Mattino, lucentezza ultramondana
Mattino, lucentezza ultramondana.
In noi uno risponde
presente! non si sa mai quale chiama
dal cielo, dalla terra, dall’abisso
che li tiene,
pure riluttanti, insieme.
Frasi,
lo siamo di una preghiera arcana.
Orante chi? Si forma
lei, chissà,
nel travaglio delle ere,
nella devastazione delle età.
L’essere effonde
a se stesso il suo sorriso,
oggi paradiso è qui.
Ménage
La rivedo ora non più sola, diversa,
nella stanza più interna della casa,
nella luce unita, senza colore né tempo, filtrata dalle tende,
con le gambe tirate sul divano, accoccolata
accanto al giradischi tenuto basso.
«Non in questa vita, in un’altra» folgora il suo sguardo gioioso
eppure più evasivo e come offeso
dalla presenza dell’uomo che la limita e la schiaccia.
«Non in questa vita, in un’altra» le leggo bene in fondo alle
[pupille.
È donna non solo da pensarlo, da esserne fieramente certa.
E non è questa l’ultima sua grazia
in un tempo come il nostro che pure non le è estraneo né avverso.
«Conosci mio marito, mi sembra» e lui sciorina un sorriso
[importunato,
pronto quanto fuggevole, quasi voglia scrollarsela di dosso
e ricacciarla indietro, di là da una parete di nebbia e d’anni;
e mentre mi s’accosta ha l’aria di chi viene
da solo a solo, tra uomini, al dunque.
«C’è qualcosa da cavare dai sogni?» mi chiede fissando su di me
[i suoi occhi vuoti
e bianchi, non so se di seviziatore, in qualche villa triste, o di guru.
«Qualcosa di che genere?» e guardo lei che raggia tenerezza
verso di me dal biondo del suo sguardo fluido e arguto
e un poco mi compiange, credo, d’essere sotto quelle grinfie.
«I sogni di un’anima matura ad accogliere il divino
sono sogni che fanno luce; ma a un livello più basso
sono indegni, espressione dell’animale e basta» aggiunge
e punta i suoi occhi impenetrabili che non so se guardano e dove.
Ancora non intendo se m’interroga
o continua per conto suo un discorso senza origine né fine
e neppure se parla con orgoglio
o qualcosa buio e inconsolabile gli piange dentro.
«Ma perché parlare di sogni» penso
e cerco per la mia mente un nido
in lei che è qui, presente in questo attimo del mondo.
«E lei non sta facendo un sogno?» riprende mentre sale dalla
[strada
un grido di bambini, vitreo, che agghiaccia il sangue.
«Forse, il confine tra il reale e il sogno...» mormoro
e ascolto la punta di zaffiro
negli ultimi solchi senza note e lo scatto.
«Non in questa vita, in un’altra» esulta più che mai
sgorgando una luce insostenibile
lo sguardo di lei fiera che ostenta altri pensieri
dall’uomo di cui porta, e forse li desidera, le carezze e il giogo.
Mi guarda Siena
Mi guarda Siena,
mi guarda sempre
dalla sua lontana altura
o da quella del ricordo —
come naufrago? —
come transfuga?
mi lancia incontro
la corsa
delle sue colline,
mi sferra in petto quel vento,
lo incrocia con il tempo —
il mio dirottamento
che le si avventa ai fianchi
dal profondo dell’infanzia
e quello dei miei morti
e l’altro d’ogni appena
memorabile esistenza...
Siamo ancora
io e lei, lei e io
soli, deserti.
Per un più estremo amore? Certo.
Nell’imminenza dei quarant’anni
Il pensiero m’insegue in questo borgo
cupo ove corre un vento d’altipiano
e il tuffo del rondone taglia il filo
sottile in lontananza dei monti.
Sono tra poco quarant’anni d’ansia,
d’uggia, d’ilarità improvvise, rapide
com’è rapida a marzo la ventata
che sparge luce e pioggia, son gli indugi,
lo strappo a mani tese dai miei cari,
dai miei luoghi, abitudini di anni
rotte a un tratto che devo ora comprendere.
L’albero di dolore scuote i rami...
