Poesie di questo tema
Vita ed esistenza
Nelo Risi
Attesa là
C’era un patto tra noi
oh! non che fosse stretto da alcunché di scritto
era un’intesa
correva dai tuoi occhi ai miei
dal viso affilato sul letto quasi da campo
nido tra i ritratti di un padre
di una madre da citare a esempio ai figli
sottratti con troppa indulgenza al giudizio
manchevolezze dicevi – errori mai
tra ritagli di giornali affissi al muro (i nostri
successi) e cumuli di lettere fioriti di nastri
tra il Goethe annotato
e i quadri e le leggende di tre case...
l’intesa era
che tu avresti raggiunto anche se tardi
nostro padre
nel modo più civile
occupando il minor posto
nessun ingombro (certo!)
senza funebri pompe dentro un’urna di granito
che tu tornassi cenere nella tua Milano
E così fu
anche se gli atti che restano da compiere
i licet le pratiche i consensi
non sono mai semplici nella stretta del momento
e ci trovano sempre disarmati...
Fummo presenti mio fratello e io
in quel tempietto orribile nel gusto egizio
tra sfingi di gesso annerite dai roghi
ma senza i balsami le resine odorose
le bende i pepli il verde tramonto
con quel che di corporeo resta
dissolto nelle acque sacrificali...
L’ombelico del mondo qui è cattolico
la tua religione era qualcosa di diverso
una musica di sfere (l’intelletto
che riconosce sé nell’universo)
o di un genio preromantico tedesco
un che di animistico affidato al pianoforte
una patetica
da dieci dita per dieci lustri ripetuta
un limbo laico senza il suo Cocito
un incontro in laguna senza l’ombra di Caronte
perché il pedaggio tu lo pagasti in vita
Guardavo quelle mani le tue mani (non la mente)
sempre più deboli
mai giunte (pregare
non t’abbiamo mai visto
hai meritato bene la tua quiete) finemente
intrecciate dito a dito come un merletto
una blonda che serbavi nel fondo del baule
per le spose dei figli dei tuoi figli
mani
dalle unghie curate che sfumavano nel lilla
del lillà prediletto
Tu! avviluppata nel mantello bianco (dono
di una nuora) che finiva in sciarpa
con i piedi di giada finalmente pareggiati
con le palpebre violette
con le dita già nere alle lunule
con sulle labbra la fermezza di un’esistenza intatta
ancora tu nello slancio d’alabastro
diafano sarcofago di gentile donna lombarda
involucro spinto su rotaie a braccia
nel fuoco ahi! di nafta
ridotta a fumo acre
nuvoletta appena stemperata
a mezza altezza tra la fiamma e il nessun peso
del corpo che si disfa al nostro sguardo
(arca severa dopo millenni aperta
all’aria) e subito sbiadita in un ultimo saluto
di cime d’alberi
di geometrie di rondini
di tremiti di marzo
mentre con gesti da cercatore di pepite
qualcuno s’adopera a raccogliere le tue ceneri...
Andassero a quel fiume
al grande corso che fu la tua vita!
sfociasse là dove ti sai attesa
perché la recisione abbia il senso di un viaggio
oh! non di rottura non definitivo
a suggerirci un segno un cenno
due firme finalmente congiunte
dal luogo (che ci è ignoto)
che ha finestre con vista sull’infinito
come quando amanti così amati partivate
a cercare per i tre bagaìn una vacanza
negli anni venti della nostra prima infanzia
oh! non che fosse stretto da alcunché di scritto
era un’intesa
correva dai tuoi occhi ai miei
dal viso affilato sul letto quasi da campo
nido tra i ritratti di un padre
di una madre da citare a esempio ai figli
sottratti con troppa indulgenza al giudizio
manchevolezze dicevi – errori mai
tra ritagli di giornali affissi al muro (i nostri
successi) e cumuli di lettere fioriti di nastri
tra il Goethe annotato
e i quadri e le leggende di tre case...
l’intesa era
che tu avresti raggiunto anche se tardi
nostro padre
nel modo più civile
occupando il minor posto
nessun ingombro (certo!)
senza funebri pompe dentro un’urna di granito
che tu tornassi cenere nella tua Milano
E così fu
anche se gli atti che restano da compiere
i licet le pratiche i consensi
non sono mai semplici nella stretta del momento
e ci trovano sempre disarmati...
Fummo presenti mio fratello e io
in quel tempietto orribile nel gusto egizio
tra sfingi di gesso annerite dai roghi
ma senza i balsami le resine odorose
le bende i pepli il verde tramonto
con quel che di corporeo resta
dissolto nelle acque sacrificali...
L’ombelico del mondo qui è cattolico
la tua religione era qualcosa di diverso
una musica di sfere (l’intelletto
che riconosce sé nell’universo)
o di un genio preromantico tedesco
un che di animistico affidato al pianoforte
una patetica
da dieci dita per dieci lustri ripetuta
un limbo laico senza il suo Cocito
un incontro in laguna senza l’ombra di Caronte
perché il pedaggio tu lo pagasti in vita
Guardavo quelle mani le tue mani (non la mente)
sempre più deboli
mai giunte (pregare
non t’abbiamo mai visto
hai meritato bene la tua quiete) finemente
intrecciate dito a dito come un merletto
una blonda che serbavi nel fondo del baule
per le spose dei figli dei tuoi figli
mani
dalle unghie curate che sfumavano nel lilla
del lillà prediletto
Tu! avviluppata nel mantello bianco (dono
di una nuora) che finiva in sciarpa
con i piedi di giada finalmente pareggiati
con le palpebre violette
con le dita già nere alle lunule
con sulle labbra la fermezza di un’esistenza intatta
ancora tu nello slancio d’alabastro
diafano sarcofago di gentile donna lombarda
involucro spinto su rotaie a braccia
nel fuoco ahi! di nafta
ridotta a fumo acre
nuvoletta appena stemperata
a mezza altezza tra la fiamma e il nessun peso
del corpo che si disfa al nostro sguardo
(arca severa dopo millenni aperta
all’aria) e subito sbiadita in un ultimo saluto
di cime d’alberi
di geometrie di rondini
di tremiti di marzo
mentre con gesti da cercatore di pepite
qualcuno s’adopera a raccogliere le tue ceneri...
Andassero a quel fiume
al grande corso che fu la tua vita!
sfociasse là dove ti sai attesa
perché la recisione abbia il senso di un viaggio
oh! non di rottura non definitivo
a suggerirci un segno un cenno
due firme finalmente congiunte
dal luogo (che ci è ignoto)
che ha finestre con vista sull’infinito
come quando amanti così amati partivate
a cercare per i tre bagaìn una vacanza
negli anni venti della nostra prima infanzia
Nelo Risi
Chi lo solleva più?
