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Vita ed esistenza

Alfonso Gatto

Alfonso Gatto

La fanciulla di Spina

Nelle scuole gridarono perché,
perché l’adolescente morta a Spina
dormiva col suo piccolo agoraio?
Esce l’uomo improvviso dal suo taglio
di luce, incontra nel saluto il folto
degli scolari, il vecchio, l’operaio.
Si fa largo, ammirata, una fanciulla
indugia col suo cióndolo alla bocca.
La vita è la certezza dell’abbaglio
che ci porta a sorridere per nulla,
ma di qualcosa che rimane e tocca
la polvere del tempo: la sartina
etrusca col suo piccolo agoraio.

Nelle scuole gridarono perché,
perché la storia è morta se ne sciama
la memoria dell’uomo, lo spiraglio
della luce perpetua? L’uomo traccia
le sembianze sparite d’ogni faccia
che crede di vedere appena l’ama.
È come udire solo il proprio ascolto,
un eguale silenzio in ogni luogo,
un eguale rumore. Vede il folto
degli scolari perdersi nel rogo
della fatua allegrezza, uscirne al riso
la fanciulla di Spina che traversa
di corsa l’aria del suo tempo, il viso
biondo di luce, docile all’avversa
morte che già la ferma nei suoi passi.

Nella tomba di sabbia, nell’agreste
chiarore delle tegole, le cose
della sua vita sono con le cose
di sempre, umane: così torna in festa
il giorno dai millenni. E chi depose
per la fanciulla i segni del suo breve
cammino, volle chiudere il passato,
confermarle la morte o aprire lieve
l’uscio dell’aria, il sole ch’è tornato
a rallegrarla come l’erba i sassi?

Nella sera d’ottobre, nell’umana
stagione dell’autunno, questa Roma
di cronache raccoglie dalla strada
dei suoi sepolcri una bambina sola.
Non ha più nome e non ricorda come,
dove è vissuta, ma a se stessa bada
col suo silenzio nel vedersi sola.
È nel tempo dei tempi la lontana
storia dell’uomo: il cane sulle porte,
il lume acceso, il fuoco, come accenti
del vivere comune, e nella morte
ancora il segno della nostra mano.
La bambina è così, di questa tenda
bianca nel bosco, pare che s’accenda
il lume d’una tomba o d’un villaggio.
La fanciulla di Spina, l’operaio
che torna a casa, il piccolo agoraio.
Certo, una cosa. Basta il suo messaggio.
Alfredo Giuliani

Alfredo Giuliani

Il badante di Eraclito

Rimestola una sentenza di maestro
oscuro lampo
fisso
nella mente
dei suoi frammenti scomparsi

immortali mortali, mortali immortali: viventi
la morte di quelli, di questi morenti la vita

simmetria in abisso fuoco di specchi velati

insoluto accorgimento
pareva di aver scorto
flottante evanescenza di un centro
non c’è
scortica significanza
sotto l’opinabile
assolto il dio incognito
la piaga

Prova a sciogliere il nodo di capo e coda

Immortali viventi la morte dei mortali

E come?
magnificenti? pietosi? incuranti?
curiosi? custodi di apparenze? tripudianti?
Saranno mica immortali gli archetipi?

Umani la sperano un torto speciale risarcito
con l’eternità L’eternità? Uhm chi dice bah
“chi muore vedrà”
alletta l’offerta dulcamara
(attestano misteri miraggi piramidi profeti cattedrali)
a meraviglia persuade
Di fatto eterna lotta strage sì di pace eterna
sentimento ‘èoni specie generazioni noi
la chiamano Evoluzione scienza di tutte le eccezioni
insuperata se non da sè evoluta fino a forzare
non ha forse in mano
natura all’innaturale (ma via
la mappa dell’artificio originale?) ebbra di conoscenza
si slancia verso un novissimo Ade