Si sollevano gli anni alle mie spalle
a sciami. Non fu vano, è questa l’opera
che si compie ciascuno e tutti insieme
i vivi i morti, penetrare il mondo
opaco lungo vie chiare e cunicoli
fitti d’incontri effimeri e di perdite
o d’amore in amore o in uno solo
di padre in figlio fino a che sia limpido.
E detto questo posso incamminarmi
spedito tra l’eterna compresenza
del tutto nella vita nella morte,
sparire nella polvere o nel fuoco
se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.
Non ancora il radioso degli alberi
Non ancora il radioso degli alberi
delle siepi, dei cespugli.
Non ancora, ma presto,
domani forse
nel rilucere dell’erba
un fulgore di forsizia,
l’allucciolio del fiume
torno torno
alla pigrizia delle barche.
Fedeli, ma con nuova meraviglia,
al loro appuntamento
la natura e il senso.
Domani, domani, già ora, guarda!
Notizie a Giuseppina dopo tanti anni
Che speri, che ti riprometti, amica,
se torni per così cupo viaggio
fin qua dove nel sole le burrasche
hanno una voce altissima abbrunata,
di gelsomino odorano e di frane?
Mi trovo qui a questa età che sai,
né giovane né vecchio, attendo, guardo
questa vicissitudine sospesa;
non so più quel che volli o mi fu imposto,
entri nei miei pensieri e n’esci illesa.
Tutto l’altro che deve essere è ancora,
il fiume scorre, la campagna varia,
grandina, spiove, qualche cane latra,
esce la luna, niente si riscuote,
niente dal lungo sonno avventuroso.
Notte dietro le persiane
Dietro le persiane ogni sera
gli uomini rinserrano
la loro vita
per morire una notte.
Ma c’è pure chi sogna
un disperato tramonto
traverso i vetri e le imposte.
E chi rimane ancora
dopo ch’è sfatto il sole
ad aspettare le stelle.
Sono questi i poeti
che hanno l’anima di canzoni,
un anima tutta voce
e lieviti di speranza.
O mare, mare arioso
O mare, mare
arioso, fresco,
frescamente infranto,
mare di prima primavera
dalle mura
della città costiera
quando era
in attesa di sé
teso ai futuri eventi.
Filtrava esso fusando
nelle minime
segregate cale,
entrava in ogni anfratto
della rapida scogliera,
si abbatteva
ringhiando ai moli
dai quali lui inondato
da acqua e sale
luce ed aria
aveva primamente
preso il mare
per quel pellegrinaggio.
Quando? Non ricordava il tempo,
il vento era grecale —
e ora il duro periplo
di terraferme, di isole
lo riportava in sé,
senonché “sé” non c’era
né forse era mai stato
O s’era vanificato...
Oh libertà, oh dissoluzione
della vita nella piena vita...Amen.
Ospite clandestino
Si fece sera, si strinse
la città dentro i suoi monti,
prese un’aria
eccitata a spiritarne
le arterie, i crocevia,
le scese
ai seni d’ombra, le soffiò
sul lungofiume
le febbricitanti lampade.
Chi era che veniva
a quale incontro
col passato o col presente?
ospite
clandestino
o messaggero
dissimulato nelle sue taverne
prima del grande annuncio?
o profeta dalle viscere
della sua ancora non guarita storia
a risvegliare gli eventi, a renderli presenti?
oppure no, nell’ombra della sera
un’ombra transitoria
dal nulla al nulla della sua memoria...
Passata Siena, passato il ponte
Passata Siena, passato il ponte d’ Arbia,
è lei, terra di luce
che sempre, anche lontano,
inseparabilmente mi accompagna.
- Grazie, matria,
per questi tuoi bruciati
saliscendi, per questi
aspri Celimonti
a cui, calati al fondo,
d’un balzo ci levi alti,
per questo nostro errare nel tuo grembo
sbattuti tra materia
e luce, tra natura e sogno,
sbattuti contemporaneamente
eppure aguzzi
come freccia verso il bersaglio,
non negarmi mai il mio ritorno,
da dove che sia aprigli il tuo regno,
fosse pure il trascorrere di un’ombra
dal nulla al nulla, fluisca sopra il tuo schermo.
Questo era il mio viaggio
Mio? di lei?
Era, comunque. Era.