Il gorgo di salute e malattia
1
Lei scesa dieci anni fa nel gorgo
che all’aspetto poco mutato dei figli
non coglie il vuoto d’anima,
non sa della tempesta
d’aridità venuta più tardi
e ancora con sfocata dolcezza ci sorride
e sospira dai fiori della sua lapide
credendoci i medesimi – ignara
che proprio di questo mi tormento
sotto gli occhi di lei che in effigie ci commisera
d’un dolore vero ma in altro tempo...
«Mondo ugualmente duro
della fissità e del mutamento
che non posseduto non ci possiedi
e neppure ci escludi dal tuo tormento – mondo infermo
nella nostra mente irritata che non riceve
se non le tue particole, i tuoi frammenti,
prima del grano di maturità che tarda a scoppiare,
prima che la luminescenza contrastata diventi un’alba
non chiuderti nella tua scorza proliferante e sterile,
non t’eclissare alla sofferenza degli uomini»
mi dico non trovando comunione coi morti
che in questa preghiera intonata per noi vivi
mentre un fiotto oscuro, una corsa ondosa d’animale
mi traversa il pensiero dei secoli istantaneo e interminabile.
2
All’altro capo del filo tacque a lungo l’angoscia.
Giungeva chiaro il suo mutismo, giungeva forte
nel rombo della città da quel ricevitore alzato.
Che fare – si chiedeva
sorpreso nella sua vuota prescienza
l’ancora adolescente vecchio boss
nel suo ufficio del sessantesimo piano, il più alto della piramide.
Troppo tardi per abbassare.
Inutile rifare il numero –
si affliggeva, l’orecchio incollato a quell’imbuto di silenzio,
a quella caverna scoperchiata del dolore del mondo.
E taceva a sua volta quando io entrai.
«C’è un futuro per l’uomo?» non mancano
di domandargli i reporters. E incalzano
più esperti galoppini del problema, sociologi, ideologi,
preti faccendieri insofferenti del verbo.
Pronto, indefinitamente futuribile lui sempre
pennella una qualche esauriente non risposta
non per loro, certo, per il microfono – solo
incolpevole, che io sappia, tra quei peccatori contro l’essenza.
Del resto rispondono in sua vece la sua giubba pretenziosa,
la sua moglie ciarliera,
la sua piccola gloria
messa assieme lesinando sopra tutto sull’anima.
Via, poi, volatilizzati d’un tratto –
e dietro essi il risucchio
dell’età sterile e inesplosa
che si torce su se medesima
e affretta il tempo della paralisi e del coma.
Vanno poco lontano, sono certo, ma vanno
nell’acqua sfatta, nebbiosa,
nel freddo d’una primavera nera
aperta su pochi ventagli smeraldini di là dal terminal.
Non segnali o avvisaglie di pericolo
dopo tutto familiari alla mente,
nemmeno dietro l’immagine solare
l’immancabile complemento dell’ombra,
ma il paesaggio a sorpresa dopo la curva
con gli argini mangiati da molte viottole,
le canne, le erbe, le barene,
la ressa di macchine ai ponti.
Qualcosa come un vento oscuro le sbrana
le vele di garza dei suoi pensieri
e avverte ammutolita di colpo,
invisibile, ma presente nell’aria
l’altra parte della città, bassa, sotto l’orizzonte.
Non mi guarda, non mi sorride.
Stringe i tempi, in attesa del turno
mentalmente raduna briciole cristiane
o altro per il guardiano del transito –
e io che la indovino, non trovo – ma c’è? – una frase che la storni.
Tutto questo vissuto un istante
e messo a fuoco per sempre.
3
Il ritorno di lei molto tuareg
nell’ora che la città non sua
le rimanda profondità glaciali –
a questo penso, e dietro a lei la sua scorta
che allunga col suo silenzio il viaggio
sul filo acceso tra cielo ed asfalto.
