Poesie di questo tema
Altri
Michele Sovente
In flatu
In flatu, nunc est
Nel fiato, è ora nell’ingranaggio,
in machina, nunc
ora è piccola l’ombra
umbra est parvula
nell’unghia del fiato. “Perché
in ungula flatus. “Cur
nei millenni per l’aria si espande
per saecula vox per aethera
la voce dei volatili?”’. Dal mio, è
volucrum patet?”. De meo,
dal mio corpo soltanto, come
solum de corpore meo, sicut
dalla terra la ruggine, che
de humo robigo, nascitur
rotola vortica
frangitur flatus
il fiato si spappola
Nel fiato, è ora nell’ingranaggio,
in machina, nunc
ora è piccola l’ombra
umbra est parvula
nell’unghia del fiato. “Perché
in ungula flatus. “Cur
nei millenni per l’aria si espande
per saecula vox per aethera
la voce dei volatili?”’. Dal mio, è
volucrum patet?”. De meo,
dal mio corpo soltanto, come
solum de corpore meo, sicut
dalla terra la ruggine, che
de humo robigo, nascitur
rotola vortica
frangitur flatus
il fiato si spappola
Nanni Balestrini
Descrizione superficiale della signorina Richmond
appollaiata su un ramo apre
rapidamente le ali producendo al tempo
stesso un fruscio che si può
udire a un centinaio di metri
color arancione fiamma dalle lunghe
gambe color verde oliva saltella tra i rami
scende a terra alla ricerca del cibo
il piumaggio dorato e arancione intenso
poi torna su in alto dove ancora
il sole riesce a traforare i fitti rami
la luce batte sulle seriche
piume dei suoi fianchi
quando è tranquilla emette suoni
flautati e dolci ma quando
è irritata la sua voce
si fa stridula e roca
di colore grigio azzurro si muove
tra i rami con agilità trascinandosi
dietro la coda lunga e sottile
assai abile si libra nell’aria
vispa e sempre pronta a esibirsi
in gorgheggi ha l’abitudine di salire
a grande altezza per poi tuffarsi
verso il basso tra i rami
le sue piume bianche sono immacolate
quelle nere sono cosparse di sfumature
iridescenti verdi blu e purpuree
in armonia col colore del dorso
la si vede poi pavoneggiarsi agitando
la sua lunga e bella coda della quale
è tanto fiera e orgogliosa
che la cura continuamente
color del mare incupito dalla tempesta
con la sgargiante coda rosa
può vivere dovunque sboccino dei fiori
si mantiene immobile in aria
dal petto rosso si libra in aria
si nutre di nettare mettendo
in mostra lo splendido piumaggio
si prepara al lungo volo
sfreccia rapida da fiore a fiore
gioiello vivente sfreccia s’impenna
s’avvita scende in picchiata
scintillante di colore ametista
contrasta con il candore immacolato
del petto passa quasi tutto il tempo
saltellando di ramo in ramo
o svolazzando attraverso gli alberi
macchia di colore verde blu e oro
raramente scende a terra e se ne sta
quasi sempre tra i rami più alti riempie
l’aria di note acutissime e vibranti
la sua voce melodiosa e le sue piume
smaglianti un piccolo gioiello alato
di colore blu viola quando vola tra i fiori
e quando succhia il nettare
si libra senza posarsi e succhia
il nettare mantenendosi in volo
splendida e sgargiante dotata di piume
di colori brillanti
dal vellutato piumaggio nero e giallo
brillante la coda si prolunga in due
lunghissime penne sottili e ricurve
che incorniciano il corpo in eleganti spire azzurre
troppo bella e elegante dal serico
piumaggio nero violetto il corpo
color rubino si adorna di due lunghissime
penne sottili come fili metallici
e terminanti con dischi che quando
si posa sul suo albero preferito
penzolano al sole con riflessi smeraldini
fanno luccicare le sue penne iridescenti
sfoggiando le sue penne vistose suole penzolare
col capo all’ingiù dondolandosi
con i fini merletti delle sue lunghe penne
caudali che ondeggiano alla brezza
sfoggia una corona nera splendente formata
da 120 penne lunghe ognuna
da 9 a 18 centimetri le lunghe penne
bianche le partono dalle spalle
le bacche e i frutti più dolci
sono i cibi che preferisce
pratica e crudele
suole impalare le sue vittime
sta quasi sempre nascosta e vola raramente
data la sua natura timida e solitaria
spicca per la bellezza dei colori delle sue piume
il suo petto candido e immacolato
attraversato da una striscia color smeraldo
splendente con ciuffi di piccole piume
verde metallico che si aprono
come un ventaglio brillante
rapidamente le ali producendo al tempo
stesso un fruscio che si può
udire a un centinaio di metri
color arancione fiamma dalle lunghe
gambe color verde oliva saltella tra i rami
scende a terra alla ricerca del cibo
il piumaggio dorato e arancione intenso
poi torna su in alto dove ancora
il sole riesce a traforare i fitti rami
la luce batte sulle seriche
piume dei suoi fianchi
quando è tranquilla emette suoni
flautati e dolci ma quando
è irritata la sua voce
si fa stridula e roca
di colore grigio azzurro si muove
tra i rami con agilità trascinandosi
dietro la coda lunga e sottile
assai abile si libra nell’aria
vispa e sempre pronta a esibirsi
in gorgheggi ha l’abitudine di salire
a grande altezza per poi tuffarsi
