Poesie di questo tema
Relazioni e famiglia
Contessa Lara
Scapataggini
Io non ti chiederò, mio trascurato,
dove consumi il tempo ed a che pensi,
se una dama gentil d’alto casato,
idol di brevi giorni, adori e incensi;
o se in un’orgia, d’una Frine a lato,
de’ cibi tra i vapor tiepidi e densi,
le tue labbra ridenti hai profanato,
di strane voluttà briaco i sensi.
A me basta saper che ovunque sei,
o che affondi ne ‘l fango o sogni il cielo,
il ricordo è con te de’ baci miei.
Che a quel ricordo ti si stringe il core,
ti si distende sovra gli occhi un velo;
per ch’io sono il tuo vero, unico amore.
dove consumi il tempo ed a che pensi,
se una dama gentil d’alto casato,
idol di brevi giorni, adori e incensi;
o se in un’orgia, d’una Frine a lato,
de’ cibi tra i vapor tiepidi e densi,
le tue labbra ridenti hai profanato,
di strane voluttà briaco i sensi.
A me basta saper che ovunque sei,
o che affondi ne ‘l fango o sogni il cielo,
il ricordo è con te de’ baci miei.
Che a quel ricordo ti si stringe il core,
ti si distende sovra gli occhi un velo;
per ch’io sono il tuo vero, unico amore.
Fausto Maria Martini
Vigilia di partenza
Dunque, è deciso: si parte. Qualcuno
mormora già nel piccolo paese...
«Davvero, andate via... perché ?» mi chiese
con velata perfidia qualcuno.
Ora, a tutti bisogna pur ch’io dica
che noi siamo compagni di viaggio...
che partiamo per un pellegrinaggio...
che tu sei sempre la mia buona amica.
Amica, sì; null’altro! ma, chi crede?
1° Dicono che tu m’ami, che ti prese
la passione... Che strano paese!
Oh! Quella gente che non presta fede...
Non t’han veduto mai partire! Nonna
tua qui nacque e mori: partiva il padre
!° dietro la sua bandiera, ma la madre
volle tessuta qui l’ultima gonna...
Or dimmi, tu: che pensi mai del nostro
viaggio? hai tutte pronte le tue vesti?
che cosa sogni mai tu, che vivesti
nella casa solinga come un chiostro ?
Tu che sempre mi parli sottovoce
come la buona monaca al malato,
che sempre porti il tuo rosario a lato,
con gli ave in bosso e la brunita croce...
Insieme sgraneremo altro rosario,
RI
diverse pregheremo orazioni,
un rosario d’eguali stazioni
bianche lungo un cammino solitario...
fra siepi andremo eternamente eguali,
3? su cui ballano strani eterni fili;
pregheremo pei rassegnati esilî
di rosee stazioni provinciali...
Vieni per questo, è vero ? Senza meta
partiamo: vieni tu perché ti piace
spezzare il ritmo dell’usata pace,
e vuoi piangere un po’ col tuo poeta...
Ecco: t’appare un lago e sogni tu
di stare e senti che si fugge via...
È un pianto che si perde nella via,
“‘° è un pianto che non si ricorda più!
Se si ricorda, si tramuta in gioia,
perché vedi che ‘l tuo piacer lontano
tanto più dolce fu quanto più vano,
e non ti strinse la tenace noia.
Or, mentre io parlo, già l’aria s’oscura,
quasi è compiuto il giorno di vigilia...
Domani, all’alba! E intanto pueril-
mente io mi fingo la nostra avventura...
Voglio darmi domani l’aria stanca
dell’uomo disilluso e viziato...
il fumo del convoglio avrà velato
quella tua camicetta troppo bianca,
e tu, leggendo con silenzio grave
una qualche rassegna d’altri tempi,
(se ti penso così, mi si riempie
il cuore di malinconia soave...)
mi sembrerai l’ignota che non sa
dove ella voglia giungere, venuta
d’assai lontano, un’anima sperduta
in cerca della sua felicità...
è
«Ella è malata di nevrastenia!...»
dirò fra me, guardando alle profonde
occhiaie sotto larghe ciocche bionde...
Oh! Dolce inganno della fantasia!
Quella, rosata come a marzo un pesco,
che prega o canta quando mi prepara
la buona cena! quella umile e cara,
che sorride se ny’offra il pane fresco!
mormora già nel piccolo paese...
«Davvero, andate via... perché ?» mi chiese
con velata perfidia qualcuno.
Ora, a tutti bisogna pur ch’io dica
che noi siamo compagni di viaggio...
che partiamo per un pellegrinaggio...
che tu sei sempre la mia buona amica.
Amica, sì; null’altro! ma, chi crede?
1° Dicono che tu m’ami, che ti prese
la passione... Che strano paese!
Oh! Quella gente che non presta fede...
Non t’han veduto mai partire! Nonna
tua qui nacque e mori: partiva il padre
!° dietro la sua bandiera, ma la madre
volle tessuta qui l’ultima gonna...
Or dimmi, tu: che pensi mai del nostro
viaggio? hai tutte pronte le tue vesti?
che cosa sogni mai tu, che vivesti
nella casa solinga come un chiostro ?
Tu che sempre mi parli sottovoce
come la buona monaca al malato,
che sempre porti il tuo rosario a lato,
con gli ave in bosso e la brunita croce...
Insieme sgraneremo altro rosario,
RI
diverse pregheremo orazioni,
un rosario d’eguali stazioni
bianche lungo un cammino solitario...
fra siepi andremo eternamente eguali,
3? su cui ballano strani eterni fili;
pregheremo pei rassegnati esilî
di rosee stazioni provinciali...
Vieni per questo, è vero ? Senza meta
partiamo: vieni tu perché ti piace
spezzare il ritmo dell’usata pace,
e vuoi piangere un po’ col tuo poeta...
Ecco: t’appare un lago e sogni tu
di stare e senti che si fugge via...
