Poesie di questo tema
Relazioni e famiglia
Alessandro Tassoni
Canto VIII, ottave 51-59
Quando la bella Dea del primo cielo
tutta cinta de’ rai del morto sole,
a la scena del mondo aprendo il velo,
le campagne mirò tacite e sole:
e sparsa la rugiada e scosso il gielo
dal lembo sovra l’erbe e le viole,
a caso il guardo in quella piaggia stese,
e vaga di veder dal ciel discese.
Sparvero i pargoletti a l’apparire
de la Dea spaventati; ed ella, quando
vide il giovane sol quivi dormire,
ritenne il passo e si fermò guardando.
L’onestà virginal frenò l’ardire:
e ne gli atti sospesa, e vergognando,
avea già per tornare il piè rivolto;
ma richiamata fu da quel bel volto.
Sentì per gli occhi al cor passarsi un foco
che d’un dolce desio l’alma conquise:
givasi avicinando a poco a poco,
tanto ch’al fianco del garzon s’assise;
e di que’ vaghi fior, ch’avean per gioco
gli Amoretti intrecciati in mille guise,
s’incoronò la fronte e adornò il seno,
che tutti fur per lei fiamma e veleno.
Trassero i fior la man, la mano i baci
a le guance, a le labbra, a gli occhi, al petto,
che s’impresser sì vivi e sì tenaci,
che si destò smarrito il giovinetto.
Al folgorar de le divine faci
tutto tremò di riverente affetto;
e ad atterrarsi già ratto surgea,
s’ella non l’abbracciava e nol tenea.
Anima bella, disse, e dormigliosa,
che paventi? che miri? I’ son la Luna,
ch’a dormir teco in questa piaggia erbosa
amor, necessità guida e fortuna.
Tu non ti conturbar: siedi e riposa;
e nel silenzio de la notte bruna
pensa occultar l’ardor ch’io ti rivelo,
od isperimentar l’ira del cielo.
O pupilla del mondo, in cui la face
del sol s’impronta, pastorello indegno
son io, disse il garzon: ma se ti piace
trarmi per grazia fuor del mortal segno,
vivi sicura di mia fé verace;
e questo bianco vel te ne sia pegno,
ch’a mia madre Calice Etlio già diede,
mio padre, in segno anch’ei de la sua fede.
Così dicendo, un vel candido schietto,
che di gigli di perle era fregiato,
e ’l tergo in un gli circondava e ’l petto
giù da la spalla destra al manco lato,
porse in dono a la Dea; ch’ogni rispetto
già spinto avea del cor tutto infiammato,
e, come fior che langue allor ch’aggiaccia,
si lasciava cader ne le sue braccia.
Vite così non tien legato e stretto
l’infecondo marito olmo ramoso,
né con sì forte e sì tenace affetto
strigne l’edera torta il pino ombroso;
come strigneansi l’uno a l’altro petto
gli amanti accesi di desio amoroso:
saettavan le lingue in tanto il core
di dolci punte, che temprava Amore.
Così mentre vezzosi atti e parole
guardi, baci, sospiri e abbracciamenti
facean dolcezze inusitate e sole
a gli amanti gustar lieti e contenti;
levò la Diva l’uno e l’altro sole,
accusando le stelle e gli elementi,
poiché con tanti e con sì lunghi errori
seguite avea le fiere e non gli amori.
tutta cinta de’ rai del morto sole,
a la scena del mondo aprendo il velo,
le campagne mirò tacite e sole:
e sparsa la rugiada e scosso il gielo
dal lembo sovra l’erbe e le viole,
a caso il guardo in quella piaggia stese,
e vaga di veder dal ciel discese.
Sparvero i pargoletti a l’apparire
de la Dea spaventati; ed ella, quando
vide il giovane sol quivi dormire,
ritenne il passo e si fermò guardando.
L’onestà virginal frenò l’ardire:
e ne gli atti sospesa, e vergognando,
avea già per tornare il piè rivolto;
ma richiamata fu da quel bel volto.
Sentì per gli occhi al cor passarsi un foco
che d’un dolce desio l’alma conquise:
givasi avicinando a poco a poco,
tanto ch’al fianco del garzon s’assise;
e di que’ vaghi fior, ch’avean per gioco
gli Amoretti intrecciati in mille guise,
s’incoronò la fronte e adornò il seno,
che tutti fur per lei fiamma e veleno.
Trassero i fior la man, la mano i baci
a le guance, a le labbra, a gli occhi, al petto,
che s’impresser sì vivi e sì tenaci,
che si destò smarrito il giovinetto.
Al folgorar de le divine faci
tutto tremò di riverente affetto;
e ad atterrarsi già ratto surgea,
s’ella non l’abbracciava e nol tenea.
Anima bella, disse, e dormigliosa,
che paventi? che miri? I’ son la Luna,
ch’a dormir teco in questa piaggia erbosa
amor, necessità guida e fortuna.
Tu non ti conturbar: siedi e riposa;
e nel silenzio de la notte bruna
pensa occultar l’ardor ch’io ti rivelo,
od isperimentar l’ira del cielo.
O pupilla del mondo, in cui la face
del sol s’impronta, pastorello indegno
son io, disse il garzon: ma se ti piace
trarmi per grazia fuor del mortal segno,
vivi sicura di mia fé verace;
e questo bianco vel te ne sia pegno,
ch’a mia madre Calice Etlio già diede,
mio padre, in segno anch’ei de la sua fede.
