Torquato Tasso

Torquato Tasso

1544–1595 · visse 51 anni IT IT

n. 1544-03-11, Sorrento · m. 1595-04-25, Roma

Amarilli

Amarilli, s’io te miro,
miro il sol degli occhi miei:
tanto bella e vaga sei
ch’io per altra non sospiro.

Se tu ridi, il dolce riso
m’apre il ciel di primavera:
o sei cruda o lusinghiera,
sempre ho innanzi il tuo bel viso.
sento un’aura in mezzo aprile,
IO
sì soave, sì gentile,
che fa dolce il mio tormento.
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Poesie

17

Amarilli

Amarilli, s’io te miro,
miro il sol degli occhi miei:
tanto bella e vaga sei
ch’io per altra non sospiro.

Se tu ridi, il dolce riso
m’apre il ciel di primavera:
o sei cruda o lusinghiera,
sempre ho innanzi il tuo bel viso.
sento un’aura in mezzo aprile,
IO
sì soave, sì gentile,
che fa dolce il mio tormento.

Da La Gerusalemme Liberata (Canto XV, Ottave 55-66)

I cavalier per l’alta aspra salita
sentìansi alquanto affaticati e lassi;
onde ne gìan per quella via fiorita
lenti or movendo ed or fermando i passi:
quando ecco un fonte, che a bagnar gl’invita
l’asciutte labbia, alto cader da’ sassi
e da una larga vena, e con ben mille
zampilletti spruzzar l’erbe di stille.

Ma tutta insieme poi tra verdi sponde
in profondo canal l’acqua s’aduna;
e sotto l’ombra di perpetue fronde
mormorando sen va gelida e bruna,
ma trasparente sì, che non asconde
de l’imo letto suo vaghezza alcuna:
e sovra le sue rive alta s’estolle
l’erbetta, e vi fa seggio fresco e molle.

«Ecco il fonte del riso, ed ecco il rio
che mortali perigli in sé contiene;
or qui tener a fren nostro desio,
ed esser cauti molto a noi conviene;
chiudiam l’orecchie al dolce canto e rio
di queste del piacer false Sirene;
così n’andrem sin dove il fiume vago
si spande in maggior letto, e forma un lago.»

Quivi di cibi prezïosa e cara
apprestata è una mensa in su le rive:
e scherzando sen van per l’acqua chiara
due donzellette garrule e lascive,
ch’or si spruzzano il vólto, or fanno a gara
chi prima a un segno destinato arrive:
si tuffano talora, e ’l capo e ’l dorso
scopron al fin dopo il celato corso.

Mosser le natatrici ignude e belle
de’ duo guerrieri alquanto i duri petti,
sì che fermârsi a riguardarle; ed elle
seguìan pur i lor giuochi e i lor diletti.
Una in tanto drizzossi, e le mammelle
e tutto ciò che più la vista alletti
mostrò, dal seno in suso, aperto al cielo,
e ’l lago a l’ altre membra era un bel velo.

Qual matutina stella da l’onde
rugiadosa e stillante; o come fuore
spuntò, nascendo già da le feconde
spume de l’oceàn, la dea d’amore;
tal apparve costei; tal le sue bionde
chiome stillavan cristallino umore.
Poi girò gli occhi, e pur allor s’infinse
que’ duo vedere, e in sé tutta si strinse:

e ‘l crin, ch’in cima al capo avea raccolto
in un sol nodo, immantinente sciolse,
che lunghissimo in giù cadendo e folto,
d’un aureo manto i molli avori involse.
Oh che vago spettacolo è lor tolto!
Ma non men vago fu chi loro il tolse.
Così da l’acque e da’ capelli ascosa
a lor si volse lieta e vergognosa.

Rideva insieme, e insieme ella arrossìa;
ed era nel rossor più bello il riso,
e nel riso il rossor che le coprìa
in sino al mento il delicato viso.
Mosse la voce poi sì dolce e pia,
che fôra ciascun altro indi conquiso:
«Oh fortunati peregrin, cui lice
giungere in questa sede alma e felice!

