Poesie di questo tema
Vita ed esistenza
Alfonso Gatto
La fanciulla di Spina
Nelle scuole gridarono perché,
perché l’adolescente morta a Spina
dormiva col suo piccolo agoraio?
Esce l’uomo improvviso dal suo taglio
di luce, incontra nel saluto il folto
degli scolari, il vecchio, l’operaio.
Si fa largo, ammirata, una fanciulla
indugia col suo cióndolo alla bocca.
La vita è la certezza dell’abbaglio
che ci porta a sorridere per nulla,
ma di qualcosa che rimane e tocca
la polvere del tempo: la sartina
etrusca col suo piccolo agoraio.
Nelle scuole gridarono perché,
perché la storia è morta se ne sciama
la memoria dell’uomo, lo spiraglio
della luce perpetua? L’uomo traccia
le sembianze sparite d’ogni faccia
che crede di vedere appena l’ama.
È come udire solo il proprio ascolto,
un eguale silenzio in ogni luogo,
un eguale rumore. Vede il folto
degli scolari perdersi nel rogo
della fatua allegrezza, uscirne al riso
la fanciulla di Spina che traversa
di corsa l’aria del suo tempo, il viso
biondo di luce, docile all’avversa
morte che già la ferma nei suoi passi.
Nella tomba di sabbia, nell’agreste
chiarore delle tegole, le cose
della sua vita sono con le cose
di sempre, umane: così torna in festa
il giorno dai millenni. E chi depose
per la fanciulla i segni del suo breve
cammino, volle chiudere il passato,
confermarle la morte o aprire lieve
l’uscio dell’aria, il sole ch’è tornato
a rallegrarla come l’erba i sassi?
Nella sera d’ottobre, nell’umana
stagione dell’autunno, questa Roma
di cronache raccoglie dalla strada
dei suoi sepolcri una bambina sola.
Non ha più nome e non ricorda come,
dove è vissuta, ma a se stessa bada
col suo silenzio nel vedersi sola.
È nel tempo dei tempi la lontana
storia dell’uomo: il cane sulle porte,
il lume acceso, il fuoco, come accenti
del vivere comune, e nella morte
ancora il segno della nostra mano.
La bambina è così, di questa tenda
bianca nel bosco, pare che s’accenda
il lume d’una tomba o d’un villaggio.
La fanciulla di Spina, l’operaio
che torna a casa, il piccolo agoraio.
Certo, una cosa. Basta il suo messaggio.
perché l’adolescente morta a Spina
dormiva col suo piccolo agoraio?
Esce l’uomo improvviso dal suo taglio
di luce, incontra nel saluto il folto
degli scolari, il vecchio, l’operaio.
Si fa largo, ammirata, una fanciulla
indugia col suo cióndolo alla bocca.
La vita è la certezza dell’abbaglio
che ci porta a sorridere per nulla,
ma di qualcosa che rimane e tocca
la polvere del tempo: la sartina
etrusca col suo piccolo agoraio.
Nelle scuole gridarono perché,
perché la storia è morta se ne sciama
la memoria dell’uomo, lo spiraglio
della luce perpetua? L’uomo traccia
le sembianze sparite d’ogni faccia
che crede di vedere appena l’ama.
È come udire solo il proprio ascolto,
un eguale silenzio in ogni luogo,
un eguale rumore. Vede il folto
degli scolari perdersi nel rogo
della fatua allegrezza, uscirne al riso
la fanciulla di Spina che traversa
di corsa l’aria del suo tempo, il viso
biondo di luce, docile all’avversa
morte che già la ferma nei suoi passi.
Nella tomba di sabbia, nell’agreste
chiarore delle tegole, le cose
della sua vita sono con le cose
di sempre, umane: così torna in festa
il giorno dai millenni. E chi depose
per la fanciulla i segni del suo breve
cammino, volle chiudere il passato,
confermarle la morte o aprire lieve
l’uscio dell’aria, il sole ch’è tornato
a rallegrarla come l’erba i sassi?
Nella sera d’ottobre, nell’umana
stagione dell’autunno, questa Roma
di cronache raccoglie dalla strada
dei suoi sepolcri una bambina sola.
Non ha più nome e non ricorda come,
dove è vissuta, ma a se stessa bada
col suo silenzio nel vedersi sola.
È nel tempo dei tempi la lontana
storia dell’uomo: il cane sulle porte,
il lume acceso, il fuoco, come accenti
del vivere comune, e nella morte
ancora il segno della nostra mano.
La bambina è così, di questa tenda
bianca nel bosco, pare che s’accenda
il lume d’una tomba o d’un villaggio.
La fanciulla di Spina, l’operaio
che torna a casa, il piccolo agoraio.
Certo, una cosa. Basta il suo messaggio.
Alfonso Gatto
Lelio
La tua tomba, bambino,
vogliamo sia sbiancata
come una cameretta
e che vi sia un giardino
° d’intorno e l’incantata
pace d’una zappetta.
Era un dolce rumore
che tu lasciavi al giorno
quel cernere la ghiaia
1° azzurra e al suo colore
trovar celeste intorno
la sera. Ora, che appaia
la luna e del suo vento
lasci più solo il mondo,
!5 ci sembrerà d’udire
nell’aria il tuo lamento.
Era un tuo grido a fondo
l’infanzia, un rifiorire...
Inventaci la morte,
bambino, i tuoi segni
come d’un gioco infranto
rimasero alla sorte
del vento, ai suoi disegni
di nuvole e di pianto.
Ogni giorno che passa
è un ricadere brullo
nell’ombra che c’invita.
Irrompi a testa bassa
nel ridere, fanciullo,
devastaci la vita
un’altra volta e vivi.
vogliamo sia sbiancata
come una cameretta
e che vi sia un giardino
° d’intorno e l’incantata
pace d’una zappetta.
Era un dolce rumore
che tu lasciavi al giorno
quel cernere la ghiaia
1° azzurra e al suo colore
trovar celeste intorno
la sera. Ora, che appaia
la luna e del suo vento
lasci più solo il mondo,
!5 ci sembrerà d’udire
nell’aria il tuo lamento.
Era un tuo grido a fondo
l’infanzia, un rifiorire...
Inventaci la morte,
bambino, i tuoi segni
come d’un gioco infranto
rimasero alla sorte
del vento, ai suoi disegni
di nuvole e di pianto.
Ogni giorno che passa
è un ricadere brullo
nell’ombra che c’invita.
Irrompi a testa bassa
nel ridere, fanciullo,
devastaci la vita
un’altra volta e vivi.
Alfonso Gatto
Oh, le chiese appassite ...
Oh, le chiese appassite sovra i campi,
i canali dell’erba dove il vento
a gradinate porta i suoi silenzi
e le porte di legno, il tintinnio
d’un campano ai cancelli... .
Ma la campagna scenderà nel mare
a trovare i suoi morti, le ferriere
nude del mondo e nelle case il vasto
silenzio delle croci. Come il marmo
sarà freddo l’amore che più scotta
delle luci superstiti e dei gridi,
laggiù laggiù nel nostro sangue nero.
Nuda quel giorno irromperà nel fitto
delle cosce di neve e sulla bocca
rossa il corallo annotterà coi lumi
che spengono i suoi canti sul fondale
delle notti di pioggia...
Il mare il mare sbatterà sui sogni
lunghi le piogge e le capanne, il vasto
odore della terra e dei sepolcri.
i canali dell’erba dove il vento
a gradinate porta i suoi silenzi
e le porte di legno, il tintinnio
d’un campano ai cancelli... .
Ma la campagna scenderà nel mare
a trovare i suoi morti, le ferriere
nude del mondo e nelle case il vasto
silenzio delle croci. Come il marmo
sarà freddo l’amore che più scotta
delle luci superstiti e dei gridi,
laggiù laggiù nel nostro sangue nero.
Nuda quel giorno irromperà nel fitto
delle cosce di neve e sulla bocca
rossa il corallo annotterà coi lumi
che spengono i suoi canti sul fondale
delle notti di pioggia...
Il mare il mare sbatterà sui sogni
lunghi le piogge e le capanne, il vasto
odore della terra e dei sepolcri.
Alfonso Gatto
Osteria flegrea
Come assidua di nulla al nulla assorta
la luce della polvere! La porta
al verde oscilla, l’improvvisa vampa
del soffio è breve.
Fissa il gufo
l’invidia della vita,
l’immemore che beve
nella pergola azzurra del suo tufo
ed al sereno della morte invita.
la luce della polvere! La porta
al verde oscilla, l’improvvisa vampa
del soffio è breve.
Fissa il gufo
l’invidia della vita,
l’immemore che beve
nella pergola azzurra del suo tufo
ed al sereno della morte invita.
Alfredo Giuliani
Il badante di Eraclito
Rimestola una sentenza di maestro
oscuro lampo
fisso
nella mente
dei suoi frammenti scomparsi
immortali mortali, mortali immortali: viventi
la morte di quelli, di questi morenti la vita
simmetria in abisso fuoco di specchi velati
insoluto accorgimento
pareva di aver scorto
flottante evanescenza di un centro
non c’è
scortica significanza
sotto l’opinabile
assolto il dio incognito
la piaga
Prova a sciogliere il nodo di capo e coda
Immortali viventi la morte dei mortali
E come?
magnificenti? pietosi? incuranti?
curiosi? custodi di apparenze? tripudianti?
Saranno mica immortali gli archetipi?
