Poesie di questo tema
Vita ed esistenza
Carlo Porta
La monizzione
Lassa ste vanità: làssele, sposa.
Ar monno, bella mia, tutto finisce.
Come sémo arrivati ar proficisce,
addio vezzi, addio fibbie, addio ’gni cosa.
Quanto te credi de fà la vanosa
co’ ste pietrucce luccichente e lisce?
Diecianni, venti, trenta; eppoi? sparisce
la gioventù, e che fai, povera Rosa?.
Er tempo, fija, è peggio d’una lima.
Rosica sordo sordo e t’assottija,
che gnisun giorno sei quella de prima.
Dunque nun rovinà la tu’ famija:
nun mette a repentajo la tu’ stima,
lassa ste vanità; làssele, fija.
Ar monno, bella mia, tutto finisce.
Come sémo arrivati ar proficisce,
addio vezzi, addio fibbie, addio ’gni cosa.
Quanto te credi de fà la vanosa
co’ ste pietrucce luccichente e lisce?
Diecianni, venti, trenta; eppoi? sparisce
la gioventù, e che fai, povera Rosa?.
Er tempo, fija, è peggio d’una lima.
Rosica sordo sordo e t’assottija,
che gnisun giorno sei quella de prima.
Dunque nun rovinà la tu’ famija:
nun mette a repentajo la tu’ stima,
lassa ste vanità; làssele, fija.
Cesare Pavese
«sei la terra e la morte»
Sei la terra e la morte.
La tua stagione è il buio
e il silenzio. Non vive
cosa che più di te
sia remota dall’alba.
Quando sembri destarti
sei soltanto dolore,
l’hai negli occhi e nel sangue
ma tu non senti. Vivi
come vive una pietra,
come la terra dura.
E ti vestono sogni
movimenti singulti
che tu ignori. Il dolore
° come l’acqua di un lago
trepida e ti circonda. ”
Sono cerchi sull’acqua.
Tu li lasci svanire.
Sei la terra e la morte.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi —
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
° o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
1° nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
LA
La tua stagione è il buio
e il silenzio. Non vive
cosa che più di te
sia remota dall’alba.
Quando sembri destarti
sei soltanto dolore,
l’hai negli occhi e nel sangue
ma tu non senti. Vivi
come vive una pietra,
come la terra dura.
E ti vestono sogni
movimenti singulti
che tu ignori. Il dolore
° come l’acqua di un lago
trepida e ti circonda. ”
Sono cerchi sull’acqua.
Tu li lasci svanire.
Sei la terra e la morte.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi —
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
° o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
1° nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
LA
Cesare Pavese
Il paradiso sui tetti
Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda
come il sole che nasce o che muore, e il vetro
chiuderà l’aria sudicia fuori del cielo.
Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre,
"nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra
sarà come il tepore. Empirà la stanza
per la grande finestra un cielo più grande.
Dalla scala salita un giorno per sempre
non verranno più voci, né visi morti.
Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
!5 I ricordi saranno dei grumi d’ombra
appiattati così come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.
come il sole che nasce o che muore, e il vetro
chiuderà l’aria sudicia fuori del cielo.
Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre,
"nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra
sarà come il tepore. Empirà la stanza
per la grande finestra un cielo più grande.
Dalla scala salita un giorno per sempre
non verranno più voci, né visi morti.
Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
!5 I ricordi saranno dei grumi d’ombra
appiattati così come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.
Cesare Pavese
Una generazione
Un ragazzo veniva a giocare nei prati
dove adesso s’allungano i corsi. Trovava nei prati
ragazzotti anche scalzi e saltava di gioia.
Era bello scalzarsi nell’erba con loro.
Una sera di luci lontane echeggiavano spari,
in città, e sopra il vento giungeva pauroso
un clamore interrotto. Tacevano tutti.
Le colline sgranavano punti di luci
sulle coste, avvivati dal vento. La notte
1° che oscurava, finiva per spegnere tutto
e nel sonno duravano solo freschezze di vento.
(Domattina i ragazzi ritornano in giro
e nessuno ricorda il clamore. In prigione
c’è operai silenziosi e qualcuno è già morto.
Nelle strade han coperto le macchie di sangue.
La città di lontano si sveglia nel sole
e la gente esce fuori. Si guardano in faccia).
I ragazzi pensavano al buio dei prati
e guardavano in faccia le donne. Perfino le donne
2° non dicevano nulla e lasciavano fare.
1 ragazzi pensavano al buio dei prati
dove qualche bambina veniva. Era bello far piangere
le bambine nel buio. Eravamo i ragazzi.
La città ci piaceva di giorno: la sera, tacere
e guardare le luci in distanza e ascoltare i clamori.
Vanno ancora ragazzi a giocare nei prati
dove giungotrio i corsi. E la notte è la stessa.
A passarci si sente l’odore dell’erba.
In prigione ci sono gli stessi. E ci sono le donne
3: come allora, che fanno bambini e non dicono nulla.
dove adesso s’allungano i corsi. Trovava nei prati
ragazzotti anche scalzi e saltava di gioia.
Era bello scalzarsi nell’erba con loro.
Una sera di luci lontane echeggiavano spari,
in città, e sopra il vento giungeva pauroso
un clamore interrotto. Tacevano tutti.
Le colline sgranavano punti di luci
sulle coste, avvivati dal vento. La notte
1° che oscurava, finiva per spegnere tutto
e nel sonno duravano solo freschezze di vento.
(Domattina i ragazzi ritornano in giro
e nessuno ricorda il clamore. In prigione
c’è operai silenziosi e qualcuno è già morto.
Nelle strade han coperto le macchie di sangue.
La città di lontano si sveglia nel sole
e la gente esce fuori. Si guardano in faccia).
I ragazzi pensavano al buio dei prati
e guardavano in faccia le donne. Perfino le donne
2° non dicevano nulla e lasciavano fare.
1 ragazzi pensavano al buio dei prati
dove qualche bambina veniva. Era bello far piangere
le bambine nel buio. Eravamo i ragazzi.
La città ci piaceva di giorno: la sera, tacere
e guardare le luci in distanza e ascoltare i clamori.
Vanno ancora ragazzi a giocare nei prati
dove giungotrio i corsi. E la notte è la stessa.
A passarci si sente l’odore dell’erba.
In prigione ci sono gli stessi. E ci sono le donne
3: come allora, che fanno bambini e non dicono nulla.
Cesare Viviani
Apri gli occhi e guarda
Apri gli occhi e guarda le bellezze, la foresta
di alberi netti, vigorosi e il sottobosco macchiato
di luce, l’erba forse miracolosa, ti abbiamo
condotto in un luogo rinomato, non puoi restare
inerte, rattrappito, sdraiato! Sei giovane,
giovane come chi un tempo si è lanciato in quei pendii, guarda,
in quei borghi per fame a rapinare, pirata,
spianava l’arma, strappava i beni, per dileguarsi
con raddoppiata lena.
di alberi netti, vigorosi e il sottobosco macchiato
di luce, l’erba forse miracolosa, ti abbiamo
condotto in un luogo rinomato, non puoi restare
inerte, rattrappito, sdraiato! Sei giovane,
giovane come chi un tempo si è lanciato in quei pendii, guarda,
in quei borghi per fame a rapinare, pirata,
spianava l’arma, strappava i beni, per dileguarsi
con raddoppiata lena.
