Poesie di questo tema
Relazioni e famiglia
Giaime Pintor
Sempre di nuovo...
Sempre di nuovo, benché sappiamo il paesaggio d’amore
e il breve cimitero con i suoi tristi nomi
e il pauroso abisso silente, dove per gli altri
è la fine: torniamo a coppie tuttavia
di nuovo tra gli antichi alberi, ci posiamo
sempre, di nuovo, tra i fiori contro il cielo.
e il breve cimitero con i suoi tristi nomi
e il pauroso abisso silente, dove per gli altri
è la fine: torniamo a coppie tuttavia
di nuovo tra gli antichi alberi, ci posiamo
sempre, di nuovo, tra i fiori contro il cielo.
Giambattista Marino
Da L’Adone (Canto VIII, ottave 120-148)
«O de l’anima mia dolce favilla,
o del mio cor dolcissimo martiro,
o de le luci mie luce e pupilla,
o mio vezzo, o mio bacio, o mio sospiro,
volgimi quegli, ond’ogni grazia stilla,
fonti di puro e tremulo zaffiro.
Porgimi quella, ove m’è dato in sorte
in coppa di rubino a ber la morte!
Que’ begli occhi mi volgi. Occhi vitali,
occhi de gli occhi miei specchi lucenti,
occhi, faretre ed archi, e de gli strali
intinti nel piacer fucine ardenti;
occhi del ciel d’Amor stelle fatali,
e del sol di beltà vivi orïenti;
stelle serene, la cui luce bella
può far perpetua ecclisse a la mia stella.
Quella bocca mi porgi. O cara bocca,
de la reggia del Riso uscio gemmato,
siepe di rose, in cui saetta e scocca
viperetta amorosa arabo fiato,
arca di perle, ond’ogni ben trabocca,
cameretta purpurea, antro odorato,
ove rifugge, ove s’asconde Amore,
poi ch’ha rubata un’alma, ucciso un core.»
Tace, ma qual fia stil che di ciascuna
paroletta il tenore a pien distingua?
Certo indegna è di lor, se non quell’una
che le forma sì dolci, ogni altra lingua.
Sì parlando e mirando ebra e digiuna
pasce la sete sì, non che l’estingua;
anzi perché più arda e si consumi
bacia le dolci labra e i dolci lumi.
Bacia, e dopo ’l baciar mira e rimira
le baciate bellezze, or questi, or quella.
Ribacia, e poi sospira e risospira
le gustate dolcezze or egli, or ella.
Vivon due vite in una vita, e spira
confusa in due favelle una favella,
giungono i cori in su le labra estreme,
corrono l’alme ad intrecciarsi insieme.
Di note ad or ad or tronche e fugaci
risona l’antro cavernoso e scabro.
«Dimmi, o dea», dice l’un «questi tuoi baci
movon così dal cor come dal labro?»
Risponde l’altra: «Il cor ne le mordaci
labra si bacia. Amor del bacio è fabro.
Il cor lo stilla, il labro poi lo scocca,
il più ne gode l’alma, il men la bocca.
Baci questi non son, ma di concorde
amoroso desio loquaci messi;
parlan tacendo in lor le lingue ingorde,
ed han gran sensi in tal silenzio espressi.
Son del mio cor, che ’l tuo baciando morde,
muti accenti i sospiri e i baci istessi;
rispondonsi tra lor l’anime accese
con voci sol da lor medesme intese.
Favella il bacio, e del sospir, del guardo,
voci anch’essi d’Amor, porta le palme,
perch’al centro del cor premendo il dardo
su la cima d’un labro accoppia l’alme.
Che soave ristoro al foco, ond’ardo,
compor le bocche, alleggerir le salme!
Le bocche, che, di nèttare bramose,
han la sete e ’l licor, son api e rose.
Quel bel vermiglio, che le labra inostra,
alcun dubbio non ha che sangue sia.
Or se nel sangue sta l’anima nostra,
sì come i saggi pur voglion che stia,
dunque qualor baciando entriamo in giostra
bacia l’anima tua l’anima mia;
e mentre tu ribaci ed io ribacio,
l’alma mia con la tua copula il bacio.
Siede nel sommo de l’amate labbia,
dove il fior de gli spirti è tutto accolto,
come corpo animato in sé pur abbia,
il bacio, che da l’anima vien tolto.
Quivi non so d’amor qual dolce rabbia
l’uccide, e dove muor resta sepolto:
ma là dove ha sepolcro, ancora poi,
baci divini, il suscitate voi.
Mentre a scontrar si va bocca con bocca,
mentre a ferir si van baci con baci,
sì profondo piacer l’anime tocca,
ch’apron l’ali a volar quasi fugaci;
e di tanta che ’n lor dolcezza fiocca
essendo i cori angusti urne incapaci,
versanla per le labra, e vanno in esse
anelando a morir l’anime istesse.
Treman gli spirti infra i più vivi ardori,
quando il bacio a morir l’anima spinge.
Mutan bocca le lingue e petto i cori,
spirto con spirto e cor con cor si stringe.
Palpitan gli occhi, e de le guance i fiori
amoroso pallor scolora e tinge;
e morendo talor gli amanti accorti
ritardano il morir per far due morti.
Da te l’anima tua morendo fugge,
io moribonda in su ’l badar la prendo,
e ’n quel vital morir, che ne distrugge,
mentre la tua mi dai, la mia ti rendo;
e chi mi mira sospirando e sugge,
suggo, sospiro anch’io, miro morendo;
e per morir, quando ti bacio e miro,
vorrei ch’anima fosse ogni sospiro».
«Fa’ dunque, anima mia», l’altro le dice
«ch’io con vita immortal cangi la morte.
Voli l’anima al ciel sì che felice
sia de gli eterni dei fatta consorte.
Fa’ ch’io viva e ch’io mora e, se ciò lice,
fa’ ch’io riviva poi con miglior sorte.
Dolcemente languendo a l’istess’ora
fa’ che ’n bocca io ti viva, in sen ti mora!
Un albergo medesmo in que’ dolci ostri
unisca il mio desir col tuo desire.
Le nostr’anime, i cor, gli spirti nostri
vadano insieme a vivere e morire.
Ferito a un punto il feritor si mostri,
péra la feritrice in su ’1 ferire;
onde, mentre ch’io moro e che tu mori,
ravivi il morir nostro, i nostri ardori.
Sostien, diletta mia, ch’a mio diletto
senza cessar da le tue labra io penda.
Ma col labro vermiglio il bianco petto
avarizia d’amor non mi difenda.
Né que’ begli occhi al mio vorace affetto
dispettoso rigor, prego, contenda.
Morendo io vivrò in te, tu in me vivrai;
così ti renderò quanto mi dai.
Se nulla è in noi di nostro, e non v’ha loco
cosa che possa tua dirsi né mia;
se ’l mio cor non è mio molto né poco,
come ’l tuo credo ancor che tuo non sia;
poiché tu sei mia fiamma, io son tuo foco,
e ciò che brama l’un l’altro desia;
poiché di propria mano Amor ha fatto
e fermato tra noi questo contratto;
consenti pur ch’io ti ribaci, e dammi
ch’io te, come tu me, stringa ed abbracci.
Pungi, ferisci, uccidi e svenir fammi
fin che l’anima sudi e ’l core agghiacci.
Te l’ardor mio, me la tua fiamma infiammi,
e me teco e te meco un laccio allacci;
perpetuo moto abbian le lingue, e doppi
sien de le braccia e de le labbra i groppi.
Per mezo i fior de le tue labra molli
Amor, qual augellin vago e vezzoso,
con cento suoi fratei lascivi e folli,
vola scherzando, e vi tien l’arco ascoso.
Né vuol ch’io le mie fami ivi satolli,
de le dolcezze sue quasi geloso,
ché tosto ch’io per mitigar l’ardore
ne colgo un bacio, ei mi trafige il core.
Ma qualor da lui scampo e là rifuggo
dov’ha più di vermiglio il tuo bel viso,
più dolce ambrosia, oh me beato, io suggo
di quella che si gusta in paradiso.
Zefiretto soave, ond’io mi struggo,
sento spirar de le tue rose al riso,
lo qual del foco, che ’l mio cor consuma,
ventilando l’ardor vie più l’alluma.
No, che baci non son questi ch’io prendo,
son de la dolce Arabia aure odorate,
d’una soavità ch’io non intendo,
più che di cinnamomo imbalsamate.
Son profumi d’Amor, ch’ei va traendo
da l’incendio de l’alme innamorate.
Par ch’abbia in queste porpore ricetto
quanto mèle han Parnaso, Ibla ed Imetto.
Felice me, che meritar potei
quel dolce mal, che tanto ben m’ha fatto.
Ma son ben folle ne’ diletti miei,
che bacio e parlo in un medesmo tratto.
È sì grande il piacer, che non vorrei
la mia bocca occupar fuorché ’n quest’atto.
E con la bocca istessa il cor si dole
quando i baci dan luogo a le parole.»
«Ed io», dic’ella «che fruir mi vanto
gloria infinita in que’ superni seggi,
non provo colassù diletto tanto,
ch’a la gioia presente si pareggi:
prendi pur ciò che chiedi, e chiedi quanto
di me ti piace, a tuo piacer mi reggi;
ecco a picciole scosse a te, mio bene,
sospirando e tremando il cor sen viene.
Deh nel core, o mio core, ornai m’aventa
quella lingua, d’Amor dolce saetta,
e ’n cote di rubino aguzzar tenta
la punta, ch’a morir dolce m’alletta;
e fa’, tanto ch’anch’io morir mi senta,
del tuo dolce morir dolce vendetta.
Serpe sembri al ferir, ché ben ascose
stan sovente le serpi infra le rose.
E se, perch’ella è velenosa e schiva,
forse imitar la vipera ti spiace,
movila almen sì come suol lasciva
coda guizzar di rondine fugace.
O pur qual fronda di novella oliva
rincresparla t’insegni Amor sagace.
