Poesie di questo tema
Emozioni e sentimenti
Felice Piemontese
Bagatelles
*
In quel tempo, dissi, non si era ancora visto
il cielo oscurarsi e il bel tempo
sparire. Gli alberi
ancora non erano morti
soffocati, e le stelle
non erano state spente
***
perché la vita, dissi, non è questanoia
distillata in cui da sette eternità
si fa macerare la nostra anima.
Non è questa morsa infernale
in cui ammuffiscono le coscienze.
***
Sono quelli che trascorrono gran parte della loro vita
in automobile, dissi, e si spostano tutti insieme
durante i cosiddetti week-end, e muoiono in serie
sulle strade, ad ogni nuova epidemia,
per un’ondata di caldo o perché fa freddo,
per un errore per chi falsifica
i loro alimenti
*
fui preso da una sempre più buia
malinconia, e tutti si chiedevano perché,
ed è forse, pensai, il tempo che vola via
troppo velocemente (la sensazione
dello scorrere del tempo
è stata sempre per me assai viva, e da essa
sono stato attratto come altri
sono attratti dal vuoto
o dall’acqua)
In quel tempo, dissi, non si era ancora visto
il cielo oscurarsi e il bel tempo
sparire. Gli alberi
ancora non erano morti
soffocati, e le stelle
non erano state spente
***
perché la vita, dissi, non è questanoia
distillata in cui da sette eternità
si fa macerare la nostra anima.
Non è questa morsa infernale
in cui ammuffiscono le coscienze.
***
Sono quelli che trascorrono gran parte della loro vita
in automobile, dissi, e si spostano tutti insieme
durante i cosiddetti week-end, e muoiono in serie
sulle strade, ad ogni nuova epidemia,
per un’ondata di caldo o perché fa freddo,
per un errore per chi falsifica
i loro alimenti
*
fui preso da una sempre più buia
malinconia, e tutti si chiedevano perché,
ed è forse, pensai, il tempo che vola via
troppo velocemente (la sensazione
dello scorrere del tempo
è stata sempre per me assai viva, e da essa
sono stato attratto come altri
sono attratti dal vuoto
o dall’acqua)
Felice Piemontese
Enormi insetti, orribili
Enormi insetti, orribili, escono dalla tazza del cesso. Ho
cercato di ricacciarli giù, ma non ci sono riuscito. Non ho
mai visto nulla di simile. E continuano a uscirne...invadono
tutta la casa...ho sbagliato a tagliare i fili del telefono...
dovrei chiedere soccorso...sapere se la stessa cosa sta
succedendo altrove...un tragico errore...continuano ad
arrivare anche qui, dove mi sono rifugiato sprangando
la porta...non so come fanno ad entrare...s’infilano
dappertutto...anche tra le mie carte....dappertutto...
Da LA CITTÀ DI YS
Fu dalle parti di Gand, mi pare. Sragionava,
diceva “le metafisiche hanno occhi prolissi”,
si sporgeva dal finestrino, per cadere.
La follia non è necessariamente un crollo...
Trovammo poi un albergo vecchiotto, ma
confortevole. Noi, nomadi irriducibili.
Sono così allegri, di solito, gli annegati
ci sono alcuni vagabondi con un cane, una donna
dal ventre enorme. È affollato, stasera,
il Vieux Colombier. Un irlandese prende appunti,
in un angolo, senza mai parlare. “Andiamo
alla deriva in mezzo alle, canne e
ci siamo arenati”, dice-a un tratto. Scrive anche
qualche lettera, che adesso vanno all’asta,
a Drouot. Je ne suis pas mort,
mais je suis séparé
Il più crudele dei mesi, dicono. Spossati
si aggirano per il Luxembourg, calpestando
aiuole maleodoranti. C’è Baudelaire,
vestito di nero. Tutto ciò che è sonnambulo,
losco, notturno. Nessun canto del gallo lacera
l’aria brumosa. Ha una grande sciarpa a fiori
quando annega nella vasca dei cigni,
ma sembra poco convinto
Da LETTERINE
*
tra le tombe degli uomini illustri
vi sono quelle degli scrittori Molière,
La Fontaine, Balzac, De Musset, Oscar Wilde.
Ma l’unica dove c’è sempre folla
è quella di Jim Morrison, e tutti scrivono
sui muri messaggi d’amore
*
è una piazzetta come tante altre, con
quattro alberelli al centro e due panchine
su cui è meglio non sedersi, perché gli uccelli
le sporcano di cacca. Se la merda è la materia
dell’anima, chi sa se anche quella
degli uccelli
*
c’incontrammo all’ Atrium, lei partiva
per New York, luminosa. C’erano pure
Artaud con l’ano pudibondo, Mille Maupin
e un commerciante di pellami di Charleville
convocato con uno stratagemma
Da Fuoco perpetuo
a)
dal cratere escono vortici di fumo bianco
fetido; schizzano fuori getti di lava
e sassi roventi, e sotto il fumo
giace e rutta Satana
e)
senonché le sirene possiedono un’arma
ancora più terribile del canto,
ed è il loro silenzio
i)
a causa delle paludi e delle esalazioni
della terra vulcanica, l’aria è infetta
e provoca epidemie: gli uomini, allora,
muoiono come mosche
j)
il colore del precipizio
è quello di un carbone spento. Ma
la natura sa spargere delle grazie
perfino sugli oggetti più orribili
z)
intorno a quelle macerie, giocano
alcuni ragazzi. Sono contenti, scavando
hanno trovato qualcosa. Poi qualcuno
per mandarli via gli butta
addosso un cane morto.