È un pianto che si perde nella via,
“‘° è un pianto che non si ricorda più!
Se si ricorda, si tramuta in gioia,
perché vedi che ‘l tuo piacer lontano
tanto più dolce fu quanto più vano,
e non ti strinse la tenace noia.
Or, mentre io parlo, già l’aria s’oscura,
quasi è compiuto il giorno di vigilia...
Domani, all’alba! E intanto pueril-
mente io mi fingo la nostra avventura...
Voglio darmi domani l’aria stanca
dell’uomo disilluso e viziato...
il fumo del convoglio avrà velato
quella tua camicetta troppo bianca,
e tu, leggendo con silenzio grave
una qualche rassegna d’altri tempi,
(se ti penso così, mi si riempie
il cuore di malinconia soave...)
mi sembrerai l’ignota che non sa
dove ella voglia giungere, venuta
d’assai lontano, un’anima sperduta
in cerca della sua felicità...
è
«Ella è malata di nevrastenia!...»
dirò fra me, guardando alle profonde
occhiaie sotto larghe ciocche bionde...
Oh! Dolce inganno della fantasia!
Quella, rosata come a marzo un pesco,
che prega o canta quando mi prepara
la buona cena! quella umile e cara,
che sorride se ny’offra il pane fresco!
Fazio degli Uberti
Poi guardo l’amorosa e bella bocca
Poi guardo l’amorosa e bella bocca,
la spaziosa fronte e ’l vago piglio
e i bianchi denti, il dritto naso e ’l ciglio
pulito e brun, tal che dipinto pare.
E ’l vago mio pensiero allor mi tocca
dicendo: «Vedi allegro dar di piglio
dentro a quel labbro sottile e vermiglio,
dov’ogni dolce e saporito pare!
E odi suo vezzoso ragionare
quanto ben mostra, morbida e pietosa,
e come ‘l suo parlar parte e divide.
Vedi, quand’ella ride,
che passa per diletto ogn’altra cosa!»
Così di quella bocca il pensier mio
mi sprona, perché io
non ho nel mondo cosa ch’io non desse
a tal ch’un sì con buon voler dicesse.
Poi guardo la sua svelta e bianca gola
com’esce ben delle spalle e del petto;
il mento tondo, fesso, piccioletto,
tal che più bel con l’occhio nol disegno.
E quel pensier che sol per lei m’invola
mi dice: «Vedi allegro e bel diletto
aver quel collo fra le braccia stretto
e fare in quella gola un picciol segno!»
Poi sopraggiugne e dice: «Apri lo ’ngegno;
se le parti di fuor son così belle,
l’altre che den valer che dentro copre?
ché sol per le belle opre,
che fanno in cielo il sole e l’altre stelle,
dentro da lor se crede ’l paradiso.
Dunque, se miri fiso,
pensar ben dei ch’ogni terren piacere
si trova dove tu non puoi vedere».
Poi guardo i bracci suoi distesi e grossi,
la bianca mano morbida e pulita,
le belle lunghe e sottilette dita
vaghe di quello anel che l’un tien cinto.
E ’l mio pensier mi dice: «Or se tu fossi
dentro a que’ bracci, fra quella partita,
tanto diletto avrebbe la tua vita,
che dir per me non si potrebbe il quinto.
Vedi ch’ogni suo membro par dipinto,
formoso e grande quanto a lei s’avviene,
con un colore angelico di perla;
graziosa a vederla
e disdegnosa dove si convene,
umile, e vergognosa e temperata;
e sempre a virtù guata,
e in fra’ suoi be’ costumi un atto regna
che d’ogni reverenza la fa degna».
la spaziosa fronte e ’l vago piglio
e i bianchi denti, il dritto naso e ’l ciglio
pulito e brun, tal che dipinto pare.
E ’l vago mio pensiero allor mi tocca
dicendo: «Vedi allegro dar di piglio
dentro a quel labbro sottile e vermiglio,
dov’ogni dolce e saporito pare!
E odi suo vezzoso ragionare
quanto ben mostra, morbida e pietosa,
e come ‘l suo parlar parte e divide.
Vedi, quand’ella ride,
che passa per diletto ogn’altra cosa!»
Così di quella bocca il pensier mio
mi sprona, perché io
non ho nel mondo cosa ch’io non desse
a tal ch’un sì con buon voler dicesse.
Poi guardo la sua svelta e bianca gola
com’esce ben delle spalle e del petto;
il mento tondo, fesso, piccioletto,
tal che più bel con l’occhio nol disegno.
E quel pensier che sol per lei m’invola
mi dice: «Vedi allegro e bel diletto
aver quel collo fra le braccia stretto
e fare in quella gola un picciol segno!»
Poi sopraggiugne e dice: «Apri lo ’ngegno;
se le parti di fuor son così belle,
l’altre che den valer che dentro copre?
ché sol per le belle opre,
che fanno in cielo il sole e l’altre stelle,
dentro da lor se crede ’l paradiso.
Dunque, se miri fiso,
pensar ben dei ch’ogni terren piacere
si trova dove tu non puoi vedere».
Poi guardo i bracci suoi distesi e grossi,
la bianca mano morbida e pulita,
le belle lunghe e sottilette dita
vaghe di quello anel che l’un tien cinto.
E ’l mio pensier mi dice: «Or se tu fossi
dentro a que’ bracci, fra quella partita,
tanto diletto avrebbe la tua vita,
che dir per me non si potrebbe il quinto.
Vedi ch’ogni suo membro par dipinto,
formoso e grande quanto a lei s’avviene,
con un colore angelico di perla;
graziosa a vederla
e disdegnosa dove si convene,
umile, e vergognosa e temperata;
e sempre a virtù guata,
e in fra’ suoi be’ costumi un atto regna
che d’ogni reverenza la fa degna».
