Poesie di questo tema
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Dino Campana
I piloni fanno il fiume più bello
I piloni fanno il fiume più bello
E gli archi fanno il cielo più bello.
Negli archi la tua figura.
Più pura nell’azzurro è la luce d’argento
Più bella la tua figura.
Più bella la luce d’argento nell’ombra degli archi
Più bella della bionda Cerere la tua figura.
E gli archi fanno il cielo più bello.
Negli archi la tua figura.
Più pura nell’azzurro è la luce d’argento
Più bella la tua figura.
Più bella la luce d’argento nell’ombra degli archi
Più bella della bionda Cerere la tua figura.
Edmondo de Amicis
A una turca
Bella turchetta coi cerchioni agli occhi
che scendi a lesti passi per la china
e sgonnelli la veste cremesina
e lunghe umide occhiate ai Franchi scocchi,
perché, ligia al voler dei turchi sciocchi,
col tuo candido vel di monachina
copri il visetto bianco di farina
mentre mostri benissimo i ginocchi?
Vedi cos’è passar lunghe giornate
con le gambette in croce sul cuscino!
Bella turchina, hai le gambette arcate.
Ma il piede è così dritto e così snello,
e tutto, fuor che l’arco, è così fino…
Ahi, me infelice, che anche l’arco è bello!
che scendi a lesti passi per la china
e sgonnelli la veste cremesina
e lunghe umide occhiate ai Franchi scocchi,
perché, ligia al voler dei turchi sciocchi,
col tuo candido vel di monachina
copri il visetto bianco di farina
mentre mostri benissimo i ginocchi?
Vedi cos’è passar lunghe giornate
con le gambette in croce sul cuscino!
Bella turchina, hai le gambette arcate.
Ma il piede è così dritto e così snello,
e tutto, fuor che l’arco, è così fino…
Ahi, me infelice, che anche l’arco è bello!
Edoardo Sanguineti
ah il mio sonno...
ah il mio sonno; e ah? e involuzione? e ah? e oh? devoluzione?
[(e uh?)
e volizione! e nel tuo aspetto e infinito e generantur!
ex putrefactione; complesse terre; ex superfluitate;
livida Palus
livida nascitur bene strutturata Palus; lividissima (lividissima
[terra)
(lividissima): cuius aqua est livida; (aqua) nascitur! (aqua)
[lividissima!
et omnia corpora oh strutture! corpora o strutture mortuorum
corpora mortua o strutture putrescunt; generantur! amori!
; resolvuntur;
(λ) lividissima λ! lividissima (palus)
particolarissima minima; minima pietra; definizione; sonno;
[universo;
Laszo? una definizione! (ah λ) complesse terre; nascitur!
ah inconfondibile precisabile! ah inconfondibile! minima!
oh iterazione! oh pietra! oh identica identica sempre;
identica oh! alla tua essenza amore identica!
alla tua vita e generazione! e volizione! (corruzione) perché
[essenze
le origini; essenze;
e ah e oh? (terre?)
complesse composte terre (pietre); universali; Palus;
(pietre?) al tuo lividore; amore; al tuo dolore; uguale tu!
una definizione tu! liquore! definizione! di Laszo definizione!
generazione tu! liquore liquore tu! lividissima mater:
[(e uh?)
e volizione! e nel tuo aspetto e infinito e generantur!
ex putrefactione; complesse terre; ex superfluitate;
livida Palus
livida nascitur bene strutturata Palus; lividissima (lividissima
[terra)
(lividissima): cuius aqua est livida; (aqua) nascitur! (aqua)
[lividissima!
et omnia corpora oh strutture! corpora o strutture mortuorum
corpora mortua o strutture putrescunt; generantur! amori!
; resolvuntur;
(λ) lividissima λ! lividissima (palus)
particolarissima minima; minima pietra; definizione; sonno;
[universo;
Laszo? una definizione! (ah λ) complesse terre; nascitur!
ah inconfondibile precisabile! ah inconfondibile! minima!
oh iterazione! oh pietra! oh identica identica sempre;
identica oh! alla tua essenza amore identica!
alla tua vita e generazione! e volizione! (corruzione) perché
[essenze
le origini; essenze;
e ah e oh? (terre?)
complesse composte terre (pietre); universali; Palus;
(pietre?) al tuo lividore; amore; al tuo dolore; uguale tu!
una definizione tu! liquore! definizione! di Laszo definizione!