Umani la sperano un torto speciale risarcito
con l’eternità L’eternità? Uhm chi dice bah
“chi muore vedrà”
alletta l’offerta dulcamara
(attestano misteri miraggi piramidi profeti cattedrali)
a meraviglia persuade
Di fatto eterna lotta strage sì di pace eterna
sentimento ‘èoni specie generazioni noi
la chiamano Evoluzione scienza di tutte le eccezioni
insuperata se non da sè evoluta fino a forzare
non ha forse in mano
natura all’innaturale (ma via
la mappa dell’artificio originale?) ebbra di conoscenza
si slancia verso un novissimo Ade
Mortali morenti la vita d’immortali?
s’inverano di miti
E come? si grattano da cani
di scemenza
bamboli stupori furori di potenza
inghignatori
servi copie di vittime partecipi
sgomenta idea li assale dell’energia cosmica
vampante estro criminale
alla pratica ragione
si adeguano confusamente sognano un tempo di natura
verdura altri animali
robusto-lieve acque
intorno uccidendo lucrando piegando la schiena
incontro all’eterno ritorno
migravano
Oggi fuggono alieni nella massa dei sestessi delirando
noia sondano lo spazio dei fantamercati siderali
tra loro i tanti tracotanti imbrogliano delinquono
spradroneggiando sulle cape vuote i sudditi sonnambuli
ossequiano devoti astute dentiere ridono fetide parole
onorano le proprie e le universe infamie
adorano
bandiere
preghiere ai muri
canzoni di lenimento
e scosse frugano pasciuti in pattumiere d’immagini
basta così
stufano il mondo
Venuti per sparire
da sempre iniziati all’errore
li accomuno
è davvero il pensiero “cosa arcana e stupenda”
di immortali e mortali non resteranno tracce
per nessuno
Di che ciancia o ride sapienza
lo sconforto tace
l’altrove in dissolvenza
Babbuccio mio - è ora di dormire
Ma vedi il mio cane è inquieto
abbaia al fiuto ombre di gatto
è il suo gioco
c’è uno spicchio di luna
mi vuole con sé in giardino
nell’ultimo giro pisciante della sera
poi la cuccia
Rintanato
nell’emisfero sinistro del cervellotico elisio
m’insonnio
e a buon conto mi canticchio
fancul fancul
saluti a tutti
oscuro lampo
fisso
nella mente
dei suoi frammenti scomparsi
immortali mortali, mortali immortali: viventi
la morte di quelli, di questi morenti la vita
simmetria in abisso fuoco di specchi velati
insoluto accorgimento
pareva di aver scorto
flottante evanescenza di un centro
non c’è
scortica significanza
sotto l’opinabile
assolto il dio incognito
la piaga
Prova a sciogliere il nodo di capo e coda
Immortali viventi la morte dei mortali
E come?
magnificenti? pietosi? incuranti?
curiosi? custodi di apparenze? tripudianti?
Saranno mica immortali gli archetipi?
Umani la sperano un torto speciale risarcito
con l’eternità L’eternità? Uhm chi dice bah
“chi muore vedrà”
alletta l’offerta dulcamara
(attestano misteri miraggi piramidi profeti cattedrali)
a meraviglia persuade
Di fatto eterna lotta strage sì di pace eterna
sentimento ‘èoni specie generazioni noi
la chiamano Evoluzione scienza di tutte le eccezioni
insuperata se non da sè evoluta fino a forzare
non ha forse in mano
natura all’innaturale (ma via
la mappa dell’artificio originale?) ebbra di conoscenza
si slancia verso un novissimo Ade
Mortali morenti la vita d’immortali?
s’inverano di miti
E come? si grattano da cani
di scemenza
bamboli stupori furori di potenza
inghignatori
servi copie di vittime partecipi
sgomenta idea li assale dell’energia cosmica
vampante estro criminale
alla pratica ragione
si adeguano confusamente sognano un tempo di natura
verdura altri animali
robusto-lieve acque
intorno uccidendo lucrando piegando la schiena
incontro all’eterno ritorno
migravano
Oggi fuggono alieni nella massa dei sestessi delirando
noia sondano lo spazio dei fantamercati siderali
tra loro i tanti tracotanti imbrogliano delinquono
spradroneggiando sulle cape vuote i sudditi sonnambuli
ossequiano devoti astute dentiere ridono fetide parole
onorano le proprie e le universe infamie
adorano
bandiere
preghiere ai muri
canzoni di lenimento
e scosse frugano pasciuti in pattumiere d’immagini
basta così
stufano il mondo
Venuti per sparire
da sempre iniziati all’errore
li accomuno
è davvero il pensiero “cosa arcana e stupenda”
di immortali e mortali non resteranno tracce
per nessuno
Di che ciancia o ride sapienza
lo sconforto tace
l’altrove in dissolvenza
Babbuccio mio - è ora di dormire
Ma vedi il mio cane è inquieto
abbaia al fiuto ombre di gatto
è il suo gioco
c’è uno spicchio di luna
mi vuole con sé in giardino
nell’ultimo giro pisciante della sera
poi la cuccia
Rintanato
nell’emisfero sinistro del cervellotico elisio
m’insonnio
e a buon conto mi canticchio
fancul fancul
saluti a tutti
Alfredo Giuliani
La mano, per esempio
La mano, per esempio: percorre i suoi fiumi sulla brezza
che increspa le nocche dei monti, fa vela ai corpi, ti
tocca come in sogno. Sedendo con agio tra i lecci, ho visto
chiare nel malessere le radici dell’olivo sghembo
sulla strada di Eleusi. Sento musica d’insetti
quando contano mazzetti di banconote tra le dita
che increspa le nocche dei monti, fa vela ai corpi, ti
tocca come in sogno. Sedendo con agio tra i lecci, ho visto
chiare nel malessere le radici dell’olivo sghembo
sulla strada di Eleusi. Sento musica d’insetti
quando contano mazzetti di banconote tra le dita
Alfredo Giuliani
La vecchia Felìcita
Quando la vecchia Felìcita sulla strada
getta per terra e svelta raccatta
e rigetta e raccatta e rigetta per terra
ombrello e cappello
e recita agitando e torcendo le mani
fa con le mani tanti segni nell’aria
e ne recita i sensi fantasmi
e respinge dagli occhi infuriati
i passanti allibiti e beffardi
recita per tutte le altre mani
che hanno paura di essere matte
getta per terra e svelta raccatta
e rigetta e raccatta e rigetta per terra
ombrello e cappello
e recita agitando e torcendo le mani
fa con le mani tanti segni nell’aria
e ne recita i sensi fantasmi
e respinge dagli occhi infuriati
i passanti allibiti e beffardi
recita per tutte le altre mani
che hanno paura di essere matte
Alfredo Giuliani
Perché questa formica
Perché questa formica cammina così in fretta
il tempo è un luogo se indugia a consumarsi
il fuoco fa la pioggia il vento non ha testa
per fare una sorgente ci vuole anche un badile
il nome sa il suo nome quando lo chiamano?
il tempo è un luogo se indugia a consumarsi
il fuoco fa la pioggia il vento non ha testa
per fare una sorgente ci vuole anche un badile
il nome sa il suo nome quando lo chiamano?
Amelia Rosselli
Dopo il dono di Dio vi fu la rinascita...
Dopo il dono di Dio vi fu la rinascita. Dopo la pazienza
dei sensi caddero tutte le giornate. Dopo l’inchiostro
di Cina rinacque un elefante: la gioia. Dopo della gioia
scese l’inferno dopo il paradiso il lupo nella tana. Dopo
l’infinito vi fu la giostra. Ma caddero i lumi e si rinfocillarono
le bestie, e la lana venne preparata e il lupo divorato.
Dopo della fame nacque il bambino, dopo della noia scrisse
i suoi versi l’amante. Dopo l’infinito cadde la giostra
dopo la testata crebbe l’inchiostro. Caldamente protetta
scrisse i suoi versi la Vergine: moribondo Cristo le rispose
non mi toccare! Dopo i suoi versi il Cristo divorò la pena
che lo affliggeva. Dopo della notte cadde l’intero sostegno
del mondo. Dopo dell’inferno nacque il figlio bramoso di
distinguersi. Dopo della noia rompeva il silenzio l’acre
bisbiglio della contadina che cercava l’acqua nel pozzo
troppo profondo per le sue braccia. Dopo dell’aria che
scendeva delicata attorno al suo corpo immenso, nacque
la figliola col cuore devastato, nacque la pena degli uccelli,
nacque il desiderio e l’infinito che non si ritrova se
si perde. Speranzosi barcolliamo fin che la fine peschi
un’anima servile.
dei sensi caddero tutte le giornate. Dopo l’inchiostro
di Cina rinacque un elefante: la gioia. Dopo della gioia
scese l’inferno dopo il paradiso il lupo nella tana. Dopo
l’infinito vi fu la giostra. Ma caddero i lumi e si rinfocillarono
le bestie, e la lana venne preparata e il lupo divorato.
Dopo della fame nacque il bambino, dopo della noia scrisse
i suoi versi l’amante. Dopo l’infinito cadde la giostra
dopo la testata crebbe l’inchiostro. Caldamente protetta
scrisse i suoi versi la Vergine: moribondo Cristo le rispose
non mi toccare! Dopo i suoi versi il Cristo divorò la pena
che lo affliggeva. Dopo della notte cadde l’intero sostegno
del mondo. Dopo dell’inferno nacque il figlio bramoso di
distinguersi. Dopo della noia rompeva il silenzio l’acre
bisbiglio della contadina che cercava l’acqua nel pozzo
troppo profondo per le sue braccia. Dopo dell’aria che
scendeva delicata attorno al suo corpo immenso, nacque
la figliola col cuore devastato, nacque la pena degli uccelli,
nacque il desiderio e l’infinito che non si ritrova se
si perde. Speranzosi barcolliamo fin che la fine peschi
un’anima servile.
