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Poesie di questo tema

Relazioni e famiglia

Mario Luzi

Mario Luzi

Il duro filamento

«Passa sotto la nostra casa qualche volta,
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo.»
La voce di colei che come serva fedele
chiamata si dispose alla partenza,
pianse ma preparò l’ultima cena
poi ascoltò la sentenza nuda e cruda
così come fu detta, quella voce
con un tremito appena più profondo,
appena più toccante ora che viene
di là dalla frontiera d’ombra e lacera
come può la cortina d’anni e fora
la coltre di fatica e d’abiezione,
cerca il filo del vento, vi s’affida
finché il vento la lascia a sé, s’aggira
ospite dove fu di casa, timida
e spersa in queste prime albe dell’anno.

L’ora è quell’ora cruda appena giorno
che il freddo mette a nudo la città
livida nelle sue pietre, tagliente
nei suoi spigoli e, dentro, nell’opaco
versano latte nelle tazze, tostano
pane, il bambino mezzo desto biascica
mentre appunta sul diario il nuovo giorno.

Nel grumo di calore che è più suo,
nella bolla di vita ch’è più tenera
per lei cresciuta alla pazienza in terre
povere, pie, l’ascolto, voce fievole,
tendersi a queste ancora grevi, ancora
appannate dal lungo sonno, chiedere
asilo, volersi mescolare.
Dico: abbi pace, abbi silenzio. Dico...

Udire voci trapassate insidia
il giusto, lusinga il troppo debole,
il troppo umano dell’amore. Solo
la parola all’unisono di vivi
e morti, la vivente comunione
di tempo e eternità vale a recidere
il duro filamento d’elegia.
È arduo. Tutto l’altro è troppo ottuso.

«Passa sotto la nostra casa qualche volta,
volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
Ma non ti soffermare troppo a lungo.»
Matteo Maria Boiardo

Matteo Maria Boiardo

Dall’ Orlando innamorato (Libro primo, canto XIX, ottave 55-64)

Ma lei sol Brandimarte va cercando,
che già de tutti gli altri non ha cura;
e mentre che va intorno remirando,
vedel soletto sopra alla pianura.
Tratto se era da parte alora quando
fu cominciata la battaglia dura;
ché a lui parria vergogna e cosa fella
cotanta gente offender la donzella.

Però stava da largo a riguardare,
e di vergogna avea rossa la faccia.
De’ compagni se aveva a vergognare,
non già di sé, che di nulla se impaccia;
ma come Fiordelisa ebbe a mirare,
corsegli incontra e ben stretta l’abbraccia;
già molto tempo non l’avea veduta:
credia nel tutto di averla perduta.

Egli ha sì grande e subita allegrezza,
che ogni altra cosa alor dimenticava;
né più Marfisa, né Ranaldo aprezza,
né di lor guerra più si racordava.
Il scudo e l’elmo via gettò con frezza,
e mille volte la dama baciava;
stretta l’abbraccia in su quella campagna:
de ciò la dama se lamenta e lagna.

Molto era Fiordelisa vergognosa,
et esser vista in tal modo gli duole.
Impetra adunque questa grazïosa
da Brandimarte, con dolce parole,
de gir con esso ad una selva ombrosa,
dove eran l’erbe fresche e le vïole:
staran con zoia insieme e con diletto,
senza aver tema, o di guerra sospetto.

Prese ben presto il cavallier lo invito,
e, forte caminando, fôrno agionti
dentro a un boschetto, a un bel prato fiorito,
che d’ogni lato è chiuso da duo monti,
de fior diversi pinto e colorito,
fresco de ombre vicine e de bei fonti.
Lo ardito cavalliero e la donzella
presto smontarno in su l’erba novella.

E la donzella con dolce sembiante
comincia il cavalliero a disarmare.
Lui mille volte la baciò, davante
che se potesse un pezzo d’arme trare;
né tratte ancor se gli ebbe tutte quante,
che quella abraccia, e non puote aspettare;
ma ancor di maglia e de le gambe armato
con essa in braccio se colcò su il prato.

Stavan sì stretti quei duo amanti insieme,
che l’aria non potrebbe tra lor gire;
e l’uno e l’altro sì forte se preme,
che non vi serìa forza a dipartire.
Come ciascun sospira e ciascun geme
de alta dolcezza, non saprebbi io dire;
lor lo dican per me, poi che a lor tocca,
che ciascaduno avea due lingue in bocca.