Vibrala sì che la tua bocca arciera
emula de’ begli occhi il cor mi fèra.»
«Non sono», egli ripiglia «or non son questi
gli occhi, onde dolci al cor strali mi scocchi?
Gli occhi, onde dolce il cor dianzi m’ardesti?
Begli occhi…» E ’n questo dir le bacia gli occhi.
«Begli occhi», ella soggiunge «occhi celesti
cagion che di dolcezza il cor trabocchi.
Core ond’io vivo senza cor, tesoro
ond’io povera son, vita ond’io moro!»
Allora il vago: «Anzi tu sol, tu sei
quel core, onde ’l mio cor vita riceve;
cor mio…» Più volea dir, quando colei
la parola in un bacio e ’l cor gli beve.
Ella per lui si strugge, egli per lei,
com’a raggio di sol falda di neve.
Suonano i baci, e mai dal cavo speco
forse a più dolce suon non rispos’ Eco.
Fa un groppo allor de l’un e l’altro core
quel sommo del piacer, fin del desio.
Formano i petti in estasi d’amore
di profondi sospiri un mormorio.
Stillansi l’alme in tepidetto umore,
opprime i sensi un dilettoso oblio.
Tornan fredde le lingue e smorti i volti,
e vacillano i lumi, al ciel travolti.
Tramortiscon di gioia ebre e languenti
l’anime stanche al ciel d’amor rapite.
Gl’iterati sospiri, i rotti accenti,
le dolcissime guerre e le ferite
narrar non so. Fresche aure, onde correnti,
voi che ’l miraste e ben l’udiste, il dite,
voi secretari de’ felici amori
verdi mirti, alti pini, ombrosi allori.
o del mio cor dolcissimo martiro,
o de le luci mie luce e pupilla,
o mio vezzo, o mio bacio, o mio sospiro,
volgimi quegli, ond’ogni grazia stilla,
fonti di puro e tremulo zaffiro.
Porgimi quella, ove m’è dato in sorte
in coppa di rubino a ber la morte!
Que’ begli occhi mi volgi. Occhi vitali,
occhi de gli occhi miei specchi lucenti,
occhi, faretre ed archi, e de gli strali
intinti nel piacer fucine ardenti;
occhi del ciel d’Amor stelle fatali,
e del sol di beltà vivi orïenti;
stelle serene, la cui luce bella
può far perpetua ecclisse a la mia stella.
Quella bocca mi porgi. O cara bocca,
de la reggia del Riso uscio gemmato,
siepe di rose, in cui saetta e scocca
viperetta amorosa arabo fiato,
arca di perle, ond’ogni ben trabocca,
cameretta purpurea, antro odorato,
ove rifugge, ove s’asconde Amore,
poi ch’ha rubata un’alma, ucciso un core.»
Tace, ma qual fia stil che di ciascuna
paroletta il tenore a pien distingua?
Certo indegna è di lor, se non quell’una
che le forma sì dolci, ogni altra lingua.
Sì parlando e mirando ebra e digiuna
pasce la sete sì, non che l’estingua;
anzi perché più arda e si consumi
bacia le dolci labra e i dolci lumi.
Bacia, e dopo ’l baciar mira e rimira
le baciate bellezze, or questi, or quella.
Ribacia, e poi sospira e risospira
le gustate dolcezze or egli, or ella.
Vivon due vite in una vita, e spira
confusa in due favelle una favella,
giungono i cori in su le labra estreme,
corrono l’alme ad intrecciarsi insieme.
Di note ad or ad or tronche e fugaci
risona l’antro cavernoso e scabro.
«Dimmi, o dea», dice l’un «questi tuoi baci
movon così dal cor come dal labro?»
Risponde l’altra: «Il cor ne le mordaci
labra si bacia. Amor del bacio è fabro.
Il cor lo stilla, il labro poi lo scocca,
il più ne gode l’alma, il men la bocca.
Baci questi non son, ma di concorde
amoroso desio loquaci messi;
parlan tacendo in lor le lingue ingorde,
ed han gran sensi in tal silenzio espressi.
Son del mio cor, che ’l tuo baciando morde,
muti accenti i sospiri e i baci istessi;
rispondonsi tra lor l’anime accese
con voci sol da lor medesme intese.
Favella il bacio, e del sospir, del guardo,
voci anch’essi d’Amor, porta le palme,
perch’al centro del cor premendo il dardo
su la cima d’un labro accoppia l’alme.
Che soave ristoro al foco, ond’ardo,
compor le bocche, alleggerir le salme!
Le bocche, che, di nèttare bramose,
han la sete e ’l licor, son api e rose.
Quel bel vermiglio, che le labra inostra,
alcun dubbio non ha che sangue sia.
Or se nel sangue sta l’anima nostra,
sì come i saggi pur voglion che stia,
dunque qualor baciando entriamo in giostra
bacia l’anima tua l’anima mia;
e mentre tu ribaci ed io ribacio,
l’alma mia con la tua copula il bacio.
Siede nel sommo de l’amate labbia,
dove il fior de gli spirti è tutto accolto,
come corpo animato in sé pur abbia,
il bacio, che da l’anima vien tolto.
Quivi non so d’amor qual dolce rabbia
l’uccide, e dove muor resta sepolto:
ma là dove ha sepolcro, ancora poi,
baci divini, il suscitate voi.
Mentre a scontrar si va bocca con bocca,
mentre a ferir si van baci con baci,
sì profondo piacer l’anime tocca,
ch’apron l’ali a volar quasi fugaci;
e di tanta che ’n lor dolcezza fiocca
essendo i cori angusti urne incapaci,
versanla per le labra, e vanno in esse
anelando a morir l’anime istesse.
Treman gli spirti infra i più vivi ardori,
quando il bacio a morir l’anima spinge.
Mutan bocca le lingue e petto i cori,
spirto con spirto e cor con cor si stringe.
Palpitan gli occhi, e de le guance i fiori
amoroso pallor scolora e tinge;
e morendo talor gli amanti accorti
ritardano il morir per far due morti.
Da te l’anima tua morendo fugge,
io moribonda in su ’l badar la prendo,
e ’n quel vital morir, che ne distrugge,
mentre la tua mi dai, la mia ti rendo;
e chi mi mira sospirando e sugge,
suggo, sospiro anch’io, miro morendo;
e per morir, quando ti bacio e miro,
vorrei ch’anima fosse ogni sospiro».
«Fa’ dunque, anima mia», l’altro le dice
«ch’io con vita immortal cangi la morte.
Voli l’anima al ciel sì che felice
sia de gli eterni dei fatta consorte.
Fa’ ch’io viva e ch’io mora e, se ciò lice,
fa’ ch’io riviva poi con miglior sorte.
Dolcemente languendo a l’istess’ora
fa’ che ’n bocca io ti viva, in sen ti mora!
Un albergo medesmo in que’ dolci ostri
unisca il mio desir col tuo desire.
Le nostr’anime, i cor, gli spirti nostri
vadano insieme a vivere e morire.
Ferito a un punto il feritor si mostri,
péra la feritrice in su ’1 ferire;
onde, mentre ch’io moro e che tu mori,
ravivi il morir nostro, i nostri ardori.
Sostien, diletta mia, ch’a mio diletto
senza cessar da le tue labra io penda.
Ma col labro vermiglio il bianco petto
avarizia d’amor non mi difenda.
Né que’ begli occhi al mio vorace affetto
dispettoso rigor, prego, contenda.
Morendo io vivrò in te, tu in me vivrai;
così ti renderò quanto mi dai.
Se nulla è in noi di nostro, e non v’ha loco
cosa che possa tua dirsi né mia;
se ’l mio cor non è mio molto né poco,
come ’l tuo credo ancor che tuo non sia;
poiché tu sei mia fiamma, io son tuo foco,
e ciò che brama l’un l’altro desia;
poiché di propria mano Amor ha fatto
e fermato tra noi questo contratto;
consenti pur ch’io ti ribaci, e dammi
ch’io te, come tu me, stringa ed abbracci.
Pungi, ferisci, uccidi e svenir fammi
fin che l’anima sudi e ’l core agghiacci.
Te l’ardor mio, me la tua fiamma infiammi,
e me teco e te meco un laccio allacci;
perpetuo moto abbian le lingue, e doppi
sien de le braccia e de le labbra i groppi.
Per mezo i fior de le tue labra molli
Amor, qual augellin vago e vezzoso,
con cento suoi fratei lascivi e folli,
vola scherzando, e vi tien l’arco ascoso.
Né vuol ch’io le mie fami ivi satolli,
de le dolcezze sue quasi geloso,
ché tosto ch’io per mitigar l’ardore
ne colgo un bacio, ei mi trafige il core.
Ma qualor da lui scampo e là rifuggo
dov’ha più di vermiglio il tuo bel viso,
più dolce ambrosia, oh me beato, io suggo
di quella che si gusta in paradiso.
Zefiretto soave, ond’io mi struggo,
sento spirar de le tue rose al riso,
lo qual del foco, che ’l mio cor consuma,
ventilando l’ardor vie più l’alluma.
No, che baci non son questi ch’io prendo,
son de la dolce Arabia aure odorate,
d’una soavità ch’io non intendo,
più che di cinnamomo imbalsamate.
Son profumi d’Amor, ch’ei va traendo
da l’incendio de l’alme innamorate.
Par ch’abbia in queste porpore ricetto
quanto mèle han Parnaso, Ibla ed Imetto.
Felice me, che meritar potei
quel dolce mal, che tanto ben m’ha fatto.
Ma son ben folle ne’ diletti miei,
che bacio e parlo in un medesmo tratto.
È sì grande il piacer, che non vorrei
la mia bocca occupar fuorché ’n quest’atto.
E con la bocca istessa il cor si dole
quando i baci dan luogo a le parole.»