generazione tu! liquore liquore tu! lividissima mater:
Edoardo Sanguineti
Postkarten (49)
Postkarten
per preparare una poesia, si prende “un piccolo fatto vero”
[(possibilmente
fresco di giornata): c’è una ricetta simile in Stendhal, lo so,
[ma infine
ha un suo sapore assai diverso: (e dovrei perderci un’ora almeno,
[adesso,
qui, a cercare le opportune citazioni: e francamente non ne ho
[voglia):
conviene curare
spazio e tempo: una data precisa, un luogo scrupolosamente
[definito, sono gli ingredienti
più desiderabili, nel caso: (item per i personaggi, da designarsi
[rispettando l’anagrafe:
da identificarsi mediante tratti obiettivamente riconoscibili):
ho fatto il nome
di Stendhal: ma, per lo stile, niente codice civile? oggi (e
[niente Napoleone, dunque,
naturalmente): (si può pensare, piuttosto, al Gramsci! dei
[Quaderni, delle Lettere, ma
condito in una salsa un po’ piccante: di quelle che si trovano,
[volendo, là in cucina,
presso il giovane Marx): e avremo una pietanza gustosamente
[commestibile, una specialità
verificabile: (verificabile, dico, nel senso che la parola può
[avere in Brecht, mi pare,
in certi appunti dell Arbeitsjournal): (e quanto all’effetto V,
[che ci vuole, lo si ottiene
con mezzi modestissimi): (come gui, appunto, con un pizzico di
[Artusi e Carnacina):
e
concludo che la poesia consiste, in questa specie di lavoro:
[mettere parole come
in corsivo, e tra virgolette: e sforzarsi di farle memorabili,
[come tante battute argute
e brevi: (che si stampano in testa, così, con un qualche contorno
[di adeguati segnali
socializzati): (come sono gli a capo, le allitterazioni, e,
(poniamo, le solite metafore):
(che vengono a significare, poi, nell’insieme:
attento, o tu che leggi, e manda a
[mente):
per preparare una poesia, si prende “un piccolo fatto vero”
[(possibilmente
fresco di giornata): c’è una ricetta simile in Stendhal, lo so,
[ma infine
ha un suo sapore assai diverso: (e dovrei perderci un’ora almeno,
[adesso,
qui, a cercare le opportune citazioni: e francamente non ne ho
[voglia):
conviene curare
spazio e tempo: una data precisa, un luogo scrupolosamente
[definito, sono gli ingredienti
più desiderabili, nel caso: (item per i personaggi, da designarsi
[rispettando l’anagrafe:
da identificarsi mediante tratti obiettivamente riconoscibili):
ho fatto il nome
di Stendhal: ma, per lo stile, niente codice civile? oggi (e
[niente Napoleone, dunque,
naturalmente): (si può pensare, piuttosto, al Gramsci! dei
[Quaderni, delle Lettere, ma
condito in una salsa un po’ piccante: di quelle che si trovano,
[volendo, là in cucina,
presso il giovane Marx): e avremo una pietanza gustosamente
[commestibile, una specialità
verificabile: (verificabile, dico, nel senso che la parola può
[avere in Brecht, mi pare,
in certi appunti dell Arbeitsjournal): (e quanto all’effetto V,
[che ci vuole, lo si ottiene
con mezzi modestissimi): (come gui, appunto, con un pizzico di
[Artusi e Carnacina):
e
concludo che la poesia consiste, in questa specie di lavoro:
[mettere parole come
in corsivo, e tra virgolette: e sforzarsi di farle memorabili,
[come tante battute argute
e brevi: (che si stampano in testa, così, con un qualche contorno
[di adeguati segnali
socializzati): (come sono gli a capo, le allitterazioni, e,
(poniamo, le solite metafore):
(che vengono a significare, poi, nell’insieme:
attento, o tu che leggi, e manda a
[mente):
Elio Pagliarani
XVIII L’eternità non ha termine
L’eternità non ha termine o fine alcuno.
E però le poesie non hanno senso allegorico.
E però le poesie non hanno senso allegorico.
Eugenio Montale
Incespicare
Incespicare, incepparsi
è necessario
per destare la lingua
dal suo torpore.
° Ma la balbuzie non basta
e se anche fa meno rumore
è guasta lei pure. Così
bisogna rassegnarsi
a un mezzo parlare. Una volta
1° gualcuno parlò per intero
e fu incomprensibile. Certo
credeva di essere l’ultimo
parlante. Invece è accaduto
che tutti ancora parlano
“e il mondo
da allora è muto.
è necessario
per destare la lingua
dal suo torpore.
° Ma la balbuzie non basta
e se anche fa meno rumore
è guasta lei pure. Così
bisogna rassegnarsi
a un mezzo parlare. Una volta
1° gualcuno parlò per intero
e fu incomprensibile. Certo
credeva di essere l’ultimo
parlante. Invece è accaduto
che tutti ancora parlano
“e il mondo
da allora è muto.
Eugenio Montale
L’angelo nero
O grande angelo nero
fuligginoso riparami
sotto le tue ali,
che io possa sorradere
i pettini dei pruni, le luminarie dei forni
e inginocchiarmi
sui tizzi spenti se mai
vi resti qualche frangia
delle tue penne
o piccolo angelo buio,
non celestiale né umano,
angelo che traspari
trascolorante difforme
e multiforme, eguale
e ineguale nel rapido lampeggio
della tua incomprensibile fabulazione
o angelo nero disvélati
ma non uccidermi col tuo fulgore,
non dissipare la nebbia che ti aureola,
stàmpati nel mio pensiero
perché non c’è occhio che resista ai fari,
angelo di carbone che ti ripari
dentro lo scialle della caldarrostaia
grande angelo d’ebano
angelo fosco
RI
o bianco, stanco d’errare
se ti prendessi un’ala e la sentissi
scricchiolare
non potrei riconoscerti come faccio
’ nel sonno, nella veglia, nel mattino
dell’ultima tua piuma, grande angelo
di cenere e di fumo, miniangelo
spazzacamino.
fuligginoso riparami
sotto le tue ali,
che io possa sorradere
i pettini dei pruni, le luminarie dei forni
e inginocchiarmi
sui tizzi spenti se mai
vi resti qualche frangia
delle tue penne
o piccolo angelo buio,
non celestiale né umano,
angelo che traspari
trascolorante difforme
e multiforme, eguale
e ineguale nel rapido lampeggio
della tua incomprensibile fabulazione
o angelo nero disvélati
ma non uccidermi col tuo fulgore,
non dissipare la nebbia che ti aureola,
stàmpati nel mio pensiero
perché non c’è occhio che resista ai fari,
angelo di carbone che ti ripari
dentro lo scialle della caldarrostaia
grande angelo d’ebano
angelo fosco
RI
o bianco, stanco d’errare
se ti prendessi un’ala e la sentissi
scricchiolare
non potrei riconoscerti come faccio
’ nel sonno, nella veglia, nel mattino
dell’ultima tua piuma, grande angelo
di cenere e di fumo, miniangelo
spazzacamino.