Parve nïente a lor il primo gioco,
tanto per la gran fretta era passato;
e, nel secondo assalto, intrarno al loco
che al primo ascontro apena fu toccato.
Sospirando de amore, a poco a poco
se fu ciascun di loro abandonato,
con la faccia suave insieme stretta,
tanto il fiato de l’un l’altro diletta.

Sei volte ritornarno a quel danzare,
prima che il lor desir ben fosse spento;
poi cominciarno dolce ragionare
de’ loro affanni e passato tormento;
il fresco loco gli invita a posare,
perché in quel prato sospirava un vento,
che sibillava tra le verde fronde
del bel boschetto che li amanti asconde,

e un ruscelletto di fontana viva
mormorando passava per quel prato.
Brandimarte, che stava in quella riva,
per molto affanno in quel giorno durato,
nel bel pensar de amor qui se adormiva;
e Fiordelisa che gli era da lato,
che di guardarlo uno attimo non perde,
se dormentò con lui su l’erba verde.
Matteo Maria Boiardo

Matteo Maria Boiardo

Libro primo, canto XXII, ottave 23-28

Queste parole e molte altre dicia
sempre fra denti, con voce orgogliosa.
Ordauro al suo parlar non attendia,
ma con mente scaltrita et amorosa
sotto la terra avea fatto una via,
a ciascuno altro incognita e nascosa.
Per una tomba chiusa intorno e scura
gionse una notte dentro ad Altamura.

E benché egli arivasse d’improviso,
ch’io non stimavo quella cosa mai,
io il ricevetti ben con meglior viso
ch’io non facevo Folderico assai.
Ancora esser mi par nel paradiso,
quando ramento come io lo baciai,
e come lui baciomme nella bocca;
quella dolcezza ancor nel cor mi tocca.

Questo ti giuro e dico per certanza,
ch’io ero ancora vergine e polzella;
ché Folderico non avea possanza,
et essendo io fanciulla e tenerella,
me avea gabata con menzogna e zanza,
dandomi intender con festa novella,
che sol baciando e sol toccando il petto
de amor si dava l’ultimo diletto.

Alora il suo parlar vidi esser vano,
con quel piacer che ancor nel cor mi serbo.
Noi cominciammo il gioco a mano a mano;
Ordauro era frezzoso e di gran nerbo,
sì che al principio pur mi parve strano,
come io avessi morduto un pomo acerbo;
ma nella fin tal dolce ebbi a sentire,
ch’io me disfeci e credetti morire.

Io credetti morir per gran dolcezza,
né altra cosa da poi stimai nel mondo.
Altri acquisti possanza o ver ricchezza,
altri esser nominato per il mondo.
Ciascun che è saggio, il suo piacere aprezza
e il viver dilettoso e star iocondo;
chi vôle onore o robba con affanno,
me non ascolti, et abbiasene il danno.

Più fiate poi tornammo a questo gioco,
e ciascun giorno più crescìa il diletto;
ma pur il star rinchiusa in questo loco
mi dava estrema noia e gran dispetto;
e il tempo del piacer sempre era poco,
però che quel zeloso maladetto
me ritornava sì ratto a vedere,
che spesso me sturbò di gran piacere.
Maurizio Cucchi

Maurizio Cucchi

Al Cairo

*
Le case degli operai
avevano i cortili a sassi
che davano in altri cortili.
Penso al foppone della peste,
osservo il giallo della Polveriera
e ti aspetto qui fuori,
al Cairo, tra le bisce del portone.

*
E siano per sempre benedetti
i nostri cuori senza nome.
Guardo le ossa a croce della Schola
gratto le carte dell’Ornato fabbriche
fiutando un muso di padrone,
le sue pareti di polvere.
E c’era una nonnina bogianen,
le righe nere un ghigno e il cappellino,
forse venuta dalla Portascia delle uova
a un passo dai giardini dei pavoni.
Lei conosceva lo stradone di Loreto,
il pullulare e l’umido, le scale
e la stanzetta di mia madre
la mia finestra di bambino.

*
L’uomo della Bovisa non poteva immaginare
che il suo avvenire, così presto,
sarebbe diventato preistoria.
Torna e rimugina quei nomi: la Società Smeriglio,
l’Officina del Gas e scopre come un monumento
la torre di mattoni altissima,
dove dentro gli operai si arrampicavano.

In un oblio forse sognante, quei diroccamenti
e le navate al sole o nella palta,
gli immensi alberi strani contro il cielo, nelle refezioni,
gli insegnano la muta dignità delle rovine.

