Poesie di questo tema
Relazioni e famiglia
Mario Luzi
Aprile-Amore
Il pensiero della morte m’accompagna
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce? l’erba, il glicine? fa aspra
la selce;! sotto cappe ed impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.
Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos’è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.
Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l’esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m’aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fine e debole!
È incredibile ch’io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora urn’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.
L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. È quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.
La mia pena è durare oltre quest’attimo.
Fron ONORE DEL VERO
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce? l’erba, il glicine? fa aspra
la selce;! sotto cappe ed impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.
Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos’è sparisce
rapida nella polvere e nel vento.
Il cammino è per luoghi noti
se non che fatti irreali
prefigurano l’esilio e la morte.
Tu che sei, io che sono divenuto
che m’aggiro in così ventoso spazio,
uomo dietro una traccia fine e debole!
È incredibile ch’io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo riconoscerci.
Ma è ancora urn’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi oppure non esiste.
L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. È quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità.
La mia pena è durare oltre quest’attimo.
Fron ONORE DEL VERO
Mario Luzi
Avorio
Parla il cipresso equinoziale, oscuro
e montuoso esulta il capriolo,
dentro le fonti rosse le criniere
dai baci adagio lavan le cavalle.
Giù da foreste vaporose immensi
alle eccelse città battono i fiumi
lungamente, si muovono in un sogno
affettuose vele verso Olimpia.
Correranno le intense vie d’Oriente
ventilate fanciulle e dai mercati
salmastri guarderanno ilari il mondo.
Ma dove attingerò io la mia vita
ora che il tremebondo amore è morto?
Violavano le rose l’orizzonte,
esitanti città stavano in cielo
asperse di giardini tormentosi,
la sua voce nell’aria era una roccia
deserta e incolmabile di fiori.
e montuoso esulta il capriolo,
dentro le fonti rosse le criniere
dai baci adagio lavan le cavalle.
Giù da foreste vaporose immensi
alle eccelse città battono i fiumi
lungamente, si muovono in un sogno
affettuose vele verso Olimpia.
Correranno le intense vie d’Oriente
ventilate fanciulle e dai mercati
salmastri guarderanno ilari il mondo.
Ma dove attingerò io la mia vita
ora che il tremebondo amore è morto?
Violavano le rose l’orizzonte,
esitanti città stavano in cielo
asperse di giardini tormentosi,
la sua voce nell’aria era una roccia
deserta e incolmabile di fiori.
Mario Luzi
Colme le valli. Colme
Colme le valli. Colme
di luce e prana
in tutto il loro solco
dal giogo
fino alla superinfusa piana
ed eccola
mi scende
incontro, degrada
da un azzurro rupestre
di pensieri
incendiati sulle cime
la stessa? sì, la stessa
prima persa nella gora
di un infernale esgorgo
piangendo umiliazione
ed onta
di non esplicata iniquità,
uscita
dopo, uscita in altitudine
essa, fino a quella
sua insondabile sommità —
si ricongiunge con me,
mi traversa l’opacità,
mi oltrepassa la trasparenza. O femme.
di luce e prana
in tutto il loro solco
dal giogo
fino alla superinfusa piana
ed eccola
mi scende
incontro, degrada
da un azzurro rupestre
di pensieri
incendiati sulle cime
la stessa? sì, la stessa
prima persa nella gora
di un infernale esgorgo
piangendo umiliazione
ed onta
di non esplicata iniquità,
uscita
dopo, uscita in altitudine
essa, fino a quella
sua insondabile sommità —
si ricongiunge con me,
mi traversa l’opacità,
mi oltrepassa la trasparenza. O femme.
Mario Luzi
Il duro filamento
«Passa sotto la nostra casa qualche volta,
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo.»
La voce di colei che come serva fedele
chiamata si dispose alla partenza,
pianse ma preparò l’ultima cena
poi ascoltò la sentenza nuda e cruda
così come fu detta, quella voce
con un tremito appena più profondo,
appena più toccante ora che viene
di là dalla frontiera d’ombra e lacera
come può la cortina d’anni e fora
la coltre di fatica e d’abiezione,
cerca il filo del vento, vi s’affida
finché il vento la lascia a sé, s’aggira
ospite dove fu di casa, timida
e spersa in queste prime albe dell’anno.
L’ora è quell’ora cruda appena giorno
che il freddo mette a nudo la città
livida nelle sue pietre, tagliente
nei suoi spigoli e, dentro, nell’opaco
versano latte nelle tazze, tostano
pane, il bambino mezzo desto biascica
mentre appunta sul diario il nuovo giorno.
Nel grumo di calore che è più suo,
nella bolla di vita ch’è più tenera
per lei cresciuta alla pazienza in terre
povere, pie, l’ascolto, voce fievole,
tendersi a queste ancora grevi, ancora
appannate dal lungo sonno, chiedere
asilo, volersi mescolare.
Dico: abbi pace, abbi silenzio. Dico...
Udire voci trapassate insidia
il giusto, lusinga il troppo debole,
il troppo umano dell’amore. Solo
la parola all’unisono di vivi
e morti, la vivente comunione
di tempo e eternità vale a recidere
il duro filamento d’elegia.
È arduo. Tutto l’altro è troppo ottuso.
«Passa sotto la nostra casa qualche volta,
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo.»
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo.»
La voce di colei che come serva fedele
chiamata si dispose alla partenza,
pianse ma preparò l’ultima cena
poi ascoltò la sentenza nuda e cruda
così come fu detta, quella voce
con un tremito appena più profondo,
appena più toccante ora che viene
di là dalla frontiera d’ombra e lacera
come può la cortina d’anni e fora
la coltre di fatica e d’abiezione,
cerca il filo del vento, vi s’affida
finché il vento la lascia a sé, s’aggira
ospite dove fu di casa, timida
e spersa in queste prime albe dell’anno.
L’ora è quell’ora cruda appena giorno
che il freddo mette a nudo la città
livida nelle sue pietre, tagliente
nei suoi spigoli e, dentro, nell’opaco
versano latte nelle tazze, tostano
pane, il bambino mezzo desto biascica
mentre appunta sul diario il nuovo giorno.
Nel grumo di calore che è più suo,
nella bolla di vita ch’è più tenera
per lei cresciuta alla pazienza in terre
povere, pie, l’ascolto, voce fievole,
tendersi a queste ancora grevi, ancora
appannate dal lungo sonno, chiedere
asilo, volersi mescolare.
Dico: abbi pace, abbi silenzio. Dico...
