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Poesie di questo tema

Emozioni e sentimenti

Felice Piemontese

Felice Piemontese

Enormi insetti, orribili

Enormi insetti, orribili, escono dalla tazza del cesso. Ho
cercato di ricacciarli giù, ma non ci sono riuscito. Non ho
mai visto nulla di simile. E continuano a uscirne...invadono
tutta la casa...ho sbagliato a tagliare i fili del telefono...
dovrei chiedere soccorso...sapere se la stessa cosa sta
succedendo altrove...un tragico errore...continuano ad
arrivare anche qui, dove mi sono rifugiato sprangando
la porta...non so come fanno ad entrare...s’infilano
dappertutto...anche tra le mie carte....dappertutto...

Da LA CITTÀ DI YS

Fu dalle parti di Gand, mi pare. Sragionava,
diceva “le metafisiche hanno occhi prolissi”,
si sporgeva dal finestrino, per cadere.
La follia non è necessariamente un crollo...
Trovammo poi un albergo vecchiotto, ma
confortevole. Noi, nomadi irriducibili.
Sono così allegri, di solito, gli annegati

ci sono alcuni vagabondi con un cane, una donna
dal ventre enorme. È affollato, stasera,
il Vieux Colombier. Un irlandese prende appunti,
in un angolo, senza mai parlare. “Andiamo
alla deriva in mezzo alle, canne e
ci siamo arenati”, dice-a un tratto. Scrive anche
qualche lettera, che adesso vanno all’asta,
a Drouot. Je ne suis pas mort,
mais je suis séparé

Il più crudele dei mesi, dicono. Spossati
si aggirano per il Luxembourg, calpestando
aiuole maleodoranti. C’è Baudelaire,
vestito di nero. Tutto ciò che è sonnambulo,
losco, notturno. Nessun canto del gallo lacera
l’aria brumosa. Ha una grande sciarpa a fiori
quando annega nella vasca dei cigni,
ma sembra poco convinto

Da LETTERINE

*
tra le tombe degli uomini illustri
vi sono quelle degli scrittori Molière,
La Fontaine, Balzac, De Musset, Oscar Wilde.
Ma l’unica dove c’è sempre folla
è quella di Jim Morrison, e tutti scrivono
sui muri messaggi d’amore

*
è una piazzetta come tante altre, con
quattro alberelli al centro e due panchine
su cui è meglio non sedersi, perché gli uccelli
le sporcano di cacca. Se la merda è la materia
dell’anima, chi sa se anche quella
degli uccelli

*
c’incontrammo all’ Atrium, lei partiva
per New York, luminosa. C’erano pure
Artaud con l’ano pudibondo, Mille Maupin
e un commerciante di pellami di Charleville
convocato con uno stratagemma

Da Fuoco perpetuo

a)
dal cratere escono vortici di fumo bianco
fetido; schizzano fuori getti di lava
e sassi roventi, e sotto il fumo
giace e rutta Satana

e)
senonché le sirene possiedono un’arma
ancora più terribile del canto,
ed è il loro silenzio

i)
a causa delle paludi e delle esalazioni
della terra vulcanica, l’aria è infetta
e provoca epidemie: gli uomini, allora,
muoiono come mosche

j)
il colore del precipizio
è quello di un carbone spento. Ma
la natura sa spargere delle grazie
perfino sugli oggetti più orribili

z)
intorno a quelle macerie, giocano
alcuni ragazzi. Sono contenti, scavando
hanno trovato qualcosa. Poi qualcuno
per mandarli via gli butta
addosso un cane morto.

Da LA CITTÀ DI YS

Sulle lunghe spiagge che la costeggiano,
le correnti portano spesso i cadaveri
degli annegati. Un’imbarcazione tutta
illuminata appare, si dice, al tramonto;
non si vede nessuno a bordo; qualche volta
si sente il rumore dei remi sulla bruma.
È il bag-noz, il battello della notte.
Lo comanda il primo morto dell’anno. Se questi
è un vecchio, l’apparizione del bag-noz significa
che nei dodici mesi successivi molti fanciulli
moriranno. Se il capitano è un ragazzo,
invece, saranno i vecchi a morire.