verso il basso tra i rami
le sue piume bianche sono immacolate
quelle nere sono cosparse di sfumature
iridescenti verdi blu e purpuree
in armonia col colore del dorso
la si vede poi pavoneggiarsi agitando
la sua lunga e bella coda della quale
è tanto fiera e orgogliosa
che la cura continuamente
color del mare incupito dalla tempesta
con la sgargiante coda rosa
può vivere dovunque sboccino dei fiori
si mantiene immobile in aria
dal petto rosso si libra in aria
si nutre di nettare mettendo
in mostra lo splendido piumaggio
si prepara al lungo volo
sfreccia rapida da fiore a fiore
gioiello vivente sfreccia s’impenna
s’avvita scende in picchiata
scintillante di colore ametista
contrasta con il candore immacolato
del petto passa quasi tutto il tempo
saltellando di ramo in ramo
o svolazzando attraverso gli alberi
macchia di colore verde blu e oro
raramente scende a terra e se ne sta
quasi sempre tra i rami più alti riempie
l’aria di note acutissime e vibranti
la sua voce melodiosa e le sue piume
smaglianti un piccolo gioiello alato
di colore blu viola quando vola tra i fiori
e quando succhia il nettare
si libra senza posarsi e succhia
il nettare mantenendosi in volo
splendida e sgargiante dotata di piume
di colori brillanti
dal vellutato piumaggio nero e giallo
brillante la coda si prolunga in due
lunghissime penne sottili e ricurve
che incorniciano il corpo in eleganti spire azzurre
troppo bella e elegante dal serico
piumaggio nero violetto il corpo
color rubino si adorna di due lunghissime
penne sottili come fili metallici
e terminanti con dischi che quando
si posa sul suo albero preferito
penzolano al sole con riflessi smeraldini
fanno luccicare le sue penne iridescenti
sfoggiando le sue penne vistose suole penzolare
col capo all’ingiù dondolandosi
con i fini merletti delle sue lunghe penne
caudali che ondeggiano alla brezza
sfoggia una corona nera splendente formata
da 120 penne lunghe ognuna
da 9 a 18 centimetri le lunghe penne
bianche le partono dalle spalle
le bacche e i frutti più dolci
sono i cibi che preferisce
pratica e crudele
suole impalare le sue vittime
sta quasi sempre nascosta e vola raramente
data la sua natura timida e solitaria
spicca per la bellezza dei colori delle sue piume
il suo petto candido e immacolato
attraversato da una striscia color smeraldo
splendente con ciuffi di piccole piume
verde metallico che si aprono
come un ventaglio brillante
Niccolò Franco
Nell’opra, ch’ora io tesso
Nell’opra, ch’ora io tesso chiaro onore
del Dio degli orti, forza è d’invocare
come i bravi poeti soglion fare,
da voi Muse canore estro, e favore.
Piacciavi dunque o Dive, per amore,
la debil penna mia farmi rizzare,
e darmi, onde il parlar si possa ornare,
le vostre lingue in bocca per quattr’ore.
Da voi si guidi la barchetta mia,
che sotto l’ombra delle vostre gonne
pervenga al fin della profonda via.
Siatemi innanzi voi forti colonne
da sostenermi, e ben vi disdiria
non sostenendo un cazzo, come donne.
del Dio degli orti, forza è d’invocare
come i bravi poeti soglion fare,
da voi Muse canore estro, e favore.
Piacciavi dunque o Dive, per amore,
la debil penna mia farmi rizzare,
e darmi, onde il parlar si possa ornare,
le vostre lingue in bocca per quattr’ore.
Da voi si guidi la barchetta mia,
che sotto l’ombra delle vostre gonne
pervenga al fin della profonda via.
Siatemi innanzi voi forti colonne
da sostenermi, e ben vi disdiria
non sostenendo un cazzo, come donne.
Niccolò Tommaseo
La mia lampada
La piccola mia lampa
non, come sol, risplende,
né. com’incendio, fuma;
non stride e non consuma,
ma con la cima tende
al ciel che me la diè.
Starà su me sepolto
viva; né pioggia o vento,
né in lei le età potranno;
e quei che passeranno
erranti a lume spento
lo accenderan da me.
Le altezze.
RI
i mondi,
altre ampiezze ammirar di firmamenti:
sovra quelle altri cieli ancor più fondi,
dalle cui cime, in ruota immensa ardenti,
veggonsi i soli giù, come nascosa
lucciola in siepe bruna, o ape in rosa.
non, come sol, risplende,
né. com’incendio, fuma;
non stride e non consuma,
ma con la cima tende
al ciel che me la diè.
Starà su me sepolto
viva; né pioggia o vento,
né in lei le età potranno;
e quei che passeranno
erranti a lume spento
lo accenderan da me.
Le altezze.
RI
i mondi,
altre ampiezze ammirar di firmamenti:
sovra quelle altri cieli ancor più fondi,
dalle cui cime, in ruota immensa ardenti,
veggonsi i soli giù, come nascosa
lucciola in siepe bruna, o ape in rosa.
Olindo Guerrini
Nel Settecento
Mormora l’arpa toccata in sordina
lento un motivo che par minuetto.
Lenta la dama danzante s’inchina,
tutta eleganza, sussiego e belletto.
Di nèi segnata, la pelle argentina
manda un profumo sottil di zibetto:
sotto una nebbia di candida trina
ansano i bianchi segreti del petto.
Danza e sul molle tappeto trascina
la ricca veste ed il piè piccioletto
col portamento d’altera regina.