Udire voci trapassate insidia
il giusto, lusinga il troppo debole,
il troppo umano dell’amore. Solo
la parola all’unisono di vivi
e morti, la vivente comunione
di tempo e eternità vale a recidere
il duro filamento d’elegia.
È arduo. Tutto l’altro è troppo ottuso.
«Passa sotto la nostra casa qualche volta,
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo.»
Mario Luzi
L’alta, la cupa fiamma ricade su di te
L’alta, la cupa fiamma ricade su di te,
figura non ancora conosciuta,
ah di già tanto a lungo sospirata
dietro quel velo d’anni e di stagioni
che un dio forse s’accinge a lacerare.
L’incolume delizia, la penosa ansietà
d’esistere ci brucia e incenerisce
ugualmente ambedue. Ma quando tace
la musica fra i nostri visi ignoti
si leva un vento carico d’offerte.
Pari a due stelle opache nella lenta vigilia
cui un pianeta ravviva intimamente
il luminoso spirito notturno
ora noi ci leviamo acuminati,
febbrili d’un futuro senza fine.
Così spira ed aleggia nell’anima veemente
un desiderio prossimo a sgomento,
una speranza simile a paura,
ma lo sguardo si tende, entra nel sangue
più fertile il respiro della terra.
Assunto nella gelida misura delle statue,
tutto ciò che appariva ormai perfetto
si scioglie e si rianima, la luce
vibra, tremano i rivi fruttuosi
e ronzano augurali città.
L’immagine fedele non serba più colore
e io mi levo, mi libro e mi tormento
a far di me un Mario irraggiungibile
da me stesso, nell’essere incessante
un fuoco che il suo ardore rigenera.
figura non ancora conosciuta,
ah di già tanto a lungo sospirata
dietro quel velo d’anni e di stagioni
che un dio forse s’accinge a lacerare.
L’incolume delizia, la penosa ansietà
d’esistere ci brucia e incenerisce
ugualmente ambedue. Ma quando tace
la musica fra i nostri visi ignoti
si leva un vento carico d’offerte.
Pari a due stelle opache nella lenta vigilia
cui un pianeta ravviva intimamente
il luminoso spirito notturno
ora noi ci leviamo acuminati,
febbrili d’un futuro senza fine.
Così spira ed aleggia nell’anima veemente
un desiderio prossimo a sgomento,
una speranza simile a paura,
ma lo sguardo si tende, entra nel sangue
più fertile il respiro della terra.
Assunto nella gelida misura delle statue,
tutto ciò che appariva ormai perfetto
si scioglie e si rianima, la luce
vibra, tremano i rivi fruttuosi
e ronzano augurali città.
L’immagine fedele non serba più colore
e io mi levo, mi libro e mi tormento
a far di me un Mario irraggiungibile
da me stesso, nell’essere incessante
un fuoco che il suo ardore rigenera.
Matteo Maria Boiardo
Dall’ Orlando innamorato (Libro primo, canto XIX, ottave 55-64)
Ma lei sol Brandimarte va cercando,
che già de tutti gli altri non ha cura;
e mentre che va intorno remirando,
vedel soletto sopra alla pianura.
Tratto se era da parte alora quando
fu cominciata la battaglia dura;
ché a lui parria vergogna e cosa fella
cotanta gente offender la donzella.
Però stava da largo a riguardare,
e di vergogna avea rossa la faccia.
De’ compagni se aveva a vergognare,
non già di sé, che di nulla se impaccia;
ma come Fiordelisa ebbe a mirare,
corsegli incontra e ben stretta l’abbraccia;
già molto tempo non l’avea veduta:
credia nel tutto di averla perduta.
Egli ha sì grande e subita allegrezza,
che ogni altra cosa alor dimenticava;
né più Marfisa, né Ranaldo aprezza,
né di lor guerra più si racordava.
Il scudo e l’elmo via gettò con frezza,
e mille volte la dama baciava;
stretta l’abbraccia in su quella campagna:
de ciò la dama se lamenta e lagna.
Molto era Fiordelisa vergognosa,
et esser vista in tal modo gli duole.
Impetra adunque questa grazïosa
da Brandimarte, con dolce parole,
de gir con esso ad una selva ombrosa,
dove eran l’erbe fresche e le vïole:
staran con zoia insieme e con diletto,
senza aver tema, o di guerra sospetto.
Prese ben presto il cavallier lo invito,
e, forte caminando, fôrno agionti
dentro a un boschetto, a un bel prato fiorito,
che d’ogni lato è chiuso da duo monti,
de fior diversi pinto e colorito,
fresco de ombre vicine e de bei fonti.
Lo ardito cavalliero e la donzella
presto smontarno in su l’erba novella.
E la donzella con dolce sembiante
comincia il cavalliero a disarmare.
Lui mille volte la baciò, davante
che se potesse un pezzo d’arme trare;
né tratte ancor se gli ebbe tutte quante,
che quella abraccia, e non puote aspettare;
ma ancor di maglia e de le gambe armato
con essa in braccio se colcò su il prato.
Stavan sì stretti quei duo amanti insieme,
che l’aria non potrebbe tra lor gire;
e l’uno e l’altro sì forte se preme,
che non vi serìa forza a dipartire.
Come ciascun sospira e ciascun geme
de alta dolcezza, non saprebbi io dire;
lor lo dican per me, poi che a lor tocca,
che ciascaduno avea due lingue in bocca.
Parve nïente a lor il primo gioco,
tanto per la gran fretta era passato;
e, nel secondo assalto, intrarno al loco
che al primo ascontro apena fu toccato.
Sospirando de amore, a poco a poco
se fu ciascun di loro abandonato,
con la faccia suave insieme stretta,
tanto il fiato de l’un l’altro diletta.
Sei volte ritornarno a quel danzare,
prima che il lor desir ben fosse spento;
poi cominciarno dolce ragionare
de’ loro affanni e passato tormento;
il fresco loco gli invita a posare,
perché in quel prato sospirava un vento,
che sibillava tra le verde fronde
del bel boschetto che li amanti asconde,
e un ruscelletto di fontana viva
mormorando passava per quel prato.
Brandimarte, che stava in quella riva,
per molto affanno in quel giorno durato,
nel bel pensar de amor qui se adormiva;
e Fiordelisa che gli era da lato,
che di guardarlo uno attimo non perde,
se dormentò con lui su l’erba verde.
che già de tutti gli altri non ha cura;
e mentre che va intorno remirando,
vedel soletto sopra alla pianura.
Tratto se era da parte alora quando
fu cominciata la battaglia dura;
ché a lui parria vergogna e cosa fella
cotanta gente offender la donzella.