Federico II di Svevia
Farò come l’augello
Farò come l’augello
quand’altri lo distene,
che vive ne la spene
la quale ha ne lo core
e no more — sperando di campare.
E aspettando quello,
viveragio con pene,
chio non credo aver bene;
tant’è lo fino amore,
e ’l grande — ardore cl’agio di tornare
a voi, donna, d’amare,
di tutte gioi’ compita,
chl’avete la mia vita
da gioia dipartita — e da alegranza.
E mille anni mi pare
che fu la dipartita;
e parmi la redita
quasi fallita per la disianza.
quand’altri lo distene,
che vive ne la spene
la quale ha ne lo core
e no more — sperando di campare.
E aspettando quello,
viveragio con pene,
chio non credo aver bene;
tant’è lo fino amore,
e ’l grande — ardore cl’agio di tornare
a voi, donna, d’amare,
di tutte gioi’ compita,
chl’avete la mia vita
da gioia dipartita — e da alegranza.
E mille anni mi pare
che fu la dipartita;
e parmi la redita
quasi fallita per la disianza.
Federico II di Svevia
Farò come l’augello
Farò come l’augello
quand’altri lo distene,
che vive ne la spene
la quale ha ne lo core
e no more — sperando di campare.
E aspettando quello,
viveragio con pene,
chio non credo aver bene;
tant’è lo fino amore,
e ’l grande — ardore cl’agio di tornare
a voi, donna, d’amare,
di tutte gioi’ compita,
chl’avete la mia vita
da gioia dipartita — e da alegranza.
E mille anni mi pare
che fu la dipartita;
e parmi la redita
quasi fallita per la disianza.
quand’altri lo distene,
che vive ne la spene
la quale ha ne lo core
e no more — sperando di campare.
E aspettando quello,
viveragio con pene,
chio non credo aver bene;
tant’è lo fino amore,
e ’l grande — ardore cl’agio di tornare
a voi, donna, d’amare,
di tutte gioi’ compita,
chl’avete la mia vita
da gioia dipartita — e da alegranza.
E mille anni mi pare
che fu la dipartita;
e parmi la redita
quasi fallita per la disianza.
Francesco Beccuti
Chi pon le labbia
Chi pon le labbia su le vostre rose,
nèttar bever si crede e il velen sugge;
la lingua vibra empie saette ascose
ed assalta in un tratto e fére e fugge.
Lasso! queste spagnuole arti insidiose
già non conobbe un che per voi si strugge;
né men del bianco dente allor s’accorse,
che mostrò di baciarlo e ’l cuor gli morse.
nèttar bever si crede e il velen sugge;
la lingua vibra empie saette ascose
ed assalta in un tratto e fére e fugge.
Lasso! queste spagnuole arti insidiose
già non conobbe un che per voi si strugge;
né men del bianco dente allor s’accorse,
che mostrò di baciarlo e ’l cuor gli morse.
Francesco Berni
Alla sua innamorata
Quand’io ti sguardo ben dal capo a’ piei
e ch’io contemplo la cima e ’l pedone,
mi par aver acconcio i fatti miei.
Alle guagnel, tu sei un bel donnone,
da non trovar nella tua beltà fondo,
tanto capace sei con le persone.
Credo che chi cercasse tutto ’l mondo
non troveria la più grande schiattona:
sempre sei la maggior del ballo tondo.
Io vedo chiar che tu saresti buona
ad ogni gran refugio e naturale,
sol con l’aiuto della tua persona.
Se tu fussi la mia moglie carnale,
noi faremmo sì fatti figliuoloni
da compensarne Bacco e Carnevale.
Quando io ti veggio in sen que’ dui fiasconi,
oh mi vien una sete tanto grande
che par ch’io abbia mangiato salsiccioni;
poi, quand’io penso all’altre tue vivande,
mi si risveglia in modo l’appetito
che quasi mi si strappan le mutande.
Accettami, ti prego, per marito,
ché ti trarrai con me tutte le voglie,
perciò ch’io son in casa ben fornito.
Io non aveva il capo a pigliar moglie,
ma quand’io veggio te, giglio incarnato,
son come uno stallon quando si scioglie,
che vede la sua dama in sur un prato,
e balla e salta come un paladino;
così fo io or ch’io ti son allato.
Io ballo, io canto, io sòno il citarino,
e dico all’improvista de’ sonetti
che non gli scoprirebbe un cittadino.
Se vói che ’l mio amor in te rimetti,
èccome in punto apparecchiato e presto,
pur che di buona voglia tu l’accetti.
E se ancor non ti bastasse questo,
che tu voglia di me meglio informarti,
infòrmatene, ché gli è ben onesto.
In me ritrovarai di buone parti,
ma la meglior io non te la vo’ dire:
s’io la dicessi, farei vergognarti.
Or se tu vòi alli effetti venire,
stringiamo insieme le parole e’ fatti,
e da uom discreto chiamami a dormire;
e se poi il mio esser piaceratti,
ci accordaremo a far le cose chiare,
ché senza testimon non voglio gli atti.
Io so che presso me arai a durare
e che tu vòi un marito galante:
adunque piglia me, non mi lasciare.
Io ti fui sempre sviscerato amante;
di me resti a veder sol una prova:
da quella in fuor, hai visto tutte quante.
Sappi che di miei par non se ne trova,
perch’io lavoro spesso e volentieri
fo questo e quello ch’alla moglie giova.
Con me dar ti potrai mille piaceri,
di Marcon ci staremo in santa pace,
dormirem tutti due senza pensieri,
perché ’l fottere a tutti sempre piace.
e ch’io contemplo la cima e ’l pedone,
mi par aver acconcio i fatti miei.
Alle guagnel, tu sei un bel donnone,
da non trovar nella tua beltà fondo,
tanto capace sei con le persone.
Credo che chi cercasse tutto ’l mondo
non troveria la più grande schiattona:
sempre sei la maggior del ballo tondo.
