Poesie di questo tema
Società e mondo
Giuseppe Ungaretti
Pellegrinaggio
In agguato
in queste budella
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba
Ungaretti
uomo di pena
ti basta un’illusione
per farti coraggio
Un riflettore
di là
mette un mare
nella nebbia
in queste budella
di macerie
ore e ore
ho strascicato
la mia carcassa
usata dal fango
come una suola
o come un seme
di spinalba
Ungaretti
uomo di pena
ti basta un’illusione
per farti coraggio
Un riflettore
di là
mette un mare
nella nebbia
Giuseppe Ungaretti
San martino del carso
Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
° Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
10 nessuna croce manca
E il mio cuore
il paese più straziato
Valloncello dell’albero isolato il 27 Agosto 1916.
non è rimasto
che qualche
brandello di muro
° Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
10 nessuna croce manca
E il mio cuore
il paese più straziato
Valloncello dell’albero isolato il 27 Agosto 1916.
Goffredo Mameli
Inno
Fratelli d’Italia,
l’Italia s’è desta,
dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa.
Dov'è la vittoria?!
Le porga la chioma,
ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte;
L’Italia chiamò
Noi siamo da secoli
calpesti, derisi
perché non siam Popolo
perché siam divisi
raccolgaci un’unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l'ora suonò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte;
l’Italia chiamò.
Uniamoci, amiamoci,
l’unione e l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore;
giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti per Dio,
chi vincer ci può!?
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte;
l’Italia chiamò.
Dall’Alpi a Sicilia
dovunque è Legnano,
ogn’uom di Ferruccio
ha il core, ha la mano,
i bimbi d’Italia
si chiaman Balilla,
il suon d’ogni squilla
i Vespri suonò.
l’Italia s’è desta,
dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa.
Dov'è la vittoria?!
Le porga la chioma,
ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte,
Siam pronti alla morte;
L’Italia chiamò
Noi siamo da secoli
calpesti, derisi
perché non siam Popolo
perché siam divisi
raccolgaci un’unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l'ora suonò.
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte;
l’Italia chiamò.
Uniamoci, amiamoci,
l’unione e l’amore
rivelano ai popoli
le vie del Signore;
giuriamo far libero
il suolo natio:
uniti per Dio,
chi vincer ci può!?
Stringiamci a coorte,
siam pronti alla morte;
l’Italia chiamò.
Dall’Alpi a Sicilia
dovunque è Legnano,
ogn’uom di Ferruccio
ha il core, ha la mano,
i bimbi d’Italia
si chiaman Balilla,
il suon d’ogni squilla
i Vespri suonò.
Guittone d'Arezzo
Canzone guelfa
Ahi lasso, or è stagion de doler tanto
a ciascun om che ben ama Ragione,
ch’eo meraviglio w’ trova guerigione,
ca morto no l’ha già corrotto e pianto,
vedendo l’alta Fior sempre granata
e l’onorato antico uso romano
cha certo pèr, crudel forte villano,
s’avaccio ella no è ricoverata:
ché l’onorata sua ricca grandezza
e ’l pregio quasi è già tutto perito
e lo valor e ’l poder si desvia.
Oh lasso, or quale dia
fu mai tanto crudel dannaggio audito?
Deo, com’hailo sofrito,
deritto pèra e torto entri ’n altezza?
Altezza tanta élla sfiorata Fiore
fo, mentre ver’ se stessa era leale,
che ritenéa modo imperiale,
acquistando per suo alto valore
provinci’ e terre, press’o lunge, mante;
e sembrava che far volesse impero
sì como Roma già fece, e leggero
li era, c’alcun no i potea star avante.
E ciò li stava ben certo a ragione,
ché non se ne penava per pro tanto,
como per ritener giustizi’° e poso;
e poi folli amoroso
de fare ciò, si trasse avante tanto,
ch’al mondo no ha canto
u’ non sonasse il pregio del Leone.
Leone, lasso, or no è, cl’eo li veo
tratto l’onghie e li denti e lo valore,
e ’l gran lignaggio suo mort’a dolore,
ed en crudel pregion mis’ a gran reo.
E ciò li ha fatto chi? Quelli che sono
de la schiatta gentil sua stratti e nati,
che fun per lui cresciuti e avanzati
sovra tutti altri, e collocati a bono;
e per la grande altezza ove li mise
ennantîr sì, che ’l piagàr quasi a morte;
ma Deo di guerigion feceli dono,
ed el fe’ lor perdono;
e anche el refedier poi, ma fu forte
e perdonò lor morte:
or hanno lui e soie membre conquise.
Conquis’è l’alto Comun fiorentino,
e col senese in tal modo ha cangiato,
che tutta l’onta e ’l danno che dato
li ha sempre, como sa ciascun latino,
li rende, e i tolle il pro e l’onor tutto:
ché Montalcino av’abattuto a forza,
Montepulciano miso en sua fotza,
e de Maremma ha la cervia e ’l frutto;
Sangimignan, Poggiboniz’ e Colle
e Volterra e ’l paiese a suo tene;
e la campana, le ’nsegne e li arnesi
e li onor tutti presi
ave con ciò che seco avea di bene.
E tutto ciò li avene
per quella schiatta che più ch’altra è folle.
e di bona libertà, ove soggiorna
a gran piacer, s’aduce a suo gran danno
sotto signoria fella e malvagia,
e suo signor fa suo grand’ enemico.
A voi che siete ora in Fiorenza dico,
che ciò ch’è divenuto, par, v’adagia;
e poi che li Alamanni in casa avete,
servite-i bene, e faitevo mostrare
le spade lor, con che v’han fesso i visi,
padri e figliuoli aucisi;
e piacemi che lor dobiate dare,.
perché’ebber en ciò fare
fatica assai, de vostre gran monete.
Monete mante e gran gioi’ presentate
ai Conti e a li Uberti e alli altri tutti
ch’a tanto grande onor v’hano condutti,
che miso v’hano Sena in podestate;
80 Pistoia e Colle e Volterra fanno ora
guardar vostre castella a loro spese;
e ’l Conte Rosso ha Maremma e ’l paiese,
Montalcin sta sigur senza le mura;
de Ripafratta temor ha ’l pisano,
e I perogin che Il lago no i tolliate,
e Roma vol con voi far compagnia.
Onor e segnoria
adunque par e che ben tutto abbiate:
ciò che desiavate
potete far, cioè re del toscano.
Baron lombardi e romani e pugliesi
e toschi e romagnuoli e marchigiani,
Fiorenza, fior che sempre rinovella,
a sua corte v’apella,
che fare vol de sé rei dei Toscani,
dapoi che li Alamani
ave conquisi per forza e i Senesi.
a ciascun om che ben ama Ragione,
ch’eo meraviglio w’ trova guerigione,
ca morto no l’ha già corrotto e pianto,
vedendo l’alta Fior sempre granata
e l’onorato antico uso romano
cha certo pèr, crudel forte villano,
s’avaccio ella no è ricoverata:
ché l’onorata sua ricca grandezza
e ’l pregio quasi è già tutto perito
e lo valor e ’l poder si desvia.
Oh lasso, or quale dia
fu mai tanto crudel dannaggio audito?
Deo, com’hailo sofrito,
deritto pèra e torto entri ’n altezza?
Altezza tanta élla sfiorata Fiore
fo, mentre ver’ se stessa era leale,
che ritenéa modo imperiale,
acquistando per suo alto valore
provinci’ e terre, press’o lunge, mante;
e sembrava che far volesse impero
sì como Roma già fece, e leggero
li era, c’alcun no i potea star avante.
E ciò li stava ben certo a ragione,
ché non se ne penava per pro tanto,
como per ritener giustizi’° e poso;
e poi folli amoroso
de fare ciò, si trasse avante tanto,
ch’al mondo no ha canto
u’ non sonasse il pregio del Leone.
Leone, lasso, or no è, cl’eo li veo
tratto l’onghie e li denti e lo valore,
e ’l gran lignaggio suo mort’a dolore,
ed en crudel pregion mis’ a gran reo.
E ciò li ha fatto chi? Quelli che sono
de la schiatta gentil sua stratti e nati,
che fun per lui cresciuti e avanzati
sovra tutti altri, e collocati a bono;
e per la grande altezza ove li mise
ennantîr sì, che ’l piagàr quasi a morte;
ma Deo di guerigion feceli dono,
ed el fe’ lor perdono;
e anche el refedier poi, ma fu forte
e perdonò lor morte:
or hanno lui e soie membre conquise.