Chi lo solleva più?
Al giorno d’oggi
con una leva il mondo salta—
basta solo pensarlo
mica occorre farlo.
Il bello è che si lavora
senza il puntello
di Dio.
Al giorno d’oggi
con una leva il mondo salta—
basta solo pensarlo
mica occorre farlo.
Il bello è che si lavora
senza il puntello
di Dio.
Nelo Risi
La vita non è poi tanto male
La vita non è poi tanto male
caro Leopardi, credi, la vita
è lotta soprattutto d’amore
senza esclusione di colpi, quindi
aggressività non sempre franca
ma anche leale contesa, è Tancredi
e Clorinda con un po’ meno di pietà
cristiana, è nostro sforzo più sincero
è la corrente che come passa sì riduce
fino a estinguersi, nel nulla—e qui ti seguo
signor conte.
caro Leopardi, credi, la vita
è lotta soprattutto d’amore
senza esclusione di colpi, quindi
aggressività non sempre franca
ma anche leale contesa, è Tancredi
e Clorinda con un po’ meno di pietà
cristiana, è nostro sforzo più sincero
è la corrente che come passa sì riduce
fino a estinguersi, nel nulla—e qui ti seguo
signor conte.
Nelo Risi
Se tutto è un sogno se a ogni pensiero un mito
Se tutto è un sogno se a ogni pensiero un mito
se le vecchie scritture non mentiscono
arrivi quasi a credere che morti risorgiamo
e la porta del cielo ti sarà aperta con un dito.
se le vecchie scritture non mentiscono
arrivi quasi a credere che morti risorgiamo
e la porta del cielo ti sarà aperta con un dito.
Niccolò Franco
Gran cosa è ‘l cazzo
Gran cosa è ’l cazzo, se ’l vogliam guardare
che non ha piedi, ed entra ed esce fuore,
ch’è disarmato ed ha così gran core,
che non ha taglio, e puote insanguinare.
Gran cosa è poi, e gran miracol pare,
ch’è senza orecchi e sente ogni rumore,
che non ha naso e piacegli l’odore,
che non ha occhi, e vede dove andare.
Gran cosa, e ben da croniche e da annali,
che non ha mani e cerca di ferire,
che non ha gambe e vuole gli stivali.
Ma cosa più mirabile a sentire,
ch’entrando in corpo a furie infernali,
e sano e salvo se ne sappia uscire.
che non ha piedi, ed entra ed esce fuore,
ch’è disarmato ed ha così gran core,
che non ha taglio, e puote insanguinare.
Gran cosa è poi, e gran miracol pare,
ch’è senza orecchi e sente ogni rumore,
che non ha naso e piacegli l’odore,
che non ha occhi, e vede dove andare.
Gran cosa, e ben da croniche e da annali,
che non ha mani e cerca di ferire,
che non ha gambe e vuole gli stivali.
Ma cosa più mirabile a sentire,
ch’entrando in corpo a furie infernali,
e sano e salvo se ne sappia uscire.
Niccolò Franco
Magro piacer
Magro piacer, per animar le rene
eran di molti antichi, che chiavando
s’andavan negli specchi riguardando,
sol per vedersi dimenar le schiene.
Perché poco è l’ajuto che ne viene,
mentre vò questa cosa rimirando,
se da guardar han gli uomini ficcando,
guardino solo che si ficchi bene.
Meglio fa l’Aretino i suoi bocconi,
che pur che tutti i diti se ne lecchi,
non cerca tante contemplazioni.
E’ purch’egli abbia fini apparecchi,
idest buon culi ed ottimi cazzoni,
lascia alle donne scriminali e specchi.
eran di molti antichi, che chiavando
s’andavan negli specchi riguardando,
sol per vedersi dimenar le schiene.
Perché poco è l’ajuto che ne viene,
mentre vò questa cosa rimirando,
se da guardar han gli uomini ficcando,
guardino solo che si ficchi bene.
Meglio fa l’Aretino i suoi bocconi,
che pur che tutti i diti se ne lecchi,
non cerca tante contemplazioni.
E’ purch’egli abbia fini apparecchi,
idest buon culi ed ottimi cazzoni,
lascia alle donne scriminali e specchi.
Niccolò Franco
O donna sciocca
O donna sciocca, di che cosa ridi?
ridi tu forse perch’ i’ son di legno,
né Fidia di sua man m’ha fatto degno,
né gli altri mastri di sì chiari gridi?
Dunque, perch’ i’ sia rozzo, tu ti sfidi,
che in me non sia attitudine né ingegno
da farti, in un bisogno, il ventre pregno,
onde così ridendo te ne occidi?
Ma se ben di mia bocca ti confesso,
che ’l Divin Buonarruoti o ’l Sansovino
non mi fer mai di marmo, né di gesso;
resta per questo ch’i’ non sia divino,
se più di mille volte, e pur adesso,
son uscito di culo a l’Aretino?
ridi tu forse perch’ i’ son di legno,
né Fidia di sua man m’ha fatto degno,
né gli altri mastri di sì chiari gridi?
Dunque, perch’ i’ sia rozzo, tu ti sfidi,
che in me non sia attitudine né ingegno
da farti, in un bisogno, il ventre pregno,
onde così ridendo te ne occidi?
Ma se ben di mia bocca ti confesso,
che ’l Divin Buonarruoti o ’l Sansovino
non mi fer mai di marmo, né di gesso;
resta per questo ch’i’ non sia divino,
se più di mille volte, e pur adesso,
son uscito di culo a l’Aretino?
Niccolò Tommaseo
A una foglia
Ma te, de’ cieli nell’alto, sull’ale
recherà grato lo spirito mio;
e, pura idea, di sorriso immortale
sorriderai nel sorriso di Dio.
recherà grato lo spirito mio;
e, pura idea, di sorriso immortale
sorriderai nel sorriso di Dio.
Niccolò Tommaseo
Caronte e le anime
Perché neri son eglino i monti e stanno squallidi?
o il vento li combatte o li batte la pioggia?
Né il vento li combatte né li batte la pioggia;
ma li passa Caronte co’ morti.
Trae i giovani innanzi, i vecchi dietro
e i teneri bambinelli in sulla sella in fila.