Eugenio Montale
La mia musa ”
La mia Musa è lontana: si direbbe
(è il pensiero dei più) che mai sia esistita.
Se pure una ne fu, indossa i panni dello spaventacchio
alzato a malapena su una scacchiera di viti.
Sventola come può; ha resistito a monsoni
”
restando ritta, solo un po’ ingobbita.
Se il vento cala sa agitarsi ancora
quasi a dirmi cammina non temere,
finché potrò vederti ti darò vita.
La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio
di sartoria teatrale; ed era d’alto bordo
chi di lei si vestiva. Un giorno fu riempita
di me e ne andò fiera. Ora ha ancora una sua manica
e con quella dirige un suo quartetto
di cannucce. È la sola musica che sopporto.
(è il pensiero dei più) che mai sia esistita.
Se pure una ne fu, indossa i panni dello spaventacchio
alzato a malapena su una scacchiera di viti.
Sventola come può; ha resistito a monsoni
”
restando ritta, solo un po’ ingobbita.
Se il vento cala sa agitarsi ancora
quasi a dirmi cammina non temere,
finché potrò vederti ti darò vita.
La mia Musa ha lasciato da tempo un ripostiglio
di sartoria teatrale; ed era d’alto bordo
chi di lei si vestiva. Un giorno fu riempita
di me e ne andò fiera. Ora ha ancora una sua manica
e con quella dirige un suo quartetto
di cannucce. È la sola musica che sopporto.
Eugenio Montale
La verità
La verità è nei rosicchiamenti
delle tarme e dei topi,
nella polvere ch’esce da cassettoni ammuffiti
e nelle croste dei «grana»’ stagionati.
La verità è la sedimentazione, il ristagno,
non la logorrea schifa dei dialettici.
È una tela di ragno, può durare,
non distruggetela con la scopa.
È beffa di scoliasti? l’idea che tutto si muova,
l’idea che dopo un prima viene un dopo
fa acqua da tutte le parti. Salutiamo
gli inetti che non s’imbarcano. Si starà meglio
senza di loro, si starà anche peggio
ma Si tirerà il fiato.
delle tarme e dei topi,
nella polvere ch’esce da cassettoni ammuffiti
e nelle croste dei «grana»’ stagionati.
La verità è la sedimentazione, il ristagno,
non la logorrea schifa dei dialettici.
È una tela di ragno, può durare,
non distruggetela con la scopa.
È beffa di scoliasti? l’idea che tutto si muova,
l’idea che dopo un prima viene un dopo
fa acqua da tutte le parti. Salutiamo
gli inetti che non s’imbarcano. Si starà meglio
senza di loro, si starà anche peggio
ma Si tirerà il fiato.
Francesco Petrarca
Sonetto
Dante Alighieri son, Minerva oscura
d’intelligenza e d’arte, nel cui ingegno
l’eleganza materna aggiunse al segno,
che si tien gran miracol di natura.
L’alta mia fantasia pronta e sicura
passò il tartareo e poi ’Î celeste regno
e il nobil mio volume feci degno
di temporale e spirital lettura.
Fiorenza gloriosa ebbi per madre,
anzi matrigna a me pietoso figlio,
colpa di lingue scellerate e ladre.
Ravenna fummi albergo del mio esiglio;
tanto la vostra vista adorna luce!
Nè oro nè argento in voi riluce,
e, mal vestite, parete angiolelle.
“ Noi stiamo in alpe presso ad un boschetto;
povera capannetta è ’Î nostro sito:
col padre e con la madre in picciol letto,
torniam la sera dal prato fiorito,
dove natura ci ha sempre nodrito,
guardando il dì le nostre pecorelle.”
“* Assai si dee doler vostra bellezza,
quando tra monti e valle la mostrate;
chè non è terra di sì grande altezza,
dove non foste degne ed onorate.
Deh, ditemi se voi vi contentate
di star nei boschi così poverelle.”
“ Più si contenta ciascuna di noi
andar dietro alle mandre alla pastura,
che non farebbe qual fosse di voi
d’andare a festa dentro vostre mura.
Ricchezze non cerchiam, nè più ventura,
che balli, canti e fiori e ghirlandelle.”
Ballata, s’io fossi come già fui,
diventerei pastore e montanino;
e prima che io il dicessi altrui,
sarei al loco di costor vicino;
ed or direi, “ Biondella,” ed or “ Mattino,”
seguendo sempre dove andasser elle.
d’intelligenza e d’arte, nel cui ingegno
l’eleganza materna aggiunse al segno,
che si tien gran miracol di natura.
L’alta mia fantasia pronta e sicura
passò il tartareo e poi ’Î celeste regno
e il nobil mio volume feci degno
di temporale e spirital lettura.
Fiorenza gloriosa ebbi per madre,
anzi matrigna a me pietoso figlio,
colpa di lingue scellerate e ladre.
Ravenna fummi albergo del mio esiglio;
tanto la vostra vista adorna luce!
Nè oro nè argento in voi riluce,
e, mal vestite, parete angiolelle.
“ Noi stiamo in alpe presso ad un boschetto;
povera capannetta è ’Î nostro sito:
col padre e con la madre in picciol letto,
torniam la sera dal prato fiorito,
dove natura ci ha sempre nodrito,
guardando il dì le nostre pecorelle.”