Andrea Zanzotto
Al mondo
Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.
Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu «santo» e «santificato»
un po’ più in là, da lato, da lato.
Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.
Su, münchhausen
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.
Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu «santo» e «santificato»
un po’ più in là, da lato, da lato.
Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.
Su, münchhausen
Andrea Zanzotto
Come vorrei preludere a una vera-mente
Come vorrei preludere a una vera-mente
a una vera-vita.
Quanto finora mi trovai vicino e
sotto gli occhi e tra le mani
scritto circoscritto descritto trascritto
non scritto,
piume pennini grafite e poi l’illustre biro.
Scritto in sommo grado, tutto annapurna
e quei grandi ghiacciai quelle faglie-fuìs,
quel tutto-snob maledetto e maldestro,
qui bisogna...
E l’inefficace operazione, storia
librata là in quell’area vuota
in quella luce limitata limata,
miseramente congesta e risparmiata
per disegni e illuminature,
mi parve un fondato sistema
mi parve un modo, un cespo, oltre.
E vivanda, da vivere.
«È l’olio vivo, è una fibra viva.»
Là è il vivente. Ma non è ancora ristoro (restauro),
nulla è la sede, nullo
l’invivimento l’invivarsi.
Forse l’incontro di un dispotico qui
di un qui puntiforme unitissimo
commesso nel perfetto
o là verso l’allitterato
esordiente paesaggio,
bimbo effato, Veneto in pittura-ura.
E io mi do da fare.
a una vera-vita.
Quanto finora mi trovai vicino e
sotto gli occhi e tra le mani
scritto circoscritto descritto trascritto
non scritto,
piume pennini grafite e poi l’illustre biro.
Scritto in sommo grado, tutto annapurna
e quei grandi ghiacciai quelle faglie-fuìs,
quel tutto-snob maledetto e maldestro,
qui bisogna...
E l’inefficace operazione, storia
librata là in quell’area vuota
in quella luce limitata limata,
miseramente congesta e risparmiata
per disegni e illuminature,
mi parve un fondato sistema
mi parve un modo, un cespo, oltre.
E vivanda, da vivere.
«È l’olio vivo, è una fibra viva.»
Là è il vivente. Ma non è ancora ristoro (restauro),
nulla è la sede, nullo
l’invivimento l’invivarsi.
Forse l’incontro di un dispotico qui
di un qui puntiforme unitissimo
commesso nel perfetto
o là verso l’allitterato
esordiente paesaggio,
bimbo effato, Veneto in pittura-ura.
E io mi do da fare.
Andrea Zanzotto
Declivio su Lorna
Mese di pochi giorni,
o tu dalla docile polpa,
chiaro collo curioso
seno caldo che nutre,
dolce uva nella gola,
teneri uccelli che si districano
dai vischi della lontananza
e che indugiano audacemente
tra gli equilibri delle dita
a illustrare le loro piume
e le loro gioie minute,
uccelli disingannati,
maiuscoli pavoni delle siepi,
aiole come mazzi improvvisati,
laghi dallo stupore di goccia:
ogni albero ha dietro di sé
l’ombra sua bene abbigliata,
paradisi di crisantemi
si addensano in climi azzurri.
Ho raccolto la foglia di colore
e la ciliegia dimenticata
sul colle meno visibile;
infanzia raccolta acino ad acino,
infanzia sapido racimolo,
la formica ha consumato il gusto
mutato della ciliegia,
l’acqua movenza timida
inizia radici.
Tra le folle ricciute delle vendemmie
la frescura guasta ed apre
l’innocuo lume del sole
alle rapine svagate dei bimbi.
o tu dalla docile polpa,
chiaro collo curioso
seno caldo che nutre,
dolce uva nella gola,
teneri uccelli che si districano
dai vischi della lontananza
e che indugiano audacemente
tra gli equilibri delle dita
a illustrare le loro piume
e le loro gioie minute,
uccelli disingannati,
maiuscoli pavoni delle siepi,
aiole come mazzi improvvisati,
laghi dallo stupore di goccia:
ogni albero ha dietro di sé
l’ombra sua bene abbigliata,
paradisi di crisantemi
si addensano in climi azzurri.
Ho raccolto la foglia di colore
e la ciliegia dimenticata
sul colle meno visibile;
infanzia raccolta acino ad acino,
infanzia sapido racimolo,
la formica ha consumato il gusto
mutato della ciliegia,
l’acqua movenza timida
inizia radici.
Tra le folle ricciute delle vendemmie
la frescura guasta ed apre
l’innocuo lume del sole
alle rapine svagate dei bimbi.
Andrea Zanzotto
Ineptum, prorsus credibile
I
Perché questa
terribilmente pronta luce
o freddissimo sogno immenso
su cui trascende
perpetuo vertice il sole,
da cui trabocchi tu, tu nella vita?
Non ha mai fondo questa nascita
mai fondo questo squallido prodigio,
no non dici, ma stai nella luce
immodesta e pur vera
nella luce inetta ma credibile,
sospinto nella vita.
Nasci oggi col sole con la ferma
virtù che di tensioni
supreme accende
le legioni dei monti,
nella sua bocca pura
ti porta l’azzurra vita,
debole e molle stilli dall’azzurro,
debole
bianca lacrima sporgi
sul grumoso abbagliante mattino;
attraverso l’autunno
ecco il tuo segmentarti
in sale e istanti
in memoria e sapore.
Sangue e forma, stoltezza e trionfo,
gemito offerto alle chiare
vagabonde uve,
occhio nuovo al geranio allo scoiattolo.
Ma freddissima e immensa
sta la gloria in excelsis
oltre il grigio spigolo del mondo;
e gode di tutto il suo peso fulgente
e avanza il sole col passo precario
e audacissimo là dove la mente
non può seguirlo che a morirne.
II
Chi, luce, a te mi conferma,
chi alla sostanza al tangibile al folto?
E la salvia finezza dell’orlo degli orli
dei monti, dove odora?
Dove i fiori scolorano al desco della luna?
Conversione di viscere
sole mutato in luna
conversione delle erbe e del respiro,
io già sono e riposo percosso dal casto
gesto di Diana, da dolenti barbagli
di dalie e larve.
È tramonto od è luna
e in aumento perpetuo
o in perpetuo decrescere è il sole?
Vuoto di ragnateli
per valli e fessure,
vuoto di nascita e sangue.
Acqua e che verbo petroso
deponi ai piedi di questi monti,
colli e che verde spietato
rivelate ad un fuoco
disuguale e nefasto
o – è lo stesso – ad un fuoco
equilibrato e acuto
contro il muro ch’io piango; e alza il muro
sé dalla stanca testa
stanca di nascere e nascere
nell’atroce gemmante vita.
Perché questa
terribilmente pronta luce
o freddissimo sogno immenso
su cui trascende
perpetuo vertice il sole,
da cui trabocchi tu, tu nella vita?
Non ha mai fondo questa nascita
mai fondo questo squallido prodigio,
no non dici, ma stai nella luce
immodesta e pur vera
nella luce inetta ma credibile,
sospinto nella vita.
Nasci oggi col sole con la ferma
virtù che di tensioni
supreme accende
le legioni dei monti,
nella sua bocca pura
ti porta l’azzurra vita,
debole e molle stilli dall’azzurro,
debole
bianca lacrima sporgi
sul grumoso abbagliante mattino;
attraverso l’autunno
ecco il tuo segmentarti
in sale e istanti
in memoria e sapore.
Sangue e forma, stoltezza e trionfo,
gemito offerto alle chiare
vagabonde uve,
occhio nuovo al geranio allo scoiattolo.
Ma freddissima e immensa
sta la gloria in excelsis
oltre il grigio spigolo del mondo;
e gode di tutto il suo peso fulgente
e avanza il sole col passo precario
e audacissimo là dove la mente
non può seguirlo che a morirne.
II
Chi, luce, a te mi conferma,
chi alla sostanza al tangibile al folto?
E la salvia finezza dell’orlo degli orli
dei monti, dove odora?
Dove i fiori scolorano al desco della luna?
Conversione di viscere
sole mutato in luna
conversione delle erbe e del respiro,
io già sono e riposo percosso dal casto
gesto di Diana, da dolenti barbagli
di dalie e larve.
È tramonto od è luna
e in aumento perpetuo
o in perpetuo decrescere è il sole?
Vuoto di ragnateli
per valli e fessure,
vuoto di nascita e sangue.
Acqua e che verbo petroso
deponi ai piedi di questi monti,
colli e che verde spietato
rivelate ad un fuoco
disuguale e nefasto
o – è lo stesso – ad un fuoco
equilibrato e acuto
contro il muro ch’io piango; e alza il muro
sé dalla stanca testa
stanca di nascere e nascere
nell’atroce gemmante vita.
Andrea Zanzotto
La Pasqua a Pieve di Soligo
ALEPH Da quali chiuse o antri, da che chiese o macelli,
da che prati infiniti, polveri, geli, velli,
da che eczemi diffusi, da che parestesie
diffuse, in che paresi in che cloni in che mie
o tue carenze alterne, mie o tue semipresenze,
riapparizioni di straforo, giochi di sbiechi e intermittenze,
rifiorisco siccome fatuo vanto di riscrivere
lo squisito insatellirsi, al non vivere, di ogni vivere,
rifiorisco per dire peste: a calcolo e a sorte –
vivo sarò la tua peste, morto sarò la tua morte?
A chi vado rifacendo il verso di Lutero,
a che bordello a che serra di dèi, a che cimitero
di mostri e dèi e deesse tuttafiga
che lungo lungo l’orbita mi aspettan messi in riga?