Conquis’è l’alto Comun fiorentino,
e col senese in tal modo ha cangiato,
che tutta l’onta e ’l danno che dato
li ha sempre, como sa ciascun latino,
li rende, e i tolle il pro e l’onor tutto:
ché Montalcino av’abattuto a forza,
Montepulciano miso en sua fotza,
e de Maremma ha la cervia e ’l frutto;
Sangimignan, Poggiboniz’ e Colle
e Volterra e ’l paiese a suo tene;
e la campana, le ’nsegne e li arnesi
e li onor tutti presi
ave con ciò che seco avea di bene.
E tutto ciò li avene
per quella schiatta che più ch’altra è folle.
e di bona libertà, ove soggiorna
a gran piacer, s’aduce a suo gran danno
sotto signoria fella e malvagia,
e suo signor fa suo grand’ enemico.
A voi che siete ora in Fiorenza dico,
che ciò ch’è divenuto, par, v’adagia;
e poi che li Alamanni in casa avete,
servite-i bene, e faitevo mostrare
le spade lor, con che v’han fesso i visi,
padri e figliuoli aucisi;
e piacemi che lor dobiate dare,.
perché’ebber en ciò fare
fatica assai, de vostre gran monete.
Monete mante e gran gioi’ presentate
ai Conti e a li Uberti e alli altri tutti
ch’a tanto grande onor v’hano condutti,
che miso v’hano Sena in podestate;
80 Pistoia e Colle e Volterra fanno ora
guardar vostre castella a loro spese;
e ’l Conte Rosso ha Maremma e ’l paiese,
Montalcin sta sigur senza le mura;
de Ripafratta temor ha ’l pisano,
e I perogin che Il lago no i tolliate,
e Roma vol con voi far compagnia.
Onor e segnoria
adunque par e che ben tutto abbiate:
ciò che desiavate
potete far, cioè re del toscano.
Baron lombardi e romani e pugliesi
e toschi e romagnuoli e marchigiani,
Fiorenza, fior che sempre rinovella,
a sua corte v’apella,
che fare vol de sé rei dei Toscani,
dapoi che li Alamani
ave conquisi per forza e i Senesi.
Immanuel Romano
Bisbidis a messer Cane della Scala
Del mondo ho cetcato,
per lungo e per lato,
con caro mercato,
per terra e per mare.
Vedut’ho Soria
in fin Erminia,
e di Romania
gran parte mi pare.
Vedut’ho ’1 Soldano,
per monte e per piano;
e sì del Gran Cano
porfa novellare.
Di quel ch’aggio inteso,
veduto e compreso,
mi sono ora acceso
a volerlo contare:
che pur la corona
ne porta Verona,
per quel che si suona
del dire e del fare.
Desttier e cotrsiere,
masnate e bandiere,
corazze e lamiere
vedrai remutare.
Sentirai poi li giach
che fan quei pedacbh,
giach giach giach giach giach
quando gli odi andare.
Ma pur li tormenti
mi fan li strumenti,
ché mille ne senti
in un punto sonare.
Duduf dududuf
duduf dududuf
duduf dududuf
bandiere sventare.
Qui vengon poi feste,
con le bionde teste:
qui son le tempeste
d’amore e d’amare.
Le donne: — muz muz —.
Le donzelle: — usu usu —.
Le vedove: — sciuvi uu —...
che ti possa annegare!
Poi trovan fantesche
tuttora più fresche
a menar le tresche,
trottare ed ambiare.
L’una fa: — Così? —
E l’altra: — Pur si —.
E l’altra: — Sta qui
chio vo per tornare —.
In quell’acqua chiara,
che *l bel fiume schiara,
la mia donna cara
vertà fa regnare:
ch’Amor è ’n la sala
del Sir de la Scala.
Quivi senza ala
mi parea volare;
ch’io non mi credea
di quel ch’ vedea,
ma pur mi parea
in gran mare stare,
Baroni e Marchesi
di tutti i paesi,
gentili e cortesi
qui veddi arrivare,
Quivi astrologia
con filosofia
e di teologia
udrai disputare.
Quivi Tedeschi
Latini e Franceschi
Fiamenghi e Ingheleschi
insieme parlare;
e fanno un trombombe
che par che rimbombe
a guisa di trombe
che pian vol sonare,
Chitarre e liuti
viole e flauti
voci alt’ed acute,
qui s’odon cantare.
Stututià ifid
stututà ifia
stututià ifid
tamburar, suffolare.
Qui boni cantori
con intonatori
e qui trovatori
udrai concordare.
Quivi si ritrova
mangiatori a prova,
che par cosa nova
a vederli golare.
Intarlatitim
intarlatitim
intarlatitim
ghirbare e danzare.
Li falconi cui cu
li bracchetti gu ga,
li levrieri giu già,
per volersi sfugare.
Qui, con falconieti,
maestri e scudieri,
ragazzi e corrieri,
ciascun per sé andare.
E quanto e quanto
e quanto e quanto
e quanto e quanto
li vedi spaziare!
E P’uno va su
e l’altro va giù:
tal donna ven giù,
che non lassa passare:
— Bisbis bisbidis
bisbis bisbidis
‘ bisbis bisbidis —
l’udrai consigliare.
Quivi babbuini,
romei, peregrini,
giudei, sarracini
vedrai capitare.
“Tatim tatatim
tatim tatatim
tatim tatatim”
sentirai trombettare.
“Baluf balauf
baluf balauf
baluf balauf”
udrai tringuigliare.
Di giù li cavalli,
di su i papagalli,
in la sala i balli
insieme operare.
dudu dududu
“Dudu dududu
dudu dududu”
sentitai naccherare.
Ma quel che più vale
ìe al sir non ne cale)
veder per le scale
taglier trasfugare,
con quel pottinaro
che sta tanto chiaro,
che me’ ne sa fare!
Qui de li ragazzi
vedut’ho sollazzi,
che mai cotal pazzi
non vidi muffare.
Qui non son minazze
ma pugna e mostazze;
e visi con strazze
e occhi ambugliare.
“Gegi gegegi
gegi gegegi
gegi gegegi”
gli uccelli sbernare,
Istruzzi e buovi
selvaggi ritrovi
ed animai novi
quant’uom pò contare.
Qui sono leoni
e gatti mammoni;
e grossi montoni
vedut’ho cozzare.
“Bobò bobobò
bottombò bobò
bobò bottombò
le trombe trombare.
Quivi è un vecchiume
che non vede lume,
che largo costume
gli fa governare:
qui ven poverame
con si fatte brame,
che ’l brodo col rame
si vol trangugiare.
Quivi è una schiera
di bordon di cera
che l’aere la sera
si crede abbruciare.
“Tatam tatatam
tatam tatatam
tatam tatatam”
gli liuti tubare.
Qui son grandi giochi
di molti e di pochi:
con brandon di fochi
vedut’ho giostrare.
Qui vengon villani
con sì fatte mani,
che paiono alani
di Spagna abbaiare.
Quivi son le simie,
con le molte alchimie,
a grattarsi le timie
e voler digrignare;
e d’un riso; — Che c’è?
che c’è? che c’è? c’è?
bhe bhe bhe bhe he —
ogni uomo crepare.
Qui son altri stati
sì ben divisati,
ai
che tra li beati
sen può ragionare;
e questo è ’] Signore
*
con tanto valore,
che ’l suo grande onore
va per terra e mare.
Pietro de’ Faitinelli
per lungo e per lato,
con caro mercato,
per terra e per mare.
Vedut’ho Soria
in fin Erminia,
e di Romania
gran parte mi pare.
Vedut’ho ’1 Soldano,
per monte e per piano;
e sì del Gran Cano
porfa novellare.
Di quel ch’aggio inteso,
veduto e compreso,
mi sono ora acceso
a volerlo contare:
che pur la corona
ne porta Verona,
per quel che si suona
del dire e del fare.
Desttier e cotrsiere,
masnate e bandiere,
corazze e lamiere
vedrai remutare.
Sentirai poi li giach
che fan quei pedacbh,
giach giach giach giach giach
quando gli odi andare.
Ma pur li tormenti
mi fan li strumenti,
ché mille ne senti
in un punto sonare.
Duduf dududuf
duduf dududuf
duduf dududuf
bandiere sventare.
Qui vengon poi feste,
con le bionde teste:
qui son le tempeste
d’amore e d’amare.
Le donne: — muz muz —.
Le donzelle: — usu usu —.
Le vedove: — sciuvi uu —...
che ti possa annegare!
Poi trovan fantesche
tuttora più fresche
a menar le tresche,
trottare ed ambiare.
L’una fa: — Così? —
E l’altra: — Pur si —.
E l’altra: — Sta qui
chio vo per tornare —.
In quell’acqua chiara,
che *l bel fiume schiara,
la mia donna cara
vertà fa regnare:
ch’Amor è ’n la sala
del Sir de la Scala.
