Poesie di questo tema
Vita ed esistenza
Luciano Erba
Suite ferroviaria
Siepe di robinia
che segui la strada ferrata
ti lascio i miei pensieri
sulle tue foglie verdi, sottili.
Sul treno che mi portava veloce
a quest’ora del tramonto
pensavo al mio destino
povero, meraviglioso
al cammino
che non so se farò.
Ma mi accompagna il tuo verde filare, ora
lo guardo
e la campagna stanca:
così spesso fuggono
sogni e visioni del mio viaggiare.
Leggevo negli occhi dei famuli
il mio destino la mia certa condanna
andavo in montagna
scarponi e paltò
volevo fuggire
l’Italia e Salò.
Sei nel Giura e guardi dal treno
il convento in mezzo agli abeti
chi è in preghiera? la suora toriera
o il ragazzo che va alla frontiera?
Da NELLA TERRA DI MEZZO
che segui la strada ferrata
ti lascio i miei pensieri
sulle tue foglie verdi, sottili.
Sul treno che mi portava veloce
a quest’ora del tramonto
pensavo al mio destino
povero, meraviglioso
al cammino
che non so se farò.
Ma mi accompagna il tuo verde filare, ora
lo guardo
e la campagna stanca:
così spesso fuggono
sogni e visioni del mio viaggiare.
Leggevo negli occhi dei famuli
il mio destino la mia certa condanna
andavo in montagna
scarponi e paltò
volevo fuggire
l’Italia e Salò.
Sei nel Giura e guardi dal treno
il convento in mezzo agli abeti
chi è in preghiera? la suora toriera
o il ragazzo che va alla frontiera?
Da NELLA TERRA DI MEZZO
Luciano Folgore
Tutta nuda
Te, nuda dinanzi la lampada rosa,
e gli avori, gli argenti, le madreperle,
pieni di riflessi
della tua carne dolcemente luminosa.
Un brivido nello spogliatoio di seta,
un mormorio sulla finestra socchiusa,
un filo d’odore, venuto
dalla notte delle acacie aperte,
e una grande farfalla che ignora
che intorno a te
non si bruciano le ali,
ma l’anima.
e gli avori, gli argenti, le madreperle,
pieni di riflessi
della tua carne dolcemente luminosa.
Un brivido nello spogliatoio di seta,
un mormorio sulla finestra socchiusa,
un filo d’odore, venuto
dalla notte delle acacie aperte,
e una grande farfalla che ignora
che intorno a te
non si bruciano le ali,
ma l’anima.
Ludovico Ariosto
e dirgli: “Orlando, fa’ che ti raccordi
e dirgli: “Orlando, fa’ che ti raccordi
di me nell’orazion tue grate a Dio;
nè men ti raccomando la mia Fiordi ... ?
’
Ma dir non potè ligi; e qui finìo.
E voci e suoni d’Angeli concordi
tosto in aria s’udir che l’alma uscìo;
la qual, disciolta dal corporeo velo,
fra dolce melodia salì nel cielo.
di me nell’orazion tue grate a Dio;
nè men ti raccomando la mia Fiordi ... ?
’
Ma dir non potè ligi; e qui finìo.
E voci e suoni d’Angeli concordi
tosto in aria s’udir che l’alma uscìo;
la qual, disciolta dal corporeo velo,
fra dolce melodia salì nel cielo.
Ludovico Ariosto
Il principio dell’orlando furioso
Le donne, i cavalier, l’armi, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto
che furo al tempo che passaro i Moti
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la motte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.
Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cose non dette in prosa mai nè in rima;
che per amor venne in furor e matto
d’uom che sì saggio era stimato prima:
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ’l poco ingegno ad ora ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.
Im
Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del seco! nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro:
nè che poco io vi dia da imputar sono;
che quel che posso dar tutto vi dono.
le cortesie, l’audaci imprese io canto
che furo al tempo che passaro i Moti
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la motte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.
Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cose non dette in prosa mai nè in rima;
che per amor venne in furor e matto
d’uom che sì saggio era stimato prima:
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ’l poco ingegno ad ora ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.
Im
Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del seco! nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro:
nè che poco io vi dia da imputar sono;
che quel che posso dar tutto vi dono.
Ludovico Ariosto
OrrAanpo l’elmo gli levò dal viso
l’elmo gli levò dal viso,
e ritrovò che il capo sino al naso
fra l’uno e l’altro ciglio era diviso.
Ma pur gli è tanto spirto anco rimaso
che de’ suoi falli al Re del Paradiso
può domandar perdono anzi l’occaso;
e confortare il Conte, che le gote
sparge di pianto, a pazienza puote,
e ritrovò che il capo sino al naso
fra l’uno e l’altro ciglio era diviso.
Ma pur gli è tanto spirto anco rimaso
che de’ suoi falli al Re del Paradiso
può domandar perdono anzi l’occaso;
e confortare il Conte, che le gote
sparge di pianto, a pazienza puote,
Luigi Pulci
La morte d’orlando
Orlando ficcò in terra Durlindana,
poi l’abbracciava e dicea: “ Fammi degno,
Signor, chio riconosca la via piana;
questo sia in luogo di quel santo legno;
dove patì la giusta carne umana,
sì che il cielo e la terra ne fe’ segno;
e non senza alto misterio gridasti:
‘Elì, El, tanto martir patisti.”
Così tutto serafico al ciel fisso,
una cosa parea trasfigurata,
e che parlasse col suo Crocifisso.
O dolce fine, o anima ben nata,
o santo vecchio, o ben nel mondo visso!
E finalmente la testa inclinata
prese la terra, come gli fu detto,
e l’anima spirò del casto petto.
Ma prima il corpo compose alla spada,
le braccia in croce, e il petto al pomo fitto,
ma poi si sentì un tuon, che par che cada
il ciel, che certo allor s’aperse al gitto;
e come nuvoletta che in su vada,
“In exitu Israel,” cantar, “ de Egypto,?
sentito fu dagli angeli solenne;
che si conobbe al tremolar le penne.
poi l’abbracciava e dicea: “ Fammi degno,
Signor, chio riconosca la via piana;
questo sia in luogo di quel santo legno;
dove patì la giusta carne umana,
sì che il cielo e la terra ne fe’ segno;
e non senza alto misterio gridasti:
‘Elì, El, tanto martir patisti.”
Così tutto serafico al ciel fisso,
una cosa parea trasfigurata,
e che parlasse col suo Crocifisso.
O dolce fine, o anima ben nata,
o santo vecchio, o ben nel mondo visso!
E finalmente la testa inclinata
prese la terra, come gli fu detto,
e l’anima spirò del casto petto.
Ma prima il corpo compose alla spada,
le braccia in croce, e il petto al pomo fitto,
ma poi si sentì un tuon, che par che cada
il ciel, che certo allor s’aperse al gitto;
e come nuvoletta che in su vada,
“In exitu Israel,” cantar, “ de Egypto,?
sentito fu dagli angeli solenne;
che si conobbe al tremolar le penne.
Luigi Pulci
La morte d’orlando
Orlando ficcò in terra Durlindana,
poi l’abbracciava e dicea: “ Fammi degno,
Signor, chio riconosca la via piana;
questo sia in luogo di quel santo legno;
dove patì la giusta carne umana,
sì che il cielo e la terra ne fe’ segno;
e non senza alto misterio gridasti:
‘Elì, El, tanto martir patisti.”
Così tutto serafico al ciel fisso,
una cosa parea trasfigurata,
e che parlasse col suo Crocifisso.
O dolce fine, o anima ben nata,
o santo vecchio, o ben nel mondo visso!
E finalmente la testa inclinata
prese la terra, come gli fu detto,
e l’anima spirò del casto petto.
Ma prima il corpo compose alla spada,
le braccia in croce, e il petto al pomo fitto,
ma poi si sentì un tuon, che par che cada
il ciel, che certo allor s’aperse al gitto;
e come nuvoletta che in su vada,
“In exitu Israel,” cantar, “ de Egypto,?
sentito fu dagli angeli solenne;
che si conobbe al tremolar le penne.
poi l’abbracciava e dicea: “ Fammi degno,
Signor, chio riconosca la via piana;
questo sia in luogo di quel santo legno;
dove patì la giusta carne umana,
sì che il cielo e la terra ne fe’ segno;
e non senza alto misterio gridasti:
‘Elì, El, tanto martir patisti.”
