Poesie di questo tema
Desiderio
Alda Merini
I versi sono polvere
I versi sono polvere chiusa
di un mio tormento d’amore,
ma fuori l’aria è corretta,
mutevole e dolce e il sole
ti parla di care promesse,
così quando scrivo
chino il capo nella polvere
e anelo il vento, il sole,
e la mia pelle di donna
contro la pelle di un uomo.
Da LA GAZZA LADRA
di un mio tormento d’amore,
ma fuori l’aria è corretta,
mutevole e dolce e il sole
ti parla di care promesse,
così quando scrivo
chino il capo nella polvere
e anelo il vento, il sole,
e la mia pelle di donna
contro la pelle di un uomo.
Da LA GAZZA LADRA
Alessandro Giribaldi
Le formiche
Oh qual nelle pupille stuporose
fiammar ti vidi in quel mattin di maggio,
alla soglia del tetro romitaggio,
le braccia e il seno carica di rose!
Entrasti lieve e con un gesto molle
de’ tuoi fiori innondasti
il tarlato scaffale
ed il tavolo greve
e i fogli de’ miei canti. Io ti guardava
con tristezza. La tua pupilla errava
nel sogno, dietro impalpabili rose.
Ma le rose del tuo seno odorante
nell’ampia scollatura e i tenui gigli
del tuo collo sottile, dal gran fascio
liberati de’ fior’ bianchi e vermigli,
palpitavano al sole… Ahi, lacerante
grido in quel breve incanto di un minuto!
«Le formiche!» E ridevi. «Aiuto, aiuto!»
E ridevi sgomenta. Per le trine
della fragil vestaglia,
dagli omeri e dal seno
irrompevan le industri piccoline
com’ebbre delle tue carnali rose!
«Aiuto! Aiuto!» e frugammo i segreti
del tuo pudore con dita febbrili.
Oh le strida sottili
e le risa e i divieti
delle tue mani alle mie mani audaci
e i tuoi languori trepidi e i miei baci
furtivi e le formiche
sgomenti e fuggitive,
le formiche impudiche
su le tue carni vive
su le tue vive rose!
fiammar ti vidi in quel mattin di maggio,
alla soglia del tetro romitaggio,
le braccia e il seno carica di rose!
Entrasti lieve e con un gesto molle
de’ tuoi fiori innondasti
il tarlato scaffale
ed il tavolo greve
e i fogli de’ miei canti. Io ti guardava
con tristezza. La tua pupilla errava
nel sogno, dietro impalpabili rose.
Ma le rose del tuo seno odorante
nell’ampia scollatura e i tenui gigli
del tuo collo sottile, dal gran fascio
liberati de’ fior’ bianchi e vermigli,
palpitavano al sole… Ahi, lacerante
grido in quel breve incanto di un minuto!
«Le formiche!» E ridevi. «Aiuto, aiuto!»
E ridevi sgomenta. Per le trine
della fragil vestaglia,
dagli omeri e dal seno
irrompevan le industri piccoline
com’ebbre delle tue carnali rose!
«Aiuto! Aiuto!» e frugammo i segreti
del tuo pudore con dita febbrili.
Oh le strida sottili
e le risa e i divieti
delle tue mani alle mie mani audaci
e i tuoi languori trepidi e i miei baci
furtivi e le formiche
sgomenti e fuggitive,
le formiche impudiche
su le tue carni vive
su le tue vive rose!
Ruzante
Da La Betìa
O dolze e bela serore,
o uoci de sole inrazè,
o massele inverzelè
pi che no fo mé basta o persuto salò,
o lavri rosé, o biè dinti da ravolò,
o boca inmelata,
a’ dighe, anzelicata,
de robini e d’ariento,
o tete, a’ fassè pur contento
per grandeza ogni vacaro,
o piè biè grande da vetolàro,
o gambe grosse ben norì, o bel lacheto,
tondo, grosso, bianco e neto,
che ogni botazo è picolo a pè de ti!
Chi no starae mo tri dì
per vêrte da magnare?
O spale da portare
oltra el mare Missier Domenedio,
o pieto bianco e scolorìo,
com fo mé ravo in campo,
o corpo giusioso e santo,
o braze ben da sapa o da baìle,
o man da lavorar ben mile
bughè int’un dì,
o scureguzo, o cotaleta…
ch’ a’ no vuò dir pì!
Me volìu mo agiare,
o volìu lagarme crepare?
o uoci de sole inrazè,
o massele inverzelè
pi che no fo mé basta o persuto salò,
o lavri rosé, o biè dinti da ravolò,
o boca inmelata,
a’ dighe, anzelicata,
de robini e d’ariento,
o tete, a’ fassè pur contento
per grandeza ogni vacaro,
o piè biè grande da vetolàro,
o gambe grosse ben norì, o bel lacheto,
tondo, grosso, bianco e neto,
che ogni botazo è picolo a pè de ti!
Chi no starae mo tri dì
per vêrte da magnare?
O spale da portare
oltra el mare Missier Domenedio,
o pieto bianco e scolorìo,
com fo mé ravo in campo,
o corpo giusioso e santo,
o braze ben da sapa o da baìle,
o man da lavorar ben mile
bughè int’un dì,
o scureguzo, o cotaleta…
ch’ a’ no vuò dir pì!
Me volìu mo agiare,
o volìu lagarme crepare?
Annibal Caro
Se tu vuoi, Cencia mia
Se tu vuoi, Cencia mia, questa mia Fava,
dammi il tuo Fico fiore;
ma fa che sia maturo, e che di fuore
gocci di pianto, e scoppi delle risa,
e ch’abbi la gonnella alla divisa.
Ed io della mia Fava
ti farò gran derrata.
Vuoi del Baccello, o vuoi della Sfavata
asciutta, e molle, e ’n concia:
e se la vuoi menata,
meneremo; io la Rilla, e tu la Cioncia.
Ma quando il Fico tuo non sia maturo,
ti darò fava soda.
Mettiam duro con duro,
e chi ha buon denti roda.
Facciamo un tratto questa merenduola,
Fave in Corazza, e Fiche in Camiciuola.
dammi il tuo Fico fiore;
ma fa che sia maturo, e che di fuore
gocci di pianto, e scoppi delle risa,
e ch’abbi la gonnella alla divisa.
Ed io della mia Fava
ti farò gran derrata.
Vuoi del Baccello, o vuoi della Sfavata
asciutta, e molle, e ’n concia:
e se la vuoi menata,
meneremo; io la Rilla, e tu la Cioncia.
Ma quando il Fico tuo non sia maturo,
ti darò fava soda.
Mettiam duro con duro,
e chi ha buon denti roda.
Facciamo un tratto questa merenduola,
Fave in Corazza, e Fiche in Camiciuola.
Anônimo
Con levrieri e mastin
Con levrieri e mastin, segugi e bracchi,
cacciando vo da sera e da mattina
sol per pigliar la bianca porcellina.
E per le vie, dov’ella più cammina,
piediche ho tese e molti forti lacci
e ancora nondimen l’aspetto a ’ghiacci.
Non lascerò per neve né per ghiacci,
per estivo calor né per ispesa,
ch’i’ non la segua in fin ch’i’ l’arò presa.
Per che sommo diletto spero il giorno
ch’i’ sonerò, a caccia presa, il corno.
cacciando vo da sera e da mattina
sol per pigliar la bianca porcellina.
E per le vie, dov’ella più cammina,
piediche ho tese e molti forti lacci
e ancora nondimen l’aspetto a ’ghiacci.
Non lascerò per neve né per ghiacci,
per estivo calor né per ispesa,
ch’i’ non la segua in fin ch’i’ l’arò presa.
Per che sommo diletto spero il giorno
ch’i’ sonerò, a caccia presa, il corno.
Anônimo
Date beccare all’ugellino mio
Date beccare all’ugellino mio,
donne e fanciulle, per l’amor di Dio.
Questo ugellino gli è tanto bello,
ardito e forte co’ un lioncello;
un dipintor nol farebbe più bello,
com’egli ha fatto la testa e ’l su’ crino.
Quest’ugellino è vago dell’ova,
vanne cercando quantunque ne truova;
quando v’è dentro non par che si mova,
e poi se n’esce un cotal pocolino.
