Poesie di questo tema
Relazioni e famiglia
Anônimo
Oi bona gente, oditi et entenditi
“Oi bona gente, oditi et entenditi
la vita che fa questa mia cognata.
La vita che la fa vui l’odirite
e, se ve place, vòilave contare.
A lato se ne ten sette gallete
pur del meglior per poter ben cioncare,
e tutora dice che mor de sete
ensin’ch’a lato non sel pò acostare:
né vin né aqua non la pò saziare,
sella non pon la boch’ a la stagnata.”
’
“Per Deo, vicine mie, or non credite
a quel che dice questa falsa rea.
L’altrier ch’eo la trovai fra le pariti,
et eo la salutai en cortexia;
assai li dixi: — Donna, che faciti? —,
et ella me respose villania.
Ma sacio ben l’opera che facia:
no’l ve direi, ch’eo ne seria blasmata.”
“Qi soza puta, chi te conoscesse
e sapesse, com’ eo so, lo to affare!
L’altrieri, per caxon de far dir messe,
al preite me volisti ruffianare:
ma ’nanti fus-tu arsa che ’l facesse
o ch’eo cum teco mai volesse usare!
Da mi te parti e non me favellare,
ch’eo non voglio esser mai de toa brigata.”
“Or Deo ne lodo ch’eo son conosciuta,
né non fo con’ tu, putta, al to marito,
ch’alotta te par aver gioi compluta
O che tu ài pregio d’averl’ enbozito.
Et oi me lassa, trista, deceduta!
ch’a tutta gente lo fai mostrar a dito
e de le corne l’ài sì ben fornito
ch’una galléa ne sereb’ armata.”
“Cognata, eo te dirò bona raxone,
se la credenza tu me vòi tenire.
Eo agio cotto un sì grosso capone
che lo buglione sereb’ bon da bere.
Al to marito e ’l meo vegna passione,
che ’nseme no ne laxan ben avere:
igli ànno doglia e faremci morire
a pena et a dolore onne fiata.”
“Cognata mia, zo ched eo t’è ditto,
eo sacio ben ched ell’è mal a dire.
Ma menaròt’ en casa un fantelleto,
e lui daremo ben manzar e bere,
e tu recharai del to vin bruschetto,
e’ recharò del meo plen un barile.
Quando gli avrén di ben manzar e bere,
zaschuna faria la soa cavalcata.”
la vita che fa questa mia cognata.
La vita che la fa vui l’odirite
e, se ve place, vòilave contare.
A lato se ne ten sette gallete
pur del meglior per poter ben cioncare,
e tutora dice che mor de sete
ensin’ch’a lato non sel pò acostare:
né vin né aqua non la pò saziare,
sella non pon la boch’ a la stagnata.”
’
“Per Deo, vicine mie, or non credite
a quel che dice questa falsa rea.
L’altrier ch’eo la trovai fra le pariti,
et eo la salutai en cortexia;
assai li dixi: — Donna, che faciti? —,
et ella me respose villania.
Ma sacio ben l’opera che facia:
no’l ve direi, ch’eo ne seria blasmata.”
“Qi soza puta, chi te conoscesse
e sapesse, com’ eo so, lo to affare!
L’altrieri, per caxon de far dir messe,
al preite me volisti ruffianare:
ma ’nanti fus-tu arsa che ’l facesse
o ch’eo cum teco mai volesse usare!
Da mi te parti e non me favellare,
ch’eo non voglio esser mai de toa brigata.”
“Or Deo ne lodo ch’eo son conosciuta,
né non fo con’ tu, putta, al to marito,
ch’alotta te par aver gioi compluta
O che tu ài pregio d’averl’ enbozito.
Et oi me lassa, trista, deceduta!
ch’a tutta gente lo fai mostrar a dito
e de le corne l’ài sì ben fornito
ch’una galléa ne sereb’ armata.”
“Cognata, eo te dirò bona raxone,
se la credenza tu me vòi tenire.
Eo agio cotto un sì grosso capone
che lo buglione sereb’ bon da bere.
Al to marito e ’l meo vegna passione,
che ’nseme no ne laxan ben avere:
igli ànno doglia e faremci morire
a pena et a dolore onne fiata.”
“Cognata mia, zo ched eo t’è ditto,
eo sacio ben ched ell’è mal a dire.
Ma menaròt’ en casa un fantelleto,
e lui daremo ben manzar e bere,
e tu recharai del to vin bruschetto,
e’ recharò del meo plen un barile.
Quando gli avrén di ben manzar e bere,
zaschuna faria la soa cavalcata.”
Anônimo
Rosa aulente
Rosa aulente,
spendiente,
tu se’ la mia vita,
per cui vivo
più pensivo
ca per Dio romita:
da paura
non si cura
giaunque la ferita
ch’aggio al core
del tuo amore,
l’arma m’è fallita.