Mortali morenti la vita d’immortali?
s’inverano di miti
E come? si grattano da cani
di scemenza
bamboli stupori furori di potenza
inghignatori
servi copie di vittime partecipi
sgomenta idea li assale dell’energia cosmica
vampante estro criminale
alla pratica ragione
si adeguano confusamente sognano un tempo di natura
verdura altri animali
robusto-lieve acque
intorno uccidendo lucrando piegando la schiena
incontro all’eterno ritorno
migravano

Oggi fuggono alieni nella massa dei sestessi delirando
noia sondano lo spazio dei fantamercati siderali
tra loro i tanti tracotanti imbrogliano delinquono
spradroneggiando sulle cape vuote i sudditi sonnambuli

ossequiano devoti astute dentiere ridono fetide parole
onorano le proprie e le universe infamie
adorano
bandiere
preghiere ai muri
canzoni di lenimento
e scosse frugano pasciuti in pattumiere d’immagini
basta così
stufano il mondo

Venuti per sparire
da sempre iniziati all’errore
li accomuno
è davvero il pensiero “cosa arcana e stupenda”
di immortali e mortali non resteranno tracce
per nessuno
Di che ciancia o ride sapienza
lo sconforto tace
l’altrove in dissolvenza

Babbuccio mio - è ora di dormire

Ma vedi il mio cane è inquieto
abbaia al fiuto ombre di gatto
è il suo gioco
c’è uno spicchio di luna
mi vuole con sé in giardino
nell’ultimo giro pisciante della sera

poi la cuccia

Rintanato
nell’emisfero sinistro del cervellotico elisio
m’insonnio
e a buon conto mi canticchio
fancul fancul
saluti a tutti
Andrea Zanzotto

Andrea Zanzotto

Ineptum, prorsus credibile

I
Perché questa
terribilmente pronta luce
o freddissimo sogno immenso
su cui trascende
perpetuo vertice il sole,
da cui trabocchi tu, tu nella vita?
Non ha mai fondo questa nascita
mai fondo questo squallido prodigio,
no non dici, ma stai nella luce
immodesta e pur vera
nella luce inetta ma credibile,
sospinto nella vita.

Nasci oggi col sole con la ferma
virtù che di tensioni
supreme accende
le legioni dei monti,
nella sua bocca pura
ti porta l’azzurra vita,
debole e molle stilli dall’azzurro,
debole
bianca lacrima sporgi
sul grumoso abbagliante mattino;
attraverso l’autunno
ecco il tuo segmentarti
in sale e istanti
in memoria e sapore.

Sangue e forma, stoltezza e trionfo,
gemito offerto alle chiare
vagabonde uve,
occhio nuovo al geranio allo scoiattolo.
Ma freddissima e immensa
sta la gloria in excelsis
oltre il grigio spigolo del mondo;
e gode di tutto il suo peso fulgente
e avanza il sole col passo precario
e audacissimo là dove la mente
non può seguirlo che a morirne.

II
Chi, luce, a te mi conferma,
chi alla sostanza al tangibile al folto?
E la salvia finezza dell’orlo degli orli
dei monti, dove odora?
Dove i fiori scolorano al desco della luna?

Conversione di viscere
sole mutato in luna
conversione delle erbe e del respiro,
io già sono e riposo percosso dal casto
gesto di Diana, da dolenti barbagli
di dalie e larve.
È tramonto od è luna
e in aumento perpetuo
o in perpetuo decrescere è il sole?

Vuoto di ragnateli
per valli e fessure,
vuoto di nascita e sangue.
Acqua e che verbo petroso
deponi ai piedi di questi monti,
colli e che verde spietato
rivelate ad un fuoco
disuguale e nefasto
o – è lo stesso – ad un fuoco
equilibrato e acuto
contro il muro ch’io piango; e alza il muro
sé dalla stanca testa
stanca di nascere e nascere
nell’atroce gemmante vita.
Andrea Zanzotto

Andrea Zanzotto

La Pasqua a Pieve di Soligo

ALEPH Da quali chiuse o antri, da che chiese o macelli,
da che prati infiniti, polveri, geli, velli,

da che eczemi diffusi, da che parestesie
diffuse, in che paresi in che cloni in che mie

o tue carenze alterne, mie o tue semipresenze,
riapparizioni di straforo, giochi di sbiechi e intermittenze,

rifiorisco siccome fatuo vanto di riscrivere
lo squisito insatellirsi, al non vivere, di ogni vivere,

rifiorisco per dire peste: a calcolo e a sorte –
vivo sarò la tua peste, morto sarò la tua morte?