E’ non si cura là donde s’attuffa,
per che li sappi di feccia o di muffa;
cacciasi dentro alla baruffa,
cacciasi dentro quel buon piccolino.
Chi lo vedesse così ben armato
andare a la giostra quel dileggiato;
dà solo un colpo ed è iscavalcato;
torna piangendo com’un fanciullino.
Questo ugellino egli è costumato;
nanti alle donne non tien nulla in capo;
egli sta ritto e sta iscappucciato
e mai non cura né gel né serino.
donne e fanciulle, per l’amor di Dio.
Questo ugellino gli è tanto bello,
ardito e forte co’ un lioncello;
un dipintor nol farebbe più bello,
com’egli ha fatto la testa e ’l su’ crino.
Quest’ugellino è vago dell’ova,
vanne cercando quantunque ne truova;
quando v’è dentro non par che si mova,
e poi se n’esce un cotal pocolino.
E’ non si cura là donde s’attuffa,
per che li sappi di feccia o di muffa;
cacciasi dentro alla baruffa,
cacciasi dentro quel buon piccolino.
Chi lo vedesse così ben armato
andare a la giostra quel dileggiato;
dà solo un colpo ed è iscavalcato;
torna piangendo com’un fanciullino.
Questo ugellino egli è costumato;
nanti alle donne non tien nulla in capo;
egli sta ritto e sta iscappucciato
e mai non cura né gel né serino.
Anônimo
Dilatando le cosce
Dilatando le cosce, aperse il varco,
ove stemprò le sue dolcezze amore
curvò la destra gamba a guisa d’arco,
e spinse la sinistra alquanto fuore.
A sostener dell’amoroso incarco
l’amato peso ella dispone il core,
e mentre un dolce invito l’appresenta,
curioso il guardo il cavalier s’avventa.
Spuntava intorno al vaso aurato pelo,
filato in crespe inanellate, e bionde,
che come fiore in su del proprio stelo
le parti adombra sì, ma non l’asconde!
Senza l’impaccio vil d’infido velo
tetta tutte apparian le vie profonde,
e sudavan stemprate in stille, giusto
le labbra ormai dell’orificio angusto.
D’erbe intanto, e di fior la scaltra amante
un fascio fece, e sotto a sé le pose;
così che sollevata, e torreggiante
la parte bassa al suo arbitrio espose:
egli vi cadde sopra, ella brillante
in guisa tal s’avviticchiò e compose,
che con innesto vezzosetto, e ameno
bocca a bocca era unita, e seno a seno.
Un diluvio di baci egli le scocca,
e se cento ella n’ha, cento ne rende;
volan le lingue in l’una, e l’altra bocca,
né il fin del primo bacio il bacio attende;
si confondono i baci, e mentre incocca
il labro un bacio, un altro bacio il fende;
così largo di baci era lo stuolo
che parean mille baci un bacio solo.
Si bacian lungamente, e non s’estinse
l’empito in cor dell’amoroso foco,
che più vie più s’accense e allor s’accinse
l’amante alfine al vezzosetto gioco;
con braccia nerborute al sen la strinse
e avvicinando all’umidetto loco
la spada ardita, egli gagliardo e franco
nella meta investì di punto in bianco.
Penetrò il forte dardo, e forte giunse
a visitar gli tepedi meati,
ferì per dritto, ed in obliquo punse
ritorcendo la punta in tutti i lati;
estrema forza a gran vigor congiunse
sino quasi a spirar gli ultimi fiati:
sicché con forza inusitata, e vaga
le fe’ una grande e memorabil piaga.
ove stemprò le sue dolcezze amore
curvò la destra gamba a guisa d’arco,
e spinse la sinistra alquanto fuore.
A sostener dell’amoroso incarco
l’amato peso ella dispone il core,
e mentre un dolce invito l’appresenta,
curioso il guardo il cavalier s’avventa.
Spuntava intorno al vaso aurato pelo,
filato in crespe inanellate, e bionde,
che come fiore in su del proprio stelo
le parti adombra sì, ma non l’asconde!
Senza l’impaccio vil d’infido velo
tetta tutte apparian le vie profonde,
e sudavan stemprate in stille, giusto
le labbra ormai dell’orificio angusto.
D’erbe intanto, e di fior la scaltra amante
un fascio fece, e sotto a sé le pose;
così che sollevata, e torreggiante
la parte bassa al suo arbitrio espose:
egli vi cadde sopra, ella brillante
in guisa tal s’avviticchiò e compose,
che con innesto vezzosetto, e ameno
bocca a bocca era unita, e seno a seno.
Un diluvio di baci egli le scocca,
e se cento ella n’ha, cento ne rende;
volan le lingue in l’una, e l’altra bocca,
né il fin del primo bacio il bacio attende;
si confondono i baci, e mentre incocca
il labro un bacio, un altro bacio il fende;
così largo di baci era lo stuolo
che parean mille baci un bacio solo.
Si bacian lungamente, e non s’estinse
l’empito in cor dell’amoroso foco,
che più vie più s’accense e allor s’accinse
l’amante alfine al vezzosetto gioco;
con braccia nerborute al sen la strinse
e avvicinando all’umidetto loco
la spada ardita, egli gagliardo e franco
nella meta investì di punto in bianco.
Penetrò il forte dardo, e forte giunse
a visitar gli tepedi meati,
ferì per dritto, ed in obliquo punse
ritorcendo la punta in tutti i lati;
estrema forza a gran vigor congiunse
sino quasi a spirar gli ultimi fiati:
sicché con forza inusitata, e vaga
le fe’ una grande e memorabil piaga.
Anônimo
Facciendo una fanciulla
Facciendo una fanciulla canpanelle,
e gl’occhi mie’ che guardan senza freno,
per mia sventura gli guardai in seno
e vidi cose oltra misura belle.
Ciò fur le suo bianchissime mamelle
ch’io non conosco niun uom terreno
ch’a risguardarle non venisse meno
desiderando di ruzar con elle.
Inmaginai: «Questa onde l’ha tratte?»
però ch’avea brunetta la sua faccia
e le mammelle bianche più di latte.
fosse stato quando il freddo aghiaccia,
arìa pensato: «Di neve l’ha fatte,
perché alla giente più diletti o piaccia».
Io vo’ che ciascun saccia,
ch’io vidi ben che l’eran di natura;
ond’io m’innamorai oltra misura.
e gl’occhi mie’ che guardan senza freno,
per mia sventura gli guardai in seno
e vidi cose oltra misura belle.
Ciò fur le suo bianchissime mamelle
ch’io non conosco niun uom terreno
ch’a risguardarle non venisse meno
desiderando di ruzar con elle.
Inmaginai: «Questa onde l’ha tratte?»
però ch’avea brunetta la sua faccia
e le mammelle bianche più di latte.
fosse stato quando il freddo aghiaccia,
arìa pensato: «Di neve l’ha fatte,
perché alla giente più diletti o piaccia».
Io vo’ che ciascun saccia,
ch’io vidi ben che l’eran di natura;
ond’io m’innamorai oltra misura.
Anônimo
Questo mio nicchio
Questo mio nicchio, s’io nol picchio,
l’animo mio non mi lassa stare.
Questo mio nicchio vorrebb’uno;
molto si guarda dal digiuno;
per lo istar diventa bruno:
io lo intendo adoperare.
Questo mio nicchio egli è sì fatto:
e’ non è sì folle o matto
che chi v’entra e’ vol far patto
che ’l pegno vi dea lassare.
Questo mio nicchio egli è ritroso;
intorno intorno egli è piloso:
pare il diavol quando è cruccioso;
madre mia, non indugiare.
De le minor ci è di noi
che hanno marito e figliuoi,
ed io trista guardo i buoi,
che si possin scorticare.
l’animo mio non mi lassa stare.
Questo mio nicchio vorrebb’uno;
molto si guarda dal digiuno;
per lo istar diventa bruno:
io lo intendo adoperare.
Questo mio nicchio egli è sì fatto:
e’ non è sì folle o matto
che chi v’entra e’ vol far patto
che ’l pegno vi dea lassare.
Questo mio nicchio egli è ritroso;
intorno intorno egli è piloso:
pare il diavol quando è cruccioso;
madre mia, non indugiare.
