Poesie di questo tema
Relazioni e famiglia
Pier Paolo Pasolini
Li colombis
A lusin ta li ombris
dal zovinút pleàt
li lus di un timp svualàt
cu’l svuàl da li colombis.
Ta la so gola a nas
na ombra di peràulis
platadis coma fràulis
nenfra li fuèjs dai pras.
E al siga, li peràulis,
ai so cunpàins tra i poj:
li colombis sul troi
a svuàlin par bussàilis.
dal zovinút pleàt
li lus di un timp svualàt
cu’l svuàl da li colombis.
Ta la so gola a nas
na ombra di peràulis
platadis coma fràulis
nenfra li fuèjs dai pras.
E al siga, li peràulis,
ai so cunpàins tra i poj:
li colombis sul troi
a svuàlin par bussàilis.
Pier Paolo Pasolini
Supplica a mia madre
È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
From TRASUMANAR E ORGANIZZAR
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
From TRASUMANAR E ORGANIZZAR
Pieraccio Tedaldi
La gaia donna che, del mio paese
La gaia donna che, del mio paese,
vidi fra l’altre donne ch’eran molte,
con velo in capo e colle treccie avvolte,
acconcia adornamente a la lucchese,
mirando in lei, subito il cor mi prese
colle bellezze c’ha nel viso accolte,
e tutte noie m’ha levate e tolte
e le virti doblate e forte accese.
E ciò m’è divenuto, per che sembra
alquanto quella ch’era romagnola,
di cui a ciascuna ora mi rimembra
de la dolce figura, collo e gola,
de la grandezza e di certe altre membra
e de la sua angelica parola.
vidi fra l’altre donne ch’eran molte,
con velo in capo e colle treccie avvolte,
acconcia adornamente a la lucchese,
mirando in lei, subito il cor mi prese
colle bellezze c’ha nel viso accolte,
e tutte noie m’ha levate e tolte
e le virti doblate e forte accese.
E ciò m’è divenuto, per che sembra
alquanto quella ch’era romagnola,
di cui a ciascuna ora mi rimembra
de la dolce figura, collo e gola,
de la grandezza e di certe altre membra
e de la sua angelica parola.
Pieraccio Tedaldi
O vita di mia vita, quando io penso
O vita di mia vita, quando io penso
sopra alla vostra gran piacevolezza,
nel pensiero mi giugne una dolcezza,
che mi fa stupefatto stare intenso;
e chi nel cor mi pinse tal vaghezza,
ubbligato gli son di render censo.
Per che d’amarvi, donna, io pur sormonto
e pure addoppio a guisa di scacchiere,
per modo quasi far non si può conto.
Deh dunque, poi che Amor così mi fère,
movete vostro cor ad esser pronto
a darmi quella gioia che ho mestiere.
sopra alla vostra gran piacevolezza,
nel pensiero mi giugne una dolcezza,
che mi fa stupefatto stare intenso;
e chi nel cor mi pinse tal vaghezza,
ubbligato gli son di render censo.
Per che d’amarvi, donna, io pur sormonto
e pure addoppio a guisa di scacchiere,
per modo quasi far non si può conto.
Deh dunque, poi che Amor così mi fère,
movete vostro cor ad esser pronto
a darmi quella gioia che ho mestiere.
Piero Jahier
Canto della sposa
Se i pavimenti odorano di ragia
se splende in ordine la sua povera casa
se respira nei fiori
se gli salta in collo il più chiaro bambino
se riposa
la gota fresca di bagno contro la sua mascella dura
forse m’incoronerà di uno sguardo
forse scioglierà in un sorriso la sua cura.
Ma chi conosce il suo pensiero
forse il suo desiderio si è già allontanato.
*
Voltati e ricevi la casa dell’amore
tutta ricordi di anima che quando li abbiamo portati
Per un’amara parola che ci hai lasciato stamani
tutt’oggi non mi sono seduta.
Ma ci nega uno sguardo la sera
ma anche questa giornata è perduta.
*
Se non si dimentica, se non si consola
se non si rasserena
se la sua carezza è mancata
se non confida la sua pena
allora questa casa è sbagliata
allora la vecchia fede è vilipesa.
Sei un uomo, e forse volevi una donna di gioia
non una fedeltà, ma una sorpresa.
O se non mi avesse sposata!
almeno sarebbe durato l’amore
un poco per giorno te l’avrei misurato.
Ma chi conosce il suo pensiero
il suo desiderio si è allontanato.
*
Mi sono aperta troppo, mi sono sfogliata
son brutta e non ho più nulla da dare;
nessuno mi ha insegnato a vestire
e perché mi levavano i fiocchi quand’ero piccina.
Allora la vecchia fede mi ha ingannata
Allora non gli son più vicina.
Sei brutta e hai perso il suo pensiero
il suo desiderio si è allontanato.
*
Ma dicevi che è bello il viso più usato
dolce carezza la mano operosa:
ora ti aspetta la mano ruvida
ora ti aspetta il viso scavato
ora, finita la donna
ti aspetta la tua sposa.
*
Ritorna, te che sei stato il mio fidanzato
quando camminavamo sulle cime
la strada d’oro che solo insieme possiamo scoprire.
Quel che ti manca in me, l’amore te lo fa mancare.
Amami e sono vergine ancora
tanto bene nuovo ti debbo ancora dare.
Ma solo cose assenti lo fanno amare
cose invisibili lo fanno soffrire
non è per me che sono sempre uguale
io che sono tanto noiosa, vero
allora se fossi lontana
allora se potessi morire
ma chi conosce il suo pensiero...
se splende in ordine la sua povera casa
se respira nei fiori
se gli salta in collo il più chiaro bambino
se riposa
la gota fresca di bagno contro la sua mascella dura
forse m’incoronerà di uno sguardo
forse scioglierà in un sorriso la sua cura.
Ma chi conosce il suo pensiero
forse il suo desiderio si è già allontanato.
*
Voltati e ricevi la casa dell’amore
tutta ricordi di anima che quando li abbiamo portati
Per un’amara parola che ci hai lasciato stamani
tutt’oggi non mi sono seduta.
Ma ci nega uno sguardo la sera
ma anche questa giornata è perduta.
*
Se non si dimentica, se non si consola
se non si rasserena
se la sua carezza è mancata
se non confida la sua pena
allora questa casa è sbagliata
allora la vecchia fede è vilipesa.
Sei un uomo, e forse volevi una donna di gioia
non una fedeltà, ma una sorpresa.
O se non mi avesse sposata!
almeno sarebbe durato l’amore
un poco per giorno te l’avrei misurato.
Ma chi conosce il suo pensiero
il suo desiderio si è allontanato.
*
Mi sono aperta troppo, mi sono sfogliata
son brutta e non ho più nulla da dare;
nessuno mi ha insegnato a vestire
e perché mi levavano i fiocchi quand’ero piccina.
Allora la vecchia fede mi ha ingannata
Allora non gli son più vicina.
Sei brutta e hai perso il suo pensiero
il suo desiderio si è allontanato.
*
Ma dicevi che è bello il viso più usato
dolce carezza la mano operosa:
ora ti aspetta la mano ruvida
ora ti aspetta il viso scavato
ora, finita la donna
ti aspetta la tua sposa.
*
Ritorna, te che sei stato il mio fidanzato
quando camminavamo sulle cime
la strada d’oro che solo insieme possiamo scoprire.
Quel che ti manca in me, l’amore te lo fa mancare.
Amami e sono vergine ancora
tanto bene nuovo ti debbo ancora dare.
Ma solo cose assenti lo fanno amare
cose invisibili lo fanno soffrire
non è per me che sono sempre uguale
io che sono tanto noiosa, vero
allora se fossi lontana
allora se potessi morire
ma chi conosce il suo pensiero...
Piero Jahier
I quattro fratelli
A mia madre.
non più balzar tra gli sfagli: tutti in coperta.
Ma dolce sonno — a volontà — tra fresche lenzuola —
reliquiario, — corredo materno —
Quattro voci nel buio si cercano, e si stringono come
mani: il cupo basso di stiva — il soprano a campana fi-
lata — il contralto, ombra rassegnata d’irraggiungibile
nota.
non più balzar tra gli sfagli: tutti in coperta.
Ma dolce sonno — a volontà — tra fresche lenzuola —
reliquiario, — corredo materno —
Quattro voci nel buio si cercano, e si stringono come
mani: il cupo basso di stiva — il soprano a campana fi-
lata — il contralto, ombra rassegnata d’irraggiungibile
nota.
Piero Jahier
Mare
Hanno preso il suo figliolo ànno preso
quello che l’era appena rilevato
e per andà non può essere andato
che nel posto più brutto indifeso.
E per restà non può esser restato
che dove tronca la vita le granate
e quando ànno finito di troncare
scendono le valanghe a sotterrare.
E se non scrive è che vuol ritornare
1° e queste notti è camminato camminato
per chiedere una muta alla sua mare.