Così tutto serafico al ciel fisso,
una cosa parea trasfigurata,
e che parlasse col suo Crocifisso.
O dolce fine, o anima ben nata,
o santo vecchio, o ben nel mondo visso!
E finalmente la testa inclinata
prese la terra, come gli fu detto,
e l’anima spirò del casto petto.
Ma prima il corpo compose alla spada,
le braccia in croce, e il petto al pomo fitto,
ma poi si sentì un tuon, che par che cada
il ciel, che certo allor s’aperse al gitto;
e come nuvoletta che in su vada,
“In exitu Israel,” cantar, “ de Egypto,?
sentito fu dagli angeli solenne;
che si conobbe al tremolar le penne.
Luigi Pulci
Profezia sull’america
Passarto il fiume Bagrade ch’io dico,
presso allo stretto son di Gibilterra,
dove pose i suoi segni il Greco antico
Abila e Calpe, a dimostrar ch’egli erra,
non per iscogli o per vento nimico
ma perchè il globo cala della terra,
chi va più oltre; e non trova poi fondo;
tanto che cade giù nel basso mondo.
Rinaldo allor riconosciuto il Îoco,
perchè altra volta l’aveva veduto,
dicea con Astarotte: “ Dimmi un poco,
a quel che questo segno ha provveduto.”
Disse Astarotte: “ Un error lungo e fioco,
per molti secol non ben conosciuto,
fa, che si dice d’Etcol le colonne,
e che più là molti periti sonne.
Sappi, che questa opinione è vana;
perchè più oltre navicar si puote,
però che l’acqua in ogni parte è piana,
benchè la terra abbia forma di ruote:
era più grossa allor la gente umana;
tal che potrebbe arrossirne le gote
Ercole ancor d’aver posto quei segni;
perchè più oltre passeranno i legni.
E puossi andar giù nell’altro emisperio
però che al centro ogni cosa reprime;
sicchè la terra per divin misterio
sospesa sta fra le stelle sublime:
e laggiù son città, castella e imperio;
ma nol cognobbon quelle genti prime.
Vedi, che il Sol di camminar s’affretta,
dove io ti dico, che laggiù s’aspetta.
E come un segno surge in Oriente,
un altro cade con mirabil arte,
come si vede, qua nell’Occidente,
però che il ciel giustamente comparte:
Antipodi appellata è quella gente:
adora il Sole, e Juppiterre e Matte;
e piante e animal come voi hanno,
e spesso insieme gran battaglie fanno.”
presso allo stretto son di Gibilterra,
dove pose i suoi segni il Greco antico
Abila e Calpe, a dimostrar ch’egli erra,
non per iscogli o per vento nimico
ma perchè il globo cala della terra,
chi va più oltre; e non trova poi fondo;
tanto che cade giù nel basso mondo.
Rinaldo allor riconosciuto il Îoco,
perchè altra volta l’aveva veduto,
dicea con Astarotte: “ Dimmi un poco,
a quel che questo segno ha provveduto.”
Disse Astarotte: “ Un error lungo e fioco,
per molti secol non ben conosciuto,
fa, che si dice d’Etcol le colonne,
e che più là molti periti sonne.
Sappi, che questa opinione è vana;
perchè più oltre navicar si puote,
però che l’acqua in ogni parte è piana,
benchè la terra abbia forma di ruote:
era più grossa allor la gente umana;
tal che potrebbe arrossirne le gote
Ercole ancor d’aver posto quei segni;
perchè più oltre passeranno i legni.
E puossi andar giù nell’altro emisperio
però che al centro ogni cosa reprime;
sicchè la terra per divin misterio
sospesa sta fra le stelle sublime:
e laggiù son città, castella e imperio;
ma nol cognobbon quelle genti prime.
Vedi, che il Sol di camminar s’affretta,
dove io ti dico, che laggiù s’aspetta.
E come un segno surge in Oriente,
un altro cade con mirabil arte,
come si vede, qua nell’Occidente,
però che il ciel giustamente comparte:
Antipodi appellata è quella gente:
adora il Sole, e Juppiterre e Matte;
e piante e animal come voi hanno,
e spesso insieme gran battaglie fanno.”
Maria Luisa Spaziani
I vinti, stelle morte
I vinti, stelle morte della Storia,
dal camposanto di Montmartre mi lanciano
con fuochi fatui, con parole oscure,
disperati messaggi.
Così un tempo, di veliero in veliero,
alfabeti di fiaccole, richiami.
Il camposanto è un immenso veliero
Che naufraga in eterno.
Da LA TRAVERSATA DELL’OASI
dal camposanto di Montmartre mi lanciano
con fuochi fatui, con parole oscure,
disperati messaggi.
Così un tempo, di veliero in veliero,
alfabeti di fiaccole, richiami.
Il camposanto è un immenso veliero
Che naufraga in eterno.
Da LA TRAVERSATA DELL’OASI
Maria Luisa Spaziani
Ibernati, incoscienti
Ibernati, incoscienti, inesistenti
proveniamo da infiniti deserti.
Fra poco altri infiniti ci apriranno
ali voraci per l’eternità.
Ma qui ora c’è l’oasi, la catena
di delizie e tormenti. Le stagioni
colorate ci avvolgono, le mani
amate ci accarezzano.
Un punto infinitesimo nel vortice
che cieco ci avviluppa. C’è la musica
(altrove sconosciuta), c’è il miracolo
della rosa che sboccia, e c’è il mio cuore.
proveniamo da infiniti deserti.
Fra poco altri infiniti ci apriranno
ali voraci per l’eternità.
Ma qui ora c’è l’oasi, la catena
di delizie e tormenti. Le stagioni
colorate ci avvolgono, le mani
amate ci accarezzano.
Un punto infinitesimo nel vortice
che cieco ci avviluppa. C’è la musica
(altrove sconosciuta), c’è il miracolo
della rosa che sboccia, e c’è il mio cuore.
Maria Luisa Spaziani
Lo zero
Lo zero è nulla, vale appunto zero.
Ma se lo metti al fondo di una cifra
moltiplichi per dieci, e poi per cento
se ce ne aggiungi un altro. E così via.
Zero della mia vita, tu non vista
né apprezzata presenza. Che magia
dopo anni t’imponi, tu sfumato
leonardesco privo di contorni.
Ma se lo metti al fondo di una cifra
moltiplichi per dieci, e poi per cento
se ce ne aggiungi un altro. E così via.
Zero della mia vita, tu non vista
né apprezzata presenza. Che magia
dopo anni t’imponi, tu sfumato
leonardesco privo di contorni.
Maria Luisa Spaziani
Sono schiava del tempo
Sono schiava del tempo, le ore e i giorni
sono cilizi dalle punte aguzze.
Vorrei essere il fulmine che serpeggia
in un attimo fra tutte le stanze —
un laccio incandescente che condensi
il discorso essenziale, non più tramiti,
parole ritmi musiche semantiche,
solo labbra di fuoco.
sono cilizi dalle punte aguzze.
Vorrei essere il fulmine che serpeggia
in un attimo fra tutte le stanze —
un laccio incandescente che condensi
il discorso essenziale, non più tramiti,
parole ritmi musiche semantiche,
solo labbra di fuoco.
Maria Luisa Spaziani
Voglio
Sistole e diastole,
osanna e crucifige —
Io voglio strenuamente sopravvivere,
a lungo dialogare con uomini non nati,
con i loro nipoti,
nipoti dei nipoti —
ora voglio morire,
morire in ogni cellula del tempo —
in me e in tutti morire —
sistole e diastole,
osanna e crucifige.
osanna e crucifige —
Io voglio strenuamente sopravvivere,
a lungo dialogare con uomini non nati,
con i loro nipoti,
nipoti dei nipoti —
ora voglio morire,
morire in ogni cellula del tempo —
in me e in tutti morire —
sistole e diastole,
osanna e crucifige.