A chi vado rifacendo il verso di Lutero,
a che bordello a che serra di dèi, a che cimitero

di mostri e dèi e deesse tuttafiga
che lungo lungo l’orbita mi aspettan messi in riga?

Ma di nessuno e di nulla bestemmio: i miei porchi
segnano solo la stretta dove, o me stesso, di torchi.

BETH Ed ecco – un suono virginee tristezze, come erbette da cena
come pungenti venti pasqualini e vini agretti, mena;

è il tempo del Passaggio, del (Signore): piangete
e gioite meco voi che di erbette avete fame, di vini sete,

è il tempo dei sonni levissimi e solo agitati
dal tenero désir sognifico dei bimbi-futuri-vati.

È il tempo tuo, (Signore), che fa e disfa il bianco e il blu
nei fossati pei cieli sui monti e oltre e più.

Fa’ o Signore che – ma il tuo fare cos’è?
Fa’ o Signore che – ma non vedo perché.

GIMEL Siamo alla Pieve, ancora, ci diamo appuntamento
per dirci ogni anno che mai ci rivedremo, farcene il giuramento;

ma questa Pieve, in realtà, è un intrigo, un intrigo,
mi fa rete l’ultima neve, mi alliga il Soligo,

e i cantici e la grande croce son le ombre masochiste
su cui del mal nervoso s’irrigidirono le piste.

E mi sfuggono intanto questi pseudoalessandrini
– demodizzati, a gradini, da Cendrars a Pasolini –,

l’alessandrino baciato non va più
nemmeno per snobbarti non che per sviolinarti Gesù;

e tornare al medio lamento dopo essere stati tanto tanto più in là,
rifondersi in moduli melodicogementi, non è più truffa che viltà?

Altre sono le forme che godono prestigio,
soffia da esse il buio non l’argenteo del prodigio,

saetta il coup de dés che sconnette e scommette
l’es e l’io, il tuo es e il tuo io, Dio, fuor dalle serie abbiette,

fuori volume, fuori cosa e cose, fuori furori
e normule, in un parto che ogni suo alvo divori...

DALETH Ma sul cardine, Kyrie, la porta stride, non gira,
sento il cecchino alle spalle già prendermi, prenderti di mira.

Sei tu che vuoi spararmi, son io che sparo a te?
Siamo appostati dietro a tutto di tutto, e alla mercé

di tutto; in lingua in verbo ci constatiamo, incarnati
inchiostrati incastrati squartati dai quattro lati,

persi in collages e in agnizioni reciproche: mite/truce
proprio/esproprio fisima/cresima fuisse/in-nuce.

Questo volto rigato di (nafta? sanie?), volto affamato morso,
sigillo obliterato, conio che perde il corso,

questo nostro profilo, di corpo ligneo, che giù piomba
sulle erbette e sui vini scintillanti e li spegne e li intomba –:

HE ma io riprendo distanza e spazio dopo il groviglio,
mi distinguo m’isolo m’isso m’attenaglio all’appiglio,

artificiosi filami di violenza è il-mio, ectoplasma che finge
debilità ma ciò che tocca strina adultera stinge,

la sua nanezza la sua irrilevanza il suo flou gli si fa garanzia
del periglioso e pidocchioso sussistere, ruggine, hobby ed ubbia:

«Oui, l’après midi je lis Virgile puisqu’on
m’avait appris le latin dans un vieux collège de ma region;

oui, je lis SCILICET, la revue paraissant trois fois l’an
à Paris, sous la direction du docteur J. Lacan;

oui, je veux savoir ce qu’en pense l’école freudienne de Paris,
peut-être par là arriverai-je à étouffer mes soucis;

je déborderai comme ce halo, comme cette herbe, du grabat
où mon Begehren m’a cloué et d’Oedipe le stérile combat» (...)