Le ore passano leggendo, talvolta sognando.
Si guarda i segnali luminosi, gli altri fari,
i battelli che sfilano in lontananza,
gli uccelli che vengono a battere ai vetri,
il tempo che fa, il vento che gira,
la pioggia che arriva.

La campagna è deserta, e stranamente
vuota. Alberi, ginestre, ginestre spinose,
tamerici sul ciglio dei fossi,
pianori che si stendono a perdita d’occhio,
e nemmeno la più piccola traccia
di uomini.

Gli uccelli tacciono (saranno volati
lontano); le foglie sono spesse, l’erba
soffoca il rumore dei passi, e il paese
silenzioso vi contempla come un volto
bagnato di tristezza. Sembra
fatto apposta per accogliere
le esistenze in rovina.

Non è raro, dicono i pescatori,
che dalle barche sì senta il suono
delle campane della città sommersa.
Quando si placa la tempesta accade pure
che se ne scorgono le rovine,
sul fondo del mare.
Filippo Tommaso Marinetti

Filippo Tommaso Marinetti

All’automobile da corsa

Veemente dio d’una razza d’acciaio,
Automobile ebbrrra di spazio,
che scalpiti e frrremi d’angoscia
rodendo il morso con striduli denti...
Formidabile mostro giapponese,
dagli occhi di fucina,
nutrito di fiamma
e d’olî minerali,
avido d’orizzonti e di prede siderali...
io scateno il tuo cuore che tonfa diabolicamente,
scateno i tuoi giganteschi pneumatici,
per la danza che tu sai danzare
via per le bianche strade di tutto il mondo!...

Allento finalmente
le tue metalliche redini,
e tu con voluttà ti slanci
nell’Infinito liberatore!
All’abbaiare della tua grande voce
ecco il sol che tramonta inseguirti veloce
accelerando il suo sanguinolento
palpito, all’orizzonte...
Guarda, come galoppa, in fondo ai boschi, laggiù!...
Che importa, mio démone bello?
Io sono in tua balìa!... Prrrendimi!... Prrrendimi!...
Sulla terra assordata, benché tutta vibri
d’echi loquaci;
sotto il cielo accecato, benché folto di stelle,
io vado esasperando la mia febbre
ed il mio desiderio,
scudisciandoli a gran colpi di spada.
E a quando a quando alzo il capo
per sentirmi sul collo
in soffice stretta le braccia
folli del vento, vellutate e freschissime...
Sono tue quelle braccia ammalianti e lontane
che mi attirano, e il vento
non è che il tuo alito d’abisso,
o Infinito senza fondo che con gioia m’assorbi!...

Ah! ah! vedo a un tratto mulini
neri, dinoccolati,
che sembran correr su l’ali
di tela vertebrata
come su gambe prolisse...

Ora le montagne già stanno per gettare
sulla mia fuga mantelli di sonnolenta frescura,
là, a quella svolta bieca.
Montagne! Mammut, in mostruosa mandra,
che pesanti trottate, inarcando
le vostre immense groppe,
eccovi superate, eccovi avvolte
dalla grigia matassa delle nebbie!...
E odo il vago echeggiante rumore
che sulle strade stampano
i favolosi stivali da sette leghe
dei vostri piedi colossali...
O montagne dai freschi mantelli turchini!...
O bei fiumi che respirate
beatamente al chiaro di luna!

«Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride».
O tenebrose pianure!... Io vi sorpasso a galoppo
su questo mio mostro impazzito!...
Stelle! mie stelle! l’udite
il precipitar dei suoi passi?...
Udite voi la sua voce, cui la collera spacca...
la sua voce scoppiante, che abbaia, che abbaia...
e il tuonar de’ suoi ferrei polmoni
crrrrollanti a prrrrecipizio
interrrrrminabilmente?...
Accetto la sfida, o mie stelle!...
Più presto!... Ancora più presto!...
E senza posa, né riposo!...
Molla i freni! Non puoi?
Schiàntali, dunque,
che il polso del motore centuplichi i tuoi slanci!

Urrrrà! Non più contatti con questa terra immonda!
Io me ne stacco alfine, ed agilmente volo
sull’inebriante fiume degli astri
che si gonfia in piena nel gran letto celeste!