“* Assai si dee doler vostra bellezza,
quando tra monti e valle la mostrate;
chè non è terra di sì grande altezza,
dove non foste degne ed onorate.
Deh, ditemi se voi vi contentate
di star nei boschi così poverelle.”
“ Più si contenta ciascuna di noi
andar dietro alle mandre alla pastura,
che non farebbe qual fosse di voi
d’andare a festa dentro vostre mura.
Ricchezze non cerchiam, nè più ventura,
che balli, canti e fiori e ghirlandelle.”
Ballata, s’io fossi come già fui,
diventerei pastore e montanino;
e prima che io il dicessi altrui,
sarei al loco di costor vicino;
ed or direi, “ Biondella,” ed or “ Mattino,”
seguendo sempre dove andasser elle.
Franco Cavallo
Lo sapevate
lo sapevate
che il piccolo Mozart
aveva orrore
per le trombette?
che un semplice squillo di tromba
era per il fragile
Volfgangerl
come una rivoltella carica
premuta sul cuore?
per questo egli ha scelto
l’acuta sinuosità
dei violini,
delle viole
e dei violoncelli,
la pacata
solitudine erbosa
degli oboi
e dei corni
e il pensiero canneggiante
dei clarinetti.
che il piccolo Mozart
aveva orrore
per le trombette?
che un semplice squillo di tromba
era per il fragile
Volfgangerl
come una rivoltella carica
premuta sul cuore?
per questo egli ha scelto
l’acuta sinuosità
dei violini,
delle viole
e dei violoncelli,
la pacata
solitudine erbosa
degli oboi
e dei corni
e il pensiero canneggiante
dei clarinetti.
Franco Cavallo
Un uccello si trasformò
Un uccello si trasformò in gatto.
Il gatto si trasformò
in pesce-torretta,
a merlature azzurre,
quindi nella membrana vescicale
di un agnello.
L’agnello si trasformò
in una mangusta,
poi in una puzzola,
infine nel principio
di Archimede
per cui basta una leva,
una semplice leva di zinco
o di ferro
o di legno
o di pancotto raffreddato
per sollevare il mondo
dalla propria inerzia
e farlo rotolare
nei liberi spazi
dell’universo
impantanato
Il gatto si trasformò
in pesce-torretta,
a merlature azzurre,
quindi nella membrana vescicale
di un agnello.
L’agnello si trasformò
in una mangusta,
poi in una puzzola,
infine nel principio
di Archimede
per cui basta una leva,
una semplice leva di zinco
o di ferro
o di legno
o di pancotto raffreddato
per sollevare il mondo
dalla propria inerzia
e farlo rotolare
nei liberi spazi
dell’universo
impantanato
Franco Fortini
Traducendo Brecht
Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.
Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.
Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.
Gabriele D'Annunzio
Le stirpi canore
I miei carmi son prole
delle foreste,
altri dell’onde,
altri delle arene,
altri del Sole,
altri del vento Argeste.
Le mie parole
sono profonde
come le radici
terrene,
altre serene
come i firmamenti,
fervide come le vene
degli adolescenti,
ispide come i dumi,
confuse come i fumi
confusi,
nette come i cristalli
del monte,
tremule come le fronde
del pioppo,
tumide come le narici
dei cavalli
a galoppo,
labili come i profumi
diffusi,
vergini come i calici
appena schiusi,
notturne come le rugiade
dei cieli,
funebri come gli asfodeli
dell’Ade,
pieghevoli come i salici
dello stagno,
tenui come i teli
che fra due steli
tesse il ragno.
delle foreste,
altri dell’onde,
altri delle arene,
altri del Sole,
altri del vento Argeste.
Le mie parole
sono profonde
come le radici
terrene,
altre serene
come i firmamenti,
fervide come le vene
degli adolescenti,
ispide come i dumi,
confuse come i fumi
confusi,
nette come i cristalli
del monte,
tremule come le fronde
del pioppo,
tumide come le narici
dei cavalli
a galoppo,
labili come i profumi
diffusi,
vergini come i calici
appena schiusi,
notturne come le rugiade
dei cieli,
funebri come gli asfodeli
dell’Ade,
pieghevoli come i salici
dello stagno,
tenui come i teli
che fra due steli
tesse il ragno.
Gabriele Frasca
Non i versi
vano desiderare un vuoto, un vuoto
per cui tornare dove già s’è stati,
per risarcirne i danni, acché al moto
che muto spinge s’oppongano fiati,
verbi, sintassi, Come fosse in questo
un senso che travalichi le estati,
gl’inverni, i sogni, i furti, e tutto il mesto
deluso, stanco, caravanserraglio,
da cui, coi propri passi, troppo presto
ci si separerà, sottratto il caglio
del cuore alle parole, senza trarne
versi, piuttosto il mondo, spento abbaglio,
detto comè, solo carcasse e carne
per cui tornare dove già s’è stati,
per risarcirne i danni, acché al moto
che muto spinge s’oppongano fiati,
verbi, sintassi, Come fosse in questo
un senso che travalichi le estati,
gl’inverni, i sogni, i furti, e tutto il mesto
deluso, stanco, caravanserraglio,
da cui, coi propri passi, troppo presto
ci si separerà, sottratto il caglio
del cuore alle parole, senza trarne
versi, piuttosto il mondo, spento abbaglio,
detto comè, solo carcasse e carne
Gabriello Chiabrera
Riso di bella donna
Belle rose porporine,
che tra spine
sull’aurora non aprite;
ma, ministre degli amori,
bei tesori
di bei denti custodite;
dite, rose preziose,
amorose;
dite, ond’è, che s’io m’affiso
nel bel guardo vivo ardente,
voi repente
disciogliete un bel sorriso?
di mia vita,
che non regge alle vostr’ire?