Tutti scoraggia col rigido aspetto,
con l’occhio pieno di calma divina,
e lo staffiere l’attende nel letto.
lento un motivo che par minuetto.
Lenta la dama danzante s’inchina,
tutta eleganza, sussiego e belletto.
Di nèi segnata, la pelle argentina
manda un profumo sottil di zibetto:
sotto una nebbia di candida trina
ansano i bianchi segreti del petto.
Danza e sul molle tappeto trascina
la ricca veste ed il piè piccioletto
col portamento d’altera regina.
Tutti scoraggia col rigido aspetto,
con l’occhio pieno di calma divina,
e lo staffiere l’attende nel letto.
Paolo Buzzi
Ottava sinfonia: la poesia mallarme
Poi fummo
in quadrati di nuvole. Finestre. Varcammo
turchini boschi d’etere, mari d’onde di bragia. Fiori.
Fiori divorammo con bocche profonde fino ai cuori.
Fiori: fiocchi,
fiocchi di cirri: fiori: e penetrammo
in coppe nere di campane canore: ed esplodemmo
alle ruote di rombo in centro agli astri.
Poi fummo
gli esatti, lucidi nel giallo, bulinati a punzone
nel fuoco: fummo i luigi della zecca stellare. Il verso
parve, pei secoli, la scrittura del disco monetario.
Finestre, Fiori, Campane, Grandini
di pietre preziose su tombe di poeti. Organetti
squillanti a giro di ruota d’empireo. Piedi
nudi di principesse e di sante su corollarî di ninfee.
Parole uguali, labirinzie, strane, diverse, oscure. Turbini
Ardore. Musica. Effluvio. Sistema.
Castità, Voluttà. Ragnatele di brividi d’oro capillare
tese dalle pagine di sangue al soffitto d’azzurro sprofondato.
E capitomboli in precipizî di sogni per l’eternità.
in quadrati di nuvole. Finestre. Varcammo
turchini boschi d’etere, mari d’onde di bragia. Fiori.
Fiori divorammo con bocche profonde fino ai cuori.
Fiori: fiocchi,
fiocchi di cirri: fiori: e penetrammo
in coppe nere di campane canore: ed esplodemmo
alle ruote di rombo in centro agli astri.
Poi fummo
gli esatti, lucidi nel giallo, bulinati a punzone
nel fuoco: fummo i luigi della zecca stellare. Il verso
parve, pei secoli, la scrittura del disco monetario.
Finestre, Fiori, Campane, Grandini
di pietre preziose su tombe di poeti. Organetti
squillanti a giro di ruota d’empireo. Piedi
nudi di principesse e di sante su corollarî di ninfee.
Parole uguali, labirinzie, strane, diverse, oscure. Turbini
Ardore. Musica. Effluvio. Sistema.
Castità, Voluttà. Ragnatele di brividi d’oro capillare
tese dalle pagine di sangue al soffitto d’azzurro sprofondato.
E capitomboli in precipizî di sogni per l’eternità.
Paolo Buzzi
Strawinsky
La nebulosa scoppia,
esce il semibarbaro
vestito a colori di Pasqua
e canta e danza mistico
e nel ballo rapina
alni, betulle, larici:
tutto è fiera e mercato e carrosello
e l’organino s’impasta con l’intonarumori
e piove wodka pura
e s’accendono, alle faville di pipa,
i fuochi d’artifizio
e l’orchestra arde a’ suoi legni:
tutto è girandola d’archi
e le trombe zampillano razzi
alle costellazioni i
e i tamburi petardano
eitam-tam
guancian gli astri in tremendi colpi d’oro.
Tutto ruota a vertigine:
l’idiozia mugika
vomita cacofonie divine,
la notte immalinconisce di lumi
lenti come catene viventi nella steppa.
Pace; è Notturno, o Terra Nera!
Ma la musica romba del cratere rosso
che non si spegnerà.
esce il semibarbaro
vestito a colori di Pasqua
e canta e danza mistico
e nel ballo rapina
alni, betulle, larici:
tutto è fiera e mercato e carrosello
e l’organino s’impasta con l’intonarumori
e piove wodka pura
e s’accendono, alle faville di pipa,
i fuochi d’artifizio
e l’orchestra arde a’ suoi legni:
tutto è girandola d’archi
e le trombe zampillano razzi
alle costellazioni i
e i tamburi petardano
eitam-tam
guancian gli astri in tremendi colpi d’oro.
Tutto ruota a vertigine:
l’idiozia mugika
vomita cacofonie divine,
la notte immalinconisce di lumi
lenti come catene viventi nella steppa.
Pace; è Notturno, o Terra Nera!
Ma la musica romba del cratere rosso
che non si spegnerà.
Paolo Ruffilli
La parola, per me
veniva da distante.
Un apriori, quasi,
l’avvertivo. Un eccitante.
In un processo in
qualche modo inverso.
Nel darle per riscontro
una realtà che invece,
più toccata e presa, più
sfuggiva inconsistente
ai cinque sensi.
Con l’effetto di essere
lanciata contro un corpo
pronunciato e, nel
suo dirlo, di colpo
riafferrato.
Un apriori, quasi,
l’avvertivo. Un eccitante.
In un processo in
qualche modo inverso.
Nel darle per riscontro
una realtà che invece,
più toccata e presa, più
sfuggiva inconsistente
ai cinque sensi.
Con l’effetto di essere
lanciata contro un corpo
pronunciato e, nel
suo dirlo, di colpo
riafferrato.