La muta era ben pronta al davanzale
e alla finestra mare l’à aspettato.
L’à aspettato infino alla mattina
° quando squilla la tromba repentina
e alla sua casa non può più rivare.
Hanno preso il suo figliolo alla mare
*
Hanno preso il suo tosàt ànno preso
quel ch’era così tanto delicato
e si ritrova lontano trasportato
nel bastimento sopra l’acqua acceso.
Di giorno il bastimento gli cammina
ma nella notte è sempre arrestato
e tutte l’acque bussan per entrare
dove il suo tosatè] sta addormentato.
Hanno preso il suo tosàt alla mare
*
Hanno preso il suo omo ànno preso
quello che la doveva accompagnare
che avea giurato davanti all’altare
°”
di non lasciarla sola a questo peso.
Lui coi suoi bòcia è contento di andare
non si è quasi voltato a salutare
Ma ànno preso il suo omo alla mare.
*
E la mattina si è levata a solo
e à messo tutte le sue filigrane;
à beverato le sue armente chiare;
à steso tutti i suoi panni a asciugare;
à agganciato il più grande suo paiolo;
DN
à apparecchiato il più bel fuoco acceso
fi
e dopo si è seduta al focolare.
Anche se tornano non si può più alzare.
Hanno preso ànno preso anche la mare.
Parrocchia di Sargnano.
quello che l’era appena rilevato
e per andà non può essere andato
che nel posto più brutto indifeso.
E per restà non può esser restato
che dove tronca la vita le granate
e quando ànno finito di troncare
scendono le valanghe a sotterrare.
E se non scrive è che vuol ritornare
1° e queste notti è camminato camminato
per chiedere una muta alla sua mare.
La muta era ben pronta al davanzale
e alla finestra mare l’à aspettato.
L’à aspettato infino alla mattina
° quando squilla la tromba repentina
e alla sua casa non può più rivare.
Hanno preso il suo figliolo alla mare
*
Hanno preso il suo tosàt ànno preso
quel ch’era così tanto delicato
e si ritrova lontano trasportato
nel bastimento sopra l’acqua acceso.
Di giorno il bastimento gli cammina
ma nella notte è sempre arrestato
e tutte l’acque bussan per entrare
dove il suo tosatè] sta addormentato.
Hanno preso il suo tosàt alla mare
*
Hanno preso il suo omo ànno preso
quello che la doveva accompagnare
che avea giurato davanti all’altare
°”
di non lasciarla sola a questo peso.
Lui coi suoi bòcia è contento di andare
non si è quasi voltato a salutare
Ma ànno preso il suo omo alla mare.
*
E la mattina si è levata a solo
e à messo tutte le sue filigrane;
à beverato le sue armente chiare;
à steso tutti i suoi panni a asciugare;
à agganciato il più grande suo paiolo;
DN
à apparecchiato il più bel fuoco acceso
fi
e dopo si è seduta al focolare.
Anche se tornano non si può più alzare.
Hanno preso ànno preso anche la mare.
Parrocchia di Sargnano.
Piero Jahier
Mi hanno prestato una villa
I
Mi hanno prestato una villa – garantita padronale
cancello cifrato – giardino pensile – mascherone sboccato –
– vomita acqueterna nottegiorno –
e dev’essere rinfrescante sentirla chioccolare
non ora
piramidale magnolia di rito
tutta foglie verniciate a fuoco
e dev’esser carezzante sentirla scartocciare in ventilazione
non ora
zampillo regolabile a volontà – in vasca centrale –
e dev’esser letificante vederlo spicciare e arcobalenare
e spolverizzare sugli scolli di belle figliole
non ora
Ora è inverno crudo, ma mi hanno prestato una villa
garantita padronale – con cappella e altare –
e il suo broletto di lecci neri a tramontano
dove il rosignolo infrascato saetta acuti
e clarineggia negli orecchi di un Sileno incrostato
non ora
con annessi poderi ragguagliati in misura
millanta «braccia a panno fiorentine»
e in bontà millanta barili di olio topazio extra, prima premuta
e millanta vino rubino extra-superiore
e contadino accogliente: «Buonasera, Signoria»
come se fosse mia.
Ma ora è inverno crudo:
funerale di cipressi sulla strada privata
singhiozzo rugginoso della banderuola sulla torre merlata
basso cielo rissoso, erbuccia stenta arricciolata
sole interessoso, vasca gelata.
Ora è crudo inverno
– stanzoni troppo ariosi – cassettoni casamenti
sette volte sette scale da montare.
Mi hanno prestato una villa
con diritto incontrastato
di farci le cose belle che non ci si possono fare
goderci le cose belle che non ci si posson godere!
E nondimeno sia grazie al Signore
di aver vietato la villa ai ricchi in questa stagione.
Debbono fare i signori; e noi poveri a sorvegliare
che non facciano miseriate:
alle nostre mani digiune
un tozzo di villa lo debbon pure lasciare.
II
Mi hanno prestato una villa!
Come la possiedo, questa villa prestata!
Come si porge graziosa alla mia castità di possedere!
Certo al proprietario conoscitore – all’acquirente indagatore
è tutta difetti, così gelata!
Ma per me è la più bella esistente
la sola villa che mi è stata prestata!
Non parcella a catasto, ipoteca accesa, cretti da sprangare
ma una piega di crosta terrestre, con la sua geometria stellare
mille fogli e mille strati in profondità abissale.
Ho tutto il necessario: sempre un sol paio di scarpe cittadine
ma doppi scarponi per terra libera da domare
mantella da fasciarmi nel mio calor naturale.
Sempre mi cambio, sempre mi ravvio
riguardoso ad entrare in un salotto d’aria solare.
Abbandonato il tranvai stomachevole
gonfio di digestioni e basse bugie augurali
per questo cassettino feriale rabbioso d’arrivare
dove sonnecchio sulla spalla del fonditore
senza dovermi scusare.
Abbiam tutto il necessario – per godere l’inverno –
noi, abituati a tremare.
Ho detto alla sposa: mi hanno prestato una villa
non staremo a traccheggiare
e a Chicco: sulla montagna col papi andale
e Gioietta: papi...ale
III
TORNANDO A SERA: picchia il mio unico passo su per l’erta gelata:
finestre rustiche sigillate: nelle stanze soffianti
ognuno si è già composto il difficile letto invernale.
Fate sole di combustibile, chiamate a coprirvi tutte le lane;
la stessa ventata
che decise l’età della rama, bussa alla vostra pleura infiammata.
Ma di quassù com’è dolce la notte invernale!
Tranvai operai tesson tra casa e casa pallottolieri di lumi
e il treno che ansimava nero
eccolo sportellato di fuoco, conquistare la diritta campata
elasticamente doppiare la curva
coi tre rubini della coda snodata.
Sotto gli occhi bovini – di tre altissimi globi
un paese di cento camini – ostenta fornaci accese
vernicia a nerofumo il cielo lunare.
E la città remota esala fosforescenza celestiale.
Oltre la svolta: non altro che il vacillio della costellazione
ammagliata nelle branche del tiglio spettrale
la montagna: due cumuli nudi scaricati dal gigante –
e la faccia gialluta della villa – stampata a lume lunare.
IV
ANDANDO AL MATTINO: gli alberi! come puntano avidamente
[quegli steccoli in cielo!
Solo i cipressi voluttuosi frusciano i lunghi colli impellicciati
gli oppi slargano i ditoni ritorti; la vite rivela il suo allacciamento
[femminile
il parassita dove ha ficcato l’anemica radicina.
Gelo indefesso con la piccola leva notturna
a sgretolare le pregne muricce strinate.
Trepestio per tutte le poggiate
di valorosi armati contro l’uccellino
se si sbranca sfinito, se cala fiducioso
vedendo terra alberata e una casa:
e chi finge di accoglierlo
e chi lo richiama col suo fischio falsificato
e se svergola insospettito e se scampa il crivello dell’impallinata
lo rimbalza oltrefosso al compagno puntatore
che se si posa non gli lasci gonfiare la piuma bagnata.
Nella brunita piana acquarellata
tra il saettato dei solchi
ogni tanto un’ansa di borro invetriata
e l’adolescente sole rosa in ritardo
col flebile raggio spento orizzontale.
V
Levati, sposa, dolce corpo nelle tenebre,
socchiudi gli occhi, riconosci l’alta mensolatura
della villa prestata
e sulle pareti l’insolito biancore.
Cominciamo il nostro anno
affrontando il tramontano
che ruzza con la sua nevicata.
Andiamo a snidarlo nel covo, appena nato,
tra i due sommoli rosa incanalato!
Come soffia serrato,
e buca con mille aghi di gelo
nei lunghi bastioni che ha trincerato.
Deve spoltrir nuvole vecchie, ostinate,
sbandare la timida mandra che scirocco a tappe notturne tenta
[insinuare
trecento miglia da monte a monte spazzare
per compor senza sbagli il tenuissimo cielo invernale.
