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Vita ed esistenza

Clemente Rebora

Clemente Rebora

Al tempo che la vita era inesplosa

Al tempo che la vita era inesplosa
e l’amor mi pareva umana cosa,
fanciullo a te venivo
o Carlo contadino,
dove in corona dall’alba alla sera
nel vasto sole delle estati brevi
esaudendo come una preghiera
la terra non tua più l’avevi.

A te correvo già felice:
e tu guidavi senza farmi male
l’anima persuasa,
parlando il poco di chi intende e dice;
e nell’aiuto meritavo accanto
al tuo ben la campagna –
la campagna che va dal piano al monte
tessendo siepi in giro alle covate,
ma di verde inghirlanda ogni contrasto
nel fior di tutti i giorni, l’orizzonte.

Con la falce nell’erba
frusciava il mio baleno:
il papavero ardendo sullo stelo
e ciascun boccio sereno
in abbandono ancor vivo
a tagliarlo pativo,
e accanito godevo
con la falce nell’erba.
Erba recisa che sempre rinasce,
se dove ruminando è mucca e latte
per vivace concime
ritorna alla radice.

Ma la ségale ambivo,
il suo slancio levriero,
l’ariosa offerta
delle piante natali;
e dovunque ero appiglio
all’imminente prodigio:
mago dell’impazienza,
brigante di bontà con gli animali,
scandalizzando fughe nel pollame
che tra zampa e cresta
in scia di pulcini
virava la sua siesta.

Ghiotto della mia fame,
stupefatto di festa,
nel caso lucente sostavo:
facevan le fusa
i miei sensi, e zampilli i pensieri;
l’aria dava la stura
a un bronzeo inquietamente
fèrvere d’api:
e non sapendo ero certo
del misterioso concerto.

Infine il mezzodì spandeva
effluvi di campane:
il gerlo sulle spalle,
andavo rincasando
con te come uguale,
verso la fiamma che dal sasso
già inneggiava alla polenta;
e tu, con lena immensa,
sul paiolo acceso,
dicevi a me restio:
Mangiamo insieme; il digiuno
non ciba nessuno,
se non ci nutre Iddio.
E in aureola splendeva
l’astro della mensa,
il sol della polenta
per chi ha in sé grande spazio,
luce che si contenta
di tramontare in noi:
e quando il cuore è sazio,
se ne risparmi poca, anche meschina,
essa risorge in tuorlo di gallina.

Risorge la tua cara vita
dove va più smarrita
o Carlo, contadino
di un solco che è sentiero
per le tèrree nostre notti.
E ti vedo levar come il mattino
in verecondia gli occhi
consacrando il pensiero
al semplice elemento,
mentre è bello il silenzio a te vicino.
Clemente Rebora

Clemente Rebora

Dal grosso e scaltro rinunciar superbo

Dal grosso e scaltro rinunciar superbo
delle schiave pianure,
ch’a suon di nerbo la vietata altezza
sfogan nel moto isterico carponi
tra ruote polvere melma carboni,
per grumi di zolle e colture
e clamorosi grovigli di folle
in frégola di piacere acerbo;
dal pigro disnodar con sforzi grulli
delle ignare colline,
ch’a suon di frulli la fiutata altezza
tentan su dal letargo come serpi
fra erte e scese vicine,
per vigne, biade, ronchi, cinte, sterpi,
e ville e masnade
in torpor d’opere e trastulli;
dal soprassalto d’aquile e farfalle
dell’avide giogaie,
ch’a suon di stalle la sperata altezza
invocan dal più fier dei loro monti
per cuori rudi e boschi e salvi pascoli
nei poggi cavi sotto le pietraie,
fra consensi di laghi e di fonti
ansiosi a richiamar per ogni valle;
dall’assalto impennato in tormento
delle tragiche catene
ch’a bufere di vento
a gurgiti immani di vitreo silenzio,
fra trèmiti e vene
di fuggenti creature,
guatano addentano
serran l’altezza veduta
con róse pupille d’eclissi e d’assenzio,
con dure bocche in morsi di pietra,
con braccia e torsi digiuni
per cave rovine d’abissi
e spasimi eretti in atroci scompigli,
intorno schiomando con brividi fissi
il vello di neve che scivola e piega
nei ghiacci protesi sui lividi artigli
a sbarrar rupi con strazio profondo
verso gl’inviti del mondo,
a vietar con angoscia suprema
l’inarrivabile preda:
da piani colline giogaie catene
si lamina enorme la vetta
su vertebre e stinchi a vedetta
con l’anima ardente nei geli costretta.
Sopra, il vuoto dell’ombra e del fuoco
in infinita voragine tùrbina:
sotto, dal vano dell’aria la terra
– fra bave di nubi e tormenta –
l’ultime scaglie le avventa,
e fugge ghermendo la vita
effimera d’orme e di voci
in vertigine atterrita.
Fra incomprensioni immutabili
di spregio, d’invidia, di voglia,
dal basso che ignora all’alto che spoglia,
ogni cosa intendendo oltre aspetta
in fede enorme la vetta:
dal piede inestricabil di catene,
unica al cielo misura la forza;
con l’anima ardente in gelida scorza,
da sola respira il tremendo suo bene.
Clemente Rebora