Pieraccio Tedaldi
Quando l’uom chiede un don ch’è bisognoso
Quando l’uom chiede un don ch’è bisognoso,
e ’l don che chiede gli sia indugiato,
colui che dona non ha tanto in grato,
per che lo ’ndugio non è dilettoso.
Il don, ch’è fatto brieve, è grazioso,
e quel ch’è chiesto è mezzo comperato;
colui che dona, ed a chi è donato,
se ’l dono è fuor di tempo, è disdegnoso.
Così divien d’amor e d’ogni cosa,
però che ’l tempo è una cosa cara,
e nel tempo ogni cosa si riposa;
e lo ’ndugiar sì vien da gente avara,
e l’aspettar sì è vita noiosa
”
più che d’un vecchio quando gioca a zara,
e ’l don che chiede gli sia indugiato,
colui che dona non ha tanto in grato,
per che lo ’ndugio non è dilettoso.
Il don, ch’è fatto brieve, è grazioso,
e quel ch’è chiesto è mezzo comperato;
colui che dona, ed a chi è donato,
se ’l dono è fuor di tempo, è disdegnoso.
Così divien d’amor e d’ogni cosa,
però che ’l tempo è una cosa cara,
e nel tempo ogni cosa si riposa;
e lo ’ndugiar sì vien da gente avara,
e l’aspettar sì è vita noiosa
”
più che d’un vecchio quando gioca a zara,
Re Enzo
Tempo vene che sale a chi discende
Tempo vene che sale a chi discende,
e tempo è da parlare e da tacire,
e tempo da ascoltare a chi imprende,
tempo da molte cose provedire;
e tempo è da vengiare a chi offende,
e tempo da minaze non temire,
e tempo è da ubidir a chi riprende,
tempo è da infingere di no vedire.
Però lo tegno saggio e canoscente
quello che fa suoi fatti con ragione,
e co lo tempo si sa comportare,
e mettesi in piacere de la gente,
che non si trovi nessuna cagione
che lo suo fatto possa biasimare.
e tempo è da parlare e da tacire,
e tempo da ascoltare a chi imprende,
tempo da molte cose provedire;
e tempo è da vengiare a chi offende,
e tempo da minaze non temire,
e tempo è da ubidir a chi riprende,
tempo è da infingere di no vedire.
Però lo tegno saggio e canoscente
quello che fa suoi fatti con ragione,
e co lo tempo si sa comportare,
e mettesi in piacere de la gente,
che non si trovi nessuna cagione
che lo suo fatto possa biasimare.
Salvatore Quasimodo
Delfica
Nell’aria dei cedri lunari,
al segno d’oro udimmo il Leone.
Presagio fu l’ululo terreno.
Svelata è la vena di corolla
sulla tempia che declina al sonno
e la tua voce orficaî e marina.
Come il sale dall’acque
io esco dal mio cuore.
Dilegua l’età dell’alloro
e l’inquieto ardore
e la sua pietà senza giustizia.
Perisce esigua
l’invenzione dei sogni
alla tua spalla nuda
che di miele odora.
In te salgo, o delfica,
non più umano. Segreta
la notte delle piogge di calde lune
ti dorme negli occhi:
a questa quiete di cieli in rovina
accade l’infanzia inesistente.
Nei moti delle solitudini stellate,
al rompere dei grani,
alla volontà delle foglie,
sarai urlo della mia sostanza.
From GIORNO DOPO GIORNO
al segno d’oro udimmo il Leone.
Presagio fu l’ululo terreno.
Svelata è la vena di corolla
sulla tempia che declina al sonno
e la tua voce orficaî e marina.
Come il sale dall’acque
io esco dal mio cuore.
Dilegua l’età dell’alloro
e l’inquieto ardore
e la sua pietà senza giustizia.
Perisce esigua
l’invenzione dei sogni
alla tua spalla nuda
che di miele odora.
In te salgo, o delfica,
non più umano. Segreta
la notte delle piogge di calde lune
ti dorme negli occhi:
a questa quiete di cieli in rovina
accade l’infanzia inesistente.
Nei moti delle solitudini stellate,
al rompere dei grani,
alla volontà delle foglie,
sarai urlo della mia sostanza.
From GIORNO DOPO GIORNO
Tommaso Campanella
Da al rame lingua, perc’ha divina alma
Da al rame lingua, perc’ha divina alma.
La scimia e l’orso han palma, — e non sì industre,
che ’1 fuoco illustre — maneggiasse; ei solo
si alzò a tal volo.
Si alzò a tal volo, e dal pianeta il tolse;
con questo i monti sciolse, — ammazza il ferro,
la Prima Cagion alta; — quella osserva,
perché’a te serva — ogni altra fattura,
seco ti unisca gentil fede pura,
e il tuo canto del lor vada in più altura.
La scimia e l’orso han palma, — e non sì industre,
che ’1 fuoco illustre — maneggiasse; ei solo
si alzò a tal volo.
Si alzò a tal volo, e dal pianeta il tolse;
con questo i monti sciolse, — ammazza il ferro,
la Prima Cagion alta; — quella osserva,
perché’a te serva — ogni altra fattura,
seco ti unisca gentil fede pura,
e il tuo canto del lor vada in più altura.
Tommaso Crudeli
La notatrice
Io me ne stava in fondo
d’una cava spelonca al mare in riva,
e dell’ondoso mondo
al popol notatore
con amo adescatore
la dolce vita insidiando giva,
e già traeva fuore
dall’umido elemento
colla squamma d’argento
un pesce palpitante:
quand’ecco a me davante
vergine comparire
di grazia e di beltà fresca e ridente,
che sì mi prese a dire.