Quivi senza ala
mi parea volare;
ch’io non mi credea
di quel ch’ vedea,
ma pur mi parea
in gran mare stare,
Baroni e Marchesi
di tutti i paesi,
gentili e cortesi
qui veddi arrivare,
Quivi astrologia
con filosofia
e di teologia
udrai disputare.
Quivi Tedeschi
Latini e Franceschi
Fiamenghi e Ingheleschi
insieme parlare;
e fanno un trombombe
che par che rimbombe
a guisa di trombe
che pian vol sonare,
Chitarre e liuti
viole e flauti
voci alt’ed acute,
qui s’odon cantare.
Stututià ifid
stututà ifia
stututià ifid
tamburar, suffolare.
Qui boni cantori
con intonatori
e qui trovatori
udrai concordare.
Quivi si ritrova
mangiatori a prova,
che par cosa nova
a vederli golare.
Intarlatitim
intarlatitim
intarlatitim
ghirbare e danzare.
Li falconi cui cu
li bracchetti gu ga,
li levrieri giu già,
per volersi sfugare.
Qui, con falconieti,
maestri e scudieri,
ragazzi e corrieri,
ciascun per sé andare.
E quanto e quanto
e quanto e quanto
e quanto e quanto
li vedi spaziare!
E P’uno va su
e l’altro va giù:
tal donna ven giù,
che non lassa passare:
— Bisbis bisbidis
bisbis bisbidis
‘ bisbis bisbidis —
l’udrai consigliare.
Quivi babbuini,
romei, peregrini,
giudei, sarracini
vedrai capitare.
“Tatim tatatim
tatim tatatim
tatim tatatim”
sentirai trombettare.
“Baluf balauf
baluf balauf
baluf balauf”
udrai tringuigliare.
Di giù li cavalli,
di su i papagalli,
in la sala i balli
insieme operare.
dudu dududu
“Dudu dududu
dudu dududu”
sentitai naccherare.
Ma quel che più vale
ìe al sir non ne cale)
veder per le scale
taglier trasfugare,
con quel pottinaro
che sta tanto chiaro,
che me’ ne sa fare!
Qui de li ragazzi
vedut’ho sollazzi,
che mai cotal pazzi
non vidi muffare.
Qui non son minazze
ma pugna e mostazze;
e visi con strazze
e occhi ambugliare.
“Gegi gegegi
gegi gegegi
gegi gegegi”
gli uccelli sbernare,
Istruzzi e buovi
selvaggi ritrovi
ed animai novi
quant’uom pò contare.
Qui sono leoni
e gatti mammoni;
e grossi montoni
vedut’ho cozzare.
“Bobò bobobò
bottombò bobò
bobò bottombò
le trombe trombare.
Quivi è un vecchiume
che non vede lume,
che largo costume
gli fa governare:
qui ven poverame
con si fatte brame,
che ’l brodo col rame
si vol trangugiare.
Quivi è una schiera
di bordon di cera
che l’aere la sera
si crede abbruciare.
“Tatam tatatam
tatam tatatam
tatam tatatam”
gli liuti tubare.
Qui son grandi giochi
di molti e di pochi:
con brandon di fochi
vedut’ho giostrare.
Qui vengon villani
con sì fatte mani,
che paiono alani
di Spagna abbaiare.
Quivi son le simie,
con le molte alchimie,
a grattarsi le timie
e voler digrignare;
e d’un riso; — Che c’è?
che c’è? che c’è? c’è?
bhe bhe bhe bhe he —
ogni uomo crepare.
Qui son altri stati
sì ben divisati,
ai
che tra li beati
sen può ragionare;
e questo è ’] Signore
*
con tanto valore,
che ’l suo grande onore
va per terra e mare.
Pietro de’ Faitinelli
Immanuel Romano
Se san Pietro e san Paul da l’una parte
Se san Pietro e san Paul da l’una parte,
Mosès ed Aaròn da l’altra stesse,
Macòn e Trivican, ciascun volesse
chio mi rendesse a volontà né a parte;
ciascun di lor me ne pregasse in spatrte:
duro mi pare clio gli ne credesse,
se non da dir a chi me’ mi piacesse:
— Viva chi vince, chio so di sua parte! —
Guelfo né Ghibellin, Nero né Bianco;
a chi piace il color, quel se ne porte:
che ferirò da coda e starò franco.
E mio compar tradimento stia forte:
ch’i’ di voltar mai non mi trovo manco,
aitar ciascun che vince infin a morte.
Mosès ed Aaròn da l’altra stesse,
Macòn e Trivican, ciascun volesse
chio mi rendesse a volontà né a parte;
ciascun di lor me ne pregasse in spatrte:
duro mi pare clio gli ne credesse,
se non da dir a chi me’ mi piacesse:
— Viva chi vince, chio so di sua parte! —
Guelfo né Ghibellin, Nero né Bianco;
a chi piace il color, quel se ne porte:
che ferirò da coda e starò franco.
E mio compar tradimento stia forte:
ch’i’ di voltar mai non mi trovo manco,
aitar ciascun che vince infin a morte.
Jacopone da Todi
De Profundis a papa Bonifazio
O papa Bonifazio, molt’hai iocato al monno:
pensome che ioconno
non te porrai partire!
lassar li sui servente
El monno non ha usato
che a la sceverita se partano gaudente:
non farà lege nova de farnete esente,
che non te dia i presente che dona al suo servire..
Bene lo me pensava che fossi satollato
d’esto malvascio ioco ch’al monno hai conversato;;
ma puoi che tu salisti en officio papato,
essere en tal desire.
non s’acconfé a lo stato
Vizio enveterato
convertese en natura:
de congregar le cose
granne hai avuta cura;
or non ce bastò el leceto a la tua fame dura,
messo t’èi a robbatura
como ascaran rapire.
Pare che la vergogna derieto aggi gettata;
l’alma e lo corpo hai posto
a levar tua casata:
subito è ruinata, e non gli pò fallire.
Como la salamandra se renova nel foco,
cusi par che gli scandali
te sian sollazzo e gioco;
de l’aneme redente par che te curi poco:
ove t’acconci el loco, sapera’lo al partire,
S’alcuno ovescovello pò chevelle pagare,
mittigli lo flagello che lo vol’ degradare;
puoi ’l! mandi al camorlengo che se degga accordare,
e tanto porrà dare che ’l lassarai redire.
Quanno ne la contrata t’aiace alcun castello,
entra frate e fratello;
’n estante mitti screzio
a l’uno el braccio en collo, a l’altro mustre ’l col-
[tello:
si no assente al tuo appello, menaccel de ferire.
Pensete per astuzia lo monno dominare:
che ordene l’un anno, l’altro el vide guastare;
’l monno non è cavallo che se lasse enfrenare,
che ’l possi cavalcare seconno el tuo volire.
Quanno la prima messa da te fo celebrata,
venne una tenebria
en tutta la contrata;
lumera arappicciata:
en santo non remase
tal tempesta è levata là ’ve tu stave a dire.
Reputave te essere lo più sufficiente
de sedere en papato sopre onn’omo vivente:
chiamavi santo Petro che fosse respondente
si esso sapea niente respetto el tuo sapire.
Poniste la tua sedia da parte d’aquilone,
de contra Deo altissimo fo la tua entenzione;
subito hai ruina,
sei preso en tua mascione,
e nullo se trovòne
a poterte guarire,
Lucifero novello a sedere en papato,
lengua de blasfemia che ’l monno hai venenato,
che non se trova spezia, bruttura de peccato,
vergogna è a proferire.
là ’ve tu si’ enfamato
Poneste la tua lengua contra la relione,
a dicer blasfemia senza nulla cascione;
en tanta confusione,
e Deo sì t’ha sommerso
tuo nome a maledire.
che onn’om ne fa canzone
O lengua macellara a dicer villania,
con granne blasfemia,
remproperar vergogne
chi vol altri se sia,
né emperator né rege,
da te non se partia
senza crudel ferire.
O pessima avarizia, sete enduplicata,
bever tanta pecunia,
non esser saziata!
Non ce pensave, misero, a cui l’hai congregata?
ché tal la t’ha robbata che non t’era en pensire.
lance giero rompenno, facenno danza e canto;
70 penso che ’n molto affranto "Deo te deia ponire.
Intro per santo Petro
e per Santa Santoro
mandasti tua fameglia facenno danza e coro:
li pelegrine tutti scandalizzati foro,
maledicenno tuo oro
e te e tuo cavalire.
Pensete per augurio la vita perlongare:
anno, di né ora
omo non pò sperare;
vedem per lo ‘peccato la vita stermenare,
la morte appropinquare, quann’om pensa gaudire.
