Mario Luzi

Mario Luzi

1914–2005 · visse 90 anni IT IT

n. 1914-10-20, Castello · m. 2005-02-28, Florença

A un fanciullo

Presso le porte Scee con Astianatte
fra i cedri pensierosi t’ho incontrato
immagine di me, immagine mia,
e in quant’altre città, spinta dal tempo
forse a significarmi;
subito rifuggita via nell’ombra
più volte, più volte per più secoli.

Lungo quant’altre mura ti ricordo
con i chiari fanciulli nel silenzio
della sera pei chiassi e le piazzole;
t’inchinavi a giuocare sostenuto
forse dal mio destino, sotto il fuoco
scuro della mia stella.
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Poesie

51

Copia da Ronsard

Come quando di maggio sopra il ramo la rosa
nella sua bella età, nel suo primo splendore
ingelosisce i cieli del suo vivo colore
se l’alba nei suoi pianti con l’oriente la sposa,

nei suoi petali grazia ed Amor si riposa
cospargendo i giardini e gli alberi d’odore;
ma affranta dalla pioggia o da eccessivo ardore
languendo si ripiega, foglia a foglia corrosa.

Così nella tua prima giovanile freschezza,
terra e cielo esultando di quella tua bellezza,
la Parca ti recise, cenere ti depose.

Fa’ che queste mie lacrime, questo pianto ti onori,
questo vaso di latte, questa cesta di fiori;
e il tuo corpo non sia, vivo o morto, che rose.

Croce di sentieri

Sfuma l’acqua precipite i pendii,
più le siepi non ronzano e le more
si coprono di bruma. Tu devii
dalla tua ombra, a poco a poco è sera.

Vaghe, più vaghe errano dietro un velo
di polvere le vespe, i cani ansanti
e le viottole: l’aria intorno al melo
s’annebbia, un breve spirito trascorre.

I ruscelli profumano di miele
e di menta svanita sotto i ponti
minuscoli ove passi insieme al sole
ed ai lenti colori della vita.

Dietro i tuoi quieti passi che mi lasciano
qua seduto sull’argine nel bianco
splendore della polvere, che fugge,
che si stacca per sempre dal mio fianco?
La voce dei pastori nelle gole
dei monti si raggela, dalla selva
esce fumo e si tinge di viola,
le mei vesti si velano di brina.

From QUADERNO GOTICO

David turoldo il segreto di caino

Ormai sono
uomo senza mistero.
Già nel primo
bruciato meriggio
ho visto il volto di Dio.

Ormai sono
vacuità assoluta;
deserto orrido serale,
solo con l’amara
gioia di non incontrarmi
più.

Ora sovrasta la notte,
ma con lena cammino ancora
solo a lasciare orme
sull’arsa duna;
e gli altri a dire: “fino
Ià oltre andò a esplorare .. .”

Oh!, dietro
a nessun inganno io corro!
un’unica sete amo
che mi allunga la vita.

Ma se tra i campi
restavo coi bruti che più amo
a far solchi e poi stanco
dormire roco su qualunque
selciato, questo
m’avrebbe forse
fatto pago?

Torture del cuore
mi hanno spinto sul fratello pastore,

ad avere pietà di lui;
la voluttuosa pietà di provare
cos’era l’uccidere; poi
da torture d’Iddio
a partire.
E,

E non ho ucciso
per essere solo (la solitudine mia
fu purulento tumulto di foce
a cui s’aggruma la feccia
di fracide alghe).

Urlando
per sopraffare l’assurdo silenzio
che m’inseguiva
dalle selve fuggii
a costruire città.

Non ho ucciso
per gelosia di Iddio:
verso Lui nell’offrirgli primizie
la faccia tenevo
ostinatamente
in seno.

Non perchè vedessi
le fiere lanciarsi su fiere; ricordo,
tutto era placido ancora,
sommerso in pace profonda
come vergine in sonno.
Avevano ancora
un sorriso innocente
le cose.

Mi sonno annerite d’un tratto
le vene, un misterioso essere
danzava in me.
Fu rotto alfine
l’atroce equilibrio. Silenzio

delle cose dell’anima rotto
alfine
da Caino.

E d’allora
scavai con le mani la fossa
ma senza morire:
là dentro m’insegue l’immane
ruggito di tutti i ricordi.
Ora io cerco l’infinito silenzio,
e attendo che dentro mi getti
Qualcuno.