E noi, sposa, ogni giorno crearci nell’amore
risollevare segnale di casa
riascoltarci, diversi, nella verità del dolore.
Bambini nostri, vi offriamo
questi ghiaccioli canditi,
la mano nella mano
i nostri cuori uniti.
Mi hanno prestato una villa – garantita padronale
cancello cifrato – giardino pensile – mascherone sboccato –
– vomita acqueterna nottegiorno –
e dev’essere rinfrescante sentirla chioccolare
non ora
piramidale magnolia di rito
tutta foglie verniciate a fuoco
e dev’esser carezzante sentirla scartocciare in ventilazione
non ora
zampillo regolabile a volontà – in vasca centrale –
e dev’esser letificante vederlo spicciare e arcobalenare
e spolverizzare sugli scolli di belle figliole
non ora
Ora è inverno crudo, ma mi hanno prestato una villa
garantita padronale – con cappella e altare –
e il suo broletto di lecci neri a tramontano
dove il rosignolo infrascato saetta acuti
e clarineggia negli orecchi di un Sileno incrostato
non ora
con annessi poderi ragguagliati in misura
millanta «braccia a panno fiorentine»
e in bontà millanta barili di olio topazio extra, prima premuta
e millanta vino rubino extra-superiore
e contadino accogliente: «Buonasera, Signoria»
come se fosse mia.
Ma ora è inverno crudo:
funerale di cipressi sulla strada privata
singhiozzo rugginoso della banderuola sulla torre merlata
basso cielo rissoso, erbuccia stenta arricciolata
sole interessoso, vasca gelata.
Ora è crudo inverno
– stanzoni troppo ariosi – cassettoni casamenti
sette volte sette scale da montare.
Mi hanno prestato una villa
con diritto incontrastato
di farci le cose belle che non ci si possono fare
goderci le cose belle che non ci si posson godere!
E nondimeno sia grazie al Signore
di aver vietato la villa ai ricchi in questa stagione.
Debbono fare i signori; e noi poveri a sorvegliare
che non facciano miseriate:
alle nostre mani digiune
un tozzo di villa lo debbon pure lasciare.
II
Mi hanno prestato una villa!
Come la possiedo, questa villa prestata!
Come si porge graziosa alla mia castità di possedere!
Certo al proprietario conoscitore – all’acquirente indagatore
è tutta difetti, così gelata!
Ma per me è la più bella esistente
la sola villa che mi è stata prestata!
Non parcella a catasto, ipoteca accesa, cretti da sprangare
ma una piega di crosta terrestre, con la sua geometria stellare
mille fogli e mille strati in profondità abissale.
Ho tutto il necessario: sempre un sol paio di scarpe cittadine
ma doppi scarponi per terra libera da domare
mantella da fasciarmi nel mio calor naturale.
Sempre mi cambio, sempre mi ravvio
riguardoso ad entrare in un salotto d’aria solare.
Abbandonato il tranvai stomachevole
gonfio di digestioni e basse bugie augurali
per questo cassettino feriale rabbioso d’arrivare
dove sonnecchio sulla spalla del fonditore
senza dovermi scusare.
Abbiam tutto il necessario – per godere l’inverno –
noi, abituati a tremare.
Ho detto alla sposa: mi hanno prestato una villa
non staremo a traccheggiare
e a Chicco: sulla montagna col papi andale
e Gioietta: papi...ale
III
TORNANDO A SERA: picchia il mio unico passo su per l’erta gelata:
finestre rustiche sigillate: nelle stanze soffianti
ognuno si è già composto il difficile letto invernale.
Fate sole di combustibile, chiamate a coprirvi tutte le lane;
la stessa ventata
che decise l’età della rama, bussa alla vostra pleura infiammata.
Ma di quassù com’è dolce la notte invernale!
Tranvai operai tesson tra casa e casa pallottolieri di lumi
e il treno che ansimava nero
eccolo sportellato di fuoco, conquistare la diritta campata
elasticamente doppiare la curva
coi tre rubini della coda snodata.
Sotto gli occhi bovini – di tre altissimi globi
un paese di cento camini – ostenta fornaci accese
vernicia a nerofumo il cielo lunare.
E la città remota esala fosforescenza celestiale.
Oltre la svolta: non altro che il vacillio della costellazione
ammagliata nelle branche del tiglio spettrale
la montagna: due cumuli nudi scaricati dal gigante –
e la faccia gialluta della villa – stampata a lume lunare.
IV
ANDANDO AL MATTINO: gli alberi! come puntano avidamente
[quegli steccoli in cielo!
Solo i cipressi voluttuosi frusciano i lunghi colli impellicciati
gli oppi slargano i ditoni ritorti; la vite rivela il suo allacciamento
[femminile
il parassita dove ha ficcato l’anemica radicina.
Gelo indefesso con la piccola leva notturna
a sgretolare le pregne muricce strinate.
Trepestio per tutte le poggiate
di valorosi armati contro l’uccellino
se si sbranca sfinito, se cala fiducioso
vedendo terra alberata e una casa:
e chi finge di accoglierlo
e chi lo richiama col suo fischio falsificato
e se svergola insospettito e se scampa il crivello dell’impallinata
lo rimbalza oltrefosso al compagno puntatore
che se si posa non gli lasci gonfiare la piuma bagnata.
Nella brunita piana acquarellata
tra il saettato dei solchi
ogni tanto un’ansa di borro invetriata
e l’adolescente sole rosa in ritardo
col flebile raggio spento orizzontale.
V
Levati, sposa, dolce corpo nelle tenebre,
socchiudi gli occhi, riconosci l’alta mensolatura
della villa prestata
e sulle pareti l’insolito biancore.
Cominciamo il nostro anno
affrontando il tramontano
che ruzza con la sua nevicata.
Andiamo a snidarlo nel covo, appena nato,
tra i due sommoli rosa incanalato!
Come soffia serrato,
e buca con mille aghi di gelo
nei lunghi bastioni che ha trincerato.
Deve spoltrir nuvole vecchie, ostinate,
sbandare la timida mandra che scirocco a tappe notturne tenta
[insinuare
trecento miglia da monte a monte spazzare
per compor senza sbagli il tenuissimo cielo invernale.
E noi, sposa, ogni giorno crearci nell’amore
risollevare segnale di casa
riascoltarci, diversi, nella verità del dolore.
Bambini nostri, vi offriamo
questi ghiaccioli canditi,
la mano nella mano
i nostri cuori uniti.
Pietro Aretino
Fottiamci, anima mia
[U.] «Fottiamci, anima mia, fottiamci presto,
poiché tutti per fotter nati siamo,
e se tu il cazzo adori, io la potta amo,
e saria il mondo un cazzo senza questo.
E se post mortem fotter fuss’onesto,
direi: tanto fottiam che ci moriamo,
per fotter poi de là Eva ed Adamo,
che trovaro il morir sì disonesto.»
[D.] «Veramente gli è ver, che s’i furfanti
non mangiavan quel pomo traditore,
io so che si sfoiavano gli amanti.
Ma lasciamo ir le ciancie, e insino al core
ficcami il cazzo, e fa’ ch’ivi si schianti
l’anima che ’n sul cazzo or nasce or more.»
[U.] «E s’è possibil, fore
non mi tener [de] la potta i coglioni,
d’ogni piacer fottuto testimoni.»
poiché tutti per fotter nati siamo,
e se tu il cazzo adori, io la potta amo,
e saria il mondo un cazzo senza questo.
E se post mortem fotter fuss’onesto,
direi: tanto fottiam che ci moriamo,
per fotter poi de là Eva ed Adamo,
che trovaro il morir sì disonesto.»
[D.] «Veramente gli è ver, che s’i furfanti
non mangiavan quel pomo traditore,
io so che si sfoiavano gli amanti.
Ma lasciamo ir le ciancie, e insino al core
ficcami il cazzo, e fa’ ch’ivi si schianti
l’anima che ’n sul cazzo or nasce or more.»
[U.] «E s’è possibil, fore
non mi tener [de] la potta i coglioni,
d’ogni piacer fottuto testimoni.»
Pietro Aretino
Perch’io prov’or
[D.] «Perch’io prov’or un sì solenne cazzo,
che mi rovescia l’orlo de la potta,
io vorrei esser tutta quanta potta,
ma vorrei che tu fossi tutto cazzo.
Perché s’io fossi potta, e tu cazzo,
isfameria per un tratto la potta,
e tu averesti anche da la potta
tutto il piacer che può aver un cazzo.
Ma non potendo esser tutta potta,
né tu diventar tutto di cazzo,
piglia il buon voler da questa potta.»
[U.] «E voi, pigliate del mio poco cazzo
la buona volontà: in giù la potta
ficcate, e io in su ficcherò il cazzo;
e dipoi su il mio cazzo
lasciatevi andar tutta con la potta:
e sarò cazzo, e voi sarete potta.»
che mi rovescia l’orlo de la potta,
io vorrei esser tutta quanta potta,
ma vorrei che tu fossi tutto cazzo.