Questo è il porto del mondo; e qui è il ristoro
de le sue noie, e quel piacer si sente
che già sentì ne’ secoli de l’oro
l’antica e senza fren libera gente.
L’arme, che sin a qui d’uopo vi fôro,
potete omai depor securamente,
e sacrarle in quest’ombra a la quïete:
ché guerrier qui solo d’Amor sarete;

E dolce campo di battaglia il letto
fiavi, e l’erbetta morbida de’ prati.
Noi menaremvi anzi il regale aspetto
di lei che qui fa i servi suoi beati,
che v’accôrrà nel bel numero eletto
di quei ch’a le sue gioie ha destinati.
Ma pria la polve in queste acque deporre
vi piaccia, e ‘l cibo a quella mensa tôrre».

L’una disse così: l’altra concorde
l’ ’invito accompagnò d’atti e di sguardi,
sì come al suon de le canore corde
s’accompagnano i passi or presti or tardi.
Ma i cavalieri hanno indurate e sorde
l’alme a que’ vezzi perfidi e bugiardi;
e ’l lusinghiero aspetto e ’l parlar dolce
di fuor s’aggira, e solo i sensi molce.

E se di tal dolcezza entro transfusa
parte penètra, onde il desio germoglie,
tosto ragion, ne l’arme sue rinchiusa,
sterpa e riseca le nascenti voglie.
L’una coppia riman vinta e delusa;
l’altra sen va, né pur congedo toglie.
Essi entrâr nel palagio: esse ne l’acque
tuffârsi; la repulsa a lor sì spiacque.

Dall’ Aminta

Stimi dunque nemico
il monton de l’agnella?
de la giovenca il toro?
Stimi dunque nemico
il tortore a la fida tortorella?
Stimi dunque stagione
di nimicizia e d’ira
la dolce primavera,
ch’or allegra e ridente
riconsiglia ad amare
il mondo e gli animali
e gli uomini e le donne? e non t’accorgi
come tutte le cose
or sono innamorate
d’un amor pien di gioia e di salute?
Mira là quel colombo
con che dolce susurro lusingando
bacia la sua compagna.
Odi quell’usignuolo
che va di ramo in ramo
cantando: Io amo, io amo; e, se no ’l sai,
la biscia lascia il suo veleno e corre
cupida al suo amatore;
van le tigri in amore;
ama il leon superbo; e tu sol, fiera
più che tutte le fere,
albergo gli dineghi nel tuo petto.
Ma che dico leoni e tigri e serpi,
che pur han sentimento? amano ancora
gli alberi. Veder puoi con quanto affetto
e con quanti iterati abbracciamenti
la vite s’avviticchia al suo marito;
l’abete ama l’abete, il pino il pino,
l’orno per l’ orno e per la salce il salce
e l’un per l’altro faggio arde e sospira.
Quella quercia, che pare
sì ruvida e selvaggia,
sent’anch’ella il potere
de l’amoroso foco; e, se tu avessi
spirto e senso d’amore, intenderesti
i suoi muti sospiri. Or tu da meno
esser vuoi de le piante,
per non esser amante?
Cangia, cangia consiglio,
pazzarella che sei.

Dalla prigione

Sposa regal, già la stagion ne viene
che gli accorti amatori a’ balli invita,
e ch’essi a° rai di luce alma e gradita
veglian le notti gelide e serene.

Del suo fedel già le secrete pene
nei casti orecchi è di raccorre ardita
la verginella e lui tra morte e vita
soave inforsa e in dolce guerra il tiene.

Suonano i gran palagi e i tetti adorni
di canto; io sol di pianto il carcer tetro
fo risonar. Questa è la data fede?
Son questi i miei bramati alti ritorni?
Lasso! dunque prigion, dunque feretro
chiamate voi pietà, Donna, e mercede?