«Ed io», dic’ella «che fruir mi vanto
gloria infinita in que’ superni seggi,
non provo colassù diletto tanto,
ch’a la gioia presente si pareggi:
prendi pur ciò che chiedi, e chiedi quanto
di me ti piace, a tuo piacer mi reggi;
ecco a picciole scosse a te, mio bene,
sospirando e tremando il cor sen viene.
Deh nel core, o mio core, ornai m’aventa
quella lingua, d’Amor dolce saetta,
e ’n cote di rubino aguzzar tenta
la punta, ch’a morir dolce m’alletta;
e fa’, tanto ch’anch’io morir mi senta,
del tuo dolce morir dolce vendetta.
Serpe sembri al ferir, ché ben ascose
stan sovente le serpi infra le rose.
E se, perch’ella è velenosa e schiva,
forse imitar la vipera ti spiace,
movila almen sì come suol lasciva
coda guizzar di rondine fugace.
O pur qual fronda di novella oliva
rincresparla t’insegni Amor sagace.
Vibrala sì che la tua bocca arciera
emula de’ begli occhi il cor mi fèra.»
«Non sono», egli ripiglia «or non son questi
gli occhi, onde dolci al cor strali mi scocchi?
Gli occhi, onde dolce il cor dianzi m’ardesti?
Begli occhi…» E ’n questo dir le bacia gli occhi.
«Begli occhi», ella soggiunge «occhi celesti
cagion che di dolcezza il cor trabocchi.
Core ond’io vivo senza cor, tesoro
ond’io povera son, vita ond’io moro!»
Allora il vago: «Anzi tu sol, tu sei
quel core, onde ’l mio cor vita riceve;
cor mio…» Più volea dir, quando colei
la parola in un bacio e ’l cor gli beve.
Ella per lui si strugge, egli per lei,
com’a raggio di sol falda di neve.
Suonano i baci, e mai dal cavo speco
forse a più dolce suon non rispos’ Eco.
Fa un groppo allor de l’un e l’altro core
quel sommo del piacer, fin del desio.
Formano i petti in estasi d’amore
di profondi sospiri un mormorio.
Stillansi l’alme in tepidetto umore,
opprime i sensi un dilettoso oblio.
Tornan fredde le lingue e smorti i volti,
e vacillano i lumi, al ciel travolti.
Tramortiscon di gioia ebre e languenti
l’anime stanche al ciel d’amor rapite.
Gl’iterati sospiri, i rotti accenti,
le dolcissime guerre e le ferite
narrar non so. Fresche aure, onde correnti,
voi che ’l miraste e ben l’udiste, il dite,
voi secretari de’ felici amori
verdi mirti, alti pini, ombrosi allori.
Giambattista Marino
Da La notte goduta (Strofe 1-12)
Era già notte, e lo stellato velo
coprian le nubi d’ogn’intorno accolte,
e fioccando cadean dall’alto cielo
falde di neve in mille giri avvolte,
e Borea, il crudo apportator del gelo,
avea le briglie al suo furor disciolte,
onde in quel punto, al tempestar del verno,
parea la notte un tenebroso inferno.
Ed era omai vicin l’ora fatale,
che la mia bella mi promise un giorno
di dar ristoro al mio dolor mortale,
pria che l’alba facesse in ciel ritorno;
quindi dava al mio cor piaga letale
il ciel, che, tempestoso d’ogni intorno,
parea che oscuro e d’atra invidia pieno
gir mi negasse a la mia cara in seno.
Ma, giunta l’ora, invan l’aria tempesta,
invan soffiano i venti e le procelle,
che punto l’andar mio già non arresta
furor d’inverno e oscurità di stelle;
là me ne vo, dove aspettando desta
Lilla sen sta con due fidate ancelle,
e, giunto alfin, con un sospir cocente
dò il segno che m’impose ed ella il sente.
Sorge tutta tremante, indi, pian piano,
la sento che anelando a me discende,
e con l’avorio de la bianca mano
apre la porta, e per la man mi prende;
m’arretro allor per far cader lontano
la neve ch’avea indosso; ed ella stende
dolcemente ver’ me l’amate braccia,
e languendo e abbracciando il cor m’allaccia.
Trammi in disparte in solitario loco
ai diletti d’amor fra gli altri eletto,
chiude la porta e mi conduce al foco,
e d’una ricca veste il tergo e ’l petto
vestemi, e vuol ch’io mi riscaldi un poco,
pria che a posar sull’amoroso letto
vadan le membra; intanto un guardo fiso
ver’ me rivolge e scioglie un dolce riso.
E vuol parlar, ma nol permette Amore,
ché le parole sue sì la confonde
fra l’interne dolcezze, onde si more
l’anima dentro al corpo e si diffonde;
dà segno alfin d’innamorato core,
e prende la mia mano e la nasconde
tutta nel seno, in quel bel sen di rose,
che per stupor dell’alme amor compose.
Chi sentì mai d’innamorato affetto
segno più chiaro; e qual maggior dolcezza
trasse mai cor da delicato petto,
qual trasse il mio da quella gran bellezza?
Stupita resta a così gran diletto
l’anima mia solo a le pene avvezza,
e dir parea allor volta a le stelle:
«Avete su nel ciel poma più belle?»
Tocca l’avida man le mamme intatte,
e si riscalda entro quel sen cocente,
e le dita dal gel quasi disfatte
vengon di fuoco a meraviglia ardente,
e mentre impressa in quell’eburno latte
or l’una mamma stringo, ed or sovente
provo dolcezza tal, che il cor vien meno
tra gli alabastri di quel bianco seno.
Intanto nel mio grembo ella si lassa
tutta cader e in me rivolge il viso,
e con ambe le mani il collo abbassa,
perch’io goda in quel sen di Paradiso;
e l’amoroso ardir tant’oltre passa
che, mentre il guardo in lei rivolgo fiso,
le dono un bacio, il più soave e grato,
che mai più s’abbia in gioventù formato.
E sotto il manco lembo ove partita
sorge la veste e l’altre vaghe spoglie,
pongo pien di timor la mano ardita;
ma lei la prende e l’adito mi toglie.
Sforzola allora e, giunto con le dita
là dove Amore ogni dolcezza accoglie,
ella si torce, e sorridendo dice:
«Deh! non toccar, ben mio, quel che non lice».
E mentre così parla, Onor le tinge
l’amato volto di vermiglio affetto;
poi tanto l’una e l’altra coscia stringe,
che mi priva la man d’ogni diletto;
quindi tenta fuggir, ma forse finge,
ond’io più forte me la stringo al petto;
cede ella al fin, ond’io toccando sento
l’amorosa cagion del mio tormento.
«Caro, soave e dilettoso loco,
calamita de l’alme, ésca d’amore,
dove sovente il mio amoroso foco
smorza l’incendio del suo grande ardore;
per te languir, per te morir fia poco!…»
in quel punto dicea, che del mio core
sentia, toccando quel ch’a noi s’asconde
termine angusto fra due vaghe sponde.
coprian le nubi d’ogn’intorno accolte,
e fioccando cadean dall’alto cielo
falde di neve in mille giri avvolte,
e Borea, il crudo apportator del gelo,
avea le briglie al suo furor disciolte,
onde in quel punto, al tempestar del verno,
parea la notte un tenebroso inferno.
Ed era omai vicin l’ora fatale,
che la mia bella mi promise un giorno
di dar ristoro al mio dolor mortale,
pria che l’alba facesse in ciel ritorno;
quindi dava al mio cor piaga letale
il ciel, che, tempestoso d’ogni intorno,
parea che oscuro e d’atra invidia pieno
gir mi negasse a la mia cara in seno.
Ma, giunta l’ora, invan l’aria tempesta,
invan soffiano i venti e le procelle,
che punto l’andar mio già non arresta
furor d’inverno e oscurità di stelle;
là me ne vo, dove aspettando desta
Lilla sen sta con due fidate ancelle,
e, giunto alfin, con un sospir cocente
dò il segno che m’impose ed ella il sente.
Sorge tutta tremante, indi, pian piano,
la sento che anelando a me discende,
e con l’avorio de la bianca mano
apre la porta, e per la man mi prende;
m’arretro allor per far cader lontano
la neve ch’avea indosso; ed ella stende
dolcemente ver’ me l’amate braccia,
e languendo e abbracciando il cor m’allaccia.
Trammi in disparte in solitario loco
ai diletti d’amor fra gli altri eletto,
chiude la porta e mi conduce al foco,
e d’una ricca veste il tergo e ’l petto
vestemi, e vuol ch’io mi riscaldi un poco,
pria che a posar sull’amoroso letto
vadan le membra; intanto un guardo fiso
ver’ me rivolge e scioglie un dolce riso.
E vuol parlar, ma nol permette Amore,
ché le parole sue sì la confonde
fra l’interne dolcezze, onde si more
l’anima dentro al corpo e si diffonde;
dà segno alfin d’innamorato core,
e prende la mia mano e la nasconde
tutta nel seno, in quel bel sen di rose,
che per stupor dell’alme amor compose.
Chi sentì mai d’innamorato affetto
segno più chiaro; e qual maggior dolcezza
trasse mai cor da delicato petto,
qual trasse il mio da quella gran bellezza?
Stupita resta a così gran diletto
l’anima mia solo a le pene avvezza,
e dir parea allor volta a le stelle:
«Avete su nel ciel poma più belle?»
Tocca l’avida man le mamme intatte,
e si riscalda entro quel sen cocente,
e le dita dal gel quasi disfatte
vengon di fuoco a meraviglia ardente,
e mentre impressa in quell’eburno latte
or l’una mamma stringo, ed or sovente
provo dolcezza tal, che il cor vien meno
tra gli alabastri di quel bianco seno.
Intanto nel mio grembo ella si lassa
tutta cader e in me rivolge il viso,
e con ambe le mani il collo abbassa,
perch’io goda in quel sen di Paradiso;
e l’amoroso ardir tant’oltre passa
che, mentre il guardo in lei rivolgo fiso,
le dono un bacio, il più soave e grato,
che mai più s’abbia in gioventù formato.
