Poesie di questo tema
Passione
Albino Pierro
Mbàreche mi vó’
Mbàreche mi vó’,
e già mi sònnese, ‘a notte.
Ié pure,
accumminze a trimè nd’ ‘a site,
e mi mpàure.
Mi iunnére dasupr’a tti,
e tutte quante t’i suchére, u sagne,
nda na vìppeta schitte e senza fiète,
com’a chi mbrièche ci s’ammùssete
a na vutte iacchète
e uèreta natè nd’u vine russe,
cchi ci murì.
e già mi sònnese, ‘a notte.
Ié pure,
accumminze a trimè nd’ ‘a site,
e mi mpàure.
Mi iunnére dasupr’a tti,
e tutte quante t’i suchére, u sagne,
nda na vìppeta schitte e senza fiète,
com’a chi mbrièche ci s’ammùssete
a na vutte iacchète
e uèreta natè nd’u vine russe,
cchi ci murì.
Alfredo Giuliani
Il canto animale
ho rivisto il nostro cantante a me piaceva lo stesso i lunedì
mattina come sono
belli i lunedì io gli toglievo il fiato esplodendo le vocali
dal naso completamente
libero di labiali e dittonghi genuini insomma quando non
canta è uno spettacolo
e appena non canta più è una creatura forse soltanto le
gengive più erotiche e minerali
la nostra piccola atmosfera soffre di un accumulo di onde
disritmiche e ci perturba
più del barrito degli elefanti e poi c’è la grande lezione
silenziosa dei gatti dio
com’era bello con la ventosa della gola godere le strisce
d’aria e sputare sul sole
quanto mi piace il muso ottuso dell’amore che respira
muto tra la vegetazione nasale
mattina come sono
belli i lunedì io gli toglievo il fiato esplodendo le vocali
dal naso completamente
libero di labiali e dittonghi genuini insomma quando non
canta è uno spettacolo
e appena non canta più è una creatura forse soltanto le
gengive più erotiche e minerali
la nostra piccola atmosfera soffre di un accumulo di onde
disritmiche e ci perturba
più del barrito degli elefanti e poi c’è la grande lezione
silenziosa dei gatti dio
com’era bello con la ventosa della gola godere le strisce
d’aria e sputare sul sole
quanto mi piace il muso ottuso dell’amore che respira
muto tra la vegetazione nasale
Alfredo Giuliani
Predilezioni (I, II)
I
Accordo è la passione della mia ignoranza,
questo mondo lambito dai canili? sesso d’un sogno,
veramente s’umilia in periferie ricciute e rosa,
puerilmente si macchia per capire l’ospitalità.
L’anno licantropo ha dodici lune soltanto. La mia viltà
per la bellezza è incredibile, ho bisogno dell’ansia.
Perché fortuna e danno rapiscono la fiamma e
nella grigia ossea dignità’ non c’è che eleganza.
II
Non c’è rimedio al disordine d’aprile,
scossa di paradiso dei cieli che spurgano
e rovesciano’ l’inverno nei fossi, dei venti
che s’irradiano asciutti di colpo.
Non c’è rimedio a quei nostri disguidi,"
al lezzo delle rose, notturne per la mente
e per l’aria gelose. Amore sempre fiorisce
prima del conoscere, in un buio tremore.
E il rammarico non apre questa porta chiusa,
fa misera la lotta, tradisce solitudine.
L’odore disfatto in scirocco"? soffoca le sere;
e non c’è onore, né calma, né tregua.
Accordo è la passione della mia ignoranza,
questo mondo lambito dai canili? sesso d’un sogno,
veramente s’umilia in periferie ricciute e rosa,
puerilmente si macchia per capire l’ospitalità.
L’anno licantropo ha dodici lune soltanto. La mia viltà
per la bellezza è incredibile, ho bisogno dell’ansia.
Perché fortuna e danno rapiscono la fiamma e
nella grigia ossea dignità’ non c’è che eleganza.
II
Non c’è rimedio al disordine d’aprile,
scossa di paradiso dei cieli che spurgano
e rovesciano’ l’inverno nei fossi, dei venti
che s’irradiano asciutti di colpo.
Non c’è rimedio a quei nostri disguidi,"
al lezzo delle rose, notturne per la mente
e per l’aria gelose. Amore sempre fiorisce
prima del conoscere, in un buio tremore.
E il rammarico non apre questa porta chiusa,
fa misera la lotta, tradisce solitudine.
L’odore disfatto in scirocco"? soffoca le sere;
e non c’è onore, né calma, né tregua.
Arturo Onofri
Ecco il ritmo frenetico del sangue
Ecco il ritmo frenetico del sangue,
quando gli azzurri tuonano a distesa,
e qualsiasi colore si fa fiamma
nell’urlo delle tempie.
Ecco il cuor mio nella selvaggia ebbrezza
di svincolare in esseri le forme
disincantate a vortice di danza.
Ecco i visi risòlti in fiabe d’oro
e in lievi organi d’ali.
Ecco gli alberi in forsennate lingue
contorcersi, balzar fra scoppiettii
di verdi fiamme dalla terra urlante.
E fra l’altre manie del mezzogiorno,
ecco me, congelato in stella fissa,
ch’esaspero l’antica aria di piaghe
metalliche, sull’erba di corallo.
(Pulsa il fianco del mare sul granito
come un trotto infinito di cavallo).
quando gli azzurri tuonano a distesa,
e qualsiasi colore si fa fiamma
nell’urlo delle tempie.
Ecco il cuor mio nella selvaggia ebbrezza
di svincolare in esseri le forme
disincantate a vortice di danza.
Ecco i visi risòlti in fiabe d’oro
e in lievi organi d’ali.
Ecco gli alberi in forsennate lingue
contorcersi, balzar fra scoppiettii
di verdi fiamme dalla terra urlante.
E fra l’altre manie del mezzogiorno,
ecco me, congelato in stella fissa,
ch’esaspero l’antica aria di piaghe
metalliche, sull’erba di corallo.
(Pulsa il fianco del mare sul granito
come un trotto infinito di cavallo).
Bonagiunta Orbicciani
A me adovene com’a lo zitello
A me adovene com’a lo zitello
quando lo foco davanti li pare,
che tanto li risembla chiaro e bello,
che stendive la mano per pigliare;
e lo foco lo ’ncende, e fallo fello,
ché non è gioco lo foco toccare:
poi ch’è passata l’ira, alora e quello
disia inver’ lo foco ritornare.
Ma eo, che traggo l’aigua de lo foco
(e no è null’om che lo potesse fare),
per lacrime ch’eo getto tutto coco,
chiare e salse quant’è acqua di mare.
Candela che s’aprende senza foco,
arde ed incende e non si pò amotrtare,
quando lo foco davanti li pare,
che tanto li risembla chiaro e bello,
che stendive la mano per pigliare;
e lo foco lo ’ncende, e fallo fello,
ché non è gioco lo foco toccare:
poi ch’è passata l’ira, alora e quello
disia inver’ lo foco ritornare.
