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Poesie di questo tema

Vita ed esistenza

Nelo Risi

Nelo Risi

Attesa là

C’era un patto tra noi
oh! non che fosse stretto da alcunché di scritto
era un’intesa
correva dai tuoi occhi ai miei
dal viso affilato sul letto quasi da campo
nido tra i ritratti di un padre
di una madre da citare a esempio ai figli
sottratti con troppa indulgenza al giudizio
manchevolezze dicevi – errori mai
tra ritagli di giornali affissi al muro (i nostri
successi) e cumuli di lettere fioriti di nastri
tra il Goethe annotato
e i quadri e le leggende di tre case...
l’intesa era
che tu avresti raggiunto anche se tardi
nostro padre
nel modo più civile
occupando il minor posto
nessun ingombro (certo!)
senza funebri pompe dentro un’urna di granito
che tu tornassi cenere nella tua Milano
E così fu
anche se gli atti che restano da compiere
i licet le pratiche i consensi
non sono mai semplici nella stretta del momento
e ci trovano sempre disarmati...
Fummo presenti mio fratello e io
in quel tempietto orribile nel gusto egizio
tra sfingi di gesso annerite dai roghi
ma senza i balsami le resine odorose
le bende i pepli il verde tramonto
con quel che di corporeo resta
dissolto nelle acque sacrificali...
L’ombelico del mondo qui è cattolico
la tua religione era qualcosa di diverso
una musica di sfere (l’intelletto
che riconosce sé nell’universo)
o di un genio preromantico tedesco
un che di animistico affidato al pianoforte
una patetica
da dieci dita per dieci lustri ripetuta
un limbo laico senza il suo Cocito
un incontro in laguna senza l’ombra di Caronte
perché il pedaggio tu lo pagasti in vita
Guardavo quelle mani le tue mani (non la mente)
sempre più deboli
mai giunte (pregare
non t’abbiamo mai visto
hai meritato bene la tua quiete) finemente
intrecciate dito a dito come un merletto
una blonda che serbavi nel fondo del baule
per le spose dei figli dei tuoi figli
mani
dalle unghie curate che sfumavano nel lilla
del lillà prediletto
Tu! avviluppata nel mantello bianco (dono
di una nuora) che finiva in sciarpa
con i piedi di giada finalmente pareggiati
con le palpebre violette
con le dita già nere alle lunule
con sulle labbra la fermezza di un’esistenza intatta
ancora tu nello slancio d’alabastro
diafano sarcofago di gentile donna lombarda
involucro spinto su rotaie a braccia
nel fuoco ahi! di nafta
ridotta a fumo acre
nuvoletta appena stemperata
a mezza altezza tra la fiamma e il nessun peso
del corpo che si disfa al nostro sguardo
(arca severa dopo millenni aperta
all’aria) e subito sbiadita in un ultimo saluto
di cime d’alberi
di geometrie di rondini
di tremiti di marzo
mentre con gesti da cercatore di pepite
qualcuno s’adopera a raccogliere le tue ceneri...
Andassero a quel fiume
al grande corso che fu la tua vita!
sfociasse là dove ti sai attesa
perché la recisione abbia il senso di un viaggio
oh! non di rottura non definitivo
a suggerirci un segno un cenno
due firme finalmente congiunte
dal luogo (che ci è ignoto)
che ha finestre con vista sull’infinito
come quando amanti così amati partivate
a cercare per i tre bagaìn una vacanza
negli anni venti della nostra prima infanzia
Paolo Buzzi

Paolo Buzzi

Il mortorio di Bibia

Bibia, vecchia zitella zoppa ricca,
è morta l’altro ieri.
Voluto ha eredi
tutti, che la seguiranno al funerale,
e zoppi e storti poveri della città.

La nuova è corsa via
per le stamberghe di soffitta e di cantina,
pe’ fienili e le fogne e le panchette e i gradini
di chiesa e di convento e gli archi
di ponte pieni di danze moscerine sul canale.

