Più morti che vivi — no
Più morti che vivi — no, non è questa
la frase che mi bisbigliano stanche
voci sulla riva del sonno e anche
più in là, fin dentro la sua scialba festa
di schiuma, cenere, niente...Che sia
di me che si parla, che sia lo sfarsi
di un’o in un’i nei loro fiati riarsi
dal buio? Ascolto. Ascolto ancora. E via
via che ascolto fra orecchio e mente affiora
un’aggiunta impercettibile, come
da sempre, da prima del tempo un nome
dimenticato e ritrovato e se ora
non ci fossero più che i sostantivi
— i morti, i vivi, più i morti che i vivi.
Si va nell’ombra
Si va nell’ombra o è l’ombra che ci viene
incontro, annunciata, inattesa, e inghiotte
quello che siamo? Chi può dirlo. Notte
senza notte; non il dopo, ma scene
d’un dopo... E adesso che disimpigliandosi
dai rovi del sonno gradatamente
l’incubo svanisce vedo che niente
è poi così atroce, che è come quando
scivoli sopra l’acqua nell’incanto
del sole e di colpo una tetra e viscida
tenebra t’avvolge e il freddo t’infradicia
fin dentro le ossa ma se soltanto
trovi il coraggio di guardare in alto
sai che sei sotto il ponte di Rialto.
Sono quello che eravate
Sono quello che eravate, sarò
quello che siete, sussurro a chi spia
i miei passi da un letto di corsia
d’un padiglione di Niguarda o
del vecchio policlinico di via
Sforza, mi sopravvalutate, ho
un rene solo, presto perderò
l’ultima battaglia con la miopia
e il cuore, eh, il cuore... No, perdono, care
anime, perdono! non posso fare
l’unto della Morte qui, hon si deve
insegnare a morire a chi già tanto
muore 0 così poco spera, soltanto
un’altra primavera, un’altra neve.
Da QUARE TRISTIS
Stanze per la musica di Adriano Guarnieri
Quare tristis — perché
sempre, nella veglia e nel sonno,
nell’omissione e nell’adempimento,
l’anima ci fa così male?
Noi che la custodiamo
senza amarla, senza conoscerla
nella gabbietta delle nostrè ossa
come il vetro di una lanterna
custodisce la fiamma
sappiamo soltanto che è lei,
lei che non ha né tendini né sangue,
la compagnia più sanguinosa.
Tu come lei invisibile
proteggici dal suo silenzio
fa’ che sentiamo in tempo la sua voce.
Tanto difficile da immaginare
Tanto difficile da immaginare
davvero, il Paradiso? Ma se basta
chiudere gli occhi per vederlo, sta
lì dietro, dietro le palpebre, pare
che aspetti noi, noi e nessun altro, festa
mattutina, gloria crepuscolare
sulla città invulnerata, sul mare
di prima della diaspora — e si desta
allora, non la senti? una lontana
voce, lontana e più vicina come
se non l’orecchio che vibrasse ma
un altro labirinto, una membrana
segreta, tesa nel buio a metà
fra il niente e il cuore, fra 1] silenzio e il nome...
Vivo, stando in campagna, la mia morte
Vivo, stando in campagna, la mia morte.
Appeso a trespoli, aiole,
alle radici del glicine, ai raggi della ruota,
aspetto (il barattolo del nescafé
a portata di mano, l’acciarino
fra le dita del piede)
che l’arcangelo Calabresi scenda a giudicarmi.