Cesare Viviani
Avevano ragione a dirci
Avevano ragione a dirci: non spingetevi oltre,
arrivate fino alla vigna grande e tornate.
Guardate le cose che già conoscete,
itigli del viale,
’
la fila dei salici lungo il fossato,
l’orto della fonte vecchia, 1] boschetto,
dopo compaiono le case di San Romolo e proseguite
fino alla cappella e ai filari.
Fate il sentiero di sempre, fate
una passeggiata.
arrivate fino alla vigna grande e tornate.
Guardate le cose che già conoscete,
itigli del viale,
’
la fila dei salici lungo il fossato,
l’orto della fonte vecchia, 1] boschetto,
dopo compaiono le case di San Romolo e proseguite
fino alla cappella e ai filari.
Fate il sentiero di sempre, fate
una passeggiata.
Cesare Viviani
C’era questo filo
C’era questo filo, sì, si chiamava Cesare,
correva lungo il campo fino alle querce e là
prendeva verso il bosco, è vero
era rinomato, lo cercavano,
ma non si costruiva nulla che rimanesse,
erano scampagnate, giornate e si sa
come passano queste.
correva lungo il campo fino alle querce e là
prendeva verso il bosco, è vero
era rinomato, lo cercavano,
ma non si costruiva nulla che rimanesse,
erano scampagnate, giornate e si sa
come passano queste.
Cesare Viviani
Chi passerà vedendo
Chi passerà vedendo quel filo nero,
quel segno illeggibile, era stato il corpo di un marinaio,
di un giocatore, trascinato, sepolto?
Fa bene a non fermarsi il signore, “chi sa cos’ è”
dice un istante e ha già lo sguardo altrove:
perché qui non ci fu un barlume di verità, e non c’è
in nessuna scomparsa, lo sai, in nessuna memoria,
solo il dominatore dei vivi e dei morti,
solo 1] vuoto cielo.
Da L’OPERA LASCIATA SOLA
II
Non esiste la storia dell’eternità.
Chi scriverà questo libro, il più atteso,
avrà un compito grande e raro.
E quale reazione è immaginabile, quale non è,
da parte dei lettori, quale pausa?
Ora, contadini miei, interrompete il lavoro,
prendete una tavola e dipingete
i vostri campi, fate
i pittori. Chissà quante cose
perderemo, risposero. E non si tratta
di rappresentare l’abbondanza, se il raccolto
è scarso, ma lasciate fuggire
1 vostri fanciulli, 1 familiari, nei boschi,
senza ritorno a sera - li scorgerete
appena, inavvicinabili,
un giorno dileguarsi nel fitto di faggi e abeti
- migreranno - per non più rivederli
vivranno poco, senza una casa,
non oltre i novant’anni.
Li uccide il freddo di questo inverno polare,
o, speriamo lontano, un cacciatore,
o un rivale in amore. Non vi lasceranno
un appiglio, un ricordo, niente:
come se non l’aveste mai incontrati.
VIII
quel segno illeggibile, era stato il corpo di un marinaio,
di un giocatore, trascinato, sepolto?
Fa bene a non fermarsi il signore, “chi sa cos’ è”
dice un istante e ha già lo sguardo altrove:
perché qui non ci fu un barlume di verità, e non c’è
in nessuna scomparsa, lo sai, in nessuna memoria,
solo il dominatore dei vivi e dei morti,
solo 1] vuoto cielo.
Da L’OPERA LASCIATA SOLA
II
Non esiste la storia dell’eternità.
Chi scriverà questo libro, il più atteso,
avrà un compito grande e raro.
E quale reazione è immaginabile, quale non è,
da parte dei lettori, quale pausa?
Ora, contadini miei, interrompete il lavoro,
prendete una tavola e dipingete
i vostri campi, fate
i pittori. Chissà quante cose
perderemo, risposero. E non si tratta
di rappresentare l’abbondanza, se il raccolto
è scarso, ma lasciate fuggire
1 vostri fanciulli, 1 familiari, nei boschi,
senza ritorno a sera - li scorgerete
appena, inavvicinabili,
un giorno dileguarsi nel fitto di faggi e abeti
- migreranno - per non più rivederli
vivranno poco, senza una casa,
non oltre i novant’anni.
Li uccide il freddo di questo inverno polare,
o, speriamo lontano, un cacciatore,
o un rivale in amore. Non vi lasceranno
un appiglio, un ricordo, niente:
come se non l’aveste mai incontrati.
VIII
Cesare Viviani
Così ridotto a una teca
Così ridotto a una teca, le dita tremolanti
una voce affiochita pelle carta sgualcita
evaporate le forze come un liquido
- rimane invece quello benedetto nella bottiglia sul comò -
sotto le finestre c’è un traffico di auto strombazzanti,
voi come fate a distinguere, sussurra atterrito,
che intenzioni muovono questa gente, che cos’hanno.
una voce affiochita pelle carta sgualcita
evaporate le forze come un liquido
- rimane invece quello benedetto nella bottiglia sul comò -
sotto le finestre c’è un traffico di auto strombazzanti,
voi come fate a distinguere, sussurra atterrito,
che intenzioni muovono questa gente, che cos’hanno.
Cesare Viviani
Niente va altrove
Niente va altrove
di questa vita finita, e non c’è la fine -
mentre noi per sempre illusi
di rinviarla
O trattenere qualcosa
o superarla -
come dei frutti la polpa matura
si avvia a disfarsi e a staccarsi
e anche le foglie
seccano e cadono:
ma se lasciate a sé
niente muore.
di questa vita finita, e non c’è la fine -
mentre noi per sempre illusi
di rinviarla
O trattenere qualcosa
o superarla -
come dei frutti la polpa matura
si avvia a disfarsi e a staccarsi
e anche le foglie
seccano e cadono:
ma se lasciate a sé
niente muore.
Cesare Zavattini
Diu
Diu al ghé.
S’a ghé la figa al ghé.
Sul lö al pudeva invantà
na roba acsé
cla pias a töti a töti
in ogni luogo,
ag pansom anca s’an s’ag pensa mia,
apena ca t’la tochi a cambióm facia.
Che mument! long o curt al saióm gnanca.
La fa anc di miracui,
par ciamala
an möt
a ghé turnà la vus.
Ah s’a pudés spiegaram ma
l’è dificil
cme parlà dal nasar e dal murir.
S’a ghé la figa al ghé.
Sul lö al pudeva invantà
na roba acsé
cla pias a töti a töti
in ogni luogo,
ag pansom anca s’an s’ag pensa mia,
apena ca t’la tochi a cambióm facia.
Che mument! long o curt al saióm gnanca.
La fa anc di miracui,
par ciamala
an möt
a ghé turnà la vus.
Ah s’a pudés spiegaram ma
l’è dificil
cme parlà dal nasar e dal murir.