Però stava da largo a riguardare,
e di vergogna avea rossa la faccia.
De’ compagni se aveva a vergognare,
non già di sé, che di nulla se impaccia;
ma come Fiordelisa ebbe a mirare,
corsegli incontra e ben stretta l’abbraccia;
già molto tempo non l’avea veduta:
credia nel tutto di averla perduta.
Egli ha sì grande e subita allegrezza,
che ogni altra cosa alor dimenticava;
né più Marfisa, né Ranaldo aprezza,
né di lor guerra più si racordava.
Il scudo e l’elmo via gettò con frezza,
e mille volte la dama baciava;
stretta l’abbraccia in su quella campagna:
de ciò la dama se lamenta e lagna.
Molto era Fiordelisa vergognosa,
et esser vista in tal modo gli duole.
Impetra adunque questa grazïosa
da Brandimarte, con dolce parole,
de gir con esso ad una selva ombrosa,
dove eran l’erbe fresche e le vïole:
staran con zoia insieme e con diletto,
senza aver tema, o di guerra sospetto.
Prese ben presto il cavallier lo invito,
e, forte caminando, fôrno agionti
dentro a un boschetto, a un bel prato fiorito,
che d’ogni lato è chiuso da duo monti,
de fior diversi pinto e colorito,
fresco de ombre vicine e de bei fonti.
Lo ardito cavalliero e la donzella
presto smontarno in su l’erba novella.
E la donzella con dolce sembiante
comincia il cavalliero a disarmare.
Lui mille volte la baciò, davante
che se potesse un pezzo d’arme trare;
né tratte ancor se gli ebbe tutte quante,
che quella abraccia, e non puote aspettare;
ma ancor di maglia e de le gambe armato
con essa in braccio se colcò su il prato.
Stavan sì stretti quei duo amanti insieme,
che l’aria non potrebbe tra lor gire;
e l’uno e l’altro sì forte se preme,
che non vi serìa forza a dipartire.
Come ciascun sospira e ciascun geme
de alta dolcezza, non saprebbi io dire;
lor lo dican per me, poi che a lor tocca,
che ciascaduno avea due lingue in bocca.
Parve nïente a lor il primo gioco,
tanto per la gran fretta era passato;
e, nel secondo assalto, intrarno al loco
che al primo ascontro apena fu toccato.
Sospirando de amore, a poco a poco
se fu ciascun di loro abandonato,
con la faccia suave insieme stretta,
tanto il fiato de l’un l’altro diletta.
Sei volte ritornarno a quel danzare,
prima che il lor desir ben fosse spento;
poi cominciarno dolce ragionare
de’ loro affanni e passato tormento;
il fresco loco gli invita a posare,
perché in quel prato sospirava un vento,
che sibillava tra le verde fronde
del bel boschetto che li amanti asconde,
e un ruscelletto di fontana viva
mormorando passava per quel prato.
Brandimarte, che stava in quella riva,
per molto affanno in quel giorno durato,
nel bel pensar de amor qui se adormiva;
e Fiordelisa che gli era da lato,
che di guardarlo uno attimo non perde,
se dormentò con lui su l’erba verde.
Matteo Maria Boiardo
Fu gloriosa Bertagna la grande
Fu gloriosa Bertagna la grande
una stagion per l’arme e per l’amore,
onde ancor oggi il nome suo si spande
sì che al re Artuse fa portare onore,
quando i buon cavalieri a quelle bande
mostrarno in più battaglie il suo valore,
andando con lor dame in avventura,
ed or sua fama al nostro tempo dura.
una stagion per l’arme e per l’amore,
onde ancor oggi il nome suo si spande
sì che al re Artuse fa portare onore,
quando i buon cavalieri a quelle bande
mostrarno in più battaglie il suo valore,
andando con lor dame in avventura,
ed or sua fama al nostro tempo dura.
Matteo Maria Boiardo
Libro primo, canto XXII, ottave 23-28
Queste parole e molte altre dicia
sempre fra denti, con voce orgogliosa.
Ordauro al suo parlar non attendia,
ma con mente scaltrita et amorosa
sotto la terra avea fatto una via,
a ciascuno altro incognita e nascosa.
Per una tomba chiusa intorno e scura
gionse una notte dentro ad Altamura.
E benché egli arivasse d’improviso,
ch’io non stimavo quella cosa mai,
io il ricevetti ben con meglior viso
ch’io non facevo Folderico assai.
Ancora esser mi par nel paradiso,
quando ramento come io lo baciai,
e come lui baciomme nella bocca;
quella dolcezza ancor nel cor mi tocca.
Questo ti giuro e dico per certanza,
ch’io ero ancora vergine e polzella;
ché Folderico non avea possanza,
et essendo io fanciulla e tenerella,
me avea gabata con menzogna e zanza,
dandomi intender con festa novella,
che sol baciando e sol toccando il petto
de amor si dava l’ultimo diletto.
Alora il suo parlar vidi esser vano,
con quel piacer che ancor nel cor mi serbo.
Noi cominciammo il gioco a mano a mano;
Ordauro era frezzoso e di gran nerbo,
sì che al principio pur mi parve strano,
come io avessi morduto un pomo acerbo;
ma nella fin tal dolce ebbi a sentire,
ch’io me disfeci e credetti morire.
Io credetti morir per gran dolcezza,
né altra cosa da poi stimai nel mondo.
Altri acquisti possanza o ver ricchezza,
altri esser nominato per il mondo.
Ciascun che è saggio, il suo piacere aprezza
e il viver dilettoso e star iocondo;
chi vôle onore o robba con affanno,
me non ascolti, et abbiasene il danno.
Più fiate poi tornammo a questo gioco,
e ciascun giorno più crescìa il diletto;
ma pur il star rinchiusa in questo loco
mi dava estrema noia e gran dispetto;
e il tempo del piacer sempre era poco,
però che quel zeloso maladetto
me ritornava sì ratto a vedere,
che spesso me sturbò di gran piacere.
sempre fra denti, con voce orgogliosa.
Ordauro al suo parlar non attendia,
ma con mente scaltrita et amorosa
sotto la terra avea fatto una via,
a ciascuno altro incognita e nascosa.
Per una tomba chiusa intorno e scura
gionse una notte dentro ad Altamura.
E benché egli arivasse d’improviso,
ch’io non stimavo quella cosa mai,
io il ricevetti ben con meglior viso
ch’io non facevo Folderico assai.
Ancora esser mi par nel paradiso,
quando ramento come io lo baciai,
e come lui baciomme nella bocca;
quella dolcezza ancor nel cor mi tocca.