Marino Moretti
Convitto del Sacro Cuore
I
«Come ti chiami?» «Elisabetta.» «È un nome
lungo, è meglio dividerlo. Ti piace
più ch’io ti chiami Elisa o Betta?» «Come
vuoi.» «Perché piangi?» La novizia tace.
Tace e le guance le si fan di fiamma
e rigate di lacrime. «Perché?»
«Piango perché ho lasciato la mia mamma,
perché son sola.» «Ci sono io con te.»
Soltanto le piccine nei cortili
e le più grandi fanno capannelli;
parlan di cose belle, di monili,
di stoffe, di maestre e di fuselli.
Passa una suora che sogguarda attenta
il circolo loquace e il giro a tondo
e la bambina solitaria intenta
a discoprire, oltre il cancello, il mondo.
Un’altra legge e le dà noia la strana
cantilena che viene di laggiù.
Cinque minuti e suona la campana.
«Elisa, Elisa mia, non pianger più.»
II
«Come ti chiami?» «Elisabetta.» «È un nome
lungo, è meglio dividerlo. Ti piace
più ch’io ti chiami Elisa o Betta?» «Come
vuoi.» «Perché piangi?» La novizia tace.
Tace e le guance le si fan di fiamma
e rigate di lacrime. «Perché?»
«Piango perché ho lasciato la mia mamma,
perché son sola.» «Ci sono io con te.»
Soltanto le piccine nei cortili
e le più grandi fanno capannelli;
parlan di cose belle, di monili,
di stoffe, di maestre e di fuselli.
Passa una suora che sogguarda attenta
il circolo loquace e il giro a tondo
e la bambina solitaria intenta
a discoprire, oltre il cancello, il mondo.
Un’altra legge e le dà noia la strana
cantilena che viene di laggiù.
Cinque minuti e suona la campana.
«Elisa, Elisa mia, non pianger più.»
II
Mario Lunetta
3 fantasmi
questo che qui si vede, questo corpo ignoto
insanguinato e nudo, steso su questo tavolo,
bruciacchiato, di gesso, di pietra calcinata, crivellato
da sette proiettili di mitraglietta Skorpion,
questo corpo di ignoto steso su questo tavolo
sotto una luce dura alla fine di un giorno, questo
che qui si vede senza che lui ci veda, è qualcuno
o qualcosa che qualcun altro forse avrebbe anche
potuto rinvenire come un pacco di stracci mal legato
nel bagagliaio di una Renault rossa abbandonata
al centro di Roma, in un’alba di maggio 1978 —
secondo certi esperti di non grande esperienza
questo corpo di ignoto — la faccia tumefatta, le
falangi spezzate, strappati 1 denti, lividure
ed ecchimosi per tutta l’estensione dell’epidermide, e
altro non risulta — secondo costoro dico, questo
corpo scorporato da tutto, perfino da se stesso, potrebbe
risultare, volendo, quello del Comandante Ernesto
“che” Guevara, ucciso in Bolivia nel 1967: nessuna
somiglianza con l’uomo del bagagliaio; anzi, in tutti
i possibili sensi, una lontananza quasi abissale — il primo
forse fumava sigarette, lui rimase fedele al suo avana
fino alla morte.
comunque, questo che qui si vede, corpo indecifrabile
scempiato dagli spari, magro, aria famelica, un ardore
di carne raggelata, tensione elettrica, furore, esibisce
legato alla caviglia sottile come un ramo d’olivo, un
cartellino: Francesco de Pedro B. (?), oppure Francescho
di Pietro B., Centro Italia. è quest’incertezza, suppongo,
che dà a quanto resta del suo volto quest’aria ironica,
quest’ombra sagace di sorriso sotto la luce marmorata, alla
fine di un giorno che non tornerà più, un istante prima
di alzarsi lentamente, in tutta la sua inerte nudità,
negli occhi una luce fondamentale, e andarsene sussurrando
le prime note
I
dell’ Internazionale.
insanguinato e nudo, steso su questo tavolo,
bruciacchiato, di gesso, di pietra calcinata, crivellato
da sette proiettili di mitraglietta Skorpion,
questo corpo di ignoto steso su questo tavolo
sotto una luce dura alla fine di un giorno, questo
che qui si vede senza che lui ci veda, è qualcuno
o qualcosa che qualcun altro forse avrebbe anche
potuto rinvenire come un pacco di stracci mal legato
nel bagagliaio di una Renault rossa abbandonata
al centro di Roma, in un’alba di maggio 1978 —
secondo certi esperti di non grande esperienza
questo corpo di ignoto — la faccia tumefatta, le
falangi spezzate, strappati 1 denti, lividure
ed ecchimosi per tutta l’estensione dell’epidermide, e
altro non risulta — secondo costoro dico, questo
corpo scorporato da tutto, perfino da se stesso, potrebbe
risultare, volendo, quello del Comandante Ernesto
“che” Guevara, ucciso in Bolivia nel 1967: nessuna
somiglianza con l’uomo del bagagliaio; anzi, in tutti
i possibili sensi, una lontananza quasi abissale — il primo
forse fumava sigarette, lui rimase fedele al suo avana
fino alla morte.
comunque, questo che qui si vede, corpo indecifrabile
scempiato dagli spari, magro, aria famelica, un ardore
di carne raggelata, tensione elettrica, furore, esibisce
legato alla caviglia sottile come un ramo d’olivo, un
cartellino: Francesco de Pedro B. (?), oppure Francescho
di Pietro B., Centro Italia. è quest’incertezza, suppongo,
che dà a quanto resta del suo volto quest’aria ironica,
quest’ombra sagace di sorriso sotto la luce marmorata, alla
fine di un giorno che non tornerà più, un istante prima
di alzarsi lentamente, in tutta la sua inerte nudità,
negli occhi una luce fondamentale, e andarsene sussurrando
le prime note
I
dell’ Internazionale.
Mario Lunetta
Inventario
facendo il provvisorio inventario di quel confuso balbettìo
che un po’ impudicamente mi ostino a definire la mia vita:
facendone il precario catalogo: facendone il computo delle entrate
e delle uscite, dei costì e dei ricavi: facendo a ritroso, faticosamente, nel
[pensiero
smemorato, il suo percorso ballerino, lineare come il volo di un
[balestruccio
nella tempesta: facendo tutto questo — o facendolo, visto che poi
non troppo cambia, nella sostanza — mi dico che alla fine, alla fine
di non so che, naturalmente, questa cosa stranita, questa decostruita
passacaglia che un po’ impudicamente sempre meno mi ostino
[a definire
la mia vita, vale esattamente quanto quella di un qualsiasi
[animale, di una pianta,
un oggetto dismesso, una memoria non registrata in nessun luogo
[da nessuno:
e in questo nulla mi misuro, rinominandomi: nel suo vuoto gremitissimo
mi dispongo impassibile: su questo suolo inospitale
quasi felice alluno.
che un po’ impudicamente mi ostino a definire la mia vita:
facendone il precario catalogo: facendone il computo delle entrate
e delle uscite, dei costì e dei ricavi: facendo a ritroso, faticosamente, nel
[pensiero
smemorato, il suo percorso ballerino, lineare come il volo di un
[balestruccio
nella tempesta: facendo tutto questo — o facendolo, visto che poi
non troppo cambia, nella sostanza — mi dico che alla fine, alla fine
di non so che, naturalmente, questa cosa stranita, questa decostruita
passacaglia che un po’ impudicamente sempre meno mi ostino
[a definire
la mia vita, vale esattamente quanto quella di un qualsiasi
[animale, di una pianta,
un oggetto dismesso, una memoria non registrata in nessun luogo
[da nessuno:
e in questo nulla mi misuro, rinominandomi: nel suo vuoto gremitissimo
mi dispongo impassibile: su questo suolo inospitale
quasi felice alluno.