O pur è perchè voi siete
tutte liete,
me mirando in sul morire?
Belle rose, o feritate,
o pietate
del sì far la cagion sia,
io vo’ dire in nuovi modi,
vostre lodi;
ma ridete tuttavia.
Se bel rio, se bell’auretta
tra l’erbetta
sul mattin mormorando erra;
se di fiori un praticello
si fa bello;
noi diciam: ride la terra.
Quando avvien che un zefiretto
per diletto
bagni il piè nell’onde chiare,
sicchè l’acqua in sull’arena
scherzi appena;
noi diciam che ride il mare.
Se giammai tra fior vermigli,
se tra gigli
veste l’alba un aureo velo;
e su rote di zaffiro
move in giro;
noi diciam che ride il cielo.
Ben è ver, quando è giocondo
ride il mondo,
ride il ciel quand’è gioioso:
ben è ver; ma non san poi
come voi
fare un riso grazioso.
che tra spine
sull’aurora non aprite;
ma, ministre degli amori,
bei tesori
di bei denti custodite;
dite, rose preziose,
amorose;
dite, ond’è, che s’io m’affiso
nel bel guardo vivo ardente,
voi repente
disciogliete un bel sorriso?
di mia vita,
che non regge alle vostr’ire?
O pur è perchè voi siete
tutte liete,
me mirando in sul morire?
Belle rose, o feritate,
o pietate
del sì far la cagion sia,
io vo’ dire in nuovi modi,
vostre lodi;
ma ridete tuttavia.
Se bel rio, se bell’auretta
tra l’erbetta
sul mattin mormorando erra;
se di fiori un praticello
si fa bello;
noi diciam: ride la terra.
Quando avvien che un zefiretto
per diletto
bagni il piè nell’onde chiare,
sicchè l’acqua in sull’arena
scherzi appena;
noi diciam che ride il mare.
Se giammai tra fior vermigli,
se tra gigli
veste l’alba un aureo velo;
e su rote di zaffiro
move in giro;
noi diciam che ride il cielo.
Ben è ver, quando è giocondo
ride il mondo,
ride il ciel quand’è gioioso:
ben è ver; ma non san poi
come voi
fare un riso grazioso.
Gian Pietro Lucini
La parata dell’introduzione
Io per tutti contesto una Baracca
di telaccia imbiaccata e d’assicelle male unite
io per tutti ricerco una bislacca
storia di quanto fu, le già morte persone mascherate
” traggo a battaglia e a amori tra le quinte.
Sulla Piazza s’aderge quest’effimero Palazzo del pensiero;
se il vento soffia, dondola alle spinte,
e si dimena cigola e si sfascia. Ma d’intorno il
che racchiude la Piazza dei Festini Villaggio
s’anima alla mia voce e vengon fuora sull’usci le
1°
ed i Dami e le Madri ed i Bambini, - Ragazze
. e qualche volta applaudon cordialmente come si
E l’ideal Villaggio chiuso intorno innovi il senso.
dal Bosco della Bella dormiente: pure il Castello
5° Sorgon canti d’uccelli col giorno manca.
ma non sorgono Viole di tra l’alberi avidi al
Se alcuna volta passa il Viandante nutrimento.
pei sentieri nascosti di fra i dumi, dalle ruvide
capricciose e a rabeschi delle piante scorze
vede un volto protendersi di Ninfa. Pure la Ninfa è secreta.
Per questo, i miei Fantocci, a Simiglianza
ch’appajon muti alla gente per bene, quando
scendono a cicalare per la stanza ognuno va via
tra i posticci paesaggi della scena che illumina una
” di cartone e rinnovan le querele. luna
buffi giochi d’amor’, di parentele soavi,
senza perché: poi al vespero richiamo battendo il tamburello
sulla piazzetta il popol rusticano,
e quanto disser la vigilia i legni foggiati in forme
3% d’uomini
detto fuori accozzando ad uno strano
amor di Verità astruse, imagini che scalan l’Infinito.
di telaccia imbiaccata e d’assicelle male unite
io per tutti ricerco una bislacca
storia di quanto fu, le già morte persone mascherate
” traggo a battaglia e a amori tra le quinte.
Sulla Piazza s’aderge quest’effimero Palazzo del pensiero;
se il vento soffia, dondola alle spinte,
e si dimena cigola e si sfascia. Ma d’intorno il
che racchiude la Piazza dei Festini Villaggio
s’anima alla mia voce e vengon fuora sull’usci le
1°
ed i Dami e le Madri ed i Bambini, - Ragazze
. e qualche volta applaudon cordialmente come si
E l’ideal Villaggio chiuso intorno innovi il senso.
dal Bosco della Bella dormiente: pure il Castello
5° Sorgon canti d’uccelli col giorno manca.
ma non sorgono Viole di tra l’alberi avidi al
Se alcuna volta passa il Viandante nutrimento.
pei sentieri nascosti di fra i dumi, dalle ruvide
capricciose e a rabeschi delle piante scorze
vede un volto protendersi di Ninfa. Pure la Ninfa è secreta.