Pregano i vecchi, e i giovani supplicano:
« Caronte caro, posa in una terra, posa ad una fresca fonte,
che beano acqua i vecchi e i giovani facciano al disco
e i piccoli bambinelli colgano fiorellini ». —
« Né in paese poso io, né a fresca fonte;
vengon le mamme, per acqua, e conoscono i lor figliuoli,
e conoscono i consorti e non sì dividono più ».
o il vento li combatte o li batte la pioggia?
Né il vento li combatte né li batte la pioggia;
ma li passa Caronte co’ morti.
Trae i giovani innanzi, i vecchi dietro
e i teneri bambinelli in sulla sella in fila.
Pregano i vecchi, e i giovani supplicano:
« Caronte caro, posa in una terra, posa ad una fresca fonte,
che beano acqua i vecchi e i giovani facciano al disco
e i piccoli bambinelli colgano fiorellini ». —
« Né in paese poso io, né a fresca fonte;
vengon le mamme, per acqua, e conoscono i lor figliuoli,
e conoscono i consorti e non sì dividono più ».
Niccolò Tommaseo
La sepoltura
Il sole cadeva: e Dimo comanda:
« Ite, figliuoli miei, per acqua; e per un po’ di pane stasera :
E tu, Pasqualuccio, mio nepote, siedi qui presso a ine.
Ecco! l’armi mie vèstiti, e sii capitano.
E voi, figliuoli miei, prendete la mia povera spada:
verdi rami tagliate: stendetemeli ch’io ci posi.
E conducetemi un confessore ch’e’ mi confessi,
ch’i’ gli dica i peccati che ho fatti.
Trent’anni milite, e venti che son clefta :
e ora m’è venuta la morte: e ho a morire.
Fate la mia sepoltura, larga, alta che sia,
ch’î’ stia ritto per combattere, e caricare dal lato;
e dal lato destro lasciate una finestra,
che le rondini vengano, portino la primavera,
e i rusignuoli m’annuncino il dolce maggio ».
« Ite, figliuoli miei, per acqua; e per un po’ di pane stasera :
E tu, Pasqualuccio, mio nepote, siedi qui presso a ine.
Ecco! l’armi mie vèstiti, e sii capitano.
E voi, figliuoli miei, prendete la mia povera spada:
verdi rami tagliate: stendetemeli ch’io ci posi.
E conducetemi un confessore ch’e’ mi confessi,
ch’i’ gli dica i peccati che ho fatti.
Trent’anni milite, e venti che son clefta :
e ora m’è venuta la morte: e ho a morire.
Fate la mia sepoltura, larga, alta che sia,
ch’î’ stia ritto per combattere, e caricare dal lato;
e dal lato destro lasciate una finestra,
che le rondini vengano, portino la primavera,
e i rusignuoli m’annuncino il dolce maggio ».
Olindo Guerrini
In bicicletta
Giammai, scoccata da una man feroce
dall’arco teso non fuggì saetta
come sul suo sentier corre veloce
Volan le rote e mentre sulla via
nessun rumor presso di lei si sente,
qualche imbecille al corridore invia
A me che importa se della canaglia
m’insegue il riso o il mormorar d’alcuni,
se l’iniqua parola altri mi scaglia
o il molla Buni?
Io corro, io volo sulla bicicletta
questo ideal delle cavalcature:
chi soffre d’emorroidi o di bolletta
ch’io son beata e un fremito m’assale,
mi avvolge un’onda di piacer sovrano
quando vengo stringendo il trionfale
Io son beata allor che fra le gambe
sento il rigido ordigno e in quegli istanti
tendo le coscie e l’agitar d’entrambe
dall’arco teso non fuggì saetta
come sul suo sentier corre veloce
Volan le rote e mentre sulla via
nessun rumor presso di lei si sente,
qualche imbecille al corridore invia
A me che importa se della canaglia
m’insegue il riso o il mormorar d’alcuni,
se l’iniqua parola altri mi scaglia
o il molla Buni?
Io corro, io volo sulla bicicletta
questo ideal delle cavalcature:
chi soffre d’emorroidi o di bolletta
ch’io son beata e un fremito m’assale,
mi avvolge un’onda di piacer sovrano
quando vengo stringendo il trionfale
Io son beata allor che fra le gambe
sento il rigido ordigno e in quegli istanti
tendo le coscie e l’agitar d’entrambe
Paolo Buzzi
Giuseppe antonio borgese dentro e fuori
Lo scrittoio che prima era alla destra
ora è per largo innanzi alla finestra.
Dentro e fuori rinnovo, e anche il trasloco
d’un mobile non è cosa da poco.
Prima, se alzavo gli occhi, uno scaffale
vedevo e scartafacci polverosi.
Ora vedo la libertà del cielo ove il maestrale
cavalca le nuvole come sull’ oceano i marosi.
ora è per largo innanzi alla finestra.
Dentro e fuori rinnovo, e anche il trasloco
d’un mobile non è cosa da poco.
Prima, se alzavo gli occhi, uno scaffale
vedevo e scartafacci polverosi.
Ora vedo la libertà del cielo ove il maestrale
cavalca le nuvole come sull’ oceano i marosi.
Paolo Buzzi
Il mortorio di Bibia
Bibia, vecchia zitella zoppa ricca,
è morta l’altro ieri.
Voluto ha eredi
tutti, che la seguiranno al funerale,
e zoppi e storti poveri della città.
La nuova è corsa via
per le stamberghe di soffitta e di cantina,
pe’ fienili e le fogne e le panchette e i gradini
di chiesa e di convento e gli archi
di ponte pieni di danze moscerine sul canale.
È l’ora del mortorio.
Si muove. Avanza. Il prete, zoppo.
Il carro pare che zoppichi coi cavalli.
E, dietro, l’esercito delle grucce e dei saltelli.
Un lieto muovere umano
a ritmo lento.
Non mai vedesti andare, in vento di marzo,
i ramiciattoli d’ippocàstano sui viali?
Fosco è il colore della marmaglia sbilenca
sulla via civica dove la primavera si riversa.
E segue una sua sghemba
linea che, veramente, pare
sopra una diritta linea di secoli
l’eterno passo necroforo claudicante dell’Umanità.
Tetano o mazurka,
l’ossa loro, i loro nervi ballano
sotto l’archettata d’uno spasimo.
Fango v’è, per pioggia recente, sulla strada.
L’orme gialle hanno il disegno fuggevole
dei vecchi burri che friggono,
e le stampelle bucano
di piccoli botri acquitrinosi obliqui
la melma che sghignazza e, forse, gode
essere calpestata, finalmente,
da un’orda di miserabili felici.
Vi sono vecchi e giovani,
maschi e femmine.
Prima le femmine
fanno il corteo più denso di cenci,
sbattocchiano la mota e se ne ingioiellano
d’agate spente le sottane
sdrucite dalla meccanica guasta
degli arti male invisibili.