Clemente Rebora

Fantasia di carnevale

I
Noi siam della regola buona
che il ribaldo Cavallo sbalzò.
In groppa alla carlona,
longanimi e contenti,
caracollando i tempi
ci si avvezzava a vivere;
quando improvviso sanguigno schiumando
springa scrolla quel pazzo...
e noi sforna in un mazzo!
Ora ci prude senz’unghia
la scabbia notturna, e l’inverno:
esangui, sbattezzati,
al caldo, per coscienza,
salviamo la virtù:
ma tutto come prima
scegliendo con pazienza
ritroverò la cima,
e qualcosa di più.
Se no, gufati vivremo
a scanso di cadute,
curandoci la fame:
evviva la salute!

II
Tanto ubertosa la civile gloria,
tanto ignorato il sottostante danno!
Ma giovinetto è l’anno:
sarà vecchia la baldoria?

III
Noi serbiamo la pace
candida e intatta
contro la ruggine
in còfani d’ovatta:
ancora brillerà la sua speranza
al dimentico amor di chi verrà.

IV
La sciagura ritmava in lontananza;
or s’avvicina. Il patrio terreno
in bìlico, già crolla:
è un invito di danza...
Signori, alla coda!

V
Or sù, giovanotti,
la morte è in amore:
ha baci d’un vigore
da incidervi l’ossa.
Chi ne voglia un’Idea,
si raccomandi a Dio
che la rivela.

VI
In tempo di clessidra
miope volo d’api
sono quest’ombre di noi
e doman forse nùgolo d’eroi!

VII
Poesia, arpeggiante
zanzara che succhi dal sangue,
ora ciascuno t’intende
e si difende.

VIII
Èra avventizia
che strozzi il costume
vendendolo implume
al ghiotto destin
senza principio né fin!
Èra propizia.

IX
Oltre la patria e la terra
c’è da salvare qualcosa,
anche solo una rosa
da tanta guerra sbocciata.

X
Morir vendicati
d’esser nati così!

XI
Noi siam dell’inquieta brigata
e scontentezza ci guida:
spietata alla gente è la sfida,
ma dentro si accascia gemente.
Ci spàsima intorno il vestito
dell’universo stordito:
annaspa e non trova gli occhielli
da chiudere i mondi,
per sempre,
sull’eterna minaccia
che la ràffica a tutti
svela ora più aperta più diaccia.
Squassa e non fugge,
il dolor ce l’inchioda:
rugge se l’oda il pensiero
che balugina nero,
ma divìncola muto
in lancinanti vipere!
Cieco prodigio,
grandezza tradita,
asfissia del certo alveare
fra miele e vischio mordace,
perché si redima nel rischio
il tètano dell’uomo
la nausea del mondo
in sprazzi di respiro
avvèntaci alla prova,
martirio che irrora,
olocausto vivo!
Se no, nel guizzo felice
d’un giorno ben triste,
ai passanti innocenti
scaglieremo le bombe
colmeremo le tombe
che la carie dell’ore ci aprì.
Del resto, il destino
ha stomaco sano,
per smaltire anche noi...

A cena intanto. Olà,
del festino: carne al sangue,
rosso vino forte,
evviva l’appetito della morte!
Corrado Govoni

Corrado Govoni

Dialogo dell’angelo e del giovine morto

L’angelo
Andiamo, vieni! Vola! Resta immobile!
E presto, è tardi, è l’ora.
Non ancora, e sempre più.
Solo tutto con te; solo con me!

Il giovine morto
Reggimi dunque tu
nei primi ubbriachi passi
dei miei poveri piedi intirizziti,
perchè son come cieco.
Dimmi tu dove sono siepi e sassi
ponti e guadi erte e abissi:
tu non sai quanto peso con me reco
di sensi ancor non bene inceneriti ...

L’angelo
Seguimi in fretta, non aver paura!
Non ci sono gli ostacoli che credi.
Non odi la mia voce? Non mi vedi?

Il giovine morto
Come d’un subito posso
comprenderti, angelo, se ancora
il caldo semprerosso
mi fiorisce il giardino delle vene
recise ed ai sensi mi legano
così dolci catene?

Sono troppo confuso ed assorto
nel mio sonno di giovine morto;
e ancor non è cessato
quel ronzio insistente di fuso
che mi riempie il cervello
di visioni vocali:
mamma, sole, fratello;
dopo la frana d’irruente sangue
che mi apri nella nuca
quel colpo assassino di fulmine ...
Nella mia cecità veggente
sei dunque tu, angelo nuovo,
questo soffio di luce
che sui miei primi passi di tenebre trovo?