WAW E chi mai sniderò da sotto i chimi del Soligo?
Che mai svilupperò dalla primaverile caligo?

E chi trascinerò davanti al tribunale
che danna perché danna solo al condizionale,

davanti ai come se, agli ὡς, ὡς μή, als ob,
di cui tutto il qua-ammassato, il materiale mondano, quagliò?

L’unghia punta, la mano s’aggrinza, ora, a graffire a mano
la lettera senza risposta al mozzato-via al marcio al lontano,

ha sbavato già e mal seminato, una sintassi criminale
e fasulla bolle-su fa baci pontifica prevale,

la mano a uncino tira la sbrindellata tenda,
sveste del suo sudario il nulla, la mummia sbenda.

ZAJIN Ricomincia il vecchio happening a cui t’hanno costretto,
salita trave spugna lancia che squarcia il petto;

in un flash di rogo, in Cal Santa, ripristinate (rifratte
da sempre) le Stazioni, nel corteopompa ci s’imbatte

del celestiale massacro (putto, rege, animale?) – mentre bistra
gli orli dello spesso fulgore la ràcola, le sue stecche registra,

– mentre scarnita di ogni altro tinnito e timbro l’ora
terrestre in sudori puzzi balsami e sangui vapora,

e il ministro bada al disco sui toni cardiaci che propone
il modello secundum scientiam della Passione:

HETH così reagisce l’organismo sotto tortura, questi urti scosse
[tossi
sono i toni cardiaci di que quei che ora, quantaora, percossi

folgorati taccionoe in urlosotto l’abbacinante, e si fanno
addosso: vomitano e tacciono: sotto la lorgnette del tiranno;

chi . . . . . . . . . dentro la propria malta
. . . . chi . . . . . . . . i denti saltano;

o anche: Bruno sta sordo, Vanini non s’altera nemmeno un poco,
Hus compatisce la vecchia che porta legna al fuoco

ecc.; passano gli anni o meglio i temi e i fumi dei tempi,
il tuo esempio sprofonda in mezzo agli altri esempi,

ti hanno buttato gli studenti giù nella spazzatura,
ma è questo il giusto incenso il ridarti la tua natura

così che tu mai più ai signori veri torni buono,
tu per errore signore, decontestuato dal palo al trono,

e certo dovrei spegnermi e risorgere (rhetorice) col Che
oggi, signore, prima ben prima che con te;

anche se, mulo, non fido: né in te né in lui né in chimaisisia,
perché ciascuno ha il suo למע personale, la sua propria eresia;

che vuoi? Va’ in analisi, chiunque tu sia, prima di morire per me
indegno o troppo degno, non saprei, vedi te;

e comunque resta qua, giù, non lasciarti indossare quel nome
[che infetta,
asso-piglia-tutto, eminente-marxista, eminenza, vedetta,

e – concludendo – sfida in excelsis, più in su di ogni voglia o ira...
TET Ma il reale e il fantasmatico, l’autre e l’ovvio impallidisce
[e vira,

di fosfeni brulica il quadro e il mio corporeo schema,
in fosfeni il perverso e la regola il sempre e il mai scema;

lo spazio, il rastremato e sconfinato spazio di un deficit crea
l’alibi in cui questa maramaglia e frattaglia di idee si bea:

oh ricupero in suicidio, coagulamento nell’atto-uno, infine.
E invece rievocazione-doping per interposta persona, esalazione
[di cine.

Forse l’apparato è pronto, là sul colle famoso, la flebo
col trucco, goccia a goccia nel cotto nel solfo, flebo di «»,
[placebo,

e io dall’alto del come-suicidio sul colle famoso guardo in tondo
e m’istituisco goccia a goccia in leader feroce del (mio) mondo.

Per questo, oggi, o maghi delle arti, dall’umana figura
nonostante i vostri editti ho tolto la censura,

per questo a ogni dichiarato spifferato spampanato discorso
nonostante voi, angeli del magistero, ho tolto il morso:

è roba che mai non spurga dal suo-sé e si riconvoglia nel fondo
dove sbarrato sta il significante che è leader feroce del mondo.