Poi, gli uomini, d’ogni colore e forma,
ironici, con zampe di gallo profonde
agli occhi, fin sulle tempie e le guance
rigate di rughe perverse.
Qua e là un verde di tabe,
molti d’un rosso nasuto di vernaccia.
Adocchiano, quasi tutti, le belle
ferme curiose a ridere
nelle cornici di pietra delle finestre
o sui plinti prolissi del lastricato.
E, traballando avanti,
borbottano requiem osceni.
Dove marciano?
Fin là dove si reggano.
Marcerebbero fino alle stelle.
Ma non arriveranno fino al cimitero.
Ecco:
uno stramazza, vinto
dalla sua gamba di legno che si sfascia.
Ne cascano sovra altri sei.
La coda si squassa, scompiglia, rompe.
Il carro, lo fermano.
È tutto caduto il corteo.
Una barricata di corpi umani
irta di grucce e di stinchi
tiene ora la via dove rideva la gente.
Vi sono dei volti e delle nuche nel fango.
Contro la primavera
l’ammasso nerastro
ha dei riscossoni d’enorme talpa accoppata.
E molti, ora, s’odono gridare e piangere
nel mucchio sgraziato e all’intorno.
E due si son dati a morire.
Ecco, sotto il pasticcio di membra,
le due mani diverse, stecchite, ma avide pari
che prendono il vuoto
come la loro parte sudata d’eredità.
è morta l’altro ieri.
Voluto ha eredi
tutti, che la seguiranno al funerale,
e zoppi e storti poveri della città.
La nuova è corsa via
per le stamberghe di soffitta e di cantina,
pe’ fienili e le fogne e le panchette e i gradini
di chiesa e di convento e gli archi
di ponte pieni di danze moscerine sul canale.
È l’ora del mortorio.
Si muove. Avanza. Il prete, zoppo.
Il carro pare che zoppichi coi cavalli.
E, dietro, l’esercito delle grucce e dei saltelli.
Un lieto muovere umano
a ritmo lento.
Non mai vedesti andare, in vento di marzo,
i ramiciattoli d’ippocàstano sui viali?
Fosco è il colore della marmaglia sbilenca
sulla via civica dove la primavera si riversa.
E segue una sua sghemba
linea che, veramente, pare
sopra una diritta linea di secoli
l’eterno passo necroforo claudicante dell’Umanità.
Tetano o mazurka,
l’ossa loro, i loro nervi ballano
sotto l’archettata d’uno spasimo.
Fango v’è, per pioggia recente, sulla strada.
L’orme gialle hanno il disegno fuggevole
dei vecchi burri che friggono,
e le stampelle bucano
di piccoli botri acquitrinosi obliqui
la melma che sghignazza e, forse, gode
essere calpestata, finalmente,
da un’orda di miserabili felici.
Vi sono vecchi e giovani,
maschi e femmine.
Prima le femmine
fanno il corteo più denso di cenci,
sbattocchiano la mota e se ne ingioiellano
d’agate spente le sottane
sdrucite dalla meccanica guasta
degli arti male invisibili.
Poi, gli uomini, d’ogni colore e forma,
ironici, con zampe di gallo profonde
agli occhi, fin sulle tempie e le guance
rigate di rughe perverse.
Qua e là un verde di tabe,
molti d’un rosso nasuto di vernaccia.
Adocchiano, quasi tutti, le belle
ferme curiose a ridere
nelle cornici di pietra delle finestre
o sui plinti prolissi del lastricato.
E, traballando avanti,
borbottano requiem osceni.
Dove marciano?
Fin là dove si reggano.
Marcerebbero fino alle stelle.
Ma non arriveranno fino al cimitero.
Ecco:
uno stramazza, vinto
dalla sua gamba di legno che si sfascia.
Ne cascano sovra altri sei.
La coda si squassa, scompiglia, rompe.
Il carro, lo fermano.
È tutto caduto il corteo.
Una barricata di corpi umani
irta di grucce e di stinchi
tiene ora la via dove rideva la gente.
Vi sono dei volti e delle nuche nel fango.
Contro la primavera
l’ammasso nerastro
ha dei riscossoni d’enorme talpa accoppata.
E molti, ora, s’odono gridare e piangere
nel mucchio sgraziato e all’intorno.
E due si son dati a morire.
Ecco, sotto il pasticcio di membra,
le due mani diverse, stecchite, ma avide pari
che prendono il vuoto
come la loro parte sudata d’eredità.
Paolo Buzzi
La sposa danese
Vedi la giovinetta
d’un biondo-bianco lino,
rosea, tenera, tutta occhi di mare,
che al canto, là, della mensa candidissima,
tra il fiammeggiar delle luci elettriche e dei fiori,
sotto due pupille latine che la spìano, si dona
in un continuo palpito pubblico di tortora al suo sposo.
Queste donne non curano gli occhi del paese
che non le curano. Conta, loro,
se gli occhi degli stranieri le denudano?
Guardala e invidia un po’ di questi oblii,
tu che obliar non sai neppure in sonno.
Ella è seduta in grembo al suo uomo e non pare.
Quella tovaglia ha il pallore mortale d’un lenzuolo
d’orgia.
Quegli occhi affondano nell’abisso dei sensi chiaro
di meduse.
Quelle labbra sorridono d’angelo e dicon parole
demoniache.
L’uomo è placido, serio, gigante, quasi sordomuto,
pupille su nevi lontane.
d’un biondo-bianco lino,
rosea, tenera, tutta occhi di mare,
che al canto, là, della mensa candidissima,
tra il fiammeggiar delle luci elettriche e dei fiori,
sotto due pupille latine che la spìano, si dona
in un continuo palpito pubblico di tortora al suo sposo.
Queste donne non curano gli occhi del paese
che non le curano. Conta, loro,
se gli occhi degli stranieri le denudano?
Guardala e invidia un po’ di questi oblii,
tu che obliar non sai neppure in sonno.
Ella è seduta in grembo al suo uomo e non pare.
Quella tovaglia ha il pallore mortale d’un lenzuolo
d’orgia.
Quegli occhi affondano nell’abisso dei sensi chiaro
di meduse.
Quelle labbra sorridono d’angelo e dicon parole
demoniache.
L’uomo è placido, serio, gigante, quasi sordomuto,
pupille su nevi lontane.
Paolo Buzzi
Le due giornate
Due giornate assai dolci ha la donna:—dice una voce che suona i
da pallide lontananze, perdutamente mesta—
quando a lei sposa si dischiude la porta
della nuova casa, ed essa il fiorito limitare ne sale,
e quando poi la riportano via morta.
