Poesie di questo tema
Emozioni e sentimenti
Diego Valeri
Quel pomeriggio dolce
Quel pomeriggio dolce
si andava lungo il fiume.
E ci sorprese a un tratto,
dall’altra riva,
un vasto coro, un alto
rammarichìo di tortore selvagge
raccolte lì, chissà come, da quando.
Il bel fiume era l’Adda
errabonda per prati e campi,
tra leggiere boschine di pioppi.
Sopra era teso un cielo senza nubi,
appena nebuloso:
il bel cielo di Lombardia,
così bello, così in pace.
si andava lungo il fiume.
E ci sorprese a un tratto,
dall’altra riva,
un vasto coro, un alto
rammarichìo di tortore selvagge
raccolte lì, chissà come, da quando.
Il bel fiume era l’Adda
errabonda per prati e campi,
tra leggiere boschine di pioppi.
Sopra era teso un cielo senza nubi,
appena nebuloso:
il bel cielo di Lombardia,
così bello, così in pace.
Diego Valeri
Ritratto
Ella è sola e lontana,
tra queste cose della terra,
come sul ciglio della notte estrema
la stella diana.
Non ha sapore di sangue, di sale,
di male, di donna.
Nel ovale del viso
ogni linea par ferma
per sempre.
La bianca bocca è sigillata, senza
sorriso; agli occhi vuoti
affiora una compatta luce azzurra
d’acque profonde.
Una deserta pace
l’avvolge e chiude: intorno
nitida è l’aria come specchio;
non crolla ramo, non trema foglia,
non trema voglia o paura di carne;
anche la dolorosa
speranza tace.
Cosa inumana è questa
grande fanciulla. Pare
il termine posato da un Dio
tra la memoria della vita e il sogno
e l’infinito oblio.
tra queste cose della terra,
come sul ciglio della notte estrema
la stella diana.
Non ha sapore di sangue, di sale,
di male, di donna.
Nel ovale del viso
ogni linea par ferma
per sempre.
La bianca bocca è sigillata, senza
sorriso; agli occhi vuoti
affiora una compatta luce azzurra
d’acque profonde.
Una deserta pace
l’avvolge e chiude: intorno
nitida è l’aria come specchio;
non crolla ramo, non trema foglia,
non trema voglia o paura di carne;
anche la dolorosa
speranza tace.
Cosa inumana è questa
grande fanciulla. Pare
il termine posato da un Dio
tra la memoria della vita e il sogno
e l’infinito oblio.
Diego Valeri
Riva di pena, canale d’oblio...
Ora è la grande ombra d’autunno:
la fredda sera improvvisa calata
da tutto il cielo fumido oscuro
su l’acqua spenta, la pietra malata.
Ora è l’angoscia dei lumi radi,
gialli, sperduti per il nebbione,
l’uno dall’altro staccati, lontani,
chiuso ciascuno nel proprio alone.
Riva di pena, canale d’oblio...
Non una voce dentro il cuor morto.
Solo quegli urli straziati d’addio
dei bastimenti che lasciano il porto.
la fredda sera improvvisa calata
da tutto il cielo fumido oscuro
su l’acqua spenta, la pietra malata.
Ora è l’angoscia dei lumi radi,
gialli, sperduti per il nebbione,
l’uno dall’altro staccati, lontani,
chiuso ciascuno nel proprio alone.
Riva di pena, canale d’oblio...
Non una voce dentro il cuor morto.
Solo quegli urli straziati d’addio
dei bastimenti che lasciano il porto.
Dino Campana
Donna genovese
Tu mi portasti un po’ d’alga marina
Nei tuoi capelli, ed un odor di vento,
Che è corso di lontano e giunge grave
D’ardore, era nel tuo corpo bronzino:
– Oh la divina
Semplicità delle tue forme snelle –
Non amore non spasimo, un fantasma,
Un’ombra della necessità che vaga
Serena e ineluttabile per l’anima
E la discioglie in gioia, in incanto serena
Perché per l’infinito lo scirocco
Se la possa portare.
Come è piccolo il mondo e leggero nelle tue mani!
Nei tuoi capelli, ed un odor di vento,
Che è corso di lontano e giunge grave
D’ardore, era nel tuo corpo bronzino:
– Oh la divina
Semplicità delle tue forme snelle –
Non amore non spasimo, un fantasma,
Un’ombra della necessità che vaga
Serena e ineluttabile per l’anima
E la discioglie in gioia, in incanto serena
Perché per l’infinito lo scirocco
Se la possa portare.
Come è piccolo il mondo e leggero nelle tue mani!
Dino Campana
Furibondo
Abbracciata io l’aveva.
Mentre affannoso delle cieche ebbrezze
Sul limitare cieco brancolavo
E accelerati colpi replicavo
Sopra la porta di eterne dolcezze:
All’improvviso sopra la mia schiena
S’alzò e ricadde martellando sordo
E ritmico il suo piede. Fu il ricordo
Dell’attimo fuggente, nella piena
Fantastica l’appello della morte.
Ardendo disperatamente allora
Raddoppiai le mie forze a quell’appello
Fatidico e ansimando la dimora
Varcai del nulla e dell’ebbrezza, fiero
Penetrai, nel fervore alta la fronte
Impugnando la gola della donna
Vittorioso nel mistico maniero
Nella mia patria antica nel gran nulla.
Mentre affannoso delle cieche ebbrezze
Sul limitare cieco brancolavo
E accelerati colpi replicavo
Sopra la porta di eterne dolcezze:
All’improvviso sopra la mia schiena
S’alzò e ricadde martellando sordo
E ritmico il suo piede. Fu il ricordo
Dell’attimo fuggente, nella piena
Fantastica l’appello della morte.
Ardendo disperatamente allora
Raddoppiai le mie forze a quell’appello
Fatidico e ansimando la dimora
Varcai del nulla e dell’ebbrezza, fiero
Penetrai, nel fervore alta la fronte
Impugnando la gola della donna
Vittorioso nel mistico maniero
Nella mia patria antica nel gran nulla.
Dino Campana
Giardino autunnale
(Firenze)
I
AI giardino spettrale al lauro muto
De le verdi ghirlande
A la terra autunnale
Un ultimo saluto!
° A l’aride pendici
Aspre arrossate nell’ estremo sole
Confusa di rumori
Rauchi grida la lontana vita:
Grida al morente sole
10 Che insanguina le aiole.
S’intende una fanfara
Che straziante sale: il fiume spare
Ne le arene dorate: nel silenzio
Stanno le bianche statue a capo i ponti
Volte: e le cose già non sono più.
E dal fondo silenzio come un coro
‘Tenero e grandioso
Sorge ed anela in alto al mio balcone:
E in aroma d’alloro,
2° In aroma d’alloro acre languente,
Tra le statue immortali nel tramonto
Ella m’appar, presente.
pendici»), rochi e confusi per la distanza.
10, insanguina: colora del-
I
AI giardino spettrale al lauro muto
De le verdi ghirlande
A la terra autunnale
Un ultimo saluto!
° A l’aride pendici
Aspre arrossate nell’ estremo sole
Confusa di rumori
Rauchi grida la lontana vita:
Grida al morente sole
10 Che insanguina le aiole.
S’intende una fanfara
Che straziante sale: il fiume spare
Ne le arene dorate: nel silenzio
Stanno le bianche statue a capo i ponti
Volte: e le cose già non sono più.
E dal fondo silenzio come un coro
‘Tenero e grandioso
Sorge ed anela in alto al mio balcone:
E in aroma d’alloro,
2° In aroma d’alloro acre languente,
Tra le statue immortali nel tramonto
Ella m’appar, presente.
pendici»), rochi e confusi per la distanza.
10, insanguina: colora del-
Dino Campana
Ho scritto. Si chiuse in una grotta
Ho scritto. Si chiuse in una grotta
Arsenio fortissimo disegnatore
Dipinse quadri piccoli e grotteschi
E tese l’anima in affreschi
Per desolare l’immensità
Della sua furia policroma
Attese i gnomi e le fate;
Cantava il ruscello ecc.
lo mi domando. Ha ciò senso comune
Qual cosa mi tortura e mi sospinge
All’assurdo. E il bisogno della morte
Perché su tutto chiamo distruzione?
Ci pensavo nel porto questa sera
Nel porto enorme carico di navi
Il tramonto aranciato mi ha dato lo spasimo
Della febbre malarica
Oh avere un cielo nuovo, un cielo puro
Dal sangue d’angioli ambigui
Senza le zuccherine lacrime di Maria
Un cielo metallico ardente di vertigine
Senza i miasmi putridi dei poeti e delle fanciulle
Che accolga il respiro vergine violento e sublime della
[prateria
Dove il tramonto bruci in fiamma vera
Col solo aroma purificatore della forza
Nuova, infinita, intatta; un cielo dove
Frati e poeti non abbiano fatto
La tana come i vermi
È questo che io voglio e lancerei
Le navi colossali
Verso il paese nuovo (non putrida patria)
Le navi sferrate sul mare senza colore
Sì senza colore alla fine. Come à infinitamente stupido
L’azzurro infinto
Chiudiamo gli occhi o squarciamo il pavone bastardo
Anche il mare hanno imbastardito
Come il sangue che oggi sa di miasma
Hanno mai pensato che odor salutare ha il sangue nella
[prateria vergine
Il ferro per fortuna si copre di ruggine o li stritola
Schiacciamo una volta gli infami decrepiti
Certamente è ben questo che vorrei
Arsenio fortissimo disegnatore
Dipinse quadri piccoli e grotteschi
E tese l’anima in affreschi
Per desolare l’immensità
Della sua furia policroma
Attese i gnomi e le fate;
Cantava il ruscello ecc.
lo mi domando. Ha ciò senso comune
Qual cosa mi tortura e mi sospinge
All’assurdo. E il bisogno della morte
Perché su tutto chiamo distruzione?
Ci pensavo nel porto questa sera
Nel porto enorme carico di navi
Il tramonto aranciato mi ha dato lo spasimo
Della febbre malarica
Oh avere un cielo nuovo, un cielo puro
Dal sangue d’angioli ambigui
Senza le zuccherine lacrime di Maria
Un cielo metallico ardente di vertigine
Senza i miasmi putridi dei poeti e delle fanciulle
Che accolga il respiro vergine violento e sublime della
[prateria
Dove il tramonto bruci in fiamma vera
Col solo aroma purificatore della forza
Nuova, infinita, intatta; un cielo dove
Frati e poeti non abbiano fatto
La tana come i vermi
È questo che io voglio e lancerei
Le navi colossali
Verso il paese nuovo (non putrida patria)
Le navi sferrate sul mare senza colore
Sì senza colore alla fine. Come à infinitamente stupido
L’azzurro infinto
Chiudiamo gli occhi o squarciamo il pavone bastardo
Anche il mare hanno imbastardito
Come il sangue che oggi sa di miasma
Hanno mai pensato che odor salutare ha il sangue nella
[prateria vergine
Il ferro per fortuna si copre di ruggine o li stritola
Schiacciamo una volta gli infami decrepiti
Certamente è ben questo che vorrei
Dino Campana
L’invetriata
La sera fumosa d’estate
Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada?
[– c’è
Nella stanza un odor di putredine: c’è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è,
Nel cuore della sera c’è,
Sempre una piaga rossa languente.
Dall’alta invetriata mesce chiarori nell’ombra
E mi lascia nel cuore un suggello ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
A la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada?
