Poesie di questo tema
Relazioni e famiglia
Compiuta Donzella
A la stagion che ’I mondo foglia e fiora
A la stagion che ’! mondo foglia e fiora
acresce gioia a tutti fin’amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;
la franca gente tutta s’inamotra,
e di servir ciascun tragges’ inanti,
ed ogni damigella in gioi’ dimora;
e me, n’abondan marrimenti e pianti.
Ca lo mio padre m’ha messa ’n errore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,
ed io di ciò non ho disio né voglia,
e ’n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.
Anonimo
acresce gioia a tutti fin’amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;
la franca gente tutta s’inamotra,
e di servir ciascun tragges’ inanti,
ed ogni damigella in gioi’ dimora;
e me, n’abondan marrimenti e pianti.
Ca lo mio padre m’ha messa ’n errore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,
ed io di ciò non ho disio né voglia,
e ’n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.
Anonimo
Corrado Govoni
– Ne la corte – Tre stracci ad asciugare
– Ne la corte – Tre stracci ad asciugare
sul muricciuolo accanto il rosmarino.
Una scala seduta. Un alveare
vedovo, su cui giuoca il mio micino.
Un orciuolo che à sete sul pozzale
di marmo scanalato da le funi.
Dei cocci gialli. Un vaso vuoto. Un fiale
che à vomitato. Dei fogliami bruni.
– Su le finestre – Un pettine sdentato
con due capelli come dei pistilli.
Un astuccio per cipria. Uno sventrato
guancialino di seta per gli spilli.
Una scatola di belletto. Un guanto
mencio. Un grande garofano appassito.
Una cicca. Una pagina in un canto
piegata, da chissà mai quale dito!
– Per l’aria – La docile campana
d’un convento di suore di clausura.
Una lunga monotonia di zana.
Un gallo. Una leggera incrinatura
di vento. Due rosse ventarole
cifrate. Delle nubi bianche. Un treno.
Un odore acutissimo di viole.
Un odore acutissimo di fieno.
sul muricciuolo accanto il rosmarino.
Una scala seduta. Un alveare
vedovo, su cui giuoca il mio micino.
Un orciuolo che à sete sul pozzale
di marmo scanalato da le funi.
Dei cocci gialli. Un vaso vuoto. Un fiale
che à vomitato. Dei fogliami bruni.
– Su le finestre – Un pettine sdentato
con due capelli come dei pistilli.
Un astuccio per cipria. Uno sventrato
guancialino di seta per gli spilli.
Una scatola di belletto. Un guanto
mencio. Un grande garofano appassito.
Una cicca. Una pagina in un canto
piegata, da chissà mai quale dito!
– Per l’aria – La docile campana
d’un convento di suore di clausura.
Una lunga monotonia di zana.
Un gallo. Una leggera incrinatura
di vento. Due rosse ventarole
cifrate. Delle nubi bianche. Un treno.
Un odore acutissimo di viole.
Un odore acutissimo di fieno.
Corrado Govoni
Confronto
La bella donna che mi apparve in sogno,
nota nel sogno e ignota nella veglia,
mi fa ancor la tua perdita più cruda.
Tanto più bionda quanto tu sei bruna;
quanto più chiusa tu, tanto lei nuda;
e quanto lei fu a cedere ladina,
tu fosti nel resistermi felina.
nota nel sogno e ignota nella veglia,
mi fa ancor la tua perdita più cruda.
Tanto più bionda quanto tu sei bruna;
quanto più chiusa tu, tanto lei nuda;
e quanto lei fu a cedere ladina,
tu fosti nel resistermi felina.
Corrado Govoni
Crepuscolo ferrarese
Il mao si stira sopra il davanzale
sbadigliando nel vetro lagrimale.
Nella muscosa pentola d’argilla
il geranio rinfresca i fiori lilla.
La tenda della camera sciorina
le sue rose di fine mussolina.
I ritratti che sanno tante storie
son disposti a ventaglio di memorie.
Nella bonaccia della psiche ornata
il lume sembra una nave affondata.
Sul tetto d’una prossima chiesuola
sopra una pertica una ventarola
agita l’ali come un uccelletto
che in un laccio pei piedi sia stretto.
Altissimi, per l’aria, dai bastioni,
capriolano? fantastici aquiloni.
Le rondini bisbigliano nel nido.
Un grillo dentro l’orto fa il suo strido.
Il cielo chiude nella rete d’oro
la terra come un insetto canoro.
Dentro lo specchio, tra giallastre spume
ritorna a galla il polipo del lume.
La tristezza s’appoggia a una spalliera
mentre le chiese cullano la sera.
From GLI ABORTI
sbadigliando nel vetro lagrimale.
Nella muscosa pentola d’argilla
il geranio rinfresca i fiori lilla.
La tenda della camera sciorina
le sue rose di fine mussolina.
I ritratti che sanno tante storie
son disposti a ventaglio di memorie.
Nella bonaccia della psiche ornata
il lume sembra una nave affondata.
Sul tetto d’una prossima chiesuola
sopra una pertica una ventarola
agita l’ali come un uccelletto
che in un laccio pei piedi sia stretto.
Altissimi, per l’aria, dai bastioni,
capriolano? fantastici aquiloni.
Le rondini bisbigliano nel nido.
Un grillo dentro l’orto fa il suo strido.
Il cielo chiude nella rete d’oro
la terra come un insetto canoro.
Dentro lo specchio, tra giallastre spume
ritorna a galla il polipo del lume.
La tristezza s’appoggia a una spalliera
mentre le chiese cullano la sera.
From GLI ABORTI
Corrado Govoni
I tetti
Dolci pendii dei tetti!
Rosei taluni come dei guanciali
su cui le diafane nubi
abbiano impresse le tenere gote;
altri sanguigni come torchi
di tramonti e d’aurore,
come ceppi per le serali
decapitazioni del sole;
altri nerastri come letti
della funebre notte;
altri madreperlacei come
se la chiocciola della luna
v’abbia lasciata la sua scìa luminosa.
Vecchie vele tignose
conciate dal sole e dall’intemperie,
in secca in un canale senza uscita,
valanghe immobili di neve nell’inverno,
lividi sgocciolatoi
del pianto tedioso
della pioggia autunnale,
logori asciugatoi
dei crepuscoli violetti.
Con le loro ventarole di latta,
con i loro galletti inverniciati
che montano la guardia giorno e notte
con le indorate baionette
inastate dei parafulmini,
coi loro bianchi e grigi campanili
che sbucan qua e là sottili,
paracarri di mistici confini:
incombono i bigi tetti.
Una verde speranza d’edera
s’ostina su una gronda;
un glicine dispone lungo un muro
la sua solitaria uva gioconda.
Alla sera, sui tegoli rossi,
a due a due come suore,
fanno la loro scalza passeggiata
le colombe, soffuse di pallore;
mentre sopra i leggii degli abbaini
i gatti scorticano l’acrobatica
musica delle stelle
con i loro epilettici violini.