Tu pescatore, intanto
che io mi bagno in quell’onda,
serbami sulla sponda
questo serico manto.
Sì disse; e lieta colle man di rose
in bel nodo compose
l’inanellato crine,
che nero nel confine
di quel volto nevoso
con risalto grazioso
spargea luce e vivezza
sull’opposta bianchezza.
Poi si sciolse la vesta, che ristretto
tien l’avorio gentil dell’alto petto:
tolse al collo il monile:
poi sull’algoso masso
lasciò cadere abbasso
la veste più sottile.
Qual nella selva Idea
all’antica tenzone
apparve Citerea
con Pallade e Giunone;
tale a questi occhi miei
si fe’ veder costei,
che si gettò repente
entro del sen marino,
dove velocemente
colle candide braccia
ella spumoso si facea cammino.
Or in mar nascondea
fresche rose del volto,
or veder mi facea
vivace avorio in molle spuma avvolto.
Alto battea talora
Coll’una e l’altra mano
sopra il ceruleo piano;
e l’onda ne gemea bianca e sonora.
Notava ella ridente
con occhio nero, e verso il ciel sereno
volgea soavemente
i candori del seno.
Se mai l’onda marina
il volto le copriva,
ella subito apriva
la bocca porporina;
e ’l mar scendea contento
nella conca amorosa:
ma per breve momento
egli colà si posa;
perché la bella Notatrice in alto
il fa volar colle gonfiate gote
fuor delle rose, onde fiorisce il labro;
e ’l flutto innamorato
ricade in stille più minute e chiare,
e ritorna a bagnare
i fiori di quel volto delicato.
Poiché stanco e leggiero,
dall’umido sentiero
il piè rimosse al fine;
e le tenere brine,
le rose, le viole, e l’infinito
suo tesor di bellezza
nudo apparve sul lito,
pien d’alta maraviglia,
io dicea nel mio core:
certo costei somiglia
l’alma madre d’Amore,
quando dall’onde uscita
con le candide dita
spremea l’umide chiome.
Oh! come presto, oh come
verso la bella io corsi,
e pure, e pur le porsi
la custodita veste,
che quel candor celeste,
spettacolo d’amor, tosto coprìo:
poi le dissi, idol mio,
vedi, che noi siam soli in questo scoglio,
e che il Sol sotto l’onde
del mare omai s’asconde:
oi, bella Ninfa, io voglio…
Non mi lasciò seguir, che ella sdegnati
occhi girommi altera,
occhi nell’ira ancor soavi e grati;
poi mi ruppe la canna pescatrice,
e ’l pesce moribondo
gettò nel mar profondo,
me lasciando infelice,
e piangente nel cuor la doppia offesa
d’aver perduto il pesce, e Lei non presa.
d’una cava spelonca al mare in riva,
e dell’ondoso mondo
al popol notatore
con amo adescatore
la dolce vita insidiando giva,
e già traeva fuore
dall’umido elemento
colla squamma d’argento
un pesce palpitante:
quand’ecco a me davante
vergine comparire
di grazia e di beltà fresca e ridente,
che sì mi prese a dire.
Tu pescatore, intanto
che io mi bagno in quell’onda,
serbami sulla sponda
questo serico manto.
Sì disse; e lieta colle man di rose
in bel nodo compose
l’inanellato crine,
che nero nel confine
di quel volto nevoso
con risalto grazioso
spargea luce e vivezza
sull’opposta bianchezza.
Poi si sciolse la vesta, che ristretto
tien l’avorio gentil dell’alto petto:
tolse al collo il monile:
poi sull’algoso masso
lasciò cadere abbasso
la veste più sottile.
Qual nella selva Idea
all’antica tenzone
apparve Citerea
con Pallade e Giunone;
tale a questi occhi miei
si fe’ veder costei,
che si gettò repente
entro del sen marino,
dove velocemente
colle candide braccia
ella spumoso si facea cammino.
Or in mar nascondea
fresche rose del volto,
or veder mi facea
vivace avorio in molle spuma avvolto.
Alto battea talora
Coll’una e l’altra mano
sopra il ceruleo piano;
e l’onda ne gemea bianca e sonora.
Notava ella ridente
con occhio nero, e verso il ciel sereno
volgea soavemente
i candori del seno.
Se mai l’onda marina
il volto le copriva,
ella subito apriva
la bocca porporina;
e ’l mar scendea contento
nella conca amorosa:
ma per breve momento
egli colà si posa;
perché la bella Notatrice in alto
il fa volar colle gonfiate gote
fuor delle rose, onde fiorisce il labro;
e ’l flutto innamorato
ricade in stille più minute e chiare,
e ritorna a bagnare
i fiori di quel volto delicato.
Poiché stanco e leggiero,
dall’umido sentiero
il piè rimosse al fine;
e le tenere brine,
le rose, le viole, e l’infinito
suo tesor di bellezza
nudo apparve sul lito,
pien d’alta maraviglia,
io dicea nel mio core:
certo costei somiglia
l’alma madre d’Amore,
quando dall’onde uscita
con le candide dita
spremea l’umide chiome.