Perché s’io fossi potta, e tu cazzo,
isfameria per un tratto la potta,
e tu averesti anche da la potta
tutto il piacer che può aver un cazzo.
Ma non potendo esser tutta potta,
né tu diventar tutto di cazzo,
piglia il buon voler da questa potta.»
[U.] «E voi, pigliate del mio poco cazzo
la buona volontà: in giù la potta
ficcate, e io in su ficcherò il cazzo;
e dipoi su il mio cazzo
lasciatevi andar tutta con la potta:
e sarò cazzo, e voi sarete potta.»
Pietro Aretino
Posami questa gamba
[U.] «Posami questa gamba in su la spalla,
e levami dal cazzo anco la mano,
e quando vuoi ch’io spinga forte o piano,
piano o forte col cul sul letto balla.
E s’in cul dalla potta il cazzo falla,
di’ ch’io sia un forfante e un villano,
perch’io conosco dalla vulva l’ano,
come un caval conosce una cavalla.»
[D.] «La man dal cazzo no levarò io,
non io, che non vo far questa pazzia,
e se non vuoi così, vati con Dio.
Che ’l piacer dietro tutto tuo saria,
ma dinanzi il piacer è tuo e mio,
siché, fotti a buon modo, o vanne via.»
[U.] «Io non me n’anderia,
signora cara, da così dolce ciancia,
s’io ben credessi campar il Re di Francia.»
e levami dal cazzo anco la mano,
e quando vuoi ch’io spinga forte o piano,
piano o forte col cul sul letto balla.
E s’in cul dalla potta il cazzo falla,
di’ ch’io sia un forfante e un villano,
perch’io conosco dalla vulva l’ano,
come un caval conosce una cavalla.»
[D.] «La man dal cazzo no levarò io,
non io, che non vo far questa pazzia,
e se non vuoi così, vati con Dio.
Che ’l piacer dietro tutto tuo saria,
ma dinanzi il piacer è tuo e mio,
siché, fotti a buon modo, o vanne via.»
[U.] «Io non me n’anderia,
signora cara, da così dolce ciancia,
s’io ben credessi campar il Re di Francia.»
Pietro Buratti
Non tirarti tanto indietro
Non tirarti tanto indietro
mia vezzosa Marianetta,
non mi far la ritrosetta,
ch’io son franco nel mestier.
Mi parlò della tua fica
sai tu chi? Quel capo ameno
che pur tu conosci appieno:
Giacometto parruchier.
Se vedeste, mi diceva,
ell’è fatta col pennello,
fatta proprio per l’uccello,
vince Venere in beltà.
Che begli occhi! Che dentini!
Che bei labbri! Che bocchina!
Che graziosa fossettina
sta quel membro ad abbellir!
Sotto i bracci fatti a tornio
ha di peli un bel ciuffetto,
come il crin d’un nero schietto,
e non puzzan di sudor.
Sporgon fuori dal suo seno
bianche e ben proporzionate,
due poppine delicate
con la fragola d’amor.
La sua pancia levigata,
curva appena e sì perfetta,
vi trasporta e i baci affretta,
vi fa proprio elettrizzar.
Svelti i fianchi, e un po’ di chiappe
tonde, sode e rilevate,
da far gola a qualche frate
dilettante di «bombé».
E chi poi frenare il cazzo
mai potrebbe a quel velloso
pettignone lussurioso,
tanto caro a maneggiar?
Io che son piuttosto matto
ho voluto a questa bella
sovra i labbri la cappella
per preambolo fregar.
Né contento di tal spasso,
con due dita ho aperto il centro,
e col naso proprio dentro
mi son posto ad osservar.
E se voi non feste chiacchiere,
vi dirìa che all’annusata
furibondo una leccata
non so come aggiunta gli ho.
Or chi può dir con qual anima
ella scuotesi e affatica
quando il cazzo nella fica
la si sente andar su e giù.
La vi bacia, la vi stringe,
la vi dà la lingua in bocca,
e il piacer che in lei trabocca
la fa tutta liquefar.
Voglio dir che appena il membro
penetrò le parti basse
io credea ch’ella annegasse
del suo sperma dentro il mar.
Senti senti ella gridava,
Giacometto, io vado in brodo;
spingi pur che me la godo,
fammi l’anima sborrar.
O Dio caro, come vengo
quando il cazzo dà la svetta!
Baci suggi, e il corso affretta,
ch’io mi sento consumar.
Ma non basta: un dito in culo,
per aver maggior diletto,
or mi poni, o Giacometto,
che lo stesso anch’io farò.
A un tal passo, furibonda,
la menava culo e potta:
o che troia proprio dotta!
O che gusto! O che piacer!
Non tirarti troppo indietro
mia vezzosa Marianetta,
non mi far la ritrosetta,
ch’io son franco nel mestier!
mia vezzosa Marianetta,
non mi far la ritrosetta,
ch’io son franco nel mestier.
Mi parlò della tua fica
sai tu chi? Quel capo ameno
che pur tu conosci appieno:
Giacometto parruchier.
Se vedeste, mi diceva,
ell’è fatta col pennello,
fatta proprio per l’uccello,
vince Venere in beltà.
Che begli occhi! Che dentini!
Che bei labbri! Che bocchina!
Che graziosa fossettina
sta quel membro ad abbellir!
Sotto i bracci fatti a tornio
ha di peli un bel ciuffetto,
come il crin d’un nero schietto,
e non puzzan di sudor.
Sporgon fuori dal suo seno
bianche e ben proporzionate,
due poppine delicate
con la fragola d’amor.
La sua pancia levigata,
curva appena e sì perfetta,
vi trasporta e i baci affretta,
vi fa proprio elettrizzar.
Svelti i fianchi, e un po’ di chiappe
tonde, sode e rilevate,
da far gola a qualche frate
dilettante di «bombé».
E chi poi frenare il cazzo
mai potrebbe a quel velloso
pettignone lussurioso,
tanto caro a maneggiar?
Io che son piuttosto matto
ho voluto a questa bella
sovra i labbri la cappella
per preambolo fregar.
Né contento di tal spasso,
con due dita ho aperto il centro,
e col naso proprio dentro
mi son posto ad osservar.
E se voi non feste chiacchiere,
vi dirìa che all’annusata
furibondo una leccata
non so come aggiunta gli ho.
Or chi può dir con qual anima
ella scuotesi e affatica
quando il cazzo nella fica
la si sente andar su e giù.
La vi bacia, la vi stringe,
la vi dà la lingua in bocca,
e il piacer che in lei trabocca
la fa tutta liquefar.
Voglio dir che appena il membro
penetrò le parti basse
io credea ch’ella annegasse
del suo sperma dentro il mar.
Senti senti ella gridava,
Giacometto, io vado in brodo;
spingi pur che me la godo,
fammi l’anima sborrar.
O Dio caro, come vengo
quando il cazzo dà la svetta!
Baci suggi, e il corso affretta,
ch’io mi sento consumar.
Ma non basta: un dito in culo,
per aver maggior diletto,
or mi poni, o Giacometto,
che lo stesso anch’io farò.
A un tal passo, furibonda,
la menava culo e potta:
o che troia proprio dotta!
O che gusto! O che piacer!
Non tirarti troppo indietro
mia vezzosa Marianetta,
non mi far la ritrosetta,
ch’io son franco nel mestier!
Pietro Celestino Giannone
Canto IV – Calò
Mentre così la passera ei leccava,
A lei già fuor di sé si pel gran piacere
Emma del cane l’[asta] in man pigliava
Spettacolo bellissimo a vedere!
E il buon Calò che era una bestia brava
Tosto si accinse a far il suo dovere
Che ben si accorse che la sua padrona
Volea che all’altra lo mettesse in [mona]
Infatti sulle [chiappe] di Isabella
Battea le mani e: qui, dicea, Calò
E il can che vedea la [fica] a quella
Già sporta e gonfia di leccar cessò
Ed intanto al guardar della sua bella
Padrona gli occhi un attimo restò
Questa al collo lo prese e compier l’opra
Su, Calò, proseguia, montale sopra
Su piè di dietro allor ei si drizzava
E con gli anteriori guernia la groppa
Di lei ch’in tal stato si trovava
Da non potergli far difesa troppa
Anzi per la dolcezza che provava
Sentisse in tratto irrigidir la [toppa?]
Che ancor gliela leccasse ella credeva
E sempre fuor di sè gliela sporgeva
Ma guari non passò che si sentì
Infin al fondo penetrar la fica
E che il cane infilava allor capì
E si rivolse a rimprecar l’amica:
Malvagia, le dicea, dunque così
Ad opra tratta mi hai tanto impudica?
Ah! Non son le medesime puttane
Ridotte a far{si?} [fottere] da un cane
Oh qual caso inaudito, enorme, orrendo
Se resto, come temo, ingravidata!
E volle il cul ritrar, ma non potendo
Che Emma e il can la tenean quasi inchiodata
Torse la groppa e proseguì qui gemendo
Così dunque esser debba io seccata?
