Andrea Zanzotto

Andrea Zanzotto

13 settembre 1959 (Variante)

Luna puella pallidula
Luna flora eremitica,
Luna unica selenita,
distonia vita traviata,
atonia vita evitata,
mataia, matta morula,É
vampirisma, paralisi,
glabro latte, polarizzato zucchero,
peste innocente, patrona inclemente,
protovergine, alfa privativo,
degravitante sughero,
pomo e potenza della polvere,
phiala e coscienza delle tenebre,
geyser, fase, cariocinesi,
Luna neve nevissima novissima,
Luna glacies-glaciei?
Luna medulla cordis mei,"°
Vertigine
per secanti e tangenti fugitiva

La mole della mia fatica
già da me sgombri
la mia sostanza sgombri
a me cresci a me vieni a te vengo

Ecloga IV
Polifemo, Bolla fenomenica, Primavera

Animula vagula blandula
Imperatore Adriano

Persone: a, Polifemo

«Dolce» fiato che muovi
a-
le nascite dal guscio, il coma, il muto:
«dolce» bruma che covi
il ritorno del patto convenuto;
uomo, termine vago,
impropria luce, uomo a cui non rispondo,
salto che il piede spezza sopra il mondo.

Godono i prati acqua silenzio e viole;
da fiale laghi, nevi si versano.
Occhio, pullus nel guscio: ho veduto
nell’errare del mondo errante il sole.

Mondo, termine vago, primavera
che mi chiami nel tuo psicoide fioco.
Ancora un poco è giusto
ch’io stia al gioco, stia al fiato,
all’afflato,
di lutea passibile cera,
io, e mondo primavera.

E vengo, dritto, obliquo,
vengo gibboso, liscio;
come germe che abbonda
di dente ammicco e striscio
e premo alle lane onde ammanta
il dì le sue fetali clorofille.
Mr’adergo, prillo, come a musicale
sferza la trottola. Poi che qui tutto è «musica».
Non uomo, dico, ma bolla fenomenica.
Ah, domenica è sempre domenica.

Le bolle fenomeniche alle mille
stimolazioni variano s’incupano
scintillano. Sferica
è anche la speranza, anche la sete.
Abiuro dalle lettere consuete.
O primavera di cocchi e di lendini,
primavera di lìquor, dei, suspense,
«vorrei trovare
parole nuove»:
ma il petalo e la frangia, ma l’erba e il lembo muove,
muovono al gioco i giocatori. Monadi
radianti, folle, bolle a corimbi e tu
tondo comunque, a tutta volta, estremo
occhio di Polifemo.

Po.- No, qui non si dissoda, qui non si cambia testo,
qui si ricade, qui
frigge nel cavo fondo della vista
il renitente trapano, la trista
macchina, il giro viziosissimo.
E qui su questo,
assestandomi, giuro:
io Polifemo sferico monocolo
ebbro del vino d’Ismaro primavera,
io donde cola, crapula, la vita
(oh: vino d’Ismaro; oh: vita; oh: primavera!).

BELTÀ
LA
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Poesie

33

13 settembre 1959 (Variante)

Luna puella pallidula
Luna flora eremitica,
Luna unica selenita,
distonia vita traviata,
atonia vita evitata,
mataia, matta morula,É
vampirisma, paralisi,
glabro latte, polarizzato zucchero,
peste innocente, patrona inclemente,
protovergine, alfa privativo,
degravitante sughero,
pomo e potenza della polvere,
phiala e coscienza delle tenebre,
geyser, fase, cariocinesi,
Luna neve nevissima novissima,
Luna glacies-glaciei?
Luna medulla cordis mei,"°
Vertigine
per secanti e tangenti fugitiva

La mole della mia fatica
già da me sgombri
la mia sostanza sgombri
a me cresci a me vieni a te vengo

Ecloga IV
Polifemo, Bolla fenomenica, Primavera

Animula vagula blandula
Imperatore Adriano

Persone: a, Polifemo

«Dolce» fiato che muovi
a-
le nascite dal guscio, il coma, il muto:
«dolce» bruma che covi
il ritorno del patto convenuto;
uomo, termine vago,
impropria luce, uomo a cui non rispondo,
salto che il piede spezza sopra il mondo.

Godono i prati acqua silenzio e viole;
da fiale laghi, nevi si versano.
Occhio, pullus nel guscio: ho veduto
nell’errare del mondo errante il sole.

Mondo, termine vago, primavera
che mi chiami nel tuo psicoide fioco.
Ancora un poco è giusto
ch’io stia al gioco, stia al fiato,
all’afflato,
di lutea passibile cera,
io, e mondo primavera.

E vengo, dritto, obliquo,
vengo gibboso, liscio;
come germe che abbonda
di dente ammicco e striscio
e premo alle lane onde ammanta
il dì le sue fetali clorofille.
Mr’adergo, prillo, come a musicale
sferza la trottola. Poi che qui tutto è «musica».
Non uomo, dico, ma bolla fenomenica.
Ah, domenica è sempre domenica.