Così dicendo, un vel candido schietto,
che di gigli di perle era fregiato,
e ’l tergo in un gli circondava e ’l petto
giù da la spalla destra al manco lato,
porse in dono a la Dea; ch’ogni rispetto
già spinto avea del cor tutto infiammato,
e, come fior che langue allor ch’aggiaccia,
si lasciava cader ne le sue braccia.
Vite così non tien legato e stretto
l’infecondo marito olmo ramoso,
né con sì forte e sì tenace affetto
strigne l’edera torta il pino ombroso;
come strigneansi l’uno a l’altro petto
gli amanti accesi di desio amoroso:
saettavan le lingue in tanto il core
di dolci punte, che temprava Amore.
Così mentre vezzosi atti e parole
guardi, baci, sospiri e abbracciamenti
facean dolcezze inusitate e sole
a gli amanti gustar lieti e contenti;
levò la Diva l’uno e l’altro sole,
accusando le stelle e gli elementi,
poiché con tanti e con sì lunghi errori
seguite avea le fiere e non gli amori.
Alessandro Tassoni
Canto X, ottave 27-31
Da Nisida la Dea spedisce un messo
al principe Manfredi, e ’n terra scende;
e cangia volto, e ’l bel sembiante espresso
de la contessa di Caserta prende.
Il principe e costei d’un padre stesso
nacquero, se la fama il vero intende,
ma di madri diverse; e fur nudriti
per alcun tempo in differenti liti.
Condotti in corte poi fanciulli ancora,
ne l’albergo real crebbero insieme
senza riguardo, infin che venne l’ora
che ’l fior di nostra età spunta col seme.
Erano gli anni quasi uguali, e allora
de l’uno e l’altro le bellezze estreme;
onde il fraterno amor, non so dir come,
strano incendio divenne, e cangiò nome.
Sospettonne, osservando i gesti e i visi,
il padre; e maritò la giovinetta:
ma i corpi fur, non gli animi divisi,
e restò l’alma in servitù ristretta.
Or che vede venir con lieti avisi
Manfredi il messaggier da l’isoletta,
cuopre la poppa d’una navicella;
e solo e chiuso va da la sorella.
Trovolla a piè d’una distrutta ròcca,
che passeggiava in un giardino ameno.
Subito scende; e, come Amore il tocca,
corre e l’abbraccia e la si strigne al seno,
e la bacia ne gli occhi e ne la bocca:
e da la Dea d’amor tanto veleno
con que’ baci rapisce e tanto foco,
che tutto avvampa e non ritrova loco.
Volea iterar gli abbracciamenti e i baci,
ma con la bella man la Dea s’oppose;
e respignendo l’avide e mordaci
labbia, si tinse di color di rose.
«Frenate, signor mio, le mani audaci
e le voglie» dicea «libidinose;
ché non son questi a gli andamenti, a i cenni
baci fraterni: e udite perch’io venni.»
al principe Manfredi, e ’n terra scende;
e cangia volto, e ’l bel sembiante espresso
de la contessa di Caserta prende.
Il principe e costei d’un padre stesso
nacquero, se la fama il vero intende,
ma di madri diverse; e fur nudriti
per alcun tempo in differenti liti.
Condotti in corte poi fanciulli ancora,
ne l’albergo real crebbero insieme
senza riguardo, infin che venne l’ora
che ’l fior di nostra età spunta col seme.
Erano gli anni quasi uguali, e allora
de l’uno e l’altro le bellezze estreme;
onde il fraterno amor, non so dir come,
strano incendio divenne, e cangiò nome.
Sospettonne, osservando i gesti e i visi,
il padre; e maritò la giovinetta:
ma i corpi fur, non gli animi divisi,
e restò l’alma in servitù ristretta.
Or che vede venir con lieti avisi
Manfredi il messaggier da l’isoletta,
cuopre la poppa d’una navicella;
e solo e chiuso va da la sorella.
Trovolla a piè d’una distrutta ròcca,
che passeggiava in un giardino ameno.
Subito scende; e, come Amore il tocca,
corre e l’abbraccia e la si strigne al seno,
e la bacia ne gli occhi e ne la bocca:
e da la Dea d’amor tanto veleno
con que’ baci rapisce e tanto foco,
che tutto avvampa e non ritrova loco.
Volea iterar gli abbracciamenti e i baci,
ma con la bella man la Dea s’oppose;
e respignendo l’avide e mordaci
labbia, si tinse di color di rose.
«Frenate, signor mio, le mani audaci
e le voglie» dicea «libidinose;
ché non son questi a gli andamenti, a i cenni
baci fraterni: e udite perch’io venni.»
Alessandro Tassoni
Canto X, ottave 58-60
Già pria la nuova in casa era venuta,
che ’l conte si moriva avvelenato:
onde la moglie accorta e proveduta
aveva in fretta il suo destrier sellato;
e in abito virile e sconosciuta
con un cappello in testa da soldato
tacitamente già s’era partita,
e a trovar Titta al campo era fuggita.
A cui fatto saper con lieto aviso
che l’attendea del conte un paggio in sella
per cosa di suo gusto, a l’improviso
l’avea fatto venir dove stav’ella.
Com’egli alzò le luci al vago viso,
tosto conobbe la sua donna bella;
onde s’avventa, e de l’arcion la prende,
e la si porta in braccio a le sue tende.