Io vedo chiar che tu saresti buona
ad ogni gran refugio e naturale,
sol con l’aiuto della tua persona.
Se tu fussi la mia moglie carnale,
noi faremmo sì fatti figliuoloni
da compensarne Bacco e Carnevale.
Quando io ti veggio in sen que’ dui fiasconi,
oh mi vien una sete tanto grande
che par ch’io abbia mangiato salsiccioni;
poi, quand’io penso all’altre tue vivande,
mi si risveglia in modo l’appetito
che quasi mi si strappan le mutande.
Accettami, ti prego, per marito,
ché ti trarrai con me tutte le voglie,
perciò ch’io son in casa ben fornito.
Io non aveva il capo a pigliar moglie,
ma quand’io veggio te, giglio incarnato,
son come uno stallon quando si scioglie,
che vede la sua dama in sur un prato,
e balla e salta come un paladino;
così fo io or ch’io ti son allato.
Io ballo, io canto, io sòno il citarino,
e dico all’improvista de’ sonetti
che non gli scoprirebbe un cittadino.
Se vói che ’l mio amor in te rimetti,
èccome in punto apparecchiato e presto,
pur che di buona voglia tu l’accetti.
E se ancor non ti bastasse questo,
che tu voglia di me meglio informarti,
infòrmatene, ché gli è ben onesto.
In me ritrovarai di buone parti,
ma la meglior io non te la vo’ dire:
s’io la dicessi, farei vergognarti.
Or se tu vòi alli effetti venire,
stringiamo insieme le parole e’ fatti,
e da uom discreto chiamami a dormire;
e se poi il mio esser piaceratti,
ci accordaremo a far le cose chiare,
ché senza testimon non voglio gli atti.
Io so che presso me arai a durare
e che tu vòi un marito galante:
adunque piglia me, non mi lasciare.
Io ti fui sempre sviscerato amante;
di me resti a veder sol una prova:
da quella in fuor, hai visto tutte quante.
Sappi che di miei par non se ne trova,
perch’io lavoro spesso e volentieri
fo questo e quello ch’alla moglie giova.
Con me dar ti potrai mille piaceri,
di Marcon ci staremo in santa pace,
dormirem tutti due senza pensieri,
perché ’l fottere a tutti sempre piace.
Francesco De Lemene
Sonetto
Messaggera dei fior, nunzia d’Aprile,
De’ bei giorni d’amor pallida aurora,
Prima figlia di Zeffiro e di Flora,
Prima del praticel pompa gentile:
S’hai nelle foglie il bel pallor simile
Al pallor di colei che m’innamora,
Se per immago tua ciascun t’adora,
Vanne superba, o vïoletta umile.
Vattene a Lidia, e dille in tua favella
Che più stimi degli ostri i pallor tuoi
Sol perchè Lidia è pallidetta anch’ella.
Con linguaggio d’odor dirle tu puoi:
‘ Se voi, pompa d’amor, siete sì bella,
Son bella anch’io perchè somiglio a voi. ’
De’ bei giorni d’amor pallida aurora,
Prima figlia di Zeffiro e di Flora,
Prima del praticel pompa gentile:
S’hai nelle foglie il bel pallor simile
Al pallor di colei che m’innamora,
Se per immago tua ciascun t’adora,
Vanne superba, o vïoletta umile.
Vattene a Lidia, e dille in tua favella
Che più stimi degli ostri i pallor tuoi
Sol perchè Lidia è pallidetta anch’ella.
Con linguaggio d’odor dirle tu puoi:
‘ Se voi, pompa d’amor, siete sì bella,
Son bella anch’io perchè somiglio a voi. ’
Francesco Petrarca
Amor ed io, sì pien di meraviglia
Amor ed io, sì pien di meraviglia,
come chi mai cosa incredibil vide,
miriam costei quand’ella parla o ride,
che sol se stessa, e null’altra simiglia.
Dal bel seren de le tranquille ciglia
sfavillan sì le mie due stelle fide,
ch’altro lume non è cl’infiammi e guide
chi d’amar altamente si consiglia.
Qual miracol è quel, quando tra l’erba
quasi un fior sede! o ver quand’ella preme
col suo candido seno un verde cespo!
Qual dolcezza è ne la stagione acerba
vederla ir sola coi pensier suoi insieme,
tessendo un cerchio a l’oro terso e crespo!
come chi mai cosa incredibil vide,
miriam costei quand’ella parla o ride,
che sol se stessa, e null’altra simiglia.
Dal bel seren de le tranquille ciglia
sfavillan sì le mie due stelle fide,
ch’altro lume non è cl’infiammi e guide
chi d’amar altamente si consiglia.
Qual miracol è quel, quando tra l’erba
quasi un fior sede! o ver quand’ella preme
col suo candido seno un verde cespo!
Qual dolcezza è ne la stagione acerba
vederla ir sola coi pensier suoi insieme,
tessendo un cerchio a l’oro terso e crespo!
Francesco Petrarca
Canta, or piango, e non men di dolcezza
Canta, or piango, e non men di dolcezza
del pianger prendo che del canto presi;
ch’a la cagion, non a l’effetto, intesi
sono i miei sensi vaghi pur d’altezza.
Indi e mansiietudine e durezza
ed atti fieri ed umili e cortesi
porto egualmente; nè me gravan pesi,
nè l’arme mie punta di sdegni spezza.
Tengan dunque vér me l’usato stile
Amor, Madonna, il mondo e mia fortuna;
ch’? non penso esser mai se non felice.
Viva o mora o languisca, un più gentile
stato del mio non è sotto la luna:
sì dolce è del mio amaro la radice!
del pianger prendo che del canto presi;
ch’a la cagion, non a l’effetto, intesi
sono i miei sensi vaghi pur d’altezza.