Per questo, i miei Fantocci, a Simiglianza
ch’appajon muti alla gente per bene, quando
scendono a cicalare per la stanza ognuno va via
tra i posticci paesaggi della scena che illumina una
” di cartone e rinnovan le querele. luna
buffi giochi d’amor’, di parentele soavi,
senza perché: poi al vespero richiamo battendo il tamburello
sulla piazzetta il popol rusticano,
e quanto disser la vigilia i legni foggiati in forme
3% d’uomini
detto fuori accozzando ad uno strano
amor di Verità astruse, imagini che scalan l’Infinito.
Gian Pietro Lucini
La statua
Bocca ermetica, parla! M’impaura
il silenzio. Occhi verdi e tenebrosi,
specchi lucenti e mobili all’oscura
anima tua; volete mai ch’io osi
” a scuotervi col bacio? Fronte pura,
troppo pura e marmorea, l’orgogliosi
bianchi destini non segnàr la dura
tua costanza? Ah! ... Un fremito? ... T’imposi
sulla rossa cesarie ambo le mani.
1° Non mi hai guardato. Stan, come dei ceri,
due rossi gilii a splenderti davanti.
Questi hai guardato: e sarà il domani
morto così come fu morto ieri?
Catalettica al riso, ignota ai pianti.
il silenzio. Occhi verdi e tenebrosi,
specchi lucenti e mobili all’oscura
anima tua; volete mai ch’io osi
” a scuotervi col bacio? Fronte pura,
troppo pura e marmorea, l’orgogliosi
bianchi destini non segnàr la dura
tua costanza? Ah! ... Un fremito? ... T’imposi
sulla rossa cesarie ambo le mani.
1° Non mi hai guardato. Stan, come dei ceri,
due rossi gilii a splenderti davanti.
Questi hai guardato: e sarà il domani
morto così come fu morto ieri?
Catalettica al riso, ignota ai pianti.
Gian Pietro Lucini
Li alchimisti
Già le bracie splendettero ai fornelli
della Grand’Arte e pei silenzii astrali
sui piropi e i diaspri delli anelli
risuonàr le parole augurali.
° Crescemmo nella notte li alberelli
dei dittami benigni e sulli strali
d’oro, perfuso il farmaco, li Uccelli
sacri alla Morte invocammo e i Narvàli.
Li arcani del futuro le Comete
10° dicono ed ammonisce Ecate vaga:
di sette stole induti, le secrete
virtù del cielo l’astrolabio indaga:
ma cerchiam sempre e ancor brucia la sete
dell’Or che l’alambicco non appaga.
E sempre e ancora pei cammini oscuri
del Mistero va e perdesi l’Idea:
e sempre e ancora claman li scongiuri
verso di.te, Regina, e Madre, e Dea.
della Grand’Arte e pei silenzii astrali
sui piropi e i diaspri delli anelli
risuonàr le parole augurali.
° Crescemmo nella notte li alberelli
dei dittami benigni e sulli strali
d’oro, perfuso il farmaco, li Uccelli
sacri alla Morte invocammo e i Narvàli.
Li arcani del futuro le Comete
10° dicono ed ammonisce Ecate vaga:
di sette stole induti, le secrete
virtù del cielo l’astrolabio indaga:
ma cerchiam sempre e ancor brucia la sete
dell’Or che l’alambicco non appaga.
E sempre e ancora pei cammini oscuri
del Mistero va e perdesi l’Idea:
e sempre e ancora claman li scongiuri
verso di.te, Regina, e Madre, e Dea.
Giosuè Carducci
A dante
Dante, onde avvien che i voti e la favella
levo adorando al tuo fier simulacro,
e me su ’] verso che ti fe’ già macro
lascia il sol, trova ancor l’alba novella?
Per me Lucia non prega e non la bella
Matelda appressa il salutar lavacro,
e Beatrice con l’amante sacro
in vano sale a Dio di stella in stella.
Odio il tuo santo impero; e la corona
divelto con la spada avrei di testa
IO
al tuo buon Federico in val d’Olona.
Son chiesa e impero una ruina mesta
cui sorvola il tuo canto e al ciel risona:
muor Giove, e l’inno del poeta resta.
levo adorando al tuo fier simulacro,
e me su ’] verso che ti fe’ già macro
lascia il sol, trova ancor l’alba novella?
Per me Lucia non prega e non la bella
Matelda appressa il salutar lavacro,
e Beatrice con l’amante sacro
in vano sale a Dio di stella in stella.
Odio il tuo santo impero; e la corona
divelto con la spada avrei di testa
IO
al tuo buon Federico in val d’Olona.
Son chiesa e impero una ruina mesta
cui sorvola il tuo canto e al ciel risona:
muor Giove, e l’inno del poeta resta.
Giovanni Giudici
Preliminare di accordo
Tuttavia un minimo d’impostura è necessario – mi disse.
La verità non coincide con la saggezza.
Stanno contro il disordine alcune regole del gioco.
Sii grato al rituale. La verità ti divora.
Hai ragione – si aspettava che rispondessi.
Recitiamola pure la farsa del ragionevole.
Anch’io ripeterò che tutto non si può avere
pronto a morire purché non crolli il letto dove muoio.
Ma anche per me era l’ultima occasione che restava.
E prima di sottoscrivere solo chiedevo se in cambio
dell’accettare quel molto di finzione che diceva
un minimo di verità sarebbe stato compatibile.
La verità non coincide con la saggezza.
Stanno contro il disordine alcune regole del gioco.
Sii grato al rituale. La verità ti divora.
Hai ragione – si aspettava che rispondessi.
Recitiamola pure la farsa del ragionevole.
Anch’io ripeterò che tutto non si può avere
pronto a morire purché non crolli il letto dove muoio.
Ma anche per me era l’ultima occasione che restava.