Non trovo chi recordi nullo papa passato
che ’n tanta vanagloria
esso sia delettato;
par che ’l temor de Deo derieto aggi gettato:
segno è de desperato o de falso sentire.
i. 68. fameglia: séguito; salto: torneo. 70. affranto: tormento;
onire: punire. 71. Santa Santoro: i penetrali della basilica (Sancta
74. tuo cavalire: tuoi cavalieri.
75. per augurio:
anctorum).
con pratiche magiche” (Contini). 76. omo... sperare: non si può
ar conto (omo è impersonale) di avere. 77. stermenare: dissiparsi
80. esso sia: sì
78. appropinquare: avvicinarsi.
iolentemente.
ia. 82. è segno di disperazione o di eresia.
Poesia comica borghese
Rustico di Filippo
pensome che ioconno
non te porrai partire!
lassar li sui servente
El monno non ha usato
che a la sceverita se partano gaudente:
non farà lege nova de farnete esente,
che non te dia i presente che dona al suo servire..
Bene lo me pensava che fossi satollato
d’esto malvascio ioco ch’al monno hai conversato;;
ma puoi che tu salisti en officio papato,
essere en tal desire.
non s’acconfé a lo stato
Vizio enveterato
convertese en natura:
de congregar le cose
granne hai avuta cura;
or non ce bastò el leceto a la tua fame dura,
messo t’èi a robbatura
como ascaran rapire.
Pare che la vergogna derieto aggi gettata;
l’alma e lo corpo hai posto
a levar tua casata:
subito è ruinata, e non gli pò fallire.
Como la salamandra se renova nel foco,
cusi par che gli scandali
te sian sollazzo e gioco;
de l’aneme redente par che te curi poco:
ove t’acconci el loco, sapera’lo al partire,
S’alcuno ovescovello pò chevelle pagare,
mittigli lo flagello che lo vol’ degradare;
puoi ’l! mandi al camorlengo che se degga accordare,
e tanto porrà dare che ’l lassarai redire.
Quanno ne la contrata t’aiace alcun castello,
entra frate e fratello;
’n estante mitti screzio
a l’uno el braccio en collo, a l’altro mustre ’l col-
[tello:
si no assente al tuo appello, menaccel de ferire.
Pensete per astuzia lo monno dominare:
che ordene l’un anno, l’altro el vide guastare;
’l monno non è cavallo che se lasse enfrenare,
che ’l possi cavalcare seconno el tuo volire.
Quanno la prima messa da te fo celebrata,
venne una tenebria
en tutta la contrata;
lumera arappicciata:
en santo non remase
tal tempesta è levata là ’ve tu stave a dire.
Reputave te essere lo più sufficiente
de sedere en papato sopre onn’omo vivente:
chiamavi santo Petro che fosse respondente
si esso sapea niente respetto el tuo sapire.
Poniste la tua sedia da parte d’aquilone,
de contra Deo altissimo fo la tua entenzione;
subito hai ruina,
sei preso en tua mascione,
e nullo se trovòne
a poterte guarire,
Lucifero novello a sedere en papato,
lengua de blasfemia che ’l monno hai venenato,
che non se trova spezia, bruttura de peccato,
vergogna è a proferire.
là ’ve tu si’ enfamato
Poneste la tua lengua contra la relione,
a dicer blasfemia senza nulla cascione;
en tanta confusione,
e Deo sì t’ha sommerso
tuo nome a maledire.
che onn’om ne fa canzone
O lengua macellara a dicer villania,
con granne blasfemia,
remproperar vergogne
chi vol altri se sia,
né emperator né rege,
da te non se partia
senza crudel ferire.
O pessima avarizia, sete enduplicata,
bever tanta pecunia,
non esser saziata!
Non ce pensave, misero, a cui l’hai congregata?
ché tal la t’ha robbata che non t’era en pensire.
lance giero rompenno, facenno danza e canto;
70 penso che ’n molto affranto "Deo te deia ponire.
Intro per santo Petro
e per Santa Santoro
mandasti tua fameglia facenno danza e coro:
li pelegrine tutti scandalizzati foro,
maledicenno tuo oro
e te e tuo cavalire.
Pensete per augurio la vita perlongare:
anno, di né ora
omo non pò sperare;
vedem per lo ‘peccato la vita stermenare,
la morte appropinquare, quann’om pensa gaudire.
Non trovo chi recordi nullo papa passato
che ’n tanta vanagloria
esso sia delettato;
par che ’l temor de Deo derieto aggi gettato:
segno è de desperato o de falso sentire.
i. 68. fameglia: séguito; salto: torneo. 70. affranto: tormento;
onire: punire. 71. Santa Santoro: i penetrali della basilica (Sancta
74. tuo cavalire: tuoi cavalieri.
75. per augurio:
anctorum).
con pratiche magiche” (Contini). 76. omo... sperare: non si può
ar conto (omo è impersonale) di avere. 77. stermenare: dissiparsi
80. esso sia: sì
78. appropinquare: avvicinarsi.
iolentemente.
ia. 82. è segno di disperazione o di eresia.
Poesia comica borghese
Rustico di Filippo
Jolanda Insana
È questa la ricchezza
ho un disturbo d’articolazione
un difetto d’occlusione
chiudo male la bocca
l’occhio mi balla
mi muovo con circospezione
non ho equilibrio né sostegno
non posso portare pesi
neppure la busta del latte
figurarsi di dare un calcio alle cartacce
e se chiedo aiuto mi sento dire
ma che fai? Non hai mica ottant’anni
era la sua unica forma di consolazione
atterrita e villana quanto basta
per trovare uno straccio di protezione
e farmi coraggio
la prossima volta chiamerò
chi non fa oltraggio
conoscendo l’arte dell’indiscrezione
e avendo un’alta concezione della riuscita
e guarita con tutt’e due le arcate combacianti
me ne infischierò delle fregnacce
e prenderò a morsi la vita
è così che affronterò il problema dell’emancipazione
procedendo dal molaggio selettivo
come il dentista sullo scheletrato
non sono la stracciarola
che per piazzare il suo strambello
si enfia e sibila
madonna mia quant’è bello
io strippo e sbuzzo il porcospino
che vuole farsi il giaciglio della mia tana
troppe spine non fanno piumoni
dopo Cernobyl nascono fragole giganti
alberi metà pino e metà abete
agnelli a cinque zampe
bambini con un occhio e senza piedi
deliranti
vigilare disinquinare
restituire il letto ai torrenti
l’acqua agli abbeveratoi
l’erba ai conigli
a questo serve la ricchezza
è questa la ricchezza che serve
altro che fondazione famiglia alternativa
comunità di strafottenti
che giostrando con mazze e catene
stringono al collo il protettore
svègliati e svuota il letamaio
il concime serve per il mangime
con la bocca si fa confessioni per essere salvati
ma è tutto un frastordimento
un fraintendimento di richieste e di offerte
anche la generosità è oscena e la formichina ha
mammella di cammella sgravidata
e volta pesi (...)
un difetto d’occlusione
chiudo male la bocca
l’occhio mi balla
mi muovo con circospezione
non ho equilibrio né sostegno
non posso portare pesi
neppure la busta del latte
figurarsi di dare un calcio alle cartacce
e se chiedo aiuto mi sento dire
ma che fai? Non hai mica ottant’anni
era la sua unica forma di consolazione
atterrita e villana quanto basta
per trovare uno straccio di protezione
e farmi coraggio
la prossima volta chiamerò
chi non fa oltraggio
conoscendo l’arte dell’indiscrezione
e avendo un’alta concezione della riuscita
e guarita con tutt’e due le arcate combacianti
me ne infischierò delle fregnacce
e prenderò a morsi la vita
è così che affronterò il problema dell’emancipazione
procedendo dal molaggio selettivo
come il dentista sullo scheletrato
non sono la stracciarola
che per piazzare il suo strambello
si enfia e sibila
madonna mia quant’è bello
io strippo e sbuzzo il porcospino
che vuole farsi il giaciglio della mia tana
troppe spine non fanno piumoni
dopo Cernobyl nascono fragole giganti
alberi metà pino e metà abete
agnelli a cinque zampe
bambini con un occhio e senza piedi
deliranti
vigilare disinquinare
restituire il letto ai torrenti
l’acqua agli abbeveratoi
l’erba ai conigli
a questo serve la ricchezza
è questa la ricchezza che serve
altro che fondazione famiglia alternativa
comunità di strafottenti
che giostrando con mazze e catene
stringono al collo il protettore
svègliati e svuota il letamaio
il concime serve per il mangime
con la bocca si fa confessioni per essere salvati
ma è tutto un frastordimento
un fraintendimento di richieste e di offerte
anche la generosità è oscena e la formichina ha
mammella di cammella sgravidata
e volta pesi (...)