Ma eo, che traggo l’aigua de lo foco
(e no è null’om che lo potesse fare),
per lacrime ch’eo getto tutto coco,
chiare e salse quant’è acqua di mare.
Candela che s’aprende senza foco,
arde ed incende e non si pò amotrtare,
Bonagiunta Orbicciani
Tal è la fiamma e *l foco
Tal è la fiamma e ’l foco
là ’nd’eo incendo e coco, — o dolze meo site,
che ismarrire — mi fate lo core e la mente.
Ismarrite mi fate la mente e lo core,
sì che tutta per voi mi distruggo e disfaccio,
così come si sface la rosa e lo fiore
‘quando la sovragiunge fredura né ghiaccio.
Così son presa al laccio
per la stranianza nostra imprumera,
come la fèra — amorosa di tutta la gente.
Tant’è ’]l foco e la fiamma, che ’l meo core abonda,
che non credo che mai si potesse astutare;
e non è nullo membro che no mi si confonda,
e non vegio per arte ove possa campare,
com’ quel che cade al mare,
che non ha sostegno né ritenenza
per la ’ncrescenza — de l’onda, che vede frangente.
Se mi séte sì fèro com’ parete in vista
e noioso secondo la ria dimostranza,
ancidetemi adesso ch’eo vivo più trista
che quand’eo fosse morta: tant’ho grande dottanza!
Se la bona speranza,
ch’eo agio di voi, mi rinfrangesse,
s’eo m’ancidesse, — serestene poi penetente.
Io non v’oso guardare né ’°n viso né ’n ciera,
né mostrarvi sembianti, come fare solia,
ché mi faite una vista mortale e crudera,
com’eo fosse di voi nemica giudia.
Ed esser non dovria
perché’io ci colpasse; ché la casione
de l’ofensione — non fue che montasse niente.
là ’nd’eo incendo e coco, — o dolze meo site,
che ismarrire — mi fate lo core e la mente.
Ismarrite mi fate la mente e lo core,
sì che tutta per voi mi distruggo e disfaccio,
così come si sface la rosa e lo fiore
‘quando la sovragiunge fredura né ghiaccio.
Così son presa al laccio
per la stranianza nostra imprumera,
come la fèra — amorosa di tutta la gente.
Tant’è ’]l foco e la fiamma, che ’l meo core abonda,
che non credo che mai si potesse astutare;
e non è nullo membro che no mi si confonda,
e non vegio per arte ove possa campare,
com’ quel che cade al mare,
che non ha sostegno né ritenenza
per la ’ncrescenza — de l’onda, che vede frangente.
Se mi séte sì fèro com’ parete in vista
e noioso secondo la ria dimostranza,
ancidetemi adesso ch’eo vivo più trista
che quand’eo fosse morta: tant’ho grande dottanza!
Se la bona speranza,
ch’eo agio di voi, mi rinfrangesse,
s’eo m’ancidesse, — serestene poi penetente.
Io non v’oso guardare né ’°n viso né ’n ciera,
né mostrarvi sembianti, come fare solia,
ché mi faite una vista mortale e crudera,
com’eo fosse di voi nemica giudia.
Ed esser non dovria
perché’io ci colpasse; ché la casione
de l’ofensione — non fue che montasse niente.
Cecco Angiolieri
Quanto un granel di panico è minore
Quanto un grane] di panico è minore
del maggior monte che abbia veduto;
e quanto è ’l bon fiorin de l’or migliore
di qualunca denaro più minuto;
e quanto m’è più pessimo el dolore
ad averlo, e l’ho, ch’a averlo perduto:
cotant’è maggio la pena d’amore,
ched io non averei mai creduto.
Ed or la credo, però ch’io la provo
en tal guisa che, per l’anima mia,
di questo amor vorria ancor esser novo.
Ed ho en disamar quella bailfa
c’ha ’l pulcinello ch’è dentro da l’ovo,
d’uscir ’nnanzi ched el su’ tempo sia.
del maggior monte che abbia veduto;
e quanto è ’l bon fiorin de l’or migliore
di qualunca denaro più minuto;
e quanto m’è più pessimo el dolore
ad averlo, e l’ho, ch’a averlo perduto:
cotant’è maggio la pena d’amore,
ched io non averei mai creduto.
Ed or la credo, però ch’io la provo
en tal guisa che, per l’anima mia,
di questo amor vorria ancor esser novo.
Ed ho en disamar quella bailfa
c’ha ’l pulcinello ch’è dentro da l’ovo,
d’uscir ’nnanzi ched el su’ tempo sia.
Dino Campana
Furibondo
Abbracciata io l’aveva.
Mentre affannoso delle cieche ebbrezze
Sul limitare cieco brancolavo
E accelerati colpi replicavo
Sopra la porta di eterne dolcezze:
All’improvviso sopra la mia schiena
S’alzò e ricadde martellando sordo
E ritmico il suo piede. Fu il ricordo
Dell’attimo fuggente, nella piena
Fantastica l’appello della morte.
Ardendo disperatamente allora
Raddoppiai le mie forze a quell’appello
Fatidico e ansimando la dimora
Varcai del nulla e dell’ebbrezza, fiero
Penetrai, nel fervore alta la fronte
Impugnando la gola della donna
Vittorioso nel mistico maniero
Nella mia patria antica nel gran nulla.
Mentre affannoso delle cieche ebbrezze
Sul limitare cieco brancolavo
E accelerati colpi replicavo
Sopra la porta di eterne dolcezze:
All’improvviso sopra la mia schiena
S’alzò e ricadde martellando sordo
E ritmico il suo piede. Fu il ricordo
Dell’attimo fuggente, nella piena
Fantastica l’appello della morte.
Ardendo disperatamente allora
Raddoppiai le mie forze a quell’appello
Fatidico e ansimando la dimora
Varcai del nulla e dell’ebbrezza, fiero
Penetrai, nel fervore alta la fronte
Impugnando la gola della donna
Vittorioso nel mistico maniero
Nella mia patria antica nel gran nulla.
Domenico Tempio
La futtuta all’inglisa
Nici, mi vinni un nolitu
di futtiri all’inglisa;
già sugnu infucatissimu:
guarda chi minchia tisa!
Lu gustu è insuppurtabili,
li tasti non discordi:
in chistu modu futtinu
li nobili milordi.
La sorti è già propizia
semu sul suliddi;
stanotti avemu a futtiri
li gigghia e li capiddi.
A manu a manu curcati;
lu lettu è già cunzatu,
non cci haju chiù pacenzia,
pri mia sugnu spugghiatu.
Veni ccà, figghia! Curcati!
Spinciti tanticchiedda;
li to labbruzza dunami,
dammi nna vasatedda.
Nici, fa presto; dunami
sta duci to linguzza;
ntra la mia vocca trasila,
facemu la sirpuzza.
Sti cosci toi, sti natichi
sunnu nna vera tuma;
li minni su’ dui provuli,
chiù bianchi di la scuma.