De le minor ci è di noi
che hanno marito e figliuoi,
ed io trista guardo i buoi,
che si possin scorticare.
Anton Francesco Grazzini
Del gallo
Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.
Io me l’ho allevato da piccino,
che gl’era barbigliuto e marzaiuolo,
vago, gentil, vezzoso, agevolino;
or che gl’è grande salta e piglia il volo
e imbizzarrisce e non può più star solo
ed un peccato sarebbe a tarpallo.
Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.
Egli ha un occhio vigoroso in testa,
ed ha al primo veduto una gallina
che valle incontro ardito e falle festa,
con lei stariesi in fino alla mattina,
ma non fa danno mai, donne, in cucina,
per che non becca ov’ è fante o vassallo.
Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.
Chi ’l toccasse con man, di nulla teme,
anzi è più vigoroso e più fa festa,
sol che per allegrezza quasi geme,
e quando becca tien ritta la cresta;
e ad ogn’ora della notte si desta,
e becca al buio e non si può sfamallo.
Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.
Se voi ’l vedessi, e’ v’innamorerebbe:
prima ch’ei becchi, le galline alletta,
e senz’una di lor non beccherebbe,
e tanto che con lui bécchin l’aspetta;
ma non gli piace già beccare in fretta:
chi becca adagio suol molto gustallo.
Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.
Da piccin, donne, e’ mi beccava la mano,
or vuol il beccatoio piccolo e stretto,
né più vuol beccar solo e in luogo strano,
e poco cura se gl’è intriso o netto;
molto gli piace beccar in sul letto,
chi nol crede di voi, possa provallo.
Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.
Delle galline vecchie egli è nemico,
e d’una sola non si fiderebbe,
ma gli è delle pollastre tanto amico,
che solo a più di quattro basterebbe,
con le più bianche assai più scherzerebbe
menandole con seco a festa e ballo.
Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.
Se voi ’l vedessi un po’ ’l gru contraffare,
come gli sta ben ritto in sur un piede,
poi gonfia, e stende il collo ch’un gru pare;
la gallina stiamazza, s’ella ’l vede:
provar lo possa, donne, chi nol crede,
e non lo creda alcuno in questo ballo.
Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.
E per che da piccin gli posi amore
nol venderei, chi mi coprisse d’oro,
s’io lo perdessi, morrei di dolore,
ma io lo presto, e non ne vo’ ristoro
ed a voi gentilmente mi rincuoro,
quando piacer vi sia un dì prestallo.
Donne, chi ha galline, io ho un gallo,
e vorrei con le vostre accompagnallo.
e vorrei colle vostre accompagnallo.
Io me l’ho allevato da piccino,
che gl’era barbigliuto e marzaiuolo,
vago, gentil, vezzoso, agevolino;
or che gl’è grande salta e piglia il volo
e imbizzarrisce e non può più star solo
ed un peccato sarebbe a tarpallo.
Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.
Egli ha un occhio vigoroso in testa,
ed ha al primo veduto una gallina
che valle incontro ardito e falle festa,
con lei stariesi in fino alla mattina,
ma non fa danno mai, donne, in cucina,
per che non becca ov’ è fante o vassallo.
Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.
Chi ’l toccasse con man, di nulla teme,
anzi è più vigoroso e più fa festa,
sol che per allegrezza quasi geme,
e quando becca tien ritta la cresta;
e ad ogn’ora della notte si desta,
e becca al buio e non si può sfamallo.
Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.
Se voi ’l vedessi, e’ v’innamorerebbe:
prima ch’ei becchi, le galline alletta,
e senz’una di lor non beccherebbe,
e tanto che con lui bécchin l’aspetta;
ma non gli piace già beccare in fretta:
chi becca adagio suol molto gustallo.
Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.
Da piccin, donne, e’ mi beccava la mano,
or vuol il beccatoio piccolo e stretto,
né più vuol beccar solo e in luogo strano,
e poco cura se gl’è intriso o netto;
molto gli piace beccar in sul letto,
chi nol crede di voi, possa provallo.
Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.
Delle galline vecchie egli è nemico,
e d’una sola non si fiderebbe,
ma gli è delle pollastre tanto amico,
che solo a più di quattro basterebbe,
con le più bianche assai più scherzerebbe
menandole con seco a festa e ballo.
Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.
Se voi ’l vedessi un po’ ’l gru contraffare,
come gli sta ben ritto in sur un piede,
poi gonfia, e stende il collo ch’un gru pare;
la gallina stiamazza, s’ella ’l vede:
provar lo possa, donne, chi nol crede,
e non lo creda alcuno in questo ballo.
Donne, chi ha galline, io ho un gallo
e vorrei colle vostre accompagnallo.
E per che da piccin gli posi amore
nol venderei, chi mi coprisse d’oro,
s’io lo perdessi, morrei di dolore,
ma io lo presto, e non ne vo’ ristoro
ed a voi gentilmente mi rincuoro,
quando piacer vi sia un dì prestallo.
Donne, chi ha galline, io ho un gallo,
e vorrei con le vostre accompagnallo.
Arturo Onofri
Sei nell’assopimento di corolle
Sei nell’assopimento di corolle
tenere, appena schiuse, come cieli
brevi sul prato, e nello sguardo folle
dell’arse donne, i cui pallori aneli
traspaiono d’argento
nel dolce portamento.
Nutri ogni desiderio che discorda
col sospiro pacifico dell’erba;
e vibri in seno a questa pietra sorda
l’astro della tua musica superba,
con la quale assecondi
l’ansia di tutti i mondi.
Sei presente, e non sei, come una forma
celeste che vegliando, pur s’oppone
al vegliar delle forme, e vuol che dorma
ciascuna, come dentro una prigione,
nel suo proprio passato,
che in corpo hai modellato.
tenere, appena schiuse, come cieli
brevi sul prato, e nello sguardo folle
dell’arse donne, i cui pallori aneli
traspaiono d’argento
nel dolce portamento.
Nutri ogni desiderio che discorda
col sospiro pacifico dell’erba;
e vibri in seno a questa pietra sorda
l’astro della tua musica superba,
con la quale assecondi
l’ansia di tutti i mondi.
Sei presente, e non sei, come una forma
celeste che vegliando, pur s’oppone
al vegliar delle forme, e vuol che dorma
ciascuna, come dentro una prigione,
nel suo proprio passato,
che in corpo hai modellato.
Carlo Porta
Da La Ninetta del Verzee
Bravo el mè Baldissar! bravo el mè nan!
l’eva poeù vora de vegnì a trovamm…
T’el seet mattascion porch che maneman
l’è on mes che no te vegnet a ciollamm?
Ah Cristo! Cristo! com’hin frecc sti man!
Bell bell… speccia on freguj… te voeu geramm,
bolgirossa! che giazz! aja i mee tett!
che bell cojon, sont minga on scoldalett.
Pover tett nèe?… te sentet com’hin froll?
Ma, gh’hoo avuu ona passion, varda, in sti dì
che l’è stada, per brio! el mè tracoll.
L’è quaj cossa ancamò se sont insci.
Ven scià… settet giò on poo… già l’è anmò moll,
e poeù coss’eet de fà? l’è venerdì,
gh’è minga d’opra: descorremm on poo,
chè subet che l’è all’orden te la doo.
Varda el mè Baldissar se se pò dà
on mond pussee carogna, on mond pù infamm!
Te se regordet d’avemm vist per cà
quell gioven magher, longh come on salamm,
ch’el me vegneva a toeù de andà a ballà?
Che di voeult te l’ee vist a peccenamm?
Ben: sent adess, sto roffianon strozzaa
che tir fioeul d’ona negra el m’ha giugaa.
Prima de tutt t’ee de savè che fina
de vint agn fa, quand sont restada indree
della povera mamm, la mia medina,
che adess, jesuss! l’è al Gentilin anca lee,
per no invodamm a santa Catarina,
o lassamm andà in cà d’on quaj mestee,
la m’ha tiraa in cà sova e tegnuu inguala
d’ona soa tosa vera e naturala.
Sta mia medina l’eva ona tetton,
matta, allegra quell mai che se pò dà:
ghe piaseva a paccià del bell e bon
e andà dent per i boeucc a boccalà:
ma sora tutt poeù la soa gran passion
l’eva quella de fassela fregà:
oh intuitù de quest gh’è nient de noeuv,
desdott in fira e fresca come on oeuv.