Oh! come presto, oh come
verso la bella io corsi,
e pure, e pur le porsi
la custodita veste,
che quel candor celeste,
spettacolo d’amor, tosto coprìo:
poi le dissi, idol mio,
vedi, che noi siam soli in questo scoglio,
e che il Sol sotto l’onde
del mare omai s’asconde:
oi, bella Ninfa, io voglio…
Non mi lasciò seguir, che ella sdegnati
occhi girommi altera,
occhi nell’ira ancor soavi e grati;
poi mi ruppe la canna pescatrice,
e ’l pesce moribondo
gettò nel mar profondo,
me lasciando infelice,
e piangente nel cuor la doppia offesa
d’aver perduto il pesce, e Lei non presa.
Torquato Tasso
Il principio della gerusalemme liberata
Canto l’armi pietose e "I Capitano
che ’l gran sepolcro liberò di Cristo:
molto egli oprò col senno e con la mano;
molto soffrì nel glorioso acquisto:
e invan l’inferno a lui s’oppose e invano
s’armò d’Asia e di Libia il popol misto;
chè il ciel gli diè favore, e sotto i santi
segni ridusse i suoi compagni erranti.
I”
O Musa, tu che di caduchi allori
non circondi la fronte in Elicona,
ima su nel cielo infra i beati cori
hai di stelle immortali aurea corona,
tu spira al petto mio celesti ardori,
tu rischiara il mio canto e tu perdona
se intesso fregi al ver, se adorno in parte
d’altri diletti che de’ tuoi le carte.
pesi
Sai che là corre il mondo ove più versi
di sue dolcezze il lusinghier Parnaso;
e che il vero condito in molli versi,
i più schivi allettando ha persuaso:
così all’egro fanciul porgiamo asperso
di soave licor gli orli del vaso:
succhi amari ingannato intanto ei beve,
e dall’inganno suo vita riceve.
che ’l gran sepolcro liberò di Cristo:
molto egli oprò col senno e con la mano;
molto soffrì nel glorioso acquisto:
e invan l’inferno a lui s’oppose e invano
s’armò d’Asia e di Libia il popol misto;
chè il ciel gli diè favore, e sotto i santi
segni ridusse i suoi compagni erranti.
I”
O Musa, tu che di caduchi allori
non circondi la fronte in Elicona,
ima su nel cielo infra i beati cori
hai di stelle immortali aurea corona,
tu spira al petto mio celesti ardori,
tu rischiara il mio canto e tu perdona
se intesso fregi al ver, se adorno in parte
d’altri diletti che de’ tuoi le carte.
pesi
Sai che là corre il mondo ove più versi
di sue dolcezze il lusinghier Parnaso;
e che il vero condito in molli versi,
i più schivi allettando ha persuaso:
così all’egro fanciul porgiamo asperso
di soave licor gli orli del vaso:
succhi amari ingannato intanto ei beve,
e dall’inganno suo vita riceve.
Torquato Tasso
Negli anni acerbi tuoi purpurea rosa
Negli anni acerbi tuoi purpurea rosa
Sembravi tu, ch’ai rai tepidi a l’ôra
Non apre ’l sen, ma nel suo verde ancora
Verginella s’asconde e vergognosa;
O più tosto parei, chè mortal cosa
Non s’assomiglia a te, celeste aurora,
Che le campagne imperla e i monti indora,
Lucida in ciel sereno e rugiadosa.
Or la men verde età nulla a te toglie;
Nè te, benchè negletta, in manto adorno
Giovinetta beltà vince o pareggia.
Così più vago è ’l fior poi che le foglie
Spiega odorate, e ’l sol nel mezzo giorno
Via più che nel mattin luce e fiammeggia.
Sembravi tu, ch’ai rai tepidi a l’ôra
Non apre ’l sen, ma nel suo verde ancora
Verginella s’asconde e vergognosa;
O più tosto parei, chè mortal cosa
Non s’assomiglia a te, celeste aurora,
Che le campagne imperla e i monti indora,
Lucida in ciel sereno e rugiadosa.
Or la men verde età nulla a te toglie;
Nè te, benchè negletta, in manto adorno
Giovinetta beltà vince o pareggia.
Così più vago è ’l fior poi che le foglie
Spiega odorate, e ’l sol nel mezzo giorno
Via più che nel mattin luce e fiammeggia.
Ugo Foscolo
Le Grazie, inno primo (Venere)
Salve, Zacinto! All'antenoree prode,
de' santi Lari Idei ultimo albergo
e de' miei padri, darò i carmi e l'ossa,
e a te il pensier: chè piamente a queste
Dee non favella chi la patria obblìa.
Sacra città è Zacinto. Eran suoi templi,
era ne' colli suoi l'ombra de' boschi
sacri al tripudio di Dïana e al coro;
pria che Nettuno al reo Laomedonte
munisse Ilio di torri inclite in guerra.
Bella è Zacinto. A lei versan tesori
l'angliche navi; a lei dall'alto manda
i più vitali rai l'eterno sole;
candide nubi a lei Giove concede,
e selve ampie d'ulivi, e liberali
i colli di Lieo: rosea salute
prometton l'aure, da' spontanei fiori
alimentate, e da' perpetui cedri.
Splendea tutto quel mar quando sostenne
su la conchiglia assise e vezzeggiate
dalla Diva le Grazie: e a sommo il flutto,
quante alla prima prima aura di Zefiro
le frotte delle vaghe api prorompono,
e più e più succedenti invide ronzano
a far lunghi di sé äerei grappoli,
van alïando su' nettarei calici
e del mèle futuro in cor s'allegrano,
tante a fior dell'immensa onda raggiante
ardian mostrarsi a mezzo il petto ignude
le amorose Nereidi oceanine;
e a drappelli agilissime seguendo
la Gioia alata, degli Dei foriera,
gittavan perle, dell'ingenue Grazie
il bacio le Nereidi sospirando.
de' santi Lari Idei ultimo albergo
e de' miei padri, darò i carmi e l'ossa,
e a te il pensier: chè piamente a queste
Dee non favella chi la patria obblìa.