Proprio a questo, all’effimero,
al non registrato dallo scriba
in nessun libro del mondo,
nemmeno il suo, della regina di Beverly.
Eppure stato, stato indelebilmente.
La donna del ricordo sorride con semplicità e con grazia
nondimeno oppone uno schermo
di tempo e d’ironia.
Mi sorprendo fisso a pensarla
e non trovo un punto certo che le appartenga,
né il passato mi dà risposta,
solo trasmutazione che abbacina,
abbacina e polarizza la mente.
Lei l’avverte e affonda lo sguardo
tra i prodigi d’ikebana della sua casa di adesso.
Chi canta questo canto? Chi suona questo strumento?
Niente che non abbia già udito
ascoltato detto fino a arrossirne –
sorrido mentre vibra
in me, fuori di me, in ogni risonanza del possibile
questa nenia, ancora, di tapino
assai canzone d’acqua provata sulla vīna in qualche loggia mogul,
più ancora stordimento di guerriero
con la giungla carbonizzata attorno in una pausa di bazooka.
È vero. Solo ascoltala a fondo.
A fondo fino alla liberazione da essa.
La felicità al passato. Il dopo della congiunzione stellare –
Lei che avanza nel tempo e s’avvita nella sua solitudine
o forse in una rete, però tutta smagliata, d’incontri
legami nuovi, nuove dissolvenze
mentre durano intatti i segni della sua potenza – questo
ed altro di cui si balbetta: «è la vita» –
a questo penso, pensando a lei che fu regina del luogo
mentre osservo sotto il sole a perpendicolo
la cornice abbagliante e indecifrabile delle sue opere
e i colombi un poco sbattono con frenesia le ali
lungo tutte le muraglie dei palazzi, all’entrata dei ripari,
poi nessun altro moto tra pietra ed aria in quella scatola di fuoco.
4
Mutevole, durevole?
Sorride
lei per tutta risposta,
maestra in quello slalom,
oppure no, davvero
più in alto nella conoscenza.
Né io prolungo il dubbio e l’inchiesta,
le guardo gli occhi smaglianti e penso
di riflesso la sfera di cristallo
di non so che veggente mai visitata,
col segno che decifra tutti i segni all’interno,
e fuori, specchiata dalla superficie convessa,
non so che fermentante putredine –
anime nel travaglio del non raggiunto spirito
o la biscia di miseria soltanto
intorno alle muraglie rosso vivo o rosso stinto dell’Islam.
Le guardo gli occhi, non proprio essi veramente,
quelle maglie di luce tra senso e non più senso vibranti, liquide.
L’ultravivo, il così chiaro che abbacina
le inondano di sole la mente,
le bruciano la fodera di sonno
d’una lunga
e strana cattività. D’un tratto
la vedo nel suo fulgore di agata,
lei o un’immagine ab antiquo
di lei memorizzata dal senso,
che scrolla le sue ceneri, si scaglia verso l’oriente,
controsole le nuvole ammontate,
controsole il cielo cristiano e arabo,
le brulica una luce sanguinosa sotto le palpebre,
e certo non occorre mi domandi verso la morte o l’origine.
Mentre parla delle torri dei Parsi
e le passa sugli occhi senza oscurarli
qualcosa come un volo d’avvoltoi
avvampa quasi colta sul fatto
per quel suo fiero contraccolpo di estasi
e aspetta la risposta dell’ironia
da me che invece non oppongo parola
e seguo svuotato di pensieri
non lei, quel nutrimento d’animali
solo in parte decifrato dal senso.
5
Le nazioni non meno dei singoli
disimparano l’amore della sostanza, dimenticano
quel giro stretto di vita e volontà
che ne molò i lineamenti, ne definì l’essenza.
Non c’è medicina, ma non si muore di questo.
Più ancora del passato il presente
affonda in una mezza memoria
visitata talora da qualche lampo.
Nessun’altra conseguenza. Nient’altro.