Ma senza tanti chiacchiari,
futtemu allegramenti;
non servi accussì perdiri
st’amabili momenti.
Mettiti a facci all’aria,
chista è la forma arcana;
li bianchi cosci gnuttica
a modo di nna rana.
Supra li mei claviculi
posa li toi manuzzi,
e a li mei cianchi strinciti,
ed iu a li to spadduzzi.
Chi vera matematica!
Chi calculu profunnu!
Oh, comu si combacianu
lu cazzu ccu lu cunnu!
Ma già serruli serruli
la virga s’introduci,
e mentri trasi s’eccita
lu gustu lo chiù duci.
Comu s’abbassa l’uteru
sinu all’imboccatura,
chi brama di sucarisi
l’umana rennitura!
Dunca futtemu nsemula,
iu fricu e tu cazzii;
fammi sautari all’aria
finu ca ti nichii.
Va, veni, Nici; baciami,
cazzia… mi veni… è lestu;
già mi currampu, strincimi,
abbrazza, futti prestu!
Eccu chi cadi sazia
la minchia a passuluni;
la testa posa languida
pri supra li cugghiuni.
Sacciu chi è to lu geniu
quannu la minchia è muscia!
Forsi pirchì rallentasi
a guisa d’una truscia?
Te’, ccu dui jita pigghiala
e fanni chi nni voi;
a lu to sticchiu adattala,
fricala quantu poi.
Ma già rinviguriscinu
li musculi e rutturi;
lu cazzu arreri fulmina
di futtiri a fururi.
Senza chiù tempu perdiri,
mettiti arreri a lenza;
te’, st’autra vota pigghiati
stu restu di simenza.
Cazzu! Chi beddu futtiri,
chi gustu prelibatu!
Chistu è lu veru futtiri:
l’Inglisi sia lodatu!
di futtiri all’inglisa;
già sugnu infucatissimu:
guarda chi minchia tisa!
Lu gustu è insuppurtabili,
li tasti non discordi:
in chistu modu futtinu
li nobili milordi.
La sorti è già propizia
semu sul suliddi;
stanotti avemu a futtiri
li gigghia e li capiddi.
A manu a manu curcati;
lu lettu è già cunzatu,
non cci haju chiù pacenzia,
pri mia sugnu spugghiatu.
Veni ccà, figghia! Curcati!
Spinciti tanticchiedda;
li to labbruzza dunami,
dammi nna vasatedda.
Nici, fa presto; dunami
sta duci to linguzza;
ntra la mia vocca trasila,
facemu la sirpuzza.
Sti cosci toi, sti natichi
sunnu nna vera tuma;
li minni su’ dui provuli,
chiù bianchi di la scuma.
Ma senza tanti chiacchiari,
futtemu allegramenti;
non servi accussì perdiri
st’amabili momenti.
Mettiti a facci all’aria,
chista è la forma arcana;
li bianchi cosci gnuttica
a modo di nna rana.
Supra li mei claviculi
posa li toi manuzzi,
e a li mei cianchi strinciti,
ed iu a li to spadduzzi.
Chi vera matematica!
Chi calculu profunnu!
Oh, comu si combacianu
lu cazzu ccu lu cunnu!
Ma già serruli serruli
la virga s’introduci,
e mentri trasi s’eccita
lu gustu lo chiù duci.
Comu s’abbassa l’uteru
sinu all’imboccatura,
chi brama di sucarisi
l’umana rennitura!
Dunca futtemu nsemula,
iu fricu e tu cazzii;
fammi sautari all’aria
finu ca ti nichii.
Va, veni, Nici; baciami,
cazzia… mi veni… è lestu;
già mi currampu, strincimi,
abbrazza, futti prestu!
Eccu chi cadi sazia
la minchia a passuluni;
la testa posa languida
pri supra li cugghiuni.
Sacciu chi è to lu geniu
quannu la minchia è muscia!
Forsi pirchì rallentasi
a guisa d’una truscia?
Te’, ccu dui jita pigghiala
e fanni chi nni voi;
a lu to sticchiu adattala,
fricala quantu poi.
Ma già rinviguriscinu
li musculi e rutturi;
lu cazzu arreri fulmina
di futtiri a fururi.
Senza chiù tempu perdiri,
mettiti arreri a lenza;
te’, st’autra vota pigghiati
stu restu di simenza.
Cazzu! Chi beddu futtiri,
chi gustu prelibatu!
Chistu è lu veru futtiri:
l’Inglisi sia lodatu!
Domenico Tempio
Lu cazzu grossu
Non negu ca li fimmini
amanu cazzu grossu,
e longu e latu e turgidu
e duru comu un ossu.
Ma chissa tua è culovria,
è sugghiu di tilaru,
è cosa di spittaculu,
Tirsi, non cc’è riparu.
La testa di ssa pifera,
sula, senza lu restu,
non sulamenti sazia,
ma ancora fa indigestu.
Voi di ssu cazzu barbaru
ca sia nna cosa magna
prova chiù indubitabili?
Nna donna si nni lagna!
Quannu trasiu ntra l’uteri
ssa furma d’allargari,
mi fici, ahimè, contorciri,
mi vinni di cacari.
M’arriminau li visceri,
ntisi squarciati a brani
l’ovara, la clitoridi,
li tubi falloppiani.
Ccu ssa gran torcia in gremiu
mi parsi ch’era prena;
li dogghi già mi vinniru
e mi mancau la lena.
Mi ricercau ogni latebra,
mi fici certa ghiotta,
ch’iu già esalava l’anima,
muria sutta la botta.
Ad ogni corpu validu
chi dava all’intestini
ssa catapulta orribili,
s’aprevanu li rini.
Si sburdi ogni veiculu,
l’uretra si sbisazza,
sgurgari ‘ulia a profluviu,
né potti, la pisciazza.
Ma, Tirsi, a chi po’ serviri
ssu gran minchiuni to?
È certu ca pri futtiri
giuvari non ti po’.
O di carrozza mettilu,
ch’è giustu, pri timuni,
o, megghiu fa, appuntiddalu
pri stanga di purtuni.
Alletta, è veru, un’anima
nna minchia di li vaschi
ma no nna spranga elettrica
ca nesci di li naschi.
Sia grossu, sia majusculu
un cazzu a tutti piaci,
ognuna lu desidera,
fa sputazzedda e taci.
Ognuna si nni giubila
d’un cazzu chi non stanca,
ma poi detesta ed odia
un cugnu chi sbalanca.
Né giusta cosa parimi
fari a nna pasturedda
nna leva matematica
ccu ssa gran manuedda.
Ch’è grossu, ch’è spropositu,
ch’è longu, matri mia!
Pri misurarlu a pollici
la manu stanchiria.
Ch’è duru, ch’è insoffribili!
E quannu, oddiu, si carca,
si fa ostinatu ed empiu,
pari un eresiarca.