[– c’è
Nella stanza un odor di putredine: c’è
Nella stanza una piaga rossa languente.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è,
Nel cuore della sera c’è,
Sempre una piaga rossa languente.
Dino Campana
Sogno di prigione
Nel viola della notte odo canzoni bronzee. La cella
è bianca, il giaciglio è bianco. La cella è bianca, pie-
na di un torrente di voci che muoiono nelle angeliche
cune, delle voci angeliche bronzee è piena la cella
bianca. Silenzio: il viola della notte: in rabeschi dal-
le sbarre bianche il blu del sonno. Penso ad Anika:
stelle deserte su nevosi: strade bianche de-
serte: poi chiese di marmo bianche: nelle strade
Anika canta: un buffo dall’occhio infernale la guida,
che grida. Ora il mio paese tra le montagne. Io al
parapetto del cimitero davanti alla stazione che guar-
do il cammino nero delle macchine, su, giù. Non è
ancor notte; silenzio occhiuto di fuoco: le macchine
mangiano rimangiano il nero silenzio nel cammino
della notte. Un treno: si sgonfia arriva in silenzio,
è fermo: la porpora del treno morde la notte: dal
parapetto del cimitero le occhiaie rosse che si gon-
fiano nella notte: poi tutto, mi pare, si muta in rom-
bo: Da un finestrino in fuga io? io ch’alzo le braccia
nella luce!! (il treno mi passa sotto rombando come
un demonio).
è bianca, il giaciglio è bianco. La cella è bianca, pie-
na di un torrente di voci che muoiono nelle angeliche
cune, delle voci angeliche bronzee è piena la cella
bianca. Silenzio: il viola della notte: in rabeschi dal-
le sbarre bianche il blu del sonno. Penso ad Anika:
stelle deserte su nevosi: strade bianche de-
serte: poi chiese di marmo bianche: nelle strade
Anika canta: un buffo dall’occhio infernale la guida,
che grida. Ora il mio paese tra le montagne. Io al
parapetto del cimitero davanti alla stazione che guar-
do il cammino nero delle macchine, su, giù. Non è
ancor notte; silenzio occhiuto di fuoco: le macchine
mangiano rimangiano il nero silenzio nel cammino
della notte. Un treno: si sgonfia arriva in silenzio,
è fermo: la porpora del treno morde la notte: dal
parapetto del cimitero le occhiaie rosse che si gon-
fiano nella notte: poi tutto, mi pare, si muta in rom-
bo: Da un finestrino in fuga io? io ch’alzo le braccia
nella luce!! (il treno mi passa sotto rombando come
un demonio).
Burchiello
Raggiunsi andando al bagno
Raggiunsi andando al Bagno un Fra minore
colla cappa alta infin sopra il ginocchio;
sì ch’io vedeva il fiero scatapocchio,
il quale era dell’ordine maggiore:
scappucciato era per lo gran calore,
e ’ntorno al collo portava un mazzocchio
di cacio fresco, e pien di cispa all’occhio,
donde stillava il suo calido umore.
Battaglio non sonò tanto a martello,
quanto ne’ panni dinanzi, e di dreto
l’ignuda fava di quel gran baccello.
Non vidi mai maggior contradivieto
e la coglia pareva un otricello
di Cornamusa, e ’l suo bordone, il vieto:
dietro gli andava lieto,
ed ei per fuggir’ozio in quel viaggio,
sempre parlò col cul d’ogni linguaggio.
colla cappa alta infin sopra il ginocchio;
sì ch’io vedeva il fiero scatapocchio,
il quale era dell’ordine maggiore:
scappucciato era per lo gran calore,
e ’ntorno al collo portava un mazzocchio
di cacio fresco, e pien di cispa all’occhio,
donde stillava il suo calido umore.
Battaglio non sonò tanto a martello,
quanto ne’ panni dinanzi, e di dreto
l’ignuda fava di quel gran baccello.
Non vidi mai maggior contradivieto
e la coglia pareva un otricello
di Cornamusa, e ’l suo bordone, il vieto:
dietro gli andava lieto,
ed ei per fuggir’ozio in quel viaggio,
sempre parlò col cul d’ogni linguaggio.
Domenico Luigi Batacchi
Da L’albero delle pere
L’orto di queste Madri reverende
che alle leggi ubbidian del gran Gusmano,
lungo l’orto dei frati si distende
che son dell’Ordin pur domenicano;
di due essere un sol orto si vide
un giorno, or basso muro lo divide.
Su questo muro, che gli stava a fronte,
vedea Ventura un non so che, che al piano
rotolava qual sasso giù pel monte,
e quindi un altro, ed altri a mano a mano,
senza poter capire o molto o poco qual fosse,
o come finirìa tal giuoco.
Li credeva sicari destinati
a punirlo del furto delle pere;
ma vide ch’eran reverendi frati,
al color delle vesti e bianche e nere,
tosto che con più cura il guardo tese,
e qualcun d’essi a lui vicin si rese.
Dall’altra parte si sentì scrosciare
lievemente la porta del giardino,
ed ecco vide ad una ad una entrare
chetamente le suore. Un lumicino
ciascuna d’esse nella mano porta,
che smorza sull’uscire della porta.
Come ci offre il San Carlo in sulla scena
danzatrici e danzanti in confusione,
che in regolate coppie indi rimena
del ballo l’esattissima ragione,
ed ogni coppia poscia insieme unita
colà sen va dove il desìo l’invita;
così rimira il ciabattino nostro,
a mano a man che quelle reverende
madri pongono il pie’ fuori del chiostro,
ch’ogni frate una monaca si prende,
e in bassa voce discorrendo seco,
si dilegua per l’aere oscuro e cieco.
Una di queste coppie innamorate
venne a posarsi appunto appresso al pero,
e sedendo sull’erbe dilicate,
dei loro amori a favellar si diero,
e, dopo mille abbracci e mille baci,
e molto esagerar fiamme veraci,
mise il frate briccon sotto la vesta
la sacrilega mano a quella suora,
dicendo: «Madre mia, che cosa è questa,
che al tatto si commuove e si accalora?»
E quella semplicetta monachella
gli rispondea ridendo in tal favella:
«Padre, per quel ch’io so, per quel che disse
a me, in segreto, un certo galantuomo,
e di non dirlo ad altri mi prescrisse,
questa… sappiate… che si chiama il Duomo».
«Il duomo! il duomo! ed io tengo, al contrario»,
replicò il frate, «Monsignor Vicario.»
«Che! Monsignor Vicario!» prestamente
la suora soggiungea, «con voi l’avete?»
E il frate a lei: «Con me sicuramente,
e quante volte poi non lo credete,
io posso in ogni loco e a tutte l’ore
farvi toccar con mano il Monsignore».
Così dicendo alzò la sacra tonaca,
slacciò la cinta con destrezza e pratica,
e pose in mano alla sorpresa monaca
certo tal ch’era contro la prammatica.
«Io non soglio mentir, ecco, vedetelo»,
soggiunse poi, «palpatelo e stringetelo.»
Quando la monachella in pugno prese
quel magico e gradito Monsignore,
scorrer da vena in vena un fuoco intese,
che al core accrebbe il natural calore:
lo strinse, e accompagnò ciascuna stretta
con sospiri esalati in fretta in fretta.
Il frate intanto, come detta l’arte,
in ozio non tenea già le sue dita.
ma giva tasteggiando in quella parte
ove natura ai suoi diletti invita,
ove d’esperto giovane la mano
se a toccar giunge, mai non tocca invano.
Dopo un grato alternar di sospiretti
e di smanie inquiete ed affannose,
che facean fede quanto i loro petti
di calde fiamme ardean lussuriose,
fu primo il frate, che la voce sciolse
e lo scaltro suo dir così ravvolse:
«Povero Monsignor… Sembra che sia
stanco di star così… Non mi capite?
Vorrebbe entrare in Duomo, anima mia.
Ce lo vogliamo far entrar? Che dite?»
La monachella a capo chino udì,
languidamente, poi rispose: «Sì».
«Quand’entra in Duomo Monsignor Vicario
le campane si suonano a martello!»
Così gridò senza frappor divario
Ventura, ed ogni appeso campanello,
scuotendo il tronco, fece tintinnare;
poi nel cespuglio si tornò a celare.
Quel suono, quella voce, un incredibile
spavento pose fra gli amanti teneri,
e fu creduto il Diavol, che visibile
punir volesse i drudi e l’empie Veneri,
o fosse almeno, parve a ognun probabile,
un avviso di Dio chiaro e palpabile.
Le impudiche perciò tresche cessate,
ciascun se ne fuggia rapidamente,
qua si vedea tutto atterrito un frate,
là aggirarsi una monaca piangente,
e in mezzo a la comune confusione
non trovarono via, né direzione.
Intanto l’ortolan coi figli, inteso
dei campanelli il tintinnar gagliardo,
un pesante bastone aveano preso,
e ad usarlo venian, senza riguardo,
ed a quei che fuggian correndo addosso,
fioccavan bastonate a più non posso.
Avean bel dire: «Io sono la Priora,
io la Maestra, ed io la Sagrestana!»
Dall’altra parte: «Non vedete ancòra
ch’io sono il Confessor, gente villana?
Io l’Economo, ed io il Sottopriore;
ed io della provincia il Superiore!»
ché quei villani, mezzo sonnolenti,
non dànno fede a simili parole,
e addoppian colpi ognor più violenti.
Chi cade, chi sen fugge, e chi si duole,
e tal timore panico li prende,
che niuno da quei legni si difende.
che alle leggi ubbidian del gran Gusmano,
lungo l’orto dei frati si distende
che son dell’Ordin pur domenicano;
di due essere un sol orto si vide
un giorno, or basso muro lo divide.
Su questo muro, che gli stava a fronte,
vedea Ventura un non so che, che al piano
rotolava qual sasso giù pel monte,
e quindi un altro, ed altri a mano a mano,
senza poter capire o molto o poco qual fosse,
o come finirìa tal giuoco.
Li credeva sicari destinati
a punirlo del furto delle pere;
ma vide ch’eran reverendi frati,
al color delle vesti e bianche e nere,
tosto che con più cura il guardo tese,
e qualcun d’essi a lui vicin si rese.
Dall’altra parte si sentì scrosciare
lievemente la porta del giardino,
ed ecco vide ad una ad una entrare
chetamente le suore. Un lumicino
ciascuna d’esse nella mano porta,
che smorza sull’uscire della porta.
Come ci offre il San Carlo in sulla scena
danzatrici e danzanti in confusione,
che in regolate coppie indi rimena
del ballo l’esattissima ragione,
ed ogni coppia poscia insieme unita
colà sen va dove il desìo l’invita;
così rimira il ciabattino nostro,
a mano a man che quelle reverende
madri pongono il pie’ fuori del chiostro,
ch’ogni frate una monaca si prende,
e in bassa voce discorrendo seco,
si dilegua per l’aere oscuro e cieco.
Una di queste coppie innamorate
venne a posarsi appunto appresso al pero,
e sedendo sull’erbe dilicate,
dei loro amori a favellar si diero,
e, dopo mille abbracci e mille baci,
e molto esagerar fiamme veraci,
mise il frate briccon sotto la vesta
la sacrilega mano a quella suora,
dicendo: «Madre mia, che cosa è questa,
che al tatto si commuove e si accalora?»
E quella semplicetta monachella
gli rispondea ridendo in tal favella:
«Padre, per quel ch’io so, per quel che disse
a me, in segreto, un certo galantuomo,
e di non dirlo ad altri mi prescrisse,
questa… sappiate… che si chiama il Duomo».