Le bolle fenomeniche alle mille
stimolazioni variano s’incupano
scintillano. Sferica
è anche la speranza, anche la sete.
Abiuro dalle lettere consuete.
O primavera di cocchi e di lendini,
primavera di lìquor, dei, suspense,
«vorrei trovare
parole nuove»:
ma il petalo e la frangia, ma l’erba e il lembo muove,
muovono al gioco i giocatori. Monadi
radianti, folle, bolle a corimbi e tu
tondo comunque, a tutta volta, estremo
occhio di Polifemo.

Po.- No, qui non si dissoda, qui non si cambia testo,
qui si ricade, qui
frigge nel cavo fondo della vista
il renitente trapano, la trista
macchina, il giro viziosissimo.
E qui su questo,
assestandomi, giuro:
io Polifemo sferico monocolo
ebbro del vino d’Ismaro primavera,
io donde cola, crapula, la vita
(oh: vino d’Ismaro; oh: vita; oh: primavera!).

BELTÀ
LA

Al mondo

Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.

Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu «santo» e «santificato»
un po’ più in là, da lato, da lato.

Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.

Su, münchhausen

Alto, altro linguaggio, fuori idioma?

Lingue fioriscono affascinano
inselvano e tradiscono in mille
aghi di mutismi e sordità
sprofondano e aguzzano in tanti e tantissimi idioti
Lingue tra i cui baratri invano
si crede passare— fioriti, fioriti, in altissimi
sapori e odori, ma sono idiozia
Idioma, non altro, è ciò che mi attraversa
in persecuzioni e aneliti h j k ch ch ch
idioma
è quel gesto ingessato
che accumula
sere sforbiciate via verso il niente. Ma
pare che da rocks crudelmente franti tra
i denti diamantiferi, in
ebbri liquori vengano gl’idiomi!
Pare, ognuno, residuo di sé, di
io-lingua, ridotto a seduzione!
Ma vedi come—in idioma—corra i più orribili rischi
la stessa nebbia fatata del mondo, stock
di ogni estatico scegliere, di ogni devozione
E là mi trascino, all’intraducibile perché
fuori-idioma, al qui, al sùbito,
al circuito chiuso che pulsa,
al grumo, al giro di guizzi in un monitor
Non vi siano idiomi, né traduzioni, ora
entro il disperso
il multivirato sperperarsi in sé
di questo ritornante attacco dell’autunno.
«Attacco», «traduzioni», che dissi? O
altri sinonimi h j k ch ch ch
sempre più nervosamente adatti, in altri idiomi?
Ma che m’interessa ormai degli idiomi?
Ma sì, invece, di qualche
piccola poesia, che non vorrebbe saperne
ma pur vive e muore in essi—di ciò m’interessa
e del foglio di carta
per sempre rapinato dall’oscurità
ventosa di una ValPiave
davvero definitivamente
canadese o australiana
o aldilà.

Altri papaveri

Fieri di una fierezza e foia barbara
sovrabbondanti con ogni petalo
rosso + rosso + rosso + rosso
coup de dés maledetto
sanguinosePOTENZE dilaganti,
quasi ognuno di voi a coprire un prato intero —
da che
da che mondi stragiferi
stragiferi papaveri
qui vi accampaste avvampando
sfacciato forno di rosso
che in mistiche chiazze
non cessa di accedere sgorgar su
straventando i soliti maggi grigioblù?
Come i calabroni si fanno sempre più enormi
CRABRO CRABRO
e quasi difformi da ogni destino
e le limacce budella a stravento su verzure:
via! via! è tempo di toglier via questa primavera
di pozze di sangue da tiri di cecchino
Correre correre
coprendosi in affanno teste e braccia e corpi orbi
correre correre per chi
corre e corre sotto calabroni e cecchini
e in orridi papaveri finì

Cantilena londinese

Pin penin
valentin
pena bianca
mi quaranta
mi un mi dói mi trèi mi quatro
mi sinque mi sie mi sète mi òto
buròto
stradèa
comodèa –

Pin penin
fureghin
perle e filo par inpirar
e pètena par petenar
e po’ codini e nastrini e cordéa –

le xé le comedie i zoghessi de chéa
che jeri la jera putèa

Pin pidin
cossa gastu visto?
‘Sta piavoleta nua
‘sto corpesin ‘ste rosete
‘sta viola che te consola
‘sta pele lissa come séa
‘sti pissigheti de rissi
‘sti oceti che te varda fissi
e che sa dir “te vòi ben”
‘ste suchete ‘sta sfeseta –

le xé le belesse da portar a nosse
a nosse conposte de chéa
che jeri la jera putèa

Pin penin
valentin
o mio ben,
te serco intel’l fogo inte’l giasso
te serco e no ghe riesso
te serco e no ghe la fasso,
pan e dedin
polenta e nasin –
chi me fa dormir
chi me fa morir
tuta pa’l me amor
chi me fa tornar
coi baseti che ciùcia
coi brasseti che struca
co la camiseta più bèa –

le xé le voje i caprissi de chéa
che jeri la jera putèa

Pin pidin
valentin
pan e vin
o mio ben,
un giosso, solo che un giosso,
te serco drento inte ‘l masso
te serco fora dal masso
te serco te serco e indrio sbrisso,
chi xé che porta ‘l mio ben
chi me descanta
chi me desgàtia
chi me despira,
pan e pidin
polenta e nasin
polenta e late
da le tetine mate
da le tetine beate –

i xé i zoghessi de la piavoleta
le xé le nosse i caprissi de chea
de chéa
che jeri la jera putèa.