Maladetta sii tu che m’hai ridotta
A lasciar{mi} da lui leccar la [potta]
Mentre così lagnavasi Isabella
Emma eccitava il can ad [infilare]
E rispondeva: via non temer, mia bella
Che senza alcun pericolo puoi dare
Non è questa per me cosa novella:
Quasi ogni giorno io mi diverto a fare
[Fotter?]ti stesso e lasciar [infilare]
Ch’ei non ti può per questo [gravidare].
A lei già fuor di sé si pel gran piacere
Emma del cane l’[asta] in man pigliava
Spettacolo bellissimo a vedere!
E il buon Calò che era una bestia brava
Tosto si accinse a far il suo dovere
Che ben si accorse che la sua padrona
Volea che all’altra lo mettesse in [mona]
Infatti sulle [chiappe] di Isabella
Battea le mani e: qui, dicea, Calò
E il can che vedea la [fica] a quella
Già sporta e gonfia di leccar cessò
Ed intanto al guardar della sua bella
Padrona gli occhi un attimo restò
Questa al collo lo prese e compier l’opra
Su, Calò, proseguia, montale sopra
Su piè di dietro allor ei si drizzava
E con gli anteriori guernia la groppa
Di lei ch’in tal stato si trovava
Da non potergli far difesa troppa
Anzi per la dolcezza che provava
Sentisse in tratto irrigidir la [toppa?]
Che ancor gliela leccasse ella credeva
E sempre fuor di sè gliela sporgeva
Ma guari non passò che si sentì
Infin al fondo penetrar la fica
E che il cane infilava allor capì
E si rivolse a rimprecar l’amica:
Malvagia, le dicea, dunque così
Ad opra tratta mi hai tanto impudica?
Ah! Non son le medesime puttane
Ridotte a far{si?} [fottere] da un cane
Oh qual caso inaudito, enorme, orrendo
Se resto, come temo, ingravidata!
E volle il cul ritrar, ma non potendo
Che Emma e il can la tenean quasi inchiodata
Torse la groppa e proseguì qui gemendo
Così dunque esser debba io seccata?
Maladetta sii tu che m’hai ridotta
A lasciar{mi} da lui leccar la [potta]
Mentre così lagnavasi Isabella
Emma eccitava il can ad [infilare]
E rispondeva: via non temer, mia bella
Che senza alcun pericolo puoi dare
Non è questa per me cosa novella:
Quasi ogni giorno io mi diverto a fare
[Fotter?]ti stesso e lasciar [infilare]
Ch’ei non ti può per questo [gravidare].
Pietro Metastasio
E’ la fede degli amanti
E’ la fede degli amanti
come l’araba fenice:
che vi sia ciascun lo dice;
dove sia nessun Îo sa.
Se tu sai dov’ha ricetto,
dove muore e torna in vita,
me l’addita, — e ti prometto
di serbar la fedeltà.
come l’araba fenice:
che vi sia ciascun lo dice;
dove sia nessun Îo sa.
Se tu sai dov’ha ricetto,
dove muore e torna in vita,
me l’addita, — e ti prometto
di serbar la fedeltà.
Pietro Metastasio
La tempesta
No, non turbarti, o Nice; io non ritorno
a parlarti d’amor. So che ti spiace;
basta così. Vedi, che il Ciel minaccia
improvvisa tempesta: alle capanne
se vuoi ridurre il gregge, io vengo solo
ad offrir l’opra mia. Che! Non paventi?
Osserva, che a momenti
tutto s’oscura il Ciel, che il vento in giro
la polve innalza, e le cadute foglie.
Al fremer della selva, al volo incerto
degli augelli smarriti, a queste rare,
che ci cadon sul volto, umide stille,
Nice, io preveggo… Ah, non tel dissi, o Nice?
Ecco il lampo, ecco il tuono. Or che farai?
Vieni, senti; ove vai? Non è più tempo
di pensare alla greggia. In questo speco
riparati frattanto, io sarò teco.
Ma tu tremi, o mio tesoro!
Ma tu palpiti, cor mio!
Non temer; con te son io,
né d’amor ti parlerò.
Mentre folgori, e baleni,
sarò teco, amata Nice;
quando il Ciel si rassereni,
Nice ingrata, io partirò.
Siedi, sicura sei. Nel sen di quella
concava rupe in fin ad or giammai
fulmine non percosse,
lampo non penetrò. L’adombra intorno
folta selva d’allori
che prescrive del Ciel limiti all’ira.
Siedi, bell’idol mio, siedi, e respira.
Ma tu pure al mio fianco
timorosa ti stringi, e, come io voglia
fuggir da te, per trattenermi annodi
fra le tue la mia man? Rovini il Cielo,
non dubitar, non partirò. Bramai
sempre un sì dolce istante. Ah così fosse
frutto dell’amor tuo, non del timore!
Ah lascia, o Nice, ah lascia
lusingarmene almen. Chi sa? Mi amasti
sempre forse fin or. Fu il tuo rigore
modestia e non disprezzo; e forse questo
eccessivo spavento
è pretesto all’amor. Parla, che dici?
M’appongo al ver? Tu non rispondi? Abbassi
vergognosa lo sguardo!
Arrossisci? Sorridi? Intendo, intendo.
Non parlar, mia speranza;
quel riso, quel rossor dice abbastanza.
E pur fra le tempeste
la calma ritrovai.
Ah non ritorni mai,
mai più sereno il dì!
Questo de’ giorni miei,
questo è il più chiaro giorno.
Viver così vorrei,
vorrei morir così.
a parlarti d’amor. So che ti spiace;
basta così. Vedi, che il Ciel minaccia
improvvisa tempesta: alle capanne
se vuoi ridurre il gregge, io vengo solo
ad offrir l’opra mia. Che! Non paventi?
Osserva, che a momenti
tutto s’oscura il Ciel, che il vento in giro
la polve innalza, e le cadute foglie.
Al fremer della selva, al volo incerto
degli augelli smarriti, a queste rare,
che ci cadon sul volto, umide stille,
Nice, io preveggo… Ah, non tel dissi, o Nice?
Ecco il lampo, ecco il tuono. Or che farai?
Vieni, senti; ove vai? Non è più tempo
di pensare alla greggia. In questo speco
riparati frattanto, io sarò teco.
Ma tu tremi, o mio tesoro!
Ma tu palpiti, cor mio!
Non temer; con te son io,
né d’amor ti parlerò.
Mentre folgori, e baleni,
sarò teco, amata Nice;
quando il Ciel si rassereni,
Nice ingrata, io partirò.
Siedi, sicura sei. Nel sen di quella
concava rupe in fin ad or giammai
fulmine non percosse,
lampo non penetrò. L’adombra intorno
folta selva d’allori
che prescrive del Ciel limiti all’ira.
Siedi, bell’idol mio, siedi, e respira.
Ma tu pure al mio fianco
timorosa ti stringi, e, come io voglia
fuggir da te, per trattenermi annodi
fra le tue la mia man? Rovini il Cielo,
non dubitar, non partirò. Bramai
sempre un sì dolce istante. Ah così fosse
frutto dell’amor tuo, non del timore!
Ah lascia, o Nice, ah lascia
lusingarmene almen. Chi sa? Mi amasti
sempre forse fin or. Fu il tuo rigore
modestia e non disprezzo; e forse questo
eccessivo spavento
è pretesto all’amor. Parla, che dici?
M’appongo al ver? Tu non rispondi? Abbassi
vergognosa lo sguardo!
Arrossisci? Sorridi? Intendo, intendo.
Non parlar, mia speranza;
quel riso, quel rossor dice abbastanza.
E pur fra le tempeste
la calma ritrovai.
Ah non ritorni mai,
mai più sereno il dì!
Questo de’ giorni miei,
questo è il più chiaro giorno.
Viver così vorrei,
vorrei morir così.
Raffaele Viviani
Da Briggetella
Che vuo’ fa? me vuo’ purta’ ’ncopp’ ’a ’Nfrascata?
Ma pecché ce ’a vuo’ sciupa’ sta scampagnata?
Tanto io vino nun ne vevo:
e, si pure ce venevo,
chello ’ncapa nun me jeva.
Oh, ma insomma? e po’ sape’?
Leva ’a mano ’a sott’ ’a mme!
Nun me cuoglie sott’ ’a scella:
songo sempe Briggetella!
Si mme spuse, a nomme ’e Ddio,
st’uosso ccà t’ ’o spuzzulìe:
anze è meglio ca tu ’a miette
na sopponta sott’ ’o lietto;
ma, si cride ’e fa’ pe’ spasso
bellu mio tu nun m’ ’a scasse.
Ah? Me spuse? ’Un parlo cchiù!
Miette ’e mmane addo’ vuo’ tu!
Ma pecché ce ’a vuo’ sciupa’ sta scampagnata?
