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Poesie di questo tema

Emozioni e sentimenti

Anônimo

Anônimo

Proverbi de femene

Le done à solazo far corne a lo marido;
de questa orda befa. .spésora me ’nde rido.
S’un spend e l’autro gaude non è bono partido:
4 eu cognosc’ asai beci c’à lo corno florido.

*

Molti vici à la femena qge li omini confonde,
con qual’ li rad e tonde,
senza rasor e forfese
con soi losenghe e planti e con soi male gronde,
4 ke volze l’ cor a li omini com fai lo mar le onde.

Savi’ omo con lo freno destrenze lo cavalo
quest’ è ver senza falo,
‘ e menalo là o’ vole,
e l’orso com manace l’om fai andar en balo;
8 mai zamai per pregàntego no fai del negro gialo.
La femna n° poi destrenzere né per ben né per male:
ge tu li saipi fare,
per los né per manace
e se tu la castighe de lo mal qg’ela fase,
se t’amerà da sera, no farà da domane.

La onza è una bestia mala e perigolosa:
cercare pòi lo segolo,
no trovi pezor cosa;
d’ognunca criatura este contrariosa,
no’n faria una mestega quanti en terra posa.

La femena è contraria d’ogno castigamento,
*
pessima et orgoiosa e de forte talento:
anci poris-tu volzere rea ploza o forte vento
ke femena trazési de lo so plaquimento.

Lo basalisco en li ogli sì porta lo veneno:
col vardar alcì li omini, de questo non è meno.
E l’oclo de la femena è de luxuria pleno:
vardando l’om, confondelo e ’l secca como feno.

vero dico, no pecco:
Questo g’eu ora contove
li ogli de la femena del demonio è spleco;
no trove hom si santisemo, né latino ni greco,
se speso entro vardàse,
dq’elo no faza fleco.

Al mondo no è gata sì magra malfadata,
*
se man per doso meneli,
no stea coda levata;
sempre torna en amore la fiera torpizata,
da gaudio maula e frégase:
zo è causa provata.
AI mondo mè vetrana
sì savia né sì paza
se de lizaria dizili, ge ’legra no se farai
destèndese e muzola
como can ge va en caza
i
recordase d’avanti de la soa mala traza.

Tanto è strabelisema la bestia panthera,
a lie’ cor’ ogna bestia, per vederla, vontera:
et el’ è tanto pessima e de forte mainera,
quela ge plui l’aprosema, mestier è g’ela piera.

Femena con beleze ge no è naturale,
aucì l’om e confondelo
ge la va per vardare:
quando l’omo plui sieguela, plui lo fai desviare,
l’anema li fai perdere e lo corpo penare.

De l’afar de le femene veritate diraio:
de Satanàs è spleco lo so clero visaio;
li ocli ler, vardandone, de flama zeta raio
ch’a li omini cambia lo sen e lo coraio.

E que val a mant’omini
di e note penare,
combater e ferire, là o’ ig no pò forfare?
Fol è gi prende prova
ge a fin no pò trare,
e cui cre’ stancar porta
per ensir et entrare.

Lo gloto a la taverna molto ne va corendo;
la dona tavernara recevelo ridendo;
là o’ zase mal e mendo,
mai quel è un tal verso
per lo qual lo glotone se’n va’ l’ensir torcendo.
Nui’ omo s’asegure né’n femena s’enfia,
tanto ben no l’acoia né l’abraze ni ria,
k’ele à lo costume de porta ge no cria;
tal ge m’entrà riendo qe planze a l’ensia.

Eh Dieu, per quale causa l’omo la femen’ ama?
Ki bene perpensaselo, perdria ’nde la brama.
Homo amor apelalo, così sona la fama;
ma quili ge conoselo, altramentre lo clama.