Questo ti giuro e dico per certanza,
ch’io ero ancora vergine e polzella;
ché Folderico non avea possanza,
et essendo io fanciulla e tenerella,
me avea gabata con menzogna e zanza,
dandomi intender con festa novella,
che sol baciando e sol toccando il petto
de amor si dava l’ultimo diletto.
Alora il suo parlar vidi esser vano,
con quel piacer che ancor nel cor mi serbo.
Noi cominciammo il gioco a mano a mano;
Ordauro era frezzoso e di gran nerbo,
sì che al principio pur mi parve strano,
come io avessi morduto un pomo acerbo;
ma nella fin tal dolce ebbi a sentire,
ch’io me disfeci e credetti morire.
Io credetti morir per gran dolcezza,
né altra cosa da poi stimai nel mondo.
Altri acquisti possanza o ver ricchezza,
altri esser nominato per il mondo.
Ciascun che è saggio, il suo piacere aprezza
e il viver dilettoso e star iocondo;
chi vôle onore o robba con affanno,
me non ascolti, et abbiasene il danno.
Più fiate poi tornammo a questo gioco,
e ciascun giorno più crescìa il diletto;
ma pur il star rinchiusa in questo loco
mi dava estrema noia e gran dispetto;
e il tempo del piacer sempre era poco,
però che quel zeloso maladetto
me ritornava sì ratto a vedere,
che spesso me sturbò di gran piacere.
Matteo Maria Boiardo
Libro primo, canto XXV, ottave 37-39
Come fo gionto dentro a l’alta rocca,
Angelica la bella rincontrava.
Lui salta de l’arcion, che nulla tocca;
la dama di sua mano il disarmava,
e nel trargli de l’elmo il bacia in bocca:
non dimandati come Orlando stava;
ché, quando presso si sentì quel viso,
credette esser di certo in paradiso.
Avea la dama un bagno apparecchiato,
troppo gentile e di suave odore,
e di sua mano il conte ebbe spogliato,
baciandol spesse fiate con amore.
Poi l’ungiva d’uno olio delicato,
che caccia de la carne ogni livore;
e quando la persona è afflitta e stanca,
per quel ritorna vigorosa e franca.
Stavasi ’l conte quieto e vergognoso,
mentre la dama intorno il maneggiava;
e benché fosse di questo gioioso,
crescere in alcun loco non mostrava.
Intra nel fine in quel bagno odoroso,
e sé dal collo in giù tutto lavava
e poi che asciutto fu, con gran diletto
per poco spazio se colca nel letto.
Angelica la bella rincontrava.
Lui salta de l’arcion, che nulla tocca;
la dama di sua mano il disarmava,
e nel trargli de l’elmo il bacia in bocca:
non dimandati come Orlando stava;
ché, quando presso si sentì quel viso,
credette esser di certo in paradiso.
Avea la dama un bagno apparecchiato,
troppo gentile e di suave odore,
e di sua mano il conte ebbe spogliato,
baciandol spesse fiate con amore.
Poi l’ungiva d’uno olio delicato,
che caccia de la carne ogni livore;
e quando la persona è afflitta e stanca,
per quel ritorna vigorosa e franca.
Stavasi ’l conte quieto e vergognoso,
mentre la dama intorno il maneggiava;
e benché fosse di questo gioioso,
crescere in alcun loco non mostrava.
Intra nel fine in quel bagno odoroso,
e sé dal collo in giù tutto lavava
e poi che asciutto fu, con gran diletto
per poco spazio se colca nel letto.
Matteo Maria Boiardo
Libro terzo, canto VII, ottave 28-99
Così Gradasso al fondo se atuffoe,
e ’l gran caval natando a sommo venne,
poi per la selva via si deleguoe
sì ratto come avesse a’ piè le penne.
Ma il cavallier, che a l’acqua si trovoe,
subito un altro nel suo cor divenne;
scordando tutte le passate cose,
con le Naiàde a festeggiar se pose.
A suon de trombe quivi se trescava
zoiosa danza, che di qua non se usa:
nel contrapasso l’un l’altro baciava,
né se potea tener la bocca chiusa.
A cotale atto se dimenticava
ciascun se stesso; et io faccio la scusa,
e credo che un bel baso a bocca aperta
per la dolcezza ogni anima converta.
e ’l gran caval natando a sommo venne,
poi per la selva via si deleguoe
sì ratto come avesse a’ piè le penne.
Ma il cavallier, che a l’acqua si trovoe,
subito un altro nel suo cor divenne;
scordando tutte le passate cose,
con le Naiàde a festeggiar se pose.
A suon de trombe quivi se trescava
zoiosa danza, che di qua non se usa:
nel contrapasso l’un l’altro baciava,
né se potea tener la bocca chiusa.
A cotale atto se dimenticava
ciascun se stesso; et io faccio la scusa,
e credo che un bel baso a bocca aperta
per la dolcezza ogni anima converta.
Matteo Maria Boiardo
Mentre chio canto, o Dio Redentore
Mentre chio canto, o Dio Redentore,
vedo l’Italia tutta a fiamma e fuoco
vengon per disertar non so che loco.
Però vi lascio in questo vano amore
di Fiordispina ardente a poco a poco.
Un’altra fiata, se mi fia concesso
racconterovvi il tutto per espresso.
vedo l’Italia tutta a fiamma e fuoco
vengon per disertar non so che loco.
Però vi lascio in questo vano amore
di Fiordispina ardente a poco a poco.
Un’altra fiata, se mi fia concesso
racconterovvi il tutto per espresso.
Matteo Maria Boiardo
Re Carlo in Franza poi tenne gran cotte
Re Carlo in Franza poi tenne gran cotte,
ma a quella prima non fu somigliante,
benchè assai fosse ancor robusto e forte
ed avesse Ranaldo e il sir d’Anglante;
perchè tenne ad amor chiuse le porte,
e sol si dette a le battaglie sante,
non fu di quel valore e quella stima,
qual fu quell’altra clio contava in prima.
Im
Però che amore è quel che dà la gloria
e che fa l’uomo degno ed onorato;
amore è quel che dona la vittoria
e dona atrdir al cavaliero armato;
onde mi piace di seguir l’istoria,
qual cominciai di Orlando innamorato,
tornando ov’io ’l lasciai con Sacripante,
convio vi dissi nel cantare avante.
(L’ultima Strofe del Poema)
ma a quella prima non fu somigliante,
benchè assai fosse ancor robusto e forte
ed avesse Ranaldo e il sir d’Anglante;
perchè tenne ad amor chiuse le porte,
e sol si dette a le battaglie sante,
non fu di quel valore e quella stima,
qual fu quell’altra clio contava in prima.