Fiore e foglia,
la tua voglia,
per Dio l’umilia:
lo cor dogli’à,
si che toglia
la speranza mia.
La tua cera,
dolze spera,
che ’l cor conduce,
m’è sì fera,
fosse vera,
morte al cor m’aduce.
La tua luce,
che riluce
sovr’ogne splendore,
già consuma
me ch’aluma,
sì mi stringe amore.
Sì m’ha priso
e conquiso
di cor tua valienza,
che niente
fra la gente
par mia benvoglienza.
Chi mi vede,
di te crede
ch’aggia pensagione;
e la fede
mi concede
ch’egli abbia ragione:
ché ’l mio core
sta °n errore
i
pur di te pensare;
a nullore
fa sentore
se non di te amare.
Io ti prego,
senza nego
che n’agge pietanza:
teco le gio’,
meco il pregio
e tutta speranza.
Te conforti
e me spotti,
ch’era senza noia;
no m’aporti
disconforti
né langore ctroia.
Anonimo
spendiente,
tu se’ la mia vita,
per cui vivo
più pensivo
ca per Dio romita:
da paura
non si cura
giaunque la ferita
ch’aggio al core
del tuo amore,
l’arma m’è fallita.
Fiore e foglia,
la tua voglia,
per Dio l’umilia:
lo cor dogli’à,
si che toglia
la speranza mia.
La tua cera,
dolze spera,
che ’l cor conduce,
m’è sì fera,
fosse vera,
morte al cor m’aduce.
La tua luce,
che riluce
sovr’ogne splendore,
già consuma
me ch’aluma,
sì mi stringe amore.
Sì m’ha priso
e conquiso
di cor tua valienza,
che niente
fra la gente
par mia benvoglienza.
Chi mi vede,
di te crede
ch’aggia pensagione;
e la fede
mi concede
ch’egli abbia ragione:
ché ’l mio core
sta °n errore
i
pur di te pensare;
a nullore
fa sentore
se non di te amare.
Io ti prego,
senza nego
che n’agge pietanza:
teco le gio’,
meco il pregio
e tutta speranza.
Te conforti
e me spotti,
ch’era senza noia;
no m’aporti
disconforti
né langore ctroia.
Anonimo
Anônimo
Tapina ahimè, ch’amava uno sparvero
Tapina ahimè, ch’amava uno spatvero:
amaval tanto ch’io me ne motia:
a lo richiamo ben m’era manero,
4 e dunque troppo pascer nol dovia.
Or è montato e salito sì altero,
assai più alto che far non solia,
ed è asiso dentro uno verzero:
8 un’altra donna lo tene in balia.
Isparvero mio, ch’io t’avea nodrito,
sonaglio d’oro ti facea portare
11 perché dell’uccellar fosse più ardito:
or se’ salito sì come lo mare,
ed ha’ rotti li geti e se’ fuggito,
14 quando eri fermo nel tuo uccellare.
Dante da Maiano
amaval tanto ch’io me ne motia:
a lo richiamo ben m’era manero,
4 e dunque troppo pascer nol dovia.
Or è montato e salito sì altero,
assai più alto che far non solia,
ed è asiso dentro uno verzero:
8 un’altra donna lo tene in balia.
Isparvero mio, ch’io t’avea nodrito,
sonaglio d’oro ti facea portare
11 perché dell’uccellar fosse più ardito:
or se’ salito sì come lo mare,
ed ha’ rotti li geti e se’ fuggito,
14 quando eri fermo nel tuo uccellare.
Dante da Maiano
Anton Giulio Brignole Sale
La cortigiana frustata
La man, che ne le dita ha quadrella,
con duro laccio al molle tergo è avvolta.
L’onta a celar, ch’è ne le guance accolta,
spande il confuso crin ricca procella.
Sul dorso, ove la sferza empia flagella,
grandine di rubini appar disciolta;
già dal livor la candidezza è tolta,
ma men candida ancor non è men bella.
Su quel tergo il mio cor spiega le piume
e, per pietà di lui già tutto essangue,
ricever le ferite in sé presume.
In quelle piaghe agonizzando ei langue,
ma nel languir non è il primier costume
che il sangue corra al cor: ei corre al sangue.
con duro laccio al molle tergo è avvolta.
L’onta a celar, ch’è ne le guance accolta,
spande il confuso crin ricca procella.
Sul dorso, ove la sferza empia flagella,
grandine di rubini appar disciolta;
già dal livor la candidezza è tolta,
ma men candida ancor non è men bella.
Su quel tergo il mio cor spiega le piume
e, per pietà di lui già tutto essangue,
ricever le ferite in sé presume.
In quelle piaghe agonizzando ei langue,
ma nel languir non è il primier costume
che il sangue corra al cor: ei corre al sangue.