«Il duomo! il duomo! ed io tengo, al contrario»,
replicò il frate, «Monsignor Vicario.»
«Che! Monsignor Vicario!» prestamente
la suora soggiungea, «con voi l’avete?»
E il frate a lei: «Con me sicuramente,
e quante volte poi non lo credete,
io posso in ogni loco e a tutte l’ore
farvi toccar con mano il Monsignore».
Così dicendo alzò la sacra tonaca,
slacciò la cinta con destrezza e pratica,
e pose in mano alla sorpresa monaca
certo tal ch’era contro la prammatica.
«Io non soglio mentir, ecco, vedetelo»,
soggiunse poi, «palpatelo e stringetelo.»
Quando la monachella in pugno prese
quel magico e gradito Monsignore,
scorrer da vena in vena un fuoco intese,
che al core accrebbe il natural calore:
lo strinse, e accompagnò ciascuna stretta
con sospiri esalati in fretta in fretta.
Il frate intanto, come detta l’arte,
in ozio non tenea già le sue dita.
ma giva tasteggiando in quella parte
ove natura ai suoi diletti invita,
ove d’esperto giovane la mano
se a toccar giunge, mai non tocca invano.
Dopo un grato alternar di sospiretti
e di smanie inquiete ed affannose,
che facean fede quanto i loro petti
di calde fiamme ardean lussuriose,
fu primo il frate, che la voce sciolse
e lo scaltro suo dir così ravvolse:
«Povero Monsignor… Sembra che sia
stanco di star così… Non mi capite?
Vorrebbe entrare in Duomo, anima mia.
Ce lo vogliamo far entrar? Che dite?»
La monachella a capo chino udì,
languidamente, poi rispose: «Sì».
«Quand’entra in Duomo Monsignor Vicario
le campane si suonano a martello!»
Così gridò senza frappor divario
Ventura, ed ogni appeso campanello,
scuotendo il tronco, fece tintinnare;
poi nel cespuglio si tornò a celare.
Quel suono, quella voce, un incredibile
spavento pose fra gli amanti teneri,
e fu creduto il Diavol, che visibile
punir volesse i drudi e l’empie Veneri,
o fosse almeno, parve a ognun probabile,
un avviso di Dio chiaro e palpabile.
Le impudiche perciò tresche cessate,
ciascun se ne fuggia rapidamente,
qua si vedea tutto atterrito un frate,
là aggirarsi una monaca piangente,
e in mezzo a la comune confusione
non trovarono via, né direzione.
Intanto l’ortolan coi figli, inteso
dei campanelli il tintinnar gagliardo,
un pesante bastone aveano preso,
e ad usarlo venian, senza riguardo,
ed a quei che fuggian correndo addosso,
fioccavan bastonate a più non posso.
Avean bel dire: «Io sono la Priora,
io la Maestra, ed io la Sagrestana!»
Dall’altra parte: «Non vedete ancòra
ch’io sono il Confessor, gente villana?
Io l’Economo, ed io il Sottopriore;
ed io della provincia il Superiore!»
ché quei villani, mezzo sonnolenti,
non dànno fede a simili parole,
e addoppian colpi ognor più violenti.
Chi cade, chi sen fugge, e chi si duole,
e tal timore panico li prende,
che niuno da quei legni si difende.
Domenico Tempio
Il padre Siccia
Licenza
Giovani, udite, udite voi, che avete
spelato il mento, e il deretano immondo,
bello e polputo ancor; del grand’esempio
che Pipuzzo vi dona uso migliore
fatene a vostro pro; le celle impure
dei monaci fuggite, come appunto
semplicetta colomba,
o timido coniglio
del nibbio rapitor fugge l’artiglio.
Chi si fida di lor tardi si avvede
del vischio ingannatore; caduto,
uscir mai ne potrà, se pria squarciate
dal fiero monacal minchion di mulo
non sian le crespe al verginal suo culo.
Né solamente questa
regna nel petto lor libidinosa
propostera virtù; vili ed ingrati,
disonesti e villani,
perfidi ed impostori
ed empii sono rapitor d’onori.
E tu, giovane altero,
corresti il mar turbato, e sai per prova
quanto la ria tempesta,
la furia monacal ti fu funesta.
Dalla superbia tua
ti lasciasti guidar; meglio ti parve
seguir l’infame e indegno
consorzio monacal, che dei tuo’ pari.
Or se trovasti il peggio
attendi, amico, a risanarti il seggio.
Dimmi che far pretendi
nel ricondurti il bianco
monaco indegno al fianco
stretto vicino a te?
Forse perché l’hai in credito
ch’ei fosse un gran teologo?
Vedesti già qual sia
la sua teologia;
ei ti condusse a Sodoma,
e ti spiegò il perché.
Forse perché disprezzi
il ceto a te simile?
E nella tua superbia
non vedi, ch’uom più vile
del monaco non vi è?
Dunque perché ciò fai?
Non vedo altra ragione
o perché sei un fanatico
o perché sei un minchione,
o perché vuoi che gli uomini
ridessero di te.
Padre Siccia e Pipuzzo
Sic. Sentimi…
Pip. A questo prezzo
ascoltarvi non posso.
Sic. Io ti scongiuro
per quel ch’hai di più caro, anima mia,
compiacimi.
Pip. Di che?
Sic. Che tu m’ascolti,
che mi lasci parlar; sì, questo almeno
concedimi, e dipoi
dimmi, libero sei, quel che mi voi.
Pip. Lo permetto, ma prima
aprasi quella porta.
Sic. E l’esser chiusa
qual’ombra ti darà?
Pip. Camera è questa
di monaco; noi soli,
voi frate, io giovinetto,
e non volete che mi dia sospetto?
Sic. Quanto sei scrupoloso! Io non approvo
cotanta austerità.
Pip. Sensi son questi, che voi, saggio Maestro,
m’insegnaste finor.
Sic. Sì, lo confesso,
ma usarli ancor con me, quest’è un eccesso..
Orsù, siedi per poco,
ed attento mi ascolta. Ah! perché mai
t’arrossisci nel viso,
e stupito mi guardi? Hai tu si puoche
prove di me, che dir ti possa mai
cose di tuo spiacer? Sentimi, e quieta
il commosso tuo spirto, e lieto attendi
a quanto io ti dirò… Dimmi (ti è noto,
negar nol puoi) se ti ricordi… Ah parmi
ieri, e pur son tre lustri!
quando su queste braccia
mi crescesti bambin?
Pip. Tutto rammento,
e mi sembra pur oggi; sugl’occhi ho ancora
quanti teneri baci
m’imprimeste sul viso
con quei tumidi labbri, ed ogni bacio
rammento ancor, ch’era sì lungo e greve
ch’io mi sentiva il fiato
dai polmoni tirar; rammento ancora
le carezze, e la mano
che in braccio mi tenea, sempre del culo
le natiche a palpar…
Sic. Ah per la gioia
mi sento morir! Godo che tutto
rammenti a parte a parte.
Pip. E ben, per questo?
Sic. Sentimi, figlio, e lascia dirmi il resto.
Già ti rammenti adunque
quai principii ha il mio amor: sin dalle fasce
conobbi ed ammirai
queste belle sembianze. E forse errai?
(lo accarezza)
Pip. Ma, padre mio, che giova
ridirlo, se lo so?
Sic. Scrupoli? Addio, (s’alza)
non parlo più. Così finir la lite
dovea, io lo previdi.
Pip. E via, seguite.
Sic. Crescesti e così fino, (siede)
così amabile e grato,
ch’io, se lo vuoi saper, sera e mattino
avea tentazion per quel tondino;
e ottener lo potea; tanta in quel tempo
sopra il tuo cor d’autorità tenea.
Ma la tua nol permise
tenera età, ma che potea allora
se fraschettino insano
di latte ti fetea la bocca e l’ano?
Or mentre in questo stato
tempo aspetto miglior, ecco a lasciarti
costretto io parto. Ah chi ridirti allora
potrebbe il mio dolor? In queste arrivo
etnee contrade, e qui il soggiorno ho fisso.
Qui chi può dirti quanto
ho sofferto sinor? La rete stendo
su i migliori, e li prendo. Io della preda
contento esulto; non sapea meschino
il nuovo stil di questi
ingrati bardassoni. Al primo aspetto
affabili ed amici
li trovo, me gli accosto, e poi, secondo
il mio costume usato,
m’insinuo a puoco a puoco:
qual son mi svelo, non trovai durezze
anzi proclività: navigo in porto,
dicea fra me. Così la mente io pasco
di future speranze. Ardo frattanto
di libidine ognor; un detto, un cenno
or dubbio ed or palese
dimostro; or colla mano
palpo, accarezzo, insisto: anzi di loro
me ne stuzzica ognun, m’istiga. Allora
replico i colpi, e m’abbandono. Indegni!
Potresti mai supporti
nel vederli sì affabili ed umani,
poi nel miglior scapparmi dalle mani?
Senza profitto adunque
buggiaron mi divulgo, e da per tutto
la garrula fama
ripetendo il mio nome, e nasce a ognuno
di vedermi il prurito,
e son da tutti dimostrato a dito.
Miser, che far potea? Fu mia ventura
l’esser monaco allor, che di lor baie
alzando al teschio toso
la duplice cuculla
chiudea l’orecchie, e non sentiva nulla.
Quindi, escluso da lor, volgo la mente
all’infima plebaglia. Il mio costume,
o la necessità fosse, o il desio,
con poch’esca vi arriva,
e tira ognor dei buoni pesci a riva.
Un frutto, un pomo, un fico, o noce dura
io v’impiegava, ma con molta usura.
Fra cotanta abbondanza
lieto io vivea quasi in mio centro, e il cazzo
altro d’allor non feo
che pascersi ogni dì, di cul plebeo.
Pip. Voi m’avete confusa
la mente, o Padre Siccia,
il pelo a tanto orror già mi s’arriccia.
Sic. Come? T’arriccia il pel? Forse che udisti
draghi, leoni colle fauci orrende
venirti a divorar? Oh se sapessi
ciò che al mondo si fa, ti sembrerebbe
questo ch’or ti spaventa
o niente affatto, o pure
leggerissimo mal. A chi si ruba?
Chi mai s’uccide? A cui
la fama si detrae? Eh via confessa,
persuaditi, o figlio,
regola da più grande il tuo consiglio.
Pip. Terminate il discorso.
Sic. Ecco che visto
o notato vi son. Si sa per tutto
la mia tresca lasciva, e quanto io futto.
Questo fu un nuovo inciampo
per me: che nol sapesse
il mio Provincial temo e pavento.
Né invan; poiché l’udio
da penna monacal: volea ridurmi
in paese lontano. Io, frapponendo
amici e protettor, lo sedo a patto
ch’io non più praticassi
l’usate porcherie (così chiamando
l’innocente piacer). D’allora in poi
mi son vissuto oscuro,
spargendo sempre la midolla al muro.
Ma eccoti gli effetti
del provvido destin, ch’ebbe pietate
di me: venisti tu. Ah così bello!
fuor d’ogni mia speranza,
sorpreso ti mirai, che, allor Pipuzzo,
giunse al mio naso del tuo culo il puzzo.
Queste fur le cagioni
per cui sempre geloso
t’ho guardato finor; come preziosa
gemma ti custodii, ch’altri non voglia
rapirmela di man. D’insidie occulte
t’ho scampato e difeso. Io t’insegnai
come evitar dovessi
dei compagni malvaggi
le pratiche funeste,
e conservarti in queste
illibato il tuo cor, come guardarti
dai lupi frappatori,
i quali tutto giorno
biechi e maligni ti si fanno intorno.