Sacra città è Zacinto. Eran suoi templi,
era ne' colli suoi l'ombra de' boschi
sacri al tripudio di Dïana e al coro;
pria che Nettuno al reo Laomedonte
munisse Ilio di torri inclite in guerra.
Bella è Zacinto. A lei versan tesori
l'angliche navi; a lei dall'alto manda
i più vitali rai l'eterno sole;
candide nubi a lei Giove concede,
e selve ampie d'ulivi, e liberali
i colli di Lieo: rosea salute
prometton l'aure, da' spontanei fiori
alimentate, e da' perpetui cedri.
Splendea tutto quel mar quando sostenne
su la conchiglia assise e vezzeggiate
dalla Diva le Grazie: e a sommo il flutto,
quante alla prima prima aura di Zefiro
le frotte delle vaghe api prorompono,
e più e più succedenti invide ronzano
a far lunghi di sé äerei grappoli,
van alïando su' nettarei calici
e del mèle futuro in cor s'allegrano,
tante a fior dell'immensa onda raggiante
ardian mostrarsi a mezzo il petto ignude
le amorose Nereidi oceanine;
e a drappelli agilissime seguendo
la Gioia alata, degli Dei foriera,
gittavan perle, dell'ingenue Grazie
il bacio le Nereidi sospirando.
Ugo Foscolo
Le Grazie, inno secondo (La sonatrice)
Leggiadramente d’un ornato ostello,
che a lei d’Arno futura abitatrice
i pennelli posando edificava
il bel fabbro d’Urbino, esce la prima
vaga mortale, e siede all’ara; e il bisso
liberale acconsente ogni contorno
di sue forme eleganti; e fra il candore
delle dita s’avvivano le rose,
mentre accanto al suo petto agita l’arpa.
Scoppian dall’inquïete aeree fila,
quasi raggi di sol rotti dal nembo,
gioia insieme e pietà, poi che sonanti
rimembran come il ciel l’uomo concesse
alle gioie e agli affanni onde gli sia
librato e vario di sua vita il volo,
e come alla virtù guidi il dolore,
e il sorriso e il sospiro errin sul labbro
delle Grazie, e a chi son fauste e presenti,
dolce in core ei s’allegri e dolce gema.
Pari un concento, se pur vera è fama,
un dì Aspasia tessea lungo l’Ilisso:
era allor delle Dee sacerdotessa,
e intento al suono Socrate libava
sorridente a quell’ara, e col pensiero
quasi a’ sereni dell’Olimpo alzossi.
Quinci il veglio mirò volgersi obliqua,
affrettando or la via su per le nubi,
or ne’ gorghi letèi precipitarsi
di Fortuna la rapida quadriga
da’ viventi inseguita; e quel pietoso
gridò invano dall’alto: A cieca duce
siete seguaci, o miseri! e vi scorge
che a lei d’Arno futura abitatrice
i pennelli posando edificava
il bel fabbro d’Urbino, esce la prima
vaga mortale, e siede all’ara; e il bisso
liberale acconsente ogni contorno
di sue forme eleganti; e fra il candore
delle dita s’avvivano le rose,
mentre accanto al suo petto agita l’arpa.
Scoppian dall’inquïete aeree fila,
quasi raggi di sol rotti dal nembo,
gioia insieme e pietà, poi che sonanti
rimembran come il ciel l’uomo concesse
alle gioie e agli affanni onde gli sia
librato e vario di sua vita il volo,
e come alla virtù guidi il dolore,
e il sorriso e il sospiro errin sul labbro
delle Grazie, e a chi son fauste e presenti,
dolce in core ei s’allegri e dolce gema.
Pari un concento, se pur vera è fama,
un dì Aspasia tessea lungo l’Ilisso:
era allor delle Dee sacerdotessa,
e intento al suono Socrate libava
sorridente a quell’ara, e col pensiero
quasi a’ sereni dell’Olimpo alzossi.
Quinci il veglio mirò volgersi obliqua,
affrettando or la via su per le nubi,
or ne’ gorghi letèi precipitarsi
di Fortuna la rapida quadriga
da’ viventi inseguita; e quel pietoso
gridò invano dall’alto: A cieca duce
siete seguaci, o miseri! e vi scorge
Umberto Piersanti
L’anima
10 non avevo mai capito
da dove l’anima viene tra gli spini
ma l’anima è piccola, fatta d’aria,
passa tra gli spini e non si graffia
da dove l’anima viene tra gli spini
ma l’anima è piccola, fatta d’aria,
passa tra gli spini e non si graffia
Umberto Saba
Amai
Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica difficile del mondo.
° Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica difficile del mondo.
° Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.
Umberto Saba
L’incisore
Mi sogno io qualche volta
di fare antiche stampe.
È la felicità.
L’ora, il tempo che fa,
la stagione dell’anno
dicon l’albero, il muro.
Il dolce chiaroscuro,
la prospettiva ardita
son la delizia mia.
Com’è bella una via,
che lenta in prima, al mezzo
rapidissima ascende.
Desiderio mi prende
tosto di tratteggiarla,
fra luci ed ombre, in pace.