Clemente Rebora
Al tempo che la vita era inesplosa
Al tempo che la vita era inesplosa
e l’amor mi pareva umana cosa,
fanciullo a te venivo
o Carlo contadino,
dove in corona dall’alba alla sera
nel vasto sole delle estati brevi
esaudendo come una preghiera
la terra non tua più l’avevi.
A te correvo già felice:
e tu guidavi senza farmi male
l’anima persuasa,
parlando il poco di chi intende e dice;
e nell’aiuto meritavo accanto
al tuo ben la campagna –
la campagna che va dal piano al monte
tessendo siepi in giro alle covate,
ma di verde inghirlanda ogni contrasto
nel fior di tutti i giorni, l’orizzonte.
Con la falce nell’erba
frusciava il mio baleno:
il papavero ardendo sullo stelo
e ciascun boccio sereno
in abbandono ancor vivo
a tagliarlo pativo,
e accanito godevo
con la falce nell’erba.
Erba recisa che sempre rinasce,
se dove ruminando è mucca e latte
per vivace concime
ritorna alla radice.
Ma la ségale ambivo,
il suo slancio levriero,
l’ariosa offerta
delle piante natali;
e dovunque ero appiglio
all’imminente prodigio:
mago dell’impazienza,
brigante di bontà con gli animali,
scandalizzando fughe nel pollame
che tra zampa e cresta
in scia di pulcini
virava la sua siesta.
Ghiotto della mia fame,
stupefatto di festa,
nel caso lucente sostavo:
facevan le fusa
i miei sensi, e zampilli i pensieri;
l’aria dava la stura
a un bronzeo inquietamente
fèrvere d’api:
e non sapendo ero certo
del misterioso concerto.
Infine il mezzodì spandeva
effluvi di campane:
il gerlo sulle spalle,
andavo rincasando
con te come uguale,
verso la fiamma che dal sasso
già inneggiava alla polenta;
e tu, con lena immensa,
sul paiolo acceso,
dicevi a me restio:
Mangiamo insieme; il digiuno
non ciba nessuno,
se non ci nutre Iddio.
E in aureola splendeva
l’astro della mensa,
il sol della polenta
per chi ha in sé grande spazio,
luce che si contenta
di tramontare in noi:
e quando il cuore è sazio,
se ne risparmi poca, anche meschina,
essa risorge in tuorlo di gallina.
Risorge la tua cara vita
dove va più smarrita
o Carlo, contadino
di un solco che è sentiero
per le tèrree nostre notti.
E ti vedo levar come il mattino
in verecondia gli occhi
consacrando il pensiero
al semplice elemento,
mentre è bello il silenzio a te vicino.
e l’amor mi pareva umana cosa,
fanciullo a te venivo
o Carlo contadino,
dove in corona dall’alba alla sera
nel vasto sole delle estati brevi
esaudendo come una preghiera
la terra non tua più l’avevi.
A te correvo già felice:
e tu guidavi senza farmi male
l’anima persuasa,
parlando il poco di chi intende e dice;
e nell’aiuto meritavo accanto
al tuo ben la campagna –
la campagna che va dal piano al monte
tessendo siepi in giro alle covate,
ma di verde inghirlanda ogni contrasto
nel fior di tutti i giorni, l’orizzonte.
Con la falce nell’erba
frusciava il mio baleno:
il papavero ardendo sullo stelo
e ciascun boccio sereno
in abbandono ancor vivo
a tagliarlo pativo,
e accanito godevo
con la falce nell’erba.
Erba recisa che sempre rinasce,
se dove ruminando è mucca e latte
per vivace concime
ritorna alla radice.
Ma la ségale ambivo,
il suo slancio levriero,
l’ariosa offerta
delle piante natali;
e dovunque ero appiglio
all’imminente prodigio:
mago dell’impazienza,
brigante di bontà con gli animali,
scandalizzando fughe nel pollame
che tra zampa e cresta
in scia di pulcini
virava la sua siesta.
Ghiotto della mia fame,
stupefatto di festa,
nel caso lucente sostavo:
facevan le fusa
i miei sensi, e zampilli i pensieri;
l’aria dava la stura
a un bronzeo inquietamente
fèrvere d’api:
e non sapendo ero certo
del misterioso concerto.
Infine il mezzodì spandeva
effluvi di campane:
il gerlo sulle spalle,
andavo rincasando
con te come uguale,
verso la fiamma che dal sasso
già inneggiava alla polenta;
e tu, con lena immensa,
sul paiolo acceso,
dicevi a me restio:
Mangiamo insieme; il digiuno
non ciba nessuno,
se non ci nutre Iddio.
E in aureola splendeva
l’astro della mensa,
il sol della polenta
per chi ha in sé grande spazio,
luce che si contenta
di tramontare in noi:
e quando il cuore è sazio,
se ne risparmi poca, anche meschina,
essa risorge in tuorlo di gallina.
Risorge la tua cara vita
dove va più smarrita
o Carlo, contadino
di un solco che è sentiero
per le tèrree nostre notti.
E ti vedo levar come il mattino
in verecondia gli occhi
consacrando il pensiero
al semplice elemento,
mentre è bello il silenzio a te vicino.
Clemente Rebora
Dal grosso e scaltro rinunciar superbo
Dal grosso e scaltro rinunciar superbo
delle schiave pianure,
ch’a suon di nerbo la vietata altezza
sfogan nel moto isterico carponi
tra ruote polvere melma carboni,
per grumi di zolle e colture
e clamorosi grovigli di folle
in frégola di piacere acerbo;
dal pigro disnodar con sforzi grulli
delle ignare colline,
ch’a suon di frulli la fiutata altezza
tentan su dal letargo come serpi
fra erte e scese vicine,
per vigne, biade, ronchi, cinte, sterpi,
e ville e masnade
in torpor d’opere e trastulli;
dal soprassalto d’aquile e farfalle
dell’avide giogaie,
ch’a suon di stalle la sperata altezza
invocan dal più fier dei loro monti
per cuori rudi e boschi e salvi pascoli
nei poggi cavi sotto le pietraie,
fra consensi di laghi e di fonti
ansiosi a richiamar per ogni valle;
dall’assalto impennato in tormento
delle tragiche catene
ch’a bufere di vento
a gurgiti immani di vitreo silenzio,
fra trèmiti e vene
di fuggenti creature,
guatano addentano
serran l’altezza veduta
con róse pupille d’eclissi e d’assenzio,
con dure bocche in morsi di pietra,
con braccia e torsi digiuni
per cave rovine d’abissi
e spasimi eretti in atroci scompigli,
intorno schiomando con brividi fissi
il vello di neve che scivola e piega
nei ghiacci protesi sui lividi artigli
a sbarrar rupi con strazio profondo
verso gl’inviti del mondo,
a vietar con angoscia suprema
l’inarrivabile preda:
da piani colline giogaie catene
si lamina enorme la vetta
su vertebre e stinchi a vedetta
con l’anima ardente nei geli costretta.
Sopra, il vuoto dell’ombra e del fuoco
in infinita voragine tùrbina:
sotto, dal vano dell’aria la terra
– fra bave di nubi e tormenta –
l’ultime scaglie le avventa,
e fugge ghermendo la vita
effimera d’orme e di voci
in vertigine atterrita.