E baciandola in bocca avidamente,
or la strigne, or la morde, or la rimira;
ed ella in lui, fra cupida e dolente,
le belle luci sue languida gira.
Parve l’atto ad alcun poco decente,
ché l’ebbero per maschio a prima mira:
né distinguendo ben dal pèsco il fico,
dicevano di lui quel ch’io non dico.
che ’l conte si moriva avvelenato:
onde la moglie accorta e proveduta
aveva in fretta il suo destrier sellato;
e in abito virile e sconosciuta
con un cappello in testa da soldato
tacitamente già s’era partita,
e a trovar Titta al campo era fuggita.
A cui fatto saper con lieto aviso
che l’attendea del conte un paggio in sella
per cosa di suo gusto, a l’improviso
l’avea fatto venir dove stav’ella.
Com’egli alzò le luci al vago viso,
tosto conobbe la sua donna bella;
onde s’avventa, e de l’arcion la prende,
e la si porta in braccio a le sue tende.
E baciandola in bocca avidamente,
or la strigne, or la morde, or la rimira;
ed ella in lui, fra cupida e dolente,
le belle luci sue languida gira.
Parve l’atto ad alcun poco decente,
ché l’ebbero per maschio a prima mira:
né distinguendo ben dal pèsco il fico,
dicevano di lui quel ch’io non dico.
Alessandro Tassoni
Da La Secchia rapita (Canto II, ottave 56-58)
Citerea, che si vide a mal partito,
per una porticella di nascosto
da lo sdegno del padre e del marito,
mentre questi piagnea, s’involò tosto:
e dietro a lei, senza aspettar invito,
corsero il Dio de l’armi e ’l Dio del mosto:
ella in terra con lor prese la via,
e in mezzo a lor dormì su l’osteria.
Gli abbracciamenti, i baci e i colpi lieti
tace la casta Musa e vergognosa;
da la congiunzion di que’ pianeti
ritorce il plettro, e di cantar non osa;
mormora sol fra sé detti segreti,
ch’al fuggir de la notte umida ombrosa
fatto avean Marte e ’l giovane tebano
trenta volte cornuto il dio Vulcano.
L’oste di Castelfranco un gran pollaio
con uova fresche avea quanto la rena:
ne bebbero i due amanti un centinaio,
che smidollata si sentian la schiena;
ma la Diva ne volle solo un paio,
che d’altro forse avea la pancia piena.
per una porticella di nascosto
da lo sdegno del padre e del marito,
mentre questi piagnea, s’involò tosto:
e dietro a lei, senza aspettar invito,
corsero il Dio de l’armi e ’l Dio del mosto:
ella in terra con lor prese la via,
e in mezzo a lor dormì su l’osteria.
Gli abbracciamenti, i baci e i colpi lieti
tace la casta Musa e vergognosa;
da la congiunzion di que’ pianeti
ritorce il plettro, e di cantar non osa;
mormora sol fra sé detti segreti,
ch’al fuggir de la notte umida ombrosa
fatto avean Marte e ’l giovane tebano
trenta volte cornuto il dio Vulcano.
L’oste di Castelfranco un gran pollaio
con uova fresche avea quanto la rena:
ne bebbero i due amanti un centinaio,
che smidollata si sentian la schiena;
ma la Diva ne volle solo un paio,
che d’altro forse avea la pancia piena.
Alesso di Guido Donati
Accese montanine
«Accese montanine, che portate
con voi d’amor sembianza e atti gai,
deh la via mia smarrita m’insegnate:
venga, che fie merzé, l’una di vui
tanto ch’i torni al mio dritto cammino,
ché già mai in queste parti più non fui.»
L’una si mosse sospirando meco,
e io con baci sollazando seco.
con voi d’amor sembianza e atti gai,
deh la via mia smarrita m’insegnate:
venga, che fie merzé, l’una di vui
tanto ch’i torni al mio dritto cammino,
ché già mai in queste parti più non fui.»
L’una si mosse sospirando meco,
e io con baci sollazando seco.
Alesso di Guido Donati
Di nuova e bella età
Di nuova e bella età duo monton vaghi
la pasturella a cozzarsi invitava
e ’l vincitor di fronda inghirlandava.
Pigliava per la coda l’un, dicendo:
«Cozza, Biondel, ché Coderin t’aspetta»,
dolce parlando vezzosa e vaghetta,
tanto che ciò guardando i’, ch’era freddo,
di subito senti’ l’anima calda
e fonder com’al sol fa bianca falda.
E così calda cald’, Amor, la serva.
la pasturella a cozzarsi invitava
e ’l vincitor di fronda inghirlandava.
Pigliava per la coda l’un, dicendo:
«Cozza, Biondel, ché Coderin t’aspetta»,
dolce parlando vezzosa e vaghetta,
tanto che ciò guardando i’, ch’era freddo,
di subito senti’ l’anima calda
e fonder com’al sol fa bianca falda.
E così calda cald’, Amor, la serva.
Alesso di Guido Donati
Ellera non s’avvitola
Ellera non s’avvitola
più stretta verzicando ad alcun albero,
ch’a me tremando fe’ la bella zitola,
pian pian: «Che fo?» dicendomi
«i’ sento sbadigliar la madre vetula:
fo vista di dormire e teco stendomi».
«Abracciami», risposile,
«e, s’ella ci ode e grida, fuor cacciamola.»