Jolanda Insana
Malie vermicose
Giakarta brucia
a Hebron è una carneficina
e più di trecento sono i morti sommersi
dove con le fogne e gli escrementi
si scioglie scivola scola il grasso dei potenti
aria acqua terra e fuoco
intossicati affogati terremotati bruciati
il fango di Sarno dispiega la forma
della mente del paese
e mentre si indaga sul magistrato
che denuncia ricatti e confusione
scappa il condannato per mafia bancarotta eversione
nella fossa biologica precipitano i nomi delle cose
e tutti a sciacquarsi le palle con 35 ore sì e 35 ore no
a Hebron è una carneficina
e più di trecento sono i morti sommersi
dove con le fogne e gli escrementi
si scioglie scivola scola il grasso dei potenti
aria acqua terra e fuoco
intossicati affogati terremotati bruciati
il fango di Sarno dispiega la forma
della mente del paese
e mentre si indaga sul magistrato
che denuncia ricatti e confusione
scappa il condannato per mafia bancarotta eversione
nella fossa biologica precipitano i nomi delle cose
e tutti a sciacquarsi le palle con 35 ore sì e 35 ore no
Leonardo Sinisgalli
Lucania
Al pellegrino che s’affaccia ai suoi valichi,
a chi scende per la stretta degli Alburni
o fa il cammino delle pecore lungo le coste della Serra,
al nibbio che rompe il filo dell’orizzonte
con un rettile negli artigli, all’emigrante, al soldato,
a chi torna dai santuari o dall’esilio, a chi dorme
negli ovili, al pastore, al mezzadro, al mercante,
la Lucania apre le sue lande,
le sue valli dove i fiumi scorrono lenti
come fiumi di polvere.
Lo spirito del silenzio sta nei luoghi
della mia dolorosa provincia. Da Elea a Metaponto
sofistico e d’oro, problematico e sottile,
divora l’olio nelle chiese, mette il cappuccio
nelle case, fa il monaco nelle grotte, cresce
con l’erba alle soglie dei vecchi paesi franati.
Il sole sbieco sui lauri, il sole buono
con le grandi corna, l’odoroso paiato,
il sole avido di bambini, eccolo per le piazze!
Ha il passo pigro del bue, e sull’erba,
sulle selci lascia le grandi chiazze
zeppe di larve.
Terra di mamme grasse, di padri scuri
e lustri come scheletri, piena di galli
e di cani, di boschi e di calcare, terra
magra dove il grano cresce a stento
(carosella, granoturco, granofino)
e il vino non è squillante (menta
dell’Agri, basilico del Basento!)
e l’uliva ha il gusto dell’oblio,
il sapore del pianto.
In un’aria vulcanica, fortemente accensibile,
gli alberi respirano con un palpito inconsueto;
le querce ingrossano i ceppi con la sostanza del cielo.
Cumuli di macerie restano intatti per secoli:
nessuno rivolta una pietra per non inorridire.
Sotto ogni pietra, dico, ha l’inferno il suo ombelico.
Solo un ragazzo può sporgersi agli orli
dell’abisso per cogliere il nettare
tra i cespi brulicanti di zanzare
e di tarantole.
Io tornerò vivo sotto le tue piogge rosse,
tornerò senza colpe a battere il tamburo,
a legare il mulo alla porta,
a raccogliere lumache negli orti.
Vedrò fumare le stoppie, le sterpaie,
le fosse, udrò il merlo cantare
sotto i tetti, udrò la gatta
cantare sui sepolcri.
a chi scende per la stretta degli Alburni
o fa il cammino delle pecore lungo le coste della Serra,
al nibbio che rompe il filo dell’orizzonte
con un rettile negli artigli, all’emigrante, al soldato,
a chi torna dai santuari o dall’esilio, a chi dorme
negli ovili, al pastore, al mezzadro, al mercante,
la Lucania apre le sue lande,
le sue valli dove i fiumi scorrono lenti
come fiumi di polvere.
Lo spirito del silenzio sta nei luoghi
della mia dolorosa provincia. Da Elea a Metaponto
sofistico e d’oro, problematico e sottile,
divora l’olio nelle chiese, mette il cappuccio
nelle case, fa il monaco nelle grotte, cresce
con l’erba alle soglie dei vecchi paesi franati.
Il sole sbieco sui lauri, il sole buono
con le grandi corna, l’odoroso paiato,
il sole avido di bambini, eccolo per le piazze!
Ha il passo pigro del bue, e sull’erba,
sulle selci lascia le grandi chiazze
zeppe di larve.
Terra di mamme grasse, di padri scuri
e lustri come scheletri, piena di galli
e di cani, di boschi e di calcare, terra
magra dove il grano cresce a stento
(carosella, granoturco, granofino)
e il vino non è squillante (menta
dell’Agri, basilico del Basento!)
e l’uliva ha il gusto dell’oblio,
il sapore del pianto.
In un’aria vulcanica, fortemente accensibile,
gli alberi respirano con un palpito inconsueto;
le querce ingrossano i ceppi con la sostanza del cielo.
Cumuli di macerie restano intatti per secoli:
nessuno rivolta una pietra per non inorridire.
Sotto ogni pietra, dico, ha l’inferno il suo ombelico.
Solo un ragazzo può sporgersi agli orli
dell’abisso per cogliere il nettare
tra i cespi brulicanti di zanzare
e di tarantole.
Io tornerò vivo sotto le tue piogge rosse,
tornerò senza colpe a battere il tamburo,
a legare il mulo alla porta,
a raccogliere lumache negli orti.
Vedrò fumare le stoppie, le sterpaie,
le fosse, udrò il merlo cantare
sotto i tetti, udrò la gatta
cantare sui sepolcri.
Leonardo Sinisgalli
Rosei del rosa dolce delle case
Rosei del rosa dolce delle case
D’autunno i muratori sopra i tetti
All’aria cantano stretti sull’anca
Docile il piede bianco alle cimase.
Stanno nel cielo in bilico e la voce
Resta sospesa sopra le grondaie
Leggera, chè la voce resta in aria.
D’autunno i muratori sopra i tetti
All’aria cantano stretti sull’anca
Docile il piede bianco alle cimase.
Stanno nel cielo in bilico e la voce
Resta sospesa sopra le grondaie
Leggera, chè la voce resta in aria.
Leonardo Sinisgalli
San Babila
Trascina il vento della sera
Attaccate agli ombrelli a colore
Le piccole fioraie
Che strillano gaie nelle maglie.
Come rondini alle grondaie
Resteranno sospese nell’aria
Le venditrici di dalie
Ora che il vento della sera
Gonfia gli ombrelli a mongolfiera.
Attaccate agli ombrelli a colore
Le piccole fioraie
Che strillano gaie nelle maglie.
Come rondini alle grondaie
Resteranno sospese nell’aria
Le venditrici di dalie
Ora che il vento della sera
Gonfia gli ombrelli a mongolfiera.
Libero Altomare
Sinfonia luminosa
Amo le luci sfrontate
che violentano la morbida Notte
ingemmata, che strappano
tutti i veli dei sogni fluttuanti nell’aria
de la Città assopita;
gli elettrici globuli
che irradiano l’insonnia
nelle sue vene torpide, le innumeri
pupille d’oro sanguinose e vigili
a illuminare i tesori
che ostenta, come una cortigiana,
prima di coricarsi
con un solenne russar
di orologi nascosti.
Ecco: le case
socchiudono le palpebre stridule
de le finestre
da cui traspare e guizza
qualche pupilla ostinata.
è
La Città che riposa, ebbra di sole,
pàlpita luce dai suoi mille cuori
e sgrana per le vie tentacolari
i suoi occulti, simbolici rosari.
— Il torrente di luce esulta e scroscia,
i fari della gioia o dell’angoscia
gridano, chiamano, provocano... —
Sono occhi diabolici in agguato,
esplosioni d’odio e di peccato
che staffilano l’anima
come parole amare,
scrosci di risa, squilli di fanfare;
mentre i fanali snelli ed eguali
si seguono monotoni
come i ritornelli
delle vecchie canzoni marinare.
E voci e suoni hanno
risuonanze fosforiche.
Veicoli erranti, squillanti s’attardano,
galòppano adorni di multicolori collane.
La luce s’effonde dilaga
con spasimi d’orgia:
dai variopinti ritrovi mondani
sprizzano i luminosi
echi delle ribalte.
La luce applaude sè stessa;
canta, sussurra, deride
la luna beghina
che biascica preci al suo sole.
che violentano la morbida Notte
ingemmata, che strappano
tutti i veli dei sogni fluttuanti nell’aria
de la Città assopita;
gli elettrici globuli
che irradiano l’insonnia
nelle sue vene torpide, le innumeri
pupille d’oro sanguinose e vigili
a illuminare i tesori
che ostenta, come una cortigiana,
prima di coricarsi
con un solenne russar
di orologi nascosti.