Unico punto vivo nella notte di Benares
la vampa, il vortice di faville e fumo
dalla muta
ed affollata rosticceria di salme dopo tutto umane
sfruconate da monatti fino alla cenere
sui gradini che scendono al fiume di salute e di narcosi.
L’India sotto il volo dei corvi
non so se vive o muore. Lì, nel cerchio
della divina danza di tamburo e fiamma,
di origine e distruzione, l’India
come altri, come altri non vive e non muore.
Gli individui usati, i popoli senza mordente
filano meditazione e stordimento,
rigirano pensieri disinnescati dalla sostanza,
divisi dal presente; pensieri non di morte comunque,
se mai la faticosa liberazione dei cinque elementi
non più grave dell’esistenza
che li empie e li svuota come l’acqua le conche.
Dopo l’alba dal sentore di nècrosi
la pianta che versa dall’alto le sue radici
e con esse cerca ancora la terra, il banyan,
protegge i mandriani di zebù,
i tessitori di sari al lavoro sotto i rami,
rari punti fermi nel brulicame
percorso da moti di vita o d’agonia
lunghi quanto si trascina il gorgo di fatica e d’inazione.
L’India guarda dagli occhi dei suoi animali,
molto dice di sé, molto tace.
Nella ruota trionfale di rinascita e estinzione,
tra sapienza e oscurità, l’India
come altri, come altri vive e muore.
«La pace. Non chiedo tanto» sorride
lei per cui non c’è gratitudine
pari al dono di sé che ha fatto.
Le basta, ahimè, una morta parentesi
di calma e non dolore –
e non che in essa la mente si riposi,
solo gira più lenta intorno al suo problema, e forse respira.
Né le spiace, credo, il mio rammarico
avaro di parole o muto del tutto
quanto a me che invece «non arrenderti.
Non per meno della gioia» con pienezza
di cuore vorrei poterle rispondere
e non posso e di questo impossibile indovina
con pena ma non senza malizia quanto mi adombro.
«Non crucciarti, non contrastare quel che è» mi dice
dai riflessi di seta che si riaccendono
in quel suo sguardo vacante,
giocandosi, vedo, di me come di rondine di mare
condannata alla ruota del corvo,
spezzando e intessendo con ironia e dolcezza il filo d’oro della
[concordanza
in quella oscurità che è luce anch’essa, o almeno lo è anche.
6
Oppure quando ti arrossa le palpebre
la specie bruta della storia ben diversa dalla sua immagine
– non già la sorda
commutazione di cose in lotta col possibile
e più con l’illusorio che pensi nella tua camera
dio sa come deducendo ma l’osceno parletico
di un tempo che slitta su se medesimo
con moti di rabbia, un’età
pazzamente schiodata dalla sua inerzia
che non morde la ganga ancora molliccia del suo presente
e brucia forza, diffonde una nube impura tempestata di lapilli
ciascuno dei quali ricade e ti trafigge ben sotto la pelle.
«Lo so, vorresti fuggirne»
ti spia un volto arguto
di sorella non carnale,
non momentaneo, perpetuo come la vita.
«Ma dove?» le ridono da sotto le bande dei capelli
le punte d’ossidiana di due pupille giovani
più adulte e meno di te, due fuochi
impercettibilmente strabici, due anime
del mondo in guerra tra loro, tra loro in armonia.
Dopo la pioggia, alla prima schiarita
gli alfieri, le dame, i figuranti,
la città sfavillante da tutte le sue squame
mentre lei senza memoria né canto
cancella il mio nome dai presenti,
dispone per il mio bagaglio
con cenni di ben conosciuta lontananza.
Né io la saluto più di tanto
o le cerco in viso il passato
di questo stesso momento, meno ancora
la folgore ab antiquo
del mutuo conoscimento, pago e parto.