E ciò dicendo volto a volto puosile
e colsi frutto del suo orto giovine.
più stretta verzicando ad alcun albero,
ch’a me tremando fe’ la bella zitola,
pian pian: «Che fo?» dicendomi
«i’ sento sbadigliar la madre vetula:
fo vista di dormire e teco stendomi».
«Abracciami», risposile,
«e, s’ella ci ode e grida, fuor cacciamola.»
E ciò dicendo volto a volto puosile
e colsi frutto del suo orto giovine.
Alfonso Gatto
Alla mia bambina
Lo sguardo delle marine
serene fino alla morte,
povere notti supine
cantate sulle porte
alla deriva del vento
ti resero nata d’amore.
Ad ascoltare, eri il lento
respiro che trema nel cuore
nelle foglie, nel mare,
silenzio caduto sul volto
di mamma che pare
bambina in sé sola rivolta
e ridente. Tu, nata,
compivi il sereno,
la sua notte incarnata
nel rigoglio del seno.
serene fino alla morte,
povere notti supine
cantate sulle porte
alla deriva del vento
ti resero nata d’amore.
Ad ascoltare, eri il lento
respiro che trema nel cuore
nelle foglie, nel mare,
silenzio caduto sul volto
di mamma che pare
bambina in sé sola rivolta
e ridente. Tu, nata,
compivi il sereno,
la sua notte incarnata
nel rigoglio del seno.
Alfonso Gatto
Alla mia bambina
Lo sguardo delle marine
serene fino alla morte,
povere notti supine
cantate sulle porte
alla deriva del vento
ti resero nata d’amore.
Ad ascoltare, eri il lento
respiro che trema nel cuore
nelle foglie, nel mare,
silenzio caduto sul volto
di mamma che pare
bambina in sé sola rivolta
e ridente. Tu, nata,
compivi il sereno,
la sua notte incarnata
nel rigoglio del seno.
serene fino alla morte,
povere notti supine
cantate sulle porte
alla deriva del vento
ti resero nata d’amore.
Ad ascoltare, eri il lento
respiro che trema nel cuore
nelle foglie, nel mare,
silenzio caduto sul volto
di mamma che pare
bambina in sé sola rivolta
e ridente. Tu, nata,
compivi il sereno,
la sua notte incarnata
nel rigoglio del seno.
Alfonso Gatto
Il 4 è rosso
Dentro la bocca ha tutte le vocali
il bambino che canta. La sua gioia
come la giacca azzurra, come i pali
netti del cielo, s’apre all’aria, è il fresco
della faccia che porta. Il 4 è rosso
come i numeri grandi delle navi.
il bambino che canta. La sua gioia
come la giacca azzurra, come i pali
netti del cielo, s’apre all’aria, è il fresco
della faccia che porta. Il 4 è rosso
come i numeri grandi delle navi.
Alfonso Gatto
Lelio
La tua tomba, bambino,
vogliamo sia sbiancata
come una cameretta
e che vi sia un giardino
° d’intorno e l’incantata
pace d’una zappetta.
Era un dolce rumore
che tu lasciavi al giorno
quel cernere la ghiaia
1° azzurra e al suo colore
trovar celeste intorno
la sera. Ora, che appaia
la luna e del suo vento
lasci più solo il mondo,
!5 ci sembrerà d’udire
nell’aria il tuo lamento.
Era un tuo grido a fondo
l’infanzia, un rifiorire...
Inventaci la morte,
bambino, i tuoi segni
come d’un gioco infranto
rimasero alla sorte
del vento, ai suoi disegni
di nuvole e di pianto.
Ogni giorno che passa
è un ricadere brullo
nell’ombra che c’invita.
Irrompi a testa bassa
nel ridere, fanciullo,
devastaci la vita
un’altra volta e vivi.
vogliamo sia sbiancata
come una cameretta
e che vi sia un giardino
° d’intorno e l’incantata
pace d’una zappetta.
Era un dolce rumore
che tu lasciavi al giorno
quel cernere la ghiaia
1° azzurra e al suo colore
trovar celeste intorno
la sera. Ora, che appaia
la luna e del suo vento
lasci più solo il mondo,
!5 ci sembrerà d’udire
nell’aria il tuo lamento.
Era un tuo grido a fondo
l’infanzia, un rifiorire...
Inventaci la morte,
bambino, i tuoi segni
come d’un gioco infranto
rimasero alla sorte
del vento, ai suoi disegni
di nuvole e di pianto.
Ogni giorno che passa
è un ricadere brullo
nell’ombra che c’invita.
Irrompi a testa bassa
nel ridere, fanciullo,
devastaci la vita
un’altra volta e vivi.
Alfonso Gatto
Paesetto di riviera
La sera amorosa
ha raccolto le logge
per farle salpare,
le case tranquille
* sognanti la rosa
* vaghezza dei poggi
discendono al mare
in isole, in ville,
accanto alle chiese.
ha raccolto le logge
per farle salpare,
le case tranquille
* sognanti la rosa
* vaghezza dei poggi
discendono al mare
in isole, in ville,
accanto alle chiese.
Alfonso Gatto
Sogno d’estate
Trapeli un po’ di verde
il limone, il sifone,
il piccolo portone
della pensione,
trapeli il blu,
anche tu
vestita col tuo nudo rosa,
ogni cosa amorosa.
Amore è amore
liscio alla sua foce.
Un’alpe zuccherina,
l’amore è brina.
