Poesie di questo tema
Morte e lutto
Diego Valeri
Davìd morente
Un nero vento di settentrione
con crude fitte di gelo
m’inchioda le ginocchia.
Eppure è estate ancora,
e l’aria sul mio volto è ferma.
Fate che la fanciulla bianca
mi copra col suo corpo,
mi sciolga i piedi col tepore
del petto che dolce respira.
Signore, questa è la mia fine. Ma
la mia vita, che era, che fu?
Vedo soltanto il nembo di fuoco
in cui scaglio il mio sasso di fionda,
e la nube è spaccata e n’esce un fiume
di sangue. Forse nel sangue è la mia gloria?...
Perché piange, ora, il mio Re?
Seduto al rivo che fuggendo canta,
il mio Re piange sul distrutto esercito.
L’arpa, ecco, gli risponde vibrando:
ne cadono tre note come lagrime.
Signore, questa è la mia fine.
Le armi, i cavalli, le trombe...
Non so più... So che un giorno ho danzato
davanti all’Arca santa,
e Micol mi guardava muta
con occhi duri come castagne secche.
Ma Betsabea, nella notte dolce,
splendeva nuda come la luna,
spandeva odore di rosa notturna.
Signore, questa è la mia fine.
La mia fine è in pensieri d’amore.
con crude fitte di gelo
m’inchioda le ginocchia.
Eppure è estate ancora,
e l’aria sul mio volto è ferma.
Fate che la fanciulla bianca
mi copra col suo corpo,
mi sciolga i piedi col tepore
del petto che dolce respira.
Signore, questa è la mia fine. Ma
la mia vita, che era, che fu?
Vedo soltanto il nembo di fuoco
in cui scaglio il mio sasso di fionda,
e la nube è spaccata e n’esce un fiume
di sangue. Forse nel sangue è la mia gloria?...
Perché piange, ora, il mio Re?
Seduto al rivo che fuggendo canta,
il mio Re piange sul distrutto esercito.
L’arpa, ecco, gli risponde vibrando:
ne cadono tre note come lagrime.
Signore, questa è la mia fine.
Le armi, i cavalli, le trombe...
Non so più... So che un giorno ho danzato
davanti all’Arca santa,
e Micol mi guardava muta
con occhi duri come castagne secche.
Ma Betsabea, nella notte dolce,
splendeva nuda come la luna,
spandeva odore di rosa notturna.
Signore, questa è la mia fine.
La mia fine è in pensieri d’amore.
Dino Campana
Il canto della tenebra
La luce del crepuscolo si attenua:
Inquieti spiriti sia dolce la tenebra
Al cuore che non ama più!
Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare,
Sorgenti, sorgenti che sanno
Sorgenti che sanno che spiriti stanno
Che spiriti stanno a ascoltare...
Ascolta: la luce del crepuscolo attenua
Ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:
Ascolta: ti ha vinto la Sorte:
Ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:
Non c’è di dolcezza che possa uguagliare la Morte
Più Più Più
Intendi chi ancora ti culla:
Intendi la dolce fanciulla
Che dice all’orecchio: Più Più
Ed ecco si leva e scompare
Il vento: ecco torna dal mare
Ed ecco sentiamo ansimare
Il cuore che ci amò di più!
Guardiamo: di già il paesaggio
Degli alberi e l’acque è notturno
Il fiume va via taciturno....
Pùm! mamma quell’omo lassù!
Inquieti spiriti sia dolce la tenebra
Al cuore che non ama più!
Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare,
Sorgenti, sorgenti che sanno
Sorgenti che sanno che spiriti stanno
Che spiriti stanno a ascoltare...
Ascolta: la luce del crepuscolo attenua
Ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:
Ascolta: ti ha vinto la Sorte:
Ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:
Non c’è di dolcezza che possa uguagliare la Morte
Più Più Più
Intendi chi ancora ti culla:
Intendi la dolce fanciulla
Che dice all’orecchio: Più Più
Ed ecco si leva e scompare
Il vento: ecco torna dal mare
Ed ecco sentiamo ansimare
Il cuore che ci amò di più!
Guardiamo: di già il paesaggio
Degli alberi e l’acque è notturno
Il fiume va via taciturno....
Pùm! mamma quell’omo lassù!
Edoardo Sanguineti
attraverso Hebecrevon, Lessay, Portbail, St. Sauveur...
attraverso Hebecrevon, Lessay, Portbail, St. Sauveur (sotto la
[pioggia,
sempre); poi Edith disse che non ero gentile (perché non scrivevo,
[come Pierre
per lei, quelques poèmes); (e che non dovevamo partire);
Micheline
ci giudicò molto semplici; e Edith e Micheline, quando io dissi
[che non l’avevo
tradita (mia moglie), vollero crederlo;
(e qui cade opportuno ricordare quel:
“se ti buttassi le braccia al collo ecc.,” che venne poi);
poi si ballò tutti, anche
Micha, nel salottino; attraverso Cerisy, Canisy, Coutances,
[Regnéville; (ma il 12
luglio era chiuso il Louvre, martedì);
e scrisse (sopra un foglio a quadretti):
“pensavo che non posso guardarti in faccia”; e: “mi dispiace
[per te”;
e ancora scrisse (mia moglie): “sto male”;
e poi a Gap (H.A.),
(due giorni più tardi), storditi ancora, quasi inerti: e pensare
[(dissi);
che noi (quasi piangendo, dissi); (e volevo dire, ma quasi mi
[soffocava,
davvero, il pianto; volevo dire: con un amore come questo, noi):
un giorno (noi); (e nella piazza strepitava la banda; e la stanza era
in una strana penombra);
(noi) dobbiamo morire:
[pioggia,
sempre); poi Edith disse che non ero gentile (perché non scrivevo,
[come Pierre
per lei, quelques poèmes); (e che non dovevamo partire);
Micheline
ci giudicò molto semplici; e Edith e Micheline, quando io dissi
[che non l’avevo
tradita (mia moglie), vollero crederlo;
(e qui cade opportuno ricordare quel:
“se ti buttassi le braccia al collo ecc.,” che venne poi);
poi si ballò tutti, anche
Micha, nel salottino; attraverso Cerisy, Canisy, Coutances,
[Regnéville; (ma il 12
luglio era chiuso il Louvre, martedì);
e scrisse (sopra un foglio a quadretti):
“pensavo che non posso guardarti in faccia”; e: “mi dispiace
[per te”;
e ancora scrisse (mia moglie): “sto male”;
e poi a Gap (H.A.),