Da LA CITTÀ DI YS
Sulle lunghe spiagge che la costeggiano,
le correnti portano spesso i cadaveri
degli annegati. Un’imbarcazione tutta
illuminata appare, si dice, al tramonto;
non si vede nessuno a bordo; qualche volta
si sente il rumore dei remi sulla bruma.
È il bag-noz, il battello della notte.
Lo comanda il primo morto dell’anno. Se questi
è un vecchio, l’apparizione del bag-noz significa
che nei dodici mesi successivi molti fanciulli
moriranno. Se il capitano è un ragazzo,
invece, saranno i vecchi a morire.
Le ore passano leggendo, talvolta sognando.
Si guarda i segnali luminosi, gli altri fari,
i battelli che sfilano in lontananza,
gli uccelli che vengono a battere ai vetri,
il tempo che fa, il vento che gira,
la pioggia che arriva.
La campagna è deserta, e stranamente
vuota. Alberi, ginestre, ginestre spinose,
tamerici sul ciglio dei fossi,
pianori che si stendono a perdita d’occhio,
e nemmeno la più piccola traccia
di uomini.
Gli uccelli tacciono (saranno volati
lontano); le foglie sono spesse, l’erba
soffoca il rumore dei passi, e il paese
silenzioso vi contempla come un volto
bagnato di tristezza. Sembra
fatto apposta per accogliere
le esistenze in rovina.
Non è raro, dicono i pescatori,
che dalle barche sì senta il suono
delle campane della città sommersa.
Quando si placa la tempesta accade pure
che se ne scorgono le rovine,
sul fondo del mare.
cercato di ricacciarli giù, ma non ci sono riuscito. Non ho
mai visto nulla di simile. E continuano a uscirne...invadono
tutta la casa...ho sbagliato a tagliare i fili del telefono...
dovrei chiedere soccorso...sapere se la stessa cosa sta
succedendo altrove...un tragico errore...continuano ad
arrivare anche qui, dove mi sono rifugiato sprangando
la porta...non so come fanno ad entrare...s’infilano
dappertutto...anche tra le mie carte....dappertutto...
Da LA CITTÀ DI YS
Fu dalle parti di Gand, mi pare. Sragionava,
diceva “le metafisiche hanno occhi prolissi”,
si sporgeva dal finestrino, per cadere.
La follia non è necessariamente un crollo...
Trovammo poi un albergo vecchiotto, ma
confortevole. Noi, nomadi irriducibili.
Sono così allegri, di solito, gli annegati
ci sono alcuni vagabondi con un cane, una donna
dal ventre enorme. È affollato, stasera,
il Vieux Colombier. Un irlandese prende appunti,
in un angolo, senza mai parlare. “Andiamo
alla deriva in mezzo alle, canne e
ci siamo arenati”, dice-a un tratto. Scrive anche
qualche lettera, che adesso vanno all’asta,
a Drouot. Je ne suis pas mort,
mais je suis séparé
Il più crudele dei mesi, dicono. Spossati
si aggirano per il Luxembourg, calpestando
aiuole maleodoranti. C’è Baudelaire,
vestito di nero. Tutto ciò che è sonnambulo,
losco, notturno. Nessun canto del gallo lacera
l’aria brumosa. Ha una grande sciarpa a fiori
quando annega nella vasca dei cigni,
ma sembra poco convinto
Da LETTERINE
*
tra le tombe degli uomini illustri
vi sono quelle degli scrittori Molière,
La Fontaine, Balzac, De Musset, Oscar Wilde.
Ma l’unica dove c’è sempre folla
è quella di Jim Morrison, e tutti scrivono
sui muri messaggi d’amore
*
è una piazzetta come tante altre, con
quattro alberelli al centro e due panchine
su cui è meglio non sedersi, perché gli uccelli
le sporcano di cacca. Se la merda è la materia
dell’anima, chi sa se anche quella
degli uccelli
*
c’incontrammo all’ Atrium, lei partiva
per New York, luminosa. C’erano pure
Artaud con l’ano pudibondo, Mille Maupin
e un commerciante di pellami di Charleville
convocato con uno stratagemma
Da Fuoco perpetuo
a)
dal cratere escono vortici di fumo bianco
fetido; schizzano fuori getti di lava
e sassi roventi, e sotto il fumo
giace e rutta Satana
e)
senonché le sirene possiedono un’arma
ancora più terribile del canto,
ed è il loro silenzio
i)
a causa delle paludi e delle esalazioni
della terra vulcanica, l’aria è infetta
e provoca epidemie: gli uomini, allora,
muoiono come mosche
j)
il colore del precipizio
è quello di un carbone spento. Ma
la natura sa spargere delle grazie
perfino sugli oggetti più orribili
z)
intorno a quelle macerie, giocano
alcuni ragazzi. Sono contenti, scavando
hanno trovato qualcosa. Poi qualcuno
per mandarli via gli butta
addosso un cane morto.
