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Poesie di questo tema

Relazioni e famiglia

Anônimo

Anônimo

Oi bona gente, oditi et entenditi

“Oi bona gente, oditi et entenditi
la vita che fa questa mia cognata.

La vita che la fa vui l’odirite
e, se ve place, vòilave contare.
A lato se ne ten sette gallete
pur del meglior per poter ben cioncare,
e tutora dice che mor de sete
ensin’ch’a lato non sel pò acostare:
né vin né aqua non la pò saziare,
sella non pon la boch’ a la stagnata.”
’

“Per Deo, vicine mie, or non credite
a quel che dice questa falsa rea.
L’altrier ch’eo la trovai fra le pariti,
et eo la salutai en cortexia;
assai li dixi: — Donna, che faciti? —,
et ella me respose villania.
Ma sacio ben l’opera che facia:
no’l ve direi, ch’eo ne seria blasmata.”

“Qi soza puta, chi te conoscesse
e sapesse, com’ eo so, lo to affare!
L’altrieri, per caxon de far dir messe,
al preite me volisti ruffianare:
ma ’nanti fus-tu arsa che ’l facesse
o ch’eo cum teco mai volesse usare!
Da mi te parti e non me favellare,
ch’eo non voglio esser mai de toa brigata.”

“Or Deo ne lodo ch’eo son conosciuta,
né non fo con’ tu, putta, al to marito,
ch’alotta te par aver gioi compluta
O che tu ài pregio d’averl’ enbozito.
Et oi me lassa, trista, deceduta!
ch’a tutta gente lo fai mostrar a dito
e de le corne l’ài sì ben fornito
ch’una galléa ne sereb’ armata.”

“Cognata, eo te dirò bona raxone,
se la credenza tu me vòi tenire.
Eo agio cotto un sì grosso capone
che lo buglione sereb’ bon da bere.
Al to marito e ’l meo vegna passione,
che ’nseme no ne laxan ben avere:
igli ànno doglia e faremci morire
a pena et a dolore onne fiata.”

“Cognata mia, zo ched eo t’è ditto,
eo sacio ben ched ell’è mal a dire.
Ma menaròt’ en casa un fantelleto,
e lui daremo ben manzar e bere,
e tu recharai del to vin bruschetto,
e’ recharò del meo plen un barile.
Quando gli avrén di ben manzar e bere,
zaschuna faria la soa cavalcata.”
Arnaldo Fusinato

Arnaldo Fusinato

Da Una grande passione

Fervea la danza, e via per la lucente
sala le coppie trascorrean danzanti;
mentr’io, straniero affatto e indifferente
allo spettacol che m’era davanti,
me ne stava seduto in un cantone
sorseggiandomi un’acqua di limone.

Quando, levando gli occhi (oh! benedetta
quella levata d’occhi, a cui pur deggio
tutto quel bene che quaggiù m’aspetta),
poco lontan dalla mia sedia io veggio
un angiolo del ciel, che in velo bianco
stava seduto della mamma al fianco.
Gran bella mamma! nella man stringea
un piumato ventaglio; il crin canuto
con elegante industria nascondea
sotto un ampio turbante di velluto,
e dal turbante le piovea sul viso
un magnifico uccel di paradiso.

Ma la figlia! la figlia! in lunghe anella
il crin spartito le ombreggiava il volto:
come s’addice a ingenua verginella
il languid’occhio al suol tenea rivolto,
mentre fra i suoi labbruzzi di rubino
con due dita spingeva un biscottino.

Oh! chi non vide mai, come vid’io,
tra le armonie di splendido festino
un angiolo vezzoso al par del mio
mangiarsi con due dita un biscottino,
non può farsi un’idea del fuoco ardente
che in quel punto m’accese e core e mente.

Come una molla che percossa scatta,
io balzai dalla sedia, e senza più
il nodo m’acconciai della cravatta,
calcai le suste al mio cappel-gibus,
ed infilati i miei guanti glacés
vèr lei mi spinsi con un pas-glissé.

Fo del mio corpo un arco, e con la mano
la invito al ballo: un languido sorriso,
indizio certo del piacere arcano
ch’io le suscito in cor, le brilla in viso:
suonano un waltz (credo di Strauss) ed ella
mi balza incontro saltellante e snella.

E al mio braccio il suo fianco abbandonato,
spiccammo il volo, e poi che sì vicino
al mio volto passar sento quel fiato
che la fragranza avea del biscottino,
così mi punge in quell’istante amore,
che arditamente me la stringo al cuore.

D’un virgineo rossor tinto il sembiante,
lo sguardo in me fissò quell’angioletta,
e mentre colla sua mano tremante
mi ricambiava un’eloquente stretta,
il cor sì forte mi battea che fe’
saltar via due bottoni al mio gilet.
Attilio Bertolucci

Attilio Bertolucci

Lettera da casa (inviando dei versi a giorgio bassani)

inviando dei versi a Giorgio Bassani

Qui è l’estate,
una sera dopo l’altra si aprono
le finestre per dare aria alle stanze,
allora riflettono gli specchi una campagna
che il cucù intermittente di lontano,
chi sa dove, immalinconisce.
Un alto carro di fieno si presenta
traballante, esce portandosi un ragazzo
perso nel raggio obliquo del tramonto
fra trofei verdi che già dolcemente
si piegano avvizziti. (Addio, addio,
uscito dallo specchio dove vai?
Oh, vicino, se si ode il tuo ’
parlottare indistinto, ma lontano
come se le nostre spoglie ormai
giacessero presso quelle che sono
chiuse nel muro sbiadito).
Ora parla invisibile con uomini
che scaricano il carro nel fienile
e finito il lavoro lo isseranno
a quel rosone di mattoni tiepidi
che guarda verso la città distesa
in una vertigine di pianura aperta
nella sera.

tornando a casa

È caro il tempo dell’anno quando
più dolci nubi il cielo del mattino
attraversano, e il passo di chi parte
trova foglie più fitte nel sentiero
che s’allontana.

S’’apre la strada su ville gentili
di fumo azzurro e giocondo granturco
nella pace del sole meridiano
che l’iride saluta con un lieto
ringraziamento.

Così il celeste ottobre in silenzio
trascorre, così accende nelle siepi
devastate e soavi ultime bacche,
aspre more che Febo declinante
più non matura.

Ma se viene la sera, se il cielo
impallidisce fra distanti torri
nella luna che sorge, le gaggìe
si fanno incontro umide di pianto
ad abbracciarti.

a uno storno

Così dolce la sera, così calma
che il nero storno sul tetto raccoglie
l’ultima luce del giorno nel becco,
noi già presi nel buio delle foglie.

Oh, dove è più, dove l’ombra accesa
fra le efelidi brune sotto il bianco
cappelluccio di tela, la sospesa
siesta di questi borghi nel meriggio?

Già il giorno (e la stagione) declina
in un raggio perduto ormai per noi
nell’erba fredda, nella terra bassa.
Tu sul tetto trattienlo fin che puoi,

felice storno, alto sulla casa.