Vedesti il mio gran zel: fuggi, ti ho detto,
fuggi ciascun di lor, Pipuzzo amato,
per farti cibo del mio sol palato.
Pip. A chi? Siete in error.
Sic. Sarebbe questo
per me forse un delitto
di lesa maestà?
Pip. Non lo farei, a costo di morir.
Sic. Codesta ammiro
tua gran severità: ma tu non sai
che maggiormente innamorar mi fai?
Pip. Ed io…
Sic. Che mal vi fosse?
Pip. E ad usar m’indurreste
cotanta oscenità, né arrossireste?
Sic. E che perciò?
Pip. Io nel pensarvi solo
gelo d’orror.
Sic. L’apprensione, o figlio,
ingrandisce gli oggetti, e dove mai
non fur, nascer li fa. Uno sfogo onesto
fra de’ teneri amici
chi mai lo proibì? Siam orsi o lupi
o selvatiche belve?
E pure entro le selve ancor s’annida
genio, amore e piacer, e tu non vuoi,
e ti fa orror perché si trova in noi?
Pip. Se questo è ver, perché l’andare al tondo
vietan le leggi, e lo detesta il mondo?
Sic Sempliciotto che sei, né fino ad ora
ti sei avveduto ancor che in apparenza
si vuol così ma che spiando addentro
frate non troverai, né sacerdote
che al cul non scioglierà supplici note.
Pip. E si pecca sì franco?
È un simil fallo empio, atroce e nefando…
Sic. Oh che follia!
Taci, perché non sai la Teologia.
Questa sì bella usanza
da Sodoma abbruciata
fu sodomia chiamata;
ma perché sia peccato
io non capisco ancor.
Sì: l’adulterio è tale
che sia dal ciel punito.
La fede coniugale
viene a tradirsi allor.
Sta il gran peccato espresso
nell’accoppiarsi insieme
diversità di sesso;
ma se si sparge il seme
tra l’uomo e l’uomo istesso,
che ciò non sia permesso
portami un argomento,
una ragione, ed io
questo cular desio
discaccerò dal cor.
Pip. (Quali scosse son queste
per la coscienza mia! Io a poco a poco
comincio a vacillar.) E ben si voglia
lecito un tale eccesso,
ma una legge poi
ei non si fa per obbligar pur noi?
Sic. Ecco la legge: io già ti ho colto in punto
che non puoi replicar. Dell’amicizia
legge più santa e giusta
forse si dà? Si può trovar nel mondo
vincolo più tenace
della vera amistà? Questa ti astringe,
questa lo vuol, che le dirai?
Pip. Le dico
che non è buggiarone un vero amico.
Sic. E ancora insisti, e ancora
vuoi farmi spasimar? D’onde in te nasce
cotanta crudeltà? Libico serpe
o pur nimeo leone
tua madre ingravidò? O tigre ircana.
Non è gran fatto al fine
se compiaci un amico
che ti serve fedel; che i giorni suoi
sagrifica con te; che per te solo
patria, amici, parenti
non cura, non distingue e non rispetta.
Ho tutti abbandonato
per unirmi con te; l’odio di tutti
per te son divenuto,
ed or… barbaro fato!
che più mi resta? Oimè ! son disperato,
(s’alza)
Pip. Sedete, così presto
voi vi scaldate?
Sic. E forse
non mi scaldo a ragion? Per tutto io servo,
per tutto io vò, si tratta
disfar la vita mia?
Io non la curo, e poi
se un frivolo dimando
ridicolo piacer, tè, padre Siccia,
che l’ottenesti pur! Io per tutt’altro
giovo, assisto, fatico, e sol per questo
dunque son io mal buono?
Dunque così ricompensato io sono?
Pip. Ah!
Sic. Tu sospiri?
Forse di pietà sarà segno
questo tuo sospirar?
Pip. Né di pietate
è segno, né di amor. Il meritato
del ciel supplicio io miro
alla superbia mia, perciò sospiro.
Qual tortorella audace
spiegai tropp’alto il volo
per evitar lo stuolo
degli empii cacciator.
Né vidi il mio periglio
che per volar tant’alto
mi diedi nell’artiglio
del nibio rapitor.
Sic. Che ingratissimi sensi
son questi, o figlio! Dunque il nibio io sono?
Ah! se così mi dici
vuoi trafiggermi il cor. Ah! Se tu fossi
dentro il mio petto per vederlo, ingrato,
come avvampa per te, forse quell’alma
sì rigida e severa
si desteria a pietà.
Qual fallo è il mio,
se tu sei bello, e la bellezza
tua mi abbaglia, mi sorprende,
e ad amarti mi tira?
Son forse delinquente,
se il genio, il mio costume,
la debolezza mia
mi trascinano a te? È mia la colpa
se tu porti nel cul sì bella polpa?
Aggiungi a questo ancor l’innata al culo
mia grande proclività; dei tempi andati
il critico tenor; le ardenti brame
che mi apporta il digiun; l’averne al fianco
la ria tentazion; tu bello, ed io
tutto genio per te, tutto grato e fino,
tu per me tutto amore,
io buggiaron di cuore.
Colla preda alle mani,
col boccon sulle labbra,
con te… Eh via spietato
vuoi ch’io, sia di macigno, un tronco, un marmo
senza carnalità? Saresti, dimmi
inflessibile ancor? Non ti sei reso?
Taci, e mi guardi ancor? (il pesce è preso).
Su su non ti arrestar; brevi momenti
saranno, il tempo, il luogo
cospirano con noi. Siam soli; ah vieni,
vieni, mostrami alfine
l’illibato tuo cul! Che tardi? Eh via
sciogli, sciogliti il laccio, anima mia.
Non ti spaventi, o figlio,
del cazzo il grande artiglio,
ricordati che sei
in man d’un professor.
Pip. Ecco disciolto il laccio,
il cul senz’altro impaccio,
ma sol pavento… Oh Dio!
che affanno, che rossor!
Sic. Calati, o mio bel Nume,
e lascia a questo cazzo
di quel tondino implume
le crespe discrepar.
Pip. Ahi!
Sic. Se cominci adesso…
lascia ch’io l’introduco.
Pip. Se non è questo il buco.
Sic. Ho traveduto è ver.
Pip. Deh più leggiero il moto.
Sic. Il mio mestier mi è noto.
Pip. Mettete, aimè! saliva.
Sic. Zitto, il parlar mi priva…
mi scema il gran piacer.
Pip. Ahi che dolore! Io manco.
Sic. Il cazzo entrò sì franco
e tu ti lagni ancor?
Pip. Ahi…
Sic. Non temere.
Pip. Io moro.
Sic. Lasciami, o mio tesoro,
lasciami cazziar.
Pip. Ah che fatal momento!
Sic. Che dolce e bel contento!
Pip. Che rabbia, o Dei, che noia!
Sic. Ah che piacer, che gioja!
Pip. Affanno più tiranno
io non provai finora.
Sic. Ah di dolcezza ancora
io manco, e di piacer.
Sic. e Pip. Su venite, o Bardassoni,
se volete co’ coglioni
tutto il cazzo in culo aver.
Giovani, udite, udite voi, che avete
spelato il mento, e il deretano immondo,
bello e polputo ancor; del grand’esempio
che Pipuzzo vi dona uso migliore
fatene a vostro pro; le celle impure
dei monaci fuggite, come appunto
semplicetta colomba,
o timido coniglio
del nibbio rapitor fugge l’artiglio.
Chi si fida di lor tardi si avvede
del vischio ingannatore; caduto,
uscir mai ne potrà, se pria squarciate
dal fiero monacal minchion di mulo
non sian le crespe al verginal suo culo.
Né solamente questa
regna nel petto lor libidinosa
propostera virtù; vili ed ingrati,
disonesti e villani,
perfidi ed impostori
ed empii sono rapitor d’onori.
E tu, giovane altero,
corresti il mar turbato, e sai per prova
quanto la ria tempesta,
la furia monacal ti fu funesta.
Dalla superbia tua
ti lasciasti guidar; meglio ti parve
seguir l’infame e indegno
consorzio monacal, che dei tuo’ pari.
Or se trovasti il peggio
attendi, amico, a risanarti il seggio.
Dimmi che far pretendi
nel ricondurti il bianco
monaco indegno al fianco
stretto vicino a te?
Forse perché l’hai in credito
ch’ei fosse un gran teologo?
Vedesti già qual sia
la sua teologia;
ei ti condusse a Sodoma,
e ti spiegò il perché.
Forse perché disprezzi
il ceto a te simile?
E nella tua superbia
non vedi, ch’uom più vile
del monaco non vi è?
Dunque perché ciò fai?
Non vedo altra ragione
o perché sei un fanatico
o perché sei un minchione,
o perché vuoi che gli uomini
ridessero di te.
Padre Siccia e Pipuzzo
Sic. Sentimi…
Pip. A questo prezzo
ascoltarvi non posso.
Sic. Io ti scongiuro
per quel ch’hai di più caro, anima mia,
compiacimi.
Pip. Di che?
Sic. Che tu m’ascolti,
che mi lasci parlar; sì, questo almeno
concedimi, e dipoi
dimmi, libero sei, quel che mi voi.
Pip. Lo permetto, ma prima
aprasi quella porta.
Sic. E l’esser chiusa
qual’ombra ti darà?
Pip. Camera è questa
di monaco; noi soli,
voi frate, io giovinetto,
e non volete che mi dia sospetto?
Sic. Quanto sei scrupoloso! Io non approvo
cotanta austerità.
Pip. Sensi son questi, che voi, saggio Maestro,
m’insegnaste finor.
Sic. Sì, lo confesso,
ma usarli ancor con me, quest’è un eccesso..
Orsù, siedi per poco,
ed attento mi ascolta. Ah! perché mai
t’arrossisci nel viso,
e stupito mi guardi? Hai tu si puoche
prove di me, che dir ti possa mai
cose di tuo spiacer? Sentimi, e quieta
il commosso tuo spirto, e lieto attendi
a quanto io ti dirò… Dimmi (ti è noto,
negar nol puoi) se ti ricordi… Ah parmi
ieri, e pur son tre lustri!
quando su queste braccia
mi crescesti bambin?
Pip. Tutto rammento,
e mi sembra pur oggi; sugl’occhi ho ancora
quanti teneri baci
m’imprimeste sul viso
con quei tumidi labbri, ed ogni bacio
rammento ancor, ch’era sì lungo e greve
ch’io mi sentiva il fiato
dai polmoni tirar; rammento ancora
le carezze, e la mano
che in braccio mi tenea, sempre del culo
le natiche a palpar…
Sic. Ah per la gioia
mi sento morir! Godo che tutto
rammenti a parte a parte.
Pip. E ben, per questo?
Sic. Sentimi, figlio, e lascia dirmi il resto.
Già ti rammenti adunque
quai principii ha il mio amor: sin dalle fasce
conobbi ed ammirai
queste belle sembianze. E forse errai?
(lo accarezza)
Pip. Ma, padre mio, che giova
ridirlo, se lo so?
Sic. Scrupoli? Addio, (s’alza)
non parlo più. Così finir la lite
dovea, io lo previdi.
Pip. E via, seguite.