In quell temp la gh’aveva per gimacch
on gioven d’offellee, fort, traccagnott,
ch’el stava lì in la porta e in l’uss attacch.
Costuu, me cunten ch’el gh’avess de sott
on peston de pirotta masiacch,
ma basta, fussel mò per sto bescott,
o per quij del mestee ch’el ghe portava,
l’offellee l’eva lu ch’el le ciavava.
S’ha mò de dà l’inconter che costuu
el gh’ha giusta d’avegh anch lu on bagaj,
che l’è nient alter che quell porch fottuu
che m’è costaa in sti dì tanto travaj.
Insci, cont el stà insemma tutt e duu,
col giugà insemma e fà quij cattanaj
che fan tucc i fioeu, semm rivaa a quell
de trovass cott tutt duu senza savell.
Intrattanta, per via della via
dell’intrigh insci faa della medina,
ne faven dormì nun bardassaria
foeura di pee de lor in la cusina;
là ne saraven sù all’ave maria
de sira fina a quella de mattina,
e là nun de per nun tutta la nocc
sevem patron de fà onia sort de locc.
Fin però che semm staa duu cisquittitt,
ciovè a dì de des, vundes, dodes agn,
se semm faa quaj carezz e quaj basitt,
e poeù voltavem là come lasagn;
ma quand emm comenzaa a sentì i gallitt
vers la part che comenzen i cavagn,
se semm accort d’avegh di olter besogn
on poo pussee gajard de quij del sogn.
Ma sì! per dilla giusta, in quant a mì,
sto besogn savarev minga spiegall…
soo che sentiva el sangu come a buì,
che gh’aveva ona voeuja de tentall
e in l’istess temp vergogna a comparì.
Soo anch che andava in broeuda in del basall,
e soo che quand el me toccava i tett
trepillava del gust come on gallett.
Soo de giunta che, quand alla mattina
me toccava de andà a tend in Verzee
alla banca del pess della medina,
ogni bott che passass on perrucchee
o quajghedun con bianca la marsina,
me sentiva a rugà fina in di pee:
me andava insemma i onz della stadera
e el coeur l’andava a vella e el coo a stondera.
Mì el mè Pepp el vedeva de per tutt,
e semper ghe l’aveva de denanz:
mi el vedeva in di tèmol, in di trutt,
in di micch, in la suppa, in di pittanz,
no gh’eva giovenott, né bell né brutt,
che se podess ris’cià de famm di avanz:
respondeva pesciad, desgarb e slepp,
e tutt sti coss in grazia del mè Pepp.
Né l’è minga de dì che fin d’allora
el m’avess missa alla comunion.
On cazz! Me poden dà on cortell in gora
se mi pensava mai che in di colzon
ghe fudess dent de quella sort de bora!
A vedè come el mond l’è mai cojon!
Tucc me credeven ona gran canonega,
e seva fatta pesc che nè ona monega.
Anzi gh’hoo anmò in la ment la gran paura
che hoo avuu, quand de lì a on pezz me l’ha daa in man,
l’hoo creduu on boll, ona besiadura,
on bugnon (soeuja mì), on quaj maa de can,
e soo che m’è soltaa ai oeucc addrittura
come on s’cioppon de piang, ma lu, el giavan,
da bravo perucchee el s’è miss a rid
e a saramel pù strenc in mezz ai did.
Cristo! che sgarbiada de cervell
l’è staa per mì quell cioll in ardion.
Poss dì ch’el m’ha daa in man minga on usell,
ma el manegh de tucc quanc i cognizion;
allora subet hoo capii tutt quell
che se daven d’intend paricc smorbion
quand lì alla banca me diseven milla
cinad sulla panscietta e sulla inguilla.
Lì emm comenzaa tutt duu de sto moment
a lavorass intorna de fadiga,
lu a fà onia possa per sonamel dent
e mì olter tant per stoppagh sù la figa.
Fors anca el sarà staa on presentiment,
ma l’ha avuu pari a sbatt, l’hoo faa stà in riga,
ghe l’hoo basaa, menaa, gh’hoo daa de tetta,
ma de pondamel?… voj! ciappa sta fetta.
Sent mò che macciavella de birbon
l’è rivaa a tirà a man per mettem sott.
L’ha comenzaa a fà el trist, el lumagon,
a fass vedè a mangià pocch o nagott.
Lu el me schivava, el fava repetton,
el sospirava come on mantes rott,
e con pù mi ghe andava per el vers
con pussee el fava el pregn, el gnucch, l’invers.
Infin quand l’ha creduu de vess a tir
vedi ch’el mett a voltra on cortellasc
e ch’el sbassa i cannij incontra al fir:
mi, bona a dagh a trà, fermegh el brasc,
e prepotenta e franca come on sbir,
Cossa farisset mai, dighi, pajasc?…
Cossa vuj fà, el respond… mazzamm… morì…
fornì sta vitta… contentatt anch tì…
Sanguanon! che dianzer de paroll!
m’è calaa i forz de sbalz, m’è vegnuu frecc.
Me sont pondada a lu coj brasc al coll,
e lu borlonem là a travers al lecc,
e lì in terra el cortell, in aria el cioll,
lecchem, basem, stroffignem, brascem strecc,
Ninin… tas… lassem fà… pensa nagotta…
sto fioeul d’ona vacca el me l’ha rotta.
Ona voeulta poeù rotta che l’è stada
no gh’è staa pù resguard né pù respett.
Via ona ciavada on’altra gran ciavada,
no se fava olter facc che quell giughett,
e se con tant piccià nol m’ha impregnada
l’è proppi robba de fà fà on quadrett,
tanto pù che sti usij già hin certi ordegn
che fornissen el gioeugh con lassà pregn.
[…]
Infin per compì l’opra adess mò sent
cossa ghe solta in coo a sto porch infamm!
Giust on mes fa el ven chì, el me sara dent,
e el me dis ch’el gh’ha voeuja de ciavamm;
voo sul lecc: me le mett lì insci on poo arent,
e poeù, paffeta, el fa per inculamm;
mì allora streng el ghicc, dagh on button,
e dighi… Ovej!… coss’hin sti pretension!
Nanca el cuu poss salvamm sangua de dì!
Malarbetto ludron, brutto pendizzi!
el cuu l’è mè, vuj fann quell che vuj mì
né hoo besogn de cavatt de sti caprizzi.
S’avess vorsuu dall via, a st’ora chì
sarev fors maridada a vun d’offizzi.
Figuret mò se sont inscì cojonna
de mettem sott a ti a fà la seggionna!
Infin vedend che dura come on sass
no dava a scolt pù al piang nè al sospirà,
nè al solet sloffi de vorè mazzass,
el s’è ressolt de fammela pagà;
nè savend toeù oltra straa de vendicass
l’è andaa a cercà on poetta e el m’ha faa fà
ona dianzer d’ona bosinada
de famm fà la minee perfinna in strada.
Ecco el mè Baldissar, ecco on trattin
la reson bolgironna di passion
che me deslenguen come on candirin.
Ma el pussee pesc anmò di mee magon
l’è a vedè che sta birba d’on bosin
tra i lapp ch’el dis per mettem in canzon
el ghe ne infira voeuna, el mè car nan,
che tend nient manca che a famm perd el pan.
L’è rivaa fina a dì che gh’hoo in di oss
on morbo vecc de brusà via l’usell!
Ma se pò dà on trattà pussee balloss,
on’azion pussee infamma e de cortell?
Pacciamm tutt, godemm tutt, e de maross
taccamm anca in l’onor, toeumm anca quell?
Questa per cristo no la poss capì:
mì impestada?… Buffon!… dighel mò tì.
Dighel mò ti, per brio! se gh’è ona donna
pussee sana de mì in tutt quant Milan!
Te le taccarà ben lì alla Coronna
la Mora del sciall giald, ma mì, doman!
Ma ovej!… varda che aria bolgironna
l’ha ciappaa sto tò cioll!… scià… scià el mè nan…
dammel car… toeù… l’è tova… ah dio!… ciccin…!