Uguccione da Lodi
Anton Francesco Grazzini

Anton Francesco Grazzini

Del gallo

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Io me l’ho allevato da piccino,
che gl’era barbigliuto e marzaiuolo,
vago, gentil, vezzoso, agevolino;
or che gl’è grande salta e piglia il volo
e imbizzarrisce e non può più star solo
ed un peccato sarebbe a tarpallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Egli ha un occhio vigoroso in testa,
ed ha al primo veduto una gallina
che valle incontro ardito e falle festa,
con lei stariesi in fino alla mattina,
ma non fa danno mai, donne, in cucina,
per che non becca ov’ è fante o vassallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Chi ’l toccasse con man, di nulla teme,
anzi è più vigoroso e più fa festa,
sol che per allegrezza quasi geme,
e quando becca tien ritta la cresta;
e ad ogn’ora della notte si desta,
e becca al buio e non si può sfamallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Se voi ’l vedessi, e’ v’innamorerebbe:
prima ch’ei becchi, le galline alletta,
e senz’una di lor non beccherebbe,
e tanto che con lui bécchin l’aspetta;
ma non gli piace già beccare in fretta:
chi becca adagio suol molto gustallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Da piccin, donne, e’ mi beccava la mano,
or vuol il beccatoio piccolo e stretto,
né più vuol beccar solo e in luogo strano,
e poco cura se gl’è intriso o netto;
molto gli piace beccar in sul letto,
chi nol crede di voi, possa provallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Delle galline vecchie egli è nemico,
e d’una sola non si fiderebbe,
ma gli è delle pollastre tanto amico,
che solo a più di quattro basterebbe,
con le più bianche assai più scherzerebbe
menandole con seco a festa e ballo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

Se voi ’l vedessi un po’ ’l gru contraffare,
come gli sta ben ritto in sur un piede,
poi gonfia, e stende il collo ch’un gru pare;
la gallina stiamazza, s’ella ’l vede:
provar lo possa, donne, chi nol crede,
e non lo creda alcuno in questo ballo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.

E per che da piccin gli posi amore
nol venderei, chi mi coprisse d’oro,
s’io lo perdessi, morrei di dolore,
ma io lo presto, e non ne vo’ ristoro
ed a voi gentilmente mi rincuoro,
quando piacer vi sia un dì prestallo.

Donne, chi ha galline, io ho un gallo,
e vorrei con le vostre accompagnallo.
Anton Francesco Grazzini

Anton Francesco Grazzini

Qual più diversa e nuova

Qual più diversa e nuova
fu mai disgrazia in qualche stranio clima,
quella, se ben si stima,
più mi rassembra; a tal son giunto, oh Dio!,
che ’l viril membro mio
non sento più fra le gambe a far prova
di quel che più ne giova;
poi che l’iniquo veramente e rio,
scostumato e scortese
tiranno malfranzese
me n’ha privato totalmente; ond’io
vo per tutto gridando come pazzo:
«Ohimè!, ohimè!, ohimè!, dov’è il mio cazzo?»

Più caro assai che ’l naso
l’avea, più che la barba e più che ’l mento,
e di lui più contento
prendeva assai che degli occhi e de’ denti;
né dei piedi altrimenti,
delle mani e del cul fatto arei caso,
senza sendo rimaso,
lasso!, come di lui, che dalle genti
mi facea riverire:
or non mi puon patire
uomini e donne, e ’nfino i miei parenti
dicono, ohimè!, ch’io non vaglio una frulla,
per che chi non ha pinco, non ha nulla.

Già mi ricorda, ahi lasso!,
quand’era ancor, si può dire, un bambino,
sentir piacer divino
di toccarlo e tener sovente in mano,
stropicciandol pian piano,
tanto ch’alfin gli alzava il capo basso:
allor per dolce spasso
lo rimirava con sembiante umano,
tal che mia madre ardita
mi dette in su le dita
più di mille scopate e mille invano,
ché sempre mi teneva le man sotto,
sì mi pareva il giuoco bello e ghiotto.

Ma di poi che crescendo
venne alla terza sua fiorita etade,
leggiadria né beltade
tanta non vide giamai, credo, il sole;
cotal che ciancie e fole
eran tutt’altre gioie rispetto avendo
a quelle, che traendo,
venia da lui meravigliose e sole:
or ne son privo insieme
colle dolcezze estreme;
pensi dunque ciascun quanto mi duole;
ma nel pisciar raddoppian poi l’angosce,
facendomi le gore in su le cosce.