Indi e mansiietudine e durezza
ed atti fieri ed umili e cortesi
porto egualmente; nè me gravan pesi,
nè l’arme mie punta di sdegni spezza.
Tengan dunque vér me l’usato stile
Amor, Madonna, il mondo e mia fortuna;
ch’? non penso esser mai se non felice.
Viva o mora o languisca, un più gentile
stato del mio non è sotto la luna:
sì dolce è del mio amaro la radice!
Francesco Petrarca
Canzoni
Di pensier în pensier, di monte in monte
mi guida Amor; ch’ogni segnato calle
provo contrario a la tranquilla vita.
Se in solitaria piaggia rivo o fonte,
se in fra due poggi siede ombrosa valle,
ivi s’acqueta l’alma sbigottita;
e, come Amor l’invita,
qualche riposo; ogni abitato loco
è nemico mortal degli occhi miei.
A ciascun passo nasce un pensier novo
de la mia donna, che sovente in gioco
gira il tormento chio porto per lei;
ed a pena vorrei
cangiar questo mio viver dolce amaro,
cl’io dico: “ Forse anco ti serva Amore
ad un tempo migliore;
forse, a te stesso vile, altrui sei caro ”;
ed in questa trapasso sospirando:
e quanto in più selvaggio
loco mi trovo e in più deserto lido,
tanto più bella il mio pensier l’adombra;
poi, quando il vero sgombra
quel dolce error, pur lì medesmo assido
me freddo, pietra morta in pietra viva,
in guisa d’uom che pensi e pianga e scriva.
Ove d’altra montagna ombra non tocchi,
verso il maggiore e il più spedito giogo,
tirar mi suol un desiderio intenso:
indi i miei danni a misurar con gli occhi
comincio, e intanto lagrimando sfogo
di dolorosa nebbia il cor condenso,
allor cl’io miro e penso
quant’aria dal bel viso mi diparte,
che sempre m’è si presso e sì lontano.
Poscia fra me pian piano:
“ Che fai tu lasso? forse in quella parte
or di tua lontananza si sospira ”;
ed in questo pensier l’alma respira.
Canzone, oltra quell’alpe,
là dove il ciel è più sereno e lieto,
mi rivedrai sovr’un ruscel corrente,
ove l’aura si sente
d’un fresco ed odorifero laureto.
Ivi è il mio cor, e quella che ’l nvinvola;
qui veder puoi l’imagine mia sola.
mi guida Amor; ch’ogni segnato calle
provo contrario a la tranquilla vita.
Se in solitaria piaggia rivo o fonte,
se in fra due poggi siede ombrosa valle,
ivi s’acqueta l’alma sbigottita;
e, come Amor l’invita,
qualche riposo; ogni abitato loco
è nemico mortal degli occhi miei.
A ciascun passo nasce un pensier novo
de la mia donna, che sovente in gioco
gira il tormento chio porto per lei;
ed a pena vorrei
cangiar questo mio viver dolce amaro,
cl’io dico: “ Forse anco ti serva Amore
ad un tempo migliore;
forse, a te stesso vile, altrui sei caro ”;
ed in questa trapasso sospirando:
e quanto in più selvaggio
loco mi trovo e in più deserto lido,
tanto più bella il mio pensier l’adombra;
poi, quando il vero sgombra
quel dolce error, pur lì medesmo assido
me freddo, pietra morta in pietra viva,
in guisa d’uom che pensi e pianga e scriva.
Ove d’altra montagna ombra non tocchi,
verso il maggiore e il più spedito giogo,
tirar mi suol un desiderio intenso:
indi i miei danni a misurar con gli occhi
comincio, e intanto lagrimando sfogo
di dolorosa nebbia il cor condenso,
allor cl’io miro e penso
quant’aria dal bel viso mi diparte,
che sempre m’è si presso e sì lontano.
Poscia fra me pian piano:
“ Che fai tu lasso? forse in quella parte
or di tua lontananza si sospira ”;
ed in questo pensier l’alma respira.
Canzone, oltra quell’alpe,
là dove il ciel è più sereno e lieto,
mi rivedrai sovr’un ruscel corrente,
ove l’aura si sente
d’un fresco ed odorifero laureto.
Ivi è il mio cor, e quella che ’l nvinvola;
qui veder puoi l’imagine mia sola.
Francesco Petrarca
Ch1 vuol veder quantunque può natura
vuol veder quantunque può natura
e il ciel tra noi, venga a mirar costei,
ch’è sola un sol, non pur agli occhi miei
ma al mondo cieco che virtù non cura;
e venga tosto, perchè morte fura
prima i migliori e lascia stat i rei:
questa, aspettata al regno degli dei,
cosa bella mortal, passa e non dura.
Vedrà, s’arriva a tempo, ogni virtute,
ogni bellezza, ogni real costume
giunti in un corpo con mirabil tempre;
allor dirà che mie rime son mute,
l’ingegno offeso dal soverchio lume:
ma, se più tarda, avrà da pianger sempre.
e il ciel tra noi, venga a mirar costei,
ch’è sola un sol, non pur agli occhi miei
ma al mondo cieco che virtù non cura;
e venga tosto, perchè morte fura
prima i migliori e lascia stat i rei:
questa, aspettata al regno degli dei,
cosa bella mortal, passa e non dura.
Vedrà, s’arriva a tempo, ogni virtute,
ogni bellezza, ogni real costume
giunti in un corpo con mirabil tempre;
allor dirà che mie rime son mute,
l’ingegno offeso dal soverchio lume:
ma, se più tarda, avrà da pianger sempre.
Francesco Petrarca
Chiare, fresche e dolci acque
Chiare, fresche e dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
aer sacro sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse;
date udienza insieme
a le dolenti mie parole estreme.
S’egli è pur mio destino,
e ’]l cielo in ciò s’adopra,
ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda;
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra,
e torni l’alma al proprio albergo ignuda.