Ecco: le case
socchiudono le palpebre stridule
de le finestre
da cui traspare e guizza
qualche pupilla ostinata.
è
La Città che riposa, ebbra di sole,
pàlpita luce dai suoi mille cuori
e sgrana per le vie tentacolari
i suoi occulti, simbolici rosari.
— Il torrente di luce esulta e scroscia,
i fari della gioia o dell’angoscia
gridano, chiamano, provocano... —
Sono occhi diabolici in agguato,
esplosioni d’odio e di peccato
che staffilano l’anima
come parole amare,
scrosci di risa, squilli di fanfare;
mentre i fanali snelli ed eguali
si seguono monotoni
come i ritornelli
delle vecchie canzoni marinare.
E voci e suoni hanno
risuonanze fosforiche.
Veicoli erranti, squillanti s’attardano,
galòppano adorni di multicolori collane.
La luce s’effonde dilaga
con spasimi d’orgia:
dai variopinti ritrovi mondani
sprizzano i luminosi
echi delle ribalte.
La luce applaude sè stessa;
canta, sussurra, deride
la luna beghina
che biascica preci al suo sole.
Luciano Erba
Gli incaricati
Il mio compagno di Piazza Aquilea
avvocato, con un soprabito grigio
distinto, dal passo affrettato
non ha età, ha una borsa, un cappello
lo rivedo ogni tanto da quando
ho ripreso l’uso del tram
lo vedo di spalle, è di quelli
che vedo sempre di spalle
fa pensare a una vecchia fotografia
di uno che non sai più chi sia.
Quando scende dal 30/29
alto, o col suo soprabito a vita
quel mio compagno (cominciava per enne)
mi trasmette l’incarico, so io quale
mentre il tram riprende la corsa
sotto 1 platani di un altro viale.
avvocato, con un soprabito grigio
distinto, dal passo affrettato
non ha età, ha una borsa, un cappello
lo rivedo ogni tanto da quando
ho ripreso l’uso del tram
lo vedo di spalle, è di quelli
che vedo sempre di spalle
fa pensare a una vecchia fotografia
di uno che non sai più chi sia.
Quando scende dal 30/29
alto, o col suo soprabito a vita
quel mio compagno (cominciava per enne)
mi trasmette l’incarico, so io quale
mentre il tram riprende la corsa
sotto 1 platani di un altro viale.
Luciano Folgore
Fiamma a gas
Lampione scultore,
scultore di cose mai vedute,
forse ridicolo,
ma pieno di buon umore.
Lampione scultore,
questa notte barili, barili
di vento.
Ubbriacatura completa:
sbattute sul casamento
della tenebra
alto diecimila piani senza lumi,
capitomboli sul selciato,
piruette nel fango,
esercizi di traballamene
sull’elastico sensibile della pioggia.
Lampione scultore,
pel vicolo questa notte
pochissime cose;
un pisciatoio a tettoia
che tu inghiotti e ridai
con mutevole forma di donna,
un carretto abbandonato,
enorme uccello
con ali di ruote,
e un’ombra di cane
o meglio, un lungo cane d’ombra.
Benone scultore,
abbozzatore
e deformatore;
eccoti un uomo filosofo,
mantello nero nero.
L’abbranchi? No.
Soltanto la testa.
Decapitazione superba,
e schiaffi e colpi di luce
sul torso che cammina lo stesso.
Poi gonnelle, gambuccie
e mani fugaci;
famiglie toccate,
mangiate,
digerite nell’enorme budello
del buio,
inseguite sull’angolo;
teste a triangolo,
ricopiate,
rimpastate,
segate sui muri;
padri seri, mamme gravi
trasformati in ridicoli fantocci,
e mezzi visi che se ne vanno,
e occhi chiusi e riaperti
da lancette fulminee di luce.
Infine un ubbriaco:
nera linea spezzata di canti a sghimbescio.
Sosta della tua luce;
acutissima voglia rattenuta.
Quasi quasi...
No, no che passi
unica serietà della notte,
vagabonda pensosità della vita.
Le tue schiere di luce
presentano le armi
sino in fondo al vicolo.
Domani all’alba
l’ultima pisciata di giallo
sul lampionaio impettito,
l’ultima smorfia sotto
gli scappellotti del sole
vilissimo illuminatore
di cose,
contro te, lampione scultore,
creatore di mondi originali
di forme.
scultore di cose mai vedute,
forse ridicolo,
ma pieno di buon umore.
Lampione scultore,
questa notte barili, barili
di vento.
Ubbriacatura completa:
sbattute sul casamento
della tenebra
alto diecimila piani senza lumi,
capitomboli sul selciato,
piruette nel fango,
esercizi di traballamene
sull’elastico sensibile della pioggia.
Lampione scultore,
pel vicolo questa notte
pochissime cose;
un pisciatoio a tettoia
che tu inghiotti e ridai
con mutevole forma di donna,
un carretto abbandonato,
enorme uccello
con ali di ruote,
e un’ombra di cane
o meglio, un lungo cane d’ombra.
Benone scultore,
abbozzatore
e deformatore;
eccoti un uomo filosofo,
mantello nero nero.
L’abbranchi? No.
Soltanto la testa.
Decapitazione superba,
e schiaffi e colpi di luce
sul torso che cammina lo stesso.
Poi gonnelle, gambuccie
e mani fugaci;
famiglie toccate,
mangiate,
digerite nell’enorme budello
del buio,
inseguite sull’angolo;
teste a triangolo,
ricopiate,
rimpastate,
segate sui muri;
padri seri, mamme gravi
trasformati in ridicoli fantocci,
e mezzi visi che se ne vanno,
e occhi chiusi e riaperti
da lancette fulminee di luce.
Infine un ubbriaco:
nera linea spezzata di canti a sghimbescio.
Sosta della tua luce;
acutissima voglia rattenuta.
Quasi quasi...
No, no che passi
unica serietà della notte,
vagabonda pensosità della vita.
Le tue schiere di luce
presentano le armi
sino in fondo al vicolo.
Domani all’alba
l’ultima pisciata di giallo
sul lampionaio impettito,
l’ultima smorfia sotto
gli scappellotti del sole
vilissimo illuminatore
di cose,
contro te, lampione scultore,
creatore di mondi originali
di forme.
Luciano Folgore
Il cinese caricaturista
La luna è morbida
come un cuscino di piume,
le pagode
nascondono gelose,
le tenui cesellature.
In un cespuglio soffice di mimose
Tan-Fu – cinese libero –
fa le caricature.
.... Le case con cento
piccole gambe,
contorte e strambe,
s’incamminano al fiume
giallo,
per lavarsi dal sudiciume
dei secoli.
La carovana
s’imbraca
nel fango,
dietro la tarda lumaca,
d’un oleoso mandarino,
che sventola azzurro
l’ordine
della dinastia di Pechino.
«Cose antiche
nella cornice dei tempi moderni».
Sfoglia i suoi brevi quaderni
d’odore, la rosa.
Un bonzo
con voce lamentosa,
canta da un tempio di porcellana
che s’incappuccia
sopra i bambù.
Al lume di sei lucciole,
diafanamente pure,
Tan-Fu – pittore libero –
abbozza le caricature.
.... Un idolo pieno di fiori,
nero come l’inchiostro,
un mostro
d’ebano
che guarda una trave sorella
marcire
nella pozzanghera bruna.
Traccia il pennello di lacca
col profilo
dell’ironico ingegno:
«La fortuna religiosa
del legno....
La seta è più ricca
e scintilla
di qualche stilla.
Dal forziere dei cieli,
la rugiada,
indiamanta la strada.
Due usignoli in amore,
si scambiano il cuore
con melodico ondulamento,
sui fili telefonici del vento.»
Tan-Fu,
tra le selve,
rigide e scure,
moltiplica vertiginoso
le sue caricature.
.... Una montagna enorme,
che azzurra dorme
nel letto del sole.
Una casetta
perfetta,
con le finestre piccine,
piene di rosse tendine.
Un uomo e una donna
che stillano
nella luce,
goccie di meravigliose parole.
Un’ombra che va celere.
Un profilo che nel buio si culla.
Una linea esigua.
Un punto.
Nulla.
Sotto l’iscrizione vermiglia
«Il cuore che s’assottiglia».
Si stacca un velo d’ombra
e cala a fondo,
un altro annaspa e lo segue
nel gorgo profondo.
L’alba,
chiara,
con la fontana di luce
spruzza di rose
l’impero della porcellana.
Chiude il volume
Tan-Fu;
non disegna più.
È inutile.
Il sole con la matita
lucidamente arguta
ha fatto della Natura
l’unica
l’insuperabile
caricatura.
come un cuscino di piume,
le pagode
nascondono gelose,
le tenui cesellature.