(due giorni più tardi), storditi ancora, quasi inerti: e pensare
[(dissi);
che noi (quasi piangendo, dissi); (e volevo dire, ma quasi mi
[soffocava,
davvero, il pianto; volevo dire: con un amore come questo, noi):
un giorno (noi); (e nella piazza strepitava la banda; e la stanza era
in una strana penombra);
(noi) dobbiamo morire:
Edoardo Sanguineti
Nell’anno novecento e ottanta
sul principio del mese di novembre,
gabbati i santi, e gabbati anche i morti,
tra le ore diciassette e le diciotto,
questo settimo giorno, che è domenica,
io qui presente sottoscritto, in Como,
dentro i locali della Media Foscolo,
novanta e nove di via Borgo Vico,
pubblicamente dichiaro e certifico
che per sempre rinuncio all’universo:
testimoniate per me, per un’ora,
e per me, per un’ora, per me vigilate:
se oggi chiudo e sbaracco e mollo e stacco,
getto la spugna e faccio il punto e a capo,
sarà perché tengo ragioni buone,
che tutte non le vengo a raccontare:
considerate che siamo in autunno,
e il giorno va, mentre la notte viene:
a sentirmi, nessuno ci guadagna,
se non si cava, che c’è, la morale:
le orecchie vostre date a me, signori,
e soprattutto a me apriteci gli occhi:
se uno si pianta qui la vita e il mondo,
credere è giusto che poco ha da perdere:
poi, ricordate che arriva Martino,
viene l’estate che mi viene e tocca:
standoci in piedi, standomi qui in terra,
piccolo spazio mi sono occupato:
minore spazio, appena traslocato,
mi prenderò, coricato allungato:
uno sta sotto, e uno ci cammina,
anzi ci salta, sopra la cantina:
sono qui a farmi il testamento, apposta,
ma voi, per voi, non vi aspettate niente:
Se il mio privato me lo tratto in piazza,
se sopra i tetti grido le mie voglie,
se ancora vivono i cuori gentili,
è meglio assai, se mi lascino perdere:
fa bene, chi diffida, a diffidare:
e io sto qui per diffidarmi stesso.
gabbati i santi, e gabbati anche i morti,
tra le ore diciassette e le diciotto,
questo settimo giorno, che è domenica,
io qui presente sottoscritto, in Como,
dentro i locali della Media Foscolo,
novanta e nove di via Borgo Vico,
pubblicamente dichiaro e certifico
che per sempre rinuncio all’universo:
testimoniate per me, per un’ora,
e per me, per un’ora, per me vigilate:
se oggi chiudo e sbaracco e mollo e stacco,
getto la spugna e faccio il punto e a capo,
sarà perché tengo ragioni buone,
che tutte non le vengo a raccontare:
considerate che siamo in autunno,
e il giorno va, mentre la notte viene:
a sentirmi, nessuno ci guadagna,
se non si cava, che c’è, la morale:
le orecchie vostre date a me, signori,
e soprattutto a me apriteci gli occhi:
se uno si pianta qui la vita e il mondo,
credere è giusto che poco ha da perdere:
poi, ricordate che arriva Martino,
viene l’estate che mi viene e tocca:
standoci in piedi, standomi qui in terra,
piccolo spazio mi sono occupato:
minore spazio, appena traslocato,
mi prenderò, coricato allungato:
uno sta sotto, e uno ci cammina,
anzi ci salta, sopra la cantina:
sono qui a farmi il testamento, apposta,
ma voi, per voi, non vi aspettate niente:
Se il mio privato me lo tratto in piazza,
se sopra i tetti grido le mie voglie,
se ancora vivono i cuori gentili,
è meglio assai, se mi lascino perdere:
fa bene, chi diffida, a diffidare:
e io sto qui per diffidarmi stesso.
Elio Pecora
A un ragazzo malato
‘Ragazzo, non sapevi che la morte
è la belva acquattata
dietro la porta che spingi sicuro,
è il baratro improvviso
nella pianura ove vai correndo.
Occhi, piedi mai fermi,
hai traversato il mondo e le stagioni
a ripetere il dono
dell’irrequieto dio
che carezza ferendo.
Tu chiamasti col nome
arduo e lieve di amore
chi t’assalì nel buio,
l’insidia che mutò
in castigo il tuo gioco.
Ragazzo, non sapevi che la morte
sola contiene tutte le altre norme
e tutte le cancella,
ora tu sai il traguardo
già prossimo e tremendo.
Ora chiedi allo specchio
da quale punto del tenero corpo
verrà l’estremo avviso,
quando si spegnerà
il tuo sottile fuoco.
A volte, per un poco,
un’ebbrezza ti prende
e vai dentro il presente
come in un mare aperto
senza mappe né attese.
è la belva acquattata
dietro la porta che spingi sicuro,
è il baratro improvviso
nella pianura ove vai correndo.
Occhi, piedi mai fermi,
hai traversato il mondo e le stagioni
a ripetere il dono
dell’irrequieto dio
che carezza ferendo.
Tu chiamasti col nome
arduo e lieve di amore
chi t’assalì nel buio,
l’insidia che mutò
in castigo il tuo gioco.
Ragazzo, non sapevi che la morte
sola contiene tutte le altre norme
e tutte le cancella,
ora tu sai il traguardo
già prossimo e tremendo.
Ora chiedi allo specchio
da quale punto del tenero corpo
verrà l’estremo avviso,
quando si spegnerà
il tuo sottile fuoco.
A volte, per un poco,
un’ebbrezza ti prende
e vai dentro il presente
come in un mare aperto
senza mappe né attese.
Emilio Praga
Seraphina
È morta. O affascinati adolescenti
che in agguato io vedea sulla sua porta
filar la tela delle voglie ardenti,
piangete meco: Serafina è morta.
Morta: l’amante dell’ultima notte
n’ebbe gli amplessi coll’odor del tifo,
e, uscendo all’alba, avea coll’ossa rotte
gli occhi di voluttà pieni e di schifo.
Voi non credete che possan morire
le belle donne, o poveri fanciulli?
Ma gli è dono degli angeli svanire,
e l’infrangersi appunto è dei trastulli.
Non credete che il suo corpo divino
sia chiuso adesso fra quattro assicciuole?
I preti gli parlarono in latino
girando intorno colle negre stole.
Come due remi a un naufrago legati
le stan distese e immobili le braccia;
errano i vermi ciechi e spensierati
sul bianco seno e sulla bianca faccia.