La motte fia men cruda,
se questa spene porto
a quel dubbioso passo;
chè lo spirito lasso
non poria mai ’n più riposato porto
nè in più tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l’ossa.
Tempo verrà ancor forse
cla l’usato soggiorno
torni la fera bella e mansueta,
e là, °v’ella mi scorse
. nel benedetto giorno,
volga la vista disiosa e lieta,
cercandomi; et, o pieta!,
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l’inspiri
in guisa, che sospiri
e faccia forza al cielo
asciugandosi gli occhi co ’l bel velo.
Dai bei rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra ’l suo grembo;
et ella si sedea,
umile in tanta gloria
coverta già de l’amoroso nembo.
Qual fior cadea su ’l lembo,
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito e perle
eran quel dì a vederle;
qual si posava in terra, e qual su l’onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: “ Qui regna Amore.”
Quante volte diss’io
allor pien di spavento
“ Costei per fermo nacque in paradiso! ”
Così carco d’oblio
il divin portamento
e ’l volto e le parole e ’l dolce riso
m’aveano, e sì diviso
da l’imagine vera,
ch’? dicea sospirando:
“Qui come vent’io, o quando?”
credendo esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in quà mi piace
quest’erba sì, ch’altrove non ho pace.
Se tu avessi ornamenti quant’hai voglia,
potresti arditamente
uscir del bosco e gir in fra la gente.
1317-1375
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
aer sacro sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse;
date udienza insieme
a le dolenti mie parole estreme.
S’egli è pur mio destino,
e ’]l cielo in ciò s’adopra,
ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda;
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra,
e torni l’alma al proprio albergo ignuda.
La motte fia men cruda,
se questa spene porto
a quel dubbioso passo;
chè lo spirito lasso
non poria mai ’n più riposato porto
nè in più tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l’ossa.
Tempo verrà ancor forse
cla l’usato soggiorno
torni la fera bella e mansueta,
e là, °v’ella mi scorse
. nel benedetto giorno,
volga la vista disiosa e lieta,
cercandomi; et, o pieta!,
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l’inspiri
in guisa, che sospiri
e faccia forza al cielo
asciugandosi gli occhi co ’l bel velo.
Dai bei rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra ’l suo grembo;
et ella si sedea,
umile in tanta gloria
coverta già de l’amoroso nembo.
Qual fior cadea su ’l lembo,
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito e perle
eran quel dì a vederle;
qual si posava in terra, e qual su l’onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: “ Qui regna Amore.”
Quante volte diss’io
allor pien di spavento
“ Costei per fermo nacque in paradiso! ”
Così carco d’oblio
il divin portamento
e ’l volto e le parole e ’l dolce riso
m’aveano, e sì diviso
da l’imagine vera,
ch’? dicea sospirando:
“Qui come vent’io, o quando?”
credendo esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in quà mi piace
quest’erba sì, ch’altrove non ho pace.
Se tu avessi ornamenti quant’hai voglia,
potresti arditamente
uscir del bosco e gir in fra la gente.
1317-1375
Francesco Petrarca
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
che in mille dolci nodi li avvolgea;
e il vago lume oltre misura ardea
di quei begli occhi, ch’or ne son si scarsi;
e il viso di pietosi color farsi,
non so se vero o falso mi parea:
io che l’esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di subit’arsi?
Non era l’andar suo cosa mortale,
ma d’angelica forma, e le parole
sonavan altro che pur voce umana.
Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel chio vidi; e se non fosse or tale,
piaga per allentar d’arco non sana.
po
che in mille dolci nodi li avvolgea;
e il vago lume oltre misura ardea
di quei begli occhi, ch’or ne son si scarsi;
e il viso di pietosi color farsi,
non so se vero o falso mi parea:
io che l’esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di subit’arsi?
Non era l’andar suo cosa mortale,
ma d’angelica forma, e le parole
sonavan altro che pur voce umana.
Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel chio vidi; e se non fosse or tale,
piaga per allentar d’arco non sana.
po
Francesco Petrarca
In qual parte del ciel, in quale idea
In qual parte del ciel, in quale idea
era l’esempio, onde natura tolse
quel bel viso leggiadro, in ch’ella volse
mostrar qua giù quanto lassù potea?
Qual ninfa in fonti, in selva mai qual Dea
chiome d’oro sì fino a l’aura sciolse?
Quando un cor tante in sè virtuti accolse?
Benchè la somma è di mia morte rea.
Per divina bellezza indarno mira
chi gli occhi di costei giammai non vide,
come soavemente ella gli gira.
Non sa come Amor sana e come ancide,
chi non sa come dolce ella sospira,
e come dolce parla e dolce ride.
era l’esempio, onde natura tolse
quel bel viso leggiadro, in ch’ella volse
mostrar qua giù quanto lassù potea?
Qual ninfa in fonti, in selva mai qual Dea
chiome d’oro sì fino a l’aura sciolse?
Quando un cor tante in sè virtuti accolse?
Benchè la somma è di mia morte rea.
Per divina bellezza indarno mira
chi gli occhi di costei giammai non vide,
come soavemente ella gli gira.
Non sa come Amor sana e come ancide,
chi non sa come dolce ella sospira,
e come dolce parla e dolce ride.
Francesco Petrarca
LeEvomwmr il mio pensier in parte ov’era
il mio pensier in parte ov’era
quella clio cerco e non ritrovo in terra:
ivi fra lor, che ’l terzo cerchio serra,
la rividi più bella e meno altera.
Mio ben non cape in intelletto umano:
te solo aspetto, e, quel che tanto amasti
e [à giuso è rimaso, il mio bel velo.”
Deh perchè tacque ed allargò la mano?
Ch’al suon de’ detti sì pietosi e casti
poco mancò ch’io non rimasi in cielo.
quella clio cerco e non ritrovo in terra:
ivi fra lor, che ’l terzo cerchio serra,
la rividi più bella e meno altera.