Rosei taluni come dei guanciali
su cui le diafane nubi
abbiano impresse le tenere gote;
altri sanguigni come torchi
di tramonti e d’aurore,
come ceppi per le serali
decapitazioni del sole;
altri nerastri come letti
della funebre notte;
altri madreperlacei come
se la chiocciola della luna
v’abbia lasciata la sua scìa luminosa.
Vecchie vele tignose
conciate dal sole e dall’intemperie,
in secca in un canale senza uscita,
valanghe immobili di neve nell’inverno,
lividi sgocciolatoi
del pianto tedioso
della pioggia autunnale,
logori asciugatoi
dei crepuscoli violetti.
Con le loro ventarole di latta,
con i loro galletti inverniciati
che montano la guardia giorno e notte
con le indorate baionette
inastate dei parafulmini,
coi loro bianchi e grigi campanili
che sbucan qua e là sottili,
paracarri di mistici confini:
incombono i bigi tetti.
Una verde speranza d’edera
s’ostina su una gronda;
un glicine dispone lungo un muro
la sua solitaria uva gioconda.
Alla sera, sui tegoli rossi,
a due a due come suore,
fanno la loro scalza passeggiata
le colombe, soffuse di pallore;
mentre sopra i leggii degli abbaini
i gatti scorticano l’acrobatica
musica delle stelle
con i loro epilettici violini.
Corrado Govoni
Le cose che fanno la domenica
L’odore caldo del pane che si cuoce dentro il forno.
Il canto del gallo nel pollaio.
Il gorgheggio dei canarini alle finestre.
L’urto dei secchi contro il pozzo e il cigolìo della puleggia.
La biancheria distesa nel prato.
Il sole sulle soglie.
La tovaglia nuova nella tavola.
Gli specchi nelle camere.
I fiori nei bicchieri.
Il girovago che fa piangere la sua armonica.
Il grido dello spazzacamino.
L’elemosina.
La neve.
Il canale gelato.
Il suono delle campane.
Le donne vestite di nero.
Le comunicanti.
Il suono bianco e nero del pianoforte.
Le suore bianche bendate come ferite.
I preti neri.
I ricoverati grigi.
L’azzurro del cielo sereno.
Le passeggiate degli amanti.
Le passeggiate dei malati.
Lo stormire degli alberi.
I gatti bianchi contro i vetri.
Il prillare delle rosse ventarole.
Lo sbattere delle finestre e delle porte.
Le bucce d’oro degli aranci sul selciato.
I bambini che giuocano nei viali al cerchio.
Le fontane aperte nei giardini.
Gli aquiloni librati sulle case.
I soldati che fanno la manovra azzurra.
I cavalli che scalpitano sulle pietre.
Le fanciulle che vendono le viole.
Il pavone che apre la ruota sopra la scalèa rossa.
Le colombe che tubano sul tetto.
I mandorli fioriti nel convento.
Gli oleandri rosei nei vestiboli.
Le tendine bianche che si muovono al vento.
Il canto del gallo nel pollaio.
Il gorgheggio dei canarini alle finestre.
L’urto dei secchi contro il pozzo e il cigolìo della puleggia.
La biancheria distesa nel prato.
Il sole sulle soglie.
La tovaglia nuova nella tavola.
Gli specchi nelle camere.
I fiori nei bicchieri.
Il girovago che fa piangere la sua armonica.
Il grido dello spazzacamino.
L’elemosina.
La neve.
Il canale gelato.
Il suono delle campane.
Le donne vestite di nero.
Le comunicanti.
Il suono bianco e nero del pianoforte.
Le suore bianche bendate come ferite.
I preti neri.
I ricoverati grigi.
L’azzurro del cielo sereno.
Le passeggiate degli amanti.
Le passeggiate dei malati.
Lo stormire degli alberi.
I gatti bianchi contro i vetri.
Il prillare delle rosse ventarole.
Lo sbattere delle finestre e delle porte.
Le bucce d’oro degli aranci sul selciato.
I bambini che giuocano nei viali al cerchio.
Le fontane aperte nei giardini.
Gli aquiloni librati sulle case.
I soldati che fanno la manovra azzurra.
I cavalli che scalpitano sulle pietre.
Le fanciulle che vendono le viole.
Il pavone che apre la ruota sopra la scalèa rossa.
Le colombe che tubano sul tetto.
I mandorli fioriti nel convento.
Gli oleandri rosei nei vestiboli.
Le tendine bianche che si muovono al vento.
Dante Alighieri
Da Il fiore (strofe 227-230)
Cortesia e Bellaccoglienza
«Figliuola mia, per Dio e per merzede,
aggie pietà di quel leal amante,
che per te ha sofferte pene tante
che dir nol ti poria, in buona fede!
In nessun altro iddio che te non crede,
e tuttora a ciò è stato fermo e stante:
figliuola mia, or gli fa tal sembiante
che sia certano di ciò ch’or non crede.»
Bellaccoglienza disse: «I’ gli abbandono
e me e ’l fiore e ciò ch’i’ ho ’n podere,
e ched e’ prenda tutto quanto in dono.
Per altre volte avea alcun volere,
ma non era sì agiata com’or sono.
Or ne può fare tutto ’l su’ piacere».
«Figliuola mia, per Dio e per merzede,
aggie pietà di quel leal amante,
che per te ha sofferte pene tante
che dir nol ti poria, in buona fede!
In nessun altro iddio che te non crede,
e tuttora a ciò è stato fermo e stante:
figliuola mia, or gli fa tal sembiante
che sia certano di ciò ch’or non crede.»
Bellaccoglienza disse: «I’ gli abbandono
e me e ’l fiore e ciò ch’i’ ho ’n podere,
e ched e’ prenda tutto quanto in dono.
Per altre volte avea alcun volere,
ma non era sì agiata com’or sono.
Or ne può fare tutto ’l su’ piacere».
Dante Alighieri
Francesca da Rimini (Inferno, V)
Io cominciai: “ Poeta, volentieri
parlerei a que’ due che insieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri.”
Ed egli a me: “ Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li prega
per quell’amor che i mena; e quei verranno.”
Sì tosto come il vento a noi li piega
mossi la voce; “ O anime affannate,
venite a noi parlar s’altri nol niega.”
Quali colombe dal disio chiamate,
con l’ali alzate e ferme, al dolce nido
vegnon per l’aer dal voler portate:
cotali uscir della schiera ov’è Dido
a noi venendo per l’aer maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.
“O animal grazioso e benigno,
che visitando vai per l’aer perso,
noi che tignemmo il mondo di sanguigno:
se fosse amico il re dell’universo,
noi pregheremmo lui della tua pace,
poi chè hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar ti piace
noi udiremo e parleremo a vui.
Mentre che il vento, come fa, si tace.
Siede la terra dove nata fui,
sulla marina dove il Po discende
per aver pace coi seguaci sui.