E le cascan le palpebre in frantumi
come imposte di casa inabitata;
quella chioma di raggi e di profumi
l’hanno gli eredi a un creditor lasciata.
Cerchiam nei balli, e la vedremo ancora
la lunga chioma dalla negra tinta:
forse vi intreccia mammole a quest’ora
qualche beltà nel gineceo discinta.
che in agguato io vedea sulla sua porta
filar la tela delle voglie ardenti,
piangete meco: Serafina è morta.
Morta: l’amante dell’ultima notte
n’ebbe gli amplessi coll’odor del tifo,
e, uscendo all’alba, avea coll’ossa rotte
gli occhi di voluttà pieni e di schifo.
Voi non credete che possan morire
le belle donne, o poveri fanciulli?
Ma gli è dono degli angeli svanire,
e l’infrangersi appunto è dei trastulli.
Non credete che il suo corpo divino
sia chiuso adesso fra quattro assicciuole?
I preti gli parlarono in latino
girando intorno colle negre stole.
Come due remi a un naufrago legati
le stan distese e immobili le braccia;
errano i vermi ciechi e spensierati
sul bianco seno e sulla bianca faccia.
E le cascan le palpebre in frantumi
come imposte di casa inabitata;
quella chioma di raggi e di profumi
l’hanno gli eredi a un creditor lasciata.
Cerchiam nei balli, e la vedremo ancora
la lunga chioma dalla negra tinta:
forse vi intreccia mammole a quest’ora
qualche beltà nel gineceo discinta.
Eugenio Montale
Avevamo studiato per l’aldilà
Avevamo studiato per l’aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.
Eugenio Montale
Il gallo cedrone
Dove t’abbatti dopo il breve sparo
(la tua voce ribolle, rossonero
salmì di cielo e terra a lento fuoco)
anch’io riparo, brucio anch’io nel fosso.
Chiede aiuto il singulto. Era più dolce
vivere che affondare in questo magma,
più facile disfarsi al vento che
qui nel limo, incrostati sulla fiamma.
Sento nel petto la tua piaga, sotto
un grumo d’ala; il mio pesante volo
tenta un muro e di noi solo rimane
qualche piuma sull’ilice brinata.
Zuffe di nidi, amori, nidi d’uova
marmorate, divine! Ora la gemma
delle piante perenni, come il bruco,
luccica al buio, Giove è sotterrato.
(la tua voce ribolle, rossonero
salmì di cielo e terra a lento fuoco)
anch’io riparo, brucio anch’io nel fosso.
Chiede aiuto il singulto. Era più dolce
vivere che affondare in questo magma,
più facile disfarsi al vento che
qui nel limo, incrostati sulla fiamma.
Sento nel petto la tua piaga, sotto
un grumo d’ala; il mio pesante volo
tenta un muro e di noi solo rimane
qualche piuma sull’ilice brinata.
Zuffe di nidi, amori, nidi d’uova
marmorate, divine! Ora la gemma
delle piante perenni, come il bruco,
luccica al buio, Giove è sotterrato.
Eugenio Montale
Sarcofaghi
Dove se ne vanno le ricciute donzelle
che recano le colme anfore su le spalle
ed hanno il fermo passo si leggero;
e in fondo uno sbocco di valle
invano attende le belle
cui adombra una pergola di vigna
e i grappoli ne pendono oscillando.
Il sole che va in alto,
le intraviste pendici
non han tinte: nel blando
minuto la natura fulminata
atteggia le felici
sue creature, madre non matrigna,
in levità di forme.
Mondo che dorme o mondo che si gloria
d’immutata esistenza, chi può dire?,
uomo che passi, e tu dagli
il meglio ramicello del tuo orto.
Poi segui: in questa valle
non è vicenda di buio e di luce.
Lungi di qui la tua vita ti conduce,
non c’è asilo per te, sei troppo morto:
seguita il giro delle tue stelle.
E dunque addio, infanti ricciutelle,
portate le colme anfore su le spalle.
che recano le colme anfore su le spalle
ed hanno il fermo passo si leggero;
e in fondo uno sbocco di valle
invano attende le belle
cui adombra una pergola di vigna
e i grappoli ne pendono oscillando.
Il sole che va in alto,
le intraviste pendici
non han tinte: nel blando
minuto la natura fulminata
atteggia le felici
sue creature, madre non matrigna,
in levità di forme.
Mondo che dorme o mondo che si gloria
d’immutata esistenza, chi può dire?,
uomo che passi, e tu dagli
il meglio ramicello del tuo orto.
Poi segui: in questa valle
non è vicenda di buio e di luce.
Lungi di qui la tua vita ti conduce,
non c’è asilo per te, sei troppo morto:
seguita il giro delle tue stelle.
E dunque addio, infanti ricciutelle,
portate le colme anfore su le spalle.
Eugenio Montale
Voce giunta con le folaghe
Poiché la via percorsa, se mi volgo, è più lunga
del sentiero da capre che mi porta
dove ci scioglieremo come cera,
ed i giunchi fioriti non leniscono il cuore
ma le vermene, il sangue dei cimiteri,
eccoti fuor dal buio
che ti teneva, padre, erto ai barbagli,
senza scialle e berretto, al sordo fremito
che annunciava nell’alba
chiatte di minatori dal gran carico
semisommerse, nere sull’onde alte.
L’ombra che mi accompagna
alla tua tomba, vigile,
e posa sopra un’erma ed ha uno scarto
altero della fronte che le schiara
gli occhi ardenti ed i duri sopraccigli
da un suo biocco infantile,
l’ombra non ha più peso della tua
da tanto seppellita, i primi raggi
del giorno la trafiggono, farfalle
vivaci l’attraversano, la sfiora
la sensitiva e non si rattrappisce.
L’ombra fidata e il muro che risorge,
quella che scorporò l’interno fuoco
e colui che lunghi anni d’oltretempo
(anni per me pesante) disincarnano,
si scambiano parole che interito
sul margine io non odo; l’una forse
ritroverà la forma in cui bruciava
amor di Chi la mosse e non di sé,
ma l’altro sbigottisce e teme che
la larva di memoria in cui si scalda
ai suoi figli si spenga al nuovo balzo.
– Ho pensato per te, ho ricordato
per tutti. Ora ritorni al cielo libero
che ti tramuta. Ancora questa rupe
ti tenta? Sì, la bàttima è la stessa
di sempre, il mare che ti univa ai miei
lidi da prima che io avessi l’ali,
non si dissolve. Io le rammento quelle
mie prode e pur son giunta con le folaghe
a distaccarti dalle tue. Memoria
non è peccato fin che giova. Dopo
è letargo di talpe, abiezione
che funghisce su sé... –
Il vento del giorno
confonde l’ombra viva e l’altra ancora
riluttante in un mezzo che respinge
le mie mani, e il respiro mi si rompe
nel punto dilatato, nella fossa
che circonda lo scatto del ricordo.
