Figure nel parco
E dire che ci sono
curve spaziose in questi viali, siepi
basse o trasparenti...
Con la mia vista (poca) mi domando
come faccio a vederli. Chi lo sa. Sbucano dal fondo,
dall’alto,
da dietro le targhe delle piante rare
muovendosi cauti, silenziosi, la cravatta annodata con cura,
le corna piene di muschio, a coda bassa.
Non domandano non dicono l’ora
ai comuni passanti.
Sfilano, cacciando, sull’orlo dello stagno.
Povera strega, poveraccia, ripeteva lisciandosi i baffi,
i capelli, aggiustando con cura la cravatta,
in cuor suo ridendo per la di lei caduta nello stagno.
Sulla panchina piega minuziosamente
mutande, bende, accomoda la stampella,
apre e chiude cartocci di ghiaia e di supposte,
pronto a farsi redimere o scannare.
Alta cm. 105 ma
in grado di far rotolare una botte con un ramo
lungo discese leggerissime scardinatrice
di pali cestini dei rifiuti croci? in un cubo
di polvere puntando
alla quota-trappola dello stagno.
La cosa
impercettibile, quantità
di polvere su una scarpa sola o modo
di asciugarsi il sudore sulla fronte
ecco l’ho in mano il mostro braccato l’assassino
l’uomo che uccide con la luna piena
e corro sprizzando scintille dai pattini sull’asfalto a chiamare
i lenti ronzanti bipedi d’acciaio della polizia.
Ho amato vivendo
Ho amato vivendo degli animali,
non gli animali. Adesso, nel ricordo,
non ne amo nessuno, come se a bordo
dell’arca in viaggio verso più ospitali
silenzi ci fosse posto soltanto
per creature fatte a somiglianza
di mio padre e mia madre. La vacanza
da quello che siamo più di quel tanto
non può durare, e uno sente 1] fiato
del buio sul collo non sa che farsene
dello charme dell’innocenza, dei traffici
con il bello e la grazia a buon mercato
e dice addio senz’ombra di rimpianto
agli dei senz’ombra che ha avuto accanto.
Il compleanno di mia figlia
Siano con selvaggia compunzione accese
le tre candele.
Saltino sui coperchi con fragore i due
compari di spada compiuti uno
sei anni e mezzo, l’altro cinque
e io trentaquattro e la mamma trentadue
e la nonna, se non sbaglio, sessantotto.
Questa scena non verrà ripetuta.
La scena non viene diversamente effigiata. E chi
si sentisse esule o in qualche
percentuale risulta ingrugnato
parli prima o domani.
Accogli, streghina di marzapane, la nostra sospettosa tenerezza.
Seguano come a caso stridi
di vagoni piombati, raffiche di mitragliatrice...
Imbarcadero
I pochi che aspettano, pochi
per volta, pochi e sempre, che il traghetto
torni dall’altra riva
filando piatto, silenzioso
tranne 1 colpi di sotto, sordi,
dell’acqua scolorita
nel furioso nevischio di dicembre
e alla Salute, a San Tomà nessuno
che parli, solo uno
che si raschia la gola,
bestemmia, tende la mano all’obolo — oh diletti
vi ho ritrovati, vi ravviso
sotto ombrelli e cappucci, è il vostro corpo
stranamente visibile
che ancora migra, si riunisce
di là, dopo la terra,
a tanto caro sangue...
Da VERSI GUERRIERI E AMOROSI
La casa di campagna dove
La casa di campagna dove leggere
George Eliot o E. M. Forster fino all’ora
della cenere e poi quando s’infervora
il silenzio delle siepi contendere
ori carte e primiera ai non ancora
scomparsi, è questa ormai l’unica immagine
che riesco a farmi della gioia in bilico
sulla frana del sonno. Ma la ignora
poco dopo, svegliandosi, la mente
infantilmente avida di luce
e rituffarsi impavida nell’orrida
dolcezza del presente: così incespica
un piede nell’altro, così si scuce
il rammendo invisibile del niente.
Lo chiamavano, credo, fronte
Lo chiamavano, credo, fronte interno
far la fila per ore per avere
quattro patate congelate e nere
e stare senza fuoco in pieno inverno
e non sognare che patate vere
e fuoco acceso e in un orrore alterno
cucire con il filo dell’inferno
i brandelli di insulse primavere
così che scampo o tregua non discerno
al cuore fuso a quelle perse cere
se adesso per allora le leggere
tue mani al fuoco non fanno schermo.
Da OGNI TERZO PENSIERO
Nell’ora, ormai, della cenere
Nell’ora, ormai, della cenere
a pochi passi il corso brulicava
di commerci frenetici e ingannevoli
e di delitti consumati in sogno
quando per contagio di quel che resta
d’un antico ricetto di sventure,
cinque camini e sei finestre in tutto
di mattoni di color sangue, avviliti
ora, loro, da miasmi micidiali
più dell’intero un tempo da famoso
flagello di cui si legge nei libri
considerai con l’immaginazione
l’immensa prateria purgatoriale
che da quella fronte invisibilmente
sin quasi agli invisibili bastioni
aveva per suo centro San Carlino
come l’ostia la sua goccia di sangue
quando inginocchiato premevo gli occhi
con le mani per vera costrizione
dopo un fantastico sacrilegio
e pensai che lui sì, non gli spagnoli
ci aveva ammassati lì come agnelli
per sterminarci (...).
Niente sarà mai vero
Niente sarà mai vero come è
vero questo venticinque novembre
millenovecentonovantatre
con il suo tranquillo traffico d’ombre
per corsie e sale e camerate ingombre
di vuoto e il fiume dei ricordi che
rompe gli argini in silenzio. È in novembre,
lo so, vuoi che non lo sappia, per te
che si semina dolore, il più forte,
il più contro la vita — ma se viene
solo ora al suo compimento di morte
e di lì a un’altra nascita conviene
far festa qui, bruciare qui le scorte
di incenso e febbre al turno delle pene.
Non facevano fumo
Non facevano fumo né rumore
nei piazzali ghiacciati le corriere
degli sfollati in quelle bianche sere
di prima guerra e d’antico dolore
fagocitando e cancellando a schiere
i silenziosi corpi traghettanti
e negando anche il suono ai mille pianti
pagati all’invisibile nocchiere
finché infine in un tempo che non fa
mestiere d’abbandoni e di tormenti
sia il colore che l’audio non inventi
il marchingegno della tua pietà.
Non stava a noi risolvere
Non stava a noi risolvere
il rebus della cena
scaraventando in scena
le sostitute povere
delle pietanze a poca
luce d’acetilene
o abbreviando le pene
gutturali dell’oca
ma essere personaggi
di quella storia, perdere
proprio quella partita
quando per contumacia
di te s’era smarrita
in un forno la vita.