Amor, che a cor gentil ratto s’apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende.
Amor, che a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi vita ci spense.”
Queste parole da lor ci fur porte.
Da che io intesi quelle anime offense,
chinai il viso, e tanto il tenni basso,
parlerei a que’ due che insieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri.”
Ed egli a me: “ Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li prega
per quell’amor che i mena; e quei verranno.”
Sì tosto come il vento a noi li piega
mossi la voce; “ O anime affannate,
venite a noi parlar s’altri nol niega.”
Quali colombe dal disio chiamate,
con l’ali alzate e ferme, al dolce nido
vegnon per l’aer dal voler portate:
cotali uscir della schiera ov’è Dido
a noi venendo per l’aer maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.
“O animal grazioso e benigno,
che visitando vai per l’aer perso,
noi che tignemmo il mondo di sanguigno:
se fosse amico il re dell’universo,
noi pregheremmo lui della tua pace,
poi chè hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar ti piace
noi udiremo e parleremo a vui.
Mentre che il vento, come fa, si tace.
Siede la terra dove nata fui,
sulla marina dove il Po discende
per aver pace coi seguaci sui.
Amor, che a cor gentil ratto s’apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende.
Amor, che a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi vita ci spense.”
Queste parole da lor ci fur porte.
Da che io intesi quelle anime offense,
chinai il viso, e tanto il tenni basso,
Dante Alighieri
Iio
finchè il poeta mi disse: “ Che pense?”
Quando risposi, cominciai: “ O lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo! ”
Poi mi rivolsi a loro, e parla’ io,
e cominciai: “ Francesca, i tuoi martiri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo de’ dolci sospiri,
a che e come concedette Amore,
che conosceste i dubbiosi disiri? ”
Ed ella a me: “ Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
nella miseria; e ciò sa il tuo dottore.
Ma se a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
farò come colui che piange e dice.
Noi leggevamo un giorno per diletto
di Lancelotto, come amor lo strinse:
soli eravamo e senza alcun sospetto.
Per più fiate gli occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso:
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi baciò tutto tremante:
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.”
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangeva sì che di pietade
io venni meno sì com’io morisse;
e caddi, come corpo morto cade.
Quando risposi, cominciai: “ O lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo! ”
Poi mi rivolsi a loro, e parla’ io,
e cominciai: “ Francesca, i tuoi martiri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo de’ dolci sospiri,
a che e come concedette Amore,
che conosceste i dubbiosi disiri? ”
Ed ella a me: “ Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
nella miseria; e ciò sa il tuo dottore.
Ma se a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
farò come colui che piange e dice.
Noi leggevamo un giorno per diletto
di Lancelotto, come amor lo strinse:
soli eravamo e senza alcun sospetto.
Per più fiate gli occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso:
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi baciò tutto tremante:
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.”
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangeva sì che di pietade
io venni meno sì com’io morisse;
e caddi, come corpo morto cade.
Dante Alighieri
L’Amante
Quand’i’ udi’ quel buon risposto fino
che la gentil rispuose, mi levai
ed a la balestriera m’addrizzai,
ché quel sì era il mi’ dritto cammino,
e sì v’andai come buon pellegrino,
ch’un bordon noderuto v’apportai,
e la scarsella non dimenticai,
la qual v’appiccò buon mastro divino.
Tutto mi’ arnese tal chent’ i’ portava,
s’è di condurl’al porto in mia ventura,
di toccarne le ’rlique i’ pur pensava.
Nel mi’ bordon non avea ferratura,
ché già mai contra pietre no ll’urtava;
la scarsella sì era san costura.
Tant’andai, giorno e notte camminando
col mi’ bordon che non era ferrato,
che ’ntra duo be’ pilastri fu’ arrivato:
molto s’andò il mi’ cuor riconfortando.
Dritt’a le ’rlique venni appressimando,
e ’mmantenente mi fu’ inginocchiato
per adorare quel corpo beato;
po’ venni la coverta sollevando.
E poi provai sed i’ potea il bordone
in quella balestriera, ch’i’ v’ho detto,
metterlo dentro tutto di randone;
ma i’ non potti, ch’ell’era sì stretto
l’entrata, che ’l fatto andò in falligione.
La prima volta i’ vi fu’ ben distretto.
che la gentil rispuose, mi levai
ed a la balestriera m’addrizzai,
ché quel sì era il mi’ dritto cammino,
e sì v’andai come buon pellegrino,
ch’un bordon noderuto v’apportai,
e la scarsella non dimenticai,
la qual v’appiccò buon mastro divino.
Tutto mi’ arnese tal chent’ i’ portava,
s’è di condurl’al porto in mia ventura,
di toccarne le ’rlique i’ pur pensava.
Nel mi’ bordon non avea ferratura,
ché già mai contra pietre no ll’urtava;
la scarsella sì era san costura.
Tant’andai, giorno e notte camminando
col mi’ bordon che non era ferrato,
che ’ntra duo be’ pilastri fu’ arrivato:
molto s’andò il mi’ cuor riconfortando.
Dritt’a le ’rlique venni appressimando,
e ’mmantenente mi fu’ inginocchiato
per adorare quel corpo beato;
po’ venni la coverta sollevando.
E poi provai sed i’ potea il bordone
in quella balestriera, ch’i’ v’ho detto,
metterlo dentro tutto di randone;
ma i’ non potti, ch’ell’era sì stretto
l’entrata, che ’l fatto andò in falligione.
La prima volta i’ vi fu’ ben distretto.
Dante Alighieri
L’apparizione di beatrice
Turrr dicean: Benedictus qui venis!
e, fior gittando di sopra e d’intorno;
Manibus o date lilia plenis!
Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte oriental tutta rosata
e l’altro ciel di bel sereno adorno;
e la faccia del sol nascere ombrata
sì che per temperanza di vapori,
l’occhio la sostenea lunga fiata:
così dentro una nuvola di fiori,
che dalle mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fuori,
sopra candido vel cinta d’oliva,
donna m’apparve sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
E lo spirito mio che già cotanto
tempo era stato, che alla sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
senza degli occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.
Tosto che nella vista mi percosse
l’alta virtù che già m’avea trafitto
prima chio fuor di puerizia fosse,
volsimi alla sinistra col rispitto
col quale il fantolin corre alla mamma,
quando ha paura, o quando egli è afflitto,
per dicere a Virgilio: “ Men che dramma
di sangue m’è rimaso, che non tremi;
conosco i segni dell’antica fiamma! ”
e, fior gittando di sopra e d’intorno;
Manibus o date lilia plenis!
Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte oriental tutta rosata
e l’altro ciel di bel sereno adorno;
e la faccia del sol nascere ombrata
sì che per temperanza di vapori,
l’occhio la sostenea lunga fiata:
così dentro una nuvola di fiori,
che dalle mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fuori,
sopra candido vel cinta d’oliva,
donna m’apparve sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
E lo spirito mio che già cotanto
tempo era stato, che alla sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
senza degli occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.
