole,
viva, ma di una vita che la illude,
e la umilia, che la fa quasi vergognare
d’essere così rude
nella sua estrema tenerezza di fiore.
Mi avvicino più ancora, ne sento l’odore...
Ah, gridare è poco, ed è poco tacere:
niente può esprimere una esistenza intera!
Rinuncio a ogni atto... So soltanto
che in questa rosa resto a respirare,
in un solo misero istante,
l’odore della mia vita: l’odore di mia madre...
Perché non reagisco, perché non tremo
di gioia, o godo di qualche pura angoscia?
Perché non so riconoscere
questo antico nodo della mia esistenza?
Lo so: perché in me è ormai chiuso il demone
della rabbia. Un piccolo, sordo, fosco
sentimento che m’intossica:
esaurimento, dicono, febbrile impazienza
dei nervi: ma non ne è libera più la coscienza.
Il dolore che da me a poco a poco mi aliena,
se io mi abbandono appena,
si stacca da me, vortica per conto suo,
mi pulsa disordinato alle tempie,
mi riempie il cuore di pus,
non sono più padrone del mio tempo...
Niente avrebbe potuto, una volta, vincermi.
Ero chiuso nella mia vita come nel ventre
materno, in quest’ardente
odore di umile rosa bagnata.
Ma lottavo per uscirne, là nella provincia
campestre, ventenne poeta, sempre, sempre
a soffrire disperatamente,
disperatamente a gioire... La lotta è terminata
con la vittoria. La mia esistenza privata
non è più racchiusa tra i petali d’una rosa,
– una casa, una madre, una passione affannosa.
È pubblica. Ma anche il mondo che m’era ignoto
mi si è accostato, familiare,
si è fatto conoscere, e, a poco a poco,
mi si è imposto, necessario, brutale.
Non posso ora fingere di non saperlo:
o di non sapere come esso mi vuole.
Che specie di amore
conti in questo rapporto, che intese infami.
Non brucia una fiamma in questo inferno
di aridità, e questo arido furore
che impedisce al mio cuore
di reagire a un profumo, è un rottame
della passione... A quasi quarant’anni,
io mi trovo alla rabbia, come un giovane
che di sé non sa altro che è nuovo,
e si accanisce contro il vecchio mondo.
E, come un giovane, senza pietà
o pudore, io non nascondo
questo mio stato: non avrò pace, mai.