Da LA CITTÀ DI YS
Sulle lunghe spiagge che la costeggiano,
le correnti portano spesso i cadaveri
degli annegati. Un’imbarcazione tutta
illuminata appare, si dice, al tramonto;
non si vede nessuno a bordo; qualche volta
si sente il rumore dei remi sulla bruma.
È il bag-noz, il battello della notte.
Lo comanda il primo morto dell’anno. Se questi
è un vecchio, l’apparizione del bag-noz significa
che nei dodici mesi successivi molti fanciulli
moriranno. Se il capitano è un ragazzo,
invece, saranno i vecchi a morire.
Le ore passano leggendo, talvolta sognando.
Si guarda i segnali luminosi, gli altri fari,
i battelli che sfilano in lontananza,
gli uccelli che vengono a battere ai vetri,
il tempo che fa, il vento che gira,
la pioggia che arriva.
La campagna è deserta, e stranamente
vuota. Alberi, ginestre, ginestre spinose,
tamerici sul ciglio dei fossi,
pianori che si stendono a perdita d’occhio,
e nemmeno la più piccola traccia
di uomini.
Gli uccelli tacciono (saranno volati
lontano); le foglie sono spesse, l’erba
soffoca il rumore dei passi, e il paese
silenzioso vi contempla come un volto
bagnato di tristezza. Sembra
fatto apposta per accogliere
le esistenze in rovina.
Non è raro, dicono i pescatori,
che dalle barche sì senta il suono
delle campane della città sommersa.
Quando si placa la tempesta accade pure
che se ne scorgono le rovine,
sul fondo del mare.
Felice Piemontese
Eravamo soli
Eravamo soli, in quel piccolo cinema tutto rivestito
di velluto rosso (si chiamava “L’Epée
de bois”). Sami Frey (si può dire?) era sublime
nel suo sforzo di dire l’indicibile,
incurante dell’inevitabile fallimento. “Dove si va
quando si è morti? Non si va da nessuna parte,
razza di rincoglioniti, quando si è morti.
Si resta semplicemente dove si era. Si è
nello stesso tempo a Ceylon e in Cina,
dappertutto insomma, si resta là”.
Su questo si discute a lungo, poi si arriva
fino a place Monge, per trovare finalmente
un caffè ancora aperto. Tristes enfants perdus
nous errons dans la nuit...e i fuochi
sono tutti spenti
di velluto rosso (si chiamava “L’Epée
de bois”). Sami Frey (si può dire?) era sublime
nel suo sforzo di dire l’indicibile,
incurante dell’inevitabile fallimento. “Dove si va
quando si è morti? Non si va da nessuna parte,
razza di rincoglioniti, quando si è morti.
Si resta semplicemente dove si era. Si è
nello stesso tempo a Ceylon e in Cina,
dappertutto insomma, si resta là”.
Su questo si discute a lungo, poi si arriva
fino a place Monge, per trovare finalmente
un caffè ancora aperto. Tristes enfants perdus
nous errons dans la nuit...e i fuochi
sono tutti spenti
Felice Piemontese
Li ho tagliati, e ho tolto
Li ho tagliati, e ho tolto il campanello alla porta di casa, e ho
sbarrato le finestre che apro soltanto di notte, per qualche
minuto, sperando che l’aria si sia un po’ purificata che il virus
non circoli... Alla porta d’ingresso, al posto della targhetta con
il mio nome e quello di mia moglie, ho incollato un cartellone
dove ho scritto con pennarello nero PARTITI SENZA
LASCIARE INDIRIZZO...
sbarrato le finestre che apro soltanto di notte, per qualche
minuto, sperando che l’aria si sia un po’ purificata che il virus
non circoli... Alla porta d’ingresso, al posto della targhetta con
il mio nome e quello di mia moglie, ho incollato un cartellone
dove ho scritto con pennarello nero PARTITI SENZA
LASCIARE INDIRIZZO...
Felice Piemontese
Nessuna notizia, naturalmente
Nessuna notizia naturalmente. Ho pensato anche di passare
per la locanda per chiedere se sanno qualcosa. Ma mi
hanno proibito di farlo, e temo di combinare qualche guaio.
Del resto non sono più uscito, da quando si è conclusa
la faccenda Spinelli. E non so se uscirò più di casa...per un
certo periodo almeno. ..Ho fatto provviste di generi alimentari...
con le scorte che ho, posso starmene qui tranquillo chi
sa quanto tempo...aspettando
per la locanda per chiedere se sanno qualcosa. Ma mi
hanno proibito di farlo, e temo di combinare qualche guaio.