Tosto che nella vista mi percosse
l’alta virtù che già m’avea trafitto
prima chio fuor di puerizia fosse,
volsimi alla sinistra col rispitto
col quale il fantolin corre alla mamma,
quando ha paura, o quando egli è afflitto,
per dicere a Virgilio: “ Men che dramma
di sangue m’è rimaso, che non tremi;
conosco i segni dell’antica fiamma! ”
Dante Alighieri
T’ avea già il mio viso nel suo fitto
T’ avea già il mio viso nel suo fitto;
ed ei s’ergea col petto e con la fronte,
come avesse lo Inferno in gran dispitto:
e l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepolture a lui,
dicendo: “ Le parole tue sien conte.”
Tosto ch’al piè della sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso
mi dimandò: “ Chi fur li maggior tui? ”
Io, ch’era d’ubbidir desideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi:
ond’ei levò le ciglia un poco in soso,
poi disse: “ Fieramente furo avversi
a me, e a’ miei primi ed a mia parte,
sì che per due fiate gli dispersi.”
“ S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogni parte,”
rispos’ io lui, “ l’una e l’altra fiata;
i vostri non appreser ben quell’arte.”
Allor surse alla vista scoperchiata
un’ombra lungo questa infino al mento:
credo che s’era în ginocchi levata.
D’intorno mi guardò come talento
avesse di veder s’altri era meco;
ma, poi che il sospicar fu tutto spento,
piangendo disse: “ Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perchè non è teco?”
Ed io a lui: “ Da me stesso non vegno:
colui, che attende là, per qui mi mena,
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.”
Le sue parole e il modo della pena
m’avevan di costui già detto il nome:
però fu la risposta così piena.
Di subito drizzato gridò: “ Come
dicesti: ‘egli ebbe?’ non viv’ egli ancora?
Non fiere gli occhi suoi lo dolce lome? ”
Quando s’accorse d’alcuna dimora,
ch’io faceva dinanzi alla risposta,
supin ricadde, e più non parve fuora.
Ma quell’altro magnanimo a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto
nè mosse collo, nè piegò sua costa.
“ È se,” continuando al primo detto,
“ s’egli han quell’arte,” disse, “ male appresa,
ciò mi tormenta più di questo letto.
Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia della donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.
E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi, perchè quel popolo è sì empio
incontro a’ miei in ciascuna sua legge? ”
Ond’io a lui: “ Lo strazio e il grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tali orazion fa far nel nostro tempio.”
Poi ch’ebbe sospirato e ’l capo scosso,
“A ciò non fui io sol,” disse, “ nè certo
senza cagion con gli altri sarei mosso.
Ma fui io sol colà, dove sofferto
fu per ciascun di torre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto.”
ed ei s’ergea col petto e con la fronte,
come avesse lo Inferno in gran dispitto:
e l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepolture a lui,
dicendo: “ Le parole tue sien conte.”
Tosto ch’al piè della sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso
mi dimandò: “ Chi fur li maggior tui? ”
Io, ch’era d’ubbidir desideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi:
ond’ei levò le ciglia un poco in soso,
poi disse: “ Fieramente furo avversi
a me, e a’ miei primi ed a mia parte,
sì che per due fiate gli dispersi.”
“ S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogni parte,”
rispos’ io lui, “ l’una e l’altra fiata;
i vostri non appreser ben quell’arte.”
Allor surse alla vista scoperchiata
un’ombra lungo questa infino al mento:
credo che s’era în ginocchi levata.
D’intorno mi guardò come talento
avesse di veder s’altri era meco;
ma, poi che il sospicar fu tutto spento,
piangendo disse: “ Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perchè non è teco?”
Ed io a lui: “ Da me stesso non vegno:
colui, che attende là, per qui mi mena,
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno.”
Le sue parole e il modo della pena
m’avevan di costui già detto il nome:
però fu la risposta così piena.
Di subito drizzato gridò: “ Come
dicesti: ‘egli ebbe?’ non viv’ egli ancora?
Non fiere gli occhi suoi lo dolce lome? ”
Quando s’accorse d’alcuna dimora,
ch’io faceva dinanzi alla risposta,
supin ricadde, e più non parve fuora.
Ma quell’altro magnanimo a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto
nè mosse collo, nè piegò sua costa.
“ È se,” continuando al primo detto,
“ s’egli han quell’arte,” disse, “ male appresa,
ciò mi tormenta più di questo letto.
Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia della donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.
E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi, perchè quel popolo è sì empio
incontro a’ miei in ciascuna sua legge? ”
Ond’io a lui: “ Lo strazio e il grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tali orazion fa far nel nostro tempio.”
Poi ch’ebbe sospirato e ’l capo scosso,
“A ciò non fui io sol,” disse, “ nè certo
senza cagion con gli altri sarei mosso.
Ma fui io sol colà, dove sofferto
fu per ciascun di torre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto.”
Dante Alighieri
Tanto gentile e tanto onesta pare
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand’ella altrui saluta,
ch’ogni lingua divien tremando muta
e gli occhi non l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
di cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per gli occhi una dolcezza al core
che intender non la può chi non la prova.
E par che dalla sua labbia si mova
un spirito soave e pien d’amore,
che va dicendo all’anima: “ Sospira.”
Negli occhi porta la mia donna Amore;
per che si fa gentil ciò ch’ella mira:
ov’ella passa, ogni uom vèr lei si gira,
e cui saluta fa tremar lo core.
Sicchè, bassando il viso tutto smuore,
e d’ogni suo difetto allor sospira:
fuggon dinanzi a lei superbia ed ira:
aiutatemi, donne, a farle onore.
Ogni dolcezza, ogni pensiero umile
nasce nel core a chi parlar la sente;
ond’è beato chi prima la vide.
Quel ch’ella par quand’un poco sorride,
non si può dicer nè tenere a mente,
sì è nuovo miracolo e gentile.
Guido, vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi ad un vascel che ad ogni vento
per mare andasse a voler vostro e mio.
Sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi vivendo sempre in un talento
di stare insieme crescesse il desìo.
E monna Vanna e monna Bice poi
con quella ch’è in sul numero del trenta
con noi ponesse il buon incantatore.
E quivi ragionar sempre d’amore
e ciascuna di lor fosse contenta,
siccome io credo che sariamo noi.
la donna mia, quand’ella altrui saluta,
ch’ogni lingua divien tremando muta
e gli occhi non l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
di cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per gli occhi una dolcezza al core
che intender non la può chi non la prova.
E par che dalla sua labbia si mova
un spirito soave e pien d’amore,
che va dicendo all’anima: “ Sospira.”
Negli occhi porta la mia donna Amore;
per che si fa gentil ciò ch’ella mira:
ov’ella passa, ogni uom vèr lei si gira,
e cui saluta fa tremar lo core.