Sic. Crescesti e così fino, (siede)
così amabile e grato,
ch’io, se lo vuoi saper, sera e mattino
avea tentazion per quel tondino;
e ottener lo potea; tanta in quel tempo
sopra il tuo cor d’autorità tenea.
Ma la tua nol permise
tenera età, ma che potea allora
se fraschettino insano
di latte ti fetea la bocca e l’ano?
Or mentre in questo stato
tempo aspetto miglior, ecco a lasciarti
costretto io parto. Ah chi ridirti allora
potrebbe il mio dolor? In queste arrivo
etnee contrade, e qui il soggiorno ho fisso.
Qui chi può dirti quanto
ho sofferto sinor? La rete stendo
su i migliori, e li prendo. Io della preda
contento esulto; non sapea meschino
il nuovo stil di questi
ingrati bardassoni. Al primo aspetto
affabili ed amici
li trovo, me gli accosto, e poi, secondo
il mio costume usato,
m’insinuo a puoco a puoco:
qual son mi svelo, non trovai durezze
anzi proclività: navigo in porto,
dicea fra me. Così la mente io pasco
di future speranze. Ardo frattanto
di libidine ognor; un detto, un cenno
or dubbio ed or palese
dimostro; or colla mano
palpo, accarezzo, insisto: anzi di loro
me ne stuzzica ognun, m’istiga. Allora
replico i colpi, e m’abbandono. Indegni!
Potresti mai supporti
nel vederli sì affabili ed umani,
poi nel miglior scapparmi dalle mani?
Senza profitto adunque
buggiaron mi divulgo, e da per tutto
la garrula fama
ripetendo il mio nome, e nasce a ognuno
di vedermi il prurito,
e son da tutti dimostrato a dito.
Miser, che far potea? Fu mia ventura
l’esser monaco allor, che di lor baie
alzando al teschio toso
la duplice cuculla
chiudea l’orecchie, e non sentiva nulla.
Quindi, escluso da lor, volgo la mente
all’infima plebaglia. Il mio costume,
o la necessità fosse, o il desio,
con poch’esca vi arriva,
e tira ognor dei buoni pesci a riva.
Un frutto, un pomo, un fico, o noce dura
io v’impiegava, ma con molta usura.
Fra cotanta abbondanza
lieto io vivea quasi in mio centro, e il cazzo
altro d’allor non feo
che pascersi ogni dì, di cul plebeo.
Pip. Voi m’avete confusa
la mente, o Padre Siccia,
il pelo a tanto orror già mi s’arriccia.
Sic. Come? T’arriccia il pel? Forse che udisti
draghi, leoni colle fauci orrende
venirti a divorar? Oh se sapessi
ciò che al mondo si fa, ti sembrerebbe
questo ch’or ti spaventa
o niente affatto, o pure
leggerissimo mal. A chi si ruba?
Chi mai s’uccide? A cui
la fama si detrae? Eh via confessa,
persuaditi, o figlio,
regola da più grande il tuo consiglio.
Pip. Terminate il discorso.
Sic. Ecco che visto
o notato vi son. Si sa per tutto
la mia tresca lasciva, e quanto io futto.
Questo fu un nuovo inciampo
per me: che nol sapesse
il mio Provincial temo e pavento.
Né invan; poiché l’udio
da penna monacal: volea ridurmi
in paese lontano. Io, frapponendo
amici e protettor, lo sedo a patto
ch’io non più praticassi
l’usate porcherie (così chiamando
l’innocente piacer). D’allora in poi
mi son vissuto oscuro,
spargendo sempre la midolla al muro.
Ma eccoti gli effetti
del provvido destin, ch’ebbe pietate
di me: venisti tu. Ah così bello!
fuor d’ogni mia speranza,
sorpreso ti mirai, che, allor Pipuzzo,
giunse al mio naso del tuo culo il puzzo.
Queste fur le cagioni
per cui sempre geloso
t’ho guardato finor; come preziosa
gemma ti custodii, ch’altri non voglia
rapirmela di man. D’insidie occulte
t’ho scampato e difeso. Io t’insegnai
come evitar dovessi
dei compagni malvaggi
le pratiche funeste,
e conservarti in queste
illibato il tuo cor, come guardarti
dai lupi frappatori,
i quali tutto giorno
biechi e maligni ti si fanno intorno.
Vedesti il mio gran zel: fuggi, ti ho detto,
fuggi ciascun di lor, Pipuzzo amato,
per farti cibo del mio sol palato.
Pip. A chi? Siete in error.
Sic. Sarebbe questo
per me forse un delitto
di lesa maestà?
Pip. Non lo farei, a costo di morir.
Sic. Codesta ammiro
tua gran severità: ma tu non sai
che maggiormente innamorar mi fai?
Pip. Ed io…
Sic. Che mal vi fosse?
Pip. E ad usar m’indurreste
cotanta oscenità, né arrossireste?
Sic. E che perciò?
Pip. Io nel pensarvi solo
gelo d’orror.
Sic. L’apprensione, o figlio,
ingrandisce gli oggetti, e dove mai
non fur, nascer li fa. Uno sfogo onesto
fra de’ teneri amici
chi mai lo proibì? Siam orsi o lupi
o selvatiche belve?
E pure entro le selve ancor s’annida
genio, amore e piacer, e tu non vuoi,
e ti fa orror perché si trova in noi?
Pip. Se questo è ver, perché l’andare al tondo
vietan le leggi, e lo detesta il mondo?
Sic Sempliciotto che sei, né fino ad ora
ti sei avveduto ancor che in apparenza
si vuol così ma che spiando addentro
frate non troverai, né sacerdote
che al cul non scioglierà supplici note.
Pip. E si pecca sì franco?
È un simil fallo empio, atroce e nefando…
Sic. Oh che follia!
Taci, perché non sai la Teologia.
Questa sì bella usanza
da Sodoma abbruciata
fu sodomia chiamata;
ma perché sia peccato
io non capisco ancor.
Sì: l’adulterio è tale
che sia dal ciel punito.
La fede coniugale
viene a tradirsi allor.
Sta il gran peccato espresso
nell’accoppiarsi insieme
diversità di sesso;
ma se si sparge il seme
tra l’uomo e l’uomo istesso,
che ciò non sia permesso
portami un argomento,
una ragione, ed io
questo cular desio
discaccerò dal cor.
Pip. (Quali scosse son queste
per la coscienza mia! Io a poco a poco
comincio a vacillar.) E ben si voglia
lecito un tale eccesso,
ma una legge poi
ei non si fa per obbligar pur noi?
Sic. Ecco la legge: io già ti ho colto in punto
che non puoi replicar. Dell’amicizia
legge più santa e giusta
forse si dà? Si può trovar nel mondo
vincolo più tenace
della vera amistà? Questa ti astringe,
questa lo vuol, che le dirai?
Pip. Le dico
che non è buggiarone un vero amico.
Sic. E ancora insisti, e ancora
vuoi farmi spasimar? D’onde in te nasce
cotanta crudeltà? Libico serpe
o pur nimeo leone
tua madre ingravidò? O tigre ircana.
Non è gran fatto al fine
se compiaci un amico
che ti serve fedel; che i giorni suoi
sagrifica con te; che per te solo
patria, amici, parenti
non cura, non distingue e non rispetta.
Ho tutti abbandonato
per unirmi con te; l’odio di tutti
per te son divenuto,
ed or… barbaro fato!
che più mi resta? Oimè ! son disperato,
(s’alza)
Pip. Sedete, così presto
voi vi scaldate?
Sic. E forse
non mi scaldo a ragion? Per tutto io servo,
per tutto io vò, si tratta
disfar la vita mia?
Io non la curo, e poi
se un frivolo dimando
ridicolo piacer, tè, padre Siccia,
che l’ottenesti pur! Io per tutt’altro
giovo, assisto, fatico, e sol per questo
dunque son io mal buono?
Dunque così ricompensato io sono?
Pip. Ah!
Sic. Tu sospiri?
Forse di pietà sarà segno
questo tuo sospirar?
Pip. Né di pietate
è segno, né di amor. Il meritato
del ciel supplicio io miro
alla superbia mia, perciò sospiro.
Qual tortorella audace
spiegai tropp’alto il volo
per evitar lo stuolo
degli empii cacciator.
Né vidi il mio periglio
che per volar tant’alto
mi diedi nell’artiglio
del nibio rapitor.
Sic. Che ingratissimi sensi
son questi, o figlio! Dunque il nibio io sono?
Ah! se così mi dici
vuoi trafiggermi il cor. Ah! Se tu fossi
dentro il mio petto per vederlo, ingrato,
come avvampa per te, forse quell’alma
sì rigida e severa
si desteria a pietà.
Qual fallo è il mio,
se tu sei bello, e la bellezza
tua mi abbaglia, mi sorprende,
e ad amarti mi tira?
Son forse delinquente,
se il genio, il mio costume,
la debolezza mia
mi trascinano a te? È mia la colpa
se tu porti nel cul sì bella polpa?
Aggiungi a questo ancor l’innata al culo
mia grande proclività; dei tempi andati
il critico tenor; le ardenti brame
che mi apporta il digiun; l’averne al fianco
la ria tentazion; tu bello, ed io
tutto genio per te, tutto grato e fino,
tu per me tutto amore,
io buggiaron di cuore.
Colla preda alle mani,
col boccon sulle labbra,
con te… Eh via spietato
vuoi ch’io, sia di macigno, un tronco, un marmo
senza carnalità? Saresti, dimmi
inflessibile ancor? Non ti sei reso?
Taci, e mi guardi ancor? (il pesce è preso).
Su su non ti arrestar; brevi momenti
saranno, il tempo, il luogo
cospirano con noi. Siam soli; ah vieni,
vieni, mostrami alfine
l’illibato tuo cul! Che tardi? Eh via
sciogli, sciogliti il laccio, anima mia.
Non ti spaventi, o figlio,
del cazzo il grande artiglio,
ricordati che sei
in man d’un professor.
Pip. Ecco disciolto il laccio,
il cul senz’altro impaccio,
ma sol pavento… Oh Dio!
che affanno, che rossor!
Sic. Calati, o mio bel Nume,
e lascia a questo cazzo
di quel tondino implume
le crespe discrepar.
Pip. Ahi!
Sic. Se cominci adesso…
lascia ch’io l’introduco.
Pip. Se non è questo il buco.
Sic. Ho traveduto è ver.
Pip. Deh più leggiero il moto.
Sic. Il mio mestier mi è noto.
Pip. Mettete, aimè! saliva.
Sic. Zitto, il parlar mi priva…
mi scema il gran piacer.
Pip. Ahi che dolore! Io manco.
Sic. Il cazzo entrò sì franco
e tu ti lagni ancor?
Pip. Ahi…
Sic. Non temere.
Pip. Io moro.
Sic. Lasciami, o mio tesoro,
lasciami cazziar.
Pip. Ah che fatal momento!
Sic. Che dolce e bel contento!
Pip. Che rabbia, o Dei, che noia!
Sic. Ah che piacer, che gioja!
Pip. Affanno più tiranno
io non provai finora.
Sic. Ah di dolcezza ancora
io manco, e di piacer.
Sic. e Pip. Su venite, o Bardassoni,
se volete co’ coglioni
tutto il cazzo in culo aver.
Domenico Tempio
La futtuta all’inglisa
Nici, mi vinni un nolitu
di futtiri all’inglisa;
già sugnu infucatissimu:
guarda chi minchia tisa!
Lu gustu è insuppurtabili,
li tasti non discordi:
in chistu modu futtinu
li nobili milordi.