Fra incomprensioni immutabili
di spregio, d’invidia, di voglia,
dal basso che ignora all’alto che spoglia,
ogni cosa intendendo oltre aspetta
in fede enorme la vetta:
dal piede inestricabil di catene,
unica al cielo misura la forza;
con l’anima ardente in gelida scorza,
da sola respira il tremendo suo bene.
delle schiave pianure,
ch’a suon di nerbo la vietata altezza
sfogan nel moto isterico carponi
tra ruote polvere melma carboni,
per grumi di zolle e colture
e clamorosi grovigli di folle
in frégola di piacere acerbo;
dal pigro disnodar con sforzi grulli
delle ignare colline,
ch’a suon di frulli la fiutata altezza
tentan su dal letargo come serpi
fra erte e scese vicine,
per vigne, biade, ronchi, cinte, sterpi,
e ville e masnade
in torpor d’opere e trastulli;
dal soprassalto d’aquile e farfalle
dell’avide giogaie,
ch’a suon di stalle la sperata altezza
invocan dal più fier dei loro monti
per cuori rudi e boschi e salvi pascoli
nei poggi cavi sotto le pietraie,
fra consensi di laghi e di fonti
ansiosi a richiamar per ogni valle;
dall’assalto impennato in tormento
delle tragiche catene
ch’a bufere di vento
a gurgiti immani di vitreo silenzio,
fra trèmiti e vene
di fuggenti creature,
guatano addentano
serran l’altezza veduta
con róse pupille d’eclissi e d’assenzio,
con dure bocche in morsi di pietra,
con braccia e torsi digiuni
per cave rovine d’abissi
e spasimi eretti in atroci scompigli,
intorno schiomando con brividi fissi
il vello di neve che scivola e piega
nei ghiacci protesi sui lividi artigli
a sbarrar rupi con strazio profondo
verso gl’inviti del mondo,
a vietar con angoscia suprema
l’inarrivabile preda:
da piani colline giogaie catene
si lamina enorme la vetta
su vertebre e stinchi a vedetta
con l’anima ardente nei geli costretta.
Sopra, il vuoto dell’ombra e del fuoco
in infinita voragine tùrbina:
sotto, dal vano dell’aria la terra
– fra bave di nubi e tormenta –
l’ultime scaglie le avventa,
e fugge ghermendo la vita
effimera d’orme e di voci
in vertigine atterrita.
Fra incomprensioni immutabili
di spregio, d’invidia, di voglia,
dal basso che ignora all’alto che spoglia,
ogni cosa intendendo oltre aspetta
in fede enorme la vetta:
dal piede inestricabil di catene,
unica al cielo misura la forza;
con l’anima ardente in gelida scorza,
da sola respira il tremendo suo bene.
Clemente Rebora
Dalla razzante pendice
Dalla razzante pendice
che rarefà di zanzare,
al campestre alveare
che un vortice d’api dorate
sciama nel vasto orizzonte,
la ghiotta luce felice
sul verde fiorito possente
s’eccita incandescente,
e con aculei di bragia
incidendo e gonfiando risucchia
l’umore notturno e la ragia.
Dal sotterraneo incubo,
quasi doccia ancor livida, sguscia
fulminea la vita
e, misuratasi al cielo,
spennecchia e trabocca e ricade
e rinnova il suo stelo.
Si nettan suonando i paesi,
e schiava del tempo che giova
la gente ritorna agli arnesi;
nella fatica si trova
e l’appetito prepara.
Dio, per l’aria si rode
e beato non gode
del buffo suo stato:
se scende, ignoto tramonta
nell’ingannevol natura;
se monta, vuoto svapora nel nulla.
che rarefà di zanzare,
al campestre alveare
che un vortice d’api dorate
sciama nel vasto orizzonte,
la ghiotta luce felice
sul verde fiorito possente
s’eccita incandescente,
e con aculei di bragia
incidendo e gonfiando risucchia
l’umore notturno e la ragia.
Dal sotterraneo incubo,
quasi doccia ancor livida, sguscia
fulminea la vita
e, misuratasi al cielo,
spennecchia e trabocca e ricade
e rinnova il suo stelo.
Si nettan suonando i paesi,
e schiava del tempo che giova
la gente ritorna agli arnesi;
nella fatica si trova
e l’appetito prepara.
Dio, per l’aria si rode
e beato non gode
del buffo suo stato:
se scende, ignoto tramonta
nell’ingannevol natura;
se monta, vuoto svapora nel nulla.
Clemente Rebora
Fantasia di carnevale
I
Noi siam della regola buona
che il ribaldo Cavallo sbalzò.
In groppa alla carlona,
longanimi e contenti,
caracollando i tempi
ci si avvezzava a vivere;
quando improvviso sanguigno schiumando
springa scrolla quel pazzo...
e noi sforna in un mazzo!
Ora ci prude senz’unghia
la scabbia notturna, e l’inverno:
esangui, sbattezzati,
al caldo, per coscienza,
salviamo la virtù:
ma tutto come prima
scegliendo con pazienza
ritroverò la cima,
e qualcosa di più.
Se no, gufati vivremo
a scanso di cadute,
curandoci la fame:
evviva la salute!
II
Tanto ubertosa la civile gloria,
tanto ignorato il sottostante danno!
Ma giovinetto è l’anno:
sarà vecchia la baldoria?
III
Noi serbiamo la pace
candida e intatta
contro la ruggine
in còfani d’ovatta:
ancora brillerà la sua speranza
al dimentico amor di chi verrà.
IV
La sciagura ritmava in lontananza;
or s’avvicina. Il patrio terreno
in bìlico, già crolla:
è un invito di danza...
Signori, alla coda!
V
Or sù, giovanotti,
la morte è in amore:
ha baci d’un vigore
da incidervi l’ossa.
Chi ne voglia un’Idea,
si raccomandi a Dio
che la rivela.
VI
In tempo di clessidra
miope volo d’api
sono quest’ombre di noi
e doman forse nùgolo d’eroi!
VII
Poesia, arpeggiante
zanzara che succhi dal sangue,
ora ciascuno t’intende
e si difende.
VIII
Èra avventizia
che strozzi il costume
vendendolo implume
al ghiotto destin
senza principio né fin!
Èra propizia.
IX
Oltre la patria e la terra
c’è da salvare qualcosa,
anche solo una rosa
da tanta guerra sbocciata.
X
Morir vendicati
d’esser nati così!
XI
Noi siam dell’inquieta brigata
e scontentezza ci guida:
spietata alla gente è la sfida,
ma dentro si accascia gemente.
Ci spàsima intorno il vestito
dell’universo stordito:
annaspa e non trova gli occhielli
da chiudere i mondi,
per sempre,
sull’eterna minaccia
che la ràffica a tutti
svela ora più aperta più diaccia.
Squassa e non fugge,
il dolor ce l’inchioda:
rugge se l’oda il pensiero
che balugina nero,
ma divìncola muto
in lancinanti vipere!