Mario Lunetta
La vita
La vita è nient’altro che se stessa
è in genere di una precisione inesorabile
va soggetta talvolta a strane distrazioni
in fondo (ammesso che si diverta) si diverte
con poco
la vita è curiosa come una scimmia
e non si volta mai a guardare indietro
ha una falsa andatura a spirale
in realtà mangia la foglia tira diritto
e poi scompare
la vita dorme stando sveglia (e viceversa)
è miope e presbite e si finge cieca
non l’ho mai vista spostarsi di un millimetro
si fa i fatti suoi che sono sempre i fatti
di nessuno
la vita assomiglia sempre a un’altra cosa
ama 1 travestimenti e invece è sempre nuda
non corre non beve non suda talvolta scompare
senza intesa e è sempre la metà di se stessa
divisa in due
la vita lavora col gusto perverso di un ozioso
vola come una rondine e l’hai di fronte come un muro
ti pare una fetta di cocomero e è un ficodindia
indossi le sue babbucce e sono zoccoli irti
di chiodi
la vita si avvia sempre per un’altra strada
va indifferentemente in jet a piedi in bicicletta
ha dadi truccati ma usa sempre quelli buoni
è smemorata ma non le sfuggono mai i dettagli
decisivi
la vita è un’astrazione molto concreta
è panna montata è creta è aria fritta
i
in fondo è onesta è prodiga di segnali e di avvertenze
chissà se il suo è un umorismo proprio involontario
o un esempio di software educativo
è in genere di una precisione inesorabile
va soggetta talvolta a strane distrazioni
in fondo (ammesso che si diverta) si diverte
con poco
la vita è curiosa come una scimmia
e non si volta mai a guardare indietro
ha una falsa andatura a spirale
in realtà mangia la foglia tira diritto
e poi scompare
la vita dorme stando sveglia (e viceversa)
è miope e presbite e si finge cieca
non l’ho mai vista spostarsi di un millimetro
si fa i fatti suoi che sono sempre i fatti
di nessuno
la vita assomiglia sempre a un’altra cosa
ama 1 travestimenti e invece è sempre nuda
non corre non beve non suda talvolta scompare
senza intesa e è sempre la metà di se stessa
divisa in due
la vita lavora col gusto perverso di un ozioso
vola come una rondine e l’hai di fronte come un muro
ti pare una fetta di cocomero e è un ficodindia
indossi le sue babbucce e sono zoccoli irti
di chiodi
la vita si avvia sempre per un’altra strada
va indifferentemente in jet a piedi in bicicletta
ha dadi truccati ma usa sempre quelli buoni
è smemorata ma non le sfuggono mai i dettagli
decisivi
la vita è un’astrazione molto concreta
è panna montata è creta è aria fritta
i
in fondo è onesta è prodiga di segnali e di avvertenze
chissà se il suo è un umorismo proprio involontario
o un esempio di software educativo
Mario Luzi
Avvampò l’anno, stralciò
Avvampò l’anno,
stralciò
fiamme sul poggio
vendemmiato e arato,
rifulse il controluce di quel sangue.
Più in là era la notte,
non ancora visibile,
vi entrammo
o ci entrò lei
nel ventre?
. Ma non era
‘letargo o sopore di papaveri
che offerse come ospite.
Non ci fu regressione nelle tenebre
ma più astrale
fervore dell’incognita,
più vivido travaglio
di tutte le cellule.
Oh genesi, genesi incessante.
Da VIAGGIO TERRESTRE E CELESTE
DI SIMONE MARTINI
stralciò
fiamme sul poggio
vendemmiato e arato,
rifulse il controluce di quel sangue.
Più in là era la notte,
non ancora visibile,
vi entrammo
o ci entrò lei
nel ventre?
. Ma non era
‘letargo o sopore di papaveri
che offerse come ospite.
Non ci fu regressione nelle tenebre
ma più astrale
fervore dell’incognita,
più vivido travaglio
di tutte le cellule.
Oh genesi, genesi incessante.
Da VIAGGIO TERRESTRE E CELESTE
DI SIMONE MARTINI
Mario Luzi
Copia da Ronsard
Come quando di maggio sopra il ramo la rosa
nella sua bella età, nel suo primo splendore
ingelosisce i cieli del suo vivo colore
se l’alba nei suoi pianti con l’oriente la sposa,
nei suoi petali grazia ed Amor si riposa
cospargendo i giardini e gli alberi d’odore;
ma affranta dalla pioggia o da eccessivo ardore
languendo si ripiega, foglia a foglia corrosa.
Così nella tua prima giovanile freschezza,
terra e cielo esultando di quella tua bellezza,
la Parca ti recise, cenere ti depose.
Fa’ che queste mie lacrime, questo pianto ti onori,
questo vaso di latte, questa cesta di fiori;
e il tuo corpo non sia, vivo o morto, che rose.
nella sua bella età, nel suo primo splendore
ingelosisce i cieli del suo vivo colore
se l’alba nei suoi pianti con l’oriente la sposa,
nei suoi petali grazia ed Amor si riposa
cospargendo i giardini e gli alberi d’odore;
ma affranta dalla pioggia o da eccessivo ardore
languendo si ripiega, foglia a foglia corrosa.
Così nella tua prima giovanile freschezza,
terra e cielo esultando di quella tua bellezza,
la Parca ti recise, cenere ti depose.
Fa’ che queste mie lacrime, questo pianto ti onori,
questo vaso di latte, questa cesta di fiori;
e il tuo corpo non sia, vivo o morto, che rose.
Mario Luzi
Di che era maceria
Di che era maceria
quel silenzio?
della storia
dell’uomo —
perfino
della sua memoria —
oppure del collasso
estremo della materia...?
E lui
ergo dov’era,
perché non rispondeva
neppure da un barbaglio
della sua passata gloria...?
Mai stato? —
sussultava
a un tratto
la mente presa dal panico —
o morto
pietrificato nella nera roccia
della fine del vocabolo
e dalla nullità
del canto, della parabola...
Ma quella era la sua vittoria,
quel brivido,
quel no! Detto al non essere
da tutte le cellule, era il seme
quello, il fermento.
Da quelle numerose morti parla
quando noi parliamo.
quel silenzio?
della storia
dell’uomo —
perfino
della sua memoria —
oppure del collasso
estremo della materia...?
E lui
ergo dov’era,
perché non rispondeva
neppure da un barbaglio
della sua passata gloria...?
Mai stato? —
sussultava
a un tratto
la mente presa dal panico —
o morto
pietrificato nella nera roccia
della fine del vocabolo
e dalla nullità
del canto, della parabola...
Ma quella era la sua vittoria,
quel brivido,
quel no! Detto al non essere
da tutte le cellule, era il seme
quello, il fermento.
Da quelle numerose morti parla
quando noi parliamo.
Mario Luzi
Dove ci sorprende il giorno?
Dove ci sorprende il giorno?
che terre nottetempo
noi acque
del fiume appena limaccioso
abbiamo attraversato — e ora dove
andiamo, dove
illusoriamente siamo?
Non è Rodano o Arno
questo incendio
d’aria e vento
sopra il flusso aperto,
non è santo
per fulgore d’immagini
o rovello
di pensiero e canto
il lume di questa ansa
eppure scende
con noi lo stesso lume
con lo stesso sfarzo,
scintilla in queste lande
tra queste solitarie
nude argille
lo stesso fondo e celestiale sangue.
che terre nottetempo
noi acque
del fiume appena limaccioso
abbiamo attraversato — e ora dove
andiamo, dove
illusoriamente siamo?
Non è Rodano o Arno
questo incendio
d’aria e vento
sopra il flusso aperto,
non è santo
per fulgore d’immagini
o rovello
di pensiero e canto
il lume di questa ansa
eppure scende
con noi lo stesso lume
con lo stesso sfarzo,
scintilla in queste lande
tra queste solitarie
nude argille
lo stesso fondo e celestiale sangue.
Mario Luzi
E, l’essere. E
E, l’essere. E.
Intero,
inconsumato,
pari a sé.
Come è
diviene.
Senza fine,
infinitamente è
e diviene,
diviene
se stesso
altro da sé.
Come è
appare.
Niente
di ciò che ti è nascosto
lo nasconde.
Nessuna
cattività di simbolo
lo tiene
o altra guaina lo presidia.
O vampa!
Tutto senza ombra flagra.
È essenza, avvento, apparenza,
tutto trasparentissima sostanza.
È forse il paradiso
questo? Oppure, luminosa insidia,
un nostro oscuro
ab origine, mai vinto sorriso?