Deh!, quant’ebbi io diletto!,
quanto piacere ebb’io la prima volta,
che con prestezza molta
lo vidi enfiando diventar maggiore!
E’ mi brillava il cuore,
toccandol or levato ed or nel letto;
ma quel fu ben dispetto
e duol, quando due bolle traditore
voltaro i risi in pianti
e i medici furfanti
tanto me lo impiastrar dentro e di fuore,
che lo fecer tornar livido e mezzo,
infin che poi cascommi a pezzo a pezzo.

Colui che pianse morta
la sua civetta leggiadretta e scaltra,
trovar ne potea un’altra;
e così quei che la sua destra e snella
perdé gatta sì bella:
ma, lasso me!, la mia speranza ha morta
quella maligna e torta,
empia, nimica mia fatale stella;
tal che mai non potrei
trovar quel ch’io vorrei
per oro, per cittadi, o per castella;
onde sempre n’andrò traendo guai,
poi che le membra non rinascon mai.

Color ben puon dolersi
cui fé la malattia rattratti, o biechi,
o da un occhio ciechi,
mutoli, sordi, scrignuti, o sciancati;
pur sono avventurati
rispetto a me, poi che posson vedersi
colui, che gl’Indi e i Persi
fece e gli imperadori e i Mecenati:
col qual ponno impregnare
le mogli, e poi lasciare
altri lor dopo lor nel mondo nati:
così perpetuar possonsi appieno,
se non in sé, nella sua spezie almeno.

Vantar già mi potea
D’avere il più fidato e ’l più sicuro,
il più forte e ’l più duro
cazzon, che fusse mai sotto la luna:
però che all’aria bruna
ed alla chiara, sempre ch’io volea,
levar ritto il facea
senza dar baci o fregagione alcuna:
e non gli era fatica
sfamare ogni gran fica:
or come vuol il cielo e la fortuna,
per che mia vita sia ben trista e grama,
l’ho perduto ad un tratto colla dama.

Crudel chi tanto fia
che non aggia pietà della mia doglia?
Io tremo come foglia,
quando del caso orribil mi ricordo:
da l’ora in qua balordo
son stato sempre e starò tuttavia:
sollazzo e giulleria
m’era egli in questo mondo ladro e lordo;
or m’ha condotto a tale,
ch’io vorrei per men male
la morte, che mi fesse cieco e sordo,
e mi cavasse ormai di tanta noia,
poi che far non lo può ‘l duol e la foia.

Dove tu vai, canzon, piangendo grida:
il mio signore è giunto a sì rea sorte,
che gli spiace egualmente e vita e morte.
Antonio Porta

Antonio Porta

Aprire (1, 2, 3)

I

Dietro la porta nulla, dietro la tenda,
l’impronta impressa sulla parete, sotto,
l’auto, la finestra, si ferma, dietro la tenda,
un vento che la scuote, sul soffitto nero
una macchia più oscura, impronta della mano,
alzandosi si è appoggiato, nulla, premendo,
un fazzoletto di seta, il lampadario oscilla,
un nodo, la luce, macchia d’inchiostro,
sul pavimento, sopra la tenda, la paglietta che raschia,
sul pavimento gocce di sudore, alzandosi,
la macchia non scompare, dietro la tenda,
la seta nera del fazzoletto, luccica nella mano,
sulla poltrona un nodo di seta, luccica,
ferita, ora il sangue sulla parete,
la seta del fazzoletto agita una mano.

II

Le calze infila, nere, e sfila, con i denti,
la spaccata, il doppio salto, in un istante, la calzamaglia,
all’indietro, capriola, poi la spaccata, i seni
premono il pavimento, dietro i capelli, dietro la porta,
non c’è, c’è il salto all’indietro, le cuciture,
l’impronta della mano, all’indietro, sul soffitto,
la ruota, delle gambe e delle braccia, di fianco,
dei seni, gli occhi, bianchi, contro il soffitto,
dietro la porta, calze di seta appese, la capriola.

III

Perché la tenda scuote, si è alzato,
il vento, nello spiraglio la luce, il buio,
dietro la tenda c’è, la notte, il giorno,
nei canali le barche, in gruppo, i quieti canali,
navigano, cariche di sabbia, sotto i ponti,
è mattina, il ferro dei passi, remi e motori,
i passi sulla sabbia, il vento sulla sabbia,
le tende sollevano i lembi, perché è notte,
giorno di vento, di pioggia sul mare,
dietro la porta il mare, la tenda si riempie di sabbia,
di calze, di pioggia, appese, sporche di sangue.