Ma di nessuno e di nulla bestemmio: i miei porchi
segnano solo la stretta dove, o me stesso, di torchi.
BETH Ed ecco – un suono virginee tristezze, come erbette da cena
come pungenti venti pasqualini e vini agretti, mena;
è il tempo del Passaggio, del (Signore): piangete
e gioite meco voi che di erbette avete fame, di vini sete,
è il tempo dei sonni levissimi e solo agitati
dal tenero désir sognifico dei bimbi-futuri-vati.
È il tempo tuo, (Signore), che fa e disfa il bianco e il blu
nei fossati pei cieli sui monti e oltre e più.
Fa’ o Signore che – ma il tuo fare cos’è?
Fa’ o Signore che – ma non vedo perché.
GIMEL Siamo alla Pieve, ancora, ci diamo appuntamento
per dirci ogni anno che mai ci rivedremo, farcene il giuramento;
ma questa Pieve, in realtà, è un intrigo, un intrigo,
mi fa rete l’ultima neve, mi alliga il Soligo,
e i cantici e la grande croce son le ombre masochiste
su cui del mal nervoso s’irrigidirono le piste.
E mi sfuggono intanto questi pseudoalessandrini
– demodizzati, a gradini, da Cendrars a Pasolini –,
l’alessandrino baciato non va più
nemmeno per snobbarti non che per sviolinarti Gesù;
e tornare al medio lamento dopo essere stati tanto tanto più in là,
rifondersi in moduli melodicogementi, non è più truffa che viltà?
Altre sono le forme che godono prestigio,
soffia da esse il buio non l’argenteo del prodigio,
saetta il coup de dés che sconnette e scommette
l’es e l’io, il tuo es e il tuo io, Dio, fuor dalle serie abbiette,
fuori volume, fuori cosa e cose, fuori furori
e normule, in un parto che ogni suo alvo divori...
DALETH Ma sul cardine, Kyrie, la porta stride, non gira,
sento il cecchino alle spalle già prendermi, prenderti di mira.
Sei tu che vuoi spararmi, son io che sparo a te?
Siamo appostati dietro a tutto di tutto, e alla mercé
di tutto; in lingua in verbo ci constatiamo, incarnati
inchiostrati incastrati squartati dai quattro lati,
persi in collages e in agnizioni reciproche: mite/truce
proprio/esproprio fisima/cresima fuisse/in-nuce.
Questo volto rigato di (nafta? sanie?), volto affamato morso,
sigillo obliterato, conio che perde il corso,
questo nostro profilo, di corpo ligneo, che giù piomba
sulle erbette e sui vini scintillanti e li spegne e li intomba –:
HE ma io riprendo distanza e spazio dopo il groviglio,
mi distinguo m’isolo m’isso m’attenaglio all’appiglio,
artificiosi filami di violenza è il-mio, ectoplasma che finge
debilità ma ciò che tocca strina adultera stinge,
la sua nanezza la sua irrilevanza il suo flou gli si fa garanzia
del periglioso e pidocchioso sussistere, ruggine, hobby ed ubbia:
«Oui, l’après midi je lis Virgile puisqu’on
m’avait appris le latin dans un vieux collège de ma region;
oui, je lis SCILICET, la revue paraissant trois fois l’an
à Paris, sous la direction du docteur J. Lacan;
oui, je veux savoir ce qu’en pense l’école freudienne de Paris,
peut-être par là arriverai-je à étouffer mes soucis;
je déborderai comme ce halo, comme cette herbe, du grabat
où mon Begehren m’a cloué et d’Oedipe le stérile combat» (...)
WAW E chi mai sniderò da sotto i chimi del Soligo?
Che mai svilupperò dalla primaverile caligo?
E chi trascinerò davanti al tribunale
che danna perché danna solo al condizionale,
davanti ai come se, agli ὡς, ὡς μή, als ob,
di cui tutto il qua-ammassato, il materiale mondano, quagliò?
L’unghia punta, la mano s’aggrinza, ora, a graffire a mano
la lettera senza risposta al mozzato-via al marcio al lontano,
ha sbavato già e mal seminato, una sintassi criminale
e fasulla bolle-su fa baci pontifica prevale,
la mano a uncino tira la sbrindellata tenda,
sveste del suo sudario il nulla, la mummia sbenda.
ZAJIN Ricomincia il vecchio happening a cui t’hanno costretto,
salita trave spugna lancia che squarcia il petto;
in un flash di rogo, in Cal Santa, ripristinate (rifratte
da sempre) le Stazioni, nel corteopompa ci s’imbatte
del celestiale massacro (putto, rege, animale?) – mentre bistra
gli orli dello spesso fulgore la ràcola, le sue stecche registra,
– mentre scarnita di ogni altro tinnito e timbro l’ora
terrestre in sudori puzzi balsami e sangui vapora,
e il ministro bada al disco sui toni cardiaci che propone
il modello secundum scientiam della Passione:
HETH così reagisce l’organismo sotto tortura, questi urti scosse
[tossi
sono i toni cardiaci di que quei che ora, quantaora, percossi
folgorati taccionoe in urlosotto l’abbacinante, e si fanno
addosso: vomitano e tacciono: sotto la lorgnette del tiranno;
chi . . . . . . . . . dentro la propria malta
. . . . chi . . . . . . . . i denti saltano;
o anche: Bruno sta sordo, Vanini non s’altera nemmeno un poco,
Hus compatisce la vecchia che porta legna al fuoco
ecc.; passano gli anni o meglio i temi e i fumi dei tempi,
il tuo esempio sprofonda in mezzo agli altri esempi,
ti hanno buttato gli studenti giù nella spazzatura,
ma è questo il giusto incenso il ridarti la tua natura
così che tu mai più ai signori veri torni buono,
tu per errore signore, decontestuato dal palo al trono,
e certo dovrei spegnermi e risorgere (rhetorice) col Che
oggi, signore, prima ben prima che con te;
anche se, mulo, non fido: né in te né in lui né in chimaisisia,
perché ciascuno ha il suo למע personale, la sua propria eresia;
che vuoi? Va’ in analisi, chiunque tu sia, prima di morire per me
indegno o troppo degno, non saprei, vedi te;
e comunque resta qua, giù, non lasciarti indossare quel nome
[che infetta,
asso-piglia-tutto, eminente-marxista, eminenza, vedetta,
e – concludendo – sfida in excelsis, più in su di ogni voglia o ira...
TET Ma il reale e il fantasmatico, l’autre e l’ovvio impallidisce
[e vira,
di fosfeni brulica il quadro e il mio corporeo schema,
in fosfeni il perverso e la regola il sempre e il mai scema;
lo spazio, il rastremato e sconfinato spazio di un deficit crea
l’alibi in cui questa maramaglia e frattaglia di idee si bea:
oh ricupero in suicidio, coagulamento nell’atto-uno, infine.
E invece rievocazione-doping per interposta persona, esalazione
[di cine.
Forse l’apparato è pronto, là sul colle famoso, la flebo
col trucco, goccia a goccia nel cotto nel solfo, flebo di «»,
[placebo,
e io dall’alto del come-suicidio sul colle famoso guardo in tondo
e m’istituisco goccia a goccia in leader feroce del (mio) mondo.
Per questo, oggi, o maghi delle arti, dall’umana figura
nonostante i vostri editti ho tolto la censura,
per questo a ogni dichiarato spifferato spampanato discorso
nonostante voi, angeli del magistero, ho tolto il morso:
è roba che mai non spurga dal suo-sé e si riconvoglia nel fondo
dove sbarrato sta il significante che è leader feroce del mondo.
JODH Gong: e comincia il verde i pollini a fiocchi a ragna
e l’allergia e il rifiuto che li rende magagna;
su, bambine, è primizia e gemma, la luna lo attesta,
vanno in amore benzine ed essenze, ogni stecco va in festa,
e Pieve di Soligo ai nostri piedi formicola,
pascola comunioni e focacce, per campi e selve svicola,
e Pieve di Soligo vuota boccali di bianco e di rosso così
che rosso-passio e bianco-surrexit sarà presto voto D.C.
È per quei della Pieve questa brama: sole/piova salume e ova,
sgusciare, levare la pellicina a tanta bellezza nuova,
toccare in puerile gaudio, appena fuor del secolo di veti e stenti,
cosce e cibarie, a picnic, con diti lingue e denti,
contare tanto fatto e mucchio, soldi e saldi nei mercati –
fabbriche allevamenti inceneritori a turno intasati.
KAPH Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto attizzarsi consumarsi il mito del vedere.
Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto trionfare le cose puttane, emarginarsi le vere.
Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto insacrarsi insensarsi il vivario il braciere.
Fa’ o Signore che – ma il tuo fare cos’è?
Fa’ o Signore che – ma non vedo perché.
Fa’ o Signore – e tutto si disponeva, ma altrove, in valore.
Fa’ o Signore – e s’apre lo schizoma nel suo puro albore.
Fa’ o Signore – e preme e lievita il cosmico soma
congiuntamente a vita e a morte nel producente schizoma.