Nna vecchia ottagenaria
chi ntra nn’oscura cava
havi un sticchiazzu fracitu
di pestilenti bava,
chi giaci ntra l’inerzia
allaccaratu e spanu,
e l’anni e li disgrazii
lu prolungaru all’anu,
s’in chista va ad immergirla
fissura orrenda e lasca,
dirria, doppu li spasimi:
Gesuzzu, focu e frasca!
Pri lu conatu insolitu
già m’allascai di sutta,
né foru sulu pidita,
iu m’allurdavi tutta.
D’una minchiazza simili
scanzari Diu ni pozza,
minchia ca fa stravidiri,
e tocca ccu la vozza.
Chi mai non cci putissiru
ncappari cristiani,
anzi chiuttostu vidirla
in vucca di li cani.
Pri mia, Tirsi, ristarimi
celibi mi delibru,
simmai ogni prepuziu
sarria di ssu calibru;
sarria, pri non suffririmi
in senu ssa baruffa,
cuntenta di ristarimi
lu sticchiu ccu la muffa.
Va, e quannu tu voi futtiri
abbuscati nna donna
ca sia capaci a ghiuttirsi
in gremmu ssa colonna.
E siddu un sticchiu simili
po’ darsi ntra lu munnu,
allura putrà dirisi
ca nna caverna è un cunnu.
Ccu mia ssa canna d’organu
chiù non farà sunata;
lu celu mi nni liberi,
nni restu azzaccagnata!
Cadivi ntra la trappula
sta vota, accussì fu;
è russu st’occhiu? Allargati,
tu non mi ncocci chiù!
amanu cazzu grossu,
e longu e latu e turgidu
e duru comu un ossu.
Ma chissa tua è culovria,
è sugghiu di tilaru,
è cosa di spittaculu,
Tirsi, non cc’è riparu.
La testa di ssa pifera,
sula, senza lu restu,
non sulamenti sazia,
ma ancora fa indigestu.
Voi di ssu cazzu barbaru
ca sia nna cosa magna
prova chiù indubitabili?
Nna donna si nni lagna!
Quannu trasiu ntra l’uteri
ssa furma d’allargari,
mi fici, ahimè, contorciri,
mi vinni di cacari.
M’arriminau li visceri,
ntisi squarciati a brani
l’ovara, la clitoridi,
li tubi falloppiani.
Ccu ssa gran torcia in gremiu
mi parsi ch’era prena;
li dogghi già mi vinniru
e mi mancau la lena.
Mi ricercau ogni latebra,
mi fici certa ghiotta,
ch’iu già esalava l’anima,
muria sutta la botta.
Ad ogni corpu validu
chi dava all’intestini
ssa catapulta orribili,
s’aprevanu li rini.
Si sburdi ogni veiculu,
l’uretra si sbisazza,
sgurgari ‘ulia a profluviu,
né potti, la pisciazza.
Ma, Tirsi, a chi po’ serviri
ssu gran minchiuni to?
È certu ca pri futtiri
giuvari non ti po’.
O di carrozza mettilu,
ch’è giustu, pri timuni,
o, megghiu fa, appuntiddalu
pri stanga di purtuni.
Alletta, è veru, un’anima
nna minchia di li vaschi
ma no nna spranga elettrica
ca nesci di li naschi.
Sia grossu, sia majusculu
un cazzu a tutti piaci,
ognuna lu desidera,
fa sputazzedda e taci.
Ognuna si nni giubila
d’un cazzu chi non stanca,
ma poi detesta ed odia
un cugnu chi sbalanca.
Né giusta cosa parimi
fari a nna pasturedda
nna leva matematica
ccu ssa gran manuedda.
Ch’è grossu, ch’è spropositu,
ch’è longu, matri mia!
Pri misurarlu a pollici
la manu stanchiria.
Ch’è duru, ch’è insoffribili!
E quannu, oddiu, si carca,
si fa ostinatu ed empiu,
pari un eresiarca.
Nna vecchia ottagenaria
chi ntra nn’oscura cava
havi un sticchiazzu fracitu
di pestilenti bava,
chi giaci ntra l’inerzia
allaccaratu e spanu,
e l’anni e li disgrazii
lu prolungaru all’anu,
s’in chista va ad immergirla
fissura orrenda e lasca,
dirria, doppu li spasimi:
Gesuzzu, focu e frasca!
Pri lu conatu insolitu
già m’allascai di sutta,
né foru sulu pidita,
iu m’allurdavi tutta.
D’una minchiazza simili
scanzari Diu ni pozza,
minchia ca fa stravidiri,
e tocca ccu la vozza.
Chi mai non cci putissiru
ncappari cristiani,
anzi chiuttostu vidirla
in vucca di li cani.
Pri mia, Tirsi, ristarimi
celibi mi delibru,
simmai ogni prepuziu
sarria di ssu calibru;
sarria, pri non suffririmi
in senu ssa baruffa,
cuntenta di ristarimi
lu sticchiu ccu la muffa.
Va, e quannu tu voi futtiri
abbuscati nna donna
ca sia capaci a ghiuttirsi
in gremmu ssa colonna.
E siddu un sticchiu simili
po’ darsi ntra lu munnu,
allura putrà dirisi
ca nna caverna è un cunnu.
Ccu mia ssa canna d’organu
chiù non farà sunata;
lu celu mi nni liberi,
nni restu azzaccagnata!
Cadivi ntra la trappula
sta vota, accussì fu;
è russu st’occhiu? Allargati,
tu non mi ncocci chiù!
Edmondo de Amicis
A un’andalusa
T’ho vista al Circo, bruna maledetta,
e m’hai messo le fibre alla tortura…
Avevi indosso la tua veste oscura
e un giglio al capo e al collo una crocetta
ed era ogni tuo sguardo una saetta
ed ogni riso una morsicatura,
e con lasciva e perfida impostura
stavi al tuo sposo avvitichiata e stretta;
e vedendo piegar sotto i lucenti
ferri la testa fulminata i tori,
le nari aprivi e digrignavi i denti;
e fiutavi il sangue sulle arene,
bruna feroce, e ti fuggìa dai pori
l’inferno che ti bolle entro le vene.
e m’hai messo le fibre alla tortura…
Avevi indosso la tua veste oscura
e un giglio al capo e al collo una crocetta
ed era ogni tuo sguardo una saetta
ed ogni riso una morsicatura,
e con lasciva e perfida impostura
stavi al tuo sposo avvitichiata e stretta;
e vedendo piegar sotto i lucenti
ferri la testa fulminata i tori,
le nari aprivi e digrignavi i denti;
e fiutavi il sangue sulle arene,
bruna feroce, e ti fuggìa dai pori
l’inferno che ti bolle entro le vene.
Enrico Cavacchioli
Danza del ventre
Femmine ignude con pupille immonde
avidamente saltano un trescone,
e lor mammelle sitibonde e prone
sgonfian sul petto flaccide e profonde.
Scattano torsi e ventri si ripiegano:
coppe congiunte in nudità di latte.