Tanto io vino nun ne vevo:
e, si pure ce venevo,
chello ’ncapa nun me jeva.
Oh, ma insomma? e po’ sape’?
Leva ’a mano ’a sott’ ’a mme!
Nun me cuoglie sott’ ’a scella:
songo sempe Briggetella!
Si mme spuse, a nomme ’e Ddio,
st’uosso ccà t’ ’o spuzzulìe:
anze è meglio ca tu ’a miette
na sopponta sott’ ’o lietto;
ma, si cride ’e fa’ pe’ spasso
bellu mio tu nun m’ ’a scasse.
Ah? Me spuse? ’Un parlo cchiù!
Miette ’e mmane addo’ vuo’ tu!
Raimbaut de Vaqueiras
Contrasto bilingue
— Domna, tant vos ai preiada,
si’"us plaz, qu’amar me voillaz,
qu’eu sui vostr’endomenjatz
car es pros et enseignada
e toz bos prez autreiaz;
per que’m plai vostr’amistaz.
Car es en toz faiz cottesa,
ses mos cors en vos fermaz
plus qu’en nulla Genoesa,
per qu’er merces si m’amaz;
e pois serai meilz pagatz
que s’era mia-ill ciutaz
ab l’aver qu’es ajostaz
dels Genoes.
— Jujar, voi no sei corteso
que me chaidejai de zo,
que negota no farò.
Ance fossi voi apeso!
Vostr’amia non serò.
Certo ja ve scanerò,
provenzal malaurao!
Tal enojo ve dirò:
sozo mozo escalvao!
Ni ja voi non amerò
qu’eu chu bello marì ò
que voi no sei, ben lo so.
Andai via, frar’, eu temp’ò
meill aurà.
— Domna gent’et essernida,
gai’e pros e conoissenz,
valla:m vostr’ensegnamenz,
car joi e joivenz vos guida,
cortesi’e prez e senz
e toz bos captenemenz,
per que-us sui fidelz amaire
senes toz retenemenz,
— Donna, tanto v’ho pregata,
se vi piace che amar mi vogliate,
chio sono servo vostro,
poiché siete onesta e bennata
e tutti i pregi confermate;
perciò da voi mi piace esser amato.
Perché siete in tutto cortese,
s’è il mio cuore in voi fermato
più che in alcun’altra genovese, -
dunque avrò grazia se m’amate;
e poi sarò meglio pagato
che se fosse mia la città
con l’avere che v’è ammassato
dei genovesi.
— Giullare, non siete cortese,
che mi affliggete per ciò
ch’io punto non farò.
Piuttosto foste impiccato!
Vostra amica non sarò.
Certo piuttosto vi scannerò,
malabbiato provenzale!
Senti quel che ti dico:
sozzo pazzo rapato!
Mai e poi mai vi amerò,
ché ho un marito più bello
di quanto voi siate, e lo so.
Sgombrate, fratello, che ho
di meglio da fare.
— Donna gentile e discreta,
gaia, onesta e sensata,
mi valga il vostro ritegno,
ché giovane gioia vi guida,
cortesia e pregio e senno
e ogni buon contegno,
perciò vi son fedele amatore,
senza un po’ di ritegno,
francs, humils e merceiaire,
tant fort me destreing e-m venz
vostr’amors, que m’es plasenz;
per que sera chausimenz,
s’eu sui vostre benvolenz
e vostr’amics.
— Jujar, voi semellai mato,
que cotal razon tegnei.
Mal vignai e mal andei!
Non avei sen per un gato,
per que trop me deschasei,
que mala cosa parei;
né no faria tal cosa
si fossi fillol de rei.
Credi voi qu’e’ sia mosa?
mia fé, no m’averei!
Si per m’amor ve chevei,
oguano motrei de frei:
tropo son de mala lei
li Proenzal!
— Domna, no’m siaz tan fera,
que no’s cove ni s’eschai;
ainz taing ben, si a vos plai,
que de mo sen vos enquera
e que’us am ab cor vetrai,
e vos quem gitez d’esmai,
qu’eu vos sui hom e servire,
car vei e cognosc e sai,
quant vostra beutat remire
fresca cum rosa en mai,
qu’el mont plus bella no-n sai,
per que‘us am et amatrai,
e si bona fes mi trai,
sera pechaz.
— Jujar, to proenzalesco,
s’eu aja gauzo de mi,
non prezo un genoî.
schietto, umile e implorante,
tanto forte mi distringe e vince
amor di voi, che mi smammola;
perciò sarà una buona scelta
essere il vostro coccolo
e vostro amante.
— Giullare, sembrate proprio matto,
a far di queste scilinguate.
Malvenuto e che il male vi porti.
Non avete il cervello d’un gatto,
e perciò troppo mi spiacete,
che sembrate uno spavento;
e nemmeno farei cosa con voi
se foste figlio del re.
Credete ch’io sia tonta?
Gnaffe, non m’avrete!
Se per amor mio v’impegnate,
quest’anno gelato morrete:
son troppo di malafede
i provenzali!
— Donna, non siate tanto cruda,
non vi si addice né sta bene;
invece ben si conviene, se vi piace,
che di buon senno io vi preghi
e di buon cuore vi ami,
e che mi togliate la pena,
e ch’io vi sia vassallo e servo,
perché vedo e conosco e so,
quando fisso la vostra beltà
fresca tosa di maggio,
che al mondo più bella non so;
perciò v’amo e v’amerò,
e se buonafede mi manchi,
in peccato sarò.
— Giullare, il tuo provenzalesco,
ch’io crepi se non godo,
non stimo un genovino.
No t’entend plui d’un Toesco
o Sardo o Barbari,
ni non ò cura de ti.
Voi t’acaveilar co mego?
Si:1 saverà me’ matri,
mal plait averai, con sego.
Bel messer, ver e’ ve di:
no vollo questo lati;
fraello, zo ve aff;
Proenzal, va, mal vesti,
largaime star!
— Domna, en estraing cossire
m’avez mes et en esmai;
mas enquera‘us. preiarai
que voillaz qu’eu vos essai
si cum Provenzals o fai,
quant es pojatz.
— Jujar, no serò con tego,
poss’asì te cal de mi:
meill varà, per sant Matti,
s’andai a ser Opeti
que dar v’à fors’un ronci
car sei jujar.
Non ti capisco più d’un tedesco,
o sardo o barbaresco,
e di te non m’importa un fico.
Vuoi far briga con me?
Se lo saprà mio marito,
avrai con lui mal partito.
Credimi, bel messere:
non ti voglio neppure ascoltare;
fratello, te l’assicuro.
Vattene, provenzale sdrucito,
lasciami stare!
— Donna, uno strano affanno
e pena m’hai procurato;
ma ancora vi pregherò
che vogliate io vi provi
di che è capace un provenzale,
quando è montato.
— Giullare, con te non ci sto
perché così pensi di me;
meglio varrà, per san Martino,
che tu vada da ser Obizzino:
dato che sei giullare,
ti darà forse un ronzino.
si’"us plaz, qu’amar me voillaz,
qu’eu sui vostr’endomenjatz
car es pros et enseignada
e toz bos prez autreiaz;
per que’m plai vostr’amistaz.
Car es en toz faiz cottesa,
ses mos cors en vos fermaz
plus qu’en nulla Genoesa,
per qu’er merces si m’amaz;
e pois serai meilz pagatz
que s’era mia-ill ciutaz
ab l’aver qu’es ajostaz
dels Genoes.
— Jujar, voi no sei corteso
que me chaidejai de zo,
que negota no farò.
Ance fossi voi apeso!
Vostr’amia non serò.
Certo ja ve scanerò,
provenzal malaurao!
Tal enojo ve dirò:
sozo mozo escalvao!
Ni ja voi non amerò
qu’eu chu bello marì ò
que voi no sei, ben lo so.
Andai via, frar’, eu temp’ò
meill aurà.
— Domna gent’et essernida,
gai’e pros e conoissenz,
valla:m vostr’ensegnamenz,
car joi e joivenz vos guida,
cortesi’e prez e senz
e toz bos captenemenz,
per que-us sui fidelz amaire
senes toz retenemenz,
— Donna, tanto v’ho pregata,
se vi piace che amar mi vogliate,
chio sono servo vostro,
poiché siete onesta e bennata
e tutti i pregi confermate;
perciò da voi mi piace esser amato.
Perché siete in tutto cortese,
s’è il mio cuore in voi fermato
più che in alcun’altra genovese, -
dunque avrò grazia se m’amate;
e poi sarò meglio pagato
che se fosse mia la città
con l’avere che v’è ammassato
dei genovesi.
— Giullare, non siete cortese,
che mi affliggete per ciò
ch’io punto non farò.
Piuttosto foste impiccato!
Vostra amica non sarò.
Certo piuttosto vi scannerò,
malabbiato provenzale!
Senti quel che ti dico:
sozzo pazzo rapato!
Mai e poi mai vi amerò,
ché ho un marito più bello
di quanto voi siate, e lo so.