Possono i professori d’ortodossia di Pilsen
e le comari-bene loro consorti
decidere qual era il giusto comportamento,
giudicare l’uomo, ucciderlo nel cuore degli altri,
placidi, senza timore di vendetta
o di altro nocumento, con i piedi
sulla maiolica della stufa del soggiorno
nei rigori del freddo venuto presto, venuto di agosto.
Possono tranquillamente farlo
mentre lui sbalzato di colpo
nel silenzio del dopo si tortura
e strofina la sua mente contro l’inciampo,
incredulo, ripassando le fila
del buon lavoro fatto
se per caso non è altro, la matassa di un equivoco...
incredulo, non sa bene se da sveglio
o sotto l’azione di un narcotico
tenuto in serbo dalla storia per ogni suo bisogno. Suo soltanto.
Non dico la certezza del principio,
umbratile, sì e no posseduta
ma durevole, durevole sempre –
non dico questo
ma quando una lunga età si smarrisce
nell’assenza di un fine visibile
e tu stesso – parte insicura
di lei – ti aggiri
stordito dalla sua frondosità superflua
frugando, rovistando,
decidendo il da farsi su strani oroscopi
e umiliato nella tua forza inespressa ancora ti logori.
«O non sei tu, invece,
che manchi di metterci amore
quasi uno, avverso,
te ne avesse ritirato la grazia?»
suona forte una voce non straniera
per quanto sciabordita dal mare grosso che le è dietro
e dentro – una voce alta di nocchiero,
diresti, entrata di soppiatto qui nella stanza.
E ti rimanda le turbe, come allora in Galilea, di Benares e di
[Sarnath,
oceano umano in via d’estinzione putrefatto dall’inedia o forse
[poltiglia
dove in giorni di caligine
si schiude il seme azzurro dell’anno.
7
«Inatteso,
ma solo in superficie inatteso
il nuovo giorno, il giorno di festa»
è questo che desidera dirmi
il passo martellato per primo
sull’incudine dell’alba –
più solare d’ogni altra, lascia credere,
più solare, assicura quella insistente squilla udita fluttuando
nell’acqua dal colore indeciso del mio risveglio ad Agra.
O a che altro mi chiama? –
sussulto trepidando
nel risucchio doloroso di quel lampo di letizia,
lo stesso inghiottito dall’oscuro e dall’oscuro riemergente, lo
[stesso sempre,
oppure un altro, mi chiedo,
mentre un po’ lo ravviso e un po’ lo perdo
da roccia a roccia d’un passato senza fine rimbalzando. E penso
l’uomo dall’incarnato di bambino
o il manichino terreo un po’ sventolato dai suoi cenci
che avviva il fuoco dell’incognita – fiammata
colore di spatolia,
direi nel dormiveglia – e che moltiplica
il già fin troppo brulicante della maia passando in fretta.
«Il dissimile, il diverso
in tutto da me – ne hai fatto esperienza»
piagnucola talvolta nel sonno
la parte bambina dell’anima, la parte cucciola
come offesa da un tradimento, e si oscura
sentendosi cercata
ancora «ma non per forza d’operante amore – si rammarica –
per custodirne insieme il ricordo, la fredda estasi».
– Non ti sono stato più infedele
dell’insetto liberato dalla crisalide –
vorrei poterle rispondere, e risponderle senza menzogna:
e sarebbe incantevole pensarla
che sbatte le palpebre
magari un po’ abbagliata dai miei lampi di lucciola
lì nel grembo d’oscurità che ci fascia.
«Non è così uniforme
il cammino della crescita»
le dico invece e lascio che lei fonda
in due bolle turchine luce e lacrime
«ben poco t’assomiglia la mola del mondo.»
Conoscenza imperfetta
anch’essa, non lo nego:
per specchio e in immagine,
dicevano un tempo
che invero non è tempo – segni
forse, spettri anche, pur sempre conoscenza.
Ancora combattimento? –
mi scrutavano in viso
sui passi di frontiera.
– Ancora combattimento, ancora combattimento.