Sotto le ascelle la cesarie sbatte
e le pupille in mar d’ansie s’annegano.
Il desiderio sminuetta addosso,
ride, saltella, guizza e non addenta;
vigila e ringhia, lascia e poi s’avventa
con un urlo bramoso di molosso.
Oscenamente si avviticchia e morde
le carni, e le martella, e le ritorce;
anime e braccia fuman come torce:
si tendon seni e succhian bocche ingorde.
Strani tintinni orchestra a scrosci il sangue,
passano fasce rosse sopra agli occhi
e sembra a un tratto, o sogno, che trabocchi
tutta la vita dalla vulva esangue.
avidamente saltano un trescone,
e lor mammelle sitibonde e prone
sgonfian sul petto flaccide e profonde.
Scattano torsi e ventri si ripiegano:
coppe congiunte in nudità di latte.
Sotto le ascelle la cesarie sbatte
e le pupille in mar d’ansie s’annegano.
Il desiderio sminuetta addosso,
ride, saltella, guizza e non addenta;
vigila e ringhia, lascia e poi s’avventa
con un urlo bramoso di molosso.
Oscenamente si avviticchia e morde
le carni, e le martella, e le ritorce;
anime e braccia fuman come torce:
si tendon seni e succhian bocche ingorde.
Strani tintinni orchestra a scrosci il sangue,
passano fasce rosse sopra agli occhi
e sembra a un tratto, o sogno, che trabocchi
tutta la vita dalla vulva esangue.
Filippo Tommaso Marinetti
All’automobile da corsa
Veemente dio d’una razza d’acciaio,
Automobile ebbrrra di spazio,
che scalpiti e frrremi d’angoscia
rodendo il morso con striduli denti...
Formidabile mostro giapponese,
dagli occhi di fucina,
nutrito di fiamma
e d’olî minerali,
avido d’orizzonti e di prede siderali...
io scateno il tuo cuore che tonfa diabolicamente,
scateno i tuoi giganteschi pneumatici,
per la danza che tu sai danzare
via per le bianche strade di tutto il mondo!...
Allento finalmente
le tue metalliche redini,
e tu con voluttà ti slanci
nell’Infinito liberatore!
All’abbaiare della tua grande voce
ecco il sol che tramonta inseguirti veloce
accelerando il suo sanguinolento
palpito, all’orizzonte...
Guarda, come galoppa, in fondo ai boschi, laggiù!...
Che importa, mio démone bello?
Io sono in tua balìa!... Prrrendimi!... Prrrendimi!...
Sulla terra assordata, benché tutta vibri
d’echi loquaci;
sotto il cielo accecato, benché folto di stelle,
io vado esasperando la mia febbre
ed il mio desiderio,
scudisciandoli a gran colpi di spada.
E a quando a quando alzo il capo
per sentirmi sul collo
in soffice stretta le braccia
folli del vento, vellutate e freschissime...
Sono tue quelle braccia ammalianti e lontane
che mi attirano, e il vento
non è che il tuo alito d’abisso,
o Infinito senza fondo che con gioia m’assorbi!...
Ah! ah! vedo a un tratto mulini
neri, dinoccolati,
che sembran correr su l’ali
di tela vertebrata
come su gambe prolisse...
Ora le montagne già stanno per gettare
sulla mia fuga mantelli di sonnolenta frescura,
là, a quella svolta bieca.
Montagne! Mammut, in mostruosa mandra,
che pesanti trottate, inarcando
le vostre immense groppe,
eccovi superate, eccovi avvolte
dalla grigia matassa delle nebbie!...
E odo il vago echeggiante rumore
che sulle strade stampano
i favolosi stivali da sette leghe
dei vostri piedi colossali...
O montagne dai freschi mantelli turchini!...
O bei fiumi che respirate
beatamente al chiaro di luna!
«Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride».
O tenebrose pianure!... Io vi sorpasso a galoppo
su questo mio mostro impazzito!...
Stelle! mie stelle! l’udite
il precipitar dei suoi passi?...
Udite voi la sua voce, cui la collera spacca...
la sua voce scoppiante, che abbaia, che abbaia...
e il tuonar de’ suoi ferrei polmoni
crrrrollanti a prrrrecipizio
interrrrrminabilmente?...
Accetto la sfida, o mie stelle!...
Più presto!... Ancora più presto!...
E senza posa, né riposo!...
Molla i freni! Non puoi?
Schiàntali, dunque,
che il polso del motore centuplichi i tuoi slanci!
Urrrrà! Non più contatti con questa terra immonda!
Io me ne stacco alfine, ed agilmente volo
sull’inebriante fiume degli astri
che si gonfia in piena nel gran letto celeste!
Automobile ebbrrra di spazio,
che scalpiti e frrremi d’angoscia
rodendo il morso con striduli denti...
Formidabile mostro giapponese,
dagli occhi di fucina,
nutrito di fiamma
e d’olî minerali,
avido d’orizzonti e di prede siderali...
io scateno il tuo cuore che tonfa diabolicamente,
scateno i tuoi giganteschi pneumatici,
per la danza che tu sai danzare
via per le bianche strade di tutto il mondo!...
Allento finalmente
le tue metalliche redini,
e tu con voluttà ti slanci
nell’Infinito liberatore!
All’abbaiare della tua grande voce
ecco il sol che tramonta inseguirti veloce
accelerando il suo sanguinolento
palpito, all’orizzonte...
Guarda, come galoppa, in fondo ai boschi, laggiù!...
Che importa, mio démone bello?
Io sono in tua balìa!... Prrrendimi!... Prrrendimi!...
Sulla terra assordata, benché tutta vibri
d’echi loquaci;
sotto il cielo accecato, benché folto di stelle,
io vado esasperando la mia febbre
ed il mio desiderio,
scudisciandoli a gran colpi di spada.
E a quando a quando alzo il capo
per sentirmi sul collo
in soffice stretta le braccia
folli del vento, vellutate e freschissime...
Sono tue quelle braccia ammalianti e lontane
che mi attirano, e il vento
non è che il tuo alito d’abisso,
o Infinito senza fondo che con gioia m’assorbi!...
Ah! ah! vedo a un tratto mulini
neri, dinoccolati,
che sembran correr su l’ali
di tela vertebrata
come su gambe prolisse...
Ora le montagne già stanno per gettare
sulla mia fuga mantelli di sonnolenta frescura,
là, a quella svolta bieca.
Montagne! Mammut, in mostruosa mandra,
che pesanti trottate, inarcando
le vostre immense groppe,
eccovi superate, eccovi avvolte
dalla grigia matassa delle nebbie!...
E odo il vago echeggiante rumore
che sulle strade stampano
i favolosi stivali da sette leghe
dei vostri piedi colossali...
O montagne dai freschi mantelli turchini!...
O bei fiumi che respirate
beatamente al chiaro di luna!
«Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride».
O tenebrose pianure!... Io vi sorpasso a galoppo
su questo mio mostro impazzito!...