Sgombrate, fratello, che ho
di meglio da fare.
— Donna gentile e discreta,
gaia, onesta e sensata,
mi valga il vostro ritegno,
ché giovane gioia vi guida,
cortesia e pregio e senno
e ogni buon contegno,
perciò vi son fedele amatore,
senza un po’ di ritegno,
francs, humils e merceiaire,
tant fort me destreing e-m venz
vostr’amors, que m’es plasenz;
per que sera chausimenz,
s’eu sui vostre benvolenz
e vostr’amics.
— Jujar, voi semellai mato,
que cotal razon tegnei.
Mal vignai e mal andei!
Non avei sen per un gato,
per que trop me deschasei,
que mala cosa parei;
né no faria tal cosa
si fossi fillol de rei.
Credi voi qu’e’ sia mosa?
mia fé, no m’averei!
Si per m’amor ve chevei,
oguano motrei de frei:
tropo son de mala lei
li Proenzal!
— Domna, no’m siaz tan fera,
que no’s cove ni s’eschai;
ainz taing ben, si a vos plai,
que de mo sen vos enquera
e que’us am ab cor vetrai,
e vos quem gitez d’esmai,
qu’eu vos sui hom e servire,
car vei e cognosc e sai,
quant vostra beutat remire
fresca cum rosa en mai,
qu’el mont plus bella no-n sai,
per que‘us am et amatrai,
e si bona fes mi trai,
sera pechaz.
— Jujar, to proenzalesco,
s’eu aja gauzo de mi,
non prezo un genoî.
schietto, umile e implorante,
tanto forte mi distringe e vince
amor di voi, che mi smammola;
perciò sarà una buona scelta
essere il vostro coccolo
e vostro amante.
— Giullare, sembrate proprio matto,
a far di queste scilinguate.
Malvenuto e che il male vi porti.
Non avete il cervello d’un gatto,
e perciò troppo mi spiacete,
che sembrate uno spavento;
e nemmeno farei cosa con voi
se foste figlio del re.
Credete ch’io sia tonta?
Gnaffe, non m’avrete!
Se per amor mio v’impegnate,
quest’anno gelato morrete:
son troppo di malafede
i provenzali!
— Donna, non siate tanto cruda,
non vi si addice né sta bene;
invece ben si conviene, se vi piace,
che di buon senno io vi preghi
e di buon cuore vi ami,
e che mi togliate la pena,
e ch’io vi sia vassallo e servo,
perché vedo e conosco e so,
quando fisso la vostra beltà
fresca tosa di maggio,
che al mondo più bella non so;
perciò v’amo e v’amerò,
e se buonafede mi manchi,
in peccato sarò.
— Giullare, il tuo provenzalesco,
ch’io crepi se non godo,
non stimo un genovino.
No t’entend plui d’un Toesco
o Sardo o Barbari,
ni non ò cura de ti.
Voi t’acaveilar co mego?
Si:1 saverà me’ matri,
mal plait averai, con sego.
Bel messer, ver e’ ve di:
no vollo questo lati;
fraello, zo ve aff;
Proenzal, va, mal vesti,
largaime star!
— Domna, en estraing cossire
m’avez mes et en esmai;
mas enquera‘us. preiarai
que voillaz qu’eu vos essai
si cum Provenzals o fai,
quant es pojatz.
— Jujar, no serò con tego,
poss’asì te cal de mi:
meill varà, per sant Matti,
s’andai a ser Opeti
que dar v’à fors’un ronci
car sei jujar.
Non ti capisco più d’un tedesco,
o sardo o barbaresco,
e di te non m’importa un fico.
Vuoi far briga con me?
Se lo saprà mio marito,
avrai con lui mal partito.
Credimi, bel messere:
non ti voglio neppure ascoltare;
fratello, te l’assicuro.
Vattene, provenzale sdrucito,
lasciami stare!
— Donna, uno strano affanno
e pena m’hai procurato;
ma ancora vi pregherò
che vogliate io vi provi
di che è capace un provenzale,
quando è montato.
— Giullare, con te non ci sto
perché così pensi di me;
meglio varrà, per san Martino,
che tu vada da ser Obizzino:
dato che sei giullare,
ti darà forse un ronzino.
Re Enzo
S’eo trovasse Pietanza
S’eo trovasse Pietanza
incarnata figura,
merzé li chereria
ch’a lo meo male desse alleggiamento;
e ben fazo accordanza
infra la mente pura
ca pregar mi vatrtia,
vedendo l’umil meo agecchimento.
E dico: oi me lasso,
spero in trovar merzede?
Certo meo cor non crede,
ch’eo sono isventurato
plui d’omo che sia nato;
so che ’nver mi Pietà verria crudele.
Crudele e spietata
seria per me Pietate
e contra sua natura,
i
secondo zo che mostra meo distino,
e Merzede adirata
plena d’impietate;
che ò tale vintura,
ca pur diservo a cui servir non fino.
Per meo servir non vio
che gioi mi si n’acresca,
nanti mi si rifresca
pena doglios’a morte
ciascun giorno più fotte,
und’eo morir sento lo meo sanare.
Ecco pena dogliosa
che ’nfra ’°I meo cor abonda
e spande per li membri
sì C’a ciascun nde ven soperchia parte,
Giorno non ò di posa
si non come ’n mar l’onda.
Core, che non ti smembri?
Esci di pene e da mi ti diparte,
c’assai val meglio un’ora
motir, ca pur penare,
poi che non pò campare
omo che vive in peni
nì gaugio li s’aveni,
ni pensamento ca di ben s’apprenda.
Tutti quei pensamenti
ca spirto meo divisa,
sunu pen’e duluri
senz’alligrar chi nu Ili s’accumpagna;
e di manti tormenti ”
abundu in mala guisa,
chi ’l natural caluri
perdo, tantu lu cori sbatti e sagna.
Or si pò dir da manti:
“chi è zo chi nu mori
poi c’ài sagnatu ’l cori?”
Rispundo: “chi lu sagna
in quil mumentu ’l stagna,
nu per meu ben, ma proba sua virtuti.”
La virtuti ch’ill’avi
d’alcirim’ e guariri
a lingua dir nu l’ausu,
pir gran timenza c’agiu nu lli sdigni;
però prego suavi
Piatà chi mov’a giri
e faza in lei ripausu
sì chi sia piatusa
ver mi, che non m’è noia
morir, s’illa nd’à gioia:
ché sol vivri mi placi
per lei servir viraci,
plu chi per altru beni chi m’avegna.
incarnata figura,
merzé li chereria
ch’a lo meo male desse alleggiamento;
e ben fazo accordanza
infra la mente pura
ca pregar mi vatrtia,
vedendo l’umil meo agecchimento.
E dico: oi me lasso,
spero in trovar merzede?
Certo meo cor non crede,
ch’eo sono isventurato
plui d’omo che sia nato;
so che ’nver mi Pietà verria crudele.
Crudele e spietata
seria per me Pietate
e contra sua natura,
i
secondo zo che mostra meo distino,
e Merzede adirata
plena d’impietate;
che ò tale vintura,
ca pur diservo a cui servir non fino.
Per meo servir non vio
che gioi mi si n’acresca,
nanti mi si rifresca
pena doglios’a morte
ciascun giorno più fotte,
und’eo morir sento lo meo sanare.
Ecco pena dogliosa
che ’nfra ’°I meo cor abonda
e spande per li membri
sì C’a ciascun nde ven soperchia parte,
Giorno non ò di posa
si non come ’n mar l’onda.
Core, che non ti smembri?
Esci di pene e da mi ti diparte,
c’assai val meglio un’ora
motir, ca pur penare,
poi che non pò campare
omo che vive in peni
nì gaugio li s’aveni,
ni pensamento ca di ben s’apprenda.
Tutti quei pensamenti
ca spirto meo divisa,
sunu pen’e duluri
senz’alligrar chi nu Ili s’accumpagna;
e di manti tormenti ”
abundu in mala guisa,
chi ’l natural caluri
perdo, tantu lu cori sbatti e sagna.
Or si pò dir da manti:
“chi è zo chi nu mori
poi c’ài sagnatu ’l cori?”
Rispundo: “chi lu sagna
in quil mumentu ’l stagna,
nu per meu ben, ma proba sua virtuti.”
La virtuti ch’ill’avi
d’alcirim’ e guariri
a lingua dir nu l’ausu,
pir gran timenza c’agiu nu lli sdigni;
però prego suavi
Piatà chi mov’a giri
e faza in lei ripausu
sì chi sia piatusa
ver mi, che non m’è noia
morir, s’illa nd’à gioia:
ché sol vivri mi placi
per lei servir viraci,
plu chi per altru beni chi m’avegna.
Remigio Zena
Amore vivo
Amo il biondo ed il fuoco; amo l’estate
più della primavera,
le donne indebitate,
trenta e quaranta, la rossa e la nera.
Amo gli acri profumi e la riviera,
Musset, le schioppettate,
la birra di Baviera
e il compagno di Sant’Antonio abate.