Antonia Pozzi
Sventatezza
Ricordo un pomeriggio di setterfibre,
sul Montello. Io, ancora una bambina,
col trecciolino smilzo ed un prurito
di pazze corse su per le ginocchia.
° Mio padre, rannicchiato dentro un andito
scavato in un rialzo del terreno,
mi additava attraverso una fessura
il Piave e le colline; mi parlava
della guerra, di sé, dei suoi soldati.
Nell’ombra, l’erba gelida e affilata
mi sfiorava i polpacci: sotto terra,
le radici succhiavan forse ancora
qualche goccia di sangue. Ma io ardevo
dal desiderio di scattare fuori,
* nell’invadente sole, per raccogliere
un pugnetto di more da una siepe.
Milano, 22 maggio 1929.
sul Montello. Io, ancora una bambina,
col trecciolino smilzo ed un prurito
di pazze corse su per le ginocchia.
° Mio padre, rannicchiato dentro un andito
scavato in un rialzo del terreno,
mi additava attraverso una fessura
il Piave e le colline; mi parlava
della guerra, di sé, dei suoi soldati.
Nell’ombra, l’erba gelida e affilata
mi sfiorava i polpacci: sotto terra,
le radici succhiavan forse ancora
qualche goccia di sangue. Ma io ardevo
dal desiderio di scattare fuori,
* nell’invadente sole, per raccogliere
un pugnetto di more da una siepe.
Milano, 22 maggio 1929.
Antonio Bruni
Bacia, baciami, o Clori
Bacia, baciami, o Clori,
ma ’l tuo bacio si scocchi
o nel labro o negli occhi;
perché l’anima mia,
che negli occhi e nel labro ognor desia
e baciarti e mirarti
o mirarti o baciarti,
goda pari dolcezza, amante amata,
o mirata o baciata.
ma ’l tuo bacio si scocchi
o nel labro o negli occhi;
perché l’anima mia,
che negli occhi e nel labro ognor desia
e baciarti e mirarti
o mirarti o baciarti,
goda pari dolcezza, amante amata,
o mirata o baciata.
Antonio Bruni
I baci (1)
Soavissimi baci,
che son nettare ai labri e manna ai cori,
già mi desti, o Licori.
Quinci un bacio vorrei
rapir co’ labri miei,
per dir se sian più dolci e più graditi
i donati o i rapiti.
che son nettare ai labri e manna ai cori,
già mi desti, o Licori.
Quinci un bacio vorrei
rapir co’ labri miei,
per dir se sian più dolci e più graditi
i donati o i rapiti.
Antonio Bruni
Perché, mentre mi baci
Perché, mentre mi baci,
donna, mi mordi e vuoi
ch’io provi dolci i baci e i morsi tuoi?
Aggiunsi i morsi ai baci,
perché nel labro impresso il bacio io miri?
Sì, sì, con labri accesi e denti ingordi
bacia, baciami pur, mordimi, mordi,
perché dolcezza egual l’anima sente,
se talor morde il labro e bacia il dente.
donna, mi mordi e vuoi
ch’io provi dolci i baci e i morsi tuoi?
Aggiunsi i morsi ai baci,
perché nel labro impresso il bacio io miri?
Sì, sì, con labri accesi e denti ingordi
bacia, baciami pur, mordimi, mordi,
perché dolcezza egual l’anima sente,
se talor morde il labro e bacia il dente.
Antonio Porta
Zelda
se tenteranno di salvarmi
le inferriate infisse alle finestre
quando l’incendio è già troppo avanti
non si può uscire in nessun modo
appoggiando le scale di legno prendono
fuoco coi pompieri a precipizio
da una pantofola sarò riconosciuta
e sia quella pantofola conservata in tutte le case inferriate
poiché nessuno viene a salvarsi
e brucerà insieme a voi
come l’incendio come donna-pantofola come amante infelice
corro tutta la vita come fossero due o tre vite ciò
significa che produco il doppio e come tutti
mi circondo di sbarre mi chino soltanto
a baciare il mio gatto
che altro se non permettervi
di adorare la mia pantofola
le inferriate infisse alle finestre
quando l’incendio è già troppo avanti
non si può uscire in nessun modo
appoggiando le scale di legno prendono
fuoco coi pompieri a precipizio
da una pantofola sarò riconosciuta
e sia quella pantofola conservata in tutte le case inferriate
poiché nessuno viene a salvarsi
e brucerà insieme a voi
come l’incendio come donna-pantofola come amante infelice
corro tutta la vita come fossero due o tre vite ciò
significa che produco il doppio e come tutti
mi circondo di sbarre mi chino soltanto
a baciare il mio gatto
che altro se non permettervi
di adorare la mia pantofola
Arnaldo Fusinato
Da Una grande passione
Fervea la danza, e via per la lucente
sala le coppie trascorrean danzanti;
mentr’io, straniero affatto e indifferente
allo spettacol che m’era davanti,
me ne stava seduto in un cantone
sorseggiandomi un’acqua di limone.