Cieco prodigio,
grandezza tradita,
asfissia del certo alveare
fra miele e vischio mordace,
perché si redima nel rischio
il tètano dell’uomo
la nausea del mondo
in sprazzi di respiro
avvèntaci alla prova,
martirio che irrora,
olocausto vivo!
Se no, nel guizzo felice
d’un giorno ben triste,
ai passanti innocenti
scaglieremo le bombe
colmeremo le tombe
che la carie dell’ore ci aprì.
Del resto, il destino
ha stomaco sano,
per smaltire anche noi...
A cena intanto. Olà,
del festino: carne al sangue,
rosso vino forte,
evviva l’appetito della morte!
Noi siam della regola buona
che il ribaldo Cavallo sbalzò.
In groppa alla carlona,
longanimi e contenti,
caracollando i tempi
ci si avvezzava a vivere;
quando improvviso sanguigno schiumando
springa scrolla quel pazzo...
e noi sforna in un mazzo!
Ora ci prude senz’unghia
la scabbia notturna, e l’inverno:
esangui, sbattezzati,
al caldo, per coscienza,
salviamo la virtù:
ma tutto come prima
scegliendo con pazienza
ritroverò la cima,
e qualcosa di più.
Se no, gufati vivremo
a scanso di cadute,
curandoci la fame:
evviva la salute!
II
Tanto ubertosa la civile gloria,
tanto ignorato il sottostante danno!
Ma giovinetto è l’anno:
sarà vecchia la baldoria?
III
Noi serbiamo la pace
candida e intatta
contro la ruggine
in còfani d’ovatta:
ancora brillerà la sua speranza
al dimentico amor di chi verrà.
IV
La sciagura ritmava in lontananza;
or s’avvicina. Il patrio terreno
in bìlico, già crolla:
è un invito di danza...
Signori, alla coda!
V
Or sù, giovanotti,
la morte è in amore:
ha baci d’un vigore
da incidervi l’ossa.
Chi ne voglia un’Idea,
si raccomandi a Dio
che la rivela.
VI
In tempo di clessidra
miope volo d’api
sono quest’ombre di noi
e doman forse nùgolo d’eroi!
VII
Poesia, arpeggiante
zanzara che succhi dal sangue,
ora ciascuno t’intende
e si difende.
VIII
Èra avventizia
che strozzi il costume
vendendolo implume
al ghiotto destin
senza principio né fin!
Èra propizia.
IX
Oltre la patria e la terra
c’è da salvare qualcosa,
anche solo una rosa
da tanta guerra sbocciata.
X
Morir vendicati
d’esser nati così!
XI
Noi siam dell’inquieta brigata
e scontentezza ci guida:
spietata alla gente è la sfida,
ma dentro si accascia gemente.
Ci spàsima intorno il vestito
dell’universo stordito:
annaspa e non trova gli occhielli
da chiudere i mondi,
per sempre,
sull’eterna minaccia
che la ràffica a tutti
svela ora più aperta più diaccia.
Squassa e non fugge,
il dolor ce l’inchioda:
rugge se l’oda il pensiero
che balugina nero,
ma divìncola muto
in lancinanti vipere!
Cieco prodigio,
grandezza tradita,
asfissia del certo alveare
fra miele e vischio mordace,
perché si redima nel rischio
il tètano dell’uomo
la nausea del mondo
in sprazzi di respiro
avvèntaci alla prova,
martirio che irrora,
olocausto vivo!
Se no, nel guizzo felice
d’un giorno ben triste,
ai passanti innocenti
scaglieremo le bombe
colmeremo le tombe
che la carie dell’ore ci aprì.
Del resto, il destino
ha stomaco sano,
per smaltire anche noi...
A cena intanto. Olà,
del festino: carne al sangue,
rosso vino forte,
evviva l’appetito della morte!
Clemente Rebora
O carro vuoto sul binario morto
O carro vuoto sul binario morto,
ecco per te la merce rude d’urti
e tonfi. Gravido ora pesi
sui telai tesi;
ma nei rantoli gonfi
si crolla fumida e viene
annusando con fàscino orribile
la macchina ad aggiogarti.
Via dal tuo spazio assorto
all’aspro rullare d’acciaio
al trabalzante stridere dei freni,
incatenato nel gregge
per l’immutabile legge
del continuo aperto cammino:
e trascinato tramandi
e irrigidito rattieni
le chiuse forze inespresse
su ruote vicine e rotaie
incongiungibili e oppresse,
sotto il ciel che balzàno
nel labirinto dei giorni
nel bivio delle stagioni
contro la noia sguinzaglia l’eterno,
verso l’amore pertugia l’esteso,
e non muore e vorrebbe, e non vive e vorrebbe,
mentre la terra gli chiede il suo verbo
e appassionata nel volere acerbo
paga col sangue, sola, la sua fede.
ecco per te la merce rude d’urti
e tonfi. Gravido ora pesi
sui telai tesi;
ma nei rantoli gonfi
si crolla fumida e viene
annusando con fàscino orribile
la macchina ad aggiogarti.
Via dal tuo spazio assorto
all’aspro rullare d’acciaio
al trabalzante stridere dei freni,
incatenato nel gregge
per l’immutabile legge
del continuo aperto cammino:
e trascinato tramandi
e irrigidito rattieni
le chiuse forze inespresse
su ruote vicine e rotaie
incongiungibili e oppresse,
sotto il ciel che balzàno
nel labirinto dei giorni
nel bivio delle stagioni
contro la noia sguinzaglia l’eterno,
verso l’amore pertugia l’esteso,
e non muore e vorrebbe, e non vive e vorrebbe,
mentre la terra gli chiede il suo verbo
e appassionata nel volere acerbo
paga col sangue, sola, la sua fede.
Clemente Rebora
Sciorinati giorni dispersi
Sciorinati giorni dispersi,
cenci all’aria insaziabile:
prementi ore senza uscita,
fanghiglia d’acqua sorgiva:
torpor d’àttimi lascivi
fra lo spirito e il senso;
forsennato voler che a libertà
si lancia e ricade,
inseguita locusta tra sterpi;
e superbo disprezzo
e fatica e rimorso e vano intendere:
e rigirìo sul luogo come cane,
per invilire poi, fuggendo il lezzo,
la verità lontano in pigro scorno;
e ritorno, uguale ritorno
dell’indifferente vita,
mentr’echeggia la via
consueti fragori e nelle corti
s’amplian faccende in conosciute voci,
e bello intorno il mondo, par dileggio
all’inarrivabile gloria
al piacer che non so,
e immemore di me epico armèggio
verso conquiste ch’io non griderò.