LAMEDH Sì, qui, Tu . . . . . . . . e blocco
. . . . . . . . . . . . . . e sbocco;
sì, io penso a Te-voi, ˘ − ˘ , penso a Voi-te, veglio in iperacusia,
cerco a tentoni i congegni per cui s’inneschi l’universa euforia;
per questo scatto, schizo, tic, rovesciata è la pietra,
scinde le sue mascelle, grida, la terra e l’etra:
gloria gloria, roar roar, tigre tigre, scoreggiano i cori
di cars, di jets, di rockets: omnes sicut dii, coi motori!
roar roar romba sbomba e impremia ed a gloria appella
gli utenti, promette all’asfalto ossa cervella budella,
gloria gloria, schizo schizo, scrash scrash, non è qui, bau bau
da polo a polo sopra l’ecumene già per passione esausta
ma ora in morbino, in fizz! E da villette-benessere posteggi
banche stande casediddio passeggi astroporti ponteggi,
non è qui, caì caì, bog bog, i cani dei sempre-più-ricchi
abbaiano grassamente, tosati, gole piene, canori picchiano,
schizo schizo, yuk yuk, ceffi appuntiti da lusso, ceffi poliziotti
da fiuto, ceffi lecconi, tra lenzuola o in caserme o in salotti:
la terra e l’etra ti abbaia il suo consenso, la tua gloria
quae non est hic, la sua, qui, canina e classista, la sua storia
che gonfia cani e col bulldozer travolge scarti umani
arsi d’inedia, d’inesistenza, li sparge di calce se ne disinfesta mani
menti uniformi e paramenti, s’affretta s’adopra
intorno alla pietra da te, Signore, rimossa, gliela rovescia sopra.
MEM ---- Oh una chiusa più mite più conforme
apiù incavata
una comeuna
---- Tutto ebbi, aiutato da un po’ di luna,
e poi plenilunio e aprile
---- πρὸς τίνα A chi ἀπϵλϵυσόμϵθα; andremo noi?
ῥήματα parole ζωῆς αἰωνίoυ di vita eterna ἔχϵις; hai?
---- Certo, il vero possesso, i mezzi espressivi
---- Tra l’astinenza e il buon piatto; in limine, lo sdrucciolevole
---- La Luna che là fu un attimo
ma lumachina nei lievi dei suoi raggi esitanti spezzati
e parole-di-vita e pozze-di-vita
— Ora tutto è disteso svolto in dolcissima non-violenza
— «Vedi il fiore marcito in un riflesso.
Vedi il fiore in un brivido, surrexit»
---- Vedi, alla fine, scodinzolare questo girino
---- «Voce, prego, voce!»
---- Dove i cani le gole i fari le resurrezioni?
---- Oh voci vociSvuota bene le tasche
rovesciale
da che prati infiniti, polveri, geli, velli,
da che eczemi diffusi, da che parestesie
diffuse, in che paresi in che cloni in che mie
o tue carenze alterne, mie o tue semipresenze,
riapparizioni di straforo, giochi di sbiechi e intermittenze,
rifiorisco siccome fatuo vanto di riscrivere
lo squisito insatellirsi, al non vivere, di ogni vivere,
rifiorisco per dire peste: a calcolo e a sorte –
vivo sarò la tua peste, morto sarò la tua morte?
A chi vado rifacendo il verso di Lutero,
a che bordello a che serra di dèi, a che cimitero
di mostri e dèi e deesse tuttafiga
che lungo lungo l’orbita mi aspettan messi in riga?
Ma di nessuno e di nulla bestemmio: i miei porchi
segnano solo la stretta dove, o me stesso, di torchi.
BETH Ed ecco – un suono virginee tristezze, come erbette da cena
come pungenti venti pasqualini e vini agretti, mena;
è il tempo del Passaggio, del (Signore): piangete
e gioite meco voi che di erbette avete fame, di vini sete,
è il tempo dei sonni levissimi e solo agitati
dal tenero désir sognifico dei bimbi-futuri-vati.
È il tempo tuo, (Signore), che fa e disfa il bianco e il blu
nei fossati pei cieli sui monti e oltre e più.
Fa’ o Signore che – ma il tuo fare cos’è?
Fa’ o Signore che – ma non vedo perché.
GIMEL Siamo alla Pieve, ancora, ci diamo appuntamento
per dirci ogni anno che mai ci rivedremo, farcene il giuramento;
ma questa Pieve, in realtà, è un intrigo, un intrigo,
mi fa rete l’ultima neve, mi alliga il Soligo,
e i cantici e la grande croce son le ombre masochiste
su cui del mal nervoso s’irrigidirono le piste.
E mi sfuggono intanto questi pseudoalessandrini
– demodizzati, a gradini, da Cendrars a Pasolini –,
l’alessandrino baciato non va più
nemmeno per snobbarti non che per sviolinarti Gesù;
e tornare al medio lamento dopo essere stati tanto tanto più in là,
rifondersi in moduli melodicogementi, non è più truffa che viltà?
Altre sono le forme che godono prestigio,
soffia da esse il buio non l’argenteo del prodigio,
saetta il coup de dés che sconnette e scommette
l’es e l’io, il tuo es e il tuo io, Dio, fuor dalle serie abbiette,
fuori volume, fuori cosa e cose, fuori furori
e normule, in un parto che ogni suo alvo divori...
DALETH Ma sul cardine, Kyrie, la porta stride, non gira,
sento il cecchino alle spalle già prendermi, prenderti di mira.
Sei tu che vuoi spararmi, son io che sparo a te?
Siamo appostati dietro a tutto di tutto, e alla mercé
di tutto; in lingua in verbo ci constatiamo, incarnati
inchiostrati incastrati squartati dai quattro lati,
persi in collages e in agnizioni reciproche: mite/truce
proprio/esproprio fisima/cresima fuisse/in-nuce.
Questo volto rigato di (nafta? sanie?), volto affamato morso,
sigillo obliterato, conio che perde il corso,
questo nostro profilo, di corpo ligneo, che giù piomba
sulle erbette e sui vini scintillanti e li spegne e li intomba –:
HE ma io riprendo distanza e spazio dopo il groviglio,
mi distinguo m’isolo m’isso m’attenaglio all’appiglio,
artificiosi filami di violenza è il-mio, ectoplasma che finge
debilità ma ciò che tocca strina adultera stinge,
la sua nanezza la sua irrilevanza il suo flou gli si fa garanzia
del periglioso e pidocchioso sussistere, ruggine, hobby ed ubbia:
«Oui, l’après midi je lis Virgile puisqu’on
m’avait appris le latin dans un vieux collège de ma region;
oui, je lis SCILICET, la revue paraissant trois fois l’an
à Paris, sous la direction du docteur J. Lacan;
oui, je veux savoir ce qu’en pense l’école freudienne de Paris,
peut-être par là arriverai-je à étouffer mes soucis;
je déborderai comme ce halo, comme cette herbe, du grabat
où mon Begehren m’a cloué et d’Oedipe le stérile combat» (...)
WAW E chi mai sniderò da sotto i chimi del Soligo?
Che mai svilupperò dalla primaverile caligo?
E chi trascinerò davanti al tribunale
che danna perché danna solo al condizionale,
davanti ai come se, agli ὡς, ὡς μή, als ob,
di cui tutto il qua-ammassato, il materiale mondano, quagliò?
L’unghia punta, la mano s’aggrinza, ora, a graffire a mano
la lettera senza risposta al mozzato-via al marcio al lontano,
ha sbavato già e mal seminato, una sintassi criminale
e fasulla bolle-su fa baci pontifica prevale,
la mano a uncino tira la sbrindellata tenda,
sveste del suo sudario il nulla, la mummia sbenda.
ZAJIN Ricomincia il vecchio happening a cui t’hanno costretto,
salita trave spugna lancia che squarcia il petto;
in un flash di rogo, in Cal Santa, ripristinate (rifratte
da sempre) le Stazioni, nel corteopompa ci s’imbatte
del celestiale massacro (putto, rege, animale?) – mentre bistra
gli orli dello spesso fulgore la ràcola, le sue stecche registra,
– mentre scarnita di ogni altro tinnito e timbro l’ora
terrestre in sudori puzzi balsami e sangui vapora,
e il ministro bada al disco sui toni cardiaci che propone
il modello secundum scientiam della Passione:
HETH così reagisce l’organismo sotto tortura, questi urti scosse
[tossi
sono i toni cardiaci di que quei che ora, quantaora, percossi
folgorati taccionoe in urlosotto l’abbacinante, e si fanno
addosso: vomitano e tacciono: sotto la lorgnette del tiranno;
chi . . . . . . . . . dentro la propria malta
. . . . chi . . . . . . . . i denti saltano;
o anche: Bruno sta sordo, Vanini non s’altera nemmeno un poco,
Hus compatisce la vecchia che porta legna al fuoco
ecc.; passano gli anni o meglio i temi e i fumi dei tempi,
il tuo esempio sprofonda in mezzo agli altri esempi,
ti hanno buttato gli studenti giù nella spazzatura,
ma è questo il giusto incenso il ridarti la tua natura
così che tu mai più ai signori veri torni buono,
tu per errore signore, decontestuato dal palo al trono,
e certo dovrei spegnermi e risorgere (rhetorice) col Che
oggi, signore, prima ben prima che con te;
anche se, mulo, non fido: né in te né in lui né in chimaisisia,
perché ciascuno ha il suo למע personale, la sua propria eresia;
che vuoi? Va’ in analisi, chiunque tu sia, prima di morire per me
indegno o troppo degno, non saprei, vedi te;
e comunque resta qua, giù, non lasciarti indossare quel nome
[che infetta,
asso-piglia-tutto, eminente-marxista, eminenza, vedetta,
e – concludendo – sfida in excelsis, più in su di ogni voglia o ira...
TET Ma il reale e il fantasmatico, l’autre e l’ovvio impallidisce
[e vira,
di fosfeni brulica il quadro e il mio corporeo schema,
in fosfeni il perverso e la regola il sempre e il mai scema;
lo spazio, il rastremato e sconfinato spazio di un deficit crea
l’alibi in cui questa maramaglia e frattaglia di idee si bea:
oh ricupero in suicidio, coagulamento nell’atto-uno, infine.
E invece rievocazione-doping per interposta persona, esalazione
[di cine.