Im
Però che amore è quel che dà la gloria
e che fa l’uomo degno ed onorato;
amore è quel che dona la vittoria
e dona atrdir al cavaliero armato;
onde mi piace di seguir l’istoria,
qual cominciai di Orlando innamorato,
tornando ov’io ’l lasciai con Sacripante,
convio vi dissi nel cantare avante.
(L’ultima Strofe del Poema)
Maurizio Cucchi
Al Cairo
*
Le case degli operai
avevano i cortili a sassi
che davano in altri cortili.
Penso al foppone della peste,
osservo il giallo della Polveriera
e ti aspetto qui fuori,
al Cairo, tra le bisce del portone.
*
E siano per sempre benedetti
i nostri cuori senza nome.
Guardo le ossa a croce della Schola
gratto le carte dell’Ornato fabbriche
fiutando un muso di padrone,
le sue pareti di polvere.
E c’era una nonnina bogianen,
le righe nere un ghigno e il cappellino,
forse venuta dalla Portascia delle uova
a un passo dai giardini dei pavoni.
Lei conosceva lo stradone di Loreto,
il pullulare e l’umido, le scale
e la stanzetta di mia madre
la mia finestra di bambino.
*
L’uomo della Bovisa non poteva immaginare
che il suo avvenire, così presto,
sarebbe diventato preistoria.
Torna e rimugina quei nomi: la Società Smeriglio,
l’Officina del Gas e scopre come un monumento
la torre di mattoni altissima,
dove dentro gli operai si arrampicavano.
In un oblio forse sognante, quei diroccamenti
e le navate al sole o nella palta,
gli immensi alberi strani contro il cielo, nelle refezioni,
gli insegnano la muta dignità delle rovine.
*
La casa dei lavandai
offre con calma il suo trapasso,
scivola e gronda alla Martesana,
vicino agli orti luridi,
alle strutture afone e a un bambino
che si incammina quieto nella melma.
Il viaggiatore torna curioso sui suoi passi,
tra i padiglioni che fluttuano ingabbiati,
obliqui, semisommersi dalle alghe.
Pensa a una tinozza di piume e di calore,
tira su il bavero e riflette
su queste transizioni.
Le case degli operai
avevano i cortili a sassi
che davano in altri cortili.
Penso al foppone della peste,
osservo il giallo della Polveriera
e ti aspetto qui fuori,
al Cairo, tra le bisce del portone.
*
E siano per sempre benedetti
i nostri cuori senza nome.
Guardo le ossa a croce della Schola
gratto le carte dell’Ornato fabbriche
fiutando un muso di padrone,
le sue pareti di polvere.
E c’era una nonnina bogianen,
le righe nere un ghigno e il cappellino,
forse venuta dalla Portascia delle uova
a un passo dai giardini dei pavoni.
Lei conosceva lo stradone di Loreto,
il pullulare e l’umido, le scale
e la stanzetta di mia madre
la mia finestra di bambino.
*
L’uomo della Bovisa non poteva immaginare
che il suo avvenire, così presto,
sarebbe diventato preistoria.
Torna e rimugina quei nomi: la Società Smeriglio,
l’Officina del Gas e scopre come un monumento
la torre di mattoni altissima,
dove dentro gli operai si arrampicavano.
In un oblio forse sognante, quei diroccamenti
e le navate al sole o nella palta,
gli immensi alberi strani contro il cielo, nelle refezioni,
gli insegnano la muta dignità delle rovine.
*
La casa dei lavandai
offre con calma il suo trapasso,
scivola e gronda alla Martesana,
vicino agli orti luridi,
alle strutture afone e a un bambino
che si incammina quieto nella melma.
Il viaggiatore torna curioso sui suoi passi,
tra i padiglioni che fluttuano ingabbiati,
obliqui, semisommersi dalle alghe.
Pensa a una tinozza di piume e di calore,
tira su il bavero e riflette
su queste transizioni.
Maurizio Cucchi
Animale acquattato
Nel testone ha due occhi tondi,
gialli, ottusi.
E mi guarda come a chiedere:
“Ma cos’è? cos’è?”
Poi si acquatta
nel corridoio, nell’odore.
Così la tartaruga
annega nel deserto,
si trascina tra tanti corpi di sorelle,
annaspa nell’opposto,
pesante alla sua fine.
O cara madre, gonfia e sfortunata,
dolce fantasia e magone,
come ti specchi in questi muri gialli,
in queste ragnatele
- e io ti ammiro nella tua zavorra —
per resistere?
Curami, non separarmi,
non farmi andare via, morire.
gialli, ottusi.
E mi guarda come a chiedere:
“Ma cos’è? cos’è?”
Poi si acquatta
nel corridoio, nell’odore.
Così la tartaruga
annega nel deserto,
si trascina tra tanti corpi di sorelle,
annaspa nell’opposto,
pesante alla sua fine.
O cara madre, gonfia e sfortunata,
dolce fantasia e magone,
come ti specchi in questi muri gialli,
in queste ragnatele
- e io ti ammiro nella tua zavorra —
per resistere?
Curami, non separarmi,
non farmi andare via, morire.
Maurizio Cucchi
Il mio costume nero
Il mio costume nero
era cucito a mano ma la maschera
non si sa mai cosa nasconde.
Chissà chi sei donna del gioco
che per mano mi tieni
che mi aspiri e governi
passerò tutto intero
passerò con la testa
in ascolto e presente assoluto.
Il guscio è polpa che si scuote e non c’è più
e anch’io mi sciolgo!
Pelli morbide che tremano
urlando poca ombra vuoto grappoli
la forza vita delle donne.
Così vorrei ma il mondo
non è un intrecciò della fantasia.
era cucito a mano ma la maschera
non si sa mai cosa nasconde.
Chissà chi sei donna del gioco
che per mano mi tieni
che mi aspiri e governi
passerò tutto intero
passerò con la testa
in ascolto e presente assoluto.
Il guscio è polpa che si scuote e non c’è più
e anch’io mi sciolgo!
Pelli morbide che tremano
urlando poca ombra vuoto grappoli
la forza vita delle donne.
Così vorrei ma il mondo
non è un intrecciò della fantasia.
Maurizio Cucchi
Il padre che mi parlava
Il padre che mi parlava
era un ragazzo dal largo sorriso
e aveva gli occhi che hanno già imparato
rifugio lui ristoro mio pensante
che riempie la mia sorte.