JODH Gong: e comincia il verde i pollini a fiocchi a ragna
e l’allergia e il rifiuto che li rende magagna;

su, bambine, è primizia e gemma, la luna lo attesta,
vanno in amore benzine ed essenze, ogni stecco va in festa,

e Pieve di Soligo ai nostri piedi formicola,
pascola comunioni e focacce, per campi e selve svicola,

e Pieve di Soligo vuota boccali di bianco e di rosso così
che rosso-passio e bianco-surrexit sarà presto voto D.C.

È per quei della Pieve questa brama: sole/piova salume e ova,
sgusciare, levare la pellicina a tanta bellezza nuova,

toccare in puerile gaudio, appena fuor del secolo di veti e stenti,
cosce e cibarie, a picnic, con diti lingue e denti,

contare tanto fatto e mucchio, soldi e saldi nei mercati –
fabbriche allevamenti inceneritori a turno intasati.

KAPH Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto attizzarsi consumarsi il mito del vedere.

Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto trionfare le cose puttane, emarginarsi le vere.

Dic nobis Maria: quid vidisti in via?
Ho visto insacrarsi insensarsi il vivario il braciere.

Fa’ o Signore che – ma il tuo fare cos’è?
Fa’ o Signore che – ma non vedo perché.

Fa’ o Signore – e tutto si disponeva, ma altrove, in valore.
Fa’ o Signore – e s’apre lo schizoma nel suo puro albore.

Fa’ o Signore – e preme e lievita il cosmico soma
congiuntamente a vita e a morte nel producente schizoma.

LAMEDH Sì, qui, Tu . . . . . . . . e blocco
. . . . . . . . . . . . . . e sbocco;

sì, io penso a Te-voi, ˘ − ˘ , penso a Voi-te, veglio in iperacusia,
cerco a tentoni i congegni per cui s’inneschi l’universa euforia;

per questo scatto, schizo, tic, rovesciata è la pietra,
scinde le sue mascelle, grida, la terra e l’etra:

gloria gloria, roar roar, tigre tigre, scoreggiano i cori
di cars, di jets, di rockets: omnes sicut dii, coi motori!

roar roar romba sbomba e impremia ed a gloria appella
gli utenti, promette all’asfalto ossa cervella budella,

gloria gloria, schizo schizo, scrash scrash, non è qui, bau bau
da polo a polo sopra l’ecumene già per passione esausta

ma ora in morbino, in fizz! E da villette-benessere posteggi
banche stande casediddio passeggi astroporti ponteggi,

non è qui, caì caì, bog bog, i cani dei sempre-più-ricchi
abbaiano grassamente, tosati, gole piene, canori picchiano,

schizo schizo, yuk yuk, ceffi appuntiti da lusso, ceffi poliziotti
da fiuto, ceffi lecconi, tra lenzuola o in caserme o in salotti:

la terra e l’etra ti abbaia il suo consenso, la tua gloria
quae non est hic, la sua, qui, canina e classista, la sua storia

che gonfia cani e col bulldozer travolge scarti umani
arsi d’inedia, d’inesistenza, li sparge di calce se ne disinfesta mani

menti uniformi e paramenti, s’affretta s’adopra
intorno alla pietra da te, Signore, rimossa, gliela rovescia sopra.

MEM ---- Oh una chiusa più mite più conforme
apiù incavata
una comeuna
---- Tutto ebbi, aiutato da un po’ di luna,
e poi plenilunio e aprile
---- πρὸς τίνα A chi ἀπϵλϵυσόμϵθα; andremo noi?
ῥήματα parole ζωῆς αἰωνίoυ di vita eterna ἔχϵις; hai?
---- Certo, il vero possesso, i mezzi espressivi
---- Tra l’astinenza e il buon piatto; in limine, lo sdrucciolevole
---- La Luna che là fu un attimo
ma lumachina nei lievi dei suoi raggi esitanti spezzati
e parole-di-vita e pozze-di-vita
— Ora tutto è disteso svolto in dolcissima non-violenza
— «Vedi il fiore marcito in un riflesso.
Vedi il fiore in un brivido, surrexit»
---- Vedi, alla fine, scodinzolare questo girino
---- «Voce, prego, voce!»
---- Dove i cani le gole i fari le resurrezioni?
---- Oh voci vociSvuota bene le tasche
rovesciale
Anônimo

Anônimo

Partio mi cavalcava

Part’io mi cavalcava
audivi una donzella,
forte si lamentava,
dicea; “oi madre bella,
lungo tempo è passato
ch’io degio aver marito,
e tu non lo m’ài dato;
quest’è malvagio invito,
ch’io sofro, tapinella.