Mio ben non cape in intelletto umano:
te solo aspetto, e, quel che tanto amasti
e [à giuso è rimaso, il mio bel velo.”
Deh perchè tacque ed allargò la mano?
Ch’al suon de’ detti sì pietosi e casti
poco mancò ch’io non rimasi in cielo.
Francesco Petrarca
Li angeli eletti e l’anime beate
Li Angeli eletti, e l’anime beate
Cittadine del Cielo, il primo giorno
Che Madonna passò, le fur’ intorno
Piene di maraviglia, e di pietate.
Che luce è questa, e qual nova beltate?
Dicean tra lor, perch’abito sì adorno
Dal mondo errante a quest’alto soggiorno
Non salì mai in tutta questa etate.
Ella, contenta aver cangiato albergo
Si paragona pur coi più perfetti;
E parte ad or’ ad or si volge a tergo,
Mirando s’io la seguo; e par ch’aspetti:
Ond’io voglie, e pensier’ tutti al Ciel’ ergo;
Perch’i’ l’odo pregar pur, ch’i’ m’affretti.
Cittadine del Cielo, il primo giorno
Che Madonna passò, le fur’ intorno
Piene di maraviglia, e di pietate.
Che luce è questa, e qual nova beltate?
Dicean tra lor, perch’abito sì adorno
Dal mondo errante a quest’alto soggiorno
Non salì mai in tutta questa etate.
Ella, contenta aver cangiato albergo
Si paragona pur coi più perfetti;
E parte ad or’ ad or si volge a tergo,
Mirando s’io la seguo; e par ch’aspetti:
Ond’io voglie, e pensier’ tutti al Ciel’ ergo;
Perch’i’ l’odo pregar pur, ch’i’ m’affretti.
Francesco Petrarca
LreTI fiori e felici e ben nate erbe
fiori e felici e ben nate erbe,
che Madonna, pensando, premer sòle;
piaggia, ch’ascolti sue dolci parole,
e del bel piede alcun vestigio serbe;
schietti arboscelli e verdi frondi acerbe,
amorosette e pallide viole;
ombrose selve, ove percote il sole,
che vi fa co’ suoi raggi alte e superbe;
o soave contrada, o puro fiume,
che bagni il suo bel viso e gli occhi chiari,
IO
e prendi qualità dal vivo lume;
quanto v’invidio gli atti onesti e cari!
Non fia in voi scoglio omai, che per costume
d’arder co’ la mia fiamma non impari.
che Madonna, pensando, premer sòle;
piaggia, ch’ascolti sue dolci parole,
e del bel piede alcun vestigio serbe;
schietti arboscelli e verdi frondi acerbe,
amorosette e pallide viole;
ombrose selve, ove percote il sole,
che vi fa co’ suoi raggi alte e superbe;
o soave contrada, o puro fiume,
che bagni il suo bel viso e gli occhi chiari,
IO
e prendi qualità dal vivo lume;
quanto v’invidio gli atti onesti e cari!
Non fia in voi scoglio omai, che per costume
d’arder co’ la mia fiamma non impari.
Francesco Petrarca
Non d’atra et tempestosa onda marina
Non d’atra et tempestosa onda marina
fuggìo in porto già mai stanco nocchiero,
com’io dal fosco et torbido pensero
fuggo ove ’1 gran desìo mi sprona e ’nchina.
Né mortal vista mai luce divina
vinse, come la mia quel raggio altero
del bel dolce soave bianco et nero,
in che i suoi strali Amor dora et affina.
Cieco non già, ma pharetrato il veggo;
nudo, se non quanto vergogna il vela;
garzon con ali, non pinto, ma vivo.
Indi mi mostra quel ch’a molti cela;
ch’a parte a parte entro a’ begli occhi leggo
quant’io parlo d’Amore, et quant’io scrivo.
fuggìo in porto già mai stanco nocchiero,
com’io dal fosco et torbido pensero
fuggo ove ’1 gran desìo mi sprona e ’nchina.
Né mortal vista mai luce divina
vinse, come la mia quel raggio altero
del bel dolce soave bianco et nero,
in che i suoi strali Amor dora et affina.
Cieco non già, ma pharetrato il veggo;
nudo, se non quanto vergogna il vela;
garzon con ali, non pinto, ma vivo.
Indi mi mostra quel ch’a molti cela;
ch’a parte a parte entro a’ begli occhi leggo
quant’io parlo d’Amore, et quant’io scrivo.
Francesco Petrarca
PrEn d’un vago pensier che mi desvia
d’un vago pensier che mi desvia
da tutti gli altri e fammi al mondo ir solo,
ad or ad ora a me stesso m’involò,
pur lei cercando che fuggir devria;
e veggiola passar sì dolce e ria
che l’alma trema per levarsi a volo,
tal d’armati pensier conduce stuolo
questa bella d’amor nemica e mia.
Ben, s’io non erro, di pietate un raggio
scorgo fra ’l nubiloso altero ciglio,
che in parte rasserena il cor doglioso:
allor raccolgo l’alma, e poi ch’i’ aggio
di scovrirle il mio mal preso consiglio,
tanto gli ho a dir che incominciar non oso.
da tutti gli altri e fammi al mondo ir solo,
ad or ad ora a me stesso m’involò,
pur lei cercando che fuggir devria;
e veggiola passar sì dolce e ria
che l’alma trema per levarsi a volo,
tal d’armati pensier conduce stuolo
questa bella d’amor nemica e mia.
Ben, s’io non erro, di pietate un raggio
scorgo fra ’l nubiloso altero ciglio,
che in parte rasserena il cor doglioso:
allor raccolgo l’alma, e poi ch’i’ aggio
di scovrirle il mio mal preso consiglio,
tanto gli ho a dir che incominciar non oso.