Non ti ho tradito ma non ti sogno più
e se mi sogno mi sogno col tuo viso:
sul tuo torace mi ergo
nella tua mano mi fido
con te la folla si spalanca.
Sii maledetto tu
che sai fare e non sai fare
sono un bambino ignavo
che non si vuole alzare.
era un ragazzo dal largo sorriso
e aveva gli occhi che hanno già imparato
rifugio lui ristoro mio pensante
che riempie la mia sorte.
Non ti ho tradito ma non ti sogno più
e se mi sogno mi sogno col tuo viso:
sul tuo torace mi ergo
nella tua mano mi fido
con te la folla si spalanca.
Sii maledetto tu
che sai fare e non sai fare
sono un bambino ignavo
che non si vuole alzare.
Maurizio Cucchi
La prima immagine è
La prima immagine è il Lago di Garda,
scavata in bianco e nero fino all’Ortles.
Sarò solo un bambino,
ma mio padre vive in eterno.
Dopo la Jugoslavia, nel luglio del ’41,
con firma fiorita
salutava la Magda.
scavata in bianco e nero fino all’Ortles.
Sarò solo un bambino,
ma mio padre vive in eterno.
Dopo la Jugoslavia, nel luglio del ’41,
con firma fiorita
salutava la Magda.
Maurizio Cucchi
Poesia della fonte
Ho fatto il percorso
Ho fatto il percorso della salute
e ho contemplato l’isola militare.
Poi mi sono acquattato
tra queste piante basse e la terra.
Potevo chiedere aiuto e il droghiere
mi avrebbe fatto un sorriso di miele.
Sono già speculare al fondo
immobile di silenzio e radici
fino a spezzarlo, a rasparlo,
a baciarlo, il midollo.
Io ti raggiungo
e tutta questa gente nuda
sorpassa la casa
e il campo dei suicidi
La casa al mare
Non sono più nella mia casa,
ma in questa sede ariosa che mi concede tutto.
La sua tranquilla geometria
dà ingresso al chiaro dei corpi
umidi e leggeri sul terrazzo.
Ascolto da qui le voci della piazza,
osservo come un lago il mare che si apre
nel bosco e se c’è vento
una domestica campagna di cicale
che a mezzogiorno protegge 1 nostri passi.
Dipinta di azzurro e di bianco
la Brise Marine raccoglie gente che non ha
questi giardini riflessi negli occhi,
né le tracce feriali di una pigra incuria.
Mi affaccio distante per vedere
quei musi di pesce e la vernice
azzurra e viola che cola sulla pelle
di chi non sosta quando il tempo
non ha più direzione:
nella pianura totale, deserta,
e nel confine a taglio che si annebbia.
Ho fatto il percorso della salute
e ho contemplato l’isola militare.
Poi mi sono acquattato
tra queste piante basse e la terra.
Potevo chiedere aiuto e il droghiere
mi avrebbe fatto un sorriso di miele.
Sono già speculare al fondo
immobile di silenzio e radici
fino a spezzarlo, a rasparlo,
a baciarlo, il midollo.
Io ti raggiungo
e tutta questa gente nuda
sorpassa la casa
e il campo dei suicidi
La casa al mare
Non sono più nella mia casa,
ma in questa sede ariosa che mi concede tutto.
La sua tranquilla geometria
dà ingresso al chiaro dei corpi
umidi e leggeri sul terrazzo.
Ascolto da qui le voci della piazza,
osservo come un lago il mare che si apre
nel bosco e se c’è vento
una domestica campagna di cicale
che a mezzogiorno protegge 1 nostri passi.
Dipinta di azzurro e di bianco
la Brise Marine raccoglie gente che non ha
questi giardini riflessi negli occhi,
né le tracce feriali di una pigra incuria.
Mi affaccio distante per vedere
quei musi di pesce e la vernice
azzurra e viola che cola sulla pelle
di chi non sosta quando il tempo
non ha più direzione:
nella pianura totale, deserta,
e nel confine a taglio che si annebbia.
Mazzeo di Ricco
Lo core innamorato
Lo core innamorato,
messere, si lamenta
e fa piangere li occhi di pietate;
da me este alungiato,
e lo meo cor tormenta
vegnendo a voi lo giorno a mille fiate.
Avendo di voi voglia,
lo meo cor a voi mando,
ed ello vene e con voi si sogiorna;
e poi a me non torna,
a voi lo racomando
no li faciate gelosia, né doglia.
Donna, se mi mandate
lo vostro dolze core
innamorato sì come lo meo,
sacciate in veritate
ca per verace amore
inmantenente a voi mando lo meo,
perché vi degia dire
com’eo languisco e sento
gran pene per voi, rosa colorita;
ch’eo non agio altra vita,
se non solo un talento:
com’eo potesse a voi, bella, venire.
Messere, se talento
avete di venire,
eo nde son cento tanti disiosa.
Questo congiungimento
mi conduce a morire:
quant’eo più v’amo, e più ne son gelosa,
ed è sempre paura
ne per altra intendanza
lo vostro cor non faccia fallimento;
und’eo tuttor tormento,
s’eo non ò siguranza
i
che d’altra donna non agiate cura.
Di me, madonna mia,
non vi convene avire
né gelosia, né doglia, né paura.
Omo non si porria
ne gli occhi compartire
che ne vedesse due ’n una figura;
tanto coralemente
no mi porriano amare,
che ’n altra parte gisse lo mio core.
Così mi stringe Amore,
c’altro non posso fare
se non tornare a voi, donna valente.
Re Enzo
messere, si lamenta
e fa piangere li occhi di pietate;
da me este alungiato,
e lo meo cor tormenta
vegnendo a voi lo giorno a mille fiate.
Avendo di voi voglia,
lo meo cor a voi mando,
ed ello vene e con voi si sogiorna;
e poi a me non torna,
a voi lo racomando
no li faciate gelosia, né doglia.
Donna, se mi mandate
lo vostro dolze core
innamorato sì come lo meo,
sacciate in veritate
ca per verace amore
inmantenente a voi mando lo meo,
perché vi degia dire
com’eo languisco e sento
gran pene per voi, rosa colorita;
ch’eo non agio altra vita,
se non solo un talento:
com’eo potesse a voi, bella, venire.
Messere, se talento
avete di venire,
eo nde son cento tanti disiosa.
Questo congiungimento
mi conduce a morire:
quant’eo più v’amo, e più ne son gelosa,
ed è sempre paura
ne per altra intendanza
lo vostro cor non faccia fallimento;
und’eo tuttor tormento,
s’eo non ò siguranza
i
che d’altra donna non agiate cura.
Di me, madonna mia,
non vi convene avire
né gelosia, né doglia, né paura.