Da SOTTO SPECIE UMANE
Intero,
inconsumato,
pari a sé.
Come è
diviene.
Senza fine,
infinitamente è
e diviene,
diviene
se stesso
altro da sé.
Come è
appare.
Niente
di ciò che ti è nascosto
lo nasconde.
Nessuna
cattività di simbolo
lo tiene
o altra guaina lo presidia.
O vampa!
Tutto senza ombra flagra.
È essenza, avvento, apparenza,
tutto trasparentissima sostanza.
È forse il paradiso
questo? Oppure, luminosa insidia,
un nostro oscuro
ab origine, mai vinto sorriso?
Da SOTTO SPECIE UMANE
Mario Luzi
Il gorgo di salute e malattia
1
Lei scesa dieci anni fa nel gorgo
che all’aspetto poco mutato dei figli
non coglie il vuoto d’anima,
non sa della tempesta
d’aridità venuta più tardi
e ancora con sfocata dolcezza ci sorride
e sospira dai fiori della sua lapide
credendoci i medesimi – ignara
che proprio di questo mi tormento
sotto gli occhi di lei che in effigie ci commisera
d’un dolore vero ma in altro tempo...
«Mondo ugualmente duro
della fissità e del mutamento
che non posseduto non ci possiedi
e neppure ci escludi dal tuo tormento – mondo infermo
nella nostra mente irritata che non riceve
se non le tue particole, i tuoi frammenti,
prima del grano di maturità che tarda a scoppiare,
prima che la luminescenza contrastata diventi un’alba
non chiuderti nella tua scorza proliferante e sterile,
non t’eclissare alla sofferenza degli uomini»
mi dico non trovando comunione coi morti
che in questa preghiera intonata per noi vivi
mentre un fiotto oscuro, una corsa ondosa d’animale
mi traversa il pensiero dei secoli istantaneo e interminabile.
2
All’altro capo del filo tacque a lungo l’angoscia.
Giungeva chiaro il suo mutismo, giungeva forte
nel rombo della città da quel ricevitore alzato.
Che fare – si chiedeva
sorpreso nella sua vuota prescienza
l’ancora adolescente vecchio boss
nel suo ufficio del sessantesimo piano, il più alto della piramide.
Troppo tardi per abbassare.
Inutile rifare il numero –
si affliggeva, l’orecchio incollato a quell’imbuto di silenzio,
a quella caverna scoperchiata del dolore del mondo.
E taceva a sua volta quando io entrai.
«C’è un futuro per l’uomo?» non mancano
di domandargli i reporters. E incalzano
più esperti galoppini del problema, sociologi, ideologi,
preti faccendieri insofferenti del verbo.
Pronto, indefinitamente futuribile lui sempre
pennella una qualche esauriente non risposta
non per loro, certo, per il microfono – solo
incolpevole, che io sappia, tra quei peccatori contro l’essenza.
Del resto rispondono in sua vece la sua giubba pretenziosa,
la sua moglie ciarliera,
la sua piccola gloria
messa assieme lesinando sopra tutto sull’anima.
Via, poi, volatilizzati d’un tratto –
e dietro essi il risucchio
dell’età sterile e inesplosa
che si torce su se medesima
e affretta il tempo della paralisi e del coma.
Vanno poco lontano, sono certo, ma vanno
nell’acqua sfatta, nebbiosa,
nel freddo d’una primavera nera
aperta su pochi ventagli smeraldini di là dal terminal.
Non segnali o avvisaglie di pericolo
dopo tutto familiari alla mente,
nemmeno dietro l’immagine solare
l’immancabile complemento dell’ombra,
ma il paesaggio a sorpresa dopo la curva
con gli argini mangiati da molte viottole,
le canne, le erbe, le barene,
la ressa di macchine ai ponti.
Qualcosa come un vento oscuro le sbrana
le vele di garza dei suoi pensieri
e avverte ammutolita di colpo,
invisibile, ma presente nell’aria
l’altra parte della città, bassa, sotto l’orizzonte.
Non mi guarda, non mi sorride.
Stringe i tempi, in attesa del turno
mentalmente raduna briciole cristiane
o altro per il guardiano del transito –
e io che la indovino, non trovo – ma c’è? – una frase che la storni.
Tutto questo vissuto un istante
e messo a fuoco per sempre.
3
Il ritorno di lei molto tuareg
nell’ora che la città non sua
le rimanda profondità glaciali –
a questo penso, e dietro a lei la sua scorta
che allunga col suo silenzio il viaggio
sul filo acceso tra cielo ed asfalto.
Proprio a questo, all’effimero,
al non registrato dallo scriba
in nessun libro del mondo,
nemmeno il suo, della regina di Beverly.
Eppure stato, stato indelebilmente.
La donna del ricordo sorride con semplicità e con grazia
nondimeno oppone uno schermo
di tempo e d’ironia.
Mi sorprendo fisso a pensarla
e non trovo un punto certo che le appartenga,
né il passato mi dà risposta,
solo trasmutazione che abbacina,
abbacina e polarizza la mente.
Lei l’avverte e affonda lo sguardo
tra i prodigi d’ikebana della sua casa di adesso.
Chi canta questo canto? Chi suona questo strumento?
Niente che non abbia già udito
ascoltato detto fino a arrossirne –
sorrido mentre vibra
in me, fuori di me, in ogni risonanza del possibile
questa nenia, ancora, di tapino
assai canzone d’acqua provata sulla vīna in qualche loggia mogul,
più ancora stordimento di guerriero
con la giungla carbonizzata attorno in una pausa di bazooka.
È vero. Solo ascoltala a fondo.
A fondo fino alla liberazione da essa.
La felicità al passato. Il dopo della congiunzione stellare –
Lei che avanza nel tempo e s’avvita nella sua solitudine
o forse in una rete, però tutta smagliata, d’incontri
legami nuovi, nuove dissolvenze
mentre durano intatti i segni della sua potenza – questo
ed altro di cui si balbetta: «è la vita» –
a questo penso, pensando a lei che fu regina del luogo
mentre osservo sotto il sole a perpendicolo
la cornice abbagliante e indecifrabile delle sue opere
e i colombi un poco sbattono con frenesia le ali
lungo tutte le muraglie dei palazzi, all’entrata dei ripari,
poi nessun altro moto tra pietra ed aria in quella scatola di fuoco.
4
Mutevole, durevole?
Sorride
lei per tutta risposta,
maestra in quello slalom,
oppure no, davvero
più in alto nella conoscenza.
Né io prolungo il dubbio e l’inchiesta,
le guardo gli occhi smaglianti e penso
di riflesso la sfera di cristallo
di non so che veggente mai visitata,
col segno che decifra tutti i segni all’interno,
e fuori, specchiata dalla superficie convessa,
non so che fermentante putredine –
anime nel travaglio del non raggiunto spirito
o la biscia di miseria soltanto
intorno alle muraglie rosso vivo o rosso stinto dell’Islam.
Le guardo gli occhi, non proprio essi veramente,
quelle maglie di luce tra senso e non più senso vibranti, liquide.
L’ultravivo, il così chiaro che abbacina
le inondano di sole la mente,
le bruciano la fodera di sonno
d’una lunga
e strana cattività. D’un tratto
la vedo nel suo fulgore di agata,
lei o un’immagine ab antiquo
di lei memorizzata dal senso,
che scrolla le sue ceneri, si scaglia verso l’oriente,
controsole le nuvole ammontate,
controsole il cielo cristiano e arabo,
le brulica una luce sanguinosa sotto le palpebre,
e certo non occorre mi domandi verso la morte o l’origine.
Mentre parla delle torri dei Parsi
e le passa sugli occhi senza oscurarli
qualcosa come un volo d’avvoltoi
avvampa quasi colta sul fatto
per quel suo fiero contraccolpo di estasi
e aspetta la risposta dell’ironia
da me che invece non oppongo parola
e seguo svuotato di pensieri
non lei, quel nutrimento d’animali
solo in parte decifrato dal senso.
5
Le nazioni non meno dei singoli
disimparano l’amore della sostanza, dimenticano
quel giro stretto di vita e volontà
che ne molò i lineamenti, ne definì l’essenza.
Non c’è medicina, ma non si muore di questo.