Del resto non sono più uscito, da quando si è conclusa
la faccenda Spinelli. E non so se uscirò più di casa...per un
certo periodo almeno. ..Ho fatto provviste di generi alimentari...
con le scorte che ho, posso starmene qui tranquillo chi
sa quanto tempo...aspettando
Felice Piemontese
Quei tre o quattro alberi
Quei tre o quattro alberi del giardinetto sotto casa sono oggi
pieni d’uccelli. Merli, passeri, rondoni. Volano continuamente
da un albero all’altro, qualcuno si posa sui ferri del balcone.
Non so perché, ma tutto questo mi sembra inquietante. Un
segnale di qualcosa? O semplice paranoia?
pieni d’uccelli. Merli, passeri, rondoni. Volano continuamente
da un albero all’altro, qualcuno si posa sui ferri del balcone.
Non so perché, ma tutto questo mi sembra inquietante. Un
segnale di qualcosa? O semplice paranoia?
Felice Piemontese
Qui, dissi, (in rue
Qui, dissi (in rue de l’Estrapade),
si svolgeva il supplizio della corda
(inventato da un italiano). Il condannato,
con le mani legate dietro la schiena, veniva
issato su una forca da cui lo si faceva cadere
brutalmente. L’operazione era ripetuta più volte,
fino allo smembramento del corpo
e alla morte del condannato.
Questi supplizi erano riservati
ai disertori e ai ladri (raramente
ai poeti, che amano fare da sé).
Poco lontano, a uno dei due bistrot
di place de la Contrescarpe, i camerieri
si ricordano ancora di un vecchio irlandese silenzioso
e dal sorriso gentile, che si sedeva
a un tavolino a guardare i barboni accampati
nella piazza, aspettando qualcuno, sembrava (...).
si svolgeva il supplizio della corda
(inventato da un italiano). Il condannato,
con le mani legate dietro la schiena, veniva
issato su una forca da cui lo si faceva cadere
brutalmente. L’operazione era ripetuta più volte,
fino allo smembramento del corpo
e alla morte del condannato.
Questi supplizi erano riservati
ai disertori e ai ladri (raramente
ai poeti, che amano fare da sé).
Poco lontano, a uno dei due bistrot
di place de la Contrescarpe, i camerieri
si ricordano ancora di un vecchio irlandese silenzioso
e dal sorriso gentile, che si sedeva
a un tavolino a guardare i barboni accampati
nella piazza, aspettando qualcuno, sembrava (...).
Ferdinando Russo
’O culo
Culo ncerato, culo chiatto e tunno,
tuosto comm’a nu marmulo rasato,
ca doppo ciento vote maniato
tu si’ ssempe o chiù tuosto ’e tutt’ ’o munno…
Culo, muntagna ’e sfizio senza funno,
ca si te sónno pronto e appuzato,
quanno me sceto sto accussì arrapato
ca scassarrìa de cule nu zeffunno…
Culo cchiù ffrisco ’e nu mellone d’acqua..
vieneme a rrefrescà st’anema nera!…
vieneme a ccunzulà st’anema stracqua !…
Tu ca p’ ’addore te chiammajeno mazzo,
culo, frutto nuviello ’e primmavera,
famme na carità: càcame ’o cazzo!…
tuosto comm’a nu marmulo rasato,
ca doppo ciento vote maniato
tu si’ ssempe o chiù tuosto ’e tutt’ ’o munno…
Culo, muntagna ’e sfizio senza funno,
ca si te sónno pronto e appuzato,
quanno me sceto sto accussì arrapato
ca scassarrìa de cule nu zeffunno…
Culo cchiù ffrisco ’e nu mellone d’acqua..
vieneme a rrefrescà st’anema nera!…
vieneme a ccunzulà st’anema stracqua !…
Tu ca p’ ’addore te chiammajeno mazzo,
culo, frutto nuviello ’e primmavera,
famme na carità: càcame ’o cazzo!…
Ferdinando Russo
’O pilo
Cu na zéfera’e viento, m’è arrivato
nu pilo biondo e riccio.
L’aggio acchiappato a vuolo
’e spiccio ’e spiccio,
e ll’aggio addimmannato:
«Pilo piluzzo, dimme addò si’ nato:
si’ nato ncopp’ ’a fessa ’e na puttana
o ncopp’ ’o cazzo tuosto ’e nu surdato?
O na bella guagliona, cu na mana,
sciacquànnose ’a fresella
(pe levà nu chiattillo) t’ha sceppato?…
Ma ched’è, nun rispunne, parlo i’ sulo?
Aggio capito, va’… Si’ pilo ’e culo».
nu pilo biondo e riccio.
L’aggio acchiappato a vuolo
’e spiccio ’e spiccio,
e ll’aggio addimmannato:
«Pilo piluzzo, dimme addò si’ nato:
si’ nato ncopp’ ’a fessa ’e na puttana
o ncopp’ ’o cazzo tuosto ’e nu surdato?