– Oh per l’umano divenir possente
certezza ineluttabile del vero,
ordisci, ordisci de’ tuoi fili il panno
che saldamente nel tessuto è storia
e nel disegno eternamente è Dio:
ma così, cieco e ignavo,
tra morte e morte vil ritmo fuggente,
anch’io t’avrò fatto; anch’io.
cenci all’aria insaziabile:
prementi ore senza uscita,
fanghiglia d’acqua sorgiva:
torpor d’àttimi lascivi
fra lo spirito e il senso;
forsennato voler che a libertà
si lancia e ricade,
inseguita locusta tra sterpi;
e superbo disprezzo
e fatica e rimorso e vano intendere:
e rigirìo sul luogo come cane,
per invilire poi, fuggendo il lezzo,
la verità lontano in pigro scorno;
e ritorno, uguale ritorno
dell’indifferente vita,
mentr’echeggia la via
consueti fragori e nelle corti
s’amplian faccende in conosciute voci,
e bello intorno il mondo, par dileggio
all’inarrivabile gloria
al piacer che non so,
e immemore di me epico armèggio
verso conquiste ch’io non griderò.
– Oh per l’umano divenir possente
certezza ineluttabile del vero,
ordisci, ordisci de’ tuoi fili il panno
che saldamente nel tessuto è storia
e nel disegno eternamente è Dio:
ma così, cieco e ignavo,
tra morte e morte vil ritmo fuggente,
anch’io t’avrò fatto; anch’io.
Clemente Rebora
Vanno
Cade il tempo d’ogni stagione,
e autunno è un nome.
Salma di pioggia,
terra, e una gora
in cateratta al fosso –
il cielo addosso.
Sotto torbido pelo
la gora impigra
tra vermi e pesci
alghe patetiche,
sputi di rane
per sinuose tane,
tenaci ristagni
e a ritroso sgomitanti ragni
simulano la corrente,
ma non si dànno.
Minuzie e foglie
alla rovina intanto
perché non vuole in sé ciascuna
vanno:
movendosi ancora
non sembran perdute;
riviere e piante
non sanno fermare;
salma di un nome,
stagioni cadute,
è l’ora di tutte, son tante a passare;
crollo del tempo,
tracollo di spoglie
ingiallisce la piena,
anonimo gorgo
sull’orlo, così, rigirare –
inabissano al fosso.
e autunno è un nome.
Salma di pioggia,
terra, e una gora
in cateratta al fosso –
il cielo addosso.
Sotto torbido pelo
la gora impigra
tra vermi e pesci
alghe patetiche,
sputi di rane
per sinuose tane,
tenaci ristagni
e a ritroso sgomitanti ragni
simulano la corrente,
ma non si dànno.
Minuzie e foglie
alla rovina intanto
perché non vuole in sé ciascuna
vanno:
movendosi ancora
non sembran perdute;
riviere e piante
non sanno fermare;
salma di un nome,
stagioni cadute,
è l’ora di tutte, son tante a passare;
crollo del tempo,
tracollo di spoglie
ingiallisce la piena,
anonimo gorgo
sull’orlo, così, rigirare –
inabissano al fosso.
Corrado Govoni
Convento in miniatura
E una candida clausura
tutta allegra di tenera verzura,
con le stanzucce come un gineceo
di trine.
° E un piccolo convento silenzioso
in un viottolo erboso,
ricoperto d’un conopeo
di rose marzoline.
V’abitano tre suore
10° tutte tre de la stessa età,
nitide nitide come il fiore
de la loro castità.
Anno il loro giardino
pieno di dolci gigli;
ne la gabbiuzza tinta di turchino
ànno i loro bisbigli.
Nel corto dormitorio
tengono a capo del letto
la pila e il crocefisso d’avorio,
° il mingherlino cero benedetto.
I loro sguardi mesti
sembrano sguardi passati;
i loro ingenui gesti
sembrano imbalsamati.
? È un piccolo convento solitario
placido come un reliquiario
sopra i cui vetri s’animi un corteo
di sordine.
E una candida clausura
in miniatura,
simile a un monastero del museo
di beghine.
15. gabbiuzza: degli uccelli.
genarie»,
19. pila: vasca del lavan-
dino.
28. sordine: archi, raro nella forma femminile.
31-32. mu-
tutta allegra di tenera verzura,
con le stanzucce come un gineceo
di trine.
° E un piccolo convento silenzioso
in un viottolo erboso,
ricoperto d’un conopeo
di rose marzoline.
V’abitano tre suore
10° tutte tre de la stessa età,
nitide nitide come il fiore
de la loro castità.
Anno il loro giardino
pieno di dolci gigli;
ne la gabbiuzza tinta di turchino
ànno i loro bisbigli.
Nel corto dormitorio
tengono a capo del letto
la pila e il crocefisso d’avorio,
° il mingherlino cero benedetto.
I loro sguardi mesti
sembrano sguardi passati;
i loro ingenui gesti
sembrano imbalsamati.
? È un piccolo convento solitario
placido come un reliquiario
sopra i cui vetri s’animi un corteo
di sordine.
E una candida clausura
in miniatura,
simile a un monastero del museo
di beghine.
15. gabbiuzza: degli uccelli.
genarie»,
19. pila: vasca del lavan-
dino.
28. sordine: archi, raro nella forma femminile.
31-32. mu-
Corrado Govoni
Dialogo dell’angelo e del giovine morto
L’angelo
Andiamo, vieni! Vola! Resta immobile!
E presto, è tardi, è l’ora.
Non ancora, e sempre più.
Solo tutto con te; solo con me!
Il giovine morto
Reggimi dunque tu
nei primi ubbriachi passi
dei miei poveri piedi intirizziti,
perchè son come cieco.
Dimmi tu dove sono siepi e sassi
ponti e guadi erte e abissi:
tu non sai quanto peso con me reco
di sensi ancor non bene inceneriti ...
L’angelo
Seguimi in fretta, non aver paura!
Non ci sono gli ostacoli che credi.
Non odi la mia voce? Non mi vedi?
Il giovine morto
Come d’un subito posso
comprenderti, angelo, se ancora
il caldo semprerosso
mi fiorisce il giardino delle vene
recise ed ai sensi mi legano
così dolci catene?
Sono troppo confuso ed assorto
nel mio sonno di giovine morto;
e ancor non è cessato
quel ronzio insistente di fuso
che mi riempie il cervello
di visioni vocali:
mamma, sole, fratello;
dopo la frana d’irruente sangue
che mi apri nella nuca
quel colpo assassino di fulmine ...
Nella mia cecità veggente
sei dunque tu, angelo nuovo,
questo soffio di luce
che sui miei primi passi di tenebre trovo?
L’angelo
Nel regno del sole di ghiaccio dei morti
nero, a una sola faccia,
patria, mamma e fratello,
non hanno più alcun senso
con la nube strappata
e con l’albero fermo.
Se la vita non fu che un imparare
faticoso e accanito sulla terra:
imparar fiore, albero, sole e mamma
sarà solo quassù un dimenticare
facile e rapidissimo.
Soltanto allora mi comprenderai
nella mia forma d’angelo perfetto.
Il giovine morto
La corona di vetro della mamma,
non più la funicella del martirio
mi lega sopra il petto gli ossicini
delle mani troncate.
Tu comandi che in fretta io cammini;
ed io nel buio brancolar non so.
Come posso, se ho ancora la testa,
tu sai, angelo, come mi è scoppiata,
tutta piena del rombo della mina
che di colpo mi fece rovinare addosso
tutto il peso di sangue
della fossa carnaia ardeatina?