Omo non si porria
ne gli occhi compartire
che ne vedesse due ’n una figura;
tanto coralemente
no mi porriano amare,
che ’n altra parte gisse lo mio core.
Così mi stringe Amore,
c’altro non posso fare
se non tornare a voi, donna valente.
Re Enzo
Michelangelo
Non ha l’ottimo artista alcun concetto
Non ha l’ottimo artista alcun concetto
c’un marmo solo in sé non circonscriva
col suo superchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all’intelletto.
Il mal ch’io fuggo, e ’l ben ch’io mi prometto,
in te, donna leggiadra, altera e diva,
tal si nasconde; e perch’io più non viva,
contraria ho l’arte al disïato effetto.
Amor dunque non ha, né tua beltate
o durezza o fortuna o gran disdegno
del mio mal colpa, o mio destino o sorte;
se dentro del tuo cor morte e pietate
porti in un tempo, e che ’l mio basso ingegno
non sappia, ardendo, trarne altro che morte.
c’un marmo solo in sé non circonscriva
col suo superchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all’intelletto.
Il mal ch’io fuggo, e ’l ben ch’io mi prometto,
in te, donna leggiadra, altera e diva,
tal si nasconde; e perch’io più non viva,
contraria ho l’arte al disïato effetto.
Amor dunque non ha, né tua beltate
o durezza o fortuna o gran disdegno
del mio mal colpa, o mio destino o sorte;
se dentro del tuo cor morte e pietate
porti in un tempo, e che ’l mio basso ingegno
non sappia, ardendo, trarne altro che morte.
Michele Sovente
Quell’inverno
Quell’inverno del Cinquantasei
tanta fu la neve che nessuno
per giorni interi uscì di casa.
Presenza assoluta la neve
che ogni altra cosa annullava.
Fra le domestiche mura
il freddo sempre più andava
crescendo. Scarseggiava
il carbone. Quel poco che ogni
famiglia aveva ben presto
cenere si fece. L’unica
carbonaia del paese fu presa
d’assalto. D’un soffio le scorte
finirono. Cadeva la neve
cadeva. I corpi in silenzio
intirizzirono. Nei sogni soltanto
contro la morte
i carboni scintillavano.
tanta fu la neve che nessuno
per giorni interi uscì di casa.
Presenza assoluta la neve
che ogni altra cosa annullava.
Fra le domestiche mura
il freddo sempre più andava
crescendo. Scarseggiava
il carbone. Quel poco che ogni
famiglia aveva ben presto
cenere si fece. L’unica
carbonaia del paese fu presa
d’assalto. D’un soffio le scorte
finirono. Cadeva la neve
cadeva. I corpi in silenzio
intirizzirono. Nei sogni soltanto
contro la morte
i carboni scintillavano.
Michele Sovente
Ti amai
Ti amai, cara compagna,
d’infantili giochi, moscacieca
e prato in fiore
in un turbinio di allodole,
di margherite sul
filo della tramontana,
avido ti amai, caro
addome lungamente perlustrato
con labbra umide
nella schermata luce
di un notturno faro, tu
al mio brusio sospesa tu
vento intermittente tu, si era
nell’incanto a un passo
da un’ebbra rivelazione, io
ariete, tu scorpione, lo zodiaco
sarebbe stato la nostra
beffa, la nostra illusione, vai
tuttora da un’isola
all’altra inseguendomi
blandendomi, caro dado,
amaro guado, non sai
quanto ti amai.
d’infantili giochi, moscacieca
e prato in fiore
in un turbinio di allodole,
di margherite sul
filo della tramontana,
avido ti amai, caro
addome lungamente perlustrato
con labbra umide
nella schermata luce
di un notturno faro, tu
al mio brusio sospesa tu
vento intermittente tu, si era
nell’incanto a un passo
da un’ebbra rivelazione, io
ariete, tu scorpione, lo zodiaco
sarebbe stato la nostra
beffa, la nostra illusione, vai
tuttora da un’isola
all’altra inseguendomi
blandendomi, caro dado,
amaro guado, non sai
quanto ti amai.
Monte Andrea
Abì lasso doloroso, più non posso
Ahi lasso doloroso, più non posso
celar né covrire ’I mortal dolore,
li affanni, li penser c’hanno colore
di lor vert me dato in ciascun membro.
L’arma e lo core n’è compreso e mosso,
solo un punto non posso me tritrarne:
tant’è il soperchio, convene mostrarne
in mia canzon, poi non son ciò ch’eo sembrò.
Isvariato son d’ogn’altro corpo,
fuor di natura son d’ogne animale;
e solo Amore m’ha condotto a tale,
che ’n sua propia natura tuttor resta
lo mio affetto, ed hami dato vesta
di sé: vedete oimai chent’ essor pò!
Poi sì compreso m’ha, che me ne nasce
in tutto, ove Onor valemi, disvaro,
se ben disio alcuno, ho lo contraro;
lo volere, ove l’aggio, fior non cape.
Chi dir volesse; “Amor di che te pasce?”,
rispondo: “Di dolori e di martiri,
d’affanno, di pensieri e di sospiri;
tenemi in foco con ardenti vape.”
Maninconia, ira con tutti guai,
tempesta, pena un’ora non mi lascia:
di cotai gioie Amor tutto mi fascia,
sì che mi fa parer la vita morte;
ed ancor peggio: sì tormento forte,
creder mi fa non aver fine mai.
Chi vole dir: “Ché non ti parti, folle?”;
“Non ho il poder, Amor mi tien riposto,
e ’n fera segnoria m’ave aposto,
sì c’assai peggio son certo che guasto;
arditanza, bailia tutta mi tolle
la segnoria che per forza seguisco.
Ma sai che fo? Di pianto mi nodrisco,
c’altro argomento non m’averia basto.”
Più ch’eo non dico son certo a mal passo:
ubidir e servir tal mi convene,
non aver peggio seria ’n for di pene;
ché tutta gente par mi mostri a dito:
così son disorrato ed aunito
per te, Amor, si m’hai condotto, lasso!
Conosco bene il reo passo ove sono;
ma, sì com’e’ aggio detto di sovra,
non ho podere in me, forza néd ovra,
cl’io possa mantener mia vita larga.
Però fa fal di ciò chi porta sòno
in dispregio, poi non sano il mal ch’abbo;
ma sai che pagamento eo ne torrabbo?
Seguerò lo proverbio ch’è da Barga.
Ché già non posso contradiar null’omo;
ma chi savesse com’io son condotto,
contra di me non parlerebbe motto;
non mi sarebbe sì crudel nemico:
ché de le cento parti una non dico
de’ dolorosi mali ove consumo.