O na bella guagliona, cu na mana,
sciacquànnose ’a fresella
(pe levà nu chiattillo) t’ha sceppato?…
Ma ched’è, nun rispunne, parlo i’ sulo?
Aggio capito, va’… Si’ pilo ’e culo».
Filippo Pananti
A Cloe dicea Licinda
A Cloe dicea Licinda: il bruno Aminta
l’altra mattina io riscontrai nel fosso.
Mi venne incontro, e dettemi una spinta,
e poi saltommi addosso
senza saper perché
levando fuora un certo no so che.
Per non veder quella figura strana
mi tirai sopra il capo la sottana.
l’altra mattina io riscontrai nel fosso.
Mi venne incontro, e dettemi una spinta,
e poi saltommi addosso
senza saper perché
levando fuora un certo no so che.
Per non veder quella figura strana
mi tirai sopra il capo la sottana.
Filippo Pananti
Dal teatro un marito mascherato
Dal teatro un marito mascherato
prima dell’ora essendo ritornato,
nuda e supina ritrovò la moglie
lascivissimamente addormentata;
e dopo che una lancia ebbe spezzata,
la faccia si scoperse. Allor la sposa
languidamente aperse gli occhi, e poi
disse sorpresa, e mezza sonnacchiosa:
Come! che siete voi?
prima dell’ora essendo ritornato,
nuda e supina ritrovò la moglie
lascivissimamente addormentata;
e dopo che una lancia ebbe spezzata,
la faccia si scoperse. Allor la sposa
languidamente aperse gli occhi, e poi
disse sorpresa, e mezza sonnacchiosa:
Come! che siete voi?
Filippo Pananti
Pietro alla tanto desiata amica
Pietro alla tanto desiata amica:
tutt’altra io ti credea da quel che sei;
entrar senza fatica
potrebbe un tiro a sei.
Quella rispose: volli farvi onore,
con spalancarvi tutte due le imposte,
credendo che voi foste
con un treno maggiore.
tutt’altra io ti credea da quel che sei;
entrar senza fatica
potrebbe un tiro a sei.
Quella rispose: volli farvi onore,
con spalancarvi tutte due le imposte,
credendo che voi foste
con un treno maggiore.
Filippo Pananti
Quando era Lisa
Quando era Lisa giovanetta, e vaga
per amore cedeva alle dimande;
adesso caccia via se non si paga.
È giusto: ora ella dà cosa più grande.
per amore cedeva alle dimande;
adesso caccia via se non si paga.
È giusto: ora ella dà cosa più grande.
Filippo Pananti
Un tal buon compagnone
Un tal buon compagnone a confessare
prese in sì franco ton dal suo curato
che parea quasi quasi che vantare
ei si volesse d’ogni suo peccato.
«Ho», disse, «detto mal di tal di tale;
ma col ben che ne ho detto, tutto il male
ho di poi ripagato; in conseguenza
ecco sciolta e sgravata la coscienza;
ad un amico dei denari ho presi
ma dopo qualche tempo glieli ho resi;
perciò sono sgravato»; indi abbassando
la voce, disse: «Un gran fallo esecrando
commisi o padre con la vostra serva.
Come trovar ciò che a sgravarmi serva?»
Del penitente l’alma
per ricondurre in calma:
«Altrettant’ho fatt’io», soggiunse il prete,
«con vostra moglie; onde sciolto voi siete».
prese in sì franco ton dal suo curato
che parea quasi quasi che vantare
ei si volesse d’ogni suo peccato.
«Ho», disse, «detto mal di tal di tale;
ma col ben che ne ho detto, tutto il male
ho di poi ripagato; in conseguenza
ecco sciolta e sgravata la coscienza;
ad un amico dei denari ho presi
ma dopo qualche tempo glieli ho resi;
perciò sono sgravato»; indi abbassando
la voce, disse: «Un gran fallo esecrando
commisi o padre con la vostra serva.
Come trovar ciò che a sgravarmi serva?»
Del penitente l’alma
per ricondurre in calma:
«Altrettant’ho fatt’io», soggiunse il prete,
«con vostra moglie; onde sciolto voi siete».
Filippo Tommaso Marinetti
All’automobile da corsa
Veemente dio d’una razza d’acciaio,
Automobile ebbrrra di spazio,
che scalpiti e frrremi d’angoscia
rodendo il morso con striduli denti...
Formidabile mostro giapponese,
dagli occhi di fucina,
nutrito di fiamma
e d’olî minerali,
avido d’orizzonti e di prede siderali...
io scateno il tuo cuore che tonfa diabolicamente,
scateno i tuoi giganteschi pneumatici,
per la danza che tu sai danzare
via per le bianche strade di tutto il mondo!...
Allento finalmente
le tue metalliche redini,
e tu con voluttà ti slanci
nell’Infinito liberatore!
All’abbaiare della tua grande voce
ecco il sol che tramonta inseguirti veloce
accelerando il suo sanguinolento
palpito, all’orizzonte...