Di gioia il cor si sface
quando segno i passanti,
uno qua, l’altro in fondo.
Con non so che giocondo
ai fatti suoi va ognuno.
Quelli che vanno, vanno
in eterno; se stanno,
fra lor parlan per sempre.
Fuori d’un pianoterra,
nude le braccia, ferra
d’un cavallo la zampa
giovane maniscalco.
Io guardo il vero, e calco
qual’è la dolce vita,
con qualche cosa ancora,
che dice: guarda e adora;
guarda se il mondo è bello,
se il tuo dolor non vale.
Quante (e il diletto è uguale)
quante altre cose ancora
io sulla lastra segno.
Anche interni disegno.
Una stanza: sue bianche
tendine agita il vento.
Là senza un pentimento
(o non sa ch’altri spia?)
giace fanciulla ignuda.
Nella luce che cruda
entra dalla finestra
scopre il dorso gentile.
E quel che ha un nome vile
è un’assai gentil cosa
nelle mie stampe accolta.
di fare antiche stampe.
È la felicità.
L’ora, il tempo che fa,
la stagione dell’anno
dicon l’albero, il muro.
Il dolce chiaroscuro,
la prospettiva ardita
son la delizia mia.
Com’è bella una via,
che lenta in prima, al mezzo
rapidissima ascende.
Desiderio mi prende
tosto di tratteggiarla,
fra luci ed ombre, in pace.
Di gioia il cor si sface
quando segno i passanti,
uno qua, l’altro in fondo.
Con non so che giocondo
ai fatti suoi va ognuno.
Quelli che vanno, vanno
in eterno; se stanno,
fra lor parlan per sempre.
Fuori d’un pianoterra,
nude le braccia, ferra
d’un cavallo la zampa
giovane maniscalco.
Io guardo il vero, e calco
qual’è la dolce vita,
con qualche cosa ancora,
che dice: guarda e adora;
guarda se il mondo è bello,
se il tuo dolor non vale.
Quante (e il diletto è uguale)
quante altre cose ancora
io sulla lastra segno.
Anche interni disegno.
Una stanza: sue bianche
tendine agita il vento.
Là senza un pentimento
(o non sa ch’altri spia?)
giace fanciulla ignuda.
Nella luce che cruda
entra dalla finestra
scopre il dorso gentile.
E quel che ha un nome vile
è un’assai gentil cosa
nelle mie stampe accolta.
Umberto Saba
Parole
Parole
Parole,
dove il cuore dell’uomo si specchiava
—nudo e sorpreso—alle origini; un angolo
cerco nel mondo, l’oasi propizia
a detergere voi con il mio pianto
dalla menzogna che vi acceca. Insieme
delle memorie spaventose il cumulo
si scioglierebbe, come neve al sole.
Parole,
dove il cuore dell’uomo si specchiava
—nudo e sorpreso—alle origini; un angolo
cerco nel mondo, l’oasi propizia
a detergere voi con il mio pianto
dalla menzogna che vi acceca. Insieme
delle memorie spaventose il cumulo
si scioglierebbe, come neve al sole.
Valerio Magrelli
Preferisco venire dal silenzio
Preferisco venire dal silenzio
per parlare. Preparare la parola
con cura, perché arrivi alla sua sponda
scivolando sommessa come una barca,
mentre la scia del pensiero
ne disegna la curva.
La scrittura è una morte serena:
il mondo diventato luminoso si allarga
e brucia per sempre un suo angolo.
per parlare. Preparare la parola
con cura, perché arrivi alla sua sponda
scivolando sommessa come una barca,
mentre la scia del pensiero
ne disegna la curva.
La scrittura è una morte serena:
il mondo diventato luminoso si allarga
e brucia per sempre un suo angolo.
Vincenzo Cardarelli
Ritratto
Esiste una bocca scolpita,
un volto d’angiolo chiaro e ambiguo,
una opulenta creatura pallida
dai denti di perla,
dal passo spedito,
esiste il suo sorriso,
aereo, dubbio, lampante,
come un indicibile evento di luce.
un volto d’angiolo chiaro e ambiguo,
una opulenta creatura pallida
dai denti di perla,
dal passo spedito,
esiste il suo sorriso,
aereo, dubbio, lampante,
come un indicibile evento di luce.
Vittorio Sereni
I versi
Se ne scrivono ancora.
Si pensa a essi mentendo
ai trepidi occhi che ti fanno gli auguri
l’ultima sera dell’anno.
Se ne scrivono solo in negativo
dentro un nero di anni
come pagando un fastidioso debito
che era vecchio di anni.
No, non è più felice l’esercizio.
Ridono alcuni: tu scrivevi per l’Arte.
Nemmeno io volevo questo che volevo ben altro.
Si fanno versi per scrollare un peso
e passare al seguente. Ma c’è sempre
qualche peso di troppo, non c’è mai
alcun verso che basti
se domani tu stesso te ne scordi.
Si pensa a essi mentendo
ai trepidi occhi che ti fanno gli auguri
l’ultima sera dell’anno.
Se ne scrivono solo in negativo
dentro un nero di anni
come pagando un fastidioso debito
che era vecchio di anni.
No, non è più felice l’esercizio.
Ridono alcuni: tu scrivevi per l’Arte.
Nemmeno io volevo questo che volevo ben altro.
Si fanno versi per scrollare un peso
e passare al seguente. Ma c’è sempre
qualche peso di troppo, non c’è mai
alcun verso che basti
se domani tu stesso te ne scordi.