È l’ora del mortorio.
Si muove. Avanza. Il prete, zoppo.
Il carro pare che zoppichi coi cavalli.
E, dietro, l’esercito delle grucce e dei saltelli.

Un lieto muovere umano
a ritmo lento.
Non mai vedesti andare, in vento di marzo,
i ramiciattoli d’ippocàstano sui viali?
Fosco è il colore della marmaglia sbilenca
sulla via civica dove la primavera si riversa.
E segue una sua sghemba
linea che, veramente, pare
sopra una diritta linea di secoli
l’eterno passo necroforo claudicante dell’Umanità.

Tetano o mazurka,
l’ossa loro, i loro nervi ballano
sotto l’archettata d’uno spasimo.
Fango v’è, per pioggia recente, sulla strada.
L’orme gialle hanno il disegno fuggevole
dei vecchi burri che friggono,
e le stampelle bucano
di piccoli botri acquitrinosi obliqui
la melma che sghignazza e, forse, gode
essere calpestata, finalmente,
da un’orda di miserabili felici.

Vi sono vecchi e giovani,
maschi e femmine.
Prima le femmine
fanno il corteo più denso di cenci,
sbattocchiano la mota e se ne ingioiellano
d’agate spente le sottane
sdrucite dalla meccanica guasta
degli arti male invisibili.
Poi, gli uomini, d’ogni colore e forma,
ironici, con zampe di gallo profonde
agli occhi, fin sulle tempie e le guance
rigate di rughe perverse.
Qua e là un verde di tabe,
molti d’un rosso nasuto di vernaccia.
Adocchiano, quasi tutti, le belle
ferme curiose a ridere
nelle cornici di pietra delle finestre
o sui plinti prolissi del lastricato.
E, traballando avanti,
borbottano requiem osceni.

Dove marciano?
Fin là dove si reggano.
Marcerebbero fino alle stelle.
Ma non arriveranno fino al cimitero.
Ecco:
uno stramazza, vinto
dalla sua gamba di legno che si sfascia.

Ne cascano sovra altri sei.
La coda si squassa, scompiglia, rompe.
Il carro, lo fermano.
È tutto caduto il corteo.

Una barricata di corpi umani
irta di grucce e di stinchi
tiene ora la via dove rideva la gente.

Vi sono dei volti e delle nuche nel fango.
Contro la primavera
l’ammasso nerastro
ha dei riscossoni d’enorme talpa accoppata.
E molti, ora, s’odono gridare e piangere
nel mucchio sgraziato e all’intorno.
E due si son dati a morire.

Ecco, sotto il pasticcio di membra,
le due mani diverse, stecchite, ma avide pari
che prendono il vuoto
come la loro parte sudata d’eredità.
Paolo Buzzi

Paolo Buzzi

Le unghie

V’amo nei neonati,
candide, tenere, piccole
come i primi petali
del fiore del pero:
prensili,
nel vagito dei sogni,
prendere tentate
solo dei fiocchi
di neve di limbo
o la montagna rosea
della mammella nutrice
che lor nasconde il mondo.
Femmine? Maschi?

Chi può dire?
L’unghie dell’infanzia in fasce
è come l’infanzia medesima fasciata.
Non ha sesso.
Ed ogni falda di neve
ed ogni stilla di latte
che le imperli
degna è di fare,
d’una mano d’angelo piccolo,
il fiore paradisiaco della purità.

V’amo nelle donne:
siete lame di corno: potreste
ferire a sangue: potreste
tatuare di mille segni barbarici
la carne avversaria dell’amante.
Avete le lùnule, bianche
d’un sorriso adamantino, che saprebbero
ardere d’un pianto di rubino
se mai vi ficcaste gelose fino al fondo
d’una nuca diabolica di traditore.
E l’incarnato gelido dell’anime specchiasi
nei vostri segmenti
color delle pelli-rosa calde feroci.
M’inebriano i profumi concentrici
delle faccette vostre di vetri di fiala stappati;
e gli archi estremi, lucidi pallidi acuiti
come becchi di civette canarine,
adoro se a tornio di limucce e di stecchelli
vi lavorano dita pazientissime
per ore ed ore che le spio
dalla finestra rimpetto
ove un uomo odia la donna e pur la mangia d’occhi.