Forse l’apparato è pronto, là sul colle famoso, la flebo
col trucco, goccia a goccia nel cotto nel solfo, flebo di «»,
[placebo,
e io dall’alto del come-suicidio sul colle famoso guardo in tondo
e m’istituisco goccia a goccia in leader feroce del (mio) mondo.
Per questo, oggi, o maghi delle arti, dall’umana figura
nonostante i vostri editti ho tolto la censura,
per questo a ogni dichiarato spifferato spampanato discorso
nonostante voi, angeli del magistero, ho tolto il morso:
è roba che mai non spurga dal suo-sé e si riconvoglia nel fondo
dove sbarrato sta il significante che è leader feroce del mondo.
JODH Gong: e comincia il verde i pollini a fiocchi a ragna
e l’allergia e il rifiuto che li rende magagna;
su, bambine, è primizia e gemma, la luna lo attesta,
vanno in amore benzine ed essenze, ogni stecco va in festa,
e Pieve di Soligo ai nostri piedi formicola,
pascola comunioni e focacce, per campi e selve svicola,
e Pieve di Soligo vuota boccali di bianco e di rosso così
che rosso-passio e bianco-surrexit sarà presto voto D.C.
È per quei della Pieve questa brama: sole/piova salume e ova,
sgusciare, levare la pellicina a tanta bellezza nuova,
toccare in puerile gaudio, appena fuor del secolo di veti e stenti,
cosce e cibarie, a picnic, con diti lingue e denti,
contare tanto fatto e mucchio, soldi e saldi nei mercati –
fabbriche allevamenti inceneritori a turno intasati.
KAPH Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto attizzarsi consumarsi il mito del vedere.
Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto trionfare le cose puttane, emarginarsi le vere.
Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto insacrarsi insensarsi il vivario il braciere.
Fa’ o Signore che – ma il tuo fare cos’è?
Fa’ o Signore che – ma non vedo perché.
Fa’ o Signore – e tutto si disponeva, ma altrove, in valore.
Fa’ o Signore – e s’apre lo schizoma nel suo puro albore.
Fa’ o Signore – e preme e lievita il cosmico soma
congiuntamente a vita e a morte nel producente schizoma.
LAMEDH Sì, qui, Tu . . . . . . . . e blocco
. . . . . . . . . . . . . . e sbocco;
sì, io penso a Te-voi, ˘ − ˘ , penso a Voi-te, veglio in iperacusia,
cerco a tentoni i congegni per cui s’inneschi l’universa euforia;
per questo scatto, schizo, tic, rovesciata è la pietra,
scinde le sue mascelle, grida, la terra e l’etra:
gloria gloria, roar roar, tigre tigre, scoreggiano i cori
di cars, di jets, di rockets: omnes sicut dii, coi motori!
roar roar romba sbomba e impremia ed a gloria appella
gli utenti, promette all’asfalto ossa cervella budella,
gloria gloria, schizo schizo, scrash scrash, non è qui, bau bau
da polo a polo sopra l’ecumene già per passione esausta
ma ora in morbino, in fizz! E da villette-benessere posteggi
banche stande casediddio passeggi astroporti ponteggi,
non è qui, caì caì, bog bog, i cani dei sempre-più-ricchi
abbaiano grassamente, tosati, gole piene, canori picchiano,
schizo schizo, yuk yuk, ceffi appuntiti da lusso, ceffi poliziotti
da fiuto, ceffi lecconi, tra lenzuola o in caserme o in salotti:
la terra e l’etra ti abbaia il suo consenso, la tua gloria
quae non est hic, la sua, qui, canina e classista, la sua storia
che gonfia cani e col bulldozer travolge scarti umani
arsi d’inedia, d’inesistenza, li sparge di calce se ne disinfesta mani
menti uniformi e paramenti, s’affretta s’adopra
intorno alla pietra da te, Signore, rimossa, gliela rovescia sopra.
MEM ---- Oh una chiusa più mite più conforme
apiù incavata
una comeuna
---- Tutto ebbi, aiutato da un po’ di luna,
e poi plenilunio e aprile
---- πρὸς τίνα A chi ἀπϵλϵυσόμϵθα; andremo noi?
ῥήματα parole ζωῆς αἰωνίoυ di vita eterna ἔχϵις; hai?
---- Certo, il vero possesso, i mezzi espressivi
---- Tra l’astinenza e il buon piatto; in limine, lo sdrucciolevole
---- La Luna che là fu un attimo
ma lumachina nei lievi dei suoi raggi esitanti spezzati
e parole-di-vita e pozze-di-vita
— Ora tutto è disteso svolto in dolcissima non-violenza
— «Vedi il fiore marcito in un riflesso.
Vedi il fiore in un brivido, surrexit»
---- Vedi, alla fine, scodinzolare questo girino
---- «Voce, prego, voce!»
---- Dove i cani le gole i fari le resurrezioni?
---- Oh voci vociSvuota bene le tasche
rovesciale
Andrea Zanzotto
Quanto a lungo
Quanto a lungo tra il grano e tra il vento
di quelle soffitte
più alte, più estese che il cielo,
quanto a lungo vi ho lasciate
mie scritture, miei rischi appassiti.
Con l’angelo e con la chimera
con l’antico strumento
col diario e col dramma
che giocano le notti
a vicenda col sole
vi ho lasciate lassù perché salvaste
dalle ustioni della luce
il mio tetto incerto
i comignoli disorientati
le terrazze ove cammina impazzita la grandine:
voi, ombra unica nell’inverno,
ombra tra i dèmoni del ghiaccio.
Tarme e farfalle dannose
topi e talpe scendendo al letargo
vi appresero e vi affinarono,
su voi sagittario e capricorno
inclinarono le fredde lance
e l’acquario temperò nei suoi silenzi
nelle sue trasparenze
un anno stillante di sangue, una mia
perdita inesplicabile.
Già per voi con tinte sublimi
di fresche antenne e tetti
s’alzano intorno i giorni nuovi,
già alcuno s’alza e scuote
le muffe e le nevi dai mari;
e se a voi salgo per cornici e corde
verso il prisma che vi discerne
verso l’aurora che v’ospita,
il mio cuore trafitto dal futuro
non cura i lampi e le catene
che ancora premono ai confini.
di quelle soffitte
più alte, più estese che il cielo,
quanto a lungo vi ho lasciate
mie scritture, miei rischi appassiti.
Con l’angelo e con la chimera
con l’antico strumento
col diario e col dramma
che giocano le notti
a vicenda col sole
vi ho lasciate lassù perché salvaste
dalle ustioni della luce
il mio tetto incerto
i comignoli disorientati
le terrazze ove cammina impazzita la grandine:
voi, ombra unica nell’inverno,
ombra tra i dèmoni del ghiaccio.
Tarme e farfalle dannose
topi e talpe scendendo al letargo
vi appresero e vi affinarono,
su voi sagittario e capricorno
inclinarono le fredde lance
e l’acquario temperò nei suoi silenzi
nelle sue trasparenze
un anno stillante di sangue, una mia
perdita inesplicabile.
Già per voi con tinte sublimi
di fresche antenne e tetti
s’alzano intorno i giorni nuovi,
già alcuno s’alza e scuote
le muffe e le nevi dai mari;
e se a voi salgo per cornici e corde
verso il prisma che vi discerne
verso l’aurora che v’ospita,
il mio cuore trafitto dal futuro
non cura i lampi e le catene
che ancora premono ai confini.
Andrea Zanzotto
Sfere
Come di là dai mari
grida grida l’innocenza —
bambini non più solitari
su litorali infiniti
rincorrono rincorrono e vincono
di abbaglio in abbaglio rapiti
E che si saprà mai di tanta innocenza?
Che di questo spisciarsi di bambini?
Feroci come l’afa
come i divini
loro doni che fuggono sfere
su tutto il mondo, oltre ogni potere?
Folla che troppo distratto e assonnato
raggiungo ad una svolta
a un dirupo dove crollò improvviso
ogni confine in un soprassaltante riso,
folla dolcissima, vero
disumano, perfetto aldilà
in elisie tivù, fosfeni a cascate,
acufeni di gloria gloria gloria
di questa bella estate.
grida grida l’innocenza —
bambini non più solitari
su litorali infiniti
rincorrono rincorrono e vincono
di abbaglio in abbaglio rapiti
E che si saprà mai di tanta innocenza?
Che di questo spisciarsi di bambini?
Feroci come l’afa
come i divini
loro doni che fuggono sfere
su tutto il mondo, oltre ogni potere?
Folla che troppo distratto e assonnato
raggiungo ad una svolta
a un dirupo dove crollò improvviso
ogni confine in un soprassaltante riso,
folla dolcissima, vero
disumano, perfetto aldilà
in elisie tivù, fosfeni a cascate,
acufeni di gloria gloria gloria
di questa bella estate.
Andrea Zanzotto
Sono gli stessi
Sono gli stessi che vengono
anno su anno a rintracciarmi, a stanarmi, a sterrarmi
strabicamente solitari, folli, felici, stragonfi, iniziatici,
[frivoli
eppure sono essi grevezza, dimenticata carogna/
Mi prendono: caldo sciolto di sole sciolto ma non proprio marcio,
sole che lega male coi paesi e le forre—
mi sbattono addosso quella porta e il manrovescio
quella: cupo del fegato di cieli-piogge
mi ruttano controtempo e feccia
accumulo intrigo gastrico di tempo—
accumulano sotto e stringono tutto
sotto di sé, identità identità vaneggiando,
così—perché è così e così e così
come mamma e mamma dietro mamma/mammana
calore di scalpo verde
attutiscono identità portano via identità
eppur (io) furiosamente intimo qua e là di esistere—
furiosamente le foglie stravolte, una per una,
furiosamente le ghiaie le pozze gli scialacqui delle acque
furiosamente il balzare, uno per uno, degli alberi intimo e
ti risalgo, identità, che
fai sgambetto al rotto sentiero
calchi la serpe come in un’icona—di
identità in identità risulti risalti—
identità dilavate spolpate, ma pur sempre infetuate di me—
strizzate monture armature gualdrappe da Avatar
e io madre dell’identità
nell’identità del nostro noi che si
differenzia enzia furiosamente mi ripeto
e ripeto-vi
vinco da insetto-trucco-trick
ben coordinato per
duecento milioni di anni: da tacchi
che schiacciano, da baratri.