L’angelo
Nel regno del sole di ghiaccio dei morti
nero, a una sola faccia,
patria, mamma e fratello,
non hanno più alcun senso
con la nube strappata
e con l’albero fermo.
Se la vita non fu che un imparare
faticoso e accanito sulla terra:
imparar fiore, albero, sole e mamma
sarà solo quassù un dimenticare
facile e rapidissimo.
Soltanto allora mi comprenderai
nella mia forma d’angelo perfetto.

Il giovine morto
La corona di vetro della mamma,
non più la funicella del martirio
mi lega sopra il petto gli ossicini
delle mani troncate.
Tu comandi che in fretta io cammini;
ed io nel buio brancolar non so.

Come posso, se ho ancora la testa,
tu sai, angelo, come mi è scoppiata,
tutta piena del rombo della mina
che di colpo mi fece rovinare addosso
tutto il peso di sangue
della fossa carnaia ardeatina?

L’angelo
Mamma, sangue, paese natio,
laboriose parole
inzuppate di sole
che tu imparasti lentamente in terra,
qui non hanno più senso,
come sarebbe giù tra i vivi chi dicesse
cimitero del vento
castello di fantasmi dei profumi...
Meno di niente di quel niente
muffe vaganti, proliferazioni-
di fuochi fatui,
ch’è laggiù sull’umano abitato
il vostro silenzio stellato.

Il giovine morto
Ma abbandonar per sempre
così anche il dolce ricordo
di vita con le dolci pene ...
persino ai dolci sogni essere sordo
per sempre, a quelle dolci
voci terrene ...
dolce vita, dolce terra...

L’angelo
Credevi dunque quello il paradiso,
dove anche il puro sfavillante fuoco
lascia il suo brutto sterco?
Dove quanto più olezza e brilla e sogna
il fantasioso fiore e tanto
più fetente ha la piccola carogna?

Rimpiangi ancora quella vita d’uomini
condannati a vagare chiusi
tra la terra e la pioggia,
con la lor stanca maschera
con tagli di sole, luna e stelle?
Quella tua vita fatta
solo d’inerti e di delusi ieri
quasi forma e patire
paziente di mnemonico corallo
di cui l’albero morto e sommerso
è tutto l’avvenire?

Il giovine morto
Aiutami tu, angelo, non vedi
come sono inesperto di morire?
Com’ero ancora poco preparato
a imparar questa morte eterna,
mandata a mente come una parola
senz’eco e senza volto,
guardata solo come un’ombra libera,
sfuggita come una vergogna umana,
taciuta come una tremenda colpa
già scontata sul punto della nascita?

L’angelo
Non temere, cammina! Vola!
E resta eternamente immoto.
Presto mi imparerai,
quando sarà per te il veder senz’occhi
un più vasto vedere
e un sentire infinito il non sentire.
Conoscerai ben presto
che dolce fatica è imparare
l’analfabeta lingua del silenzio.

Il giovine morto
Sento una luce intorno a me, un calore
umidamente umano

che s’ostina così sulla mia fuga:
mi scorre sulla gota come un bacio,
mi riempie di sole una mano...
Con la sua triste lampada di pianto
è la mia dolce mamma
che le gelide tenebre fruga...
Verrò dunque con te, angelo mio;
ma se tu vuoi che non mi penta,
lasciami ancora una volta gridare
così forte che tutta la terra mi senta
quel dolcissimo nome di mamma
che in terra è tutto: patria, amore, Dio.

L’angelo
Tu non sai che non posso più piangere... Vieni!

Il giovine morto
Angelo cieco, sordo e ignoto,
perchè più non rispondi?
Or finalmente sento e vedo,
io freddo e oscuro,
che tu per sempre sei già entrato in me:
indifferente angelo di vuoto,
angelo tutto muro.

Roma, maggio 1945
Dante Alighieri

Dante Alighieri

Allor porsi la mano un poco avante

Allor porsi la mano un poco avante,
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e il tronco suo gridò: “ Perchè mi schiante? ”
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: “ Perchè mi scerpi?
Non hai tu spirto di pietà alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi;
ben dovrebb’esser la tua man più pia
se state fossimo anime di serpi.”
Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via;
sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.
““ S’egli avesse potuto creder prima,”
rispose il savio mio, “ anima lesa,
ciò ch’ha veduto pur con la mia rima,
non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad opra cla me stesso pesa.
Ma digli chi tu fosti, sì che in vece
d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo su dove tornar gli lece.”
E il tronco: “ Sì col dolce dir m’adeschi,
cl’io non posso tacere; e voi non gravi
perclvio un poco a ragionar m’inveschi.
Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi
serrando e disserrando, sì soavi,
che dal secreto suo quasi ogni uom tolsi:
fede portai al glorioso offizio,
tanto ch’io ne perdei li sonni e i polsi.
La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesate non torse gli occhi putti,
morte comune, de le cotti vizio,
inflammò contra me li animi tutti;
e gl’infammati inframmar sì Augusto,
che i lieti onor tornarò in tristi lutti.
L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.
Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio signor, che fu d’onor sì degno.
E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia che giace
ancor del colpo che invidia le diede.”