Vegni… ve… gni… ghe sont… Cecca?… el cadin.
l’eva poeù vora de vegnì a trovamm…
T’el seet mattascion porch che maneman
l’è on mes che no te vegnet a ciollamm?
Ah Cristo! Cristo! com’hin frecc sti man!
Bell bell… speccia on freguj… te voeu geramm,
bolgirossa! che giazz! aja i mee tett!
che bell cojon, sont minga on scoldalett.
Pover tett nèe?… te sentet com’hin froll?
Ma, gh’hoo avuu ona passion, varda, in sti dì
che l’è stada, per brio! el mè tracoll.
L’è quaj cossa ancamò se sont insci.
Ven scià… settet giò on poo… già l’è anmò moll,
e poeù coss’eet de fà? l’è venerdì,
gh’è minga d’opra: descorremm on poo,
chè subet che l’è all’orden te la doo.
Varda el mè Baldissar se se pò dà
on mond pussee carogna, on mond pù infamm!
Te se regordet d’avemm vist per cà
quell gioven magher, longh come on salamm,
ch’el me vegneva a toeù de andà a ballà?
Che di voeult te l’ee vist a peccenamm?
Ben: sent adess, sto roffianon strozzaa
che tir fioeul d’ona negra el m’ha giugaa.
Prima de tutt t’ee de savè che fina
de vint agn fa, quand sont restada indree
della povera mamm, la mia medina,
che adess, jesuss! l’è al Gentilin anca lee,
per no invodamm a santa Catarina,
o lassamm andà in cà d’on quaj mestee,
la m’ha tiraa in cà sova e tegnuu inguala
d’ona soa tosa vera e naturala.
Sta mia medina l’eva ona tetton,
matta, allegra quell mai che se pò dà:
ghe piaseva a paccià del bell e bon
e andà dent per i boeucc a boccalà:
ma sora tutt poeù la soa gran passion
l’eva quella de fassela fregà:
oh intuitù de quest gh’è nient de noeuv,
desdott in fira e fresca come on oeuv.
In quell temp la gh’aveva per gimacch
on gioven d’offellee, fort, traccagnott,
ch’el stava lì in la porta e in l’uss attacch.
Costuu, me cunten ch’el gh’avess de sott
on peston de pirotta masiacch,
ma basta, fussel mò per sto bescott,
o per quij del mestee ch’el ghe portava,
l’offellee l’eva lu ch’el le ciavava.
S’ha mò de dà l’inconter che costuu
el gh’ha giusta d’avegh anch lu on bagaj,
che l’è nient alter che quell porch fottuu
che m’è costaa in sti dì tanto travaj.
Insci, cont el stà insemma tutt e duu,
col giugà insemma e fà quij cattanaj
che fan tucc i fioeu, semm rivaa a quell
de trovass cott tutt duu senza savell.
Intrattanta, per via della via
dell’intrigh insci faa della medina,
ne faven dormì nun bardassaria
foeura di pee de lor in la cusina;
là ne saraven sù all’ave maria
de sira fina a quella de mattina,
e là nun de per nun tutta la nocc
sevem patron de fà onia sort de locc.
Fin però che semm staa duu cisquittitt,
ciovè a dì de des, vundes, dodes agn,
se semm faa quaj carezz e quaj basitt,
e poeù voltavem là come lasagn;
ma quand emm comenzaa a sentì i gallitt
vers la part che comenzen i cavagn,
se semm accort d’avegh di olter besogn
on poo pussee gajard de quij del sogn.
Ma sì! per dilla giusta, in quant a mì,
sto besogn savarev minga spiegall…
soo che sentiva el sangu come a buì,
che gh’aveva ona voeuja de tentall
e in l’istess temp vergogna a comparì.
Soo anch che andava in broeuda in del basall,
e soo che quand el me toccava i tett
trepillava del gust come on gallett.
Soo de giunta che, quand alla mattina
me toccava de andà a tend in Verzee
alla banca del pess della medina,
ogni bott che passass on perrucchee
o quajghedun con bianca la marsina,
me sentiva a rugà fina in di pee:
me andava insemma i onz della stadera
e el coeur l’andava a vella e el coo a stondera.
Mì el mè Pepp el vedeva de per tutt,
e semper ghe l’aveva de denanz:
mi el vedeva in di tèmol, in di trutt,
in di micch, in la suppa, in di pittanz,
no gh’eva giovenott, né bell né brutt,
che se podess ris’cià de famm di avanz:
respondeva pesciad, desgarb e slepp,
e tutt sti coss in grazia del mè Pepp.
Né l’è minga de dì che fin d’allora
el m’avess missa alla comunion.
On cazz! Me poden dà on cortell in gora
se mi pensava mai che in di colzon
ghe fudess dent de quella sort de bora!
A vedè come el mond l’è mai cojon!
Tucc me credeven ona gran canonega,
e seva fatta pesc che nè ona monega.
Anzi gh’hoo anmò in la ment la gran paura
che hoo avuu, quand de lì a on pezz me l’ha daa in man,
l’hoo creduu on boll, ona besiadura,
on bugnon (soeuja mì), on quaj maa de can,
e soo che m’è soltaa ai oeucc addrittura
come on s’cioppon de piang, ma lu, el giavan,
da bravo perucchee el s’è miss a rid
e a saramel pù strenc in mezz ai did.
Cristo! che sgarbiada de cervell
l’è staa per mì quell cioll in ardion.
Poss dì ch’el m’ha daa in man minga on usell,
ma el manegh de tucc quanc i cognizion;
allora subet hoo capii tutt quell
che se daven d’intend paricc smorbion
quand lì alla banca me diseven milla
cinad sulla panscietta e sulla inguilla.
Lì emm comenzaa tutt duu de sto moment
a lavorass intorna de fadiga,
lu a fà onia possa per sonamel dent
e mì olter tant per stoppagh sù la figa.
Fors anca el sarà staa on presentiment,
ma l’ha avuu pari a sbatt, l’hoo faa stà in riga,
ghe l’hoo basaa, menaa, gh’hoo daa de tetta,
ma de pondamel?… voj! ciappa sta fetta.
Sent mò che macciavella de birbon
l’è rivaa a tirà a man per mettem sott.
L’ha comenzaa a fà el trist, el lumagon,
a fass vedè a mangià pocch o nagott.
Lu el me schivava, el fava repetton,
el sospirava come on mantes rott,
e con pù mi ghe andava per el vers
con pussee el fava el pregn, el gnucch, l’invers.
Infin quand l’ha creduu de vess a tir
vedi ch’el mett a voltra on cortellasc
e ch’el sbassa i cannij incontra al fir:
mi, bona a dagh a trà, fermegh el brasc,
e prepotenta e franca come on sbir,
Cossa farisset mai, dighi, pajasc?…
Cossa vuj fà, el respond… mazzamm… morì…
fornì sta vitta… contentatt anch tì…
Sanguanon! che dianzer de paroll!
m’è calaa i forz de sbalz, m’è vegnuu frecc.
Me sont pondada a lu coj brasc al coll,
e lu borlonem là a travers al lecc,
e lì in terra el cortell, in aria el cioll,
lecchem, basem, stroffignem, brascem strecc,
Ninin… tas… lassem fà… pensa nagotta…
sto fioeul d’ona vacca el me l’ha rotta.
Ona voeulta poeù rotta che l’è stada
no gh’è staa pù resguard né pù respett.
Via ona ciavada on’altra gran ciavada,
no se fava olter facc che quell giughett,
e se con tant piccià nol m’ha impregnada
l’è proppi robba de fà fà on quadrett,
tanto pù che sti usij già hin certi ordegn
che fornissen el gioeugh con lassà pregn.
[…]
Infin per compì l’opra adess mò sent
cossa ghe solta in coo a sto porch infamm!
Giust on mes fa el ven chì, el me sara dent,
e el me dis ch’el gh’ha voeuja de ciavamm;
voo sul lecc: me le mett lì insci on poo arent,
e poeù, paffeta, el fa per inculamm;
mì allora streng el ghicc, dagh on button,
e dighi… Ovej!… coss’hin sti pretension!
Nanca el cuu poss salvamm sangua de dì!