Guarda, come galoppa, in fondo ai boschi, laggiù!...
Che importa, mio démone bello?
Io sono in tua balìa!... Prrrendimi!... Prrrendimi!...
Sulla terra assordata, benché tutta vibri
d’echi loquaci;
sotto il cielo accecato, benché folto di stelle,
io vado esasperando la mia febbre
ed il mio desiderio,
scudisciandoli a gran colpi di spada.
E a quando a quando alzo il capo
per sentirmi sul collo
in soffice stretta le braccia
folli del vento, vellutate e freschissime...
Sono tue quelle braccia ammalianti e lontane
che mi attirano, e il vento
non è che il tuo alito d’abisso,
o Infinito senza fondo che con gioia m’assorbi!...
Ah! ah! vedo a un tratto mulini
neri, dinoccolati,
che sembran correr su l’ali
di tela vertebrata
come su gambe prolisse...
Ora le montagne già stanno per gettare
sulla mia fuga mantelli di sonnolenta frescura,
là, a quella svolta bieca.
Montagne! Mammut, in mostruosa mandra,
che pesanti trottate, inarcando
le vostre immense groppe,
eccovi superate, eccovi avvolte
dalla grigia matassa delle nebbie!...
E odo il vago echeggiante rumore
che sulle strade stampano
i favolosi stivali da sette leghe
dei vostri piedi colossali...
O montagne dai freschi mantelli turchini!...
O bei fiumi che respirate
beatamente al chiaro di luna!
«Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride».
O tenebrose pianure!... Io vi sorpasso a galoppo
su questo mio mostro impazzito!...
Stelle! mie stelle! l’udite
il precipitar dei suoi passi?...
Udite voi la sua voce, cui la collera spacca...
la sua voce scoppiante, che abbaia, che abbaia...
e il tuonar de’ suoi ferrei polmoni
crrrrollanti a prrrrecipizio
interrrrrminabilmente?...
Accetto la sfida, o mie stelle!...
Più presto!... Ancora più presto!...
E senza posa, né riposo!...
Molla i freni! Non puoi?
Schiàntali, dunque,
che il polso del motore centuplichi i tuoi slanci!
Urrrrà! Non più contatti con questa terra immonda!
Io me ne stacco alfine, ed agilmente volo
sull’inebriante fiume degli astri
che si gonfia in piena nel gran letto celeste!
Automobile ebbrrra di spazio,
che scalpiti e frrremi d’angoscia
rodendo il morso con striduli denti...
Formidabile mostro giapponese,
dagli occhi di fucina,
nutrito di fiamma
e d’olî minerali,
avido d’orizzonti e di prede siderali...
io scateno il tuo cuore che tonfa diabolicamente,
scateno i tuoi giganteschi pneumatici,
per la danza che tu sai danzare
via per le bianche strade di tutto il mondo!...
Allento finalmente
le tue metalliche redini,
e tu con voluttà ti slanci
nell’Infinito liberatore!
All’abbaiare della tua grande voce
ecco il sol che tramonta inseguirti veloce
accelerando il suo sanguinolento
palpito, all’orizzonte...
Guarda, come galoppa, in fondo ai boschi, laggiù!...
Che importa, mio démone bello?
Io sono in tua balìa!... Prrrendimi!... Prrrendimi!...
Sulla terra assordata, benché tutta vibri
d’echi loquaci;
sotto il cielo accecato, benché folto di stelle,
io vado esasperando la mia febbre
ed il mio desiderio,
scudisciandoli a gran colpi di spada.
E a quando a quando alzo il capo
per sentirmi sul collo
in soffice stretta le braccia
folli del vento, vellutate e freschissime...
Sono tue quelle braccia ammalianti e lontane
che mi attirano, e il vento
non è che il tuo alito d’abisso,
o Infinito senza fondo che con gioia m’assorbi!...
Ah! ah! vedo a un tratto mulini
neri, dinoccolati,
che sembran correr su l’ali
di tela vertebrata
come su gambe prolisse...
Ora le montagne già stanno per gettare
sulla mia fuga mantelli di sonnolenta frescura,
là, a quella svolta bieca.
Montagne! Mammut, in mostruosa mandra,
che pesanti trottate, inarcando
le vostre immense groppe,
eccovi superate, eccovi avvolte
dalla grigia matassa delle nebbie!...
E odo il vago echeggiante rumore
che sulle strade stampano
i favolosi stivali da sette leghe
dei vostri piedi colossali...
O montagne dai freschi mantelli turchini!...
O bei fiumi che respirate
beatamente al chiaro di luna!
«Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride».
O tenebrose pianure!... Io vi sorpasso a galoppo
su questo mio mostro impazzito!...
Stelle! mie stelle! l’udite
il precipitar dei suoi passi?...
Udite voi la sua voce, cui la collera spacca...
la sua voce scoppiante, che abbaia, che abbaia...
e il tuonar de’ suoi ferrei polmoni
crrrrollanti a prrrrecipizio
interrrrrminabilmente?...