Tu, giovinetta, non hai avuto che un solo giorno di festa:
quando le compagne t’hanno attesa alla porta deill’ospedale,
reggendo nelle mani ruvide di geloni i grandi ceri.
E il tuo debole capo non ha conosciuto che una corona:
quella dei tuoi pesanti capelli neri.
Ma sapessi che ha da sopportare fra le nozze e il funerale
una povera donna, fra l’una e l’altra sua giornata buona!
Coi tuoi occhi di capriola spaurita, con le tue spalle strette,
troppo strette per quel peso, meglio avere avuto solo questa
delle due giornate che l’antica voce promette.
da pallide lontananze, perdutamente mesta—
quando a lei sposa si dischiude la porta
della nuova casa, ed essa il fiorito limitare ne sale,
e quando poi la riportano via morta.
Tu, giovinetta, non hai avuto che un solo giorno di festa:
quando le compagne t’hanno attesa alla porta deill’ospedale,
reggendo nelle mani ruvide di geloni i grandi ceri.
E il tuo debole capo non ha conosciuto che una corona:
quella dei tuoi pesanti capelli neri.
Ma sapessi che ha da sopportare fra le nozze e il funerale
una povera donna, fra l’una e l’altra sua giornata buona!
Coi tuoi occhi di capriola spaurita, con le tue spalle strette,
troppo strette per quel peso, meglio avere avuto solo questa
delle due giornate che l’antica voce promette.
Paolo Buzzi
Le unghie
V’amo nei neonati,
candide, tenere, piccole
come i primi petali
del fiore del pero:
prensili,
nel vagito dei sogni,
prendere tentate
solo dei fiocchi
di neve di limbo
o la montagna rosea
della mammella nutrice
che lor nasconde il mondo.
Femmine? Maschi?
Chi può dire?
L’unghie dell’infanzia in fasce
è come l’infanzia medesima fasciata.
Non ha sesso.
Ed ogni falda di neve
ed ogni stilla di latte
che le imperli
degna è di fare,
d’una mano d’angelo piccolo,
il fiore paradisiaco della purità.
V’amo nelle donne:
siete lame di corno: potreste
ferire a sangue: potreste
tatuare di mille segni barbarici
la carne avversaria dell’amante.
Avete le lùnule, bianche
d’un sorriso adamantino, che saprebbero
ardere d’un pianto di rubino
se mai vi ficcaste gelose fino al fondo
d’una nuca diabolica di traditore.
E l’incarnato gelido dell’anime specchiasi
nei vostri segmenti
color delle pelli-rosa calde feroci.
M’inebriano i profumi concentrici
delle faccette vostre di vetri di fiala stappati;
e gli archi estremi, lucidi pallidi acuiti
come becchi di civette canarine,
adoro se a tornio di limucce e di stecchelli
vi lavorano dita pazientissime
per ore ed ore che le spio
dalla finestra rimpetto
ove un uomo odia la donna e pur la mangia d’occhi.
E v’amo, mie, in cima fulgide
queste mani di musico e di poeta:
v’amo, piccole fiamme dure diafane
su questa candelora bizzarra
delle mie dita sempre in fuochi di festa.
Ch’io scriva,
e voi fulgete chiare, doppie
alla punta oscura della penna.
Siete la luce, o unghie,
di cui la negra lancetta degli inchiostri è l’ombra.
Ch’io tocchi i tasti al pianoforte
– divino amico saldo
delle mie solitudini vertiginose –
e voi reggete il molle mistero tattile
dei polpastrelli, siete i miei dieci plettri
onde io ben tocco le corde
che legano i lacerti dell’anima mia
alle più profonde alghe sensitive
dell’Infinito.
E v’amo nei pazzi:
nei pazzi che vi tagliano e vi riserbano
in molti pacchetti preziosi:
ed uno uccise un altro
che gli rubò un cartoccio
delle piccole
tenere
ossee
reliquie.
Qual di noi pensa
alle sorti dell’unghie tagliate?
Dove cadono?
Chi le sperde?
Non sono le nostre particole?
Non sono i quarti di luna esili
crescenti con la marea delle giornate?
E dicono
che anche ai morti
crescan sotterra le unghie:
unghie felici, libere, logiche,
cui nessuna forbice taglierà.
candide, tenere, piccole
come i primi petali
del fiore del pero:
prensili,
nel vagito dei sogni,
prendere tentate
solo dei fiocchi
di neve di limbo
o la montagna rosea
della mammella nutrice
che lor nasconde il mondo.
Femmine? Maschi?
Chi può dire?
L’unghie dell’infanzia in fasce
è come l’infanzia medesima fasciata.
Non ha sesso.
Ed ogni falda di neve
ed ogni stilla di latte
che le imperli
degna è di fare,
d’una mano d’angelo piccolo,
il fiore paradisiaco della purità.
V’amo nelle donne:
siete lame di corno: potreste
ferire a sangue: potreste
tatuare di mille segni barbarici
la carne avversaria dell’amante.
Avete le lùnule, bianche
d’un sorriso adamantino, che saprebbero
ardere d’un pianto di rubino
se mai vi ficcaste gelose fino al fondo
d’una nuca diabolica di traditore.
E l’incarnato gelido dell’anime specchiasi
nei vostri segmenti
color delle pelli-rosa calde feroci.
M’inebriano i profumi concentrici
delle faccette vostre di vetri di fiala stappati;
e gli archi estremi, lucidi pallidi acuiti
come becchi di civette canarine,
adoro se a tornio di limucce e di stecchelli
vi lavorano dita pazientissime
per ore ed ore che le spio
dalla finestra rimpetto
ove un uomo odia la donna e pur la mangia d’occhi.
E v’amo, mie, in cima fulgide
queste mani di musico e di poeta:
v’amo, piccole fiamme dure diafane
su questa candelora bizzarra
delle mie dita sempre in fuochi di festa.
Ch’io scriva,
e voi fulgete chiare, doppie
alla punta oscura della penna.
Siete la luce, o unghie,
di cui la negra lancetta degli inchiostri è l’ombra.
Ch’io tocchi i tasti al pianoforte
– divino amico saldo
delle mie solitudini vertiginose –
e voi reggete il molle mistero tattile
dei polpastrelli, siete i miei dieci plettri
onde io ben tocco le corde
che legano i lacerti dell’anima mia
alle più profonde alghe sensitive
dell’Infinito.