Stelle! mie stelle! l’udite
il precipitar dei suoi passi?...
Udite voi la sua voce, cui la collera spacca...
la sua voce scoppiante, che abbaia, che abbaia...
e il tuonar de’ suoi ferrei polmoni
crrrrollanti a prrrrecipizio
interrrrrminabilmente?...
Accetto la sfida, o mie stelle!...
Più presto!... Ancora più presto!...
E senza posa, né riposo!...
Molla i freni! Non puoi?
Schiàntali, dunque,
che il polso del motore centuplichi i tuoi slanci!
Urrrrà! Non più contatti con questa terra immonda!
Io me ne stacco alfine, ed agilmente volo
sull’inebriante fiume degli astri
che si gonfia in piena nel gran letto celeste!
Francesco Petrarca
Non al suo amante
Non al suo amante più Dïana piacque,
quando, per tal ventura, tutta ignuda
la vide in mezzo de le gelide acque,
ch’a me la pastorella alpestra et cruda,
posta a bagnar un leggiadretto velo,
ch’a l’aura il vago et biondo capel chiuda,
tal che mi fece, or quand’egli arde ’l cielo,
tutto tremar d’un amoroso gielo.
quando, per tal ventura, tutta ignuda
la vide in mezzo de le gelide acque,
ch’a me la pastorella alpestra et cruda,
posta a bagnar un leggiadretto velo,
ch’a l’aura il vago et biondo capel chiuda,
tal che mi fece, or quand’egli arde ’l cielo,
tutto tremar d’un amoroso gielo.
Francesco Petrarca
SoNn animali al mondo di sì altera
animali al mondo di sì altera
vista, che ’ncontr’al sol pur si difende;
altri, però che ’l gran lume gli offende,
non escon fuor se non verso la sera;
ed altri, col desio folle, che spera
gioir forse nel foco perchè splende,
provan l’altra virtù, quella che ‘ncende.
Lasso, el mio loco è ’n questa ultima schiera.
Ch’?° non son forte ad aspettar la luce
di questa Donna, e non so fare schermi
di luoghi tenebrosi o d’ore tarde.
Però con gli occhi lagrimosi e ’nfermi
mio destino a vederla mi conduce:
e so ben ch’? vo dietro a quel che m’arde.
vista, che ’ncontr’al sol pur si difende;
altri, però che ’l gran lume gli offende,
non escon fuor se non verso la sera;
ed altri, col desio folle, che spera
gioir forse nel foco perchè splende,
provan l’altra virtù, quella che ‘ncende.
Lasso, el mio loco è ’n questa ultima schiera.
Ch’?° non son forte ad aspettar la luce
di questa Donna, e non so fare schermi
di luoghi tenebrosi o d’ore tarde.
Però con gli occhi lagrimosi e ’nfermi
mio destino a vederla mi conduce:
e so ben ch’? vo dietro a quel che m’arde.
Gabriele D'Annunzio
Ad lunae sororem
Forma che così dolce t’arrotondi
dove s’inserta l’arco de le reni
e, vincendo in tua copia tutti i seni,
ne la mia man, che ti ricerca, abondi;
e ti parti anche duplice in due mondi,
ove il Peccato i suoi più rari beni
volle chiuder per me, come in terreni
paradisi, e i misteri più profondi;
o tu, candida mole, che sul vivo
perno ondeggi, levata ad alti cieli,
ove la voluttà suoi nembi aduna,
risplendi or qui, come nel marmo argivo,
s’io t’invoco presente, fuor dei veli,
o carnale sorella de la luna.
dove s’inserta l’arco de le reni
e, vincendo in tua copia tutti i seni,
ne la mia man, che ti ricerca, abondi;
e ti parti anche duplice in due mondi,
ove il Peccato i suoi più rari beni
volle chiuder per me, come in terreni
paradisi, e i misteri più profondi;
o tu, candida mole, che sul vivo
perno ondeggi, levata ad alti cieli,
ove la voluttà suoi nembi aduna,
risplendi or qui, come nel marmo argivo,
s’io t’invoco presente, fuor dei veli,
o carnale sorella de la luna.
Gabriele D'Annunzio
Argentea
Quando prona, co ’l ventre ne l’arena,
offresi nuda al conquistare lento
de la marea, non è sotto la piena
luna una grande statua di argento?
Venere Callipige in una oscena
posa. Scolpiti nel tondeggiamento
de’ lombi stan due solchi; ampia la schiena
piegasi ad un profondo incavamento.
Cresce il flutto e la bagna. Ella si scote
rabbrividendo al gelido contatto
e di piacer le vibrano le terga.
Il flutto su la faccia la percote;
ma impavida rimane ella in quell’atto
fin che l’alta marea non la sommerga.
offresi nuda al conquistare lento
de la marea, non è sotto la piena
luna una grande statua di argento?
Venere Callipige in una oscena
posa. Scolpiti nel tondeggiamento
de’ lombi stan due solchi; ampia la schiena
piegasi ad un profondo incavamento.
Cresce il flutto e la bagna. Ella si scote
rabbrividendo al gelido contatto
e di piacer le vibrano le terga.
Il flutto su la faccia la percote;
ma impavida rimane ella in quell’atto
fin che l’alta marea non la sommerga.
Gabriele D'Annunzio
Da Il peccato di maggio
Tutto il bosco, un istante, parve a la mia vista
una maravigliosa foresta di ametista
che risplendeva; e Yella parve la maga. Eretta
fra l’erba, d’un’aerea tunica violetta
circonfusa, a quell’ultima luce crepuscolare
ella diede l’addio con un alto cantare.
Ella cantava ancòra al mio fianco. Una ciocca
de’ suoi capelli, a tratti, mi sfiorava la bocca;
ed il profumo, l’anima di quella cosa viva,
m’irritava le nari avide, mi saliva
pe ’l capo. Io le guardai la gola palpitante
al ritmo de le note: come bianca!
curve al passaggio udivano?
Or vanivan d’intorno le nebbie di viola
ne l’aria; una penombra dolce velava l’aria,
e su da la foresta profonda e solitaria
sorgevano le voci de le cose, gli odori
de le cose. Pareva, non so, come dai fiori
da le foglie da l’erbe un sogno vegetale
salisse e si spandesse, grande e soave; quale,
non so, da le dormenti acque a l’alba un vapore.
Io respirava un sogno di foresta in amore.
Ella cantava; e il puro canto rendeva pure
tutte le cose.
[…]
ella disse, piegando verso di me. «Non vuoi
tu riposare?» Aveano le sue parole, i suoi
gesti una così nova dolcezza ch’io tremai
ne l’ime fibre come a una voce non mai
udita, indefinibile. E mi sentii su gli occhi
scendere un denso velo; e le caddi a’ ginocchi;
e con avide mani su pe ’l suo corpo ascesi,
e tremar come un’arpa viva il suo corpo intesi.