La sorti è già propizia
semu sul suliddi;
stanotti avemu a futtiri
li gigghia e li capiddi.
A manu a manu curcati;
lu lettu è già cunzatu,
non cci haju chiù pacenzia,
pri mia sugnu spugghiatu.
Veni ccà, figghia! Curcati!
Spinciti tanticchiedda;
li to labbruzza dunami,
dammi nna vasatedda.
Nici, fa presto; dunami
sta duci to linguzza;
ntra la mia vocca trasila,
facemu la sirpuzza.
Sti cosci toi, sti natichi
sunnu nna vera tuma;
li minni su’ dui provuli,
chiù bianchi di la scuma.
Ma senza tanti chiacchiari,
futtemu allegramenti;
non servi accussì perdiri
st’amabili momenti.
Mettiti a facci all’aria,
chista è la forma arcana;
li bianchi cosci gnuttica
a modo di nna rana.
Supra li mei claviculi
posa li toi manuzzi,
e a li mei cianchi strinciti,
ed iu a li to spadduzzi.
Chi vera matematica!
Chi calculu profunnu!
Oh, comu si combacianu
lu cazzu ccu lu cunnu!
Ma già serruli serruli
la virga s’introduci,
e mentri trasi s’eccita
lu gustu lo chiù duci.
Comu s’abbassa l’uteru
sinu all’imboccatura,
chi brama di sucarisi
l’umana rennitura!
Dunca futtemu nsemula,
iu fricu e tu cazzii;
fammi sautari all’aria
finu ca ti nichii.
Va, veni, Nici; baciami,
cazzia… mi veni… è lestu;
già mi currampu, strincimi,
abbrazza, futti prestu!
Eccu chi cadi sazia
la minchia a passuluni;
la testa posa languida
pri supra li cugghiuni.
Sacciu chi è to lu geniu
quannu la minchia è muscia!
Forsi pirchì rallentasi
a guisa d’una truscia?
Te’, ccu dui jita pigghiala
e fanni chi nni voi;
a lu to sticchiu adattala,
fricala quantu poi.
Ma già rinviguriscinu
li musculi e rutturi;
lu cazzu arreri fulmina
di futtiri a fururi.
Senza chiù tempu perdiri,
mettiti arreri a lenza;
te’, st’autra vota pigghiati
stu restu di simenza.
Cazzu! Chi beddu futtiri,
chi gustu prelibatu!
Chistu è lu veru futtiri:
l’Inglisi sia lodatu!
di futtiri all’inglisa;
già sugnu infucatissimu:
guarda chi minchia tisa!
Lu gustu è insuppurtabili,
li tasti non discordi:
in chistu modu futtinu
li nobili milordi.
La sorti è già propizia
semu sul suliddi;
stanotti avemu a futtiri
li gigghia e li capiddi.
A manu a manu curcati;
lu lettu è già cunzatu,
non cci haju chiù pacenzia,
pri mia sugnu spugghiatu.
Veni ccà, figghia! Curcati!
Spinciti tanticchiedda;
li to labbruzza dunami,
dammi nna vasatedda.
Nici, fa presto; dunami
sta duci to linguzza;
ntra la mia vocca trasila,
facemu la sirpuzza.
Sti cosci toi, sti natichi
sunnu nna vera tuma;
li minni su’ dui provuli,
chiù bianchi di la scuma.
Ma senza tanti chiacchiari,
futtemu allegramenti;
non servi accussì perdiri
st’amabili momenti.
Mettiti a facci all’aria,
chista è la forma arcana;
li bianchi cosci gnuttica
a modo di nna rana.
Supra li mei claviculi
posa li toi manuzzi,
e a li mei cianchi strinciti,
ed iu a li to spadduzzi.
Chi vera matematica!
Chi calculu profunnu!
Oh, comu si combacianu
lu cazzu ccu lu cunnu!
Ma già serruli serruli
la virga s’introduci,
e mentri trasi s’eccita
lu gustu lo chiù duci.
Comu s’abbassa l’uteru
sinu all’imboccatura,
chi brama di sucarisi
l’umana rennitura!
Dunca futtemu nsemula,
iu fricu e tu cazzii;
fammi sautari all’aria
finu ca ti nichii.
Va, veni, Nici; baciami,
cazzia… mi veni… è lestu;
già mi currampu, strincimi,
abbrazza, futti prestu!
Eccu chi cadi sazia
la minchia a passuluni;
la testa posa languida
pri supra li cugghiuni.
Sacciu chi è to lu geniu
quannu la minchia è muscia!
Forsi pirchì rallentasi
a guisa d’una truscia?
Te’, ccu dui jita pigghiala
e fanni chi nni voi;
a lu to sticchiu adattala,
fricala quantu poi.
Ma già rinviguriscinu
li musculi e rutturi;
lu cazzu arreri fulmina
di futtiri a fururi.
Senza chiù tempu perdiri,
mettiti arreri a lenza;
te’, st’autra vota pigghiati
stu restu di simenza.
Cazzu! Chi beddu futtiri,
chi gustu prelibatu!
Chistu è lu veru futtiri:
l’Inglisi sia lodatu!
Domenico Tempio
La futtuta all’inglisa
Nici, mi vinni un nolitu
di futtiri all’inglisa;
già sugnu infucatissimu:
guarda chi minchia tisa!
Lu gustu è insuppurtabili,
li tasti non discordi:
in chistu modu futtinu
li nobili milordi.
La sorti è già propizia
semu sul suliddi;
stanotti avemu a futtiri
li gigghia e li capiddi.
A manu a manu curcati;
lu lettu è già cunzatu,
non cci haju chiù pacenzia,
pri mia sugnu spugghiatu.
Veni ccà, figghia! Curcati!
Spinciti tanticchiedda;
li to labbruzza dunami,
dammi nna vasatedda.
Nici, fa presto; dunami
sta duci to linguzza;
ntra la mia vocca trasila,
facemu la sirpuzza.
Sti cosci toi, sti natichi
sunnu nna vera tuma;
li minni su’ dui provuli,
chiù bianchi di la scuma.
Ma senza tanti chiacchiari,
futtemu allegramenti;
non servi accussì perdiri
st’amabili momenti.
Mettiti a facci all’aria,
chista è la forma arcana;
li bianchi cosci gnuttica
a modo di nna rana.
Supra li mei claviculi
posa li toi manuzzi,
e a li mei cianchi strinciti,
ed iu a li to spadduzzi.
Chi vera matematica!
Chi calculu profunnu!
Oh, comu si combacianu
lu cazzu ccu lu cunnu!
Ma già serruli serruli
la virga s’introduci,
e mentri trasi s’eccita
lu gustu lo chiù duci.
Comu s’abbassa l’uteru
sinu all’imboccatura,
chi brama di sucarisi
l’umana rennitura!
Dunca futtemu nsemula,
iu fricu e tu cazzii;
fammi sautari all’aria
finu ca ti nichii.
Va, veni, Nici; baciami,
cazzia… mi veni… è lestu;
già mi currampu, strincimi,
abbrazza, futti prestu!
Eccu chi cadi sazia
la minchia a passuluni;
la testa posa languida
pri supra li cugghiuni.
Sacciu chi è to lu geniu
quannu la minchia è muscia!
Forsi pirchì rallentasi
a guisa d’una truscia?
Te’, ccu dui jita pigghiala
e fanni chi nni voi;
a lu to sticchiu adattala,
fricala quantu poi.
Ma già rinviguriscinu
li musculi e rutturi;
lu cazzu arreri fulmina
di futtiri a fururi.
Senza chiù tempu perdiri,
mettiti arreri a lenza;
te’, st’autra vota pigghiati
stu restu di simenza.
Cazzu! Chi beddu futtiri,
chi gustu prelibatu!
Chistu è lu veru futtiri:
l’Inglisi sia lodatu!
di futtiri all’inglisa;
già sugnu infucatissimu:
guarda chi minchia tisa!
Lu gustu è insuppurtabili,
li tasti non discordi:
in chistu modu futtinu
li nobili milordi.
La sorti è già propizia
semu sul suliddi;
stanotti avemu a futtiri
li gigghia e li capiddi.
A manu a manu curcati;
lu lettu è già cunzatu,
non cci haju chiù pacenzia,
pri mia sugnu spugghiatu.
Veni ccà, figghia! Curcati!
Spinciti tanticchiedda;
li to labbruzza dunami,
dammi nna vasatedda.
Nici, fa presto; dunami
sta duci to linguzza;
ntra la mia vocca trasila,
facemu la sirpuzza.
Sti cosci toi, sti natichi
sunnu nna vera tuma;
li minni su’ dui provuli,
chiù bianchi di la scuma.
Ma senza tanti chiacchiari,
futtemu allegramenti;
non servi accussì perdiri
st’amabili momenti.
Mettiti a facci all’aria,
chista è la forma arcana;
li bianchi cosci gnuttica
a modo di nna rana.
Supra li mei claviculi
posa li toi manuzzi,
e a li mei cianchi strinciti,
ed iu a li to spadduzzi.
Chi vera matematica!
Chi calculu profunnu!
Oh, comu si combacianu
lu cazzu ccu lu cunnu!
Ma già serruli serruli
la virga s’introduci,
e mentri trasi s’eccita
lu gustu lo chiù duci.
Comu s’abbassa l’uteru
sinu all’imboccatura,
chi brama di sucarisi
l’umana rennitura!
Dunca futtemu nsemula,
iu fricu e tu cazzii;
fammi sautari all’aria
finu ca ti nichii.
Va, veni, Nici; baciami,
cazzia… mi veni… è lestu;
già mi currampu, strincimi,
abbrazza, futti prestu!
Eccu chi cadi sazia
la minchia a passuluni;
la testa posa languida
pri supra li cugghiuni.
Sacciu chi è to lu geniu
quannu la minchia è muscia!
Forsi pirchì rallentasi
a guisa d’una truscia?
Te’, ccu dui jita pigghiala
e fanni chi nni voi;
a lu to sticchiu adattala,
fricala quantu poi.
Ma già rinviguriscinu
li musculi e rutturi;
lu cazzu arreri fulmina
di futtiri a fururi.
Senza chiù tempu perdiri,
mettiti arreri a lenza;
te’, st’autra vota pigghiati
stu restu di simenza.
Cazzu! Chi beddu futtiri,
chi gustu prelibatu!
Chistu è lu veru futtiri:
l’Inglisi sia lodatu!
Domenico Tempio
Lu cazzu grossu
Non negu ca li fimmini
amanu cazzu grossu,
e longu e latu e turgidu
e duru comu un ossu.
Ma chissa tua è culovria,
è sugghiu di tilaru,
è cosa di spittaculu,
Tirsi, non cc’è riparu.
La testa di ssa pifera,
sula, senza lu restu,
non sulamenti sazia,
ma ancora fa indigestu.
Voi di ssu cazzu barbaru
ca sia nna cosa magna
prova chiù indubitabili?
Nna donna si nni lagna!
Quannu trasiu ntra l’uteri
ssa furma d’allargari,
mi fici, ahimè, contorciri,
mi vinni di cacari.
M’arriminau li visceri,
ntisi squarciati a brani
l’ovara, la clitoridi,
li tubi falloppiani.
Ccu ssa gran torcia in gremiu
mi parsi ch’era prena;
li dogghi già mi vinniru
e mi mancau la lena.
Mi ricercau ogni latebra,
mi fici certa ghiotta,
ch’iu già esalava l’anima,
muria sutta la botta.