Chi nocere vol meve, n’ha gran campo,
poi tutte degnità per me son vote:
facciami male ciascun quanto pote,
c’Amor vuol sia d’ogni tormento tomba.
In tal sentenza son, mai no ’nde campo:
di si mortale guisa Amor m’ha colmo,
che già trabocco, ché ne vien lo scolmo,
e ’n tutte parti già lo suon rimbomba.
Poi d’esta morte faccio come il nibbi’à,
però chi me sentenza fa mal troppo:
ché contro Amor già non vale rintoppo,
che, cu’ istringe, com’ più si contende,
sotto di sé più lo legh’ e lo prende;
e ’l doglioso manto adosso gli afibbia.
Però tema ciascun c’Amor nol leghi;
de’ suoi perigli alquanto fòvi cerna,
nel passo ove conduce cui governa.
Ma s’io dicesse ciò ch’a me ne serbo,
già non saria null’om ver’ me sì acerbo,
nol movesse pietà a far di me preghi.
Meo lamento, movi, e sai cui parla;
ai noiosi riprenditori a torto
di’ che nave talor, poi giunta a porto,
di gran tempesta père e va a fondo:
cosî d’Amor poriano aver lo pondo;
non pecchin più di tal sentenza darla.
celar né covrire ’I mortal dolore,
li affanni, li penser c’hanno colore
di lor vert me dato in ciascun membro.
L’arma e lo core n’è compreso e mosso,
solo un punto non posso me tritrarne:
tant’è il soperchio, convene mostrarne
in mia canzon, poi non son ciò ch’eo sembrò.
Isvariato son d’ogn’altro corpo,
fuor di natura son d’ogne animale;
e solo Amore m’ha condotto a tale,
che ’n sua propia natura tuttor resta
lo mio affetto, ed hami dato vesta
di sé: vedete oimai chent’ essor pò!
Poi sì compreso m’ha, che me ne nasce
in tutto, ove Onor valemi, disvaro,
se ben disio alcuno, ho lo contraro;
lo volere, ove l’aggio, fior non cape.
Chi dir volesse; “Amor di che te pasce?”,
rispondo: “Di dolori e di martiri,
d’affanno, di pensieri e di sospiri;
tenemi in foco con ardenti vape.”
Maninconia, ira con tutti guai,
tempesta, pena un’ora non mi lascia:
di cotai gioie Amor tutto mi fascia,
sì che mi fa parer la vita morte;
ed ancor peggio: sì tormento forte,
creder mi fa non aver fine mai.
Chi vole dir: “Ché non ti parti, folle?”;
“Non ho il poder, Amor mi tien riposto,
e ’n fera segnoria m’ave aposto,
sì c’assai peggio son certo che guasto;
arditanza, bailia tutta mi tolle
la segnoria che per forza seguisco.
Ma sai che fo? Di pianto mi nodrisco,
c’altro argomento non m’averia basto.”
Più ch’eo non dico son certo a mal passo:
ubidir e servir tal mi convene,
non aver peggio seria ’n for di pene;
ché tutta gente par mi mostri a dito:
così son disorrato ed aunito
per te, Amor, si m’hai condotto, lasso!
Conosco bene il reo passo ove sono;
ma, sì com’e’ aggio detto di sovra,
non ho podere in me, forza néd ovra,
cl’io possa mantener mia vita larga.
Però fa fal di ciò chi porta sòno
in dispregio, poi non sano il mal ch’abbo;
ma sai che pagamento eo ne torrabbo?
Seguerò lo proverbio ch’è da Barga.
Ché già non posso contradiar null’omo;
ma chi savesse com’io son condotto,
contra di me non parlerebbe motto;
non mi sarebbe sì crudel nemico:
ché de le cento parti una non dico
de’ dolorosi mali ove consumo.
Chi nocere vol meve, n’ha gran campo,
poi tutte degnità per me son vote:
facciami male ciascun quanto pote,
c’Amor vuol sia d’ogni tormento tomba.
In tal sentenza son, mai no ’nde campo:
di si mortale guisa Amor m’ha colmo,
che già trabocco, ché ne vien lo scolmo,
e ’n tutte parti già lo suon rimbomba.
Poi d’esta morte faccio come il nibbi’à,
però chi me sentenza fa mal troppo:
ché contro Amor già non vale rintoppo,
che, cu’ istringe, com’ più si contende,
sotto di sé più lo legh’ e lo prende;
e ’l doglioso manto adosso gli afibbia.
Però tema ciascun c’Amor nol leghi;
de’ suoi perigli alquanto fòvi cerna,
nel passo ove conduce cui governa.
Ma s’io dicesse ciò ch’a me ne serbo,
già non saria null’om ver’ me sì acerbo,
nol movesse pietà a far di me preghi.
Meo lamento, movi, e sai cui parla;
ai noiosi riprenditori a torto
di’ che nave talor, poi giunta a porto,
di gran tempesta père e va a fondo:
cosî d’Amor poriano aver lo pondo;
non pecchin più di tal sentenza darla.
Monte Andrea
Dolente me, son morto ed aggio vita
Dolente me, son mòrto ed aggio vita,
non posso prender mai consumamento:
sempre cor’ e corp’ ho, l’arm’è guernita
di dolorosi mai stando in tormento.
Non veggio mai chio possa aver fenita,
però di me morire v’aconsento:
poi dal corpo l’arma fosse partita,
fora saria di tanto struggimento;
ma di tal guisa ho questa ferita,
non farò da dolor mai partimento.
Ma tuttavia pur di male in peggio
ognor sormonto: Deo, come ne scampo?
ché non fenisco tanto mal proseggio?
Verso di me ha preso tanto campo
lo mal d’Amore, ca sio vado o reggio,
sono preso d’un foco ond’i’ si avampo.
Panuccio dal Bagno
non posso prender mai consumamento:
sempre cor’ e corp’ ho, l’arm’è guernita
di dolorosi mai stando in tormento.
Non veggio mai chio possa aver fenita,
però di me morire v’aconsento:
poi dal corpo l’arma fosse partita,
fora saria di tanto struggimento;
ma di tal guisa ho questa ferita,
non farò da dolor mai partimento.
Ma tuttavia pur di male in peggio
ognor sormonto: Deo, come ne scampo?
ché non fenisco tanto mal proseggio?
Verso di me ha preso tanto campo
lo mal d’Amore, ca sio vado o reggio,
sono preso d’un foco ond’i’ si avampo.
Panuccio dal Bagno