Accetto la sfida, o mie stelle!...
Più presto!... Ancora più presto!...
E senza posa, né riposo!...
Molla i freni! Non puoi?
Schiàntali, dunque,
che il polso del motore centuplichi i tuoi slanci!
Urrrrà! Non più contatti con questa terra immonda!
Io me ne stacco alfine, ed agilmente volo
sull’inebriante fiume degli astri
che si gonfia in piena nel gran letto celeste!
Folgóre da San Gimignano
Eo non ti lodo, Dio, e non ti adoro
Eo non ti lodo, Dio, e non ti adoro
e non ti prego, e non ti rengrazio,
e non ti servo: ch’eo ne so’ più sazio,
che l’anime di stare ’n purgatoro:
per che tu hai mess’i guelfi a tal martòro,
ch’i ghibellini ne fan beffe e strazio;
e se Uguccion ti comandasse il dazio,
tu ’l pagaresti senza perentoro.
Ed hanti certo si ben conosciuto,
tolto t’’han San Martin ed Altopasso
e San Michel e *l tesor c’hai perduto;
e hai quel popol marcio così grasso,
che per soperbia cherranti ’l tributo:
e tu hai fatto ’°l cor che par d’un sasso.
e non ti prego, e non ti rengrazio,
e non ti servo: ch’eo ne so’ più sazio,
che l’anime di stare ’n purgatoro:
per che tu hai mess’i guelfi a tal martòro,
ch’i ghibellini ne fan beffe e strazio;
e se Uguccion ti comandasse il dazio,
tu ’l pagaresti senza perentoro.
Ed hanti certo si ben conosciuto,
tolto t’’han San Martin ed Altopasso
e San Michel e *l tesor c’hai perduto;
e hai quel popol marcio così grasso,
che per soperbia cherranti ’l tributo:
e tu hai fatto ’°l cor che par d’un sasso.
Francesco Berni
Sonetto delle puttane
Un dirmi ch’io gli presti e ch’io gli dia
or la veste, or l’anello, or la catena,
e, per averla conosciuta a pena,
volermi tutta tôr la robba mia;
un voler ch’io gli facci compagnia,
che nell’inferno non è maggior pena,
un dargli desinar, albergo e cena,
come se l’uom facesse l’osteria;
un sospetto crudel del mal franzese,
un tôr danari o drappi ad interesso,
per darli, verbigrazia, un tanto al mese;
un dirmi ch’io vi torno troppo spesso,
un’eccellenza del signor marchese,
eterno onor del puttanesco sesso;
un morbo, un puzzo, un cesso,
un toglier a pigion ogni palazzo
son le cagioni ch’io mi meni il cazzo.
or la veste, or l’anello, or la catena,
e, per averla conosciuta a pena,
volermi tutta tôr la robba mia;
un voler ch’io gli facci compagnia,
che nell’inferno non è maggior pena,
un dargli desinar, albergo e cena,
come se l’uom facesse l’osteria;
un sospetto crudel del mal franzese,
un tôr danari o drappi ad interesso,
per darli, verbigrazia, un tanto al mese;
un dirmi ch’io vi torno troppo spesso,
un’eccellenza del signor marchese,
eterno onor del puttanesco sesso;
un morbo, un puzzo, un cesso,
un toglier a pigion ogni palazzo
son le cagioni ch’io mi meni il cazzo.
Francesco Cei
Oimè, che a pensar del sacro petto
Oimè, che a pensar del sacro petto
sento che ogni mio spirito si muove:
quivi fussi per sempre el mio ricetto,
massime dove due mammelle piove
picciole et ferme, e in mezo un boccioletto
getta il liquor che si dà bere a Giove:
non è marmo sì forte freddo o saldo,
che non sentissi nel toccarla caldo.
sento che ogni mio spirito si muove:
quivi fussi per sempre el mio ricetto,
massime dove due mammelle piove
picciole et ferme, e in mezo un boccioletto
getta il liquor che si dà bere a Giove:
non è marmo sì forte freddo o saldo,
che non sentissi nel toccarla caldo.
Francesco Maria Molza
Da La Ficheide
Cortese è di natura, e dà ricetto
ad ogni frutto: e chi nel fico innesta,
non perde tempo, e vedesi l’effetto.
Questa pianta a raccorre è sempre presta;
e perch’ è di materia un po’ fungosa
ciò che vi poni, prestamente arresta.
Avanza di dolcezza ogn’altra cosa,
zucchero, marzapan, confetti, e miele,
ed utile è più assai che non pomposa.
Non trovo con ragion chi si querele
di lei, se non qualcun c’ha torto il gusto
dietro alle pesche, ovver dietro alle mele.
ad ogni frutto: e chi nel fico innesta,
non perde tempo, e vedesi l’effetto.
Questa pianta a raccorre è sempre presta;
e perch’ è di materia un po’ fungosa
ciò che vi poni, prestamente arresta.