E sotto il manco lembo ove partita
sorge la veste e l’altre vaghe spoglie,
pongo pien di timor la mano ardita;
ma lei la prende e l’adito mi toglie.
Sforzola allora e, giunto con le dita
là dove Amore ogni dolcezza accoglie,
ella si torce, e sorridendo dice:
«Deh! non toccar, ben mio, quel che non lice».
E mentre così parla, Onor le tinge
l’amato volto di vermiglio affetto;
poi tanto l’una e l’altra coscia stringe,
che mi priva la man d’ogni diletto;
quindi tenta fuggir, ma forse finge,
ond’io più forte me la stringo al petto;
cede ella al fin, ond’io toccando sento
l’amorosa cagion del mio tormento.
«Caro, soave e dilettoso loco,
calamita de l’alme, ésca d’amore,
dove sovente il mio amoroso foco
smorza l’incendio del suo grande ardore;
per te languir, per te morir fia poco!…»
in quel punto dicea, che del mio core
sentia, toccando quel ch’a noi s’asconde
termine angusto fra due vaghe sponde.
Giambattista Marino
Da La pastorella (Strofe 28-39)
«Ahi Tirsi» ella proruppe «oh! come ardito,
lusinghiero mi sforzi a’ dolci inganni!
Vorrei disdirti, e sì mi sei gradito
che forza è pur che il mio rigor condanni.
Ah! che troppo sta male, e mal va unito
amore e castità, fieri tiranni!
Ma che! solo consiste e si ricopre
castità nel silenzio, amor nell’opre.
Se tu d’amarmi e di tacer prometti,
ciò che brami da me, bramo ed approvo;
dipende il mio gioir dai tuoi diletti,
i miei dolor ne le tue pene provo.
Amo e disamo co’ tuoi propri affetti,
e se t’aiuto, a me medesmo giovo:
sicché, dolce ben mio, prendi i miei baci,
ribaciami tu ancor, godiamci e taci.»
Languida in braccio mi si slancia e tosto
il suo volto al mio volto ella congiunge;
e il varco de’ rubini ai baci esposto
rare volte, anzi mai da me disgiunge:
il mio labbro talor fra i suoi frapposto
colle mordaci perle alletta e punge;
chiedo audace la lingua a lei, suggendo:
or la piglio, or la presto ed or la rendo.
Premo le acerbe poma al bianco seno,
e nel premerle più, vie più le bramo:
poma di quel bell’idolo terreno,
che farebber peccar di nuovo Adamo!
e, per far noto il mio diletto a pieno,
parlo co’ baci, e con lo sguardo esclamo:
così fruisco in quelle membra intatte
coi labbri il mèl e con le mani il latte.
Distendo alfin il braccio mio furtivo
sotto il manto a colei, che a me s’espose.
Lievemente l’incalzo, ed ecco arrivo
presto a toccar le dolci parti ascose;
ond’ella in atto ritrosetto e schivo
la bella destra a la mia destra oppose.
La spinge, la ritien, poi lascia, e fiso
mirami vergognosa e forma un riso.
Fra’ tiepidetti avori angusto giro
trova la mano e con un dito il tenta,
ella con un caldissimo sospiro
risveglia tosto ogni favilla spenta,
e nel mio grembo allor, che più la miro,
stende la mano languidita e lenta,
e parea dir: «se il tuo dominio impetro,
tua regina son io, dammi lo scettro».
Stimolato dal foco il più cocente
la stendo sull’erbetta ivi supina,
alzo il rustico manto, e dolcemente
scopro di latte una beltà divina;
tale in rozza conchiglia altri sovente
candidetta mirò perla marina,
sciolto il manto a le nubi, a l’ombre il velo,
tale appar neve in terra, ed alba in cielo.
Le morbidette cosce avido allora
dilato sì, che pur le mie v’accolgo;
mi disciolgo ogni impaccio e alla mia Flora
col manco braccio il suo bel collo avvolgo;
così, precipitando ogni dimora,
ella si adatta, ed io all’oprar mi volgo;
l’arbitrio mio nelle sue man’ dispenso,
ché ne disponga ove le detta il senso.
Là dove appunto gliel dettò natura,
senz’altro dir, la giovane l’immerse;
lo spingo ardito, e il mio furor l’indura,
sicché del varco ogni ritegno aperse:
fra il dolor, il diletto e la paura
si riscosse, gridò, ma pur sofferse,
e nel campo d’amor fattasi audace
prova nel guerreggiar diletto e pace.
Ed ecco, giunto a quel gioir perfetto
nel bel sen di colei che tanto amai,
proruppi: «O vita mia, stringimi al petto,
prendi il mio cor, il tuo mi dona omai.
Oh dolce anima mia! oh che diletto!
Deh! spingi, stringi, baciami; che fai?
Or or spingi, mio ben, stringi, ben mio;
O cara, ecco finisco…» Ed Ella: «Anch’io».
Così tacita allor vie più mi stringe
e mi bacia e mi sugge e mi rinforza,
mi rimira, sospira e mi respinge,
tutt’amor, tutta foco e tutta forza.
Or d’ostro, or di pallor ella si tinge,
ed ecco s’abbandona e il foco ammorza;
alfin s’arresta, e languidetta e smorta
proruppe sospirando: «Oimé! son morta».
Una candida benda ella si scioglie
per rasciugarsi i tiepidetti umori:
della rosa d’amor le brine accoglie
la vezzosetta pastorella Clori:
quindi s’allarga le innalzate spoglie,
compone il velo al sen, al crine i fiori,
e ritornando a pascolar l’armento,
si partì lieta, ed io restai contento.
lusinghiero mi sforzi a’ dolci inganni!
Vorrei disdirti, e sì mi sei gradito
che forza è pur che il mio rigor condanni.
Ah! che troppo sta male, e mal va unito
amore e castità, fieri tiranni!
Ma che! solo consiste e si ricopre
castità nel silenzio, amor nell’opre.
Se tu d’amarmi e di tacer prometti,
ciò che brami da me, bramo ed approvo;
dipende il mio gioir dai tuoi diletti,
i miei dolor ne le tue pene provo.
Amo e disamo co’ tuoi propri affetti,
e se t’aiuto, a me medesmo giovo:
sicché, dolce ben mio, prendi i miei baci,
ribaciami tu ancor, godiamci e taci.»
Languida in braccio mi si slancia e tosto
il suo volto al mio volto ella congiunge;
e il varco de’ rubini ai baci esposto
rare volte, anzi mai da me disgiunge:
il mio labbro talor fra i suoi frapposto
colle mordaci perle alletta e punge;
chiedo audace la lingua a lei, suggendo:
or la piglio, or la presto ed or la rendo.
Premo le acerbe poma al bianco seno,
e nel premerle più, vie più le bramo:
poma di quel bell’idolo terreno,
che farebber peccar di nuovo Adamo!
e, per far noto il mio diletto a pieno,
parlo co’ baci, e con lo sguardo esclamo:
così fruisco in quelle membra intatte
coi labbri il mèl e con le mani il latte.
Distendo alfin il braccio mio furtivo
sotto il manto a colei, che a me s’espose.
Lievemente l’incalzo, ed ecco arrivo
presto a toccar le dolci parti ascose;
ond’ella in atto ritrosetto e schivo
la bella destra a la mia destra oppose.
La spinge, la ritien, poi lascia, e fiso
mirami vergognosa e forma un riso.
Fra’ tiepidetti avori angusto giro
trova la mano e con un dito il tenta,
ella con un caldissimo sospiro
risveglia tosto ogni favilla spenta,
e nel mio grembo allor, che più la miro,
stende la mano languidita e lenta,
e parea dir: «se il tuo dominio impetro,
tua regina son io, dammi lo scettro».
Stimolato dal foco il più cocente
la stendo sull’erbetta ivi supina,
alzo il rustico manto, e dolcemente
scopro di latte una beltà divina;
tale in rozza conchiglia altri sovente
candidetta mirò perla marina,
sciolto il manto a le nubi, a l’ombre il velo,
tale appar neve in terra, ed alba in cielo.
Le morbidette cosce avido allora
dilato sì, che pur le mie v’accolgo;
mi disciolgo ogni impaccio e alla mia Flora
col manco braccio il suo bel collo avvolgo;
così, precipitando ogni dimora,
ella si adatta, ed io all’oprar mi volgo;
l’arbitrio mio nelle sue man’ dispenso,
ché ne disponga ove le detta il senso.
Là dove appunto gliel dettò natura,
senz’altro dir, la giovane l’immerse;
lo spingo ardito, e il mio furor l’indura,
sicché del varco ogni ritegno aperse:
fra il dolor, il diletto e la paura
si riscosse, gridò, ma pur sofferse,
e nel campo d’amor fattasi audace
prova nel guerreggiar diletto e pace.
Ed ecco, giunto a quel gioir perfetto
nel bel sen di colei che tanto amai,
proruppi: «O vita mia, stringimi al petto,
prendi il mio cor, il tuo mi dona omai.
Oh dolce anima mia! oh che diletto!
Deh! spingi, stringi, baciami; che fai?
Or or spingi, mio ben, stringi, ben mio;
O cara, ecco finisco…» Ed Ella: «Anch’io».
Così tacita allor vie più mi stringe
e mi bacia e mi sugge e mi rinforza,
mi rimira, sospira e mi respinge,
tutt’amor, tutta foco e tutta forza.
Or d’ostro, or di pallor ella si tinge,
ed ecco s’abbandona e il foco ammorza;
alfin s’arresta, e languidetta e smorta
proruppe sospirando: «Oimé! son morta».
Una candida benda ella si scioglie
per rasciugarsi i tiepidetti umori:
della rosa d’amor le brine accoglie
la vezzosetta pastorella Clori:
quindi s’allarga le innalzate spoglie,
compone il velo al sen, al crine i fiori,
e ritornando a pascolar l’armento,
si partì lieta, ed io restai contento.