Sicchè, bassando il viso tutto smuore,
e d’ogni suo difetto allor sospira:
fuggon dinanzi a lei superbia ed ira:
aiutatemi, donne, a farle onore.
Ogni dolcezza, ogni pensiero umile
nasce nel core a chi parlar la sente;
ond’è beato chi prima la vide.
Quel ch’ella par quand’un poco sorride,
non si può dicer nè tenere a mente,
sì è nuovo miracolo e gentile.
Guido, vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi ad un vascel che ad ogni vento
per mare andasse a voler vostro e mio.
Sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi vivendo sempre in un talento
di stare insieme crescesse il desìo.
E monna Vanna e monna Bice poi
con quella ch’è in sul numero del trenta
con noi ponesse il buon incantatore.
E quivi ragionar sempre d’amore
e ciascuna di lor fosse contenta,
siccome io credo che sariamo noi.
Diego Valeri
Poi che la sera...
Poi che la sera ha invaso la pallida stanza,
affogando nella sua lenta dolcezza
le nostre rotte parole di disperata speranza,
i nostri volti sbiancati di tristezza,
e le nostre anime, o amore,
gonfie ancora di lacrime—
ecco che il nostro povero dolore
ha cessato di singhiozzare,
e s’è messo a guardare a guardare
con occhi di bimbo smarrito
la finestra tutta azzurra d’infinito ...
E le tante le tante cose,
gravi e soavi, oscure e paurose,
che abbiamo detto poco fa,
e la stretta tremante delle mani,
gelide e ardenti, stanche e spasimose,
e le lacrime, le lacrime amare,
d’addio di lontananza di schianto
che abbiamo pianto—
tutto, ecco, tutto è dileguato via,
tutto è svanito nell’ombra leggera
della dolce sera
colore di poesia...
E noi non siamo, o amore mio santo,
che due piccole cose sperdute quaggiù,
che s’amano tanto,
che s’amano solo—
e non sanno di più.
affogando nella sua lenta dolcezza
le nostre rotte parole di disperata speranza,
i nostri volti sbiancati di tristezza,
e le nostre anime, o amore,
gonfie ancora di lacrime—
ecco che il nostro povero dolore
ha cessato di singhiozzare,
e s’è messo a guardare a guardare
con occhi di bimbo smarrito
la finestra tutta azzurra d’infinito ...
E le tante le tante cose,
gravi e soavi, oscure e paurose,
che abbiamo detto poco fa,
e la stretta tremante delle mani,
gelide e ardenti, stanche e spasimose,
e le lacrime, le lacrime amare,
d’addio di lontananza di schianto
che abbiamo pianto—
tutto, ecco, tutto è dileguato via,
tutto è svanito nell’ombra leggera
della dolce sera
colore di poesia...
E noi non siamo, o amore mio santo,
che due piccole cose sperdute quaggiù,
che s’amano tanto,
che s’amano solo—
e non sanno di più.
Dino Campana
In un momento
In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perchè io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose
P. S. E così dimenticammo le rose.
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perchè io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose
P. S. E così dimenticammo le rose.
Dino Campana
La Chimera
Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.
Burchiello
Molti poeti
Molti Poeti han già descritto Amore,
fanciul nudo, coll’Arco faretrato,
con una pezza bianca di bucato
avvolta agli occhi, e l’ali ha di colore:
così Omer, così Nason maggiore,
Vergilio, e tutti gli altri han ciò mostrato;
ma come tutti quanti abbiano errato
mostrar lo intendo all’Orgagna Pittore:
sed egli è cieco; come fa gl’inganni?
Sed egli è nudo, chi gli scalda il casso?
S’ei porta l’Arco, tiralo un fanciullo?
Se gli è sì tenero, ove son tanti anni?
E s’egli ha l’ale, come va sì basso?
Così le lor ragion tutte l’annullo:
Amore è un trastullo,
che porta in campo nero fava rossa,
e cava il dolce mel delle dure ossa.
fanciul nudo, coll’Arco faretrato,
con una pezza bianca di bucato
avvolta agli occhi, e l’ali ha di colore:
così Omer, così Nason maggiore,
Vergilio, e tutti gli altri han ciò mostrato;
ma come tutti quanti abbiano errato
mostrar lo intendo all’Orgagna Pittore:
sed egli è cieco; come fa gl’inganni?
Sed egli è nudo, chi gli scalda il casso?
S’ei porta l’Arco, tiralo un fanciullo?
Se gli è sì tenero, ove son tanti anni?
E s’egli ha l’ale, come va sì basso?
Così le lor ragion tutte l’annullo:
Amore è un trastullo,
che porta in campo nero fava rossa,
e cava il dolce mel delle dure ossa.
Edoardo Cacciatore
La scala erigenda
I
Zampilla uno zodiaco da ogni zero
Vieni vieni verso la via che va al vero
Unisci l’udito all’unanime universo
Tempera alla tastiera un tuo tema terso
Senti il suono che strappa sillabe semplici
Ripete realtà dalla radice rèndici
Questua non è questa o querula questione
Paradiso prefigurato in un pavone
Offerta sì di olimpo ov’è oltraggio all’oggetto
Notizie native nemiche di un no netto
Moto che la magia del morire ha in mente
La libidine liberando lietamente
Incarnata in inganno inane e inavvertito
Hallalì hallalì ecce homo hai udito
Gridi gagliardi in un gorgo a gara gioiosi
Finito il furto e il furore infine festosi
Epitalamio encomio’ in eterno ti estrae
Docile dirada il danno e si detrae
Calunnia che ti carezzava con cardo
Bene bisbiglia butta il bacio bugiardo
Amore avvera dov’era in auge l’azzardo.
Il
La scala perché non sale ancora più in alto
Avrei gettato anche me stesso nella forgia
Di rampa in rampa e di slancio in salto
Non fu un percorso un viaggio fu un’orgia.
Un confondersi di sussurri un richiamarsi
1 complici congiunti infine per amarsi.
Dov’è la scala è superficie
L’azzardo è ancora là dov’era
La realtà non ha radice
Si spande a liquida cera.
L’amore non più a caso ecco ridiscende
Per orecchi ha il mare la luce per fronte
Gradino gradino il desiderio lo prende
Ogni cavo di mano svuota in orizzonte.
Non v’è sommità e squarcio di cieli immensi
L’uomo è lo squarcio? e la realtà in tutti i sensi.
From MA CHI È QUI IL RESPONSABILE?
Zampilla uno zodiaco da ogni zero
Vieni vieni verso la via che va al vero
Unisci l’udito all’unanime universo
Tempera alla tastiera un tuo tema terso
Senti il suono che strappa sillabe semplici
Ripete realtà dalla radice rèndici
Questua non è questa o querula questione
Paradiso prefigurato in un pavone
Offerta sì di olimpo ov’è oltraggio all’oggetto
Notizie native nemiche di un no netto
Moto che la magia del morire ha in mente
La libidine liberando lietamente
Incarnata in inganno inane e inavvertito
Hallalì hallalì ecce homo hai udito
Gridi gagliardi in un gorgo a gara gioiosi
Finito il furto e il furore infine festosi
Epitalamio encomio’ in eterno ti estrae
Docile dirada il danno e si detrae
Calunnia che ti carezzava con cardo
Bene bisbiglia butta il bacio bugiardo
Amore avvera dov’era in auge l’azzardo.