E quel ciel che mi maciulla, mezzo
dentro e mezzo fuori bocca io,
inceppo.
anno su anno a rintracciarmi, a stanarmi, a sterrarmi
strabicamente solitari, folli, felici, stragonfi, iniziatici,
[frivoli
eppure sono essi grevezza, dimenticata carogna/
Mi prendono: caldo sciolto di sole sciolto ma non proprio marcio,
sole che lega male coi paesi e le forre—
mi sbattono addosso quella porta e il manrovescio
quella: cupo del fegato di cieli-piogge
mi ruttano controtempo e feccia
accumulo intrigo gastrico di tempo—
accumulano sotto e stringono tutto
sotto di sé, identità identità vaneggiando,
così—perché è così e così e così
come mamma e mamma dietro mamma/mammana
calore di scalpo verde
attutiscono identità portano via identità
eppur (io) furiosamente intimo qua e là di esistere—
furiosamente le foglie stravolte, una per una,
furiosamente le ghiaie le pozze gli scialacqui delle acque
furiosamente il balzare, uno per uno, degli alberi intimo e
ti risalgo, identità, che
fai sgambetto al rotto sentiero
calchi la serpe come in un’icona—di
identità in identità risulti risalti—
identità dilavate spolpate, ma pur sempre infetuate di me—
strizzate monture armature gualdrappe da Avatar
e io madre dell’identità
nell’identità del nostro noi che si
differenzia enzia furiosamente mi ripeto
e ripeto-vi
vinco da insetto-trucco-trick
ben coordinato per
duecento milioni di anni: da tacchi
che schiacciano, da baratri.
E quel ciel che mi maciulla, mezzo
dentro e mezzo fuori bocca io,
inceppo.
Andrea Zanzotto
Visura
Il mondo è puro dispetto
è puro dispetto a se stesso
non è oggi né ieri né domani
è un “mai” stizzoso
stizzito stinto sterpo
che non riesce, ma forse
fuoriesce a irretire
un suo intimo
de-finire
sdefinirsi da sé
da me da ogni una
delle ubique oblique
ubiquità
Il mondo è l’altissimo o il bassissimo
che si fa scritta incisa su una stenta panchina
è il capoverso che spezza
tutto l’esclamare ESCLAMARE
qui dentro qui fuori diffuso —
il falso dire, udire, ardire
trafigge e frigge in ire
di arsi e tesi sconnesse
tutte le tue vecchie scommesse
ma
forse
indizi-tizzi-fumi
di sue convulsioni-stazioni
propone in uno scemo
memo
freddo e freddura che vedilà s’espande
e affiora e figlia
ancora in mille autismi, o se si vuole, trismi.
è puro dispetto a se stesso
non è oggi né ieri né domani
è un “mai” stizzoso
stizzito stinto sterpo
che non riesce, ma forse
fuoriesce a irretire
un suo intimo
de-finire
sdefinirsi da sé
da me da ogni una
delle ubique oblique
ubiquità
Il mondo è l’altissimo o il bassissimo
che si fa scritta incisa su una stenta panchina
è il capoverso che spezza
tutto l’esclamare ESCLAMARE
qui dentro qui fuori diffuso —
il falso dire, udire, ardire
trafigge e frigge in ire
di arsi e tesi sconnesse
tutte le tue vecchie scommesse
ma
forse
indizi-tizzi-fumi
di sue convulsioni-stazioni
propone in uno scemo
memo
freddo e freddura che vedilà s’espande
e affiora e figlia
ancora in mille autismi, o se si vuole, trismi.
Anônimo
Mamma, lo temp’ è venuto
«Mamma, lo temp’ è venuto
ch’eo me voria maritare
d’un fante che m’è sì plaçuto,
no’l te podrïa contare.
Tanto me plaçe ’l so fatto,
li soi portament e i scemblanti
che, ben te lo dico entrasatto,
sempre ’l voria aver davanti;
e ’l drudo meo ad onne pacto
del meo amor voi’ che se vanti.
Matre, lo cor te se sclanti
s’tu me lo vòi contrariare.»
«Eo te’l contrario en presente,
figl[i]ola mia maledetta,
de prender marito en presenti
troppo me par c’aibi fretta.
Amico non ài né parente
che ’l vogl[i]a, tant èi picoletta.
Tanto me par’ garçonetta,
non èi da cotai fatti fare.»
«Matre; de flevel natura
te ven che me vai sconfortando
de quello ch’eo sun plu segura
non fo per arme Rolando
né ’l cavalier sens paura
né lo bon duxo Morando.
Matre, ’l to dir sia en bando,
ch’eo pur me voi’ maritare.»
«Figl[i]a, lo cor te traporta,
né la persona non ài:
tosto podriss’ esser morta
s’usassi con hom, ben lo sai.
Or, figl[i]a, per Deo, sii acorta
né no te gl[i] ametter çamai,
ch’ a la ventura che sai
morte ’n pudrisse portare.»
«Matre, tant ò ’l cor açunto,
la vogl[i]a amorosa e conquisa,
ch’aver voria lo meo drudo
vixin plu che non è la camixa.
Cun lui me staria tutta nuda
né mai non voria far devisa:
eo l’abraçaria en tal guisa
che ’l cor me faria allegrare.»
ch’eo me voria maritare
d’un fante che m’è sì plaçuto,
no’l te podrïa contare.
Tanto me plaçe ’l so fatto,
li soi portament e i scemblanti
che, ben te lo dico entrasatto,
sempre ’l voria aver davanti;
e ’l drudo meo ad onne pacto
del meo amor voi’ che se vanti.
Matre, lo cor te se sclanti
s’tu me lo vòi contrariare.»
«Eo te’l contrario en presente,
figl[i]ola mia maledetta,
de prender marito en presenti
troppo me par c’aibi fretta.
Amico non ài né parente
che ’l vogl[i]a, tant èi picoletta.
Tanto me par’ garçonetta,
non èi da cotai fatti fare.»
«Matre; de flevel natura
te ven che me vai sconfortando
de quello ch’eo sun plu segura
non fo per arme Rolando
né ’l cavalier sens paura
né lo bon duxo Morando.
Matre, ’l to dir sia en bando,
ch’eo pur me voi’ maritare.»
«Figl[i]a, lo cor te traporta,
né la persona non ài:
tosto podriss’ esser morta
s’usassi con hom, ben lo sai.
Or, figl[i]a, per Deo, sii acorta
né no te gl[i] ametter çamai,
ch’ a la ventura che sai
morte ’n pudrisse portare.»
«Matre, tant ò ’l cor açunto,
la vogl[i]a amorosa e conquisa,
ch’aver voria lo meo drudo
vixin plu che non è la camixa.
Cun lui me staria tutta nuda
né mai non voria far devisa:
eo l’abraçaria en tal guisa
che ’l cor me faria allegrare.»
Anônimo
Partio mi cavalcava
Part’io mi cavalcava
audivi una donzella,
forte si lamentava,
dicea; “oi madre bella,
lungo tempo è passato
ch’io degio aver marito,
e tu non lo m’ài dato;
quest’è malvagio invito,
ch’io sofro, tapinella.
La vita de sto mondo
nulla cosa mi pare,
quand’altri è giucondo,
me ne membra penare:
non agio quel ch’io voglio,
ma perdo lo sollazo;
spesso languisco e doglio,
fra me me ne disfazo,
membrando quello affare.”
La madre’ le risponde:
figlia mia benedetta,
se l’amor ti confonde
de la dolce saetta,
ben ti puoi soferire:
tempo non è passato,
ché tu potrai avire
ciò c’ài disiderato,
ca tèntene in distretta.’
“Per parole mi mini,
tuttor così dicendo;
questo patto non fini,
ed io tutta ardo e ’ncendo.
La voglia mi domanda
cosa che nomar suole
una luce miranda,
ch’è più chiara che ’l sole;
per ella vo languendo.”
‘Oi figlia, non pensai
sì fosse mala tosa,
ché ben conosco ormai
di che se’ goliosa;
ché tanto n’ài parlato,
non s’avene a pulcella,.
credo che l’ài provato
si ne sai la novella.
Lascioti dolorosa.’
“Qi vecchia trenta cuoia,
non mi stare in tenzone,
se non vuoli ch’io muoia
o perda la persone;
cia. 28. mini: meni (mi prendi in giro, mi blandisci con le paro-
ché lo cor mi sollaza
membrando quella cosa
che le donne sollaza,
per ch’amor ne riposa,
ed io ne sto ’n arsione!”
Canzonetta novella,
moveti a lo palese
e vanne a la donzella,
che sta ne le difese:
a Saragosa n’andà,
e va fedelemente,
canta là ad ogni banda
per la rosa più gente
chi sia ne lo paese.
Cielo d’ Alcamo
audivi una donzella,
forte si lamentava,
dicea; “oi madre bella,
lungo tempo è passato
ch’io degio aver marito,
e tu non lo m’ài dato;
quest’è malvagio invito,
ch’io sofro, tapinella.