L’angelo
Mamma, sangue, paese natio,
laboriose parole
inzuppate di sole
che tu imparasti lentamente in terra,
qui non hanno più senso,
come sarebbe giù tra i vivi chi dicesse
cimitero del vento
castello di fantasmi dei profumi...
Meno di niente di quel niente
muffe vaganti, proliferazioni-
di fuochi fatui,
ch’è laggiù sull’umano abitato
il vostro silenzio stellato.
Il giovine morto
Ma abbandonar per sempre
così anche il dolce ricordo
di vita con le dolci pene ...
persino ai dolci sogni essere sordo
per sempre, a quelle dolci
voci terrene ...
dolce vita, dolce terra...
L’angelo
Credevi dunque quello il paradiso,
dove anche il puro sfavillante fuoco
lascia il suo brutto sterco?
Dove quanto più olezza e brilla e sogna
il fantasioso fiore e tanto
più fetente ha la piccola carogna?
Rimpiangi ancora quella vita d’uomini
condannati a vagare chiusi
tra la terra e la pioggia,
con la lor stanca maschera
con tagli di sole, luna e stelle?
Quella tua vita fatta
solo d’inerti e di delusi ieri
quasi forma e patire
paziente di mnemonico corallo
di cui l’albero morto e sommerso
è tutto l’avvenire?
Il giovine morto
Aiutami tu, angelo, non vedi
come sono inesperto di morire?
Com’ero ancora poco preparato
a imparar questa morte eterna,
mandata a mente come una parola
senz’eco e senza volto,
guardata solo come un’ombra libera,
sfuggita come una vergogna umana,
taciuta come una tremenda colpa
già scontata sul punto della nascita?
L’angelo
Non temere, cammina! Vola!
E resta eternamente immoto.
Presto mi imparerai,
quando sarà per te il veder senz’occhi
un più vasto vedere
e un sentire infinito il non sentire.
Conoscerai ben presto
che dolce fatica è imparare
l’analfabeta lingua del silenzio.
Il giovine morto
Sento una luce intorno a me, un calore
umidamente umano
che s’ostina così sulla mia fuga:
mi scorre sulla gota come un bacio,
mi riempie di sole una mano...
Con la sua triste lampada di pianto
è la mia dolce mamma
che le gelide tenebre fruga...
Verrò dunque con te, angelo mio;
ma se tu vuoi che non mi penta,
lasciami ancora una volta gridare
così forte che tutta la terra mi senta
quel dolcissimo nome di mamma
che in terra è tutto: patria, amore, Dio.
L’angelo
Tu non sai che non posso più piangere... Vieni!
Il giovine morto
Angelo cieco, sordo e ignoto,
perchè più non rispondi?
Or finalmente sento e vedo,
io freddo e oscuro,
che tu per sempre sei già entrato in me:
indifferente angelo di vuoto,
angelo tutto muro.
Roma, maggio 1945
Andiamo, vieni! Vola! Resta immobile!
E presto, è tardi, è l’ora.
Non ancora, e sempre più.
Solo tutto con te; solo con me!
Il giovine morto
Reggimi dunque tu
nei primi ubbriachi passi
dei miei poveri piedi intirizziti,
perchè son come cieco.
Dimmi tu dove sono siepi e sassi
ponti e guadi erte e abissi:
tu non sai quanto peso con me reco
di sensi ancor non bene inceneriti ...
L’angelo
Seguimi in fretta, non aver paura!
Non ci sono gli ostacoli che credi.
Non odi la mia voce? Non mi vedi?
Il giovine morto
Come d’un subito posso
comprenderti, angelo, se ancora
il caldo semprerosso
mi fiorisce il giardino delle vene
recise ed ai sensi mi legano
così dolci catene?
Sono troppo confuso ed assorto
nel mio sonno di giovine morto;
e ancor non è cessato
quel ronzio insistente di fuso
che mi riempie il cervello
di visioni vocali:
mamma, sole, fratello;
dopo la frana d’irruente sangue
che mi apri nella nuca
quel colpo assassino di fulmine ...
Nella mia cecità veggente
sei dunque tu, angelo nuovo,
questo soffio di luce
che sui miei primi passi di tenebre trovo?
L’angelo
Nel regno del sole di ghiaccio dei morti
nero, a una sola faccia,
patria, mamma e fratello,
non hanno più alcun senso
con la nube strappata
e con l’albero fermo.
Se la vita non fu che un imparare
faticoso e accanito sulla terra:
imparar fiore, albero, sole e mamma
sarà solo quassù un dimenticare
facile e rapidissimo.
Soltanto allora mi comprenderai
nella mia forma d’angelo perfetto.
Il giovine morto
La corona di vetro della mamma,
non più la funicella del martirio
mi lega sopra il petto gli ossicini
delle mani troncate.
Tu comandi che in fretta io cammini;
ed io nel buio brancolar non so.
Come posso, se ho ancora la testa,
tu sai, angelo, come mi è scoppiata,
tutta piena del rombo della mina
che di colpo mi fece rovinare addosso
tutto il peso di sangue
della fossa carnaia ardeatina?
L’angelo
Mamma, sangue, paese natio,
laboriose parole
inzuppate di sole
che tu imparasti lentamente in terra,
qui non hanno più senso,
come sarebbe giù tra i vivi chi dicesse
cimitero del vento
castello di fantasmi dei profumi...
Meno di niente di quel niente
muffe vaganti, proliferazioni-
di fuochi fatui,
ch’è laggiù sull’umano abitato
il vostro silenzio stellato.
Il giovine morto
Ma abbandonar per sempre
così anche il dolce ricordo
di vita con le dolci pene ...
persino ai dolci sogni essere sordo
per sempre, a quelle dolci
voci terrene ...
dolce vita, dolce terra...
L’angelo
Credevi dunque quello il paradiso,
dove anche il puro sfavillante fuoco
lascia il suo brutto sterco?
Dove quanto più olezza e brilla e sogna
il fantasioso fiore e tanto
più fetente ha la piccola carogna?
Rimpiangi ancora quella vita d’uomini
condannati a vagare chiusi
tra la terra e la pioggia,
con la lor stanca maschera
con tagli di sole, luna e stelle?
Quella tua vita fatta
solo d’inerti e di delusi ieri
quasi forma e patire
paziente di mnemonico corallo
di cui l’albero morto e sommerso
è tutto l’avvenire?
Il giovine morto
Aiutami tu, angelo, non vedi
come sono inesperto di morire?
Com’ero ancora poco preparato
a imparar questa morte eterna,
mandata a mente come una parola
senz’eco e senza volto,
guardata solo come un’ombra libera,
sfuggita come una vergogna umana,
taciuta come una tremenda colpa
già scontata sul punto della nascita?
L’angelo
Non temere, cammina! Vola!
E resta eternamente immoto.
Presto mi imparerai,
quando sarà per te il veder senz’occhi
un più vasto vedere
e un sentire infinito il non sentire.
Conoscerai ben presto
che dolce fatica è imparare
l’analfabeta lingua del silenzio.
Il giovine morto
Sento una luce intorno a me, un calore
umidamente umano
che s’ostina così sulla mia fuga:
mi scorre sulla gota come un bacio,
mi riempie di sole una mano...