Deserto — quale deserto?

Deserto — quale deserto? Questo,
questa vacanza
dell’umanità nell’uomo,
questo orribile interregno —
o non è così, e sono io
che muoio? — è una troppo lunga assenza
di me
da quale grande abbeveratoio?
penso: e porta questo pensiero
un vento di serir.

Di che era maceria

Di che era maceria
quel silenzio?
della storia
dell’uomo —
perfino
della sua memoria —
oppure del collasso
estremo della materia...?
E lui
ergo dov’era,
perché non rispondeva
neppure da un barbaglio
della sua passata gloria...?
Mai stato? —
sussultava
a un tratto
la mente presa dal panico —
o morto
pietrificato nella nera roccia
della fine del vocabolo
e dalla nullità
del canto, della parabola...
Ma quella era la sua vittoria,
quel brivido,
quel no! Detto al non essere
da tutte le cellule, era il seme
quello, il fermento.

Da quelle numerose morti parla
quando noi parliamo.

Dove ci sorprende il giorno?

Dove ci sorprende il giorno?
che terre nottetempo
noi acque
del fiume appena limaccioso
abbiamo attraversato — e ora dove
andiamo, dove
illusoriamente siamo?
Non è Rodano o Arno
questo incendio
d’aria e vento
sopra il flusso aperto,
non è santo

per fulgore d’immagini
o rovello
di pensiero e canto
il lume di questa ansa
eppure scende
con noi lo stesso lume
con lo stesso sfarzo,
scintilla in queste lande
tra queste solitarie
nude argille
lo stesso fondo e celestiale sangue.

Dove mi porti, mia arte?

Dove mi porti, mia arte?
In che remoto
deserto territorio
a un tratto mi balestri?

In che paradiso di salute,
di luce e libertà,
arte, per incantesimo mi scorti?

Mia? non è mia questa arte,
la praticò, la affino,
le apro le riserve
umane di dolore,
divine me ne appresta
lei di ardore
e di contemplazione
nei cieli in cui m’inoltrò...

Oh mia indecifrabile conditio,
mia insostenibile incarnazione!

Dove non eri quanta pace: il cielo

Dove non eri quanta pace: il cielo
fra gli alberi estuosi raccoglieva
la bianca offerta delle strade, un volto
riluceva nel buio delle fonti,
la midolla di miele
temperava l’angoscia dei passanti
e la beltà brillava,
spariva suddivisa tra le vie
lampanti nel silenzio ventilato.

Né memoria, né immagine, né sogno.
Il volto dell’assente era una spera
specchiata dalla prima opaca stella
e neppure eri in lei, eri caduta
fuori dell’esistenza;
il candore affliggeva i crocevia
e non era la sera,
era la bianca verità indolente
in fondo al mio tumulto, impercepita.

From PRIMIZIE DEL DESERTO

È Italia, Italia vera

È Italia, Italia vera
O una sua reminiscenza
un suo presagio... Sfuma
quel velario
di pioggia
di là da Catanzaro
il profilo di alti monti,
l’accompagna
nel suo scendere a mare
fino ai sassi, alle conchiglie,
all’aperto ultimo lembo
della rapida costiera,
le cela il dileguarsi
del profondissimo orizzonte.
È Italia, sì, la pena non si attenua,
il dolore non decresce...
Si aggira,
ne scava aria
millenaria e gloria,
astiosa, invisa a se medesima
una fiera
sofferenza ereditaria.
È Italia
vera e Grecia
e molte cose ancora
che il retaggio
abbaglia ma intanto non appaga,
rimorde anzi, tortura:
difficile armonia
della morte con la memoria
e loro agonia con l’invincibile natura.

E, l’essere. E

E, l’essere. E.
Intero,
inconsumato,
pari a sé.
Come è
diviene.
Senza fine,
infinitamente è
e diviene,
diviene
se stesso
altro da sé.
Come è
appare.
Niente
di ciò che ti è nascosto
lo nasconde.
Nessuna
cattività di simbolo
lo tiene
o altra guaina lo presidia.
O vampa!
Tutto senza ombra flagra.
È essenza, avvento, apparenza,
tutto trasparentissima sostanza.

È forse il paradiso
questo? Oppure, luminosa insidia,
un nostro oscuro
ab origine, mai vinto sorriso?

Da SOTTO SPECIE UMANE

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