Ad ogni corpu validu
chi dava all’intestini
ssa catapulta orribili,
s’aprevanu li rini.
Si sburdi ogni veiculu,
l’uretra si sbisazza,
sgurgari ‘ulia a profluviu,
né potti, la pisciazza.
Ma, Tirsi, a chi po’ serviri
ssu gran minchiuni to?
È certu ca pri futtiri
giuvari non ti po’.
O di carrozza mettilu,
ch’è giustu, pri timuni,
o, megghiu fa, appuntiddalu
pri stanga di purtuni.
Alletta, è veru, un’anima
nna minchia di li vaschi
ma no nna spranga elettrica
ca nesci di li naschi.
Sia grossu, sia majusculu
un cazzu a tutti piaci,
ognuna lu desidera,
fa sputazzedda e taci.
Ognuna si nni giubila
d’un cazzu chi non stanca,
ma poi detesta ed odia
un cugnu chi sbalanca.
Né giusta cosa parimi
fari a nna pasturedda
nna leva matematica
ccu ssa gran manuedda.
Ch’è grossu, ch’è spropositu,
ch’è longu, matri mia!
Pri misurarlu a pollici
la manu stanchiria.
Ch’è duru, ch’è insoffribili!
E quannu, oddiu, si carca,
si fa ostinatu ed empiu,
pari un eresiarca.
Nna vecchia ottagenaria
chi ntra nn’oscura cava
havi un sticchiazzu fracitu
di pestilenti bava,
chi giaci ntra l’inerzia
allaccaratu e spanu,
e l’anni e li disgrazii
lu prolungaru all’anu,
s’in chista va ad immergirla
fissura orrenda e lasca,
dirria, doppu li spasimi:
Gesuzzu, focu e frasca!
Pri lu conatu insolitu
già m’allascai di sutta,
né foru sulu pidita,
iu m’allurdavi tutta.
D’una minchiazza simili
scanzari Diu ni pozza,
minchia ca fa stravidiri,
e tocca ccu la vozza.
Chi mai non cci putissiru
ncappari cristiani,
anzi chiuttostu vidirla
in vucca di li cani.
Pri mia, Tirsi, ristarimi
celibi mi delibru,
simmai ogni prepuziu
sarria di ssu calibru;
sarria, pri non suffririmi
in senu ssa baruffa,
cuntenta di ristarimi
lu sticchiu ccu la muffa.
Va, e quannu tu voi futtiri
abbuscati nna donna
ca sia capaci a ghiuttirsi
in gremmu ssa colonna.
E siddu un sticchiu simili
po’ darsi ntra lu munnu,
allura putrà dirisi
ca nna caverna è un cunnu.
Ccu mia ssa canna d’organu
chiù non farà sunata;
lu celu mi nni liberi,
nni restu azzaccagnata!
Cadivi ntra la trappula
sta vota, accussì fu;
è russu st’occhiu? Allargati,
tu non mi ncocci chiù!
amanu cazzu grossu,
e longu e latu e turgidu
e duru comu un ossu.
Ma chissa tua è culovria,
è sugghiu di tilaru,
è cosa di spittaculu,
Tirsi, non cc’è riparu.
La testa di ssa pifera,
sula, senza lu restu,
non sulamenti sazia,
ma ancora fa indigestu.
Voi di ssu cazzu barbaru
ca sia nna cosa magna
prova chiù indubitabili?
Nna donna si nni lagna!
Quannu trasiu ntra l’uteri
ssa furma d’allargari,
mi fici, ahimè, contorciri,
mi vinni di cacari.
M’arriminau li visceri,
ntisi squarciati a brani
l’ovara, la clitoridi,
li tubi falloppiani.
Ccu ssa gran torcia in gremiu
mi parsi ch’era prena;
li dogghi già mi vinniru
e mi mancau la lena.
Mi ricercau ogni latebra,
mi fici certa ghiotta,
ch’iu già esalava l’anima,
muria sutta la botta.
Ad ogni corpu validu
chi dava all’intestini
ssa catapulta orribili,
s’aprevanu li rini.
Si sburdi ogni veiculu,
l’uretra si sbisazza,
sgurgari ‘ulia a profluviu,
né potti, la pisciazza.
Ma, Tirsi, a chi po’ serviri
ssu gran minchiuni to?
È certu ca pri futtiri
giuvari non ti po’.
O di carrozza mettilu,
ch’è giustu, pri timuni,
o, megghiu fa, appuntiddalu
pri stanga di purtuni.
Alletta, è veru, un’anima
nna minchia di li vaschi
ma no nna spranga elettrica
ca nesci di li naschi.
Sia grossu, sia majusculu
un cazzu a tutti piaci,
ognuna lu desidera,
fa sputazzedda e taci.
Ognuna si nni giubila
d’un cazzu chi non stanca,
ma poi detesta ed odia
un cugnu chi sbalanca.
Né giusta cosa parimi
fari a nna pasturedda
nna leva matematica
ccu ssa gran manuedda.
Ch’è grossu, ch’è spropositu,
ch’è longu, matri mia!
Pri misurarlu a pollici
la manu stanchiria.
Ch’è duru, ch’è insoffribili!
E quannu, oddiu, si carca,
si fa ostinatu ed empiu,
pari un eresiarca.
Nna vecchia ottagenaria
chi ntra nn’oscura cava
havi un sticchiazzu fracitu
di pestilenti bava,
chi giaci ntra l’inerzia
allaccaratu e spanu,
e l’anni e li disgrazii
lu prolungaru all’anu,
s’in chista va ad immergirla
fissura orrenda e lasca,
dirria, doppu li spasimi:
Gesuzzu, focu e frasca!
Pri lu conatu insolitu
già m’allascai di sutta,
né foru sulu pidita,
iu m’allurdavi tutta.
D’una minchiazza simili
scanzari Diu ni pozza,
minchia ca fa stravidiri,
e tocca ccu la vozza.
Chi mai non cci putissiru
ncappari cristiani,
anzi chiuttostu vidirla
in vucca di li cani.
Pri mia, Tirsi, ristarimi
celibi mi delibru,
simmai ogni prepuziu
sarria di ssu calibru;
sarria, pri non suffririmi
in senu ssa baruffa,
cuntenta di ristarimi
lu sticchiu ccu la muffa.
Va, e quannu tu voi futtiri
abbuscati nna donna
ca sia capaci a ghiuttirsi
in gremmu ssa colonna.
E siddu un sticchiu simili
po’ darsi ntra lu munnu,
allura putrà dirisi
ca nna caverna è un cunnu.
Ccu mia ssa canna d’organu
chiù non farà sunata;
lu celu mi nni liberi,
nni restu azzaccagnata!
Cadivi ntra la trappula
sta vota, accussì fu;
è russu st’occhiu? Allargati,
tu non mi ncocci chiù!
Edmondo de Amicis
A un’andalusa
T’ho vista al Circo, bruna maledetta,
e m’hai messo le fibre alla tortura…
Avevi indosso la tua veste oscura
e un giglio al capo e al collo una crocetta
ed era ogni tuo sguardo una saetta
ed ogni riso una morsicatura,
e con lasciva e perfida impostura
stavi al tuo sposo avvitichiata e stretta;
e vedendo piegar sotto i lucenti
ferri la testa fulminata i tori,
le nari aprivi e digrignavi i denti;
e fiutavi il sangue sulle arene,
bruna feroce, e ti fuggìa dai pori
l’inferno che ti bolle entro le vene.
e m’hai messo le fibre alla tortura…
Avevi indosso la tua veste oscura
e un giglio al capo e al collo una crocetta
ed era ogni tuo sguardo una saetta
ed ogni riso una morsicatura,
e con lasciva e perfida impostura
stavi al tuo sposo avvitichiata e stretta;
e vedendo piegar sotto i lucenti
ferri la testa fulminata i tori,
le nari aprivi e digrignavi i denti;
e fiutavi il sangue sulle arene,
bruna feroce, e ti fuggìa dai pori
l’inferno che ti bolle entro le vene.
Edmondo de Amicis
Da Fra cugini
Io portava il giubbino, Lena le vesti corte
Lena era bionda e bella, ed io così così;
io maltrattavo il greco e Lena il pianoforte
e scrivevamo ancora ciliegia con due g.
Come tra i canti e i giochi la fiamma prematura
nell’anima tranquilla nata ci sia non so;
ci urtammo un dì correndo in una stanza oscura,
ed io l’amai quel giorno e Lena m’adorò.
O bel giardino ombroso! Cari mattin d’aprile
passati ai suoi ginocchi, muto, coi libri al piè,
a numerar le vene della sua man sottile,
sommesso come un paggio, superbo come un re!
Cara vestina azzurra sparsa di bianche stelle,
le tue mille pieghine come ricordo ancor,
e il fresco odor di bimba de le sue braccia belle,
e il lungo riccio d’oro che le pendea sul cor!
E un dì, soffiando il vento, nell’ombra d’un sentiero
vidi la sua rotonda gambina biancheggiar,
arsi, tremai, m’ascosi, e su quel gran mistero
rimasi lungo tempo, immoto, a meditar.
Lena era bionda e bella, ed io così così;
io maltrattavo il greco e Lena il pianoforte
e scrivevamo ancora ciliegia con due g.
Come tra i canti e i giochi la fiamma prematura
nell’anima tranquilla nata ci sia non so;
ci urtammo un dì correndo in una stanza oscura,
ed io l’amai quel giorno e Lena m’adorò.
O bel giardino ombroso! Cari mattin d’aprile
passati ai suoi ginocchi, muto, coi libri al piè,
a numerar le vene della sua man sottile,
sommesso come un paggio, superbo come un re!
Cara vestina azzurra sparsa di bianche stelle,
le tue mille pieghine come ricordo ancor,
e il fresco odor di bimba de le sue braccia belle,
e il lungo riccio d’oro che le pendea sul cor!
E un dì, soffiando il vento, nell’ombra d’un sentiero
vidi la sua rotonda gambina biancheggiar,
arsi, tremai, m’ascosi, e su quel gran mistero
rimasi lungo tempo, immoto, a meditar.
Edmondo de Amicis
Ricordi d’infanzia
O memorie dei primi anni adorate!
Me, bimbo, amava una gentil vicina
coronata la fronte alabastrina
di grandi trecce morbide e dorate;
e spesso mi dicea: «Bimbo, studiate?»
E con la dolce sua voce argentina,
sulla Storia d’Italia intenta e china,
celando i fogli, mi chiedea le date;
e mi stringeva al cor maternamente,
ed io modesto, trepido e sommesso,
confondevo l’antico e il medio evo
facendo un viso d’angelo innocente;
ma nel tepor del profumato amplesso,
voluttuoso ipocrita, fremevo.
Me, bimbo, amava una gentil vicina
coronata la fronte alabastrina
di grandi trecce morbide e dorate;
e spesso mi dicea: «Bimbo, studiate?»
E con la dolce sua voce argentina,
sulla Storia d’Italia intenta e china,
celando i fogli, mi chiedea le date;
e mi stringeva al cor maternamente,
ed io modesto, trepido e sommesso,
confondevo l’antico e il medio evo
facendo un viso d’angelo innocente;
ma nel tepor del profumato amplesso,
voluttuoso ipocrita, fremevo.
Edoardo Sanguineti
Erotopaegnia (11)
consistente coda! frigida frusta! oh muscolo! oh pugno!
