Giovanni Raboni

Giovanni Raboni

Ah no, non a un filo

Ah no, non a un filo soltanto
era attaccata la mia vita
ma al buffo intrico ch’era vanto
déll’infermiera vietnamita

e goccia dopo goccia intanto
che pareggiava la partita
del molto sangue dentro sparso
per delega della ferita

di taglio e punta a un altro male
così silenzioso che anch’io
fui quasi per crederlo un bene

versava in più nelle mie vene
il cocktail di plasma e d’oblio
d’una triaca trionfale.
Leggi la poesia completa

Poesie

26

Ah no, non a un filo

Ah no, non a un filo soltanto
era attaccata la mia vita
ma al buffo intrico ch’era vanto
déll’infermiera vietnamita

e goccia dopo goccia intanto
che pareggiava la partita
del molto sangue dentro sparso
per delega della ferita

di taglio e punta a un altro male
così silenzioso che anch’io
fui quasi per crederlo un bene

versava in più nelle mie vene
il cocktail di plasma e d’oblio
d’una triaca trionfale.

Ah, le tue scollature

Ah, le tue scollature: immaginare
la cosa che non pare,
la brusca, invisibile ascesa.

Città dall’alto

Queste strade che salgono alle mura
non hanno orizzonte, vedi: urtano un cielo
bianco e netto, senz’alberi, come un fiume che volta. Da qui
[alle processioni
dei signori e dei cani
che recano guinzagli, stendardi
reggendosi la coda
ci saranno novanta passi, cento, non più: però più giù, nel fondo
[della città
divisa in quadrati (puoi contarli) e dolce
come un catino... e poco più avanti
la cattedrale, di cinque ordini sovrapposti: e proseguendo
a destra, in diagonale, per altri
trenta o quaranta passi – una spanna: continua a leggere
come in una mappa – imbrocchi in pieno l’asse della piazza
costruita sulle rocciose fondamenta del circo
romano
grigia ellisse quieta dove
dormono o si trascinano enormi, obesi, ingrassati
come capponi, rimpinzati a volontà
di carni e borgogna purché non escano dalla piazza! i poveri
della città. A metà tra i due fuochi
lì, tra quattrocento anni
impiantano la ghigliottina.

Come cieco, con ansia...

Come cieco, con ansia, contro
il temporale e la grandine, una
dopo l’altra chiudevo
sette finestre.
Importava che non sapessi quali.
Solo all’alba, tremando,
con l’orrenda minuzia di chi si sveglia o muore,
capisco che ho strisciato
dentro il solito buio,
via San Gregorio primo piano.
Al di qua dei miei figli,
di poter dare o prendere parola.

Contestazione

Una, improvvisamente
s’alza dal letto dicendo
«questo non si può fare». E s’agita, tira fuori
roba dai cassetti nello spazio impiccato
tra comò e attaccapanni, a momenti
fa cadere la lampada, il catino – e
fiera nelle sue scarpe davanti allo specchio
dove affiora la nebbia, ogni
tanto toccandoli col palmo della mano infonde
il fissatore-insetticida sui capelli.

Da Canzonette mortali

Da Canzonette mortali
RI
Un giorno o l’altro ti lascio, un giorno
dopo l’altro ti lascio, anima mia.
Per gelosia di vecchio, per paura
di perderti — o perché
avrò smesso di vivere, soltanto.
Però sto fermo, intanto,
come sta fermo un ramo
su cui sta fermo un passero, m’incanto...

*
Non questa volta, non ancora.
Quando ci scivoliamo dalle braccia
è solo per cercare un altro abbraccio,
quello del sonno, della calma — e c’è
come fosse per sempre
da pensare al riposo della spalla,
da aver riguardo per i tuoi capelli.

Da Lista di Spagna

*
L’amore
lasciato lì con le zampe
che si muovono ancora, che vorrebbero
correre, arrampicarsi chissà dove...

*
Diranno: doveva capitare
qui, tra cari fantasmi,
tra specchi amari...
Ma se non uscivamo quasi mai,
se nemmeno aprivamo la finestra.

se
Il caffè non bevuto
aspettando il tuo sorgere di luna,
il tuo spavaldo, timido oscillare
sui tacchi, controluce.

*
Le nostre rade uscite
a notte fonda, cauti, perlustrando
ogni scorcio di calle, ogni cantone
di ponte... E sùbito la folla
che ci spintona, il biondo
che ti saluta, il mendicante cieco
che si volta a guardarti. È giorno pieno.

Da A TANTO CARO SANGUE

Da qualche anno cerco

Da qualche anno cerco di invecchiare
anche per suo conto, una primavera,
un’estate dopo l’altra — lui che era
tutto vista e tatto, lui che a mangiare

metteva tanta anima... o annusava
l’aria, invece, come una spezia, come
un cane drogato la droga... o un nome,
al suono d’un nome sacrificava

ogni altra gioia — lui anzi loro, vite
esiliate prima del giusto, prima
di me, appollaiate sulla cima,
che sbanda, della mia vita, più unite

adesso di prima su questa zattera
scricchiolante, gremita d’invisibile...

Dalla mia finestra

Eh, le misure della notte, l’ambiguo
lume di luna che confonde
il protocollo dei marmi, l’ombra che ravviva
gli strombi delle finestre, le profonde
gole dei cornicioni
scampati (ancora per poco) al viceregno
delle imprese, al morso dei capitali
premiati col sette, sette e mezzo per cento mentre sai, con la
[campagna
è già tanto se copri le tue spese...

Dolore

Tu e le tue fissazioni! mi vien voglia
di rinfacciarti le mie piaghe,
quelle sì cancrenose, immedicabili...
Ma no, sbaglio. Non io, tu sei l’erede
d’una sacra penuria,
te e i tuoi da sempre ha saccheggiato il cielo.
C’è più tristezza nel tuo lutto
per un gioco perduto, per una bambola squartata
che nel mio per il novero dei morti
che colleziono da una vita.
È più giusta, ha più stoffa la tua pena.
E intanto non riesco a consolarti,
mio affamato, tremante, altero amore!
Non rispondi, mi guardi
come, ma sì, come un nemico di classe
se cerco di distrarti,
se ti ricatto con la tenerezza...
Ma credimi, tesoro, che non voglio rubartelo
l’osso del tuo dolore.

Farsi radice, stipite

Farsi radice, stipite, reliquia
verde occultamente se non si può
più essere foglia o fiore, forse so
che è proprio lì, in quella dolcezza attigua

alla morte ma da lei infinita
mente indifferente, lì in quel segreto
di Pulcinella che diventa lieto
il lento crepuscolo della vita

dei bambini. Sta’ buono, mi ripeto,
dimentica per sempre la fatica
di crescere, di chiamarti, l’antica
fissazione di resistere all’impeto

della luce e dell’aria, pensa solo
a leccare ogni goccia del consòlo.

Libri

7

Commenti (0)

Condividi
Accedi per pubblicare un commento.

Ancora nessun commento. Sia il primo a commentare.