E v’amo nei pazzi:
nei pazzi che vi tagliano e vi riserbano
in molti pacchetti preziosi:
ed uno uccise un altro
che gli rubò un cartoccio
delle piccole
tenere
ossee
reliquie.
Qual di noi pensa
alle sorti dell’unghie tagliate?
Dove cadono?
Chi le sperde?
Non sono le nostre particole?
Non sono i quarti di luna esili
crescenti con la marea delle giornate?
E dicono
che anche ai morti
crescan sotterra le unghie:
unghie felici, libere, logiche,
cui nessuna forbice taglierà.
Paolo Buzzi
Zingari
Forse è la vita vera.
Il carro dipinto,
i cavalli salvatici e docili, ebbri di vento,
le belle figlie in cenci,
la mensa a bivacco furtiva sotto gli astri,
la strada bianca del mondo.
Io tornerò nella prigione potente
dove comando
e sono comandato:
io sfrenerò, di rabbia, i miei puledri ideali
sulla pista del sogno, a cuore morto, a stanca sera:
e per l’amore
mendicherò la mendicante mia a qualche buio di strada.
Io pago la carne con mano che sembra
chiedere anzi donare elemosina.
E la mia via
è una rete di fogne
dove altro non luce che l’occhio del sorcio.
O Zingari, scoiatemi vivo, allo spiedo arrostitemi
fra due tronchi di selva!
Sono un poverissimo figlio di civili
che adora la barbarie.
Il carro dipinto,
i cavalli salvatici e docili, ebbri di vento,
le belle figlie in cenci,
la mensa a bivacco furtiva sotto gli astri,
la strada bianca del mondo.
Io tornerò nella prigione potente
dove comando
e sono comandato:
io sfrenerò, di rabbia, i miei puledri ideali
sulla pista del sogno, a cuore morto, a stanca sera:
e per l’amore
mendicherò la mendicante mia a qualche buio di strada.
Io pago la carne con mano che sembra
chiedere anzi donare elemosina.
E la mia via
è una rete di fogne
dove altro non luce che l’occhio del sorcio.
O Zingari, scoiatemi vivo, allo spiedo arrostitemi
fra due tronchi di selva!
Sono un poverissimo figlio di civili
che adora la barbarie.
Paolo Ruffilli
(Se guarisco, io
e torno a camminare,
se starò dritto
se potrò uscire
per conto mio
e andare nuovamente
come mi piaccia
dove mi pare.
Mi basterebbe
il tragitto breve
fino al giornalaio,
anche con la neve
e il rischio di cadere,
e che lucente idea
sarebbe l’avventura
di un intero viaggio
più lontano,
un’odissea da un giorno
a caccia di imprevisti
soste e incontri
scoperte e deviazioni.
Mi fermerei a bere
solo per il gusto
e per l’odore,
una tazza di caffè e
rimarrei al chiuso
ad annusare
il fumo delle sigarette.
Entrerei a parlare
con il verduraio.
guardando il colore
nelle sue cassette
di ogni frutto e ortaggio
riempendomi la mano
delle forme perfette.
Perderei tempo
lungo la strada
sulla traccia scovata
del mio gatto,
ingoiando l’aria
fredda e pura
e sorseggiando
per lungo tratto ancora
il sapore della nebbia.
Se guarisco...io
riattraverso il già fatto
e il già veduto,
l’incommensurabile
che ho conosciuto”.
Ma tutto è ormai
perduto, finito e
scivolato sul pendio
del tempo consumato,
svanito e dileguato
nella falla
senza ritorno
indietro dall’addio.
se starò dritto
se potrò uscire
per conto mio
e andare nuovamente
come mi piaccia
dove mi pare.
Mi basterebbe
il tragitto breve
fino al giornalaio,
anche con la neve
e il rischio di cadere,
e che lucente idea
sarebbe l’avventura
di un intero viaggio
più lontano,
un’odissea da un giorno
a caccia di imprevisti
soste e incontri
scoperte e deviazioni.
Mi fermerei a bere
solo per il gusto
e per l’odore,
una tazza di caffè e
rimarrei al chiuso
ad annusare
il fumo delle sigarette.
Entrerei a parlare
con il verduraio.
guardando il colore
nelle sue cassette
di ogni frutto e ortaggio
riempendomi la mano
delle forme perfette.
Perderei tempo
lungo la strada
sulla traccia scovata
del mio gatto,
ingoiando l’aria
fredda e pura
e sorseggiando
per lungo tratto ancora
il sapore della nebbia.
Se guarisco...io
riattraverso il già fatto
e il già veduto,
l’incommensurabile
che ho conosciuto”.
Ma tutto è ormai
perduto, finito e
scivolato sul pendio
del tempo consumato,
svanito e dileguato
nella falla
senza ritorno
indietro dall’addio.
Paolo Ruffilli
All’infuori del corpo
“Sarebbe, quindi,
tutto un grande errore”.
“Non so se un caso o
un piano superiore. Ma,
certo, nel difetto e
nel dolore”.
L’ignoto arretra
un passo e avanza
all’infinito.
“O, almeno, l’impressione
di un oblìo...Che so,
di un annegare”.
“Che cada al fondo
smarriti gli orizzonti,
e corra via”.
Pare che al mondo
non ci sia una storia,
che manchino contorni
definiti, che tutto
avvenga, da un certo
punto almeno, per inerzia
o per pressione di un vuoto
che acquista moto e spazio
nel procedere dei giorni
fino a farsi pieno.
“Attento, si capisce, a
dove vai. Segui la pista
senza cedere agli abbagli.
E non vale se sbagli,
meno che mai nel noto.
Perché il mistero
vero è proprio in
Ciò che è a vista”.
...Se non si perde,
neppure si conquista.
È vuoto è nulla
il tuffo non finisce
ombra da ombra
tiene
il corpo non risale
voce dall’acqua
spinge
di sé ciascuno
stringe
la parte che ne affiora
e finge il resto immerso
ne cuce i lembi
ai bordi della falla
ne immagina la forma
che viene e non ritorna
dentro sangue e fango
in essere disciolto
e su da fondo
solo capovolto
nel più profondo
inter
urinas et feces
sotto una luce stanca
per ferri e garze
fuori a galla
nascimur
Dentro lo spazio
di teoria,
identità (la mia?)
risultanza
quasi d’anagrafe.
Vita: stato di
confusa situazione,
tentata relazione
‘tra un oggi
invano organizzato
e quel che ieri ha teso
ineludibile tracciato.
Strazio di gesti
e di intenzioni,
compromesso di parole
vissuto e mai accettato.