Atterrita a que’ sùbiti vibramenti d’ignote
fibre, ella con aneliti, gemiti, con immote
le pupille e convulsa la bocca, omai perduta,
omai perduta senza scampo, omai posseduta
da la dolce e terribile forza a cui la foresta
era schiava in quell’ora, pendea su me…
in dietro a l’improvviso abbandonò. Le chiome
effuse le composero un letto ov’ella, come
per morire, si stese. Un irrigidimento,
quasi un gelo di morte, l’occupò. Lo spavento
m’invase, per un attimo, innanzi a quel candore
mortale che parea cingerla d’un orrore
mistico e da l’impuro desìo che in me sì forte
fiammeggiava difenderla per sempre. Ma fu morte
breve. Tornò la vita ne l’onda del piacere.
Chino a lei su la bocca io tutto, come a bere
da un calice, fremendo di conquista, sentivo
le punte del suo petto insorgere, al lascivo
tentar de le mie dita, quali carnosi fiori…
O bei fiori vermigli – in cui eran sapori
de’ più teneri frutti che tarda su le soglie
de l’Estate ridendo l’ultimo riso coglie
la Primavera –, o fiori, o frutti dal più lene
sangue virgineo nati, nudriti da le vene
più cerule che scorrano in paradisi umani,
o fiori, o frutti, ancòra io mi sento su i vani
versi, al ricordo antico, impallidir la faccia!
Ed ancòra le reni, come allora, mi ghiaccia
un brivido!
una maravigliosa foresta di ametista
che risplendeva; e Yella parve la maga. Eretta
fra l’erba, d’un’aerea tunica violetta
circonfusa, a quell’ultima luce crepuscolare
ella diede l’addio con un alto cantare.
Ella cantava ancòra al mio fianco. Una ciocca
de’ suoi capelli, a tratti, mi sfiorava la bocca;
ed il profumo, l’anima di quella cosa viva,
m’irritava le nari avide, mi saliva
pe ’l capo. Io le guardai la gola palpitante
al ritmo de le note: come bianca!
curve al passaggio udivano?
Or vanivan d’intorno le nebbie di viola
ne l’aria; una penombra dolce velava l’aria,
e su da la foresta profonda e solitaria
sorgevano le voci de le cose, gli odori
de le cose. Pareva, non so, come dai fiori
da le foglie da l’erbe un sogno vegetale
salisse e si spandesse, grande e soave; quale,
non so, da le dormenti acque a l’alba un vapore.
Io respirava un sogno di foresta in amore.
Ella cantava; e il puro canto rendeva pure
tutte le cose.
[…]
ella disse, piegando verso di me. «Non vuoi
tu riposare?» Aveano le sue parole, i suoi
gesti una così nova dolcezza ch’io tremai
ne l’ime fibre come a una voce non mai
udita, indefinibile. E mi sentii su gli occhi
scendere un denso velo; e le caddi a’ ginocchi;
e con avide mani su pe ’l suo corpo ascesi,
e tremar come un’arpa viva il suo corpo intesi.
Atterrita a que’ sùbiti vibramenti d’ignote
fibre, ella con aneliti, gemiti, con immote
le pupille e convulsa la bocca, omai perduta,
omai perduta senza scampo, omai posseduta
da la dolce e terribile forza a cui la foresta
era schiava in quell’ora, pendea su me…
in dietro a l’improvviso abbandonò. Le chiome
effuse le composero un letto ov’ella, come
per morire, si stese. Un irrigidimento,
quasi un gelo di morte, l’occupò. Lo spavento
m’invase, per un attimo, innanzi a quel candore
mortale che parea cingerla d’un orrore
mistico e da l’impuro desìo che in me sì forte
fiammeggiava difenderla per sempre. Ma fu morte
breve. Tornò la vita ne l’onda del piacere.
Chino a lei su la bocca io tutto, come a bere
da un calice, fremendo di conquista, sentivo
le punte del suo petto insorgere, al lascivo
tentar de le mie dita, quali carnosi fiori…
O bei fiori vermigli – in cui eran sapori
de’ più teneri frutti che tarda su le soglie
de l’Estate ridendo l’ultimo riso coglie
la Primavera –, o fiori, o frutti dal più lene
sangue virgineo nati, nudriti da le vene
più cerule che scorrano in paradisi umani,
o fiori, o frutti, ancòra io mi sento su i vani
versi, al ricordo antico, impallidir la faccia!
Ed ancòra le reni, come allora, mi ghiaccia
un brivido!
Gabriele D'Annunzio
Godoleva
«Ti punirò là dove più ribolle
la tua lussuria: nel tuo ventre osceno
che premettero i drudi, nel tuo seno
che palparono…» Disse. E così volle.
Prese una rossa face (urlava, folle
di paura, la donna su ’l terreno
ignuda) e di suo pugno, in vista pieno
d’atroce gioia, arse la carne molle.
Urlava e si torceva su l’ondosa
chioma ferina la combusta, mentre
spandeasi il lezzo da la piaga enorme.
Ma non restò colui sin che la rosa
impudica non parve sotto il ventre
convulso un antro fumigante e informe.
la tua lussuria: nel tuo ventre osceno
che premettero i drudi, nel tuo seno
che palparono…» Disse. E così volle.
Prese una rossa face (urlava, folle
di paura, la donna su ’l terreno
ignuda) e di suo pugno, in vista pieno
d’atroce gioia, arse la carne molle.
Urlava e si torceva su l’ondosa
chioma ferina la combusta, mentre
spandeasi il lezzo da la piaga enorme.
Ma non restò colui sin che la rosa
impudica non parve sotto il ventre
convulso un antro fumigante e informe.
Gabriele D'Annunzio
Invocazione
Kαλòς τέϑνακε μελικταζ
Bocca amata, soave e pur dolente,
qual già finsero l’Arte e il Sogno mio;
ambigua forma, tolta a un semidio,
al bello Ermafrodito adolescente;
o bocca sinuosa umida ardente
che a me, dove più forte urge il desìo,
a me sommerso in un profondo oblìo
suggi la vita infaticabilmente;
o gran chioma diffusa in su’ ginocchi
miei nel dolce atto; o fredda man che spandi
il brivido e mi senti abbrividire;
o voi, tra i lunghi cigli languidi occhi,
che v’aprite al mio grido ultimo e grandi
lampeggiate guardandomi morire,
oh ch’io muoia, ch’io muoia al fin di vera
morte e quel grido il grido ultimo sia
veramente e di lacrime la mia
spoglia s’irrori ne la dolce sera
e tutti i mirti de la primavera
le sian letto e gli aromi di Sirìa
l’aspergano ed in grave teoria
la traggan per la pallida riviera
con lenti inni gli Efebi (a le seguaci
Vergini tremi sotto la ghirlanda
la gota lungo il flauto sonora)
e s’accendano gli astri come faci
e al termine degli inni in ciel si spanda
come una rosa la divina Aurora!