Così si svela prima di legarsi
a immagini, a parole, oscuro senso
reminiscente, il vuoto inabitato
che occupammo e che attende fin ch’è tempo
di colmarsi di noi, di ritrovarci...
del sentiero da capre che mi porta
dove ci scioglieremo come cera,
ed i giunchi fioriti non leniscono il cuore
ma le vermene, il sangue dei cimiteri,
eccoti fuor dal buio
che ti teneva, padre, erto ai barbagli,
senza scialle e berretto, al sordo fremito
che annunciava nell’alba
chiatte di minatori dal gran carico
semisommerse, nere sull’onde alte.
L’ombra che mi accompagna
alla tua tomba, vigile,
e posa sopra un’erma ed ha uno scarto
altero della fronte che le schiara
gli occhi ardenti ed i duri sopraccigli
da un suo biocco infantile,
l’ombra non ha più peso della tua
da tanto seppellita, i primi raggi
del giorno la trafiggono, farfalle
vivaci l’attraversano, la sfiora
la sensitiva e non si rattrappisce.
L’ombra fidata e il muro che risorge,
quella che scorporò l’interno fuoco
e colui che lunghi anni d’oltretempo
(anni per me pesante) disincarnano,
si scambiano parole che interito
sul margine io non odo; l’una forse
ritroverà la forma in cui bruciava
amor di Chi la mosse e non di sé,
ma l’altro sbigottisce e teme che
la larva di memoria in cui si scalda
ai suoi figli si spenga al nuovo balzo.
– Ho pensato per te, ho ricordato
per tutti. Ora ritorni al cielo libero
che ti tramuta. Ancora questa rupe
ti tenta? Sì, la bàttima è la stessa
di sempre, il mare che ti univa ai miei
lidi da prima che io avessi l’ali,
non si dissolve. Io le rammento quelle
mie prode e pur son giunta con le folaghe
a distaccarti dalle tue. Memoria
non è peccato fin che giova. Dopo
è letargo di talpe, abiezione
che funghisce su sé... –
Il vento del giorno
confonde l’ombra viva e l’altra ancora
riluttante in un mezzo che respinge
le mie mani, e il respiro mi si rompe
nel punto dilatato, nella fossa
che circonda lo scatto del ricordo.
Così si svela prima di legarsi
a immagini, a parole, oscuro senso
reminiscente, il vuoto inabitato
che occupammo e che attende fin ch’è tempo
di colmarsi di noi, di ritrovarci...
Felice Piemontese
...L’ultima volta ci siamo incontrati
...l’ultima volta ci siamo incontrati in rue de l’Observatorie.
Uscimmo insieme scendendo verso la Senna. In rue du Chat-
qui-Péche una donna si sporse dalla finestra di una casa
malfamata e sputò nella nostra direzione- “Des étrangers, des
espions...” disse con disprezzo...
...ed è scappato per la porta
...ed è scappato per la porta che dà sulla strada comunale,
dirigendosi verso il bosco di Aunay. In quel momento io
ho messo la testa in casa e ho visto i cadaveri di sua madre e
del fratellino. Allora ho perso la ragione e mi sono messo a
gridare: “Dio mio, che disgrazia, Dio mio che disgrazia”...
...ogni notte incubi
...ogni notte incubi spaventosi, lacerazioni, febbre...
Uscimmo insieme scendendo verso la Senna. In rue du Chat-
qui-Péche una donna si sporse dalla finestra di una casa
malfamata e sputò nella nostra direzione- “Des étrangers, des
espions...” disse con disprezzo...
...ed è scappato per la porta
...ed è scappato per la porta che dà sulla strada comunale,
dirigendosi verso il bosco di Aunay. In quel momento io
ho messo la testa in casa e ho visto i cadaveri di sua madre e
del fratellino. Allora ho perso la ragione e mi sono messo a
gridare: “Dio mio, che disgrazia, Dio mio che disgrazia”...
...ogni notte incubi
...ogni notte incubi spaventosi, lacerazioni, febbre...
Francesco Petrarca
E’ mr par d’ora in ora udire il messo
E’ mr par d’ora in ora udire il messo
che madonna mi mandi a se chiamando,
così dentro e di fuor mi vo’ cangiando
e sono in non molt’anni sì dimesso,
ch’a pena riconosco omai me stesso!
Tutto il viver usato ho messo in bando:
sarei contento di sapere il quando,
ma pur dovrebbe il tempo esser da presso.
Oh felice quel dî che, dal terreno
catcere uscendo, lasci rotta e sparta
IO
questa mia grave e frale e mortal gonna;
e da sì folte tenebre mi patta,
volando tanto su nel bel sereno
ch’io vegga il mio Signore e la mia donna!
che madonna mi mandi a se chiamando,
così dentro e di fuor mi vo’ cangiando
e sono in non molt’anni sì dimesso,
ch’a pena riconosco omai me stesso!
Tutto il viver usato ho messo in bando:
sarei contento di sapere il quando,
ma pur dovrebbe il tempo esser da presso.
Oh felice quel dî che, dal terreno
catcere uscendo, lasci rotta e sparta
IO
questa mia grave e frale e mortal gonna;
e da sì folte tenebre mi patta,
volando tanto su nel bel sereno
ch’io vegga il mio Signore e la mia donna!
Francesco Petrarca
Piangete, donne, e con voi pianga Amore
Piangete, donne, e con voi pianga Amore;
piangete, amanti, per ciascun paese;
poi che morto è colui che tutto intese
in farvi, mentre visse al mondo, onore.
To per me prego il mio acerbo dolore
non sian da lui le lacrime contese,
e mi sia di sospir tanto cortese
quanto bisogna a disfogare il core.
Piangan le rime ancor, piangano i versi,
perchè ’l nostro amoroso messer Cino
novellamente s’è da noi partito.
Pianga Pistoia e i cittadin perversi
che perdut’hanno sì dolce vicino;
e rallegrasi il ciel ov’egli è gito.
piangete, amanti, per ciascun paese;
poi che morto è colui che tutto intese
in farvi, mentre visse al mondo, onore.
To per me prego il mio acerbo dolore
non sian da lui le lacrime contese,
e mi sia di sospir tanto cortese
quanto bisogna a disfogare il core.