Quando, levando gli occhi (oh! benedetta
quella levata d’occhi, a cui pur deggio
tutto quel bene che quaggiù m’aspetta),
poco lontan dalla mia sedia io veggio
un angiolo del ciel, che in velo bianco
stava seduto della mamma al fianco.
Gran bella mamma! nella man stringea
un piumato ventaglio; il crin canuto
con elegante industria nascondea
sotto un ampio turbante di velluto,
e dal turbante le piovea sul viso
un magnifico uccel di paradiso.
Ma la figlia! la figlia! in lunghe anella
il crin spartito le ombreggiava il volto:
come s’addice a ingenua verginella
il languid’occhio al suol tenea rivolto,
mentre fra i suoi labbruzzi di rubino
con due dita spingeva un biscottino.
Oh! chi non vide mai, come vid’io,
tra le armonie di splendido festino
un angiolo vezzoso al par del mio
mangiarsi con due dita un biscottino,
non può farsi un’idea del fuoco ardente
che in quel punto m’accese e core e mente.
Come una molla che percossa scatta,
io balzai dalla sedia, e senza più
il nodo m’acconciai della cravatta,
calcai le suste al mio cappel-gibus,
ed infilati i miei guanti glacés
vèr lei mi spinsi con un pas-glissé.
Fo del mio corpo un arco, e con la mano
la invito al ballo: un languido sorriso,
indizio certo del piacere arcano
ch’io le suscito in cor, le brilla in viso:
suonano un waltz (credo di Strauss) ed ella
mi balza incontro saltellante e snella.
E al mio braccio il suo fianco abbandonato,
spiccammo il volo, e poi che sì vicino
al mio volto passar sento quel fiato
che la fragranza avea del biscottino,
così mi punge in quell’istante amore,
che arditamente me la stringo al cuore.
D’un virgineo rossor tinto il sembiante,
lo sguardo in me fissò quell’angioletta,
e mentre colla sua mano tremante
mi ricambiava un’eloquente stretta,
il cor sì forte mi battea che fe’
saltar via due bottoni al mio gilet.
sala le coppie trascorrean danzanti;
mentr’io, straniero affatto e indifferente
allo spettacol che m’era davanti,
me ne stava seduto in un cantone
sorseggiandomi un’acqua di limone.
Quando, levando gli occhi (oh! benedetta
quella levata d’occhi, a cui pur deggio
tutto quel bene che quaggiù m’aspetta),
poco lontan dalla mia sedia io veggio
un angiolo del ciel, che in velo bianco
stava seduto della mamma al fianco.
Gran bella mamma! nella man stringea
un piumato ventaglio; il crin canuto
con elegante industria nascondea
sotto un ampio turbante di velluto,
e dal turbante le piovea sul viso
un magnifico uccel di paradiso.
Ma la figlia! la figlia! in lunghe anella
il crin spartito le ombreggiava il volto:
come s’addice a ingenua verginella
il languid’occhio al suol tenea rivolto,
mentre fra i suoi labbruzzi di rubino
con due dita spingeva un biscottino.
Oh! chi non vide mai, come vid’io,
tra le armonie di splendido festino
un angiolo vezzoso al par del mio
mangiarsi con due dita un biscottino,
non può farsi un’idea del fuoco ardente
che in quel punto m’accese e core e mente.
Come una molla che percossa scatta,
io balzai dalla sedia, e senza più
il nodo m’acconciai della cravatta,
calcai le suste al mio cappel-gibus,
ed infilati i miei guanti glacés
vèr lei mi spinsi con un pas-glissé.
Fo del mio corpo un arco, e con la mano
la invito al ballo: un languido sorriso,
indizio certo del piacere arcano
ch’io le suscito in cor, le brilla in viso:
suonano un waltz (credo di Strauss) ed ella
mi balza incontro saltellante e snella.
E al mio braccio il suo fianco abbandonato,
spiccammo il volo, e poi che sì vicino
al mio volto passar sento quel fiato
che la fragranza avea del biscottino,
così mi punge in quell’istante amore,
che arditamente me la stringo al cuore.
D’un virgineo rossor tinto il sembiante,
lo sguardo in me fissò quell’angioletta,
e mentre colla sua mano tremante
mi ricambiava un’eloquente stretta,
il cor sì forte mi battea che fe’
saltar via due bottoni al mio gilet.
Arturo Graf
Amor di vergine
Donne che avete maestria d’amore,
datevi pace e non vi disperate:
ha l’amor delle vergini un sapore
che il vostro non ha più, checché facciate.
Un sapor? forse no; ma una fragranza
delicata e sottil che assai mi piace:
donne in cui l’arte la natura avanza,
il vostro più non l’ha, datevi pace.
datevi pace e non vi disperate:
ha l’amor delle vergini un sapore
che il vostro non ha più, checché facciate.