Più ancora del passato il presente
affonda in una mezza memoria
visitata talora da qualche lampo.
Nessun’altra conseguenza. Nient’altro.
Unico punto vivo nella notte di Benares
la vampa, il vortice di faville e fumo
dalla muta
ed affollata rosticceria di salme dopo tutto umane
sfruconate da monatti fino alla cenere
sui gradini che scendono al fiume di salute e di narcosi.
L’India sotto il volo dei corvi
non so se vive o muore. Lì, nel cerchio
della divina danza di tamburo e fiamma,
di origine e distruzione, l’India
come altri, come altri non vive e non muore.
Gli individui usati, i popoli senza mordente
filano meditazione e stordimento,
rigirano pensieri disinnescati dalla sostanza,
divisi dal presente; pensieri non di morte comunque,
se mai la faticosa liberazione dei cinque elementi
non più grave dell’esistenza
che li empie e li svuota come l’acqua le conche.
Dopo l’alba dal sentore di nècrosi
la pianta che versa dall’alto le sue radici
e con esse cerca ancora la terra, il banyan,
protegge i mandriani di zebù,
i tessitori di sari al lavoro sotto i rami,
rari punti fermi nel brulicame
percorso da moti di vita o d’agonia
lunghi quanto si trascina il gorgo di fatica e d’inazione.
L’India guarda dagli occhi dei suoi animali,
molto dice di sé, molto tace.
Nella ruota trionfale di rinascita e estinzione,
tra sapienza e oscurità, l’India
come altri, come altri vive e muore.
«La pace. Non chiedo tanto» sorride
lei per cui non c’è gratitudine
pari al dono di sé che ha fatto.
Le basta, ahimè, una morta parentesi
di calma e non dolore –
e non che in essa la mente si riposi,
solo gira più lenta intorno al suo problema, e forse respira.
Né le spiace, credo, il mio rammarico
avaro di parole o muto del tutto
quanto a me che invece «non arrenderti.
Non per meno della gioia» con pienezza
di cuore vorrei poterle rispondere
e non posso e di questo impossibile indovina
con pena ma non senza malizia quanto mi adombro.
«Non crucciarti, non contrastare quel che è» mi dice
dai riflessi di seta che si riaccendono
in quel suo sguardo vacante,
giocandosi, vedo, di me come di rondine di mare
condannata alla ruota del corvo,
spezzando e intessendo con ironia e dolcezza il filo d’oro della
[concordanza
in quella oscurità che è luce anch’essa, o almeno lo è anche.
6
Oppure quando ti arrossa le palpebre
la specie bruta della storia ben diversa dalla sua immagine
– non già la sorda
commutazione di cose in lotta col possibile
e più con l’illusorio che pensi nella tua camera
dio sa come deducendo ma l’osceno parletico
di un tempo che slitta su se medesimo
con moti di rabbia, un’età
pazzamente schiodata dalla sua inerzia
che non morde la ganga ancora molliccia del suo presente
e brucia forza, diffonde una nube impura tempestata di lapilli
ciascuno dei quali ricade e ti trafigge ben sotto la pelle.
«Lo so, vorresti fuggirne»
ti spia un volto arguto
di sorella non carnale,
non momentaneo, perpetuo come la vita.
«Ma dove?» le ridono da sotto le bande dei capelli
le punte d’ossidiana di due pupille giovani
più adulte e meno di te, due fuochi
impercettibilmente strabici, due anime
del mondo in guerra tra loro, tra loro in armonia.
Dopo la pioggia, alla prima schiarita
gli alfieri, le dame, i figuranti,
la città sfavillante da tutte le sue squame
mentre lei senza memoria né canto
cancella il mio nome dai presenti,
dispone per il mio bagaglio
con cenni di ben conosciuta lontananza.
Né io la saluto più di tanto
o le cerco in viso il passato
di questo stesso momento, meno ancora
la folgore ab antiquo
del mutuo conoscimento, pago e parto.
Possono i professori d’ortodossia di Pilsen
e le comari-bene loro consorti
decidere qual era il giusto comportamento,
giudicare l’uomo, ucciderlo nel cuore degli altri,
placidi, senza timore di vendetta
o di altro nocumento, con i piedi
sulla maiolica della stufa del soggiorno
nei rigori del freddo venuto presto, venuto di agosto.
Possono tranquillamente farlo
mentre lui sbalzato di colpo
nel silenzio del dopo si tortura
e strofina la sua mente contro l’inciampo,
incredulo, ripassando le fila
del buon lavoro fatto
se per caso non è altro, la matassa di un equivoco...
incredulo, non sa bene se da sveglio
o sotto l’azione di un narcotico
tenuto in serbo dalla storia per ogni suo bisogno. Suo soltanto.
Non dico la certezza del principio,
umbratile, sì e no posseduta
ma durevole, durevole sempre –
non dico questo
ma quando una lunga età si smarrisce
nell’assenza di un fine visibile
e tu stesso – parte insicura
di lei – ti aggiri
stordito dalla sua frondosità superflua
frugando, rovistando,
decidendo il da farsi su strani oroscopi
e umiliato nella tua forza inespressa ancora ti logori.
«O non sei tu, invece,
che manchi di metterci amore
quasi uno, avverso,
te ne avesse ritirato la grazia?»
suona forte una voce non straniera
per quanto sciabordita dal mare grosso che le è dietro
e dentro – una voce alta di nocchiero,
diresti, entrata di soppiatto qui nella stanza.
E ti rimanda le turbe, come allora in Galilea, di Benares e di
[Sarnath,
oceano umano in via d’estinzione putrefatto dall’inedia o forse
[poltiglia
dove in giorni di caligine
si schiude il seme azzurro dell’anno.
7
«Inatteso,
ma solo in superficie inatteso
il nuovo giorno, il giorno di festa»
è questo che desidera dirmi
il passo martellato per primo
sull’incudine dell’alba –
più solare d’ogni altra, lascia credere,
più solare, assicura quella insistente squilla udita fluttuando
nell’acqua dal colore indeciso del mio risveglio ad Agra.
O a che altro mi chiama? –
sussulto trepidando
nel risucchio doloroso di quel lampo di letizia,
lo stesso inghiottito dall’oscuro e dall’oscuro riemergente, lo
[stesso sempre,
oppure un altro, mi chiedo,
mentre un po’ lo ravviso e un po’ lo perdo
da roccia a roccia d’un passato senza fine rimbalzando. E penso
l’uomo dall’incarnato di bambino
o il manichino terreo un po’ sventolato dai suoi cenci
che avviva il fuoco dell’incognita – fiammata
colore di spatolia,
direi nel dormiveglia – e che moltiplica
il già fin troppo brulicante della maia passando in fretta.
«Il dissimile, il diverso
in tutto da me – ne hai fatto esperienza»
piagnucola talvolta nel sonno
la parte bambina dell’anima, la parte cucciola
come offesa da un tradimento, e si oscura
sentendosi cercata
ancora «ma non per forza d’operante amore – si rammarica –
per custodirne insieme il ricordo, la fredda estasi».
– Non ti sono stato più infedele
dell’insetto liberato dalla crisalide –
vorrei poterle rispondere, e risponderle senza menzogna:
e sarebbe incantevole pensarla
che sbatte le palpebre
magari un po’ abbagliata dai miei lampi di lucciola
lì nel grembo d’oscurità che ci fascia.
«Non è così uniforme
il cammino della crescita»
le dico invece e lascio che lei fonda
in due bolle turchine luce e lacrime
«ben poco t’assomiglia la mola del mondo.»
Conoscenza imperfetta
anch’essa, non lo nego:
per specchio e in immagine,
dicevano un tempo
che invero non è tempo – segni
forse, spettri anche, pur sempre conoscenza.
Ancora combattimento? –
mi scrutavano in viso
sui passi di frontiera.
– Ancora combattimento, ancora combattimento.
Lei scesa dieci anni fa nel gorgo
che all’aspetto poco mutato dei figli
non coglie il vuoto d’anima,
non sa della tempesta
d’aridità venuta più tardi
e ancora con sfocata dolcezza ci sorride
e sospira dai fiori della sua lapide
credendoci i medesimi – ignara
che proprio di questo mi tormento
sotto gli occhi di lei che in effigie ci commisera
d’un dolore vero ma in altro tempo...