E prima di sottoscrivere solo chiedevo se in cambio
dell’accettare quel molto di finzione che diceva
un minimo di verità sarebbe stato compatibile.
Giovanni Pascoli
Di buona ora tornato all’abituro
Di buona ora tornato all’abituro
Paulo di Dono non finì un mazzocchio
ch’egli scortava. Dipingea sul muro
un monachino che tenea nell’occhio
dalla mattina, che con Donatello
e ser Filippo era ristato a crocchio.
Quegli compravan uova. Esso un fringuello
in gabbia vide, dietro il banco, rosso
cinabro il petto, e nero un suo mantello;
nero un cappuccio ed un mantello indosso.
Paulo di Dono era assai trito e parco;
ma lo comprava, se ci aveva un grosso.
Ma non l’aveva. Andò a dipinger l’arco
di porta a San Tomaso. E gli avveniva
di dire: “E’ un fraticino di San Marco.”
Ne tornò presto. Era una sera estiva
piena di voli. Il vecchio quella sera
dimenticò la dolce prospettiva.
Dipingea con la sua bella maniera
nella parete, al fiammeggiar del cielo.
E il monachino rosso, ecco, lì era,
posato sopra un ramuscel di melo.
(Cap. IV)
Come mirando le creature
del suo pennello non disse l’angelus
e fu tentato.
Poi che senza nè vischio ebbe nè rete
anche, nella stanzuola, il ciuffolotto,
Paulo mirò la bella sua parete.
E non udì che gli avea fatto motto
la vecchia moglie; e non udì sonare
l’avemaria dal campanil di Giotto.
Le creature sue piccole e care
mirava il terziario canuto
nella serenità crepuscolare.
E non disse, com’era uso, il saluto
dell’angelo. Saliva alla finestra
un suono di vivuola e li leuto.
Chiara la sera, l’aria era silvestra:
regamo e persa uliva sui balconi,
e giuncava le vie fior di ginestra.
Passeri arguti empìan gli archi e gli sproni
incominciati di ser Brunellesco.
Cantavano laggiù donne e garzoni.
C’era tanto sussurro e tanto fresco
intorno a te, Santa Maria del fiore!
E Paulo si scordò Santo Francesco,
e fu tentato, e mormorò nel cuore.
(Cap. V)
Della mormorazione che fece Paulo,
il quale
avrebbe pur voluto alcun uccellino vivo.
Pensava: “Io sono delle pecorelle,
Madonna Povertà, di tua pastura.
E qui non ha nè fanti nè fancelle.
E vivo di pan d’orzo e d’acqua pura.
E vo come la chiocciola ch’ha solo
quello ch’ha seco, a schiccherar le mura.
Oh! non voglio un podere in Cafaggiolo,
come Donato: ma un cantuccio d’orto
sì, con un pero, un melo, un azzeruolo.
Ch’egli è pur, credo, il singolar conforto
un capodaglio per chi l’ha piantato!
Basta. Di bene, io ho questo in iscorto,
dipinto a secco. E s’io non son Donato,
son primo in far paesi, alberi, e sono
pur da quanto chi vende uova in mercato.
Ora, al nome di Dio, Paulo di Dono
sta contento, poderi, orti, a vederli:
ma un rosignolo io lo vorrei di buono.
Uno di questi picchi o questi merli,
in casa, che ci sia, non che ci paia!
un uccellino vero, uno che sverli,
e mi consoli nella mia vecchiaia.”
(Cap. VI)
Come Santo Francesco discese per la bella
prospettiva che Paulo aveva dipinta,
e lo rimbrottò.
Cotale fu la mormorazione,
sommessa, in cuore. Ma dagli alti cieli
l’intese il fïl di Pietro Bernardone.
Ecco e dal colle tra le viti e i meli
Santo Francesco discendea bel bello
sull’erba senza ripiegar gli steli.
Era scalzo, e vestito di bigello.
E di lunge, venendo a fronte a fronte,
diceva: “O frate Paulo cattivello!
del tuo pezzuol di pane ora ti pasca
la Povertà che sta con Dio sul monte!
Non vuoi più, frate Paulo, ciò che casca
dalla mensa degli angeli, e vorresti
danaro e verga e calzamenti e tasca!
O Paulo uccello, sii come i foresti
fratelli tuoi! Chè chi non ha, non pecca.
Non disiare argento, oro, due vesti.
Buona è codesta, color foglia secca,
tale qual ha la tua sirocchia santa,
la lodoletta, che ben sai che becca
due grani in terra, e vola in cielo, e canta.”
(Cap. VII)
Come il Santo
intese che il desìo di Paulo era
di poco ed ei gli mostrò che era di tanto.
Così dicendo egli aggrandia pian piano,
e gli fu presso, e con un gesto pio
gli pose al petto sopra il cuor la mano.
Non vi sentì se non un tremolìo,
d’ale d’uccello. Onde riprese il Santo:
“O frate Paulo, poverel di Dio!
Paulo di Dono non finì un mazzocchio
ch’egli scortava. Dipingea sul muro
un monachino che tenea nell’occhio
dalla mattina, che con Donatello
e ser Filippo era ristato a crocchio.
Quegli compravan uova. Esso un fringuello
in gabbia vide, dietro il banco, rosso
cinabro il petto, e nero un suo mantello;
nero un cappuccio ed un mantello indosso.
Paulo di Dono era assai trito e parco;
ma lo comprava, se ci aveva un grosso.
Ma non l’aveva. Andò a dipinger l’arco
di porta a San Tomaso. E gli avveniva
di dire: “E’ un fraticino di San Marco.”