Il
La scala perché non sale ancora più in alto
Avrei gettato anche me stesso nella forgia
Di rampa in rampa e di slancio in salto
Non fu un percorso un viaggio fu un’orgia.
Un confondersi di sussurri un richiamarsi
1 complici congiunti infine per amarsi.
Dov’è la scala è superficie
L’azzardo è ancora là dov’era
La realtà non ha radice
Si spande a liquida cera.
L’amore non più a caso ecco ridiscende
Per orecchi ha il mare la luce per fronte
Gradino gradino il desiderio lo prende
Ogni cavo di mano svuota in orizzonte.
Non v’è sommità e squarcio di cieli immensi
L’uomo è lo squarcio? e la realtà in tutti i sensi.
From MA CHI È QUI IL RESPONSABILE?
Edoardo Sanguineti
Reisebilder (31)
durante una conversazione serale, piuttosto squallida (non
[ricordo i particolari,
ormai), e a tratti astrattamente teorica, ho sentito che eravamo
[segnati
da una mortale malattia morale:
è stato quando ho parlato della degra-
[dazione
della quotidianità privata: (e dovevo insistere meglio sopra
[questo nostro
lasciarci andare così, schiacciati tra il patetico e il volgare,
[chiusi
nel deforme dell’esperienza borghese):
non so se esagero: ma c’è
[qualcosa
che non funziona anche nei nostri gesti (guarda come stai seduta,
[per esempio,
in questo momento):
e anche quando ti racconto che il giovane
[Goethe,
a Lipsia? tormentava tutti per sapere che cosa fosse
[quell’Erfahrung che tutti
gli dicevano che gli mancava:
(e come gli rispose un ufficiale in congedo):
[ricordo i particolari,
ormai), e a tratti astrattamente teorica, ho sentito che eravamo
[segnati
da una mortale malattia morale:
è stato quando ho parlato della degra-
[dazione
della quotidianità privata: (e dovevo insistere meglio sopra
[questo nostro
lasciarci andare così, schiacciati tra il patetico e il volgare,
[chiusi
nel deforme dell’esperienza borghese):
non so se esagero: ma c’è
[qualcosa
che non funziona anche nei nostri gesti (guarda come stai seduta,
[per esempio,
in questo momento):
e anche quando ti racconto che il giovane
[Goethe,
a Lipsia? tormentava tutti per sapere che cosa fosse
[quell’Erfahrung che tutti
gli dicevano che gli mancava:
(e come gli rispose un ufficiale in congedo):
Edoardo Scarfoglio
Da Ritornando
Spine crudeli, confitte vi porto nel cuore, nel pigro
mio cuor, che lento e freddo pulsa, che non più balza
fiero in sull’albe di giugno, gridandomi: lèvati, ferve
l’estate, e Bice t’attende al sol. Volavo,
come alla corsa incitato polledro, le chiome scomposte
dando alla brezza, il viso tergendo alle rugiade
pure. Seguendo le verdi tue tracce pei colli chiomati
di selve, o Bice, andavo; e guida Amore
m’era. Le candide braccia tu, fragrante, m’aprivi e
ai baci miei le molli umide labbra.
Lieve la man tra la bionda lanugin, tra’ fulvi capelli
m’insinuavi, e a noi dintorno il gran fioriva
alto. Fuggite veloci lontano da me, nell’occaso
fiammante, o colli; e voi fuggite, o miei ricordi.
mio cuor, che lento e freddo pulsa, che non più balza
fiero in sull’albe di giugno, gridandomi: lèvati, ferve
l’estate, e Bice t’attende al sol. Volavo,
come alla corsa incitato polledro, le chiome scomposte
dando alla brezza, il viso tergendo alle rugiade
pure. Seguendo le verdi tue tracce pei colli chiomati
di selve, o Bice, andavo; e guida Amore
m’era. Le candide braccia tu, fragrante, m’aprivi e
ai baci miei le molli umide labbra.
Lieve la man tra la bionda lanugin, tra’ fulvi capelli
m’insinuavi, e a noi dintorno il gran fioriva
alto. Fuggite veloci lontano da me, nell’occaso
fiammante, o colli; e voi fuggite, o miei ricordi.
Elio Pagliarani
La pietà oggettiva
Lei personalmente non è che faccia pena, anzi
ma fa rabbia vedere come una
si butta via così. Quanta violenza
scatenata su sé, quanta passione di bruciare in fretta
senza averne sospetto od ambirne ragione.
E lei da tempo non fa pena
anzi discosta, paralizza, perché pena
presuppone una sorte che tu senta
compagna, che ci sia un’equivalenza
accetta, la serie dei possibili impostata
come gli addendi in somma, che il totale
non muta se mi trovo io al tuo posto.
Ma non capisci che ogni sua bugia
non è menzogna e che perciò m’offende?
(Non mi lascia nemmeno da percorrere
la strada opposta.) Lo snack bar in galleria
è adattissimo a un saluto distaccato
fu lì che la lasciai – se parlo di Lucia.
Mi disse vado in Francia ero offeso indignato
nell’abito da ballo con un fiore d’organza slabbrato sul petto
le consigliai di toglierlo mi disse non posso perché copre uno
[strappo
quando veniva a dormire a casa mia
a mezzogiorno si usciva insieme il portiere
chissà cosa pensava con quell’abito da ballo.
Lo vedi anche tu
siamo in un ottocento d’appendice, non si può cavarne una storia
nemmeno da mettere in versi: ci sono esperienze
che non servono a niente che si inscrivono
come puro passivo.
Ma non è per Lucia
questo discorso (sembra una studentessa, un volto di Tiziano
raccomandami all’Embassy voglio ballare da entraîneuse ed ora
già scattata la tagliola infantile ti appesta)
o per Camillo Bendandi che si spende
per eccitarsi in solitudine, o Rinaldo o la scura Garibalda
come i matti che fanno pietà
ma alla lontana, in manicomio
il matto singolo va rinchiuso e basta
c’è di bello che loro se ne fregano
autolesionismo – pensa alle madri! – quale componente
di questa società: ecco il discorso. E l’offesa
per non potere per dovere riconoscersi.
Come offende d’inverno incontrare le notti alla stazione del
[verziere
gli addormentati sul lastrico, da sentire il bisogno
d’affrettare il passo spazzolare il cappotto chiedere
perché non mi assaltano?
Non è lo stesso? Ho scantonato? Dovrei insistere
coi trofei di Lucia irridenti nel mio bagno?