«Mondo ugualmente duro
della fissità e del mutamento
che non posseduto non ci possiedi
e neppure ci escludi dal tuo tormento – mondo infermo
nella nostra mente irritata che non riceve
se non le tue particole, i tuoi frammenti,
prima del grano di maturità che tarda a scoppiare,
prima che la luminescenza contrastata diventi un’alba
non chiuderti nella tua scorza proliferante e sterile,
non t’eclissare alla sofferenza degli uomini»
mi dico non trovando comunione coi morti
che in questa preghiera intonata per noi vivi
mentre un fiotto oscuro, una corsa ondosa d’animale
mi traversa il pensiero dei secoli istantaneo e interminabile.
2
All’altro capo del filo tacque a lungo l’angoscia.
Giungeva chiaro il suo mutismo, giungeva forte
nel rombo della città da quel ricevitore alzato.
Che fare – si chiedeva
sorpreso nella sua vuota prescienza
l’ancora adolescente vecchio boss
nel suo ufficio del sessantesimo piano, il più alto della piramide.
Troppo tardi per abbassare.
Inutile rifare il numero –
si affliggeva, l’orecchio incollato a quell’imbuto di silenzio,
a quella caverna scoperchiata del dolore del mondo.
E taceva a sua volta quando io entrai.
«C’è un futuro per l’uomo?» non mancano
di domandargli i reporters. E incalzano
più esperti galoppini del problema, sociologi, ideologi,
preti faccendieri insofferenti del verbo.
Pronto, indefinitamente futuribile lui sempre
pennella una qualche esauriente non risposta
non per loro, certo, per il microfono – solo
incolpevole, che io sappia, tra quei peccatori contro l’essenza.
Del resto rispondono in sua vece la sua giubba pretenziosa,
la sua moglie ciarliera,
la sua piccola gloria
messa assieme lesinando sopra tutto sull’anima.
Via, poi, volatilizzati d’un tratto –
e dietro essi il risucchio
dell’età sterile e inesplosa
che si torce su se medesima
e affretta il tempo della paralisi e del coma.
Vanno poco lontano, sono certo, ma vanno
nell’acqua sfatta, nebbiosa,
nel freddo d’una primavera nera
aperta su pochi ventagli smeraldini di là dal terminal.
Non segnali o avvisaglie di pericolo
dopo tutto familiari alla mente,
nemmeno dietro l’immagine solare
l’immancabile complemento dell’ombra,
ma il paesaggio a sorpresa dopo la curva
con gli argini mangiati da molte viottole,
le canne, le erbe, le barene,
la ressa di macchine ai ponti.
Qualcosa come un vento oscuro le sbrana
le vele di garza dei suoi pensieri
e avverte ammutolita di colpo,
invisibile, ma presente nell’aria
l’altra parte della città, bassa, sotto l’orizzonte.
Non mi guarda, non mi sorride.
Stringe i tempi, in attesa del turno
mentalmente raduna briciole cristiane
o altro per il guardiano del transito –
e io che la indovino, non trovo – ma c’è? – una frase che la storni.
Tutto questo vissuto un istante
e messo a fuoco per sempre.
3
Il ritorno di lei molto tuareg
nell’ora che la città non sua
le rimanda profondità glaciali –
a questo penso, e dietro a lei la sua scorta
che allunga col suo silenzio il viaggio
sul filo acceso tra cielo ed asfalto.
Proprio a questo, all’effimero,
al non registrato dallo scriba
in nessun libro del mondo,
nemmeno il suo, della regina di Beverly.
Eppure stato, stato indelebilmente.
La donna del ricordo sorride con semplicità e con grazia
nondimeno oppone uno schermo
di tempo e d’ironia.
Mi sorprendo fisso a pensarla
e non trovo un punto certo che le appartenga,
né il passato mi dà risposta,
solo trasmutazione che abbacina,
abbacina e polarizza la mente.
Lei l’avverte e affonda lo sguardo
tra i prodigi d’ikebana della sua casa di adesso.
Chi canta questo canto? Chi suona questo strumento?
Niente che non abbia già udito
ascoltato detto fino a arrossirne –
sorrido mentre vibra
in me, fuori di me, in ogni risonanza del possibile
questa nenia, ancora, di tapino
assai canzone d’acqua provata sulla vīna in qualche loggia mogul,
più ancora stordimento di guerriero
con la giungla carbonizzata attorno in una pausa di bazooka.
È vero. Solo ascoltala a fondo.
A fondo fino alla liberazione da essa.
La felicità al passato. Il dopo della congiunzione stellare –
Lei che avanza nel tempo e s’avvita nella sua solitudine
o forse in una rete, però tutta smagliata, d’incontri
legami nuovi, nuove dissolvenze
mentre durano intatti i segni della sua potenza – questo
ed altro di cui si balbetta: «è la vita» –
a questo penso, pensando a lei che fu regina del luogo
mentre osservo sotto il sole a perpendicolo
la cornice abbagliante e indecifrabile delle sue opere
e i colombi un poco sbattono con frenesia le ali
lungo tutte le muraglie dei palazzi, all’entrata dei ripari,
poi nessun altro moto tra pietra ed aria in quella scatola di fuoco.
4
Mutevole, durevole?
Sorride
lei per tutta risposta,
maestra in quello slalom,
oppure no, davvero
più in alto nella conoscenza.
Né io prolungo il dubbio e l’inchiesta,
le guardo gli occhi smaglianti e penso
di riflesso la sfera di cristallo
di non so che veggente mai visitata,
col segno che decifra tutti i segni all’interno,
e fuori, specchiata dalla superficie convessa,
non so che fermentante putredine –
anime nel travaglio del non raggiunto spirito
o la biscia di miseria soltanto
intorno alle muraglie rosso vivo o rosso stinto dell’Islam.
Le guardo gli occhi, non proprio essi veramente,
quelle maglie di luce tra senso e non più senso vibranti, liquide.
L’ultravivo, il così chiaro che abbacina
le inondano di sole la mente,
le bruciano la fodera di sonno
d’una lunga
e strana cattività. D’un tratto
la vedo nel suo fulgore di agata,
lei o un’immagine ab antiquo
di lei memorizzata dal senso,
che scrolla le sue ceneri, si scaglia verso l’oriente,
controsole le nuvole ammontate,
controsole il cielo cristiano e arabo,
le brulica una luce sanguinosa sotto le palpebre,
e certo non occorre mi domandi verso la morte o l’origine.
Mentre parla delle torri dei Parsi
e le passa sugli occhi senza oscurarli
qualcosa come un volo d’avvoltoi
avvampa quasi colta sul fatto
per quel suo fiero contraccolpo di estasi
e aspetta la risposta dell’ironia
da me che invece non oppongo parola
e seguo svuotato di pensieri
non lei, quel nutrimento d’animali
solo in parte decifrato dal senso.
5
Le nazioni non meno dei singoli
disimparano l’amore della sostanza, dimenticano
quel giro stretto di vita e volontà
che ne molò i lineamenti, ne definì l’essenza.
Non c’è medicina, ma non si muore di questo.
Più ancora del passato il presente
affonda in una mezza memoria
visitata talora da qualche lampo.
Nessun’altra conseguenza. Nient’altro.
Unico punto vivo nella notte di Benares
la vampa, il vortice di faville e fumo
dalla muta
ed affollata rosticceria di salme dopo tutto umane
sfruconate da monatti fino alla cenere
sui gradini che scendono al fiume di salute e di narcosi.
L’India sotto il volo dei corvi
non so se vive o muore. Lì, nel cerchio
della divina danza di tamburo e fiamma,
di origine e distruzione, l’India
come altri, come altri non vive e non muore.
Gli individui usati, i popoli senza mordente
filano meditazione e stordimento,
rigirano pensieri disinnescati dalla sostanza,
divisi dal presente; pensieri non di morte comunque,
se mai la faticosa liberazione dei cinque elementi
non più grave dell’esistenza
che li empie e li svuota come l’acqua le conche.