In un cespuglio soffice di mimose
Tan-Fu – cinese libero –
fa le caricature.
.... Le case con cento
piccole gambe,
contorte e strambe,
s’incamminano al fiume
giallo,
per lavarsi dal sudiciume
dei secoli.
La carovana
s’imbraca
nel fango,
dietro la tarda lumaca,
d’un oleoso mandarino,
che sventola azzurro
l’ordine
della dinastia di Pechino.
«Cose antiche
nella cornice dei tempi moderni».
Sfoglia i suoi brevi quaderni
d’odore, la rosa.
Un bonzo
con voce lamentosa,
canta da un tempio di porcellana
che s’incappuccia
sopra i bambù.
Al lume di sei lucciole,
diafanamente pure,
Tan-Fu – pittore libero –
abbozza le caricature.
.... Un idolo pieno di fiori,
nero come l’inchiostro,
un mostro
d’ebano
che guarda una trave sorella
marcire
nella pozzanghera bruna.
Traccia il pennello di lacca
col profilo
dell’ironico ingegno:
«La fortuna religiosa
del legno....
La seta è più ricca
e scintilla
di qualche stilla.
Dal forziere dei cieli,
la rugiada,
indiamanta la strada.
Due usignoli in amore,
si scambiano il cuore
con melodico ondulamento,
sui fili telefonici del vento.»
Tan-Fu,
tra le selve,
rigide e scure,
moltiplica vertiginoso
le sue caricature.
.... Una montagna enorme,
che azzurra dorme
nel letto del sole.
Una casetta
perfetta,
con le finestre piccine,
piene di rosse tendine.
Un uomo e una donna
che stillano
nella luce,
goccie di meravigliose parole.
Un’ombra che va celere.
Un profilo che nel buio si culla.
Una linea esigua.
Un punto.
Nulla.
Sotto l’iscrizione vermiglia
«Il cuore che s’assottiglia».
Si stacca un velo d’ombra
e cala a fondo,
un altro annaspa e lo segue
nel gorgo profondo.
L’alba,
chiara,
con la fontana di luce
spruzza di rose
l’impero della porcellana.
Chiude il volume
Tan-Fu;
non disegna più.
È inutile.
Il sole con la matita
lucidamente arguta
ha fatto della Natura
l’unica
l’insuperabile
caricatura.
Maria Luisa Spaziani
Italia ’92-’93
III
Si domandava, Teresa d’ Avila
tra quelle suore esauste per la fame,
se il denaro, “la cosa indispensabile”
fosse “materia” o “spirito”.
Certi nostri politici in crisi
fra i magistrati e l’ombra delle sbarre,
un po’ angosciati o meno si ponevano
quello stesso dilemma?
Prendevano miliardi alla maniera
del Passatore “per offrirlo ai poveri”,
o cercavano sangue per l’Idea
come ai tempi romantici?
Forse no, forse sì. Hanno scordato
però di dirci quale Idea.
Saremmo loro complici, per poco
che si vedesse chiaro?
Si domandava, Teresa d’ Avila
tra quelle suore esauste per la fame,
se il denaro, “la cosa indispensabile”
fosse “materia” o “spirito”.
Certi nostri politici in crisi
fra i magistrati e l’ombra delle sbarre,
un po’ angosciati o meno si ponevano
quello stesso dilemma?
Prendevano miliardi alla maniera
del Passatore “per offrirlo ai poveri”,
o cercavano sangue per l’Idea
come ai tempi romantici?
Forse no, forse sì. Hanno scordato
però di dirci quale Idea.
Saremmo loro complici, per poco
che si vedesse chiaro?
Maria Luisa Spaziani
La nave per l’Australia
Il gabbiano minuscolo sulla nave che gli somiglia
(un puntino sull’i della chiglia)
per gli emigrati è solo un fazzoletto,
un altro addio che sventola a lungo.
Nei loro occhi a lungo sventolante
per anni durerà: struggente candidezza
contro quel nero di scialli allineati
nel paradiso terrestre della riva che s’allontana.
(un puntino sull’i della chiglia)
per gli emigrati è solo un fazzoletto,
un altro addio che sventola a lungo.
Nei loro occhi a lungo sventolante
per anni durerà: struggente candidezza
contro quel nero di scialli allineati
nel paradiso terrestre della riva che s’allontana.
Marino Moretti
Il giardino della stazione
Giardino della stazione di San Giovanni o San Siro
tutto fiorito all’ingiro di fiori della passione,
chiuso da siepe corrosa di brevi canne sottili
cui s’attorcigliano i fili di bei convolvoli rosa.
Brilla nel mezzo un tranquillo disco di limpida vasca,
oscilla un petalo e casca presso il minuto zampillo;
par che gli zefiri mossi lancin le blande farfalle
su le gaggie, su le palle-di-neve, sui cacti rossi;
che il sole, sceso da un regno d’oro, d’azzurro o d’opale,
entri siccome un mortale dal cancelletto di legno,
mentre la buona stazione che s’alza rosea d’accanto
dice il suo nome di santo quasi con circospezione.
E noi si va chi sa dove, poveri illusi, si va
in cerca di felicità, verso città sempre nuove;
verso l’ignoto e la sera, e invece lì nel giardino
veduta dal finestrino c’è tutta una primavera.
E c’è una gaia fanciulla che ride un riso sereno
e non si cura del treno, e non si cura di nulla.
Giardino della stazione di San Martino o San Celso
con quel cipresso o quel gelso che a lato fa da padrone,
giardino di devozione che ascolti attento e tranquillo
la voce dello zampillo, il rombo del calabrone!
Chi scenderà dal vagone per rimanere ed amare
le tue belle iridi chiare, figlia del capo-stazione?
tutto fiorito all’ingiro di fiori della passione,
chiuso da siepe corrosa di brevi canne sottili
cui s’attorcigliano i fili di bei convolvoli rosa.
Brilla nel mezzo un tranquillo disco di limpida vasca,
oscilla un petalo e casca presso il minuto zampillo;
par che gli zefiri mossi lancin le blande farfalle
su le gaggie, su le palle-di-neve, sui cacti rossi;
che il sole, sceso da un regno d’oro, d’azzurro o d’opale,
entri siccome un mortale dal cancelletto di legno,
mentre la buona stazione che s’alza rosea d’accanto
dice il suo nome di santo quasi con circospezione.
E noi si va chi sa dove, poveri illusi, si va
in cerca di felicità, verso città sempre nuove;
verso l’ignoto e la sera, e invece lì nel giardino
veduta dal finestrino c’è tutta una primavera.
E c’è una gaia fanciulla che ride un riso sereno
e non si cura del treno, e non si cura di nulla.
Giardino della stazione di San Martino o San Celso
con quel cipresso o quel gelso che a lato fa da padrone,
giardino di devozione che ascolti attento e tranquillo
la voce dello zampillo, il rombo del calabrone!
Chi scenderà dal vagone per rimanere ed amare
le tue belle iridi chiare, figlia del capo-stazione?
Mario Lunetta
3 gobbi
Nella storia moderna di questa nostra Italia, che è
così poco nostra e così profondamente loro (di chi, intendo,
non paga mai dazio e impone gabella, alla faccia
di Gesù bambino infreddolito nella mangiatoia), figurano
3 gobbi di rilevanti proporzioni. Si chiamano
Giacomo Leopardi, Antonio Gramsci e Giulio Andreotti.
I primi due, per tanti versi fraterni, sono assolutamente
inapparentabili
con l’altro. Eppure, volendo, su un triangolo tanto sbilenco
si potrebbe costruire una sorta di allegorica Metafisica
della Prigione. L’uomo di Recanati scontò praticamente, senza
battere palpebra, trentanove anni di carcere a vita.
L’uomo di Ales si fece eroicamente undici anni di galera, che
l’aiutarono a crepare come un cane. L’altro ancora vivo
e vegeto, è stato assolto qualche giorno fa da un tribunale della
[Repubblica
da un’imputazione infamante, e ora rilascia interviste spiritose
e gioca a carte con gli amici di sempre. Che Dio lo protegga,
in questo mondo di malandrini. Lunga vita al Senatore. L’Italia
ha ancora bisogno di lui.
così poco nostra e così profondamente loro (di chi, intendo,
non paga mai dazio e impone gabella, alla faccia
di Gesù bambino infreddolito nella mangiatoia), figurano
3 gobbi di rilevanti proporzioni. Si chiamano
Giacomo Leopardi, Antonio Gramsci e Giulio Andreotti.
I primi due, per tanti versi fraterni, sono assolutamente
inapparentabili
con l’altro. Eppure, volendo, su un triangolo tanto sbilenco
si potrebbe costruire una sorta di allegorica Metafisica
della Prigione. L’uomo di Recanati scontò praticamente, senza
battere palpebra, trentanove anni di carcere a vita.