Di nettare amoroso

Di nettare amoroso ebro la mente,
rapto fui, né so come, in chiusa chiostra,
e due belle d’Amor guerriere in giostra
vidi con l’arme ond’egli è sì possente;

vidi che in dolce arringo alteramente
fêr pria di lor beltà leggiadra mostra,
poi movendosi incontra ove s’innostra
la bocca si ferîr di bacio ardente.

Suonâr le labbra e vi restaro i segni
de’ colpi impressi. Amor, deh, perché a vóto
tant’arme e tai percosse usar da scherzo?

Provinsi in vera pugna e non si sdegni
scontro d’amante. Amor, me, tuo devoto,
opponi a Luna o fra le due fa’ terzo.

Erminia dinanzi al campo cristiano

(Canto vi)

CIII

Era la notte e ’l suo stellato velo
chiaro spiegava e senza nube alcuna;
e già spargea rai luminosi e gelo
di vive perle la sorgente luna.
L’innamorata donna iva col cielo
le sue fiamme sfogando ad una ad una;
e secretarj del suo amore antico
fea i muti campi e quel silenzio amico.

CIV

Poi, rimirando il campo, ella dicea:
“O belle agli occhi miei tende latine!
Aura spira da voi che mi ricrea
e mi conforta pur che m’avvicine:
così a mia vita combattuta e rea
qualche onesto riposo il ciel destine,
come in voi solo il cerco, e solo parmi
che trovar pace io possa in mezzo a l’armi.”

Gerusalemme liberata, canto III

Già l’aura messaggiera erasi desta
A nunziar che se ne vien l’aurora:
Ella intanto s’adorna, e l’aurea testa
Di rose, colte in Paradiso, infiora;
Quando il campo, ch’ all’arme omai s’appresta,
In voce mormorava alta e sonora,
E prevenia le trombe: e queste poi
Dier più lieti e canori i segni suoi.

II.

Il saggio Capitan con dolce morso
I desiderj lor guida e seconda:
Chè più facil saria svolger il corso
Presso Cariddi alla volubil’onda,
O tardar Borea, allor che scuote il dorso
Dell’Apennino, e i legni in mare affonda.

Il principio della gerusalemme liberata

Canto l’armi pietose e "I Capitano
che ’l gran sepolcro liberò di Cristo:
molto egli oprò col senno e con la mano;
molto soffrì nel glorioso acquisto:
e invan l’inferno a lui s’oppose e invano
s’armò d’Asia e di Libia il popol misto;
chè il ciel gli diè favore, e sotto i santi
segni ridusse i suoi compagni erranti.
I”
O Musa, tu che di caduchi allori
non circondi la fronte in Elicona,
ima su nel cielo infra i beati cori
hai di stelle immortali aurea corona,
tu spira al petto mio celesti ardori,
tu rischiara il mio canto e tu perdona
se intesso fregi al ver, se adorno in parte
d’altri diletti che de’ tuoi le carte.

pesi

Sai che là corre il mondo ove più versi
di sue dolcezze il lusinghier Parnaso;
e che il vero condito in molli versi,
i più schivi allettando ha persuaso:
così all’egro fanciul porgiamo asperso
di soave licor gli orli del vaso:
succhi amari ingannato intanto ei beve,
e dall’inganno suo vita riceve.

Io mi credea

Io mi credea sotto un leggiadro velo
trovar inerme e giovenetta donna,
tenera a’ prieghi, o pur in treccia e ’n gonna,
come era allor che parvi al sol di gelo:

ma, scoperto l’ardor ch’a pena io celo
e ’l possente desio ch’in me s’indonna,
s’indurò come suole alta colonna
o scoglio o selce al più turbato cielo.