Colloquio

Per il deluso autunno,
per gli scolorenti
boschi vado apparendo, per la calma
profusa, lungi dal lavoro
e dal sudato male.
Teneramente
sento la dalia e il crisantemo
fruttificanti ovunque sulle spalle
del muschio, sul palpito sommerso
d’acque deboli e dolci.
Improbabile esistere di ora
in ora allinea me e le siepi
all’ultimo tremore
della diletta luna,
vocali foglie emana
l’intimo lume della valle. E tu
in un marzo perpetuo le campane
dei Vesperi, la meraviglia
delle gemme e dei selvosi uccelli
e del languore, nel ripido muro
nella strofe scalfita ansimando m’accenni;
nel muro aperto da piogge e da vermi
il fortunato marzo
mi spieghi tu con umili
lontanissimi errori, a me nel vivo
d’ottobre altrimenti annientato
ad altri affanni attento.

Sola sarai, calce sfinita e segno,
sola sarai fin che duri il letargo
o s’ecciti la vita.

Io come un fiore appassito
guardo tutte queste meraviglie

E marzo quasi verde quasi
meriggio acceso di domenica
marzo senza misteri

inebetì nel muro.

Come vorrei preludere a una vera-mente

Come vorrei preludere a una vera-mente
a una vera-vita.
Quanto finora mi trovai vicino e
sotto gli occhi e tra le mani
scritto circoscritto descritto trascritto
non scritto,
piume pennini grafite e poi l’illustre biro.
Scritto in sommo grado, tutto annapurna
e quei grandi ghiacciai quelle faglie-fuìs,
quel tutto-snob maledetto e maldestro,
qui bisogna...
E l’inefficace operazione, storia
librata là in quell’area vuota
in quella luce limitata limata,
miseramente congesta e risparmiata
per disegni e illuminature,
mi parve un fondato sistema
mi parve un modo, un cespo, oltre.
E vivanda, da vivere.
«È l’olio vivo, è una fibra viva.»
Là è il vivente. Ma non è ancora ristoro (restauro),
nulla è la sede, nullo
l’invivimento l’invivarsi.
Forse l’incontro di un dispotico qui
di un qui puntiforme unitissimo
commesso nel perfetto
o là verso l’allitterato
esordiente paesaggio,
bimbo effato, Veneto in pittura-ura.
E io mi do da fare.

Così siamo

Dicevano, a Padova, «anch’io»
gli amici «l’ho conosciuto».
E c’era il romorio d’un’acqua sporca
prossima, e d’una sporca fabbrica:
stupende nel silenzio.
Perché era notte. «Anch’io
l’ho conosciuto.»
Vitalmente ho pensato
a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza.

E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.

Da Fosfeni

Chi s’illuse su quel casto lingueggiare
chi su quei tenui sussulti? Chi
fidò un dì nella sfumante diaspora
di primavera e promessa, primavera
perché sposa-folla
cara al grigiore?
Chi praticò intergamie lungo ogni sinapsi
ogni elemento ogni mathesi?
Chi convocò benignamente a cometa
dirupi di foglie, sortilegi di nevi, umani sguardi?
Chi aprì al pubblico la perenta erotica cineteca?
Chi salvò col solo stuzzicare di una piuma
le nari i lobi delle orecchie i capezzoli
le ipofisi, chi salvò?
Ma con queste falcate collinari andrò
fino ai primi rapporti con ghiacci senza fine
con vertigini infidamente divinatrici
predicando ogni non-religione
ogni conversione oppure conversazione,
non predicando, non predicando cadendo ne

Declivio su Lorna

Mese di pochi giorni,
o tu dalla docile polpa,
chiaro collo curioso
seno caldo che nutre,
dolce uva nella gola,
teneri uccelli che si districano
dai vischi della lontananza
e che indugiano audacemente
tra gli equilibri delle dita
a illustrare le loro piume
e le loro gioie minute,
uccelli disingannati,
maiuscoli pavoni delle siepi,
aiole come mazzi improvvisati,
laghi dallo stupore di goccia:
ogni albero ha dietro di sé
l’ombra sua bene abbigliata,
paradisi di crisantemi
si addensano in climi azzurri.
Ho raccolto la foglia di colore
e la ciliegia dimenticata
sul colle meno visibile;
infanzia raccolta acino ad acino,
infanzia sapido racimolo,
la formica ha consumato il gusto
mutato della ciliegia,
l’acqua movenza timida
inizia radici.

Tra le folle ricciute delle vendemmie
la frescura guasta ed apre
l’innocuo lume del sole
alle rapine svagate dei bimbi.

Libri

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