Dopo l’alba dal sentore di nècrosi
la pianta che versa dall’alto le sue radici
e con esse cerca ancora la terra, il banyan,
protegge i mandriani di zebù,
i tessitori di sari al lavoro sotto i rami,
rari punti fermi nel brulicame
percorso da moti di vita o d’agonia
lunghi quanto si trascina il gorgo di fatica e d’inazione.
L’India guarda dagli occhi dei suoi animali,
molto dice di sé, molto tace.
Nella ruota trionfale di rinascita e estinzione,
tra sapienza e oscurità, l’India
come altri, come altri vive e muore.
«La pace. Non chiedo tanto» sorride
lei per cui non c’è gratitudine
pari al dono di sé che ha fatto.
Le basta, ahimè, una morta parentesi
di calma e non dolore –
e non che in essa la mente si riposi,
solo gira più lenta intorno al suo problema, e forse respira.
Né le spiace, credo, il mio rammarico
avaro di parole o muto del tutto
quanto a me che invece «non arrenderti.
Non per meno della gioia» con pienezza
di cuore vorrei poterle rispondere
e non posso e di questo impossibile indovina
con pena ma non senza malizia quanto mi adombro.
«Non crucciarti, non contrastare quel che è» mi dice
dai riflessi di seta che si riaccendono
in quel suo sguardo vacante,
giocandosi, vedo, di me come di rondine di mare
condannata alla ruota del corvo,
spezzando e intessendo con ironia e dolcezza il filo d’oro della
[concordanza
in quella oscurità che è luce anch’essa, o almeno lo è anche.
6
Oppure quando ti arrossa le palpebre
la specie bruta della storia ben diversa dalla sua immagine
– non già la sorda
commutazione di cose in lotta col possibile
e più con l’illusorio che pensi nella tua camera
dio sa come deducendo ma l’osceno parletico
di un tempo che slitta su se medesimo
con moti di rabbia, un’età
pazzamente schiodata dalla sua inerzia
che non morde la ganga ancora molliccia del suo presente
e brucia forza, diffonde una nube impura tempestata di lapilli
ciascuno dei quali ricade e ti trafigge ben sotto la pelle.
«Lo so, vorresti fuggirne»
ti spia un volto arguto
di sorella non carnale,
non momentaneo, perpetuo come la vita.
«Ma dove?» le ridono da sotto le bande dei capelli
le punte d’ossidiana di due pupille giovani
più adulte e meno di te, due fuochi
impercettibilmente strabici, due anime
del mondo in guerra tra loro, tra loro in armonia.
Dopo la pioggia, alla prima schiarita
gli alfieri, le dame, i figuranti,
la città sfavillante da tutte le sue squame
mentre lei senza memoria né canto
cancella il mio nome dai presenti,
dispone per il mio bagaglio
con cenni di ben conosciuta lontananza.
Né io la saluto più di tanto
o le cerco in viso il passato
di questo stesso momento, meno ancora
la folgore ab antiquo
del mutuo conoscimento, pago e parto.
Possono i professori d’ortodossia di Pilsen
e le comari-bene loro consorti
decidere qual era il giusto comportamento,
giudicare l’uomo, ucciderlo nel cuore degli altri,
placidi, senza timore di vendetta
o di altro nocumento, con i piedi
sulla maiolica della stufa del soggiorno
nei rigori del freddo venuto presto, venuto di agosto.
Possono tranquillamente farlo
mentre lui sbalzato di colpo
nel silenzio del dopo si tortura
e strofina la sua mente contro l’inciampo,
incredulo, ripassando le fila
del buon lavoro fatto
se per caso non è altro, la matassa di un equivoco...
incredulo, non sa bene se da sveglio
o sotto l’azione di un narcotico
tenuto in serbo dalla storia per ogni suo bisogno. Suo soltanto.
Non dico la certezza del principio,
umbratile, sì e no posseduta
ma durevole, durevole sempre –
non dico questo
ma quando una lunga età si smarrisce
nell’assenza di un fine visibile
e tu stesso – parte insicura
di lei – ti aggiri
stordito dalla sua frondosità superflua
frugando, rovistando,
decidendo il da farsi su strani oroscopi
e umiliato nella tua forza inespressa ancora ti logori.
«O non sei tu, invece,
che manchi di metterci amore
quasi uno, avverso,
te ne avesse ritirato la grazia?»
suona forte una voce non straniera
per quanto sciabordita dal mare grosso che le è dietro
e dentro – una voce alta di nocchiero,
diresti, entrata di soppiatto qui nella stanza.
E ti rimanda le turbe, come allora in Galilea, di Benares e di
[Sarnath,
oceano umano in via d’estinzione putrefatto dall’inedia o forse
[poltiglia
dove in giorni di caligine
si schiude il seme azzurro dell’anno.
7
«Inatteso,
ma solo in superficie inatteso
il nuovo giorno, il giorno di festa»
è questo che desidera dirmi
il passo martellato per primo
sull’incudine dell’alba –
più solare d’ogni altra, lascia credere,
più solare, assicura quella insistente squilla udita fluttuando
nell’acqua dal colore indeciso del mio risveglio ad Agra.
O a che altro mi chiama? –
sussulto trepidando
nel risucchio doloroso di quel lampo di letizia,
lo stesso inghiottito dall’oscuro e dall’oscuro riemergente, lo
[stesso sempre,
oppure un altro, mi chiedo,
mentre un po’ lo ravviso e un po’ lo perdo
da roccia a roccia d’un passato senza fine rimbalzando. E penso
l’uomo dall’incarnato di bambino
o il manichino terreo un po’ sventolato dai suoi cenci
che avviva il fuoco dell’incognita – fiammata
colore di spatolia,
direi nel dormiveglia – e che moltiplica
il già fin troppo brulicante della maia passando in fretta.
«Il dissimile, il diverso
in tutto da me – ne hai fatto esperienza»
piagnucola talvolta nel sonno
la parte bambina dell’anima, la parte cucciola
come offesa da un tradimento, e si oscura
sentendosi cercata
ancora «ma non per forza d’operante amore – si rammarica –
per custodirne insieme il ricordo, la fredda estasi».
– Non ti sono stato più infedele
dell’insetto liberato dalla crisalide –
vorrei poterle rispondere, e risponderle senza menzogna:
e sarebbe incantevole pensarla
che sbatte le palpebre
magari un po’ abbagliata dai miei lampi di lucciola
lì nel grembo d’oscurità che ci fascia.
«Non è così uniforme
il cammino della crescita»
le dico invece e lascio che lei fonda
in due bolle turchine luce e lacrime
«ben poco t’assomiglia la mola del mondo.»
Conoscenza imperfetta
anch’essa, non lo nego:
per specchio e in immagine,
dicevano un tempo
che invero non è tempo – segni
forse, spettri anche, pur sempre conoscenza.
Ancora combattimento? –
mi scrutavano in viso
sui passi di frontiera.
– Ancora combattimento, ancora combattimento.
Mario Luzi
In Lucania, in quella cappadocia
In Lucania,
in quella cappadocia di dolori,
in quei monti calvari -
di freddo e di vigilia
mi ferì
sole improvviso
quel sole, mi colpì duro col taglio
della sua obliquità,
m’incise
a fondo i pensieri,
che avevo di penuria,
di carie e di ascetica erosione
ad opera dell’aria,
me li fece sanguinare
e splendere
sotto la conversione
di tutta la materia
in cos’altro da sé —
in cos’altro? chiedevo
e mandavano barbagli
candidi
per troppa tenerezza di velluto
quegli occhi delle loro adolescenti,
loro? Figlie di quali re?
in quella cappadocia di dolori,
in quei monti calvari -
di freddo e di vigilia
mi ferì
sole improvviso
quel sole, mi colpì duro col taglio
della sua obliquità,
m’incise
a fondo i pensieri,
che avevo di penuria,
di carie e di ascetica erosione
ad opera dell’aria,
me li fece sanguinare
e splendere
sotto la conversione
di tutta la materia
in cos’altro da sé —
in cos’altro? chiedevo
e mandavano barbagli
candidi
per troppa tenerezza di velluto
quegli occhi delle loro adolescenti,
loro? Figlie di quali re?