Bocca amata, soave e pur dolente,
qual già finsero l’Arte e il Sogno mio;
ambigua forma, tolta a un semidio,
al bello Ermafrodito adolescente;
o bocca sinuosa umida ardente
che a me, dove più forte urge il desìo,
a me sommerso in un profondo oblìo
suggi la vita infaticabilmente;
o gran chioma diffusa in su’ ginocchi
miei nel dolce atto; o fredda man che spandi
il brivido e mi senti abbrividire;
o voi, tra i lunghi cigli languidi occhi,
che v’aprite al mio grido ultimo e grandi
lampeggiate guardandomi morire,
oh ch’io muoia, ch’io muoia al fin di vera
morte e quel grido il grido ultimo sia
veramente e di lacrime la mia
spoglia s’irrori ne la dolce sera
e tutti i mirti de la primavera
le sian letto e gli aromi di Sirìa
l’aspergano ed in grave teoria
la traggan per la pallida riviera
con lenti inni gli Efebi (a le seguaci
Vergini tremi sotto la ghirlanda
la gota lungo il flauto sonora)
e s’accendano gli astri come faci
e al termine degli inni in ciel si spanda
come una rosa la divina Aurora!
Gabriele D'Annunzio
La lotta
Ella a l’ebro d’amor lenta si niega;
con un perfido invito ella si abbatte.
E l’iride nel bianco le si annega
simile a un fiore glauco nel latte.
Come vampa la faccia le si piega
in dietro luminando, e le scarlatte
labbra feroci mostrano una sega
di denti acuti a lui che in van combatte.
Ma si divincola in un serpentino
guizzo e s’allunga e resta irrigidita
con un riso terribile ne gli occhi,
se l’uom, livido in faccia, a capo chino,
ebro d’ira, tenendola a la vita,
su ’l collo i baci aridi alfin le scocchi.
con un perfido invito ella si abbatte.
E l’iride nel bianco le si annega
simile a un fiore glauco nel latte.
Come vampa la faccia le si piega
in dietro luminando, e le scarlatte
labbra feroci mostrano una sega
di denti acuti a lui che in van combatte.
Ma si divincola in un serpentino
guizzo e s’allunga e resta irrigidita
con un riso terribile ne gli occhi,
se l’uom, livido in faccia, a capo chino,
ebro d’ira, tenendola a la vita,
su ’l collo i baci aridi alfin le scocchi.
Giaime Pintor
Eros
Eros! Eros! Maschere, accecate
Eros. Chi sostiene il suo fiammante
viso? Come il soffio dell’estate
alla primavera spegne i canti
di preludio. E nelle voci ascolta
ora l’ombra, e si fa cupo... Un grido...
Egli getta il brivido indicibile
su di loro come un’ampia volta.
O perduto, o subito perduto!
Breve il bacio degli dèi ci sfiora.
Altro è il tempo, e il destino è cresciuto.
Ma una fonte piange e ti accora.
Eros. Chi sostiene il suo fiammante
viso? Come il soffio dell’estate
alla primavera spegne i canti
di preludio. E nelle voci ascolta
ora l’ombra, e si fa cupo... Un grido...
Egli getta il brivido indicibile
su di loro come un’ampia volta.
O perduto, o subito perduto!
Breve il bacio degli dèi ci sfiora.
Altro è il tempo, e il destino è cresciuto.
Ma una fonte piange e ti accora.
Giorgio Caproni
Le giovinette così nude e umane
Le giovinette così nude e umane
senza maglia sul fiume, con che miti
membra, presso le pietre acri e l’odore
stupefatto dell’acqua, aprono inviti
taciturni nel sangue! Mentre il sole
scalda le loro dolci reni e l’aria
ha l’agrezza dei corpi, io in che parole
fuggo – perché m’esilio a una contraria
vita, dove quei teneri sudori,
sciolti da pori vergini, non hanno
che il respiro d’un nome?... Dagli afrori
leggeri dei capelli nacque il danno
che il mio cuore ora sconta. E ai bei madori
terrestri, ecco che oppongo: oh versi! oh danno!
senza maglia sul fiume, con che miti
membra, presso le pietre acri e l’odore
stupefatto dell’acqua, aprono inviti
taciturni nel sangue! Mentre il sole
scalda le loro dolci reni e l’aria
ha l’agrezza dei corpi, io in che parole
fuggo – perché m’esilio a una contraria
vita, dove quei teneri sudori,
sciolti da pori vergini, non hanno
che il respiro d’un nome?... Dagli afrori
leggeri dei capelli nacque il danno
che il mio cuore ora sconta. E ai bei madori
terrestri, ecco che oppongo: oh versi! oh danno!
Giovanni Camerana
Il velo nero
Sogno e medito e invidio il velo nero,
il vel che avvolge la tua faccia pallida,
che recinge la tua testa ineffabile;
sogno e medito e invidio il velo nero!
Felice il vel, perché ti bacia e tocca,
perché freme del tuo fiato al tepore;
felice il vel, beato il tenebrore,
felice il velo che ti bacia e tocca!
Felice l’ora che non verrà mai
di sentir fra le mie convulse mani
il vel, il viso ed i capelli strani!
Ora infinita che non verrà mai!
Il velo, il viso e gli strani capelli,
i capelli d’abisso e di fuligine
negri cotanto da parer cerulei!
Il velo, il viso e gli strani capelli!
Ora infinita e grigia dei tramonti
d’autunno! Il velo soffuso di stille
di nebbia, e gli occhi vibranti faville,
tigre fatal nel grigio dei tramonti.
Io, più raggiante che un levar di sole,
ti coprirei di baci e di carezze,
ti morderei nelle più estreme ebbrezze,
io più raggiante che un levar di sole!
Gli occhi, la testa bella, il velo nero,
i capelli d’abisso e di fuligine,
tutte del corpo tuo le arcane tenebre!
Sogno e medito e invidio il velo nero.
il vel che avvolge la tua faccia pallida,
che recinge la tua testa ineffabile;
sogno e medito e invidio il velo nero!
Felice il vel, perché ti bacia e tocca,
perché freme del tuo fiato al tepore;
felice il vel, beato il tenebrore,
felice il velo che ti bacia e tocca!
Felice l’ora che non verrà mai
di sentir fra le mie convulse mani
il vel, il viso ed i capelli strani!
Ora infinita che non verrà mai!
Il velo, il viso e gli strani capelli,
i capelli d’abisso e di fuligine
negri cotanto da parer cerulei!
Il velo, il viso e gli strani capelli!
Ora infinita e grigia dei tramonti
d’autunno! Il velo soffuso di stille
di nebbia, e gli occhi vibranti faville,
tigre fatal nel grigio dei tramonti.
Io, più raggiante che un levar di sole,
ti coprirei di baci e di carezze,
ti morderei nelle più estreme ebbrezze,
io più raggiante che un levar di sole!
Gli occhi, la testa bella, il velo nero,
i capelli d’abisso e di fuligine,
tutte del corpo tuo le arcane tenebre!
Sogno e medito e invidio il velo nero.
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