Che sogno averti vicina
notturna, fresca, sottovoce.
il limone, il sifone,
il piccolo portone
della pensione,
trapeli il blu,
anche tu
vestita col tuo nudo rosa,
ogni cosa amorosa.
Amore è amore
liscio alla sua foce.
Un’alpe zuccherina,
l’amore è brina.
Che sogno averti vicina
notturna, fresca, sottovoce.
Alfredo Giuliani
A Chilosà una mattina
A Chilosà una mattina
una ragazzina si svegliò
senza sapere chi fosse.
Chi sono, chi sono
domandava piangendo
e la mamma la rassicurò:
è la malattia del paese,
prima o poi viene a tutti,
è la nostra scarlattina.
Presto ti passerà,
e appena guarita
non farai più domande.
una ragazzina si svegliò
senza sapere chi fosse.
Chi sono, chi sono
domandava piangendo
e la mamma la rassicurò:
è la malattia del paese,
prima o poi viene a tutti,
è la nostra scarlattina.
Presto ti passerà,
e appena guarita
non farai più domande.
Alfredo Giuliani
Canzoncina della regina
Per gli gnomi e per il re
la regina prepara il tè
lo prepara con le sue mani
ma la torta l’ha fatta il cuoco
La regina dice al re:
a fare il dolce ci vuol poco
basto 10 basti tu
purché siamo io e te
Prova tu a fare bene il tè
Il re lecca la torta
e si mangia i baffi
Gli gnomi saltano nella tazza
Prova tu a far bene il tè
ripetono per gioco al re
E alla regina dice il re:
sono pazzissimo di te
la regina prepara il tè
lo prepara con le sue mani
ma la torta l’ha fatta il cuoco
La regina dice al re:
a fare il dolce ci vuol poco
basto 10 basti tu
purché siamo io e te
Prova tu a fare bene il tè
Il re lecca la torta
e si mangia i baffi
Gli gnomi saltano nella tazza
Prova tu a far bene il tè
ripetono per gioco al re
E alla regina dice il re:
sono pazzissimo di te
Alfredo Giuliani
Corro con te
Corro con te verso i tuoi vent’anni
e tra noi si spalanca quella distesa di trenta
che per l’uomo, si dice, procede all’indietro.
Se tale ha da essere la giusta direzione
correrò ancora con te indietreggiando.
Agguanterò il desiderio trascinandomi
sugli occhi e sul naso.
e tra noi si spalanca quella distesa di trenta
che per l’uomo, si dice, procede all’indietro.
Se tale ha da essere la giusta direzione
correrò ancora con te indietreggiando.
Agguanterò il desiderio trascinandomi
sugli occhi e sul naso.
Alfredo Giuliani
Quanto ai fiori
Quanto ai fiori, ti dirò, preferisco
la circostanza che li pone a nostro agio,
la sorpresa o l’offerta di mattino
in una stanza, o la presenza notturna
che li stempera, li disfa sulla soglia
d’una ospitalità ambita, incongrua.
Oppure devono risplendere al naturale
come quei papaveri sui declivi magri.
Ebbrezza di placamenti
Amore non può parlare
né allontanarsi né approfittare
è amato e sciocco sotto la luna
La terra raggiunta si tranquillizza
l’occhio tramonta nel bosco strappato
il corpo più intimo si avvalla
Agogna lo sfinimento di consumare l’estro
nella ripetizione del nientetempo
Fiuta la delicata tempesta di feromoni e calze
riconosce la grazia e il tormento
Si rannicchia nel cervello vaporoso
a rammendare la sintesi in delirio
Gemina che manca respira a nascondino
il sole è nel pozzo del nostro insieme infinito
da vortici roventi vago specchio di spume
sgrana l’ipotesi d’iperbolico fuoco
l’aria cava frigge luce buia spalanca
è oceano in fiamme e basta l’immagine
ma tu sali alle quote del vento irruvidito
gemi la gentilezza di morire un poco
E l’accoglienza di grandi occhi ti sgrana
regala ebbrezza di placameto
slaccia il tuo cuoriciattolo ti nuotano
ascoltano che scrivi abiti quel giro immerso
Stagioni foglie
sempre smarrite ritrovate
ma che non torna abbaglia dai rifiuti
ombra da vicoli di luce trattenuta
grazia nessuna
se non il dio frainteso
la circostanza che li pone a nostro agio,
la sorpresa o l’offerta di mattino
in una stanza, o la presenza notturna
che li stempera, li disfa sulla soglia
d’una ospitalità ambita, incongrua.
Oppure devono risplendere al naturale
come quei papaveri sui declivi magri.
Ebbrezza di placamenti
Amore non può parlare
né allontanarsi né approfittare
è amato e sciocco sotto la luna
La terra raggiunta si tranquillizza
l’occhio tramonta nel bosco strappato
il corpo più intimo si avvalla
Agogna lo sfinimento di consumare l’estro
nella ripetizione del nientetempo
Fiuta la delicata tempesta di feromoni e calze
riconosce la grazia e il tormento
Si rannicchia nel cervello vaporoso
a rammendare la sintesi in delirio
Gemina che manca respira a nascondino
il sole è nel pozzo del nostro insieme infinito
da vortici roventi vago specchio di spume
sgrana l’ipotesi d’iperbolico fuoco
l’aria cava frigge luce buia spalanca
è oceano in fiamme e basta l’immagine
ma tu sali alle quote del vento irruvidito
gemi la gentilezza di morire un poco
E l’accoglienza di grandi occhi ti sgrana
regala ebbrezza di placameto
slaccia il tuo cuoriciattolo ti nuotano
ascoltano che scrivi abiti quel giro immerso
Stagioni foglie
sempre smarrite ritrovate
ma che non torna abbaglia dai rifiuti
ombra da vicoli di luce trattenuta
grazia nessuna
se non il dio frainteso
Amelia Rosselli
Delirai, imperfetta, su scale
Delirai, imperfetta, su scale
di bastoni
cose di cucina, casa e
impellenti misure che
ti riconoscono l’abilità alle manovre.