Ne tornò presto. Era una sera estiva
piena di voli. Il vecchio quella sera
dimenticò la dolce prospettiva.
Dipingea con la sua bella maniera
nella parete, al fiammeggiar del cielo.
E il monachino rosso, ecco, lì era,
posato sopra un ramuscel di melo.
(Cap. IV)
Come mirando le creature
del suo pennello non disse l’angelus
e fu tentato.
Poi che senza nè vischio ebbe nè rete
anche, nella stanzuola, il ciuffolotto,
Paulo mirò la bella sua parete.
E non udì che gli avea fatto motto
la vecchia moglie; e non udì sonare
l’avemaria dal campanil di Giotto.
Le creature sue piccole e care
mirava il terziario canuto
nella serenità crepuscolare.
E non disse, com’era uso, il saluto
dell’angelo. Saliva alla finestra
un suono di vivuola e li leuto.
Chiara la sera, l’aria era silvestra:
regamo e persa uliva sui balconi,
e giuncava le vie fior di ginestra.
Passeri arguti empìan gli archi e gli sproni
incominciati di ser Brunellesco.
Cantavano laggiù donne e garzoni.
C’era tanto sussurro e tanto fresco
intorno a te, Santa Maria del fiore!
E Paulo si scordò Santo Francesco,
e fu tentato, e mormorò nel cuore.
(Cap. V)
Della mormorazione che fece Paulo,
il quale
avrebbe pur voluto alcun uccellino vivo.
Pensava: “Io sono delle pecorelle,
Madonna Povertà, di tua pastura.
E qui non ha nè fanti nè fancelle.
E vivo di pan d’orzo e d’acqua pura.
E vo come la chiocciola ch’ha solo
quello ch’ha seco, a schiccherar le mura.
Oh! non voglio un podere in Cafaggiolo,
come Donato: ma un cantuccio d’orto
sì, con un pero, un melo, un azzeruolo.
Ch’egli è pur, credo, il singolar conforto
un capodaglio per chi l’ha piantato!
Basta. Di bene, io ho questo in iscorto,
dipinto a secco. E s’io non son Donato,
son primo in far paesi, alberi, e sono
pur da quanto chi vende uova in mercato.
Ora, al nome di Dio, Paulo di Dono
sta contento, poderi, orti, a vederli:
ma un rosignolo io lo vorrei di buono.
Uno di questi picchi o questi merli,
in casa, che ci sia, non che ci paia!
un uccellino vero, uno che sverli,
e mi consoli nella mia vecchiaia.”
(Cap. VI)
Come Santo Francesco discese per la bella
prospettiva che Paulo aveva dipinta,
e lo rimbrottò.
Cotale fu la mormorazione,
sommessa, in cuore. Ma dagli alti cieli
l’intese il fïl di Pietro Bernardone.
Ecco e dal colle tra le viti e i meli
Santo Francesco discendea bel bello
sull’erba senza ripiegar gli steli.
Era scalzo, e vestito di bigello.
E di lunge, venendo a fronte a fronte,
diceva: “O frate Paulo cattivello!
del tuo pezzuol di pane ora ti pasca
la Povertà che sta con Dio sul monte!
Non vuoi più, frate Paulo, ciò che casca
dalla mensa degli angeli, e vorresti
danaro e verga e calzamenti e tasca!
O Paulo uccello, sii come i foresti
fratelli tuoi! Chè chi non ha, non pecca.
Non disiare argento, oro, due vesti.
Buona è codesta, color foglia secca,
tale qual ha la tua sirocchia santa,
la lodoletta, che ben sai che becca
due grani in terra, e vola in cielo, e canta.”
(Cap. VII)
Come il Santo
intese che il desìo di Paulo era
di poco ed ei gli mostrò che era di tanto.
Così dicendo egli aggrandia pian piano,
e gli fu presso, e con un gesto pio
gli pose al petto sopra il cuor la mano.
Non vi sentì se non un tremolìo,
d’ale d’uccello. Onde riprese il Santo:
“O frate Paulo, poverel di Dio!
Giovanni Pascoli
Paolo uccello
In prima come Paulo dipintore fiorentino
sinvogliò d’un monachino o ciuf-
folotto e non potè comprarlo
e allora lo dipinse.
sinvogliò d’un monachino o ciuf-
folotto e non potè comprarlo
e allora lo dipinse.
Giovanni Pascoli
Sonetto
Giova, o amico, ne l’anima profonda
meditare le dubbie sorti umane,
piangere il tempo ed oscurar di vane
malinconie, la dea terra gioconda?
Evvi Tristano ed Isotta la Bionda,
e sonvi i pini e sonvi le fontane
le giostre, le schermagle le fiumane
foreste e lande e re di Trebisonda.
Bevere giova con aperta gola
ai ruscelli del canto e coglier rose
IO
e mordere ciascun soave frutto.
O poeta, divina è la parola;
ne la pura bellezza il ciel ripose
ogni nostra letizia e il verso è tutto.
1863-1924
meditare le dubbie sorti umane,
piangere il tempo ed oscurar di vane
malinconie, la dea terra gioconda?
Evvi Tristano ed Isotta la Bionda,
e sonvi i pini e sonvi le fontane
le giostre, le schermagle le fiumane
foreste e lande e re di Trebisonda.
Bevere giova con aperta gola
ai ruscelli del canto e coglier rose
IO
e mordere ciascun soave frutto.
O poeta, divina è la parola;
ne la pura bellezza il ciel ripose
ogni nostra letizia e il verso è tutto.
1863-1924