Francesco Petrarca
Quanpo fra l’altre donne ad ora ad ora
Quanpo fra l’altre donne ad ora ad ora
Amor vien nel bel viso di costei,
quanto ciascuna è men bella di lei,
tanto cresce ’l desio che m’innamora.
To benedico il loco il tempo e l’ora
che sì alto miraron gli occhi miei,
e dico: “ Anima, assai ringraziar dèi
che fosti a tanto onor degnata allora.”
Da lei ti ven l’amoroso pensiero,
che, mentre ’l segui, al sommo ben t’invia,
poco prezzando quel ch’ogni uom desia;
da lei vien l’animosa leggiadria,
ch’al ciel ti scorge per destro sentiero:
sì chio vo già de la speranza altero.
Amor vien nel bel viso di costei,
quanto ciascuna è men bella di lei,
tanto cresce ’l desio che m’innamora.
To benedico il loco il tempo e l’ora
che sì alto miraron gli occhi miei,
e dico: “ Anima, assai ringraziar dèi
che fosti a tanto onor degnata allora.”
Da lei ti ven l’amoroso pensiero,
che, mentre ’l segui, al sommo ben t’invia,
poco prezzando quel ch’ogni uom desia;
da lei vien l’animosa leggiadria,
ch’al ciel ti scorge per destro sentiero:
sì chio vo già de la speranza altero.
Francesco Petrarca
Se lamentar augelli o verdi fronde
Se lamentar augelli o verdi fronde
mover soavemente a l’aura estiva,
o roco mormorar di lucide onde
s’ode d’una fiorita e fresca riva,
Ià °V’io seggia d’amor pensoso e scriva;
lei che ’l ciel ne mostrò, terra n’asconde,
veggio et odo et intendo, ch’ancor viva
di sì lontano ai sospir miei risponde.
“Deh perchè innanzi ’°l tempo ti consume? ”
mi dice con pietate: “a che pur versi
de gli occhi tristi un doloroso fiume?
Di me non pianger tu; ch’i miei dì fersi,
morendo, eterni; e ne l’interno lume,
quando mostrai di chiuder, gli occhi apersi.”
mover soavemente a l’aura estiva,
o roco mormorar di lucide onde
s’ode d’una fiorita e fresca riva,
Ià °V’io seggia d’amor pensoso e scriva;
lei che ’l ciel ne mostrò, terra n’asconde,
veggio et odo et intendo, ch’ancor viva
di sì lontano ai sospir miei risponde.
“Deh perchè innanzi ’°l tempo ti consume? ”
mi dice con pietate: “a che pur versi
de gli occhi tristi un doloroso fiume?
Di me non pianger tu; ch’i miei dì fersi,
morendo, eterni; e ne l’interno lume,
quando mostrai di chiuder, gli occhi apersi.”
Francesco Petrarca
Se mai foco per foco
Se mai foco per foco non si spense,
né fiume fu già mai secco per pioggia,
ma sempre l’un per l’altro simil poggia,
et spesso l’un contrario l’altro accense,
Amor, tu che’ pensier nostri dispense,
al qual un’alma in duo corpi s’appoggia,
perché fai in lei con disusata foggia
men, per molto voler, le voglie intense?
Forse, sì come ’l Nil, d’alto caggendo,
col gran suono i vicin dintorno assorda,
e ’l sole abbaglia chi ben fiso ’l guarda,
così ’l desio, che seco non s’accorda,
ne lo sfrenato obiecto vien perdendo;
et per troppo spronar la fuga è tarda.
né fiume fu già mai secco per pioggia,
ma sempre l’un per l’altro simil poggia,
et spesso l’un contrario l’altro accense,
Amor, tu che’ pensier nostri dispense,
al qual un’alma in duo corpi s’appoggia,
perché fai in lei con disusata foggia
men, per molto voler, le voglie intense?
Forse, sì come ’l Nil, d’alto caggendo,
col gran suono i vicin dintorno assorda,
e ’l sole abbaglia chi ben fiso ’l guarda,
così ’l desio, che seco non s’accorda,
ne lo sfrenato obiecto vien perdendo;
et per troppo spronar la fuga è tarda.
Franco Cavallo
La nascita del principe
II
Io mi sto in villa; e poi
che seguirno quelli miei ultimi casi,
non sono stato,
ad accozzarli tutti,
venti dì a Firenze.
IV
io mi lievo la mattina con el sole,
e vommene in un mio bosco
che io fo tagliare,
dove sto dua ore a rivedere
l’opere del giorno passato
et a passar tempo
con quegli tagliatori,
che hanno sempre qualche sciagura
alle mane
o fra loro
O CO’ vicini.
XI
Venuto la sera,
mi ritorno in casa
et entro nel mio scrittoio;
et in su l’uscio
mi spoglio quella veste cotidiana,
piena di fango
e di loto,
e mi metto panni reali
e curiali;
e rivestito condecentemente,
entro nelle antique corti
delli antiqui uomini,
dove, da loro ricevuto amorevol-
mente, mi pasco di quel cibo,
che solum è mio,
e che io nacqui per lui.
Io mi sto in villa; e poi
che seguirno quelli miei ultimi casi,
non sono stato,
ad accozzarli tutti,
venti dì a Firenze.
IV
io mi lievo la mattina con el sole,
e vommene in un mio bosco
che io fo tagliare,
dove sto dua ore a rivedere
l’opere del giorno passato
et a passar tempo
con quegli tagliatori,
che hanno sempre qualche sciagura
alle mane
o fra loro
O CO’ vicini.
XI
Venuto la sera,
mi ritorno in casa
et entro nel mio scrittoio;
et in su l’uscio
mi spoglio quella veste cotidiana,
piena di fango
e di loto,
e mi metto panni reali
e curiali;
e rivestito condecentemente,
entro nelle antique corti
delli antiqui uomini,
dove, da loro ricevuto amorevol-
mente, mi pasco di quel cibo,
che solum è mio,
e che io nacqui per lui.