L’erborista
mal si conteneva
cannibali si distinsero
per una sorta di selvaggia trasparenza
ma i tuoi grandi occhi
non versano in mal celato affetto altro
che stridenti colorazioni,
semplici abbandoni nel parcheggio affondato.
Trent’anni sono un lasso di tempo conveniente
per ritirare la mano dal fuoco umido
e stringere a sé i bambini che adoro
mentre fuori puzzavano vini inaciditi
un’unità
di cui disconosci le proprietà.
Trovai una pietra bagnata di lacrime
il suo soave splendore un
poco rovinato dalle palestre,
giuro di amare il catasto
nel suo gingillare per il perdono
nel pedigree delle destinazioni.
Se esco e faccio la spesa
orrore si fracassa appena
belle cicogne snelle
m’assembrano le membra.
di bastoni
cose di cucina, casa e
impellenti misure che
ti riconoscono l’abilità alle manovre.
L’erborista
mal si conteneva
cannibali si distinsero
per una sorta di selvaggia trasparenza
ma i tuoi grandi occhi
non versano in mal celato affetto altro
che stridenti colorazioni,
semplici abbandoni nel parcheggio affondato.
Trent’anni sono un lasso di tempo conveniente
per ritirare la mano dal fuoco umido
e stringere a sé i bambini che adoro
mentre fuori puzzavano vini inaciditi
un’unità
di cui disconosci le proprietà.
Trovai una pietra bagnata di lacrime
il suo soave splendore un
poco rovinato dalle palestre,
giuro di amare il catasto
nel suo gingillare per il perdono
nel pedigree delle destinazioni.
Se esco e faccio la spesa
orrore si fracassa appena
belle cicogne snelle
m’assembrano le membra.
Amelia Rosselli
Dialogo con i Morti
scendete voi, abbracciate questa vostra
figlia che annaspa tra tomboloni e
mussulmani che giocano con le sue braccia
che invece, bianche, vorrebbero abbracciare
o strozzare ma mai fallire questi colpi
che diurnamente ricevono, pieni di
lividi e lividamente promuovete una
sete di dolcezza e aspra giustizia
oppure non lasciate più ch’io tormenti
(ed essi mi tormentano) questa mente
che muore ad ogni istante piena di
stretti nodi che ingombrano la sua
piana marcia ad un paese più bello introvabile
mentre muore lividamente anche la voglia
di essere più belli di quello che si
è.
Scendete, e scendete ancòra-—e infilate
nella vostra banale gioia il significare
d’una vita che ballonzola rattristata
dalla piena potenza del male degli
altri e del mio—il non sapere difendermi
da ottusa voglia.
Vivere un istante o mezz’ora e poi
ritrovarsi per una svista del pensiero
ancora più ingombra di inessenziali
rabbie!
Voce in capitolo non ebbero le sagge
mani: vi incontrai per poi farmi ostinatamente
massacrare da voi.
E il massacro volge in lussuria: e
la lussuria in estasi contemplata nel
grano sifilitico che s’attorciglia al
mio collo, stremato dai troppi abbandoni.
Abbandonarsi al vuoto sesso e poi ritenersi
anche insudiciati dalla nera pece del
fare così angusto dei poveri.
Sesso e violenza s’abbandonarono e
si ritrovarono infradiciati quel mattino
glorioso ove tutto cadde a pezzi, e
se saggezza con le sue microscopiche
usanze non ritira truppe dal votarsi
all’angoscia, e se una piccola fierezza
o svista può provocare angosce ritardate
allora cade a pezzi la giornata triste
per la tua feconda grettezza.
Ed è inerme che io battaglio per una
chiarezza che non ha permesso d’esistere
sinché tu giochi con questa providenza
che ci stampò in faccia quell’ansia
di esistere fuori d’un commerciale
attenersi alle più basse voglie; ma
vidi anche nella tua faccia il sigillo
della noncuranza e del vuoto armarsi
alla morte senza pensare alla vita!
figlia che annaspa tra tomboloni e
mussulmani che giocano con le sue braccia
che invece, bianche, vorrebbero abbracciare
o strozzare ma mai fallire questi colpi
che diurnamente ricevono, pieni di
lividi e lividamente promuovete una
sete di dolcezza e aspra giustizia
oppure non lasciate più ch’io tormenti
(ed essi mi tormentano) questa mente
che muore ad ogni istante piena di
stretti nodi che ingombrano la sua
piana marcia ad un paese più bello introvabile
mentre muore lividamente anche la voglia
di essere più belli di quello che si
è.
Scendete, e scendete ancòra-—e infilate
nella vostra banale gioia il significare
d’una vita che ballonzola rattristata
dalla piena potenza del male degli
altri e del mio—il non sapere difendermi
da ottusa voglia.