E v’amo, mie, in cima fulgide
queste mani di musico e di poeta:
v’amo, piccole fiamme dure diafane
su questa candelora bizzarra
delle mie dita sempre in fuochi di festa.
Ch’io scriva,
e voi fulgete chiare, doppie
alla punta oscura della penna.
Siete la luce, o unghie,
di cui la negra lancetta degli inchiostri è l’ombra.
Ch’io tocchi i tasti al pianoforte
– divino amico saldo
delle mie solitudini vertiginose –
e voi reggete il molle mistero tattile
dei polpastrelli, siete i miei dieci plettri
onde io ben tocco le corde
che legano i lacerti dell’anima mia
alle più profonde alghe sensitive
dell’Infinito.

E v’amo nei pazzi:
nei pazzi che vi tagliano e vi riserbano
in molti pacchetti preziosi:
ed uno uccise un altro
che gli rubò un cartoccio
delle piccole
tenere
ossee
reliquie.
Qual di noi pensa
alle sorti dell’unghie tagliate?
Dove cadono?
Chi le sperde?
Non sono le nostre particole?
Non sono i quarti di luna esili
crescenti con la marea delle giornate?

E dicono
che anche ai morti
crescan sotterra le unghie:
unghie felici, libere, logiche,
cui nessuna forbice taglierà.
Paolo Ruffilli

Paolo Ruffilli

All’infuori del corpo

“Sarebbe, quindi,
tutto un grande errore”.
“Non so se un caso o
un piano superiore. Ma,
certo, nel difetto e
nel dolore”.

L’ignoto arretra
un passo e avanza
all’infinito.

“O, almeno, l’impressione
di un oblìo...Che so,
di un annegare”.
“Che cada al fondo
smarriti gli orizzonti,
e corra via”.
Pare che al mondo
non ci sia una storia,
che manchino contorni
definiti, che tutto
avvenga, da un certo
punto almeno, per inerzia
o per pressione di un vuoto
che acquista moto e spazio
nel procedere dei giorni
fino a farsi pieno.

“Attento, si capisce, a
dove vai. Segui la pista
senza cedere agli abbagli.
E non vale se sbagli,
meno che mai nel noto.
Perché il mistero
vero è proprio in
Ciò che è a vista”.

...Se non si perde,
neppure si conquista.

È vuoto è nulla
il tuffo non finisce
ombra da ombra
tiene
il corpo non risale
voce dall’acqua
spinge
di sé ciascuno
stringe
la parte che ne affiora
e finge il resto immerso
ne cuce i lembi
ai bordi della falla
ne immagina la forma
che viene e non ritorna
dentro sangue e fango
in essere disciolto
e su da fondo
solo capovolto
nel più profondo
inter
urinas et feces
sotto una luce stanca
per ferri e garze
fuori a galla
nascimur

Dentro lo spazio
di teoria,
identità (la mia?)
risultanza
quasi d’anagrafe.

Vita: stato di
confusa situazione,
tentata relazione
‘tra un oggi
invano organizzato
e quel che ieri ha teso
ineludibile tracciato.
Strazio di gesti
e di intenzioni,
compromesso di parole
vissuto e mai accettato.

(Non si vede né
giovane, né vecchio,
non sa se bello o
brutto. Si
avverte come ingombro
oppure si scompare

Controlli, indugi,
attese a non finire
prima di spiccare
finalmente 1] salto.

...così, sul declinare
andante, sul filo
di quell’onda...

“Fino a scoprire
che poi, di là,
non c’è la sponda”.

È la cancellazione
progressiva delle presenze care o note,
il conto che comincia
a non tornare. Il
margine sempre più
. sottile, man mano
che si fanno falle
e vuoti tra le file. (...)

Da CAMERA OSCURA