From I RAPPORTI
Antonio Porta

Antonio Porta

Dialogo con Herz

“Fui preso dal terrore divenendo lepre
e accettare, poi, entrò nelle abitudini.
“Fosse vero potrei uccidermi. “Quale è
il destino delle lepri?” “La morte semplice.
“Mi possedeva una paura rivoltante, squittivo,
di notte, e brucavo le foglie, di cavolo
e di tabacco. D’inverno consumai le riserve.

“Non voglio divenire lepre, ma uccello
e impigliarmi tra le spine. “La lepre muore
di freddo, di fame, di vecchiaia o fucilata.
Basta agli uccelli, spesso, un forte
vento notturno, tramontana? tra le anitre
congelate. “Herz, disse sulla terrazza,
‘verremo risucchiati da una grondaia in un giorno
di pioggia, emblema di violenze.

“Desideravo da tempo muovermi
tra gli alberi: divenire uccello e nel
fogliame estivo scoprire il cunicolo,
giungere al fondamento. “Toccare le radici
e leccare sostanze nutritive. “La vecchia
abbaia, hai detto, “e lo scemo ha urtato
il muro, con la ruota. Stizzito solleva
la maschera dalle pietre e ricade nell’incertezza
di un universo in furioso divenire.

“Scivolo nuotando tra alghe pericolose.
Affondo in fitte vegetazioni, ricoperto
di formiche e di foglie. Mastico piume,
è quasi la conoscenza: con la luce
del giorno tra le fessure e la polvere
che si alza in un formicolìo di protezione
e di salvezza.

Per i capelli ci afferra il vento, è vero,
dietro la nuvola si arresta un cielo specchiante:
nell’ombra maculata? lo raggiunge la voce di Herz.
La sera, in terrazza, continuarono, felici:
“Avrà mai fine l’arbitrio del giorno e della notte?”?

1960-1961
Antonio Porta

Antonio Porta

Rapporti umani (11, 12, 15)

XI

“Della mia vita, in un certo giorno,
non seppi più nulla, soltanto quello
che rivelò il barbiere domandando dei
miei figli e m’accorsi di non averne mai
saputo, guardandomi bene negli occhi sopra
la schiuma e i riflessi del rasoio.
Uscii e impolverai le scarpe tra le
pietre, e proseguii, le stringhe?
slacciate, sulla via di casa, il
gocciolio del sudore: entrando gualcosa
accadde, non ricordo; dietro il portone,
immobile tra i cristalli, l’ostilità di
mia moglie e mi chiesi chi era.
Per togliere la polvere, chinato, si recidevano
le stringhe, la fronte mi sanguinava, tra i
cristalli spezzati, le stringhe tra i capelli,
e premevo, frugando tra le schegge, scrivendo
nella polvere, la lingua mi sì tagliava,
lambendo, il sangue colava dagli occhi, sulle tempie,
i figli non sanno nulla ...

XII

Camminare diviene intollerabile è passato
un altro anno, con i piedi incollati ai pavimenti,
prima o dopo, con le gambe ridotte all’osso,
miele dei muscoli, più che un’antica verità,
rinchiuso nella stanza, non ti sa dire, e poi non c’è.
Sulle strade di ghiaccio, pattinando, con la sciarpa
verde e un berretto scuro, per un complesso di colpe,
breve felicità, non s’incontrano mai, così t’infurii,
gratti il muro con l’unghia e te la spezzi, disteso
sulla panchina, anitre imbalsamate galleggiano sul lago,
“mi raccontava una storia”— ‘sì, ma soltanto la fine.

XV

1 due stanno abbracciati, Con un mazzo di crisantemi,!
bevono alla loro tazza, le unghie nella schiena, la
candela gli brucia le mani, continua a camminare in
ginocchio, tenero pallone, curva del ventre, partorirà
un gatto, sotto la tenda, nuotando nell’ossigeno,
rana piena di latte, scivola lontano e la guardava,
sulla coperta di pelo, muoversi nella piazzetta, le
dita a O, il cagnolino alle calcagna, le impronte

From CARA