Un sapor? forse no; ma una fragranza
delicata e sottil che assai mi piace:
donne in cui l’arte la natura avanza,
il vostro più non l’ha, datevi pace.
Arturo Onofri
Confondersi della natura
Madre, ch’io mi disvincoli dalla mia forma umana
per confondermi in te, nella tua vita immensa,
ch’io rompa la strettoia della mia fosca tana,
ove sto nella triste obliquità che pensa.
Le altrui futili gioie, ch’emulo ognuno ostenta,
non mi compenserebbero né della brina che irrora
trepidamente i tuoi calici nel brivido dell’aurora,
né dei languori lunari nell’aria che s’inargenta.
Concedimi ch’io guardi il fumo salire in pace
dai camini dei semplici casali di campagna,
ispirami nel sangue il balsamo della montagna,
se dalle valli in fiore giunga odore d’acacie.
per confondermi in te, nella tua vita immensa,
ch’io rompa la strettoia della mia fosca tana,
ove sto nella triste obliquità che pensa.
Le altrui futili gioie, ch’emulo ognuno ostenta,
non mi compenserebbero né della brina che irrora
trepidamente i tuoi calici nel brivido dell’aurora,
né dei languori lunari nell’aria che s’inargenta.
Concedimi ch’io guardi il fumo salire in pace
dai camini dei semplici casali di campagna,
ispirami nel sangue il balsamo della montagna,
se dalle valli in fiore giunga odore d’acacie.
Arturo Onofri
Le penombre di mammola...
Le penombre di mammola, nei caldi
incavi del tuo viso, hanno stupori
d’aurora nel sorriso delle labbra
e nell’ardore diafano degli occhi.
Il roseo dell’intenta anima affiora
al limite impalpabile che abbraccia
te quasi caldo petalo carnale,
e annuncia i ditirambici abbandoni
della feminea musica segreta
in balìa del volere che m’infiamma
a somigliarti in sillabe di canto.
La tua persona è immagine in silenzio
della nostra vocale ansia di cieli,
e quelle ombre di mammola, nei caldi
incavi del tuo viso, hanno stupori
dorati, a fior degli occhi e delle labbra,
nel sogno di voler rassomigliare
alla forma che, in noi, musica vive.
incavi del tuo viso, hanno stupori
d’aurora nel sorriso delle labbra
e nell’ardore diafano degli occhi.
Il roseo dell’intenta anima affiora
al limite impalpabile che abbraccia
te quasi caldo petalo carnale,
e annuncia i ditirambici abbandoni
della feminea musica segreta
in balìa del volere che m’infiamma
a somigliarti in sillabe di canto.
La tua persona è immagine in silenzio
della nostra vocale ansia di cieli,
e quelle ombre di mammola, nei caldi
incavi del tuo viso, hanno stupori
dorati, a fior degli occhi e delle labbra,
nel sogno di voler rassomigliare
alla forma che, in noi, musica vive.
Attilio Bertolucci
Al fratello
Un giorno amaro l’infinita cerchia
dei colli
veste di luce declinante,
e già trabocca sulla pianura
un autunno di foglie.
Più freddi ora dispiega i suoi vessilli
d’ombra il tramonto,
un chiaro lume nasce
dove tu dolce manchi
all’ antica abitudine serale.
dei colli
veste di luce declinante,
e già trabocca sulla pianura
un autunno di foglie.
Più freddi ora dispiega i suoi vessilli
d’ombra il tramonto,
un chiaro lume nasce
dove tu dolce manchi
all’ antica abitudine serale.
Attilio Bertolucci
At home
Il sole lentamente si sposta
sulla nostra vita, sulla paziente
storia dei giorni che un mite
calore accende, d’affetti e di memorie.
A quest’ora meridiana
lo spaniel invecchia sul mattone
tiepido, il tuo cappello di paglia
s’allontana nell’ombra della casa.
sulla nostra vita, sulla paziente
storia dei giorni che un mite
calore accende, d’affetti e di memorie.
A quest’ora meridiana
lo spaniel invecchia sul mattone
tiepido, il tuo cappello di paglia
s’allontana nell’ombra della casa.
Attilio Bertolucci
Bernardo a cinque anni
Il dolore è nel tuo occhio timido
nella mano infantile che saluta senza grazia,
il dolore dei giorni che verranno
già pesa sulla tua ossatura fragile.
In un giorno d’autunno che dipana
quieto i suoi fili di nebbia nel sole
il gioco s’è fermato all’improvviso,
ti ha lasciato solo dove la strada finisce
splendida per tante foglie a terra
in una notte, sì che a tutti qui
è venuto un pensiero nella mente
della stagione che s’accosta rapida.
Tu hai salutato con un cenno debole
e un sorriso patito, sei rimasto
ombra nell’ombra un attimo, ora corri
a rifugiarti nella nostra ansia.
nella mano infantile che saluta senza grazia,
il dolore dei giorni che verranno
già pesa sulla tua ossatura fragile.