Con la sua triste lampada di pianto
è la mia dolce mamma
che le gelide tenebre fruga...
Verrò dunque con te, angelo mio;
ma se tu vuoi che non mi penta,
lasciami ancora una volta gridare
così forte che tutta la terra mi senta
quel dolcissimo nome di mamma
che in terra è tutto: patria, amore, Dio.
L’angelo
Tu non sai che non posso più piangere... Vieni!
Il giovine morto
Angelo cieco, sordo e ignoto,
perchè più non rispondi?
Or finalmente sento e vedo,
io freddo e oscuro,
che tu per sempre sei già entrato in me:
indifferente angelo di vuoto,
angelo tutto muro.
Roma, maggio 1945
Corrado Govoni
La trombettina
Ecco che cosa resta
di tutta la magìa della fiera:
quella trombettina,
la latta azzurra e verde,
che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi;
c’è la banda d’oro rumoroso,
la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.
Come, nel sgocciolare della gronda,
c’è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;
nell’umido cerino d’una lucciola
che si sfa su una foglia di brughiera,
tutta la meraviglia della primavera.
di tutta la magìa della fiera:
quella trombettina,
la latta azzurra e verde,
che suona una bambina
camminando, scalza, per i campi.
Ma, in quella nota sforzata,
ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi;
c’è la banda d’oro rumoroso,
la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.
Come, nel sgocciolare della gronda,
c’è tutto lo spavento della bufera,
la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;
nell’umido cerino d’una lucciola
che si sfa su una foglia di brughiera,
tutta la meraviglia della primavera.
Corrado Govoni
Punta secca
Sei magra e lunga
eppure hai tanta forza plastica
nel corpo gentile
che se abbandoni i gomiti sul pozzo
o contro il muro
del cortile
il bel corpo rovescio
serrati gli occhi
strette le labbra sciolti i ginocchi
con quell’uncino di riccio
nel mezzo della fronte e ad un capriccio
improvviso ti distacchi
t’impenni e via saetti come da fionda
su quegli alti tuoi tacchi
di stella che nel sole
quasi non ti si vede
più tanto sei bionda;
si può giurar per certo
che tu con quel tuo premer duro
un incavo hai aperto
nel docile marmo e nel muro.
Attacchi d’ali strappate
ti palpitan le reni;
così sottile e senza seni:
li hai tutti nei ginocchi.
Ma l’orchidea tu l’hai negli occhi.
eppure hai tanta forza plastica
nel corpo gentile
che se abbandoni i gomiti sul pozzo
o contro il muro
del cortile
il bel corpo rovescio
serrati gli occhi
strette le labbra sciolti i ginocchi
con quell’uncino di riccio
nel mezzo della fronte e ad un capriccio
improvviso ti distacchi
t’impenni e via saetti come da fionda
su quegli alti tuoi tacchi
di stella che nel sole
quasi non ti si vede
più tanto sei bionda;
si può giurar per certo
che tu con quel tuo premer duro
un incavo hai aperto
nel docile marmo e nel muro.
Attacchi d’ali strappate
ti palpitan le reni;
così sottile e senza seni:
li hai tutti nei ginocchi.
Ma l’orchidea tu l’hai negli occhi.
Dante Alighieri
Allor porsi la mano un poco avante
Allor porsi la mano un poco avante,
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e il tronco suo gridò: “ Perchè mi schiante? ”
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: “ Perchè mi scerpi?
Non hai tu spirto di pietà alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi;
ben dovrebb’esser la tua man più pia
se state fossimo anime di serpi.”
Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via;
sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.
““ S’egli avesse potuto creder prima,”
rispose il savio mio, “ anima lesa,
ciò ch’ha veduto pur con la mia rima,
non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad opra cla me stesso pesa.
Ma digli chi tu fosti, sì che in vece
d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo su dove tornar gli lece.”
E il tronco: “ Sì col dolce dir m’adeschi,
cl’io non posso tacere; e voi non gravi
perclvio un poco a ragionar m’inveschi.
Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi
serrando e disserrando, sì soavi,
che dal secreto suo quasi ogni uom tolsi:
fede portai al glorioso offizio,
tanto ch’io ne perdei li sonni e i polsi.
La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesate non torse gli occhi putti,
morte comune, de le cotti vizio,
inflammò contra me li animi tutti;
e gl’infammati inframmar sì Augusto,
che i lieti onor tornarò in tristi lutti.
L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.
Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio signor, che fu d’onor sì degno.
E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia che giace
ancor del colpo che invidia le diede.”
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e il tronco suo gridò: “ Perchè mi schiante? ”
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: “ Perchè mi scerpi?
Non hai tu spirto di pietà alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi;
ben dovrebb’esser la tua man più pia
se state fossimo anime di serpi.”
Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via;
sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.
““ S’egli avesse potuto creder prima,”
rispose il savio mio, “ anima lesa,
ciò ch’ha veduto pur con la mia rima,
non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad opra cla me stesso pesa.
Ma digli chi tu fosti, sì che in vece
d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo su dove tornar gli lece.”
E il tronco: “ Sì col dolce dir m’adeschi,
cl’io non posso tacere; e voi non gravi
perclvio un poco a ragionar m’inveschi.
Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi
serrando e disserrando, sì soavi,
che dal secreto suo quasi ogni uom tolsi:
fede portai al glorioso offizio,
tanto ch’io ne perdei li sonni e i polsi.
La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesate non torse gli occhi putti,
morte comune, de le cotti vizio,
inflammò contra me li animi tutti;
e gl’infammati inframmar sì Augusto,
che i lieti onor tornarò in tristi lutti.
L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.
Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio signor, che fu d’onor sì degno.
E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia che giace
ancor del colpo che invidia le diede.”
Dante Alighieri
I1io0
dall’altra già m’avea lasciata Setta.
‘O frati; dissi, che per cento milia
perigli, siete giunti all’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
de’ nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
diretro al Sol del mondo senza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza.’
Li miei compagni feci io sì acuti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che appena poscia li avrei ritenuti.
E volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già dell’altro polo
vedea la notte, e il nostro tanto basso,
che non surgeva fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto dalla luna,
poi che entrati eravam nell’alto passo,
quando n’apparve una montagna bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non n’aveva alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
chè dalla nuova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fè’ gitar con tutte l’acque,
alla quarta levar la poppa in suso,
e la prora ire in giù com’altrui piacque,
infin che il mar fu sopra noi richiuso.”
‘O frati; dissi, che per cento milia
perigli, siete giunti all’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
de’ nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
diretro al Sol del mondo senza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza.’
Li miei compagni feci io sì acuti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che appena poscia li avrei ritenuti.
E volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già dell’altro polo
vedea la notte, e il nostro tanto basso,
che non surgeva fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto dalla luna,
poi che entrati eravam nell’alto passo,
quando n’apparve una montagna bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non n’aveva alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
chè dalla nuova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fè’ gitar con tutte l’acque,
alla quarta levar la poppa in suso,
e la prora ire in giù com’altrui piacque,
infin che il mar fu sopra noi richiuso.”