Malarbetto ludron, brutto pendizzi!
el cuu l’è mè, vuj fann quell che vuj mì
né hoo besogn de cavatt de sti caprizzi.
S’avess vorsuu dall via, a st’ora chì
sarev fors maridada a vun d’offizzi.
Figuret mò se sont inscì cojonna
de mettem sott a ti a fà la seggionna!
Infin vedend che dura come on sass
no dava a scolt pù al piang nè al sospirà,
nè al solet sloffi de vorè mazzass,
el s’è ressolt de fammela pagà;
nè savend toeù oltra straa de vendicass
l’è andaa a cercà on poetta e el m’ha faa fà
ona dianzer d’ona bosinada
de famm fà la minee perfinna in strada.
Ecco el mè Baldissar, ecco on trattin
la reson bolgironna di passion
che me deslenguen come on candirin.
Ma el pussee pesc anmò di mee magon
l’è a vedè che sta birba d’on bosin
tra i lapp ch’el dis per mettem in canzon
el ghe ne infira voeuna, el mè car nan,
che tend nient manca che a famm perd el pan.
L’è rivaa fina a dì che gh’hoo in di oss
on morbo vecc de brusà via l’usell!
Ma se pò dà on trattà pussee balloss,
on’azion pussee infamma e de cortell?
Pacciamm tutt, godemm tutt, e de maross
taccamm anca in l’onor, toeumm anca quell?
Questa per cristo no la poss capì:
mì impestada?… Buffon!… dighel mò tì.
Dighel mò ti, per brio! se gh’è ona donna
pussee sana de mì in tutt quant Milan!
Te le taccarà ben lì alla Coronna
la Mora del sciall giald, ma mì, doman!
Ma ovej!… varda che aria bolgironna
l’ha ciappaa sto tò cioll!… scià… scià el mè nan…
dammel car… toeù… l’è tova… ah dio!… ciccin…!
Vegni… ve… gni… ghe sont… Cecca?… el cadin.
Carlo Porta
Dormiven dò tosann
Dormiven dò tosann tutt dò attaccaa
alla stanza de lecc della mammina,
vergin istess tutt dò, ma in quella etaa
che comenza a spiurigh la passarina;
tant che a dispett della verginitaa
faven tra lor di cunt ona mattina
sul gust che pò dà on cazz bell e tiraa
e sulla forma che pò fagh pù mina.
Vuna la dava el vant al curt e al gross,
l’oltra al longh e suttil, e in del descor
diseven e prò e contra di bej coss;
quand, stuffa, la mammina la se mett
a sbraggià a quanta vos: Cossa san lor?
Dur, e ch’el dura, e citto vessighett.
alla stanza de lecc della mammina,
vergin istess tutt dò, ma in quella etaa
che comenza a spiurigh la passarina;
tant che a dispett della verginitaa
faven tra lor di cunt ona mattina
sul gust che pò dà on cazz bell e tiraa
e sulla forma che pò fagh pù mina.
Vuna la dava el vant al curt e al gross,
l’oltra al longh e suttil, e in del descor
diseven e prò e contra di bej coss;
quand, stuffa, la mammina la se mett
a sbraggià a quanta vos: Cossa san lor?
Dur, e ch’el dura, e citto vessighett.
Carlo Porta
Sura Caterinin
Sura Caterinin, tra i bej cossett
che la gh’ha intorna e che ghe fan onor,
gh’è quell para de ciapp e quij dò tett
ch’hin degn de guarnì on lett de imperator.
Oh che tett! Oh che ciapp plusquam perfett!
collogaa a voeuna a voeuna de per lor,
sald al post senza zent, senza farsett,
comor, che paren faa da on tornidor.
Per mì sont chì a giugagh el mè salari
che la moeuv pussee usij lee col vardà
che i olter donn cont el voltalla in ari.
Basta dì che mì istess di voeult arrivi
a cercali di mezz’or s’hoo de pissà,
e ghe l’hoo drizz e dur adess che scrivi.
che la gh’ha intorna e che ghe fan onor,
gh’è quell para de ciapp e quij dò tett
ch’hin degn de guarnì on lett de imperator.
Oh che tett! Oh che ciapp plusquam perfett!
collogaa a voeuna a voeuna de per lor,
sald al post senza zent, senza farsett,
comor, che paren faa da on tornidor.
Per mì sont chì a giugagh el mè salari
che la moeuv pussee usij lee col vardà
che i olter donn cont el voltalla in ari.
Basta dì che mì istess di voeult arrivi
a cercali di mezz’or s’hoo de pissà,
e ghe l’hoo drizz e dur adess che scrivi.
Cesare Viviani
Dolo mite
I
scartato bela ringo da bambino
non ha pori mariànto biodegrada
un quadro gli noventa commestibile. Oh le tenerazioni, non si dosa
il gasato remoto e bricolava col rogito Argo rum. E la Persiana
col bacco simpamìna nel programma
del rosso femminino:
quest’ano bisestile pien di ràncido
cospirando l’implicito s’allena. Che dalmine non è
ma un cosentino dirige questo siro: l’è venuto
dal bus, pieno di dee
II
il tòrzolo del negro la cichìta rallenta il casto periplo di Linda
tarato sui liquami:
una scoria impossibile a narrare, vedete questa polla venerata?
la falange africana si fa l’una invade il terminale salomonico
compreso nell’ammanco organolettico. Più costo mi tramésto da
[corèta
nella saluminosa sua cométa donde para domande
per il doppio servizio: oh piscatore,
vantava la mattina
sbaglia tutti
questa è la fiaba orale
III
una taccia velata di vanessa la tisana al dessert dell’auto nobile
sotto il mastello fitto di visone, commìna sulla fiscia
di cemento si scherma un pezzo al mare:
una liguria bianca di convivere detiene la combìna importunata ...
Oh se mosse possibile ... e corrode
al caldo bollicino di dicembre
al comma sei Vincenzo comparato tirava i semi in barca
scartato bela ringo da bambino
non ha pori mariànto biodegrada
un quadro gli noventa commestibile. Oh le tenerazioni, non si dosa
il gasato remoto e bricolava col rogito Argo rum. E la Persiana
col bacco simpamìna nel programma
del rosso femminino:
quest’ano bisestile pien di ràncido
cospirando l’implicito s’allena. Che dalmine non è
ma un cosentino dirige questo siro: l’è venuto
dal bus, pieno di dee
II
il tòrzolo del negro la cichìta rallenta il casto periplo di Linda
tarato sui liquami:
una scoria impossibile a narrare, vedete questa polla venerata?
la falange africana si fa l’una invade il terminale salomonico
compreso nell’ammanco organolettico. Più costo mi tramésto da
[corèta
nella saluminosa sua cométa donde para domande
per il doppio servizio: oh piscatore,
vantava la mattina
sbaglia tutti
questa è la fiaba orale
III
una taccia velata di vanessa la tisana al dessert dell’auto nobile
sotto il mastello fitto di visone, commìna sulla fiscia
di cemento si scherma un pezzo al mare:
una liguria bianca di convivere detiene la combìna importunata ...
Oh se mosse possibile ... e corrode
al caldo bollicino di dicembre
al comma sei Vincenzo comparato tirava i semi in barca
Cesare Zavattini
È duro è duro è duro
È duro è duro è duro
gridai lungo la rampa delle scale.
Dopo la guerra non si drizzava più
da quattro mesi. Invano lo squassavo il lumacone.
Decisi
di buttarmi dall’attico.
Inesistiti mi pareano i tempi che ovunque fossi
come brezza il pensiero di lei
dal nulla lo faceva lievitare
anzi dovevo badarvi con la mano in tasca
per celare il rigonfio nei calzoni.
Non credo eppur pregai.
Sentii dunque all’improvviso
un che tra l’aurora e il coro dei «lombardi»,
un calore solenne,
non so forse c’entrava
la turgida cascata delle Marmore,
gridai
è duro è duro
piangendo
lungo la rampa delle scale.
gridai lungo la rampa delle scale.
Dopo la guerra non si drizzava più
da quattro mesi. Invano lo squassavo il lumacone.
Decisi
di buttarmi dall’attico.
Inesistiti mi pareano i tempi che ovunque fossi
come brezza il pensiero di lei
dal nulla lo faceva lievitare
anzi dovevo badarvi con la mano in tasca
per celare il rigonfio nei calzoni.