In un giorno d’autunno che dipana
quieto i suoi fili di nebbia nel sole
il gioco s’è fermato all’improvviso,
ti ha lasciato solo dove la strada finisce
splendida per tante foglie a terra
in una notte, sì che a tutti qui
è venuto un pensiero nella mente
della stagione che s’accosta rapida.
Tu hai salutato con un cenno debole
e un sorriso patito, sei rimasto
ombra nell’ombra un attimo, ora corri
a rifugiarti nella nostra ansia.
Attilio Bertolucci
Idilli domestici
I
Questo è il dolce inverno di qui
che porta fumo tra le gaggìe, vecchi vagabondi
giù dall’Appennino per la strada che va in città,
un così allegro silenzio intorno.
Sole o nebbia, non importa, la dolce sera
vede fanciulli in mesti giochi gridare
sul cielo occidentale, sia cenere o oro,
tardi, tardi, sino alle luci che si accendono.
II
Così intimamente la giornata comincia
nel grigio autunno, così lenta passa
la mattina di là dai vetri tersi
ove la luce tarda s’assopisce.
È questo argenteo silenzio il declinare
dell’anno, la nostra vita
variano appena le dolorose feste del cuore,
le memorie che migrano come nuvole.
Questo è il dolce inverno di qui
che porta fumo tra le gaggìe, vecchi vagabondi
giù dall’Appennino per la strada che va in città,
un così allegro silenzio intorno.
Sole o nebbia, non importa, la dolce sera
vede fanciulli in mesti giochi gridare
sul cielo occidentale, sia cenere o oro,
tardi, tardi, sino alle luci che si accendono.
II
Così intimamente la giornata comincia
nel grigio autunno, così lenta passa
la mattina di là dai vetri tersi
ove la luce tarda s’assopisce.
È questo argenteo silenzio il declinare
dell’anno, la nostra vita
variano appena le dolorose feste del cuore,
le memorie che migrano come nuvole.
Attilio Bertolucci
Il bambino che va a scuola, a sei anni
Il bambino che va a scuola, a sei anni
muta profondamente la sua vita,
si ferisce di continuo e guarisce
da solo, i ginocchi e i polsi,
prima intatti, fioriscono di croste
che l’aria dei mattini d’inverno
lustra come rubini o come quelle
bacche per cui la siepe è ancora viva
casa e dispensa al passero e ai suoi figli.
Se l’anima gli si lacera, si cura
nascondendosi agli altri e più a chi
sino ad oggi gli ha dato gioie e affanni.
Il tempo freddo e asciutto ha indurito
la strada e a lui che cammina rivela
nella distanza dei coltivi inerti
case non conosciute prima perché perse
a lungo nell’inganno delle foglie:
il gelo ne scopre e fissa la presenza
umile a cui s’aggira intorno
sempre un uomo freddoloso e assonnato
o una donna svelta nelle sue
faccende che non vedono soste
e animano anche un’ora così incerta.
Ma se il piccolo pellegrino comincia
a sentire più caldo, non è
soltanto l’esercizio del viaggio
sul punto di conchiudersi, è il sole
che alle nove, liberatosi dal basso
orizzonte di bruma e fumo misti
tocca tutte le cose visibili
tingendole d’un rossore che inebria
mentre voci e rumori diversi
s’accrescono e confondono, esterno
e interno uniti in una comunione
vivace sino a che la porta della scuola si chiude.
muta profondamente la sua vita,
si ferisce di continuo e guarisce
da solo, i ginocchi e i polsi,
prima intatti, fioriscono di croste
che l’aria dei mattini d’inverno
lustra come rubini o come quelle
bacche per cui la siepe è ancora viva
casa e dispensa al passero e ai suoi figli.
Se l’anima gli si lacera, si cura
nascondendosi agli altri e più a chi
sino ad oggi gli ha dato gioie e affanni.
Il tempo freddo e asciutto ha indurito
la strada e a lui che cammina rivela
nella distanza dei coltivi inerti
case non conosciute prima perché perse
a lungo nell’inganno delle foglie:
il gelo ne scopre e fissa la presenza
umile a cui s’aggira intorno
sempre un uomo freddoloso e assonnato
o una donna svelta nelle sue
faccende che non vedono soste
e animano anche un’ora così incerta.
Ma se il piccolo pellegrino comincia
a sentire più caldo, non è
soltanto l’esercizio del viaggio
sul punto di conchiudersi, è il sole
che alle nove, liberatosi dal basso
orizzonte di bruma e fumo misti
tocca tutte le cose visibili
tingendole d’un rossore che inebria
mentre voci e rumori diversi
s’accrescono e confondono, esterno
e interno uniti in una comunione
vivace sino a che la porta della scuola si chiude.