Avanza di dolcezza ogn’altra cosa,
zucchero, marzapan, confetti, e miele,
ed utile è più assai che non pomposa.
Non trovo con ragion chi si querele
di lei, se non qualcun c’ha torto il gusto
dietro alle pesche, ovver dietro alle mele.
Francesco Petrarca
Non al suo amante
Non al suo amante più Dïana piacque,
quando, per tal ventura, tutta ignuda
la vide in mezzo de le gelide acque,
ch’a me la pastorella alpestra et cruda,
posta a bagnar un leggiadretto velo,
ch’a l’aura il vago et biondo capel chiuda,
tal che mi fece, or quand’egli arde ’l cielo,
tutto tremar d’un amoroso gielo.
quando, per tal ventura, tutta ignuda
la vide in mezzo de le gelide acque,
ch’a me la pastorella alpestra et cruda,
posta a bagnar un leggiadretto velo,
ch’a l’aura il vago et biondo capel chiuda,
tal che mi fece, or quand’egli arde ’l cielo,
tutto tremar d’un amoroso gielo.
Francesco Petrarca
Pace non trovo
Pace non trovo, et non ò da far guerra;
e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra ’l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto ’l mondo abbraccio.
Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,
né per suo mi riten né scioglie il laccio;
et non m’ancide Amore, et non mi sferra,
né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.
Veggio senza occhi, et non ò lingua, et grido;
et bramo di perir, et cheggio aìta;
et ò in odio me stesso, et amo altrui.
Pàscomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte et vita.
In questo stato son, Donna, per vui.
e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra ’l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto ’l mondo abbraccio.
Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,
né per suo mi riten né scioglie il laccio;
et non m’ancide Amore, et non mi sferra,
né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.
Veggio senza occhi, et non ò lingua, et grido;
et bramo di perir, et cheggio aìta;
et ò in odio me stesso, et amo altrui.
Pàscomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte et vita.
In questo stato son, Donna, per vui.
Francesco Petrarca
SoNn animali al mondo di sì altera
animali al mondo di sì altera
vista, che ’ncontr’al sol pur si difende;
altri, però che ’l gran lume gli offende,
non escon fuor se non verso la sera;
ed altri, col desio folle, che spera
gioir forse nel foco perchè splende,
provan l’altra virtù, quella che ‘ncende.
Lasso, el mio loco è ’n questa ultima schiera.
Ch’?° non son forte ad aspettar la luce
di questa Donna, e non so fare schermi
di luoghi tenebrosi o d’ore tarde.
Però con gli occhi lagrimosi e ’nfermi
mio destino a vederla mi conduce:
e so ben ch’? vo dietro a quel che m’arde.
vista, che ’ncontr’al sol pur si difende;
altri, però che ’l gran lume gli offende,
non escon fuor se non verso la sera;
ed altri, col desio folle, che spera
gioir forse nel foco perchè splende,
provan l’altra virtù, quella che ‘ncende.
Lasso, el mio loco è ’n questa ultima schiera.
Ch’?° non son forte ad aspettar la luce
di questa Donna, e non so fare schermi
di luoghi tenebrosi o d’ore tarde.
Però con gli occhi lagrimosi e ’nfermi
mio destino a vederla mi conduce:
e so ben ch’? vo dietro a quel che m’arde.
Francesco Petrarca
Sono e pensoso i più deserti campi
Sono e pensoso i più deserti campi
vo misurando a passi tardi e lenti;
e gli occhi porto, per fuggire, intenti,
ove vestigio uman l’arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti;
perchè ne gli atti d’allegrezza spenti
di fuor si legge conio dentro avvampi:
sì clio mi credo omai che monti e piagge
e fiumi e selve sappian di che tempre
IO
sia la mia vita, ch’è celata altrui.
Ma pur sì aspre vie nè sì selvagge
cercar non so, ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, ed io con lui.
vo misurando a passi tardi e lenti;
e gli occhi porto, per fuggire, intenti,
ove vestigio uman l’arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti;
perchè ne gli atti d’allegrezza spenti
di fuor si legge conio dentro avvampi:
sì clio mi credo omai che monti e piagge
e fiumi e selve sappian di che tempre
IO
sia la mia vita, ch’è celata altrui.
Ma pur sì aspre vie nè sì selvagge
cercar non so, ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, ed io con lui.
Francesco Petrarca
Xhi
Quel rosignuol che sì soave piagne
forse suoi figli o sua cara consorte,
di dolcezza empie il cielo e le campagne,
con tante note sì pietose e scorte;
e tutta notte par che m’accompagne,
e mi rammente la mia dura sorte:
Or conosco io che mia fera ventura
vuol che vivendo e lagrimando impari
come nulla qua giù diletta e dura.
forse suoi figli o sua cara consorte,
di dolcezza empie il cielo e le campagne,
con tante note sì pietose e scorte;
e tutta notte par che m’accompagne,
e mi rammente la mia dura sorte:
Or conosco io che mia fera ventura
vuol che vivendo e lagrimando impari
come nulla qua giù diletta e dura.