Ed amo te, Francesca,
te bionda come la birra tedesca,
te infocata che abbruci e che consumi,
che a Montecarlo sei,
circondata da un nuvolo d’ebrei,
spumeggiante nel brago e nei profumi.
più della primavera,
le donne indebitate,
trenta e quaranta, la rossa e la nera.
Amo gli acri profumi e la riviera,
Musset, le schioppettate,
la birra di Baviera
e il compagno di Sant’Antonio abate.
Ed amo te, Francesca,
te bionda come la birra tedesca,
te infocata che abbruci e che consumi,
che a Montecarlo sei,
circondata da un nuvolo d’ebrei,
spumeggiante nel brago e nei profumi.
Rinaldo d'Aquino
Già mai non mi conforto
Già mai non mi conforto
né mi voglio ralegrare.
Le navi son giute a porto
e or vogliono collare.
Vassene lo più gente
in terra d’oltramare
ed io, lassa dolente,
come degio fare?
Vassene in altra contrata
e no lo mi manda a diri
ed io rimagno ingannata:
tanti sono li sospiri,
che mi fanno gran guerra
la notte co la dia,
né ’°n celo ned in terra
non mi par chio sia.
Santus, santus, santus Deo,
che ’n la Vergine venisti,
salva e guarda l’amor meo,
poi da me lo dipartisti.
Oit alta potestade
temuta e dottata,
la mia dolze amistade
ti sia acomandata!
La croce salva la gente
e me face disviare,
la croce mi fa dolente
e non mi val Dio pregare.
Qi croce pellegrina,
perché ny’hai si distrutta?
Oimè, lassa tapina,
chi ardo e ’ncendo tutta!
Lo ’mperadore con pace
tutto lo mondo mantene
ed a meve guerra face,
ché m’ha tolta la mia spene.
Oit alta potestate
temuta e dottata,
la mia dolze amistate
vi sia acomandata!
Quando la croce pigliao,
certo no lo mi pensai,
quelli che tanto m’amao
ed illu tanto amai,
chi eo ne fui battuta
e messa in pregionia
e in celata tenuta
per la vita mia!
Le navi sono collate,
in bonor possan. andare
con elle la mia amistate
e la gente che v’ha andare!
Qi padre criatore
a porto le conduci,
ché vanno a servidore
de la santa cruci.
Però ti prego, Duccetto,
tu che sai la pena mia,
che me ne faci un sonetto
41. la croce pigliao:
prese la croce, si fece crociato. 43, m’amao: mi
47: celata:
amava.
segregazione. 49,
sono collate: hanno spiegato
le vele. 54. a porto: a destinazione..
255. a servidore: in servizio.
e mandilo in Soria.
Ch’io non posso abentare
la notte né la dia:
in terra d’oltremare
sta la vita mia!
né mi voglio ralegrare.
Le navi son giute a porto
e or vogliono collare.
Vassene lo più gente
in terra d’oltramare
ed io, lassa dolente,
come degio fare?
Vassene in altra contrata
e no lo mi manda a diri
ed io rimagno ingannata:
tanti sono li sospiri,
che mi fanno gran guerra
la notte co la dia,
né ’°n celo ned in terra
non mi par chio sia.
Santus, santus, santus Deo,
che ’n la Vergine venisti,
salva e guarda l’amor meo,
poi da me lo dipartisti.
Oit alta potestade
temuta e dottata,
la mia dolze amistade
ti sia acomandata!
La croce salva la gente
e me face disviare,
la croce mi fa dolente
e non mi val Dio pregare.
Qi croce pellegrina,
perché ny’hai si distrutta?
Oimè, lassa tapina,
chi ardo e ’ncendo tutta!
Lo ’mperadore con pace
tutto lo mondo mantene
ed a meve guerra face,
ché m’ha tolta la mia spene.
Oit alta potestate
temuta e dottata,
la mia dolze amistate
vi sia acomandata!
Quando la croce pigliao,
certo no lo mi pensai,
quelli che tanto m’amao
ed illu tanto amai,
chi eo ne fui battuta
e messa in pregionia
e in celata tenuta
per la vita mia!
Le navi sono collate,
in bonor possan. andare
con elle la mia amistate
e la gente che v’ha andare!
Qi padre criatore
a porto le conduci,
ché vanno a servidore
de la santa cruci.
Però ti prego, Duccetto,
tu che sai la pena mia,
che me ne faci un sonetto
41. la croce pigliao:
prese la croce, si fece crociato. 43, m’amao: mi
47: celata:
amava.
segregazione. 49,
sono collate: hanno spiegato
le vele. 54. a porto: a destinazione..
255. a servidore: in servizio.
e mandilo in Soria.
Ch’io non posso abentare
la notte né la dia:
in terra d’oltremare
sta la vita mia!
Rinaldo d'Aquino
Un oseleto che canta d’amore
Un oseletto che canta d’amore
sento la notte far sì dulzi versi,
che me fa mover un’aqua dal core,
e ven a gli ogli, ni pò ritenersi
che no sparga fora cum tal furore,
che di corrente vena par che versi;
ed i’ pensando che cosa è l’amore
sì zeto fora suspiri diversi.
Considerando la vita amorosa
di l’oseletto che cantar no fina,
la mia gravosa pena porto in pace:
fera possanza ne l’amor reposa,
ch’ogn’amatore la dotta ed enclina,
e dona canto e planto a cui li place.
sento la notte far sì dulzi versi,
che me fa mover un’aqua dal core,
e ven a gli ogli, ni pò ritenersi
che no sparga fora cum tal furore,
che di corrente vena par che versi;
ed i’ pensando che cosa è l’amore
sì zeto fora suspiri diversi.
Considerando la vita amorosa
di l’oseletto che cantar no fina,
la mia gravosa pena porto in pace:
fera possanza ne l’amor reposa,
ch’ogn’amatore la dotta ed enclina,
e dona canto e planto a cui li place.
Roberto Roversi
Dentro la tempesta (44)
Dentro la tempesta che rumigava un
altro grande tema era quello dell’amore
(fra me e te o fra gli uomini in generale
è le donne, naturalmente)
un altro grande tema era quello dell’amore.
o della sopravvivenza
fra i rami di questa foresta un poco pietrificata.
Ma l’alba è appena spuntata
l’alba spunta
arriva un cacciatore con un suo malcelato furore contro
tutti gli uccelli e cominciò
a buttare fuoco contro ogni ombra in volo
crivellare il cielo
così 1] tema dell’amore non si poté per il
momento affrontare e decadde fino
a essere dimenticato
altro grande tema era quello dell’amore
(fra me e te o fra gli uomini in generale
è le donne, naturalmente)
un altro grande tema era quello dell’amore.
o della sopravvivenza
fra i rami di questa foresta un poco pietrificata.
Ma l’alba è appena spuntata
l’alba spunta
arriva un cacciatore con un suo malcelato furore contro
tutti gli uccelli e cominciò
a buttare fuoco contro ogni ombra in volo
crivellare il cielo
così 1] tema dell’amore non si poté per il
momento affrontare e decadde fino
a essere dimenticato
Roberto Roversi
L’alba non mi sfuggirà (114)
L’alba non mi sfuggirà
e il suono che non vuole finire
mani alzate braccia alzate Jimi Hendrix arriva
‘con le babbucce di feltro
non lascia segno il suo andare venire
visi occhi suonano strumenti dimenticati
si lasciano accarezzare
la terra è piccola per un futuro
che non può imprigionare la mia ombra.
Ah madre quando parlo delle nuove battaglie
solo tu mi sai ascoltare — il dolore
è una lepre che corre.
Ordine di sequestro e sparizione
non ho saputo
e il suono che non vuole finire
mani alzate braccia alzate Jimi Hendrix arriva
‘con le babbucce di feltro
non lascia segno il suo andare venire
visi occhi suonano strumenti dimenticati
si lasciano accarezzare
la terra è piccola per un futuro
che non può imprigionare la mia ombra.
Ah madre quando parlo delle nuove battaglie
solo tu mi sai ascoltare — il dolore
è una lepre che corre.
Ordine di sequestro e sparizione
non ho saputo
Rocco Scotellaro
Per pasqua alla promessa sposa
ll giorno, Isabella, maturerà.
Sentirai le raganelle suonare
il tempo nascosto tra le viole.
E se farai ch’io non sia solo
quando l’aria s’intinge di burrasca
e i gheppi son cacciati nella mischia
e cantano la morte del Signore
solo gli angioli deturpati, allora
con tutta l’ansia che non ti so dire
potremo insieme vivere e morire.
Sentirai le raganelle suonare
il tempo nascosto tra le viole.
E se farai ch’io non sia solo
quando l’aria s’intinge di burrasca
e i gheppi son cacciati nella mischia
e cantano la morte del Signore
solo gli angioli deturpati, allora
con tutta l’ansia che non ti so dire
potremo insieme vivere e morire.