Attilio Bertolucci
L’undici agosto
La matura perfezione di questa giornata –
l’undici agosto ma è come fosse settembre
e la roccia è rugosa, dolce, contenente succo –
include nella sua luce la montagna
presente, prati sonori al piede dorati
alla vista, Antiope dormiente, boschi
neri alla vista a penetrare argentei
di lumache e di vene colanti acqua da
più sù più sù, dove improvviso è il cielo
a mostrarsi in quella seta pesante d’oggi
celeste con applicazioni in seta bianca
rasata e in oro sagrale (nuvole e sole),
la pianura anche, la cui percezione
non sarà, in tale lontananza, possibile
se non dopo la fatica d’arrampicarsi al crinale
e lì contemplarla in una falce brunita
che il padre giovane regge alta seguito
da un figlio già cacciatore di nidi da
una figlia in lilla stinto da una moglie
già vecchia e in quello specchio mobile affrettati
a fissare gli occhi vedrai la città orizzontale
signora del vizio e della conversazione paisible
attraversata da ponti decorata da belvederi:
una tale perfezione era da ricordare.
l’undici agosto ma è come fosse settembre
e la roccia è rugosa, dolce, contenente succo –
include nella sua luce la montagna
presente, prati sonori al piede dorati
alla vista, Antiope dormiente, boschi
neri alla vista a penetrare argentei
di lumache e di vene colanti acqua da
più sù più sù, dove improvviso è il cielo
a mostrarsi in quella seta pesante d’oggi
celeste con applicazioni in seta bianca
rasata e in oro sagrale (nuvole e sole),
la pianura anche, la cui percezione
non sarà, in tale lontananza, possibile
se non dopo la fatica d’arrampicarsi al crinale
e lì contemplarla in una falce brunita
che il padre giovane regge alta seguito
da un figlio già cacciatore di nidi da
una figlia in lilla stinto da una moglie
già vecchia e in quello specchio mobile affrettati
a fissare gli occhi vedrai la città orizzontale
signora del vizio e della conversazione paisible
attraversata da ponti decorata da belvederi:
una tale perfezione era da ricordare.
Attilio Bertolucci
La rosa bianca
Coglierò per te
l’ultima rosa del giardino,
la rosa bianca che fiorisce
nelle prime nebbie.
Le avide api l’hanno visitata
sino a ieri,
ma è ancora così dolce
che fa tremare.
È un ritratto di te a trent’anni,
un po’ smemorata, come tu sarai allora.
l’ultima rosa del giardino,
la rosa bianca che fiorisce
nelle prime nebbie.
Le avide api l’hanno visitata
sino a ieri,
ma è ancora così dolce
che fa tremare.
È un ritratto di te a trent’anni,
un po’ smemorata, come tu sarai allora.
Attilio Bertolucci
Lasciami sanguinare
Lasciami sanguinare sulla strada
sulla polvere sull’antipolvere sull’erba,
il cuore palpitando nel suo ritmo feriale
maschere verdi sulle case i rami
di castagno, i freschi rami, due uccelli
il maschio e la femmina volati via,
la pupilla duole se tenta
di seguirne la fuga l’amore
per le solitudini aria acqua del Bràtica,
non soccorrermi quando nel muovere
il braccio riapro la ferita il liquido
liquoroso m’inorridisce la vista,
attendi paziente oltre la curva via
l’alzarsi del vento nel mezzogiorno, fingi
soltanto allora d’avermi udito chiamare,
entra nella mia visuale da un giorno
quieto di settembre, la tavola apparecchiata
i figli stanchi d’attendere, i figli
giovani col colore della gioventù
esaltato da una luce che quei rami inverdiscono.
sulla polvere sull’antipolvere sull’erba,
il cuore palpitando nel suo ritmo feriale
maschere verdi sulle case i rami
di castagno, i freschi rami, due uccelli
il maschio e la femmina volati via,
la pupilla duole se tenta
di seguirne la fuga l’amore
per le solitudini aria acqua del Bràtica,
non soccorrermi quando nel muovere
il braccio riapro la ferita il liquido
liquoroso m’inorridisce la vista,
attendi paziente oltre la curva via
l’alzarsi del vento nel mezzogiorno, fingi
soltanto allora d’avermi udito chiamare,
entra nella mia visuale da un giorno
quieto di settembre, la tavola apparecchiata
i figli stanchi d’attendere, i figli
giovani col colore della gioventù
esaltato da una luce che quei rami inverdiscono.
Attilio Bertolucci
Lettera da casa (inviando dei versi a giorgio bassani)
inviando dei versi a Giorgio Bassani
Qui è l’estate,
una sera dopo l’altra si aprono
le finestre per dare aria alle stanze,
allora riflettono gli specchi una campagna
che il cucù intermittente di lontano,
chi sa dove, immalinconisce.