Piangan le rime ancor, piangano i versi,
perchè ’l nostro amoroso messer Cino
novellamente s’è da noi partito.
Pianga Pistoia e i cittadin perversi
che perdut’hanno sì dolce vicino;
e rallegrasi il ciel ov’egli è gito.
Francesco Petrarca
Sennuccio mio, benchè doglioso e solo
Sennuccio mio, benchè doglioso e solo
m’abbi lasciato, io pur mi riconforto;
perchè del corpo, ov’eri preso e morto,
alteramente se’ levato a volo.
Or vedi insieme l’uno e l’altro polo,
le stelle vaghe e lor viaggio torto,
e vedi il veder nostro quanto è corto;
onde col tuo gioir tempro ’l mio duolo.
Ma ben ti prego che ’n la terza spera
Guitton saluti e messer Cino e Dante,
Franceschin nostro e tutta quella schiera.
A la mia Donna ben puoi dire in quante
lagrime io viva e son fatt’ una féra
membrando il suo bel viso e l’opre sante.
m’abbi lasciato, io pur mi riconforto;
perchè del corpo, ov’eri preso e morto,
alteramente se’ levato a volo.
Or vedi insieme l’uno e l’altro polo,
le stelle vaghe e lor viaggio torto,
e vedi il veder nostro quanto è corto;
onde col tuo gioir tempro ’l mio duolo.
Ma ben ti prego che ’n la terza spera
Guitton saluti e messer Cino e Dante,
Franceschin nostro e tutta quella schiera.
A la mia Donna ben puoi dire in quante
lagrime io viva e son fatt’ una féra
membrando il suo bel viso e l’opre sante.
Franco Cavallo
Cimitero
Nel cimitero marino di Capri
non volano colombe
come in quelle di Sète.
La distanza che vi corre
è la stessa che passa
tra Malaparte e Valéry.
Vi spuntano fiori bellissimi
questo è vero. Ma i
morti vivono costipati
e non hanno prospettive.
Da BLUES DEL MAR ROSSO
non volano colombe
come in quelle di Sète.
La distanza che vi corre
è la stessa che passa
tra Malaparte e Valéry.
Vi spuntano fiori bellissimi
questo è vero. Ma i
morti vivono costipati
e non hanno prospettive.
Da BLUES DEL MAR ROSSO
Franco Fortini
Deducant te angeli
1
Non questi abeti non
il ribrezzo della cascata ma
questa la sequenza.
Prima vengono le pietre dei greti
poi gli alberghi sbarrati.
Secondo: le nebbie e i compianti.
Erosioni, mostri.
Tutto chiuso anche la casa cantoniera
e gli isolatori tintinnano.
Terzo: l’ostinazione del torrente
e la condotta forzata
assolutamente giù
cono di deiezione.
Meglio tergere il cristallo
fuggire lo sterminio i detriti il laser
che recide chi passa
per questo borgo.
Era vissuta qui.
Dov’era l’ospizio
ora c’è ecco
lacrimante uno stabilimento.
La minorata che ti raccontarono.
Morta ma quando da tanto.
Oligofrenica coi suoi ditoni
buona e capiva
anima di colomba
decorticata e strideva.
2
3
La corriera fa marcia indietro sul ponte di legno.
Nevica sulla spalletta, sul collo
dello spaccalegna che entra allo spaccio. Il resto
è ben chiuso o sembra.
Certamente lassù il cimitero austriaco
sotto le stille dell’abetina, con la Beata Vergine
turchina in lacrime d’argento
e i fagotti in costume
o in uniforme certamente
sotto lapidi e ferri.
Ma un raggio dalla centrale
abbaglia oltre la nebbia
taglia marmo rame zinco.
Tutto fra poco apparirà ti assicurano
verranno a portare via tutto
entro aprile.
Ma non crederci no
è qui che si apre la buca qui
ti pianteranno i manigoldi.
Scappa fin che puoi scappa fra i meli defoliati
vergine testona fiato lordo mia maturità strabica mia creatura
antenata ingiustificata irrecuperata seme di credente
di breve convulsione di contratta disperazione
amore della tua mamma
faccina mitragliata fotografata
parola inesistita mia giovinezza
carico di carne uccisa che l’elicottero solleva
da questo mondo portatemi via
un servo
un servo non inutile
merita questo.
Non questi abeti non
il ribrezzo della cascata ma
questa la sequenza.
Prima vengono le pietre dei greti
poi gli alberghi sbarrati.
Secondo: le nebbie e i compianti.
Erosioni, mostri.
Tutto chiuso anche la casa cantoniera
e gli isolatori tintinnano.
Terzo: l’ostinazione del torrente
e la condotta forzata
assolutamente giù
cono di deiezione.
Meglio tergere il cristallo
fuggire lo sterminio i detriti il laser
che recide chi passa
per questo borgo.
Era vissuta qui.
Dov’era l’ospizio
ora c’è ecco
lacrimante uno stabilimento.
La minorata che ti raccontarono.
Morta ma quando da tanto.
Oligofrenica coi suoi ditoni
buona e capiva
anima di colomba
decorticata e strideva.
2
3
La corriera fa marcia indietro sul ponte di legno.
Nevica sulla spalletta, sul collo
dello spaccalegna che entra allo spaccio. Il resto
è ben chiuso o sembra.
Certamente lassù il cimitero austriaco
sotto le stille dell’abetina, con la Beata Vergine
turchina in lacrime d’argento
e i fagotti in costume
o in uniforme certamente
sotto lapidi e ferri.
Ma un raggio dalla centrale
abbaglia oltre la nebbia
taglia marmo rame zinco.
Tutto fra poco apparirà ti assicurano
verranno a portare via tutto
entro aprile.
Ma non crederci no
è qui che si apre la buca qui
ti pianteranno i manigoldi.
Scappa fin che puoi scappa fra i meli defoliati
vergine testona fiato lordo mia maturità strabica mia creatura
antenata ingiustificata irrecuperata seme di credente
di breve convulsione di contratta disperazione
amore della tua mamma
faccina mitragliata fotografata
parola inesistita mia giovinezza
carico di carne uccisa che l’elicottero solleva
da questo mondo portatemi via
un servo
un servo non inutile
merita questo.
Franco Loi
Chi siga? La sguissa ‘na sgrignàpula
Chi siga? La sguissa ‘na sgrignàpula
e, de cera, la slarga la sua pell,
‘me mì, la nott, e sent che l’aria tucca,
e ‘l ciel, la tèra, e tòma e sguinza,
e, cum’j orb, la curr de là del vess,
de là de l’aria,
la vula nel penser che l’è la mort...