Giambattista Marino
Eccomi pronta ai baci
Eccomi pronta ai baci;
baciami, Ergasto mio, ma bacia in guisa,
che de’ denti mordaci
nota non resti nel mio volto incisa;
perch’altri non m’additi e in esse poi
legga le mie vergogne e i baci tuoi.
Ahi! tu mordi e non baci,
tu mi segnasti, ahi! ahi!
Possa io morir, se più ti bacio mai!
baciami, Ergasto mio, ma bacia in guisa,
che de’ denti mordaci
nota non resti nel mio volto incisa;
perch’altri non m’additi e in esse poi
legga le mie vergogne e i baci tuoi.
Ahi! tu mordi e non baci,
tu mi segnasti, ahi! ahi!
Possa io morir, se più ti bacio mai!
Giambattista Marino
O baci aventurosi
O baci aventurosi, ristoro de’ miei mali,
che di nettare al cor cibo porgete;
spiriti rugiadosi,
sensi d’amor vitali,
che ’n breve giro il viver mio chiudete;
in voi le più secrete
dolcezze e più profonde
provo, talor che con sommessi accenti
interrotti lamenti,
lascivetti desiri,
languidetti sospiri
tra rubino e rubino Amor confonde,
e più d’un’alma in una bocca asconde!
Una bocca omicida,
dolce d’Amor guerrera,
cui natura di gemme arma ed inostra,
dolcemente mi sfida,
e schiva e lusinghiera,
ed amante e nemica a me si mostra.
Entran scherzando in giostra
le lingue innamorate;
baci le trombe son, baci l’offese,
baci son le contese;
quelle labra, ch’io stringo,
son l’agone e l’arringo;
vezzi son l’onte, e son le piaghe amate,
quanto profonde più, tanto più grate.
Tranquilla guerra e cara,
ove l’ira è dolcezza,
amor lo sdegno, e ne le risse è pace;
ove ’l morir s’impara,
l’esser prigion s’apprezza,
né men che la vittoria il perder piace!
Quel corallo mordace,
che m’offende, mi giova;
quel dente, che mi fére ad ora ad ora,
quel mi risana ancora;
quel bacio, che mi priva
di vita, mi raviva;
ond’io, ch’ho nel morir vita ognor nova,
per ferito esser più, ferisco a prova.
Or tepid’aura e leve,
or accento, or sorriso,
pon freno al bacio, a pien non anco impresso.
Spesso un sol bacio beve
sospir, parola e riso;
spesso il bacio vien doppio, ed anco spesso
tronco è dal bacio stesso.
Né sazio avien che lasce
pur d’aver sete il desir troppo ingordo:
suggo, mordo, rimordo,
un bacio fugge, un riede,
un ne more, un succede;
de la morte di quel questo si pasce,
e, pria che mora l’un, l’altro rinasce.
L’asciutto è caro al core,
il molle è più soave,
men dolce è quel che mormorando fugge.
Ma quel, che stampa Amore
d’ambrosia umido e grave,
i vaghi spirti dolcemente sugge.
Lasso! ma chi mi strugge
ritrosa il mi contende
in atto sì gentil, che ’nvita e nega,
ricusa insieme e prega.
Pur amata ed amante,
e baciata e baciante,
alfin col bacio il cor mi porge e prende,
e la vita col cor mi fura e rende.
Miro, rimiro ed ardo,
bacio, ribacio e godo,
e mirando e baciando mi disfaccio.
Amor tra ’l bacio e ’l guardo
scherza e vaneggia in modo
ch’ebro di tanta gloria i’ tremo e taccio;
ond’ella che m’ha in braccio,
lascivamente onesta,
gli occhi mi bacia, e fra le perle elette
frange due parolette:
«Cor mio!» dicendo, e poi,
baciando i baci suoi,
di bacio in bacio a quel piacer mi desta,
che l’alme insieme allaccia e i corpi innesta.
Vinta allor dal diletto
con un sospir sen viene
l’anima al varco, e ’l proprio albergo oblia;
ma con pietoso affetto
la ’ncontra ivi e ritiene
l’anima amica, che s’oppon tra via;
e ’n lei, ch’arde e desia
già languida e smarrita,
d’un vasel di rubin tal pioggia versa
di gioia, che sommersa
in quel piacer gentile,
cui presso ogni altro è vile,
baciando l’altra, ch’a baciar la ’nvita,
alfin ne more, e quel morire è vita.
Deh taci, o lingua sciocca;
senti la dolce bocca,
che ti rappella e dice: «Or godi, e taci!»
e, per farti tacer, raddoppia i baci.
che di nettare al cor cibo porgete;
spiriti rugiadosi,
sensi d’amor vitali,
che ’n breve giro il viver mio chiudete;
in voi le più secrete
dolcezze e più profonde
provo, talor che con sommessi accenti
interrotti lamenti,
lascivetti desiri,
languidetti sospiri
tra rubino e rubino Amor confonde,
e più d’un’alma in una bocca asconde!
Una bocca omicida,
dolce d’Amor guerrera,
cui natura di gemme arma ed inostra,
dolcemente mi sfida,
e schiva e lusinghiera,
ed amante e nemica a me si mostra.
Entran scherzando in giostra
le lingue innamorate;
baci le trombe son, baci l’offese,
baci son le contese;
quelle labra, ch’io stringo,
son l’agone e l’arringo;
vezzi son l’onte, e son le piaghe amate,
quanto profonde più, tanto più grate.
Tranquilla guerra e cara,
ove l’ira è dolcezza,
amor lo sdegno, e ne le risse è pace;
ove ’l morir s’impara,
l’esser prigion s’apprezza,
né men che la vittoria il perder piace!
Quel corallo mordace,
che m’offende, mi giova;
quel dente, che mi fére ad ora ad ora,
quel mi risana ancora;
quel bacio, che mi priva
di vita, mi raviva;
ond’io, ch’ho nel morir vita ognor nova,
per ferito esser più, ferisco a prova.
Or tepid’aura e leve,
or accento, or sorriso,
pon freno al bacio, a pien non anco impresso.
Spesso un sol bacio beve
sospir, parola e riso;
spesso il bacio vien doppio, ed anco spesso
tronco è dal bacio stesso.
Né sazio avien che lasce
pur d’aver sete il desir troppo ingordo:
suggo, mordo, rimordo,
un bacio fugge, un riede,
un ne more, un succede;
de la morte di quel questo si pasce,
e, pria che mora l’un, l’altro rinasce.
L’asciutto è caro al core,
il molle è più soave,
men dolce è quel che mormorando fugge.
Ma quel, che stampa Amore
d’ambrosia umido e grave,
i vaghi spirti dolcemente sugge.
Lasso! ma chi mi strugge
ritrosa il mi contende
in atto sì gentil, che ’nvita e nega,
ricusa insieme e prega.
Pur amata ed amante,
e baciata e baciante,
alfin col bacio il cor mi porge e prende,
e la vita col cor mi fura e rende.
Miro, rimiro ed ardo,
bacio, ribacio e godo,
e mirando e baciando mi disfaccio.
Amor tra ’l bacio e ’l guardo
scherza e vaneggia in modo
ch’ebro di tanta gloria i’ tremo e taccio;
ond’ella che m’ha in braccio,
lascivamente onesta,
gli occhi mi bacia, e fra le perle elette
frange due parolette:
«Cor mio!» dicendo, e poi,
baciando i baci suoi,
di bacio in bacio a quel piacer mi desta,
che l’alme insieme allaccia e i corpi innesta.
Vinta allor dal diletto
con un sospir sen viene
l’anima al varco, e ’l proprio albergo oblia;
ma con pietoso affetto
la ’ncontra ivi e ritiene
l’anima amica, che s’oppon tra via;
e ’n lei, ch’arde e desia
già languida e smarrita,
d’un vasel di rubin tal pioggia versa
di gioia, che sommersa
in quel piacer gentile,
cui presso ogni altro è vile,
baciando l’altra, ch’a baciar la ’nvita,
alfin ne more, e quel morire è vita.
Deh taci, o lingua sciocca;
senti la dolce bocca,
che ti rappella e dice: «Or godi, e taci!»
e, per farti tacer, raddoppia i baci.
Giambattista Marino
Oh che dolce sentier
Oh che dolce sentier tra mamma e mamma
scende in quel bianco sen ch’Amore allatta!
Vago mio cor, qual timidetta damma,
da’ begli occhi cacciato, ivi t’appiatta.
Da l’ardor, che ti strugge a dramma a dramma,
schermo ti sia la bella neve intatta:
neve ch’ognor da la vivace fiamma
di duo Soli è percossa e non disfatta.
Vattene pur, ma per la via secreta
non distender tant’oltre i passi audaci,
che t’arrischi a toccar l’ultima mèta.
Raccogli sol, cultor felice, e taci,
in quel solco divin (se ’l vel nol vieta),
di seme di sospir mèsse di baci.
scende in quel bianco sen ch’Amore allatta!
Vago mio cor, qual timidetta damma,
da’ begli occhi cacciato, ivi t’appiatta.
Da l’ardor, che ti strugge a dramma a dramma,
schermo ti sia la bella neve intatta:
neve ch’ognor da la vivace fiamma
di duo Soli è percossa e non disfatta.
Vattene pur, ma per la via secreta
non distender tant’oltre i passi audaci,
che t’arrischi a toccar l’ultima mèta.
Raccogli sol, cultor felice, e taci,
in quel solco divin (se ’l vel nol vieta),
di seme di sospir mèsse di baci.
Giambattista Marino
Sonetto
Arrtrr canti di Marte e di sua schiera
gli arditi assalti e l’onorate imprese,
le sanguigne vittorie e le contese,
i trionfi di morte orrida e fiera.
Io canto, Amor, da questa tua guerriera
quant’ebbi a sostener mortali offese,
come un guardo mi vinse, un crin mi prese,
istoria miserabile, ma vera!
Due begli occhi fur l’arme onde trafitta
giacque e, di sangue in vece, amaro pianto
sparse lunga stagion l’anima afflitta.