[penetrante:
hai bevuto abbastanza (tale l’avvertimento); hai sudato (tale
giuoco giocasti, bestia!); (tale, belva!); mordi il tuo fieno!
[la tua paglia
calpesta! e scoprimi, adesso, animale!
(e lo riportavo nella stalla
[silenziosa);
ma mentre procedevamo mesti attraverso la fosca aula magna?
[come nitristi,
mia vanga; come mia piramide, lacrimasti! felice mostro
(dissi); ma quali vipere ci vengono incontro? e gamberi? e
[mosche?
il coccodrillo vedi! lo scorpione vedi! arrestiamoci! oh questo
[vivo giardino!
e oh questi funghi, come odorano! cogliamo questi funghi! belli!
le gli ovoli vedi!
quanto dilatati! fecondi! qui bene crepitano le nostre secche
[croste;
felci fioriscono nelle atroci narici; striscia il muschio magro
sopra il palato luteo, lustro; sei già la scolopendra chiara;
[la sua ghiandola
grinzuta sei; oh squisito grumo, perditi! oh perditi, grumo!
liquida lista! asmatico atomo! oh macchia! oh punto! pungente.
[penetrante:
hai bevuto abbastanza (tale l’avvertimento); hai sudato (tale
giuoco giocasti, bestia!); (tale, belva!); mordi il tuo fieno!
[la tua paglia
calpesta! e scoprimi, adesso, animale!
(e lo riportavo nella stalla
[silenziosa);
ma mentre procedevamo mesti attraverso la fosca aula magna?
[come nitristi,
mia vanga; come mia piramide, lacrimasti! felice mostro
(dissi); ma quali vipere ci vengono incontro? e gamberi? e
[mosche?
il coccodrillo vedi! lo scorpione vedi! arrestiamoci! oh questo
[vivo giardino!
e oh questi funghi, come odorano! cogliamo questi funghi! belli!
le gli ovoli vedi!
quanto dilatati! fecondi! qui bene crepitano le nostre secche
[croste;
felci fioriscono nelle atroci narici; striscia il muschio magro
sopra il palato luteo, lustro; sei già la scolopendra chiara;
[la sua ghiandola
grinzuta sei; oh squisito grumo, perditi! oh perditi, grumo!
liquida lista! asmatico atomo! oh macchia! oh punto! pungente.
Edoardo Sanguineti
Purgatorio de l’Inferno (10, 17)
Purgatorio de l’Inferno
questo è il gatto con gli stivali? questa è la pace di Barcellona
fra Carlo V e Clemente VII? è la locomotiva, è il pesco
fiorito, è il cavalluccio marino: ma se volti il foglio,
[Alessandro,
ci vedi il denaro:
questi sono i satelliti di Giove,! questa è
[l’autostrada
del Sole, è la lavagna quadrettata, è il primo volume dei Poetae
Latini Aevi Carolini sono le scarpe, sono le bugie, è la Scuola
[d’Atene, è il burro,
è una cartolina che mi è arrivata oggi dalla Finlandia, è il
[muscolo massetere,
è il parto: ma se volti il foglio, Alessandro, ci vedi
il denaro:
e questo è il denaro,
e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono
li cimiteri
con le loro tombe, e sono le casse di risparmio con le loro
[cassette
di sicurezza e sono i libri di storia con le loro storie:
ma se volti il foglio, Alessandro, non ci vedi niente:
così, qui (a Cerisy ); (così dicevano): abbiamo, noi, un cinese;
(e il cinese ero io, naturalmente);
e sull’autostrada spiegavo, anche
ìl contraccolpo sopra l’operazione letteraria, radicalmente,
[immediato (e
così via); e si diceva dell’opportunismo trionfante, anche (e
[quando dissi, poi,
riformismo? infatti, volevo proprio dire opportunismo, invece);
perché
la posizione cinese (dissi) giustifica ogni speranza (e che non
[sia questione
di élite operaia, insomma, ma della fine della preistoria,
[davvero,
e così via);
e a mia moglie dicevo della quantità di infelicità,
[intanto (della
qualità; e così via);
e volevo dire: giustifica anche noi; e anche i figli;
e volevo dire: giustifica il momento dell’utopia (ma davvero,
[ma per noi, anche,
ma qui, adesso): questo momento (giustifica);
e volevo dire: per
[sempre;
(ma nel night, a Palermo, li ho sentiti davvero, io, che
[dicevano: perché
vivi, tu? e dicevano: come ti giustifichi?
dicevano: ma ti giustifichi, tu?);
ma adesso, vedi: ma adesso, quale stanchezza? e quale (in questa
[nostra
preistoria), quale tranquillità?
ma vedi il fango che ci sta alle spalle,
e il sole in mezzo agli alberi, e i bambini che dormono:
i bambini
che sognano (che parlano, sognando); (ma i bambini, li vedi, così
linquieti);
(dormendo, i bambini); (sognando, adesso):
From WIRRWARR
questo è il gatto con gli stivali? questa è la pace di Barcellona
fra Carlo V e Clemente VII? è la locomotiva, è il pesco
fiorito, è il cavalluccio marino: ma se volti il foglio,
[Alessandro,
ci vedi il denaro:
questi sono i satelliti di Giove,! questa è
[l’autostrada
del Sole, è la lavagna quadrettata, è il primo volume dei Poetae
Latini Aevi Carolini sono le scarpe, sono le bugie, è la Scuola
[d’Atene, è il burro,
è una cartolina che mi è arrivata oggi dalla Finlandia, è il
[muscolo massetere,
è il parto: ma se volti il foglio, Alessandro, ci vedi
il denaro:
e questo è il denaro,
e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono
li cimiteri
con le loro tombe, e sono le casse di risparmio con le loro
[cassette
di sicurezza e sono i libri di storia con le loro storie:
ma se volti il foglio, Alessandro, non ci vedi niente:
così, qui (a Cerisy ); (così dicevano): abbiamo, noi, un cinese;
(e il cinese ero io, naturalmente);
e sull’autostrada spiegavo, anche
ìl contraccolpo sopra l’operazione letteraria, radicalmente,
[immediato (e
così via); e si diceva dell’opportunismo trionfante, anche (e
[quando dissi, poi,
riformismo? infatti, volevo proprio dire opportunismo, invece);
perché
la posizione cinese (dissi) giustifica ogni speranza (e che non
[sia questione
di élite operaia, insomma, ma della fine della preistoria,
[davvero,
e così via);
e a mia moglie dicevo della quantità di infelicità,
[intanto (della
qualità; e così via);
e volevo dire: giustifica anche noi; e anche i figli;
e volevo dire: giustifica il momento dell’utopia (ma davvero,
[ma per noi, anche,
ma qui, adesso): questo momento (giustifica);
e volevo dire: per
[sempre;
(ma nel night, a Palermo, li ho sentiti davvero, io, che
[dicevano: perché
vivi, tu? e dicevano: come ti giustifichi?
dicevano: ma ti giustifichi, tu?);
ma adesso, vedi: ma adesso, quale stanchezza? e quale (in questa
[nostra
preistoria), quale tranquillità?
ma vedi il fango che ci sta alle spalle,
e il sole in mezzo agli alberi, e i bambini che dormono:
i bambini
che sognano (che parlano, sognando); (ma i bambini, li vedi, così
linquieti);
(dormendo, i bambini); (sognando, adesso):
From WIRRWARR
Edoardo Sanguineti
ritorna mia luna...
ritorna mia luna in alternative di pienezza e di esiguità
mia luna al bivio e lingua di luna
cronometro sepolto e Sinus Roris e salmodia litania ombra
ferro di cavallo e margherita e mammella malata e nausea
(vedo i miei pesci morire sopra gli scogli delle tue ciglia)
e disavventura e ostacolo passo doppio epidemia chorus e mese
[di aprile
apposizione ventilaa risucchio di inibizione e coda e strumento
mostra di tutto o anche insetto o accostamento di giallo e di nero
dunque foglia in campo
tu pipistrello in pesce luna tu macchia in augmento lunae
(dunque in campo giallo e nero) pennello del sogno talvolta
[luogo comune
vor der Mondbrücke vor den Mondbrüchen
in un orizzonte isterico di paglia maiale impagliato con ali di
[farfalla
crittografia maschera polvere da sparo fegato indemoniato nulla
mia luna al bivio e lingua di luna
cronometro sepolto e Sinus Roris e salmodia litania ombra
ferro di cavallo e margherita e mammella malata e nausea
(vedo i miei pesci morire sopra gli scogli delle tue ciglia)
e disavventura e ostacolo passo doppio epidemia chorus e mese
[di aprile
apposizione ventilaa risucchio di inibizione e coda e strumento
mostra di tutto o anche insetto o accostamento di giallo e di nero
dunque foglia in campo
tu pipistrello in pesce luna tu macchia in augmento lunae
(dunque in campo giallo e nero) pennello del sogno talvolta
[luogo comune
vor der Mondbrücke vor den Mondbrüchen
in un orizzonte isterico di paglia maiale impagliato con ali di
[farfalla
crittografia maschera polvere da sparo fegato indemoniato nulla
Edoardo Scarfoglio
Da Ritornando
Spine crudeli, confitte vi porto nel cuore, nel pigro
mio cuor, che lento e freddo pulsa, che non più balza
fiero in sull’albe di giugno, gridandomi: lèvati, ferve
l’estate, e Bice t’attende al sol. Volavo,
come alla corsa incitato polledro, le chiome scomposte
dando alla brezza, il viso tergendo alle rugiade
pure. Seguendo le verdi tue tracce pei colli chiomati
di selve, o Bice, andavo; e guida Amore
m’era. Le candide braccia tu, fragrante, m’aprivi e
ai baci miei le molli umide labbra.
Lieve la man tra la bionda lanugin, tra’ fulvi capelli
m’insinuavi, e a noi dintorno il gran fioriva
alto. Fuggite veloci lontano da me, nell’occaso
fiammante, o colli; e voi fuggite, o miei ricordi.
mio cuor, che lento e freddo pulsa, che non più balza
fiero in sull’albe di giugno, gridandomi: lèvati, ferve
l’estate, e Bice t’attende al sol. Volavo,
come alla corsa incitato polledro, le chiome scomposte
dando alla brezza, il viso tergendo alle rugiade
pure. Seguendo le verdi tue tracce pei colli chiomati
di selve, o Bice, andavo; e guida Amore
m’era. Le candide braccia tu, fragrante, m’aprivi e
ai baci miei le molli umide labbra.
Lieve la man tra la bionda lanugin, tra’ fulvi capelli
m’insinuavi, e a noi dintorno il gran fioriva
alto. Fuggite veloci lontano da me, nell’occaso
fiammante, o colli; e voi fuggite, o miei ricordi.
Elio Pagliarani
Il Ma le scritture e le figure dipinte
Ma le scritture e le figure dipinte
ti sembrano in rapporto col tempo
presente e passato, e non col futuro?
O vuoi intendere invece
nel senso che tutte queste figure
sono rivolte in attesa al futuro? E che noi,
per tutta la vita, siamo sempre pieni
di attesa e di speranza? Ma vi sono ancora
quelle immagini dipinte. E c’è chi arriva a vedere
Oro.
ti sembrano in rapporto col tempo
presente e passato, e non col futuro?
O vuoi intendere invece
nel senso che tutte queste figure
sono rivolte in attesa al futuro? E che noi,
per tutta la vita, siamo sempre pieni
di attesa e di speranza? Ma vi sono ancora
quelle immagini dipinte. E c’è chi arriva a vedere
Oro.