Vivere un istante o mezz’ora e poi
ritrovarsi per una svista del pensiero
ancora più ingombra di inessenziali
rabbie!
Voce in capitolo non ebbero le sagge
mani: vi incontrai per poi farmi ostinatamente
massacrare da voi.
E il massacro volge in lussuria: e
la lussuria in estasi contemplata nel
grano sifilitico che s’attorciglia al
mio collo, stremato dai troppi abbandoni.
Abbandonarsi al vuoto sesso e poi ritenersi
anche insudiciati dalla nera pece del
fare così angusto dei poveri.
Sesso e violenza s’abbandonarono e
si ritrovarono infradiciati quel mattino
glorioso ove tutto cadde a pezzi, e
se saggezza con le sue microscopiche
usanze non ritira truppe dal votarsi
all’angoscia, e se una piccola fierezza
o svista può provocare angosce ritardate
allora cade a pezzi la giornata triste
per la tua feconda grettezza.
Ed è inerme che io battaglio per una
chiarezza che non ha permesso d’esistere
sinché tu giochi con questa providenza
che ci stampò in faccia quell’ansia
di esistere fuori d’un commerciale
attenersi alle più basse voglie; ma
vidi anche nella tua faccia il sigillo
della noncuranza e del vuoto armarsi
alla morte senza pensare alla vita!
Amelia Rosselli
E poi si adatterà...
E poi si adatterà, alle mie cambiate contingenze, car
io ho cambiato residenza, non son più il fiore
timido appeso dove erano i salici e non voglio le tue tenerezze
che crudele combatto perché io non ho più
tenerezza. Se tu la mia tomba vorrai sfiorare con le delicate mani
poni una pietra di ferro e di peso sulla bianca lastra che mi
copre, e tu scriverai
il verso che chiude
l’intenso paragone. Non ho più la lana nel fosso, e non ho
nemmeno la tenera fede di chi ti toccava la mano per la
comprensione ora non rivoglio, la luna è piena abbastanza, e fa lei
da grande sorella, e il suo micidiale raggio io per diavoleria ora
seguo, che m’illumini gli spigoli dell’essere, su di un tenerello
[prato
dove remano in un modo sofferente e cauto
i morti di domani. Non più camminerò con
te le tue strade ben ricolte fra le tombe vasarie, e la
rugiada può pur bruciare i miei piedi, io m’assiedo e
rido e sputo sui franchi visi dei giovinotti ammazzati dal tuo
ordine. Non vi fosse questa mia e di altri crudeltà non vi
fossero quelle allungate gambe, quei dorsi nudi e gracili
sotto la erba. L’intento tuo non raggiungerai, prima che tu
passi per i miei canali stretti e duri.
io ho cambiato residenza, non son più il fiore
timido appeso dove erano i salici e non voglio le tue tenerezze
che crudele combatto perché io non ho più
tenerezza. Se tu la mia tomba vorrai sfiorare con le delicate mani
poni una pietra di ferro e di peso sulla bianca lastra che mi
copre, e tu scriverai
il verso che chiude
l’intenso paragone. Non ho più la lana nel fosso, e non ho
nemmeno la tenera fede di chi ti toccava la mano per la
comprensione ora non rivoglio, la luna è piena abbastanza, e fa lei
da grande sorella, e il suo micidiale raggio io per diavoleria ora
seguo, che m’illumini gli spigoli dell’essere, su di un tenerello
[prato
dove remano in un modo sofferente e cauto
i morti di domani. Non più camminerò con
te le tue strade ben ricolte fra le tombe vasarie, e la
rugiada può pur bruciare i miei piedi, io m’assiedo e
rido e sputo sui franchi visi dei giovinotti ammazzati dal tuo
ordine. Non vi fosse questa mia e di altri crudeltà non vi
fossero quelle allungate gambe, quei dorsi nudi e gracili
sotto la erba. L’intento tuo non raggiungerai, prima che tu
passi per i miei canali stretti e duri.
Amelia Rosselli
Nell’antica Cina vi erano fiori d’andalusa...
Nell’antica Cina vi erano fiori d’andalusa. Tu non fischi
per me. Il ramo storto della tua vigliaccheria non era che
la bellezza! nel mare lisciato e pettinato in un nodoso cranio.
La scultura del tuo amore era un ritornello, sapiente virgola
del maestro che sa sparire dalla tavola sparecchiata.
Il Giappone crudele e distante è la tua patria.
Il Giappone nodoso ed inestricabile è il viaggio che mi
procurerò con la tua assenza.
per me. Il ramo storto della tua vigliaccheria non era che
la bellezza! nel mare lisciato e pettinato in un nodoso cranio.
La scultura del tuo amore era un ritornello, sapiente virgola
del maestro che sa sparire dalla tavola sparecchiata.
Il Giappone crudele e distante è la tua patria.
Il Giappone nodoso ed inestricabile è il viaggio che mi
procurerò con la tua assenza.
Amelia Rosselli
Neve
Sembrano minuscoli insetti festeggianti
uno sciame di motori squillanti, una
pena discissa in faticose attenzioni
e una radunata di bravate.
Nevica fuori: e tutto questo rassomiglia
ad una crisi giovanile di pianto se
non fosse che ora le lacrime sono asciutte
come la neve.