Tu, per lo cui valor la palma e il vanto
ebbe di me la mia nemica invitta,
se desti morte al cor, dà vita al canto.
gli arditi assalti e l’onorate imprese,
le sanguigne vittorie e le contese,
i trionfi di morte orrida e fiera.
Io canto, Amor, da questa tua guerriera
quant’ebbi a sostener mortali offese,
come un guardo mi vinse, un crin mi prese,
istoria miserabile, ma vera!
Due begli occhi fur l’arme onde trafitta
giacque e, di sangue in vece, amaro pianto
sparse lunga stagion l’anima afflitta.
Tu, per lo cui valor la palma e il vanto
ebbe di me la mia nemica invitta,
se desti morte al cor, dà vita al canto.
Giovanni Francesco Busenello
Idillio notturno
La sera se ghe va sotto i balconi,
le se saluda che nissun ve osserva;
le ve dise: «Signor, ve resto serva»,
o che parole è queste, o che bocconi!
Che mandorle, confetti e marzapani!
Che conditi e pignoli! No ghè gola!
Più de questi me piase sta parola:
co la coa fazzo festa co fa i cani.
Ma pian, che vegna un poco qualche sera,
che a una finestra le possa vegnir
per contarve el so amor, el so patir,
o vedemo che cosa che è «far ciera»!
Quel saludar coll’inchinar la testa,
quel sbassar d’occhi, tra quattro sospiri
me fa desmentegar tutti i raziri
e creder ch’ogni dì sia dì de festa.
Malcomposte in le veste, el pie descalzo,
tutte spaurose co una lume in man,
le vien zo della scala a pian a pian,
dalla scala al balcon; e xe in un sbalzo.
Le ve saluda co un’occhià pietosa;
se gh’ingroppa el so cuor per la dolcezza;
amoroso languir per tenerezza
vien all’amante e quella sta pensosa.
Così se sta senza parlar un pezzo,
tutto un tempo se ingroppa i sentimenti,
se parla senza tanti complimenti,
ché amor ve i lassa tutti per un bezzo.
«Che feu, signor? Steu come stago mi?»
qua la trà un sospiretto e la repìa:
«Credel, se sé cristian, no so che sia
pase: smanio per vu la notte e ’l dì.
El dì, co no ve vedo, mi son morta,
e la notte per vu sempre zavario.
Ho paura che vu me sie contrario,
che me serré in tel muso un dì la porta.
Moveve a compassion, vardé se v’amo:
che me metto a pericolo evidente
dei mii, dei mii visini e della zente.
Ma no ghe penso, e vu sospiro et amo».
Qua se fa pausa un poco e se respira,
se varda se alcun vien, e su la man
se sol dar qualche baso a pian a pian,
se aspetta che le arfìa, che le respira.
Imagineve vu, che avé provà
e che sé stà in frangente in sto mestier,
come se scotta là, come el pensier
co la mente e ’l cervel resta insensà.
Le xe delicie queste che rapisce
in estasi el mortal al terzo cielo;
no so più se sia un altro o se ’l sia ello,
così astratto al so ben la riverisce:
«Cosa aveu? Come steu? Che cosa xe?
No sospiré, son qua». La trà un soriso
la fenisce de darve el paradiso,
quando co un baso dise: «Respondé».
E po qua la ve fa copia del petto,
un’iride la forma col so riso,
la ve mostra la porta in tel so viso,
dove senza magnar ghe xe banchetto.
le se saluda che nissun ve osserva;
le ve dise: «Signor, ve resto serva»,
o che parole è queste, o che bocconi!
Che mandorle, confetti e marzapani!
Che conditi e pignoli! No ghè gola!
Più de questi me piase sta parola:
co la coa fazzo festa co fa i cani.
Ma pian, che vegna un poco qualche sera,
che a una finestra le possa vegnir
per contarve el so amor, el so patir,
o vedemo che cosa che è «far ciera»!
Quel saludar coll’inchinar la testa,
quel sbassar d’occhi, tra quattro sospiri
me fa desmentegar tutti i raziri
e creder ch’ogni dì sia dì de festa.
Malcomposte in le veste, el pie descalzo,
tutte spaurose co una lume in man,
le vien zo della scala a pian a pian,
dalla scala al balcon; e xe in un sbalzo.
Le ve saluda co un’occhià pietosa;
se gh’ingroppa el so cuor per la dolcezza;
amoroso languir per tenerezza
vien all’amante e quella sta pensosa.
Così se sta senza parlar un pezzo,
tutto un tempo se ingroppa i sentimenti,
se parla senza tanti complimenti,
ché amor ve i lassa tutti per un bezzo.
«Che feu, signor? Steu come stago mi?»
qua la trà un sospiretto e la repìa:
«Credel, se sé cristian, no so che sia
pase: smanio per vu la notte e ’l dì.
El dì, co no ve vedo, mi son morta,
e la notte per vu sempre zavario.
Ho paura che vu me sie contrario,
che me serré in tel muso un dì la porta.
Moveve a compassion, vardé se v’amo:
che me metto a pericolo evidente
dei mii, dei mii visini e della zente.
Ma no ghe penso, e vu sospiro et amo».
Qua se fa pausa un poco e se respira,
se varda se alcun vien, e su la man
se sol dar qualche baso a pian a pian,
se aspetta che le arfìa, che le respira.
Imagineve vu, che avé provà
e che sé stà in frangente in sto mestier,
come se scotta là, come el pensier
co la mente e ’l cervel resta insensà.
Le xe delicie queste che rapisce
in estasi el mortal al terzo cielo;
no so più se sia un altro o se ’l sia ello,
così astratto al so ben la riverisce:
«Cosa aveu? Come steu? Che cosa xe?
No sospiré, son qua». La trà un soriso
la fenisce de darve el paradiso,
quando co un baso dise: «Respondé».
E po qua la ve fa copia del petto,
un’iride la forma col so riso,
la ve mostra la porta in tel so viso,
dove senza magnar ghe xe banchetto.
Gianni Alfani
Ballatetta dolente
Ballatetta dolente,
va mostrando il mio pianto,
che di dolor mi copre tutto quanto.
Tu te n’andrai in prima a quella gioia
per cui Fiorenza luce ed è pregiata;
e quetamente, che non le sia noia,
la prega che t’ascolti, o sconsolata.
Poi le dirai affannata
come nvha tutto infranto
il triste bando, che m’accolse al canto.
S’ella si volge verso te pietosa
ad ascoltar la pena che tu porti,
traendo guai dolente e vergognosa,
lei pingi come gli occhi miei son morti
per li gran colpi e forti
che ricevetter tanto
dai suoi nel mio partir, ch’or piango in canto.
Poi fa sì cl’entri nella mente a Guido,
perchè egli è sol colui che vede Amore,
e mostragli lo spirto ch’uno strido
mi trae d’angoscia del disfatto core.
E se vedrà il dolore
che il distrugge, io mi vanto
ched ei ne sospirrà di pieta alquanto.
va mostrando il mio pianto,
che di dolor mi copre tutto quanto.
Tu te n’andrai in prima a quella gioia
per cui Fiorenza luce ed è pregiata;
e quetamente, che non le sia noia,
la prega che t’ascolti, o sconsolata.
Poi le dirai affannata
come nvha tutto infranto
il triste bando, che m’accolse al canto.
S’ella si volge verso te pietosa
ad ascoltar la pena che tu porti,
traendo guai dolente e vergognosa,
lei pingi come gli occhi miei son morti
per li gran colpi e forti
che ricevetter tanto
dai suoi nel mio partir, ch’or piango in canto.
Poi fa sì cl’entri nella mente a Guido,
perchè egli è sol colui che vede Amore,
e mostragli lo spirto ch’uno strido
mi trae d’angoscia del disfatto core.
E se vedrà il dolore
che il distrugge, io mi vanto
ched ei ne sospirrà di pieta alquanto.
Giorgio Barberi Squarotti
La speranza
Si scopriva tranquilla
davanti a me, guardandomi da sotto
le lunghe ciglia, la sapiente luce
di un sorriso sul volto, prima 1) petto,
poi (girandosi appena) lentamente
arricciando il costume fra le natiche
bianche, infine anche scostandolo sull’ombra
del pube: chi? la verità? la storia”?
l’età futura? la speranza?
La cancellai di colpo,
che ci sia solo questo istante
di un tramonto d’estate.
davanti a me, guardandomi da sotto
le lunghe ciglia, la sapiente luce
di un sorriso sul volto, prima 1) petto,
poi (girandosi appena) lentamente
arricciando il costume fra le natiche
bianche, infine anche scostandolo sull’ombra
del pube: chi? la verità? la storia”?
l’età futura? la speranza?
La cancellai di colpo,
che ci sia solo questo istante
di un tramonto d’estate.
Giorgio Caproni
A mio figlio Attilio Mauro che ha il nome di mio padre
Portami con te lontano
...lontano...
nel tuo futuro.
Diventa mio padre, portami
per la mano
dov’è diretto sicuro
il tuo passo d’Irlanda
– l’arpa del tuo profilo
biondo, alto
già più di me che inclino
già verso l’erba.
Serba
di me questo ricordo vano
che scrivo mentre la mano
mi trema.
Rema
con me negli occhi al largo
del tuo futuro, mentre odo
(non odio) abbrunato il sordo
battito del tamburo
che rulla – come il mio cuore: in nome
di nulla – la Dedizione.
...lontano...
nel tuo futuro.
Diventa mio padre, portami
per la mano
dov’è diretto sicuro
il tuo passo d’Irlanda
– l’arpa del tuo profilo
biondo, alto
già più di me che inclino
già verso l’erba.
Serba
di me questo ricordo vano
che scrivo mentre la mano
mi trema.
Rema
con me negli occhi al largo
del tuo futuro, mentre odo
(non odio) abbrunato il sordo
battito del tamburo
che rulla – come il mio cuore: in nome
di nulla – la Dedizione.