Meglio sciupare la composizione
con un brutto commiato. Certo
qui non si salva la tua né la mia faccia
vorrei vedere che non fosse così
che si compisse nei versi la catarsi che bastasse
questa pietà oggettiva che ci agghiaccia.
ma fa rabbia vedere come una
si butta via così. Quanta violenza
scatenata su sé, quanta passione di bruciare in fretta
senza averne sospetto od ambirne ragione.
E lei da tempo non fa pena
anzi discosta, paralizza, perché pena
presuppone una sorte che tu senta
compagna, che ci sia un’equivalenza
accetta, la serie dei possibili impostata
come gli addendi in somma, che il totale
non muta se mi trovo io al tuo posto.
Ma non capisci che ogni sua bugia
non è menzogna e che perciò m’offende?
(Non mi lascia nemmeno da percorrere
la strada opposta.) Lo snack bar in galleria
è adattissimo a un saluto distaccato
fu lì che la lasciai – se parlo di Lucia.
Mi disse vado in Francia ero offeso indignato
nell’abito da ballo con un fiore d’organza slabbrato sul petto
le consigliai di toglierlo mi disse non posso perché copre uno
[strappo
quando veniva a dormire a casa mia
a mezzogiorno si usciva insieme il portiere
chissà cosa pensava con quell’abito da ballo.
Lo vedi anche tu
siamo in un ottocento d’appendice, non si può cavarne una storia
nemmeno da mettere in versi: ci sono esperienze
che non servono a niente che si inscrivono
come puro passivo.
Ma non è per Lucia
questo discorso (sembra una studentessa, un volto di Tiziano
raccomandami all’Embassy voglio ballare da entraîneuse ed ora
già scattata la tagliola infantile ti appesta)
o per Camillo Bendandi che si spende
per eccitarsi in solitudine, o Rinaldo o la scura Garibalda
come i matti che fanno pietà
ma alla lontana, in manicomio
il matto singolo va rinchiuso e basta
c’è di bello che loro se ne fregano
autolesionismo – pensa alle madri! – quale componente
di questa società: ecco il discorso. E l’offesa
per non potere per dovere riconoscersi.
Come offende d’inverno incontrare le notti alla stazione del
[verziere
gli addormentati sul lastrico, da sentire il bisogno
d’affrettare il passo spazzolare il cappotto chiedere
perché non mi assaltano?
Non è lo stesso? Ho scantonato? Dovrei insistere
coi trofei di Lucia irridenti nel mio bagno?
Meglio sciupare la composizione
con un brutto commiato. Certo
qui non si salva la tua né la mia faccia
vorrei vedere che non fosse così
che si compisse nei versi la catarsi che bastasse
questa pietà oggettiva che ci agghiaccia.
Elio Pagliarani
Lezione di fisica
Lezione di fisica
a Elena
Cominciò studiando il corpo nero
Max Planck? all’inizio del secolo (dispute se era il principio o
[la fine
del secolo), le radiazioni del corpo nero nella memoria
del 14 dicembre 1900
bisognava supporre che quanti! d’azione
[fossero alla base
dell’energia moltiplicata per il tempo
Elena oh le sudate carte la
[luce
è una gragnuola di quanti, provo a dirti che esiste opposizione
fra macrofisica e microfisica che il mondo atomico delle
[particelle elementari
è studiato dalla meccanica quantistica —scuola di Copenaghen—
e da quella ondulatoria del prinicipe di Broglie che ben presto
[fisici
si accorsero come le due nuove meccaniche benché basate su
[algoritmi differenti
siano in sostanza equivalenti: entrambe negano
negano che possano esistere precisi rapporti di causa e effetto
affermano che non si può aver studio di un oggetto
senza modificarlo
la luce che piomba sull’elettrone per illuminarlo
E io qui sto
e io qui sto Elena in gabbia e aspetto
il suono di un oggetto la comunicazione dell’effetto
su te, delle modifiche
Non sono io
che ti tradisco, chi ti prende alla gola è la tua amica
la vita
To cosa vuoi se tiene duro il muscolo cardiaco
è ormai provato che sono una pellaccia, mi tingerò i capelli
[Einstein piuttosto
e la sua chioma, te lo immagini quando dovette prendere la
[penna
scrivendo a Roosevelt “Caro presidente, facciamola
l’atomica, sennò i nazi l’azione dell’energia
dell’energia moltiplicata per il tempo l’epistassi
anzi il sangue dal naso, diceva Pasquina alla tua età, il sangue
[dal naso che ti libera
Se si vuol sapere se A è causa dell’effetto B
se il microggetto in sé è inconoscibile
se l’onda di de Broglie per i fisici di Copenaghen
non è altro che l’espressione fisica della probabilità posseduta
dalla particelle di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro
[onda cioè generata
dalla mancanza di un rigoroso nesso causale in microfisica
Perciò l’atomica
per la legge dei grandi numeri la probabilità tende alla certezza
Perciò l’atomica
Poi la teoria dell’onda pilota e quella, così cara al nostro tempo
della doppia soluzione, e se esiste il microggetto in sé, se la
[materia
può risponderci con un comportamento statistico
Dio gioca ai dadi"
con l’universo? E se la terra
ne dimostrasse il terrore?
Non gridare non gridare che ti sentono non è niente mentre
[graffio una poltrona
Herman Kahn ha già fatto la tabella
delle possibili condizioni postbelliche, sicché 160 milioni di
[decessi in casa sua
non sarebbero la fine della civiltà, il periodo necessario per
[la ripresa economica
sarebbero 100 anni; va da sé che esiste, egli scrive, un ulteriore
[problema
quello cioè se i sopravvissuti avranno buone ragioni
per invidiare i morti
Quanta gioia mi dai quando ti stufi
di me, quando mi dici se scriverai di me dirai di gioia
e che sia gioia attiva, trionfante, che sia una barzelletta
spinta, ’° magari
L’odore delle erbe di campagna nel piatto da
[Cesaretto’ rughetta
pimpinella un’insalata d’erbe della terra tenere espansive
[degli umori
il cielo di qui che interviene sulla gente compresente orizzontale
e tu e tu ognuno cui ti inviti a ballare ti accende
gli occhi e si fa bello e cresce
vino rosso
capriole con lancio di
[cuscini
nella mia stanza
Ma cosa credi che non sia stufo anch’io di
[coabitare
con me la mia faccia la mia pancia
anche in noi c’è dentro la voglia
di riassuefarci alla gioia, affermare la vita col canto
[tentazione
perché l’opposizione agisca da opposizione e abbia i suoi
[testimoni.