*
La casa dei lavandai
offre con calma il suo trapasso,
scivola e gronda alla Martesana,
vicino agli orti luridi,
alle strutture afone e a un bambino
che si incammina quieto nella melma.

Il viaggiatore torna curioso sui suoi passi,
tra i padiglioni che fluttuano ingabbiati,
obliqui, semisommersi dalle alghe.
Pensa a una tinozza di piume e di calore,
tira su il bavero e riflette
su queste transizioni.
Monte Andrea

Monte Andrea

Abì lasso doloroso, più non posso

Ahi lasso doloroso, più non posso
celar né covrire ’I mortal dolore,
li affanni, li penser c’hanno colore
di lor vert me dato in ciascun membro.
L’arma e lo core n’è compreso e mosso,
solo un punto non posso me tritrarne:
tant’è il soperchio, convene mostrarne
in mia canzon, poi non son ciò ch’eo sembrò.
Isvariato son d’ogn’altro corpo,
fuor di natura son d’ogne animale;
e solo Amore m’ha condotto a tale,
che ’n sua propia natura tuttor resta
lo mio affetto, ed hami dato vesta
di sé: vedete oimai chent’ essor pò!

Poi sì compreso m’ha, che me ne nasce
in tutto, ove Onor valemi, disvaro,
se ben disio alcuno, ho lo contraro;
lo volere, ove l’aggio, fior non cape.
Chi dir volesse; “Amor di che te pasce?”,
rispondo: “Di dolori e di martiri,
d’affanno, di pensieri e di sospiri;
tenemi in foco con ardenti vape.”
Maninconia, ira con tutti guai,
tempesta, pena un’ora non mi lascia:
di cotai gioie Amor tutto mi fascia,
sì che mi fa parer la vita morte;
ed ancor peggio: sì tormento forte,
creder mi fa non aver fine mai.

Chi vole dir: “Ché non ti parti, folle?”;
“Non ho il poder, Amor mi tien riposto,
e ’n fera segnoria m’ave aposto,
sì c’assai peggio son certo che guasto;
arditanza, bailia tutta mi tolle
la segnoria che per forza seguisco.
Ma sai che fo? Di pianto mi nodrisco,
c’altro argomento non m’averia basto.”
Più ch’eo non dico son certo a mal passo:
ubidir e servir tal mi convene,
non aver peggio seria ’n for di pene;
ché tutta gente par mi mostri a dito:
così son disorrato ed aunito
per te, Amor, si m’hai condotto, lasso!

Conosco bene il reo passo ove sono;
ma, sì com’e’ aggio detto di sovra,
non ho podere in me, forza néd ovra,
cl’io possa mantener mia vita larga.
Però fa fal di ciò chi porta sòno
in dispregio, poi non sano il mal ch’abbo;
ma sai che pagamento eo ne torrabbo?
Seguerò lo proverbio ch’è da Barga.
Ché già non posso contradiar null’omo;
ma chi savesse com’io son condotto,
contra di me non parlerebbe motto;
non mi sarebbe sì crudel nemico:
ché de le cento parti una non dico
de’ dolorosi mali ove consumo.

Chi nocere vol meve, n’ha gran campo,
poi tutte degnità per me son vote:
facciami male ciascun quanto pote,
c’Amor vuol sia d’ogni tormento tomba.
In tal sentenza son, mai no ’nde campo:
di si mortale guisa Amor m’ha colmo,
che già trabocco, ché ne vien lo scolmo,
e ’n tutte parti già lo suon rimbomba.
Poi d’esta morte faccio come il nibbi’à,
però chi me sentenza fa mal troppo:
ché contro Amor già non vale rintoppo,
che, cu’ istringe, com’ più si contende,
sotto di sé più lo legh’ e lo prende;
e ’l doglioso manto adosso gli afibbia.

Però tema ciascun c’Amor nol leghi;
de’ suoi perigli alquanto fòvi cerna,
nel passo ove conduce cui governa.
Ma s’io dicesse ciò ch’a me ne serbo,
già non saria null’om ver’ me sì acerbo,
nol movesse pietà a far di me preghi.
Meo lamento, movi, e sai cui parla;
ai noiosi riprenditori a torto
di’ che nave talor, poi giunta a porto,
di gran tempesta père e va a fondo:
cosî d’Amor poriano aver lo pondo;
non pecchin più di tal sentenza darla.