Giorgio Caproni
A mio figlio Attilio Mauro che ha il nome di mio padre
Portami con te lontano
...lontano...
nel tuo futuro.
Diventa mio padre, portami
per la mano
dov’è diretto sicuro
il tuo passo d’Irlanda
– l’arpa del tuo profilo
biondo, alto
già più di me che inclino
già verso l’erba.
Serba
di me questo ricordo vano
che scrivo mentre la mano
mi trema.
Rema
con me negli occhi al largo
del tuo futuro, mentre odo
(non odio) abbrunato il sordo
battito del tamburo
che rulla – come il mio cuore: in nome
di nulla – la Dedizione.
...lontano...
nel tuo futuro.
Diventa mio padre, portami
per la mano
dov’è diretto sicuro
il tuo passo d’Irlanda
– l’arpa del tuo profilo
biondo, alto
già più di me che inclino
già verso l’erba.
Serba
di me questo ricordo vano
che scrivo mentre la mano
mi trema.
Rema
con me negli occhi al largo
del tuo futuro, mentre odo
(non odio) abbrunato il sordo
battito del tamburo
che rulla – come il mio cuore: in nome
di nulla – la Dedizione.
Giorgio Caproni
Ad Olga Franzoni
Questo che in madreperla
di lacrime nei tuoi morenti
occhi si chiuse chiaro
paese,
ora che spenti
già sono e giochi e alterchi
chiassosi, e di trafelate
bocche per gaie rincorse
sa l’aria, e per scalmanate
risse,
stasera ancora
rimuore sfocando il lume
nel fiume, qui dove bassa
canta una donna china
sopra l’acqua che passa.
di lacrime nei tuoi morenti
occhi si chiuse chiaro
paese,
ora che spenti
già sono e giochi e alterchi
chiassosi, e di trafelate
bocche per gaie rincorse
sa l’aria, e per scalmanate
risse,
stasera ancora
rimuore sfocando il lume
nel fiume, qui dove bassa
canta una donna china
sopra l’acqua che passa.
Giorgio Caproni
Hai lasciato dite . ..
Hai lasciato di te solo il dolore
chiuso nell’ossa dei giorni cui manchi
così improvvisa—il velo di sudore
che soffoca le piazze, ove già stanchi
allentasti i tuoi passi al disamore
eterno. E ai nostri ponti, e agli atrii, e ai bianchi
archi travolti in un cielo incolore
più dell’ultimo viso, i cari fianchi
spezzati tanto giovani al ricordo
nessuno sosterrà: come la cera
se la mano la stringe—come il sordo
suono del sangue, se cade la sera
che non s’appoggia più al trafitto accordo
della tua spalla crollata leggera.
Basterà un soffio d’erba, un agitato
moto dell’aria serale, e il tuo nome
più non resisterà, già dissipato
col sospiro del giorno. Sarà come
quando, per giuoco, cedevi l’amato
calore della mano al marmo—come
quando il tuo sangue leggero, alitato
appena dal tuo labbro, sulle chiome
dei pioppi s’esauriva in un rossore
vago di brezza: e io sentivo la pena
di quel lungo tuo eccedere in amore
disilluso e lontano, tu la pena
di non essere sola nel nitore
d’un presagio d’addio—tu già serena.
chiuso nell’ossa dei giorni cui manchi
così improvvisa—il velo di sudore
che soffoca le piazze, ove già stanchi
allentasti i tuoi passi al disamore
eterno. E ai nostri ponti, e agli atrii, e ai bianchi
archi travolti in un cielo incolore
più dell’ultimo viso, i cari fianchi
spezzati tanto giovani al ricordo
nessuno sosterrà: come la cera
se la mano la stringe—come il sordo
suono del sangue, se cade la sera
che non s’appoggia più al trafitto accordo
della tua spalla crollata leggera.
Basterà un soffio d’erba, un agitato
moto dell’aria serale, e il tuo nome
più non resisterà, già dissipato
col sospiro del giorno. Sarà come
quando, per giuoco, cedevi l’amato
calore della mano al marmo—come
quando il tuo sangue leggero, alitato
appena dal tuo labbro, sulle chiome
dei pioppi s’esauriva in un rossore
vago di brezza: e io sentivo la pena
di quel lungo tuo eccedere in amore
disilluso e lontano, tu la pena
di non essere sola nel nitore
d’un presagio d’addio—tu già serena.
Giorgio Caproni
Il mare brucia le maschere
Il mare brucia le maschere,
le incendia il fuoco del sale.
Uomini pieni di maschere
avvampano sul litorale.
Tu sola potrai resistere
nel rogo del Carnevale.
Tu sola che senza maschere
nascondi l’arte d’esistere.
le incendia il fuoco del sale.
Uomini pieni di maschere
avvampano sul litorale.
Tu sola potrai resistere
nel rogo del Carnevale.
Tu sola che senza maschere
nascondi l’arte d’esistere.
Giorgio Caproni
L’ascensore
Quando andrò in paradiso
non voglio che una campana
lunga sappia di tegola
all’alba – d’acqua piovana.
Quando mi sarò deciso
d’andarci, in paradiso
ci andrò con l’ascensore
di Castelletto, nelle ore
notturne, rubando un poco
di tempo al mio riposo.
Ci andrò rubando (forse
di bocca) dei pezzettini
di pane ai miei due bambini.
Ma là sentirò alitare
la luce nera del mare
fra le mie ciglia, e... forse
(forse) sul belvedere
dove si sta in vestaglia,
chissà che fra la ragazzaglia
aizzata (fra le leggiadre
giovani in libera uscita
con cipria e odor di vita
viva) non riconosca
sotto un fanale mia madre.
Con lei mi metterò a guardare
le candide luci sul mare.
Staremo alla ringhiera
di ferro – saremo soli
e fidanzati, come
mai in tanti anni siam stati.
E quando le si farà a puntini,
al brivido della ringhiera,
la pelle lungo le braccia,
allora con la sua diaccia
spalla se n’andrà lontana:
la voce le si farà di cera
nel buio che la assottiglia
dicendo «Giorgio, oh mio Giorgio
caro: tu hai una famiglia».
E io dovrò ridiscendere,
forse tornare a Roma.
Dovrò tornare a attendere
(forse) che una paloma
blanca da una canzone
per radio, sulla mia stanca
spalla si posi. E alfine
(alfine) dovrò riporre
la penna, chiuder la càntera:
«È festa,» dire a Rina
e al maschio, e alla mia bambina.
E il cuore lo avrò di cenere
udendo quella campana,
udendo sapor di tegole,
l’inverno dell’acqua piovana.
Ma no! se mi sarò deciso
un giorno, pel paradiso
io prenderò l’ascensore
di Castelletto, nelle ore
notturne, rubando un poco
di tempo al mio riposo.
Ruberò anche una rosa
che poi, dolce mia sposa,
ti muterò in veleno
lasciandoti a pianterreno
mite per dirmi: «Ciao,
scrivimi qualche volta,»
mentre chiusa la porta
e allentatosi il freno
un brivido il vetro ha scosso.
E allora sarò commosso
fino a rompermi il cuore:
io sentirò crollare
sui tegoli le mie più amare
lacrime, e dirò «Chi suona,
chi suona questa campana
d’acqua che lava altr’acqua
piovana e non mi perdona?».
E mentre, stando a terreno,
mite tu dirai: «Ciao, scrivi,»
ancora scuotendo il freno
un poco i vetri, tra i vivi
viva col tuo fazzoletto
timida a sospirare
io ti vedrò restare
sola sopra la terra:
proprio come il giorno stesso
che ti lasciai per la guerra.
non voglio che una campana
lunga sappia di tegola
all’alba – d’acqua piovana.
Quando mi sarò deciso
d’andarci, in paradiso
ci andrò con l’ascensore
di Castelletto, nelle ore
notturne, rubando un poco
di tempo al mio riposo.
Ci andrò rubando (forse
di bocca) dei pezzettini
di pane ai miei due bambini.
Ma là sentirò alitare
la luce nera del mare
fra le mie ciglia, e... forse
(forse) sul belvedere
dove si sta in vestaglia,
chissà che fra la ragazzaglia
aizzata (fra le leggiadre
giovani in libera uscita
con cipria e odor di vita
viva) non riconosca
sotto un fanale mia madre.
Con lei mi metterò a guardare
le candide luci sul mare.
Staremo alla ringhiera
di ferro – saremo soli
e fidanzati, come
mai in tanti anni siam stati.
E quando le si farà a puntini,
al brivido della ringhiera,
la pelle lungo le braccia,
allora con la sua diaccia
spalla se n’andrà lontana:
la voce le si farà di cera
nel buio che la assottiglia
dicendo «Giorgio, oh mio Giorgio
caro: tu hai una famiglia».
E io dovrò ridiscendere,
forse tornare a Roma.
Dovrò tornare a attendere
(forse) che una paloma
blanca da una canzone
per radio, sulla mia stanca
spalla si posi. E alfine
(alfine) dovrò riporre
la penna, chiuder la càntera:
«È festa,» dire a Rina
e al maschio, e alla mia bambina.
E il cuore lo avrò di cenere
udendo quella campana,
udendo sapor di tegole,
l’inverno dell’acqua piovana.
Ma no! se mi sarò deciso
un giorno, pel paradiso
io prenderò l’ascensore
di Castelletto, nelle ore
notturne, rubando un poco
di tempo al mio riposo.
Ruberò anche una rosa
che poi, dolce mia sposa,
ti muterò in veleno
lasciandoti a pianterreno
mite per dirmi: «Ciao,
scrivimi qualche volta,»
mentre chiusa la porta
e allentatosi il freno
un brivido il vetro ha scosso.
E allora sarò commosso
fino a rompermi il cuore:
io sentirò crollare
sui tegoli le mie più amare
lacrime, e dirò «Chi suona,
chi suona questa campana
d’acqua che lava altr’acqua
piovana e non mi perdona?».