E lei, d’un bel diaspro avvolta, io vidi
di Medusa mostrar l’aspetto e l’arme,
tal ch’i’ divenni pur gelato e roco;

e dir voleva, e non volea ritrarme,
mentre era fuori un sasso e dentro un foco:
spetrami, o donna, in prima, e poi m’ancidi.

Lvih

L’un l’altro guarda, e del suo corpo esangue
sul pomo della spada appoggia il peso.
Già dell’ultima stella il raggio langue
al primo albor ch’è in oriente acceso.
Vede Tancredi in maggior copia il sangue
del suo nemico, e sè non tanto offeso.
Ne gode e superbisce. Oh nostra folle
mente, ch’ogni aura di fortuna estolle!

LIX

Misero, di che godi? Oh quanto mesti
fiano i trionfi ed infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)
di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.
Così tacendo e rimirando, questi
sanguinosi guerrier posaro alquanto.
Ruppe il silenzio alfin Tancredi, e disse,
perchè il suo nome a lei l’altro scoprisse:

LX

“Nostra sventura è ben che qui s’impieghi
tanto valor, dove silenzio il copra.
Ma, poichè sorte rea vien che ci neghi
e lode e testimon degno dell’opra,
pregoti (se fra l’arme han loco i preghi)
Risponde la feroce: “ Indarno chiedi
quel ch’ho per uso di non far palese.
Ma chiunque io mi sia, tu innanzi vedi
un di que’ duo che la gran torre accese.”
Arse di sdegno a quel parlar Tancredi,
e “In mal punto,” il dicesti, indi riprese:
“Il tuo dir e il tacer di par m’alletta,
barbaro discortese, alla vendetta.”

LX

Torna l’ira ne’ coti, e li trasporta,
benchè debili in guerra. Oh fera pugna!
U” l’arte in bando, w già la forza è morta,
ove invece d’entrambi il furor pugna.
Oh che sanguigna e spaziosa porta
fa l’una e l’altra spada, ovunque giugna,
nell’armi e nelle carni! e se la vita
non esce, sdegno tienla al petto unita.

LXIV

Ma ecco omai l’ora fatale è giunta
che il viver di Clorinda al suo fin deve.
Spinge egli il ferro nel bel sen di punta,
che vi s’immerge, e il sangue avido beve;
e la vesta, che d’or vago trapunta
le mammelle stringea tenera e leve,
l’empie d’un caldo fiume. Ella già sente
morirsi; e il piè le manca egro e languente.

LXXXV
Quel segue la vittoria, e la trafitta
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta
movendo, disse le parole estreme:
parole ch’a lei novo un spitrto ditta,
spirto di fè, di carità, di speme;
virtù ch’or Dio le infonde; e se rubella
in vita fu, la vuole in morte ancella.

LXVI

“ Amico, hai vinto: io ti perdon . . . ; perdona
tu ancora: al corpo no, che nulla pave,
all’alma sì: deh! per lei prega; e dona
battesmo a me ch’ogni mia colpa lave.”
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch’al cor gli serpe, ed ogni sdegno ammorza
e gli occhi a lagrimar gl’invoglia e sforza.

LXVII

Poco quindi lontan nel sen del monte
scaturìa mormorando un picciol rio.
Egli v’accorse e l’elmo empiè nel fonte,
e tornò mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sentì la man mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprìo.
La vide, e la conobbe e restò senza
e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!

LXVIII
Non morì già; che sue virtuti accolse
tutte in quel punto, e in guardia al cor le mise:
e, premendo il suo affanno, a dar si volse
vita con l’acqua a chi col ferro uccise.
Mentre egli il suon de’ sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise;
e, in atto di morir lieto e vivace,
dir parea: “ S’apre il cielo; io vado in pace.”

LXIX

D’un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come a gigli sarìan miste viole;
e gli occhi al cielo affisa; e in lei converso
sembra per la pietate il cielo e il sole:
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero, invece di parole
gli dà pegno di pace. In questa forma
passa la bella donna, e par che dorma.

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