La vita de sto mondo
nulla cosa mi pare,
quand’altri è giucondo,
me ne membra penare:
non agio quel ch’io voglio,
ma perdo lo sollazo;
spesso languisco e doglio,
fra me me ne disfazo,
membrando quello affare.”
La madre’ le risponde:
figlia mia benedetta,
se l’amor ti confonde
de la dolce saetta,
ben ti puoi soferire:
tempo non è passato,
ché tu potrai avire
ciò c’ài disiderato,
ca tèntene in distretta.’

“Per parole mi mini,
tuttor così dicendo;
questo patto non fini,
ed io tutta ardo e ’ncendo.
La voglia mi domanda
cosa che nomar suole
una luce miranda,
ch’è più chiara che ’l sole;
per ella vo languendo.”

‘Oi figlia, non pensai
sì fosse mala tosa,
ché ben conosco ormai
di che se’ goliosa;
ché tanto n’ài parlato,
non s’avene a pulcella,.
credo che l’ài provato
si ne sai la novella.
Lascioti dolorosa.’

“Qi vecchia trenta cuoia,
non mi stare in tenzone,
se non vuoli ch’io muoia
o perda la persone;

cia. 28. mini: meni (mi prendi in giro, mi blandisci con le paro-
ché lo cor mi sollaza
membrando quella cosa
che le donne sollaza,
per ch’amor ne riposa,
ed io ne sto ’n arsione!”

Canzonetta novella,
moveti a lo palese
e vanne a la donzella,
che sta ne le difese:
a Saragosa n’andà,
e va fedelemente,
canta là ad ogni banda
per la rosa più gente
chi sia ne lo paese.

Cielo d’ Alcamo
Antonio Porta

Antonio Porta

Utopia del nomade. Movimenti

Movimenti

si muove nella stagione lo consente
ogni luogo ha regole dettate dal clima
nella stagione inclemente dispone le sue difese
si sposta per sopravvivere o vivere
l’inverno lavorerà al coperto
conoscendo gli usi di molti luoghi
il cibo gli verrà dato in compenso

ricchezza prima sono mani e intelligenza
la seconda ricchezza avvicina l’altro da sé
può ritornare in luoghi uguali transumante
mutare itinerario ripetere il giro della terra
torna verso la fine in un luogo stabilito al principio

avrà figli da una o più donne
il tempo necessario passa ad insegnare loro
quello che sa la donna o le donne provvedono finché il padre
non torni a raccontare se i figli non seguono il padre
parlano senza ruoli

lascia alle spalle una terra predata
circondato da uomini disossati dicendo
la ricchezza altrove senza mentire

appena fermo in forma di saluto
spuntano affondano radici dai piedi
strappano senza male alla partenza

la città si chiama Immagine non ha limiti
né centri può specchiarsi in sé stessa
luogo dove incontrarsi non è dunque
una città ma punto di protezione
porticati o tende luogo vegetale e animale
luogo di acgue e coltivazioni uomini
vi s’incontrano o lasciano come vogliono si manifesta
il pensiero linguaggio che va preso alla lettera
sistema di piani e curve per scendere e salire
dietro a donne dietro a figli e animali
non esiste proprietà del suolo?

si allontanano dalla pianura occupate dall’Industria
uomini senza farsi contare non è un capo
territori abbandonati montagnosi abitabili
imparano a farne a meno di quella la Ricca
che scompaia razzìa buco della terra
Cattedrale Chimica

From PASSI PASSAGGI