...mort fâ de lüna che la va sü j òmm,
òmm fâ de tèra che suspira al ciel,
tra ‘l vent che strüsa i metéur nel nient,
che van, che tùrnen, j se perd tra i stell,
‘me quel müciàss di gent che, scrufulus,
j ghìggia e, a scarpagòzz, gurghìren sfrunz,
tì, ansia, che da tèra la me tira,
rasa te pàsset al vul d’un sguladur
in due ‘l pissà del temp el se consüma,
cume se ‘n pass l’entràss e, ‘n òlter pass,
un mund che mì me ciama, e che me streppa,
‘na vita mia diversa me mustràss,
e un pass l’è già ‘n regòrd, e la mia ansia,
de culp, l’è via Teodosio, e mì sun sul,
sun sul e sun pü mì, sun de quel mund
due la memoria entra a la visiun...
e, de cera, la slarga la sua pell,
‘me mì, la nott, e sent che l’aria tucca,
e ‘l ciel, la tèra, e tòma e sguinza,
e, cum’j orb, la curr de là del vess,
de là de l’aria,
la vula nel penser che l’è la mort...
...mort fâ de lüna che la va sü j òmm,
òmm fâ de tèra che suspira al ciel,
tra ‘l vent che strüsa i metéur nel nient,
che van, che tùrnen, j se perd tra i stell,
‘me quel müciàss di gent che, scrufulus,
j ghìggia e, a scarpagòzz, gurghìren sfrunz,
tì, ansia, che da tèra la me tira,
rasa te pàsset al vul d’un sguladur
in due ‘l pissà del temp el se consüma,
cume se ‘n pass l’entràss e, ‘n òlter pass,
un mund che mì me ciama, e che me streppa,
‘na vita mia diversa me mustràss,
e un pass l’è già ‘n regòrd, e la mia ansia,
de culp, l’è via Teodosio, e mì sun sul,
sun sul e sun pü mì, sun de quel mund
due la memoria entra a la visiun...
Gabriele D'Annunzio
Invocazione
Kαλòς τέϑνακε μελικταζ
Bocca amata, soave e pur dolente,
qual già finsero l’Arte e il Sogno mio;
ambigua forma, tolta a un semidio,
al bello Ermafrodito adolescente;
o bocca sinuosa umida ardente
che a me, dove più forte urge il desìo,
a me sommerso in un profondo oblìo
suggi la vita infaticabilmente;
o gran chioma diffusa in su’ ginocchi
miei nel dolce atto; o fredda man che spandi
il brivido e mi senti abbrividire;
o voi, tra i lunghi cigli languidi occhi,
che v’aprite al mio grido ultimo e grandi
lampeggiate guardandomi morire,
oh ch’io muoia, ch’io muoia al fin di vera
morte e quel grido il grido ultimo sia
veramente e di lacrime la mia
spoglia s’irrori ne la dolce sera
e tutti i mirti de la primavera
le sian letto e gli aromi di Sirìa
l’aspergano ed in grave teoria
la traggan per la pallida riviera
con lenti inni gli Efebi (a le seguaci
Vergini tremi sotto la ghirlanda
la gota lungo il flauto sonora)
e s’accendano gli astri come faci
e al termine degli inni in ciel si spanda
come una rosa la divina Aurora!
Bocca amata, soave e pur dolente,
qual già finsero l’Arte e il Sogno mio;
ambigua forma, tolta a un semidio,
al bello Ermafrodito adolescente;
o bocca sinuosa umida ardente
che a me, dove più forte urge il desìo,
a me sommerso in un profondo oblìo
suggi la vita infaticabilmente;
o gran chioma diffusa in su’ ginocchi
miei nel dolce atto; o fredda man che spandi
il brivido e mi senti abbrividire;
o voi, tra i lunghi cigli languidi occhi,
che v’aprite al mio grido ultimo e grandi
lampeggiate guardandomi morire,
oh ch’io muoia, ch’io muoia al fin di vera
morte e quel grido il grido ultimo sia
veramente e di lacrime la mia
spoglia s’irrori ne la dolce sera
e tutti i mirti de la primavera
le sian letto e gli aromi di Sirìa
l’aspergano ed in grave teoria
la traggan per la pallida riviera
con lenti inni gli Efebi (a le seguaci
Vergini tremi sotto la ghirlanda
la gota lungo il flauto sonora)
e s’accendano gli astri come faci
e al termine degli inni in ciel si spanda
come una rosa la divina Aurora!
Giacomo Leopardi
Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte
ingenerò la sorte.
Cose quaggiù sì belle
altre il mondo non ha, non han le stelle.
Nasce dall’uno il bene
nasce il piacer maggiore
che per lo mar dell’essere si trova;
l’altra ogni gran dolore
ogni gran male annulla.
Bellissima fanciulla,
dolce a veder, non quale
la si dipinge la codarda gente,
gode il fanciullo Amore
accompagnar sovente;
e sorvolano insiem la via mortale,
primi conforti d’ogni saggio core.
Nè cor fu mai più saggio
che percosso d’amor, nè mai più forte
sprezzò l’infausta vita,
nè per altro signore
come per questo a perigliar fu pronto:
ch’ove tu porgi aita,
Amor, nasce il coraggio,
o si ridesta; e sapiente in opre,
non in pensiero invan, siccome suole,
divien l’umana prole.
Quando novellamente
nasce nel cor profondo
un amoroso affetto,
languido e stanco insiem con esso in petto
un desiderio di morir si sente:
come, non so: ma tale
d’amor vero e possente è il primo effetto.
Forse gli occhi spaura
allor questo deserto: a sè la terra
forse il mortale inabitabil fatta
vede omai senza quella
nova, sola, infinita
felicità che il suo pensier figura:
ma per cagion di lei grave procella
presentendo in suo cor, brama quiete,
brama raccorsi in porto
dinanzi al fier desio,
che già, rugghiando, intorno intorno oscura.
Poi, quando tutto avvolge
la formidabil possa,
e fulmina nel cor l’invitta cura,
quante volte implorata
con desiderio intenso,
Motte, sei tu dall’affannoso amante!
Quante la sera, e quante
abbandonando all’alba il corpo stanco,
se beato chiamò s’indi giammai
non rilevasse il fianco,
nè tornasse a veder l’amara luce!