Un alto carro di fieno si presenta
traballante, esce portandosi un ragazzo
perso nel raggio obliquo del tramonto
fra trofei verdi che già dolcemente
si piegano avvizziti. (Addio, addio,
uscito dallo specchio dove vai?
Oh, vicino, se si ode il tuo ’
parlottare indistinto, ma lontano
come se le nostre spoglie ormai
giacessero presso quelle che sono
chiuse nel muro sbiadito).
Ora parla invisibile con uomini
che scaricano il carro nel fienile
e finito il lavoro lo isseranno
a quel rosone di mattoni tiepidi
che guarda verso la città distesa
in una vertigine di pianura aperta
nella sera.
tornando a casa
È caro il tempo dell’anno quando
più dolci nubi il cielo del mattino
attraversano, e il passo di chi parte
trova foglie più fitte nel sentiero
che s’allontana.
S’’apre la strada su ville gentili
di fumo azzurro e giocondo granturco
nella pace del sole meridiano
che l’iride saluta con un lieto
ringraziamento.
Così il celeste ottobre in silenzio
trascorre, così accende nelle siepi
devastate e soavi ultime bacche,
aspre more che Febo declinante
più non matura.
Ma se viene la sera, se il cielo
impallidisce fra distanti torri
nella luna che sorge, le gaggìe
si fanno incontro umide di pianto
ad abbracciarti.
a uno storno
Così dolce la sera, così calma
che il nero storno sul tetto raccoglie
l’ultima luce del giorno nel becco,
noi già presi nel buio delle foglie.
Oh, dove è più, dove l’ombra accesa
fra le efelidi brune sotto il bianco
cappelluccio di tela, la sospesa
siesta di questi borghi nel meriggio?
Già il giorno (e la stagione) declina
in un raggio perduto ormai per noi
nell’erba fredda, nella terra bassa.
Tu sul tetto trattienlo fin che puoi,
felice storno, alto sulla casa.
Qui è l’estate,
una sera dopo l’altra si aprono
le finestre per dare aria alle stanze,
allora riflettono gli specchi una campagna
che il cucù intermittente di lontano,
chi sa dove, immalinconisce.
Un alto carro di fieno si presenta
traballante, esce portandosi un ragazzo
perso nel raggio obliquo del tramonto
fra trofei verdi che già dolcemente
si piegano avvizziti. (Addio, addio,
uscito dallo specchio dove vai?
Oh, vicino, se si ode il tuo ’
parlottare indistinto, ma lontano
come se le nostre spoglie ormai
giacessero presso quelle che sono
chiuse nel muro sbiadito).
Ora parla invisibile con uomini
che scaricano il carro nel fienile
e finito il lavoro lo isseranno
a quel rosone di mattoni tiepidi
che guarda verso la città distesa
in una vertigine di pianura aperta
nella sera.
tornando a casa
È caro il tempo dell’anno quando
più dolci nubi il cielo del mattino
attraversano, e il passo di chi parte
trova foglie più fitte nel sentiero
che s’allontana.
S’’apre la strada su ville gentili
di fumo azzurro e giocondo granturco
nella pace del sole meridiano
che l’iride saluta con un lieto
ringraziamento.
Così il celeste ottobre in silenzio
trascorre, così accende nelle siepi
devastate e soavi ultime bacche,
aspre more che Febo declinante
più non matura.
Ma se viene la sera, se il cielo
impallidisce fra distanti torri
nella luna che sorge, le gaggìe
si fanno incontro umide di pianto
ad abbracciarti.
a uno storno
Così dolce la sera, così calma
che il nero storno sul tetto raccoglie
l’ultima luce del giorno nel becco,
noi già presi nel buio delle foglie.
Oh, dove è più, dove l’ombra accesa
fra le efelidi brune sotto il bianco
cappelluccio di tela, la sospesa
siesta di questi borghi nel meriggio?
Già il giorno (e la stagione) declina
in un raggio perduto ormai per noi
nell’erba fredda, nella terra bassa.
Tu sul tetto trattienlo fin che puoi,
felice storno, alto sulla casa.
Attilio Bertolucci
Pagina di diario
A Bologna, alla Fontanina,
un cameriere furbo e liso
senza parlare, con un sorriso
aprì per noi una porticina.
La stanza vuota e assolata dava
su un canale
per cui silenziosa, uguale,
una flotta d’anatre navigava.
Un vino d’oro splendeva nei bicchieri
che ci inebbriò;
l’amore, nei tuoi occhi neri,
fuoco in una radura, s’incendiò.
un cameriere furbo e liso
senza parlare, con un sorriso
aprì per noi una porticina.
La stanza vuota e assolata dava
su un canale
per cui silenziosa, uguale,
una flotta d’anatre navigava.
Un vino d’oro splendeva nei bicchieri
che ci inebbriò;
l’amore, nei tuoi occhi neri,
fuoco in una radura, s’incendiò.