Un esperto di questioni meteorologiche
direbbe che si tratta di un innamoramento
ma io che sono un esperto in queste
cose direi forse che si tratta di una
imboscata!
uno sciame di motori squillanti, una
pena discissa in faticose attenzioni
e una radunata di bravate.
Nevica fuori: e tutto questo rassomiglia
ad una crisi giovanile di pianto se
non fosse che ora le lacrime sono asciutte
come la neve.
Un esperto di questioni meteorologiche
direbbe che si tratta di un innamoramento
ma io che sono un esperto in queste
cose direi forse che si tratta di una
imboscata!
Amelia Rosselli
Non da vicino ti guarderò in faccia, né da
Non da vicino ti guarderò in faccia, né da
quella lontana piega della collina tu chiami
la tua bruciata esperienza. Colmo di rimpianto tu
continui a vivere, io brucio in un ardore che non
può sorridersi. E le gioconde terrazze dell’invernale
rissa di vento, grandine, e soffio di mista primavera
solcheranno il suolo della loro riga cruente. lo
intanto guarderò te piangere, per i valli
del tuo istante non goduto, la preghiera getta tutto
nelle sozze lavanderie di chi fugge: prega tu: sarcastica
ti livello al suolo raso della rosa città di cui
tu conosci solo il risparmiato ardore che la tua viltà
scambiò.
quella lontana piega della collina tu chiami
la tua bruciata esperienza. Colmo di rimpianto tu
continui a vivere, io brucio in un ardore che non
può sorridersi. E le gioconde terrazze dell’invernale
rissa di vento, grandine, e soffio di mista primavera
solcheranno il suolo della loro riga cruente. lo
intanto guarderò te piangere, per i valli
del tuo istante non goduto, la preghiera getta tutto
nelle sozze lavanderie di chi fugge: prega tu: sarcastica
ti livello al suolo raso della rosa città di cui
tu conosci solo il risparmiato ardore che la tua viltà
scambiò.
Andrea Zanzotto
Cantilena londinese
Pin penin
valentin
pena bianca
mi quaranta
mi un mi dói mi trèi mi quatro
mi sinque mi sie mi sète mi òto
buròto
stradèa
comodèa –
Pin penin
fureghin
perle e filo par inpirar
e pètena par petenar
e po’ codini e nastrini e cordéa –
le xé le comedie i zoghessi de chéa
che jeri la jera putèa
Pin pidin
cossa gastu visto?
‘Sta piavoleta nua
‘sto corpesin ‘ste rosete
‘sta viola che te consola
‘sta pele lissa come séa
‘sti pissigheti de rissi
‘sti oceti che te varda fissi
e che sa dir “te vòi ben”
‘ste suchete ‘sta sfeseta –
le xé le belesse da portar a nosse
a nosse conposte de chéa
che jeri la jera putèa
Pin penin
valentin
o mio ben,
te serco intel’l fogo inte’l giasso
te serco e no ghe riesso
te serco e no ghe la fasso,
pan e dedin
polenta e nasin –
chi me fa dormir
chi me fa morir
tuta pa’l me amor
chi me fa tornar
coi baseti che ciùcia
coi brasseti che struca
co la camiseta più bèa –
le xé le voje i caprissi de chéa
che jeri la jera putèa
Pin pidin
valentin
pan e vin
o mio ben,
un giosso, solo che un giosso,
te serco drento inte ‘l masso
te serco fora dal masso
te serco te serco e indrio sbrisso,
chi xé che porta ‘l mio ben
chi me descanta
chi me desgàtia
chi me despira,
pan e pidin
polenta e nasin
polenta e late
da le tetine mate
da le tetine beate –
i xé i zoghessi de la piavoleta
le xé le nosse i caprissi de chea
de chéa
che jeri la jera putèa.
valentin
pena bianca
mi quaranta
mi un mi dói mi trèi mi quatro
mi sinque mi sie mi sète mi òto
buròto
stradèa
comodèa –
Pin penin
fureghin
perle e filo par inpirar
e pètena par petenar
e po’ codini e nastrini e cordéa –
le xé le comedie i zoghessi de chéa
che jeri la jera putèa
Pin pidin
cossa gastu visto?
‘Sta piavoleta nua
‘sto corpesin ‘ste rosete
‘sta viola che te consola
‘sta pele lissa come séa
‘sti pissigheti de rissi
‘sti oceti che te varda fissi
e che sa dir “te vòi ben”
‘ste suchete ‘sta sfeseta –
le xé le belesse da portar a nosse
a nosse conposte de chéa
che jeri la jera putèa
Pin penin
valentin
o mio ben,
te serco intel’l fogo inte’l giasso
te serco e no ghe riesso
te serco e no ghe la fasso,
pan e dedin
polenta e nasin –
chi me fa dormir
chi me fa morir
tuta pa’l me amor
chi me fa tornar
coi baseti che ciùcia
coi brasseti che struca
co la camiseta più bèa –
le xé le voje i caprissi de chéa
che jeri la jera putèa
Pin pidin
valentin
pan e vin
o mio ben,
un giosso, solo che un giosso,
te serco drento inte ‘l masso
te serco fora dal masso
te serco te serco e indrio sbrisso,
chi xé che porta ‘l mio ben
chi me descanta
chi me desgàtia
chi me despira,
pan e pidin
polenta e nasin
polenta e late
da le tetine mate
da le tetine beate –
i xé i zoghessi de la piavoleta
le xé le nosse i caprissi de chea
de chéa
che jeri la jera putèa.