E spesso al suon della funebre squilla,
al canto che conduce
la gente morta al sempiterno oblio,
con più sospiri ardenti
dall’imo petto invidiò colui
che tra gli spenti ad abitar sen giva.
Fin. la negletta plebe,
l’uom della villa, ignaro
d’ogni virtù che da saper deriva,
fin la donzella timidetta e schiva,
che già di morte al nome
sentì rizzar le chiome,
osa alla tomba, alle funeree bende
fermar lo sguardo di costanza pieno,
osa ferro e veleno
meditar lungamente,
e nell’indotta mente
la gentilezza del morir comprende.
Tanto alla morte inclina
d’amor la disciplina. Anco sovente,
a tal venuto il gran travaglio interno
che sostener nol può forza mortale,
o cede il corpo frale
ai terribili moti, e in questa forma
pel fraterno poter Morte prevale;
o così sprona Amor là nel profondo,
che da se stessi il villanello ignaro,
la tenera donzella
con la man violenta
pongon le membra giovanili in terra.
Ride ai lor casi il mondo,
a cui pace e vecchiezza il ciel consenta.
Ai fervidi, ai felici,
agli animosi ingegni
l’uno o l’altro di voi conceda il fato,
dolci signori, amici
all’umana famiglia;
al cui poter nessun poter somiglia
nell’immenso universo, e non l’avanza,
se non quella del fato, altra possanza.
E tu, cui già dal cominciar degli anni
sempre onorata invoco,
bella Morte, pietosa
tu sola al mondo dei terreni affanni,
se celebrata mai
fosti da me, s’al tuo divino stato
l’onte del volgo ingrato
ricompensar tentai,
non tardar più, t’inchina
a disusati preghi,
chiudi alla luce omai
questi occhi tristi, o dell’età reina.
Mee certo troverai, qual si sia l’ora
che tu le penne al mio pregar dispieghi,
erta la fronte, armato,
e renitente al fato,
la man che flagellando si colora
nel mio sangue innocente
non ricolmar di lode,
non benedir, com’usa
per antica viltà l’umana gente;
ogni vana speranza onde consola
sè coi fanciulli il mondo,
ogni conforto stolto
gittar da me; null’altro in alcun tempo
sperar, se non te sola;
solo aspettar sereno
quel dì ch’io pieghi addormentato il volto
nel tuo virgineo seno.
ingenerò la sorte.
Cose quaggiù sì belle
altre il mondo non ha, non han le stelle.
Nasce dall’uno il bene
nasce il piacer maggiore
che per lo mar dell’essere si trova;
l’altra ogni gran dolore
ogni gran male annulla.
Bellissima fanciulla,
dolce a veder, non quale
la si dipinge la codarda gente,
gode il fanciullo Amore
accompagnar sovente;
e sorvolano insiem la via mortale,
primi conforti d’ogni saggio core.
Nè cor fu mai più saggio
che percosso d’amor, nè mai più forte
sprezzò l’infausta vita,
nè per altro signore
come per questo a perigliar fu pronto:
ch’ove tu porgi aita,
Amor, nasce il coraggio,
o si ridesta; e sapiente in opre,
non in pensiero invan, siccome suole,
divien l’umana prole.
Quando novellamente
nasce nel cor profondo
un amoroso affetto,
languido e stanco insiem con esso in petto
un desiderio di morir si sente:
come, non so: ma tale
d’amor vero e possente è il primo effetto.
Forse gli occhi spaura
allor questo deserto: a sè la terra
forse il mortale inabitabil fatta
vede omai senza quella
nova, sola, infinita
felicità che il suo pensier figura:
ma per cagion di lei grave procella
presentendo in suo cor, brama quiete,
brama raccorsi in porto
dinanzi al fier desio,
che già, rugghiando, intorno intorno oscura.
Poi, quando tutto avvolge
la formidabil possa,
e fulmina nel cor l’invitta cura,
quante volte implorata
con desiderio intenso,
Motte, sei tu dall’affannoso amante!
Quante la sera, e quante
abbandonando all’alba il corpo stanco,
se beato chiamò s’indi giammai
non rilevasse il fianco,
nè tornasse a veder l’amara luce!
E spesso al suon della funebre squilla,
al canto che conduce
la gente morta al sempiterno oblio,
con più sospiri ardenti
dall’imo petto invidiò colui
che tra gli spenti ad abitar sen giva.
Fin. la negletta plebe,
l’uom della villa, ignaro
d’ogni virtù che da saper deriva,
fin la donzella timidetta e schiva,
che già di morte al nome
sentì rizzar le chiome,
osa alla tomba, alle funeree bende
fermar lo sguardo di costanza pieno,
osa ferro e veleno
meditar lungamente,
e nell’indotta mente
la gentilezza del morir comprende.
Tanto alla morte inclina
d’amor la disciplina. Anco sovente,
a tal venuto il gran travaglio interno
che sostener nol può forza mortale,
o cede il corpo frale
ai terribili moti, e in questa forma
pel fraterno poter Morte prevale;
o così sprona Amor là nel profondo,
che da se stessi il villanello ignaro,
la tenera donzella
con la man violenta
pongon le membra giovanili in terra.
Ride ai lor casi il mondo,
a cui pace e vecchiezza il ciel consenta.
Ai fervidi, ai felici,
agli animosi ingegni
l’uno o l’altro di voi conceda il fato,
dolci signori, amici
all’umana famiglia;
al cui poter nessun poter somiglia
nell’immenso universo, e non l’avanza,
se non quella del fato, altra possanza.
E tu, cui già dal cominciar degli anni
sempre onorata invoco,
bella Morte, pietosa
tu sola al mondo dei terreni affanni,
se celebrata mai
fosti da me, s’al tuo divino stato
l’onte del volgo ingrato
ricompensar tentai,
non tardar più, t’inchina
a disusati preghi,
chiudi alla luce omai
questi occhi tristi, o dell’età reina.
Mee certo troverai, qual si sia l’ora
che tu le penne al mio pregar dispieghi,
erta la fronte, armato,
e renitente al fato,
la man che flagellando si colora
nel mio sangue innocente
non ricolmar di lode,
non benedir, com’usa
per antica viltà l’umana gente;
ogni vana speranza onde consola
sè coi fanciulli il mondo,
ogni conforto stolto
gittar da me; null’altro in alcun tempo
sperar, se non te sola;
solo aspettar sereno
quel dì ch’io pieghi addormentato il volto
nel tuo virgineo seno.
Giaime Pintor
Al ragazzo Elis
Elis, se il merlo chiama da nere foreste,
allora è il tuo tramonto.