(Non si vede né
giovane, né vecchio,
non sa se bello o
brutto. Si
avverte come ingombro
oppure si scompare
Controlli, indugi,
attese a non finire
prima di spiccare
finalmente 1] salto.
...così, sul declinare
andante, sul filo
di quell’onda...
“Fino a scoprire
che poi, di là,
non c’è la sponda”.
È la cancellazione
progressiva delle presenze care o note,
il conto che comincia
a non tornare. Il
margine sempre più
. sottile, man mano
che si fanno falle
e vuoti tra le file. (...)
Da CAMERA OSCURA
tutto un grande errore”.
“Non so se un caso o
un piano superiore. Ma,
certo, nel difetto e
nel dolore”.
L’ignoto arretra
un passo e avanza
all’infinito.
“O, almeno, l’impressione
di un oblìo...Che so,
di un annegare”.
“Che cada al fondo
smarriti gli orizzonti,
e corra via”.
Pare che al mondo
non ci sia una storia,
che manchino contorni
definiti, che tutto
avvenga, da un certo
punto almeno, per inerzia
o per pressione di un vuoto
che acquista moto e spazio
nel procedere dei giorni
fino a farsi pieno.
“Attento, si capisce, a
dove vai. Segui la pista
senza cedere agli abbagli.
E non vale se sbagli,
meno che mai nel noto.
Perché il mistero
vero è proprio in
Ciò che è a vista”.
...Se non si perde,
neppure si conquista.
È vuoto è nulla
il tuffo non finisce
ombra da ombra
tiene
il corpo non risale
voce dall’acqua
spinge
di sé ciascuno
stringe
la parte che ne affiora
e finge il resto immerso
ne cuce i lembi
ai bordi della falla
ne immagina la forma
che viene e non ritorna
dentro sangue e fango
in essere disciolto
e su da fondo
solo capovolto
nel più profondo
inter
urinas et feces
sotto una luce stanca
per ferri e garze
fuori a galla
nascimur
Dentro lo spazio
di teoria,
identità (la mia?)
risultanza
quasi d’anagrafe.
Vita: stato di
confusa situazione,
tentata relazione
‘tra un oggi
invano organizzato
e quel che ieri ha teso
ineludibile tracciato.
Strazio di gesti
e di intenzioni,
compromesso di parole
vissuto e mai accettato.
(Non si vede né
giovane, né vecchio,
non sa se bello o
brutto. Si
avverte come ingombro
oppure si scompare
Controlli, indugi,
attese a non finire
prima di spiccare
finalmente 1] salto.
...così, sul declinare
andante, sul filo
di quell’onda...
“Fino a scoprire
che poi, di là,
non c’è la sponda”.
È la cancellazione
progressiva delle presenze care o note,
il conto che comincia
a non tornare. Il
margine sempre più
. sottile, man mano
che si fanno falle
e vuoti tra le file. (...)
Da CAMERA OSCURA
Paolo Ruffilli
Forse, perché
Forse, perché
nel pacco delle foto
per convenzione
l’urlo è muto e
sta bloccato il corso
nella sospesa evoluzione,
avanti a indietro.
Tutto è già accaduto
e viene lì accertato
con minimo distacco,
i pregi e i torti
posti sotto vetro.
I vivi sono morti:
colti in assenze
di statuto, nell’atto
di discesa senza porti
ma con le sue parvenze
e i suoi arrivi.
Motti vivi.
nel pacco delle foto
per convenzione
l’urlo è muto e
sta bloccato il corso
nella sospesa evoluzione,
avanti a indietro.
Tutto è già accaduto
e viene lì accertato
con minimo distacco,
i pregi e i torti
posti sotto vetro.
I vivi sono morti:
colti in assenze
di statuto, nell’atto
di discesa senza porti
ma con le sue parvenze
e i suoi arrivi.
Motti vivi.
Pier Paolo Pasolini
Da Le ceneri di Gramsci
Shelley… Come capisco il vortice
dei sentimenti, il capriccio (greco
nel cuore del patrizio, nordico
villeggiante) che lo inghiottì nel cieco
celeste del Tirreno; la carnale
gioia dell’avventura, estetica
e puerile: mentre prostrata l’Italia
come dentro il ventre di un’enorme
cicala, spalanca bianchi litorali,
sparsi nel Lazio di velate torme
di pini, barocchi, di giallognole
radure di ruchetta, dove dorme
col membro gonfio tra gli stracci un sogno
goethiano, il giovincello ciociaro…
Nella Maremma, scuri, di stupende fogne
d’erbasaetta in cui si stampa chiaro
il nocciòlo, pei viottoli che il buttero
della sua gioventù ricolma ignaro.
dei sentimenti, il capriccio (greco
nel cuore del patrizio, nordico
villeggiante) che lo inghiottì nel cieco
celeste del Tirreno; la carnale
gioia dell’avventura, estetica
e puerile: mentre prostrata l’Italia
come dentro il ventre di un’enorme
cicala, spalanca bianchi litorali,
sparsi nel Lazio di velate torme
di pini, barocchi, di giallognole
radure di ruchetta, dove dorme
col membro gonfio tra gli stracci un sogno
goethiano, il giovincello ciociaro…
Nella Maremma, scuri, di stupende fogne
d’erbasaetta in cui si stampa chiaro
il nocciòlo, pei viottoli che il buttero
della sua gioventù ricolma ignaro.
Pier Paolo Pasolini
Frammento epistolare, al ragazzo Codignola
Caro ragazzo, sì, certo, incontriamoci,
ma non aspettarti nulla da questo incontro.
Se mai, una nuova delusione, un nuovo
vuoto: di quelli che fanno bene
alla dignità narcissica, come un dolore.
A quarant’anni io sono come a diciassette.
Frustrati, il quarantenne e il diciassettenne
si possono, certo, incontrare, balbettando
idee convergenti, su problemi
tra cui si aprono due decenni, un’intera vita,
e che pure apparentemente sono gli stessi.
Finché una parola, uscita dalle gole incerte,
inaridita di pianto e voglia d’esser soli –
ne rivela l’immedicabile disparità.
E, insieme, dovrò pure fare il poeta
padre, e allora ripiegherò sull’ironia
– che t’imbarazzerà: essendo il quarantenne
più allegro e giovane del diciassettenne,
lui, ormai padrone della vita.
Oltre a questa apparenza, a questa parvenza,
non ho niente altro da dirti.
Sono avaro, quel poco che possiedo
me lo tengo stretto al cuore diabolico.
E i due palmi di pelle tra zigomo e mento,
sotto la bocca distorta a furia di sorrisi
di timidezza, e l’occhio che ha perso
il suo dolce, come un fico inacidito,
ti apparirebbero il ritratto
proprio di quella maturità che ti fa male,
maturità non fraterna. A che può servirti
un coetaneo – semplicemente intristito
nella magrezza che gli divora la carne?