La vita de sto mondo
nulla cosa mi pare,
quand’altri è giucondo,
me ne membra penare:
non agio quel ch’io voglio,
ma perdo lo sollazo;
spesso languisco e doglio,
fra me me ne disfazo,
membrando quello affare.”
La madre’ le risponde:
figlia mia benedetta,
se l’amor ti confonde
de la dolce saetta,
ben ti puoi soferire:
tempo non è passato,
ché tu potrai avire
ciò c’ài disiderato,
ca tèntene in distretta.’
“Per parole mi mini,
tuttor così dicendo;
questo patto non fini,
ed io tutta ardo e ’ncendo.
La voglia mi domanda
cosa che nomar suole
una luce miranda,
ch’è più chiara che ’l sole;
per ella vo languendo.”
‘Oi figlia, non pensai
sì fosse mala tosa,
ché ben conosco ormai
di che se’ goliosa;
ché tanto n’ài parlato,
non s’avene a pulcella,.
credo che l’ài provato
si ne sai la novella.
Lascioti dolorosa.’
“Qi vecchia trenta cuoia,
non mi stare in tenzone,
se non vuoli ch’io muoia
o perda la persone;
cia. 28. mini: meni (mi prendi in giro, mi blandisci con le paro-
ché lo cor mi sollaza
membrando quella cosa
che le donne sollaza,
per ch’amor ne riposa,
ed io ne sto ’n arsione!”
Canzonetta novella,
moveti a lo palese
e vanne a la donzella,
che sta ne le difese:
a Saragosa n’andà,
e va fedelemente,
canta là ad ogni banda
per la rosa più gente
chi sia ne lo paese.
Cielo d’ Alcamo
Antonio Porta
Airone (4)
quello che è rimasto,
quello che resiste,
là sotto, tu lo vedi,
airone, sotto le montagne di macerie,
dentro i crateri delle bombe,
sotto le colline d’immondizia,
lì dove resiste, continua,
rinasce la semplice vita,
ultima, dimenticata, dileggiata
rimossa, ridotta a poltiglia
nella mente degli uomini,
la semplice vita,
il nascere e morire,
rinascere e volare via,
aprirsi, amare,
quello che è vivo, amore,
sotto la semina dell’odio
quello che resiste,
là sotto, tu lo vedi,
airone, sotto le montagne di macerie,
dentro i crateri delle bombe,
sotto le colline d’immondizia,
lì dove resiste, continua,
rinasce la semplice vita,
ultima, dimenticata, dileggiata
rimossa, ridotta a poltiglia
nella mente degli uomini,
la semplice vita,
il nascere e morire,
rinascere e volare via,
aprirsi, amare,
quello che è vivo, amore,
sotto la semina dell’odio
Antonio Porta
Modello per autoritratti
io non sono non c’è non chi è
non abito non credo non ho
cinquantanni ventuno dodici che c’è
quando bevo nell’acqua nuotare non so
con la penna che danza la polvere che avanza
non credo non vedo se esco né tocco
mangiare se fame digerire non do
prima corpo poi mente poi dico poi niente
è un’altra chissà se alla fine cadrà
né una vita né due né un pianeta né un altro
le lingue non capisco le grida annichilisco
From WEEK-END
non abito non credo non ho
cinquantanni ventuno dodici che c’è
quando bevo nell’acqua nuotare non so
con la penna che danza la polvere che avanza
non credo non vedo se esco né tocco
mangiare se fame digerire non do
prima corpo poi mente poi dico poi niente
è un’altra chissà se alla fine cadrà
né una vita né due né un pianeta né un altro
le lingue non capisco le grida annichilisco
From WEEK-END
Antonio Porta
Utopia del nomade. Movimenti
Movimenti
si muove nella stagione lo consente
ogni luogo ha regole dettate dal clima
nella stagione inclemente dispone le sue difese
si sposta per sopravvivere o vivere
l’inverno lavorerà al coperto
conoscendo gli usi di molti luoghi
il cibo gli verrà dato in compenso
ricchezza prima sono mani e intelligenza
la seconda ricchezza avvicina l’altro da sé
può ritornare in luoghi uguali transumante
mutare itinerario ripetere il giro della terra
torna verso la fine in un luogo stabilito al principio
avrà figli da una o più donne
il tempo necessario passa ad insegnare loro
quello che sa la donna o le donne provvedono finché il padre
non torni a raccontare se i figli non seguono il padre
parlano senza ruoli
lascia alle spalle una terra predata
circondato da uomini disossati dicendo
la ricchezza altrove senza mentire
appena fermo in forma di saluto
spuntano affondano radici dai piedi
strappano senza male alla partenza
la città si chiama Immagine non ha limiti
né centri può specchiarsi in sé stessa
luogo dove incontrarsi non è dunque
una città ma punto di protezione
porticati o tende luogo vegetale e animale
luogo di acgue e coltivazioni uomini
vi s’incontrano o lasciano come vogliono si manifesta
il pensiero linguaggio che va preso alla lettera
sistema di piani e curve per scendere e salire
dietro a donne dietro a figli e animali
non esiste proprietà del suolo?
si allontanano dalla pianura occupate dall’Industria
uomini senza farsi contare non è un capo
territori abbandonati montagnosi abitabili
imparano a farne a meno di quella la Ricca
che scompaia razzìa buco della terra
Cattedrale Chimica
From PASSI PASSAGGI
si muove nella stagione lo consente
ogni luogo ha regole dettate dal clima
nella stagione inclemente dispone le sue difese
si sposta per sopravvivere o vivere
l’inverno lavorerà al coperto
conoscendo gli usi di molti luoghi
il cibo gli verrà dato in compenso
ricchezza prima sono mani e intelligenza
la seconda ricchezza avvicina l’altro da sé
può ritornare in luoghi uguali transumante
mutare itinerario ripetere il giro della terra
torna verso la fine in un luogo stabilito al principio
avrà figli da una o più donne
il tempo necessario passa ad insegnare loro
quello che sa la donna o le donne provvedono finché il padre
non torni a raccontare se i figli non seguono il padre
parlano senza ruoli
lascia alle spalle una terra predata
circondato da uomini disossati dicendo
la ricchezza altrove senza mentire
appena fermo in forma di saluto
spuntano affondano radici dai piedi
strappano senza male alla partenza
la città si chiama Immagine non ha limiti
né centri può specchiarsi in sé stessa
luogo dove incontrarsi non è dunque
una città ma punto di protezione
porticati o tende luogo vegetale e animale
luogo di acgue e coltivazioni uomini
vi s’incontrano o lasciano come vogliono si manifesta
il pensiero linguaggio che va preso alla lettera
sistema di piani e curve per scendere e salire
dietro a donne dietro a figli e animali
non esiste proprietà del suolo?
si allontanano dalla pianura occupate dall’Industria
uomini senza farsi contare non è un capo
territori abbandonati montagnosi abitabili
imparano a farne a meno di quella la Ricca
che scompaia razzìa buco della terra
Cattedrale Chimica
From PASSI PASSAGGI
Antonio Tebaldeo
Coro di driadi
L’Arta di pianti s’oda risuonare,
che d’ogni luce è priva:
e al nostro lagrimare
crescano i fiumi al colmo della riva.
Tolto ha morte del cielo il suo splendore:
oscurità è ogni stella:
con Euridice bella
colto ha la morte delle Ninfe il fiore.
O: pianga nosco Amore:
piangete, selve e fonti:
piangete, monti: — e tu, pianta novella,
sotto a cui giacque morta la donzella,
piega le fronde al tristo lamentare.
L’aria di pianti s’oda risuonare.
Ahi spietata fortuna! ahi crudel angue!
Ahi sorte dolorosa!
Come succisa rosa
o come colto giglio, al prato langue.
Fatto è quel viso esangue,
che solìa di beltade
la nostra etade — far sì gloriosa,
quella lucida lampa or è nascosa,
la qual soleva il mondo alluminate.
L’aria di pianti s’oda risuonare.
Chi canterà più mai sì dolci versi?
Che a’ suoi soavi accenti
si quietavano i venti;
e in tanto danno spirano a dolersi.
"Tanti piacer son persi,
tanti gioiosi giorni,
con gli occhi adorni — che la morte ha spenti.
Ora suoni la terra di lamenti,
e giunga il nostro grido al cielo e al mare:
L’aria di pianti s’oda risuonare.
che d’ogni luce è priva:
e al nostro lagrimare
crescano i fiumi al colmo della riva.
Tolto ha morte del cielo il suo splendore:
oscurità è ogni stella:
con Euridice bella
colto ha la morte delle Ninfe il fiore.
O: pianga nosco Amore:
piangete, selve e fonti:
piangete, monti: — e tu, pianta novella,
sotto a cui giacque morta la donzella,
piega le fronde al tristo lamentare.
L’aria di pianti s’oda risuonare.
Ahi spietata fortuna! ahi crudel angue!
Ahi sorte dolorosa!
Come succisa rosa
o come colto giglio, al prato langue.
Fatto è quel viso esangue,
che solìa di beltade
la nostra etade — far sì gloriosa,
quella lucida lampa or è nascosa,
la qual soleva il mondo alluminate.
L’aria di pianti s’oda risuonare.
Chi canterà più mai sì dolci versi?
Che a’ suoi soavi accenti
si quietavano i venti;
e in tanto danno spirano a dolersi.
"Tanti piacer son persi,
tanti gioiosi giorni,
con gli occhi adorni — che la morte ha spenti.
Ora suoni la terra di lamenti,
e giunga il nostro grido al cielo e al mare:
L’aria di pianti s’oda risuonare.