Bevono le tue labbra il fresco di azzurre sorgenti.
Lascia, se la tua fronte piano sanguina,
le remote leggende
e il presagio oscuro del volo.
Tu che vai con passi taciti nella notte
carica di grappoli purpurei
levi più belle nell’azzurro le braccia.
Batte un cespo di rovi
dove i tuoi occhi guardano, lunari.
Elis da quanto tempo tu sei morto.
Il tuo corpo è un giacinto
in cui fruga con ceree dita un monaco.
Il silenzio è una nera grotta; sbuca
di tanto in tanto timida una fiera,
abbassa lenta le palpebre gravi.
Nera rugiada cola alle tue tempie,
ultimo oro di stelle cadute.
allora è il tuo tramonto.
Bevono le tue labbra il fresco di azzurre sorgenti.
Lascia, se la tua fronte piano sanguina,
le remote leggende
e il presagio oscuro del volo.
Tu che vai con passi taciti nella notte
carica di grappoli purpurei
levi più belle nell’azzurro le braccia.
Batte un cespo di rovi
dove i tuoi occhi guardano, lunari.
Elis da quanto tempo tu sei morto.
Il tuo corpo è un giacinto
in cui fruga con ceree dita un monaco.
Il silenzio è una nera grotta; sbuca
di tanto in tanto timida una fiera,
abbassa lenta le palpebre gravi.
Nera rugiada cola alle tue tempie,
ultimo oro di stelle cadute.
Giorgio Barberi Squarotti
La ragazza del Queensland
La mamma è morta a giugno: la ragazza
italiana del Queensland mi ha scritto.
li allora? sulla sabbia sta morendo il pesce
che un pescatore ha trascinato fuori
del mare grigio sotto il cielo vuoto
d’ogni colore, arido,
e non sono già nudi come i morti
questi che sono intorno, donne e uomini
che parlano di auto di denaro
guadagnato, di nascite in qualche altro
improbabile zeppa
sotto le enormi macerie della storia:
non muoiono soltanto le onde stupide
del mare, senza senso ripetute
che luce sia o tenebra o vi ponga
il piede incerto il mutilato col moncone roseo,
o la bambina bruna, un po’ inquieta,
perché un vecchio le ha appena detto
che è bella.
italiana del Queensland mi ha scritto.
li allora? sulla sabbia sta morendo il pesce
che un pescatore ha trascinato fuori
del mare grigio sotto il cielo vuoto
d’ogni colore, arido,
e non sono già nudi come i morti
questi che sono intorno, donne e uomini
che parlano di auto di denaro
guadagnato, di nascite in qualche altro
improbabile zeppa
sotto le enormi macerie della storia:
non muoiono soltanto le onde stupide
del mare, senza senso ripetute
che luce sia o tenebra o vi ponga
il piede incerto il mutilato col moncone roseo,
o la bambina bruna, un po’ inquieta,
perché un vecchio le ha appena detto
che è bella.
Giorgio Caproni
Congedo del viaggiatore cerimonioso
Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.
Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.
Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte;
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.
(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare).
Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.
Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite, è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto s’io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.
Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.
Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento.
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.
Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.
Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte;
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.
(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare).
Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.
Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite, è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto s’io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.
Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.
Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento.
Giorgio Orelli
In memoria
È bastato un uccello che fuggisse
di sotto ai rami schietti d’un sambuco
e un attimo radesse l’acqua verde
per ripensare a te, convinto
com’eri che «una fine con spavento
è meglio d’uno spavento senza fine»
(ancora annominatio, disco rotto).
Ma ecco avvampa nel suo training rosso
l’ex allieva che non ricorda nulla
e si ritempra col PERCORSO VITA.
Di stazione in stazione
eccola che s’arresta: flette, tende
il tronco, alza le braccia in alto,
le bilancia in avanti, poi cerchi,
salti accosciati, costali
sugli ostacoli, senza trascurare
le ginocchia, le anche,
fino al ponte
dove ti ritrovarono.
di sotto ai rami schietti d’un sambuco
e un attimo radesse l’acqua verde
per ripensare a te, convinto
com’eri che «una fine con spavento
è meglio d’uno spavento senza fine»
(ancora annominatio, disco rotto).
Ma ecco avvampa nel suo training rosso
l’ex allieva che non ricorda nulla
e si ritempra col PERCORSO VITA.
Di stazione in stazione
eccola che s’arresta: flette, tende
il tronco, alza le braccia in alto,
le bilancia in avanti, poi cerchi,
salti accosciati, costali
sugli ostacoli, senza trascurare
le ginocchia, le anche,
fino al ponte
dove ti ritrovarono.
Giorgio Orelli
Nel cerchio familiare
Una luce funerea, spenta,
raggela le conifere
dalla scorza che dura oltre la morte,
e tutto è fermo in questa conca
scavata con dolcezza dal tempo:
nel cerchio familiare
da cui non ha senso scampare.
Entro un silenzio così conosciuto
i morti sono più vivi dei vivi:
da linde camere odorose di canfora
scendono per le botole in stufe
rivestite di legno, aggiustano i propri ritratti,
tornano nella stalla a rivedere i capi
di pura razza bruna.
Ma,
senza ferri da talpe, senza ombrelli
per impigliarvi rondini;
non cauti, non dimentichi in rincorse,
dietro quale carillon ve ne andate,
ragazzi per i prati intirizziti?
La cote è nel suo corno.
Il pollaio s’appoggia al suo sambuco.
I falangi stanno a lungo intricati
sui muri della chiesa.
La fontana con l’acqua si tiene compagnia.
Ed io, restituito
a un più discreto amore della vita...
raggela le conifere
dalla scorza che dura oltre la morte,
e tutto è fermo in questa conca
scavata con dolcezza dal tempo:
nel cerchio familiare
da cui non ha senso scampare.
Entro un silenzio così conosciuto
i morti sono più vivi dei vivi:
da linde camere odorose di canfora
scendono per le botole in stufe
rivestite di legno, aggiustano i propri ritratti,
tornano nella stalla a rivedere i capi
di pura razza bruna.
Ma,
senza ferri da talpe, senza ombrelli
per impigliarvi rondini;
non cauti, non dimentichi in rincorse,
dietro quale carillon ve ne andate,
ragazzi per i prati intirizziti?
La cote è nel suo corno.
Il pollaio s’appoggia al suo sambuco.
I falangi stanno a lungo intricati
sui muri della chiesa.
La fontana con l’acqua si tiene compagnia.
Ed io, restituito
a un più discreto amore della vita...