Ciò ch’egli ha dato ha dato, il resto
è arida pietà.
ma non aspettarti nulla da questo incontro.
Se mai, una nuova delusione, un nuovo
vuoto: di quelli che fanno bene
alla dignità narcissica, come un dolore.
A quarant’anni io sono come a diciassette.
Frustrati, il quarantenne e il diciassettenne
si possono, certo, incontrare, balbettando
idee convergenti, su problemi
tra cui si aprono due decenni, un’intera vita,
e che pure apparentemente sono gli stessi.
Finché una parola, uscita dalle gole incerte,
inaridita di pianto e voglia d’esser soli –
ne rivela l’immedicabile disparità.
E, insieme, dovrò pure fare il poeta
padre, e allora ripiegherò sull’ironia
– che t’imbarazzerà: essendo il quarantenne
più allegro e giovane del diciassettenne,
lui, ormai padrone della vita.
Oltre a questa apparenza, a questa parvenza,
non ho niente altro da dirti.
Sono avaro, quel poco che possiedo
me lo tengo stretto al cuore diabolico.
E i due palmi di pelle tra zigomo e mento,
sotto la bocca distorta a furia di sorrisi
di timidezza, e l’occhio che ha perso
il suo dolce, come un fico inacidito,
ti apparirebbero il ritratto
proprio di quella maturità che ti fa male,
maturità non fraterna. A che può servirti
un coetaneo – semplicemente intristito
nella magrezza che gli divora la carne?
Ciò ch’egli ha dato ha dato, il resto
è arida pietà.
Pier Paolo Pasolini
Il ventaglio
Smorza tra i meridiani
il troppo azzurro Oceano
coi suoi incanti indiani
il ventaglio feroce.
La sconfinata Eurasia
ondeggia nel suo moto
trascolorando il raso
dei Giura nel vuoto.
Nel suo pallido alito
il colera disegna
penombre tropicali,
navi in quarantena.
E un Cinese impiccato
accenna nel ventaglio
le linee dell’asiatica
sua carogna abbagliante.
O ventaglio di aromi
remoti come nevi
calpestate da uomini
morti in altri evi!
L’aria che sommuovi
è un veleno che soffoca
candido e immobile
come una stinta stoffa.
La morte! No, silenzio!
Chi ha parlato di morte?
O ventaglio, il tuo assenzio
alita mille volte!
il troppo azzurro Oceano
coi suoi incanti indiani
il ventaglio feroce.
La sconfinata Eurasia
ondeggia nel suo moto
trascolorando il raso
dei Giura nel vuoto.
Nel suo pallido alito
il colera disegna
penombre tropicali,
navi in quarantena.
E un Cinese impiccato
accenna nel ventaglio
le linee dell’asiatica
sua carogna abbagliante.
O ventaglio di aromi
remoti come nevi
calpestate da uomini
morti in altri evi!
L’aria che sommuovi
è un veleno che soffoca
candido e immobile
come una stinta stoffa.
La morte! No, silenzio!
Chi ha parlato di morte?
O ventaglio, il tuo assenzio
alita mille volte!
Pier Paolo Pasolini
La Ricchezza, 3:
Dio, cos’è quella coltre silenziosa
che fiammeggia sopra l’orizzonte...
quel nevaio di muffa – rosa
di sangue – qui, da sotto i monti
fino alle cieche increspature del mare...
quella cavalcata di fiamme sepolte
nella nebbia, che fa sembrare il piano
da Vetralla al Circeo, una palude
africana, che esali in un mortale
arancio... È velame di sbadiglianti, sudice
foschie, attorcigliate in pallide
vene, divampanti righe,
gangli in fiamme: là dove le valli
dell’Appennino sboccano tra dighe
di cielo, sull’Agro vaporoso
e il mare: ma, quasi arche o spighe
sul mare, sul nero mare granuloso,
la Sardegna o la Catalogna,
da secoli bruciate in un grandioso
incendio, sull’acqua, che le sogna
più che specchiarle, scivolando,
sembrano giunte a rovesciare ogni
loro legname ancora ardente, ogni candido
bracere di città o capanna divorata
dal fuoco, a smorire in queste lande
di nubi sopra il Lazio.
Ma tutto ormai è fumo, e stupiresti
se, dentro quel rudere d’incendio,
sentissi richiami di freschi
bambini, tra le stalle, o stupendi
colpi di campana, di fattoria
in fattoria, lungo i saliscendi
desolati, che già intravedi dalla Via
Salaria – come sospesa in cielo –
lungo quel fuoco di malinconia
perduto in un gigantesco sfacelo.
Ché ormai la sua furia, scolorando, come
dissanguata, dà più ansia al mistero,
dove, sotto quei ròsi polveroni
fiammeggianti, quasi un’empirea coltre,
cova Roma gli invisibili rioni.
che fiammeggia sopra l’orizzonte...
quel nevaio di muffa – rosa
di sangue – qui, da sotto i monti
fino alle cieche increspature del mare...
quella cavalcata di fiamme sepolte
nella nebbia, che fa sembrare il piano
da Vetralla al Circeo, una palude
africana, che esali in un mortale
arancio... È velame di sbadiglianti, sudice
foschie, attorcigliate in pallide
vene, divampanti righe,
gangli in fiamme: là dove le valli
dell’Appennino sboccano tra dighe
di cielo, sull’Agro vaporoso
e il mare: ma, quasi arche o spighe
sul mare, sul nero mare granuloso,
la Sardegna o la Catalogna,
da secoli bruciate in un grandioso
incendio, sull’acqua, che le sogna
più che specchiarle, scivolando,
sembrano giunte a rovesciare ogni
loro legname ancora ardente, ogni candido
bracere di città o capanna divorata
dal fuoco, a smorire in queste lande
di nubi sopra il Lazio.
Ma tutto ormai è fumo, e stupiresti
se, dentro quel rudere d’incendio,
sentissi richiami di freschi
bambini, tra le stalle, o stupendi
colpi di campana, di fattoria
in fattoria, lungo i saliscendi
desolati, che già intravedi dalla Via
Salaria – come sospesa in cielo –
lungo quel fuoco di malinconia
perduto in un gigantesco sfacelo.
Ché ormai la sua furia, scolorando, come
dissanguata, dà più ansia al mistero,
dove, sotto quei ròsi polveroni
fiammeggianti, quasi un’empirea coltre,
cova Roma gli invisibili rioni.