L’uomo di Ales si fece eroicamente undici anni di galera, che
l’aiutarono a crepare come un cane. L’altro ancora vivo
e vegeto, è stato assolto qualche giorno fa da un tribunale della
[Repubblica
da un’imputazione infamante, e ora rilascia interviste spiritose
e gioca a carte con gli amici di sempre. Che Dio lo protegga,
in questo mondo di malandrini. Lunga vita al Senatore. L’Italia
ha ancora bisogno di lui.
Mario Lunetta
Mai più
Sono giornate, queste, di scirocco politico,
di sciocco bolseggiare in una lingua
che sempre meno ci appartiene: achtung, compagni,
attenzione e ancora attenzione: in questo sfiocco
di chiacchiere melliflue o minacciose, affiora
un grumo nero, una pillola di cianuro
truccata col cerone: gibbone ciarlatano e ventriloquo.
Facciamo muro, allora: che sia duro il più possibile,
elastico, reattivo, intelligente: e che ripari
da quest’orgia di niente malandrina, con la sua massa
e la sua ombra, sia ulivi o olivastri; purché, dico,
quest’intruglio di melassa non plastifichi
la parola e l’azione comunista.
Dico, compagni, che sì, siamo gente veloce,
veloce ancora, anche con tutti i suoi anni
che anni buoni davvero quasi mai sono stati; gente
che alza la voce pure con tutti 1 suoi malanni;
gente che non si fa mettere in croce, ormai,
e MAI PIÙ,
dai fascisti e dai loro attaccapanni.
di sciocco bolseggiare in una lingua
che sempre meno ci appartiene: achtung, compagni,
attenzione e ancora attenzione: in questo sfiocco
di chiacchiere melliflue o minacciose, affiora
un grumo nero, una pillola di cianuro
truccata col cerone: gibbone ciarlatano e ventriloquo.
Facciamo muro, allora: che sia duro il più possibile,
elastico, reattivo, intelligente: e che ripari
da quest’orgia di niente malandrina, con la sua massa
e la sua ombra, sia ulivi o olivastri; purché, dico,
quest’intruglio di melassa non plastifichi
la parola e l’azione comunista.
Dico, compagni, che sì, siamo gente veloce,
veloce ancora, anche con tutti i suoi anni
che anni buoni davvero quasi mai sono stati; gente
che alza la voce pure con tutti 1 suoi malanni;
gente che non si fa mettere in croce, ormai,
e MAI PIÙ,
dai fascisti e dai loro attaccapanni.
Mario Lunetta
Piano-sequenza
si vede un albero dipinto che si spande
come un’ombra luminosa su tutta la parete
fino al soffitto. si vede inoltre un pesce finto
sul tavolo, e facce liete e amare di donne
africane. si ode un cane guaire
per solitudine e per fame.
si vede una borsa gonfia di chissaché
(forse di pane, o d’oro)
in bilico sul davanzale, in uno stridio
infernale di corvi che irrompe
dalla finestra, e frantuma le fiale, nega
la volontà di Dio.
si vede ancora una scala metallica grigia,
atletica,
che sale come un gatto
lungo le pareti esterne del fabbricato
deperito: ed è, nel suo matto impennarsi, uno
iato di cielo.
si vede in velocità il fiume Brenta, stretto
e verde, di un verde marcio quasi angoscioso
sotto un sole salato, la campagna piatta, le case
rosa con tetti rossi spioventi, in questa
disfatta piaga di tramonto; e pioppi, lecci,
salici, acacie: come
in un disegno ordinato su una plaga lontana, con
precisione maniacale, a protezione, a chiusura
dei coltivi. è bello, malgrado tutto,
essere vivi.
si vedono un momento cinque aerei che in un rombo
annichiliscono la campagna: e un attimo dopo,
argentei e cerei, sono sui grattacieli
di Lugano.
si vede uno che non ode niente,
e poi un braccio ingessato,
una collana di corallo, una bocca che ride,
il silenzio è ora quello di un lago
di notte. se c’è qualcuno che mente,
lo dica. sotto a chi tocca.
come un’ombra luminosa su tutta la parete
fino al soffitto. si vede inoltre un pesce finto
sul tavolo, e facce liete e amare di donne
africane. si ode un cane guaire
per solitudine e per fame.
si vede una borsa gonfia di chissaché
(forse di pane, o d’oro)
in bilico sul davanzale, in uno stridio
infernale di corvi che irrompe
dalla finestra, e frantuma le fiale, nega
la volontà di Dio.
si vede ancora una scala metallica grigia,
atletica,
che sale come un gatto
lungo le pareti esterne del fabbricato
deperito: ed è, nel suo matto impennarsi, uno
iato di cielo.
si vede in velocità il fiume Brenta, stretto
e verde, di un verde marcio quasi angoscioso
sotto un sole salato, la campagna piatta, le case
rosa con tetti rossi spioventi, in questa
disfatta piaga di tramonto; e pioppi, lecci,
salici, acacie: come
in un disegno ordinato su una plaga lontana, con
precisione maniacale, a protezione, a chiusura
dei coltivi. è bello, malgrado tutto,
essere vivi.
si vedono un momento cinque aerei che in un rombo
annichiliscono la campagna: e un attimo dopo,
argentei e cerei, sono sui grattacieli
di Lugano.
si vede uno che non ode niente,
e poi un braccio ingessato,
una collana di corallo, una bocca che ride,
il silenzio è ora quello di un lago
di notte. se c’è qualcuno che mente,
lo dica. sotto a chi tocca.
Mario Luzi
È Italia, Italia vera
È Italia, Italia vera
O una sua reminiscenza
un suo presagio... Sfuma
quel velario
di pioggia
di là da Catanzaro
il profilo di alti monti,
l’accompagna
nel suo scendere a mare
fino ai sassi, alle conchiglie,
all’aperto ultimo lembo
della rapida costiera,
le cela il dileguarsi
del profondissimo orizzonte.
È Italia, sì, la pena non si attenua,
il dolore non decresce...
Si aggira,
ne scava aria
millenaria e gloria,
astiosa, invisa a se medesima
una fiera
sofferenza ereditaria.
È Italia
vera e Grecia
e molte cose ancora
che il retaggio
abbaglia ma intanto non appaga,
rimorde anzi, tortura:
difficile armonia
della morte con la memoria
e loro agonia con l’invincibile natura.
O una sua reminiscenza
un suo presagio... Sfuma
quel velario
di pioggia
di là da Catanzaro
il profilo di alti monti,
l’accompagna
nel suo scendere a mare
fino ai sassi, alle conchiglie,
all’aperto ultimo lembo
della rapida costiera,
le cela il dileguarsi
del profondissimo orizzonte.
È Italia, sì, la pena non si attenua,
il dolore non decresce...
Si aggira,
ne scava aria
millenaria e gloria,
astiosa, invisa a se medesima
una fiera
sofferenza ereditaria.
È Italia
vera e Grecia
e molte cose ancora
che il retaggio
abbaglia ma intanto non appaga,
rimorde anzi, tortura:
difficile armonia
della morte con la memoria
e loro agonia con l’invincibile natura.
Mario Luzi
Passata Siena, passato il ponte
Passata Siena, passato il ponte d’ Arbia,
è lei, terra di luce
che sempre, anche lontano,
inseparabilmente mi accompagna.
- Grazie, matria,
per questi tuoi bruciati
saliscendi, per questi
aspri Celimonti
a cui, calati al fondo,
d’un balzo ci levi alti,
per questo nostro errare nel tuo grembo
sbattuti tra materia
e luce, tra natura e sogno,
sbattuti contemporaneamente
eppure aguzzi
come freccia verso il bersaglio,
non negarmi mai il mio ritorno,
da dove che sia aprigli il tuo regno,
fosse pure il trascorrere di un’ombra
dal nulla al nulla, fluisca sopra il tuo schermo.
Questo era il mio viaggio
Mio? di lei?
Era, comunque. Era.
è lei, terra di luce
che sempre, anche lontano,
inseparabilmente mi accompagna.
- Grazie, matria,
per questi tuoi bruciati
saliscendi, per questi
aspri Celimonti
a cui, calati al fondo,
d’un balzo ci levi alti,
per questo nostro errare nel tuo grembo
sbattuti tra materia
e luce, tra natura e sogno,
sbattuti contemporaneamente
eppure aguzzi
come freccia verso il bersaglio,
non negarmi mai il mio ritorno,
da dove che sia aprigli il tuo regno,
fosse pure il trascorrere di un’ombra
dal nulla al nulla, fluisca sopra il tuo schermo.
Questo era il mio viaggio
Mio? di lei?
Era, comunque. Era.