Non credo eppur pregai.
Sentii dunque all’improvviso
un che tra l’aurora e il coro dei «lombardi»,
un calore solenne,
non so forse c’entrava
la turgida cascata delle Marmore,
gridai
è duro è duro
piangendo
lungo la rampa delle scale.
Domenico Tempio
La futtuta all’inglisa
Nici, mi vinni un nolitu
di futtiri all’inglisa;
già sugnu infucatissimu:
guarda chi minchia tisa!
Lu gustu è insuppurtabili,
li tasti non discordi:
in chistu modu futtinu
li nobili milordi.
La sorti è già propizia
semu sul suliddi;
stanotti avemu a futtiri
li gigghia e li capiddi.
A manu a manu curcati;
lu lettu è già cunzatu,
non cci haju chiù pacenzia,
pri mia sugnu spugghiatu.
Veni ccà, figghia! Curcati!
Spinciti tanticchiedda;
li to labbruzza dunami,
dammi nna vasatedda.
Nici, fa presto; dunami
sta duci to linguzza;
ntra la mia vocca trasila,
facemu la sirpuzza.
Sti cosci toi, sti natichi
sunnu nna vera tuma;
li minni su’ dui provuli,
chiù bianchi di la scuma.
Ma senza tanti chiacchiari,
futtemu allegramenti;
non servi accussì perdiri
st’amabili momenti.
Mettiti a facci all’aria,
chista è la forma arcana;
li bianchi cosci gnuttica
a modo di nna rana.
Supra li mei claviculi
posa li toi manuzzi,
e a li mei cianchi strinciti,
ed iu a li to spadduzzi.
Chi vera matematica!
Chi calculu profunnu!
Oh, comu si combacianu
lu cazzu ccu lu cunnu!
Ma già serruli serruli
la virga s’introduci,
e mentri trasi s’eccita
lu gustu lo chiù duci.
Comu s’abbassa l’uteru
sinu all’imboccatura,
chi brama di sucarisi
l’umana rennitura!
Dunca futtemu nsemula,
iu fricu e tu cazzii;
fammi sautari all’aria
finu ca ti nichii.
Va, veni, Nici; baciami,
cazzia… mi veni… è lestu;
già mi currampu, strincimi,
abbrazza, futti prestu!
Eccu chi cadi sazia
la minchia a passuluni;
la testa posa languida
pri supra li cugghiuni.
Sacciu chi è to lu geniu
quannu la minchia è muscia!
Forsi pirchì rallentasi
a guisa d’una truscia?
Te’, ccu dui jita pigghiala
e fanni chi nni voi;
a lu to sticchiu adattala,
fricala quantu poi.
Ma già rinviguriscinu
li musculi e rutturi;
lu cazzu arreri fulmina
di futtiri a fururi.
Senza chiù tempu perdiri,
mettiti arreri a lenza;
te’, st’autra vota pigghiati
stu restu di simenza.
Cazzu! Chi beddu futtiri,
chi gustu prelibatu!
Chistu è lu veru futtiri:
l’Inglisi sia lodatu!
di futtiri all’inglisa;
già sugnu infucatissimu:
guarda chi minchia tisa!
Lu gustu è insuppurtabili,
li tasti non discordi:
in chistu modu futtinu
li nobili milordi.
La sorti è già propizia
semu sul suliddi;
stanotti avemu a futtiri
li gigghia e li capiddi.
A manu a manu curcati;
lu lettu è già cunzatu,
non cci haju chiù pacenzia,
pri mia sugnu spugghiatu.
Veni ccà, figghia! Curcati!
Spinciti tanticchiedda;
li to labbruzza dunami,
dammi nna vasatedda.
Nici, fa presto; dunami
sta duci to linguzza;
ntra la mia vocca trasila,
facemu la sirpuzza.
Sti cosci toi, sti natichi
sunnu nna vera tuma;
li minni su’ dui provuli,
chiù bianchi di la scuma.
Ma senza tanti chiacchiari,
futtemu allegramenti;
non servi accussì perdiri
st’amabili momenti.
Mettiti a facci all’aria,
chista è la forma arcana;
li bianchi cosci gnuttica
a modo di nna rana.
Supra li mei claviculi
posa li toi manuzzi,
e a li mei cianchi strinciti,
ed iu a li to spadduzzi.
Chi vera matematica!
Chi calculu profunnu!
Oh, comu si combacianu
lu cazzu ccu lu cunnu!
Ma già serruli serruli
la virga s’introduci,
e mentri trasi s’eccita
lu gustu lo chiù duci.
Comu s’abbassa l’uteru
sinu all’imboccatura,
chi brama di sucarisi
l’umana rennitura!
Dunca futtemu nsemula,
iu fricu e tu cazzii;
fammi sautari all’aria
finu ca ti nichii.
Va, veni, Nici; baciami,
cazzia… mi veni… è lestu;
già mi currampu, strincimi,
abbrazza, futti prestu!
Eccu chi cadi sazia
la minchia a passuluni;
la testa posa languida
pri supra li cugghiuni.
Sacciu chi è to lu geniu
quannu la minchia è muscia!
Forsi pirchì rallentasi
a guisa d’una truscia?
Te’, ccu dui jita pigghiala
e fanni chi nni voi;
a lu to sticchiu adattala,
fricala quantu poi.
Ma già rinviguriscinu
li musculi e rutturi;
lu cazzu arreri fulmina
di futtiri a fururi.
Senza chiù tempu perdiri,
mettiti arreri a lenza;
te’, st’autra vota pigghiati
stu restu di simenza.
Cazzu! Chi beddu futtiri,
chi gustu prelibatu!
Chistu è lu veru futtiri:
l’Inglisi sia lodatu!
Edoardo Sanguineti
Erotopaegnia (11)
consistente coda! frigida frusta! oh muscolo! oh pugno!
[penetrante:
hai bevuto abbastanza (tale l’avvertimento); hai sudato (tale
giuoco giocasti, bestia!); (tale, belva!); mordi il tuo fieno!
[la tua paglia
calpesta! e scoprimi, adesso, animale!
(e lo riportavo nella stalla
[silenziosa);
ma mentre procedevamo mesti attraverso la fosca aula magna?
[come nitristi,
mia vanga; come mia piramide, lacrimasti! felice mostro
(dissi); ma quali vipere ci vengono incontro? e gamberi? e
[mosche?
il coccodrillo vedi! lo scorpione vedi! arrestiamoci! oh questo
[vivo giardino!
e oh questi funghi, come odorano! cogliamo questi funghi! belli!
le gli ovoli vedi!
quanto dilatati! fecondi! qui bene crepitano le nostre secche
[croste;
felci fioriscono nelle atroci narici; striscia il muschio magro
sopra il palato luteo, lustro; sei già la scolopendra chiara;
[la sua ghiandola
grinzuta sei; oh squisito grumo, perditi! oh perditi, grumo!
liquida lista! asmatico atomo! oh macchia! oh punto! pungente.
[penetrante:
hai bevuto abbastanza (tale l’avvertimento); hai sudato (tale
giuoco giocasti, bestia!); (tale, belva!); mordi il tuo fieno!
[la tua paglia
calpesta! e scoprimi, adesso, animale!
(e lo riportavo nella stalla
[silenziosa);
ma mentre procedevamo mesti attraverso la fosca aula magna?
[come nitristi,
mia vanga; come mia piramide, lacrimasti! felice mostro
(dissi); ma quali vipere ci vengono incontro? e gamberi? e
[mosche?
il coccodrillo vedi! lo scorpione vedi! arrestiamoci! oh questo
[vivo giardino!
e oh questi funghi, come odorano! cogliamo questi funghi! belli!
le gli ovoli vedi!
quanto dilatati! fecondi! qui bene crepitano le nostre secche
[croste;
felci fioriscono nelle atroci narici; striscia il muschio magro
sopra il palato luteo, lustro; sei già la scolopendra chiara;
[la sua ghiandola
grinzuta sei; oh squisito grumo, perditi! oh perditi, grumo!
liquida lista! asmatico atomo! oh macchia! oh punto! pungente.