a Elena
Cominciò studiando il corpo nero
Max Planck? all’inizio del secolo (dispute se era il principio o
[la fine
del secolo), le radiazioni del corpo nero nella memoria
del 14 dicembre 1900
bisognava supporre che quanti! d’azione
[fossero alla base
dell’energia moltiplicata per il tempo
Elena oh le sudate carte la
[luce
è una gragnuola di quanti, provo a dirti che esiste opposizione
fra macrofisica e microfisica che il mondo atomico delle
[particelle elementari
è studiato dalla meccanica quantistica —scuola di Copenaghen—
e da quella ondulatoria del prinicipe di Broglie che ben presto
[fisici
si accorsero come le due nuove meccaniche benché basate su
[algoritmi differenti
siano in sostanza equivalenti: entrambe negano
negano che possano esistere precisi rapporti di causa e effetto
affermano che non si può aver studio di un oggetto
senza modificarlo
la luce che piomba sull’elettrone per illuminarlo
E io qui sto
e io qui sto Elena in gabbia e aspetto
il suono di un oggetto la comunicazione dell’effetto
su te, delle modifiche
Non sono io
che ti tradisco, chi ti prende alla gola è la tua amica
la vita
To cosa vuoi se tiene duro il muscolo cardiaco
è ormai provato che sono una pellaccia, mi tingerò i capelli
[Einstein piuttosto
e la sua chioma, te lo immagini quando dovette prendere la
[penna
scrivendo a Roosevelt “Caro presidente, facciamola
l’atomica, sennò i nazi l’azione dell’energia
dell’energia moltiplicata per il tempo l’epistassi
anzi il sangue dal naso, diceva Pasquina alla tua età, il sangue
[dal naso che ti libera
Se si vuol sapere se A è causa dell’effetto B
se il microggetto in sé è inconoscibile
se l’onda di de Broglie per i fisici di Copenaghen
non è altro che l’espressione fisica della probabilità posseduta
dalla particelle di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro
[onda cioè generata
dalla mancanza di un rigoroso nesso causale in microfisica
Perciò l’atomica
per la legge dei grandi numeri la probabilità tende alla certezza
Perciò l’atomica
Poi la teoria dell’onda pilota e quella, così cara al nostro tempo
della doppia soluzione, e se esiste il microggetto in sé, se la
[materia
può risponderci con un comportamento statistico
Dio gioca ai dadi"
con l’universo? E se la terra
ne dimostrasse il terrore?
Non gridare non gridare che ti sentono non è niente mentre
[graffio una poltrona
Herman Kahn ha già fatto la tabella
delle possibili condizioni postbelliche, sicché 160 milioni di
[decessi in casa sua
non sarebbero la fine della civiltà, il periodo necessario per
[la ripresa economica
sarebbero 100 anni; va da sé che esiste, egli scrive, un ulteriore
[problema
quello cioè se i sopravvissuti avranno buone ragioni
per invidiare i morti
Quanta gioia mi dai quando ti stufi
di me, quando mi dici se scriverai di me dirai di gioia
e che sia gioia attiva, trionfante, che sia una barzelletta
spinta, ’° magari
L’odore delle erbe di campagna nel piatto da
[Cesaretto’ rughetta
pimpinella un’insalata d’erbe della terra tenere espansive
[degli umori
il cielo di qui che interviene sulla gente compresente orizzontale
e tu e tu ognuno cui ti inviti a ballare ti accende
gli occhi e si fa bello e cresce
vino rosso
capriole con lancio di
[cuscini
nella mia stanza
Ma cosa credi che non sia stufo anch’io di
[coabitare
con me la mia faccia la mia pancia
anche in noi c’è dentro la voglia
di riassuefarci alla gioia, affermare la vita col canto
[tentazione
perché l’opposizione agisca da opposizione e abbia i suoi
[testimoni.
Elio Pagliarani
Se domani ti arrivano dei fiori
Se domani ti arrivano dei fiori
sbagli se pensi a me (io sbaglio se
penso che il tuo pensiero a me si possa
volgere, come il volto tuo serrato
con mani troppo docili a carpire
quando sulle tue labbra m’era dato
baci dalla città) non so che fiori
siano: te li ha mandati per amore
d’amore uno incontrato in trattoria
dove le mie parole spesso s’urtano
con la gente di faccia.
Che figura
t’ho data, quali fiori può accordare
nella scelta all’immagine riflessa
di te?
Non devi amarmi se ti sbriciolo
su una tovaglia lisa: e non mi ami.
sbagli se pensi a me (io sbaglio se
penso che il tuo pensiero a me si possa
volgere, come il volto tuo serrato
con mani troppo docili a carpire
quando sulle tue labbra m’era dato
baci dalla città) non so che fiori
siano: te li ha mandati per amore
d’amore uno incontrato in trattoria
dove le mie parole spesso s’urtano
con la gente di faccia.
Che figura
t’ho data, quali fiori può accordare
nella scelta all’immagine riflessa
di te?
Non devi amarmi se ti sbriciolo
su una tovaglia lisa: e non mi ami.
Elio Pagliarani
Se facessimo un conto delle cose
Se facessimo un conto delle cose
che non tornano, come quella lampada
fulminata nell’atrio alla stazione
e il commiato allo scuro, avremmo allora
già perso, e il secolo altra luce esplode
che può farsi per noi definitiva.
Ma se ha forza incisiva sulla nostra
corteccia questa pioggia nel parco
da scavare una memoria – compresente
il piano d’assedio cittadino in tutto il quadrilatero –
e curiosi dei pappagalli un imbarazzo
ci rende, per un attimo, dicendoti dei fili di tabacco
che hai sul labbro, e perfino una scoperta
abbiamo riserbata: anche a te piace
camminare? (e te non stanca? che porti
tacchi alti, polsi, giunture fragili
che il mio braccio trova a fianco,
il tuo fianco, le mani provate sopra i tasti
milanese signorina)
se ci pare che quadri tutto questo
con l’anagrafe e il mestiere, non il minimo buonsenso
un taxi se piove / separé da Motta
Ginepro e Patria / poltrone alla prima
ci rimane, o dignità, se abbiamo solo in testa
svariate idee d’amore e d’ingiustizia.
che non tornano, come quella lampada
fulminata nell’atrio alla stazione
e il commiato allo scuro, avremmo allora
già perso, e il secolo altra luce esplode
che può farsi per noi definitiva.
Ma se ha forza incisiva sulla nostra
corteccia questa pioggia nel parco
da scavare una memoria – compresente
il piano d’assedio cittadino in tutto il quadrilatero –
e curiosi dei pappagalli un imbarazzo
ci rende, per un attimo, dicendoti dei fili di tabacco
che hai sul labbro, e perfino una scoperta
abbiamo riserbata: anche a te piace
camminare? (e te non stanca? che porti
tacchi alti, polsi, giunture fragili
che il mio braccio trova a fianco,
il tuo fianco, le mani provate sopra i tasti
milanese signorina)
se ci pare che quadri tutto questo
con l’anagrafe e il mestiere, non il minimo buonsenso
un taxi se piove / separé da Motta
Ginepro e Patria / poltrone alla prima
ci rimane, o dignità, se abbiamo solo in testa
svariate idee d’amore e d’ingiustizia.