E mentre, stando a terreno,
mite tu dirai: «Ciao, scrivi,»
ancora scuotendo il freno
un poco i vetri, tra i vivi
viva col tuo fazzoletto
timida a sospirare
io ti vedrò restare
sola sopra la terra:
proprio come il giorno stesso
che ti lasciai per la guerra.
Giorgio Caproni
Le campane
Zingaro bello amore mio
Ci siamo amati storditamente
Senti che razza di scampanio
E vuoi non lo sappia la gente
Ci siamo nascosti assai male
Con tante campane a tiro
Dai campanili son state a guardare
E ora lo spargono in giro
Domani Cipriano ed Enrico
Maria Orsola e Caterina
La fornaia e suo marito
E poi Geltrude mia cugina
Sorrideranno quando passerò
Nascondersi chi più potrà
Sarai lontano Io piangerò
Ne morirò chissà
Ci siamo amati storditamente
Senti che razza di scampanio
E vuoi non lo sappia la gente
Ci siamo nascosti assai male
Con tante campane a tiro
Dai campanili son state a guardare
E ora lo spargono in giro
Domani Cipriano ed Enrico
Maria Orsola e Caterina
La fornaia e suo marito
E poi Geltrude mia cugina
Sorrideranno quando passerò
Nascondersi chi più potrà
Sarai lontano Io piangerò
Ne morirò chissà
Giorgio Caproni
Per lei
Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.
Giorgio Orelli
A mia moglie, in montagna
Dal fondo del vasto catino,
supini presso un’acqua impaziente
d’allontanarsi dal vecchio ghiacciaio,
ora che i viandanti dalle braccia tatuate
han ripreso il cammino verso il passo,
possiamo guardare le vacche.
Poche sono salite in cima all’erta e pendono
senza fame né sete,
l’altre indugiano a mezza costa
dov’è certezza d’erba
e senza urtarsi, con industri strappi,
brucano; finché una
leva la testa a ciocco verso il cielo,
muggisce ad una nube ferma come un battello.
E giungono fanciulli con frasche che non usano,
angeli del trambusto inevitabile,
e subito due vacche si mettono a correre
con tutto il triste languore degli occhi
che ci crescono incontro.
Ma tu di fuorivia, non spaventarti,
non spaventare il figlio che maturi.
supini presso un’acqua impaziente
d’allontanarsi dal vecchio ghiacciaio,
ora che i viandanti dalle braccia tatuate
han ripreso il cammino verso il passo,
possiamo guardare le vacche.
Poche sono salite in cima all’erta e pendono
senza fame né sete,
l’altre indugiano a mezza costa
dov’è certezza d’erba
e senza urtarsi, con industri strappi,
brucano; finché una
leva la testa a ciocco verso il cielo,
muggisce ad una nube ferma come un battello.
E giungono fanciulli con frasche che non usano,
angeli del trambusto inevitabile,
e subito due vacche si mettono a correre
con tutto il triste languore degli occhi
che ci crescono incontro.
Ma tu di fuorivia, non spaventarti,
non spaventare il figlio che maturi.
Giorgio Orelli
Dal buffo buio
Dal buffo buio
sotto una falda della mia giacca
tu dici: «Io vedo l’acqua
d’un fiume che si chiama Ticino
lo riconosco dai sassi
Vedo il sole che è un fuoco
e se lo tocchi con senza guanti ti scotti
Devo dire una cosa alla tua ascella
una cosa pochissimo da ridere
Che neve bizantina
Sento un rumore un odore di strano
c’è qualcosa che non funziona?
forse l’ucchetto, non so
ma forse mi confondo con prima
Pensa: se io fossi una rana
quest’anno morirei»
«Vedi gli ossiuri? gli ussari? gli ossimori?
Vedi i topi andarsene compunti
dal Centro Storico verso il Governo?»
«Vedo due che si occhiano
Vedo la sveglia che ci guarda in ginocchio
Vedo un fiore che c’era il vento
Vedo un morto ferito
Vedo il pennello dei tempi dei tempi
il tuo giovine pennello da barba
Vedo un battello morbido
Vedo te ma non come attraverso
il cono del gelato»
«E poi?»
«Vedo una cosa che comincia per GN»
«Cosa?»
«Gnente»
(«Era solo per dirti che son qui,
solo per salutarti»)
sotto una falda della mia giacca
tu dici: «Io vedo l’acqua
d’un fiume che si chiama Ticino
lo riconosco dai sassi
Vedo il sole che è un fuoco
e se lo tocchi con senza guanti ti scotti
Devo dire una cosa alla tua ascella
una cosa pochissimo da ridere
Che neve bizantina
Sento un rumore un odore di strano
c’è qualcosa che non funziona?
forse l’ucchetto, non so
ma forse mi confondo con prima
Pensa: se io fossi una rana
quest’anno morirei»
«Vedi gli ossiuri? gli ussari? gli ossimori?
Vedi i topi andarsene compunti
dal Centro Storico verso il Governo?»
«Vedo due che si occhiano
Vedo la sveglia che ci guarda in ginocchio
Vedo un fiore che c’era il vento
Vedo un morto ferito
Vedo il pennello dei tempi dei tempi
il tuo giovine pennello da barba
Vedo un battello morbido
Vedo te ma non come attraverso
il cono del gelato»
«E poi?»
«Vedo una cosa che comincia per GN»
«Cosa?»
«Gnente»
(«Era solo per dirti che son qui,
solo per salutarti»)
Giorgio Orelli
Ginocchi
Io sono uno studente e studio su una terrazza contro prati in
[pendìo
dove errano galline su cui possono piombare falchetti detti sciss.
Il fucile è qui, accanto a me.
Da un pezzo una ragazza bruna di fuorivia va in altalena, ogni
[poco
mi vengono incontro i suoi ginocchi lucenti.
Fingo di scrivere qualcosa e ad un tratto, nell’attimo che giunge
[alla mia altezza, le chiedo una gomma per cancellare.
Lei subito salta giù, corre in casa, torna fuori e mi dà sorridendo
[una gomma biancicante.
Cancello il bianco e poi col lapis scrivo sulla gomma, in stampatello:
[T’AMO.
La dichiarazione è così netta che arrossisco, l’attenuo fregandovi
[il pollice.
Adesso forse va bene, posso restituire la gomma.
La ragazza scappa in casa, non si fa più vedere.
[pendìo
dove errano galline su cui possono piombare falchetti detti sciss.
Il fucile è qui, accanto a me.
Da un pezzo una ragazza bruna di fuorivia va in altalena, ogni
[poco
mi vengono incontro i suoi ginocchi lucenti.
Fingo di scrivere qualcosa e ad un tratto, nell’attimo che giunge
[alla mia altezza, le chiedo una gomma per cancellare.
Lei subito salta giù, corre in casa, torna fuori e mi dà sorridendo
[una gomma biancicante.
Cancello il bianco e poi col lapis scrivo sulla gomma, in stampatello:
[T’AMO.
La dichiarazione è così netta che arrossisco, l’attenuo fregandovi
[il pollice.
Adesso forse va bene, posso restituire la gomma.
La ragazza scappa in casa, non si fa più vedere.
Giorgio Sommariva
Siando zià
Siando zià fora al ponto de Meian,
la Togna di Borpati, tuta ardìa,
se sdrusse contra mi, sì rebelìa
con fa gi ururi che leva da doman;
e sì me disse: «Dè te dia el bon an,
mescagin me, ti e la toa compagnia!»
E mi ge dissi: «Chi cri – tu che sia?
no – 1 dige mi che ge n’aremo, hahan?
T’è una pustema; tu vo pur doniare
sti fanti citaini, e po me vuò
ancora sovra’l pressio scalefare!»
Ela me disse: «Non te scorezare,
ché te vuò megi che om che vesse ancuò;
s’tu me vuò ben, mo fa-me domandare».
Agna muò el voio fare,
me no so mo s’i suò me-la darà:
consegiame ti, frel, che ge stè in ca’.
la Togna di Borpati, tuta ardìa,
se sdrusse contra mi, sì rebelìa
con fa gi ururi che leva da doman;
e sì me disse: «Dè te dia el bon an,
mescagin me, ti e la toa compagnia!»
E mi ge dissi: «Chi cri – tu che sia?
no – 1 dige mi che ge n’aremo, hahan?
T’è una pustema; tu vo pur doniare
sti fanti citaini, e po me vuò
ancora sovra’l pressio scalefare!»
Ela me disse: «Non te scorezare,
ché te vuò megi che om che vesse ancuò;
s’tu me vuò ben, mo fa-me domandare».
Agna muò el voio fare,
me no so mo s’i suò me-la darà:
consegiame ti, frel, che ge stè in ca’.
Giovan Leone Sempronio
La bella zoppa
Move zoppa gentil piede ineguale,
cui ciascuna ineguale è in esser bella;
e così zoppa ancor, del dio ch’ha l’ale
può l’alate fuggir dure quadrella.
Tal forse era Euridice, o forse tale
era Ciprigna, allor ch’a questa e a quella
morse il candido piè serpe mortale,
punse il candido piè spina rubella.
Consolisi Vulcan; ché se talora
mosse il suo zoppicar Venere a riso,
oggi sa zoppicar Venere ancora.
E certo questa dea,
se il ver m’avviso, solo il tenero piè si torse a l’ora
ch’ella precipitò dal paradiso.
cui ciascuna ineguale è in esser bella;
e così zoppa ancor, del dio ch’ha l’ale
può l’alate fuggir dure quadrella.
Tal forse era Euridice, o forse tale
era Ciprigna, allor ch’a questa e a quella
morse il candido piè serpe mortale,
punse il candido piè spina rubella.
Consolisi Vulcan; ché se talora
mosse il suo zoppicar Venere a riso,
oggi sa zoppicar Venere ancora.
E certo questa dea,
se il ver m’avviso, solo il tenero piè si torse a l’ora
ch’ella precipitò dal paradiso.