Emilio Praga
Tentazioni
Vorrei, fanciulla, esser nel tuo corsetto,
e, come un serpe ai dì di luglio, in giri
voluttüosi errarti intorno al petto:
errarti intorno al petto, o bella amica,
ma con gioia pudica;
e non baciarti, e tener gli occhi chiusi,
sol nei profumi assorto,
per le tue membra candide diffusi.
e, come un serpe ai dì di luglio, in giri
voluttüosi errarti intorno al petto:
errarti intorno al petto, o bella amica,
ma con gioia pudica;
e non baciarti, e tener gli occhi chiusi,
sol nei profumi assorto,
per le tue membra candide diffusi.
Fausto Maria Martini
Da Elegia del primo abito ‘décolleté’
L’educanda ha sete
di fantasie con ombra di peccato.
Non hai paura? Avanzati! È sbocciato
un fior del male e la tua mano lambe
il morbido velluto delle gambe,
e sale tremebonda, e giunge dove
fiorirono sul petto le due nuove
rose… Nuove! Oh! son già tre primavere,
né sanno l’appassire delle sere
quei boccioli socchiusi: ora, li guardi…
Ti guardano essi! Son rose o cardi?
di fantasie con ombra di peccato.
Non hai paura? Avanzati! È sbocciato
un fior del male e la tua mano lambe
il morbido velluto delle gambe,
e sale tremebonda, e giunge dove
fiorirono sul petto le due nuove
rose… Nuove! Oh! son già tre primavere,
né sanno l’appassire delle sere
quei boccioli socchiusi: ora, li guardi…
Ti guardano essi! Son rose o cardi?
Francesco Cei
Oimè, che a pensar del sacro petto
Oimè, che a pensar del sacro petto
sento che ogni mio spirito si muove:
quivi fussi per sempre el mio ricetto,
massime dove due mammelle piove
picciole et ferme, e in mezo un boccioletto
getta il liquor che si dà bere a Giove:
non è marmo sì forte freddo o saldo,
che non sentissi nel toccarla caldo.
sento che ogni mio spirito si muove:
quivi fussi per sempre el mio ricetto,
massime dove due mammelle piove
picciole et ferme, e in mezo un boccioletto
getta il liquor che si dà bere a Giove:
non è marmo sì forte freddo o saldo,
che non sentissi nel toccarla caldo.
Giorgio Baffo
Documenti per ben fottere
Senti come el me tira, Anema cara,
senti come el te và drento in la Cocca,
dame presto la lengua drento in bocca,
no esser dei to basi tanto avara.
Deh! Tiolo tutto, strenzi, e avanti para;
sò che con altri no ti è stada alocca,
no far gnanca co mi tanto la gnocca,
a darla tutta, e a retirarla impara;
alza el Culo, mio ben, fà la mattona
in strenzerme, e saltar, o mio Tesoro,
strenzime coi to brazzi, se ti è bona.
Vià, cara, vìa, son quà, oh! Dìo, che moro,
dame le Tette, e ’1 Cul, spenzi la Mona,
sbora, sbora, mio ben; oh Dio! mi sboro.
senti come el te và drento in la Cocca,
dame presto la lengua drento in bocca,
no esser dei to basi tanto avara.
Deh! Tiolo tutto, strenzi, e avanti para;
sò che con altri no ti è stada alocca,
no far gnanca co mi tanto la gnocca,
a darla tutta, e a retirarla impara;
alza el Culo, mio ben, fà la mattona
in strenzerme, e saltar, o mio Tesoro,
strenzime coi to brazzi, se ti è bona.
Vià, cara, vìa, son quà, oh! Dìo, che moro,
dame le Tette, e ’1 Cul, spenzi la Mona,
sbora, sbora, mio ben; oh Dio! mi sboro.
Giorgio Baffo
Fotte una donna sul letto
T’hò pur trovà sul letto
despoggiada, oh! Dìo, che gusto,
poderte senza busto
le Tette ben palpar.
Lassa che la camisa
te leva un poco suso,
che della Mona el buso
mi possa contemplar.
Che carne, che bianchezza,
che Collo, oh Dìo, che Tette!
Che cosse morbidette,
che Culo molesin!
Che brazzi, oh Dio, che fianchi!
Che panza, dove in fondo
ghe xe un peletto biondo,
che pare un perucchin!
Via slarga quelle cosse,
averzile, via, pronta,
no me tegnir più sconta
la Regia dell’amor.
Care le mie raise,
perché mai vergognarte,
che veda quella parte,
che me consola el cuor?
Da quel morbido pelo,
che ti hà sul Pettenecchio,
vedo, come in un specchio,
el centro d’ogni ben.
Ancora ti resisti,
ti tremi, che te fotta?
Perché tanto te scotta
darme quel che me vien?
Mi ’l sò, ceder ti vuol,
ma ti ’l vuol far costretta,
acciò che mi tel metta
con più ferocità.
Ecco quel liogo, dove
amor tien quel solazzo,
che fà provar al Cazzo
la so felicità.
Mi vedo do Lavretti
morbidi, che i se tocca,
che fà che quella bocca
la gabbia del Divin.
Oh! Quando che i se averze
cosa me mostra amor,
oltre quel bel color,
che supera el rubin!
Voi doperar quell’arma,
che per la bella lotta
da farse colla potta
natura m’hà formà.
Cara, e chi puoi spiegar
el gusto, che mi sento!
Quando con te son drento
son tutto imbalsemà. (…)
despoggiada, oh! Dìo, che gusto,
poderte senza busto
le Tette ben palpar.
Lassa che la camisa
te leva un poco suso,
che della Mona el buso
mi possa contemplar.
Che carne, che bianchezza,
che Collo, oh Dìo, che Tette!
Che cosse morbidette,
che Culo molesin!
Che brazzi, oh Dio, che fianchi!
Che panza, dove in fondo
ghe xe un peletto biondo,
che pare un perucchin!
Via slarga quelle cosse,
averzile, via, pronta,
no me tegnir più sconta
la Regia dell’amor.
Care le mie raise,
perché mai vergognarte,
che veda quella parte,
che me consola el cuor?
Da quel morbido pelo,
che ti hà sul Pettenecchio,
vedo, come in un specchio,
el centro d’ogni ben.
Ancora ti resisti,
ti tremi, che te fotta?
Perché tanto te scotta
darme quel che me vien?
Mi ’l sò, ceder ti vuol,
ma ti ’l vuol far costretta,
acciò che mi tel metta
con più ferocità.
Ecco quel liogo, dove
amor tien quel solazzo,
che fà provar al Cazzo
la so felicità.
Mi vedo do Lavretti
morbidi, che i se tocca,
che fà che quella bocca
la gabbia del Divin.
Oh! Quando che i se averze
cosa me mostra amor,
oltre quel bel color,
che supera el rubin!
Voi doperar quell’arma,
che per la bella lotta
da farse colla potta
natura m’hà formà.
Cara, e chi puoi spiegar
el gusto, che mi sento!
Quando con te son drento
son tutto imbalsemà. (…)
Giorgio Baffo
Gnente meggio del fottere
Fottemo pur, fottemo allegramente,
che del fotter no ghè cosa più bona,
troveme un liogo meggio della Mona,
nol ghè per Dio, che diga pur la zente.
Le nostre voggie no xe mai contente,
se vorrìa co xe dì, che fusse nona,
ma, co se xe a cavallo d’una Dona,
voggia de desmontar mai no se sente.
In fatti, se l’Osello no molasse,
no ghe sarìa gnessun de volontà,
che fora della Mona lo cavasse;
perché ’l se cava in quanto el s’hà molà,
che per altro, se sempre duro el stasse,
mai nol se cavarìa fora de là.
che del fotter no ghè cosa più bona,
troveme un liogo meggio della Mona,
nol ghè per Dio, che diga pur la zente.
Le nostre voggie no xe mai contente,
se vorrìa co xe dì, che fusse nona,
ma, co se xe a cavallo d’una Dona,
voggia de desmontar mai no se sente.
In fatti, se l’Osello no molasse,
no ghe sarìa gnessun de volontà,
che fora della Mona lo cavasse;
perché ’l se cava in quanto el s’hà molà,
che per altro, se sempre duro el stasse,
mai nol se cavarìa fora de là.
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